I padri costituenti introdussero lo strumento referendario immaginando potesse “intervenire in alcuni problemi che possono essere facilmente compresi dal popolo” (Fuschini) e, per quanto fosse necessario, dovesse comunque “essere sottoposto a cautele” facendone “un savio e corretto uso” (Ruini, presidente della commissione per la Costituzione). Per questo, pensarono bene di togliere alcune materie dalla consultazione popolare: le tasse, i trattati internazionali, le amnistie.Personalmente – e proprio sulla base di queste considerazioni dei padri costituenti – in passato ho trovato assurdo che il popolo venisse chiamato a esprimersi sulla “servitù coattiva di elettrodotto”, sugli “incarichi extragiudiziali dei magistrati” o sulla “abrogazione dell’ordine dei giornalisti” (e perché non quello dei notai?). Perciò in tali circostanze non ho votato. L’astensione al referendum, infatti, è una posizione terza rispetto al sì e al no, non è una non-posizione come alle politiche. Significa – semplifico – “per me chiamare i cittadini a esprimersi su questa faccenda, ancorché legittimo, è fuori luogo”. E’ anche uno dei motivi per cui il referendum, a differenza delle elezioni politiche, per essere valido deve superare un quorum di votanti.
Mi rendo conto che la distinzione è sottile. Infatti, il Ministro dell’Interno Maroni – uno che la legge dovrebbe conoscerla, dato che è preposto a far rispettare la correttezza della consultazione popolare – nella sua padana ignoranza non l’ha capita e nei giorni scorsi ha suggerito di mettere dei cartelli nei seggi per ricordare che si può anche non votare: un po’ come se, alle politiche, accanto alle urne ci fosse un cartello con scritto “vota Tizio”. Per fortuna la sua indicazione non ha avuto seguito, ma già l’averla espressa è chiaro segnale di quale deriva abbia imboccato l’istituto costituzionale del referendum.
Purtroppo, in Italia la propaganda di alcune precedenti campagne referendarie (e in particolare quella sulla legge 40) ha equiparato l’astensione alla posizione di chi vuole mantenere lo status quo votando no. L’equiparazione forse non è diventata consuetudine, ma sicuramente è entrata nelle teste di molti italiani. Cosicché, se sei contrario a una legge, ti tocca turarti il naso e andare comunque a votare anche se, in cuor tuo, ti piacerebbe astenerti. Altrimenti, la tua posizione verrebbe strumentalizzata dai sostenitori del no.
Tutta questa premessa perché domenica saremo chiamati alle urne per abrogare alcune parti dell’attuale legge elettorale. Se nessun problema c’è relativamente al quesito sulla reintroduzione del voto di preferenza (scheda verde), per gli altri due la questione si complica. E anche assai. Perché quello su cui noi italiani saremo chiamati a esprimerci in sostanza è: ti vuoi tenere la legge porcata per i prossimi quindici anni o vuoi abrogarla correndo il rischio di tenerti una legge che è una porcata all’ennesima potenza?
Io non amo particolarmente il rischio. Ma, soppesando pro e contro, dico che questo è uno di quei casi in cui bisogna gettare il cuore oltre l’ostacolo. Comunque sia, sarà un errore. Teniamoci l’errore che ci permette di rimediare in tempi meno lunghi.
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