

Leggere o ascoltare certe ricostruzioni sul day after del Partito Democratico dopo le elezioni amministrative ha un effetto straniante e atemporale. D’Alema si candida alla segreteria, anzi no: alla presidenza, perché Marini si è incontrato con lui e, dopo aver parlato anche con Fassino, ha concordato che è meglio così, considerato anche Bersani. Intanto Rutelli convoca i suoi, mentre Rosi Bindi rispetta la moratoria.
Roba da guardare il calendario e chiedersi se è il 10 giugno 2009 o il 10 giugno 1994.
Sul serio.
I protagonisti, oggi come allora, sono sempre i soliti. E non è un caso se anche i nodi irrisolti son sempre gli stessi: si sposta l’asse verso sinistra o verso il centro? Quale rapporto si instaura con le altre formazioni dell’area antiberlusconiana? Opposizione dura o dialogante? Si fa il centrosinistra senza trattino o due liste che una si occupa degli elettori progressisti e l’altra di quelli moderati?
Forse lo fanno per rispetto delle teorie vichiane sui corsi e ricorsi storici – e in tal caso mi aspetto entro il 2011 di riesumare il dibattito surreale su Fed e Gad –, fatto sta che qualche domanda è lecita.
Questi personaggi non sono riusciti in quindici anni a risolvere alcuni problemi, nemmeno così incredibilmente grandi. Nessuno chiedeva loro di sconfiggere al Qaeda o la fame nel mondo: ci bastava che sapessero adottare una linea politica chiara e comprensibile e la portassero avanti, senza troppe polemiche, giusto quei quattro o cinque anni necessari per dare un’identità al partito. Non ci sono riusciti. Ci dovrebbero dare una, dico una, motivazione valida per la quale dovremmo dargli fiducia oggi. Hanno idee e proposte nuove rispetto al passato? Ce le illustrino. Altrimenti, cosa vogliono? Che fra quindici anni si sia ancora al punto di oggi, ossia a quindici anni fa?
Un’altra domanda bisognerebbe che costoro si ponessero. Può un partito che ambisce a essere popolare, rappresentativo di almeno un terzo degli italiani, capace di leggere i mutamenti della società e le sfide del mondo globalizzato, non essere in grado di proporre un segretario che abbia meno di sessant’anni?
Roba da guardare il calendario e chiedersi se è il 10 giugno 2009 o il 10 giugno 1994.
Sul serio.
I protagonisti, oggi come allora, sono sempre i soliti. E non è un caso se anche i nodi irrisolti son sempre gli stessi: si sposta l’asse verso sinistra o verso il centro? Quale rapporto si instaura con le altre formazioni dell’area antiberlusconiana? Opposizione dura o dialogante? Si fa il centrosinistra senza trattino o due liste che una si occupa degli elettori progressisti e l’altra di quelli moderati?
Forse lo fanno per rispetto delle teorie vichiane sui corsi e ricorsi storici – e in tal caso mi aspetto entro il 2011 di riesumare il dibattito surreale su Fed e Gad –, fatto sta che qualche domanda è lecita.
Questi personaggi non sono riusciti in quindici anni a risolvere alcuni problemi, nemmeno così incredibilmente grandi. Nessuno chiedeva loro di sconfiggere al Qaeda o la fame nel mondo: ci bastava che sapessero adottare una linea politica chiara e comprensibile e la portassero avanti, senza troppe polemiche, giusto quei quattro o cinque anni necessari per dare un’identità al partito. Non ci sono riusciti. Ci dovrebbero dare una, dico una, motivazione valida per la quale dovremmo dargli fiducia oggi. Hanno idee e proposte nuove rispetto al passato? Ce le illustrino. Altrimenti, cosa vogliono? Che fra quindici anni si sia ancora al punto di oggi, ossia a quindici anni fa?
Un’altra domanda bisognerebbe che costoro si ponessero. Può un partito che ambisce a essere popolare, rappresentativo di almeno un terzo degli italiani, capace di leggere i mutamenti della società e le sfide del mondo globalizzato, non essere in grado di proporre un segretario che abbia meno di sessant’anni?
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