lunedì 8 giugno 2009

Tanto rumore per nulla?

L’anno scorso, alle politiche, il PdL prese il 37,4% e la Lega arrivò all’8,2%: totale 45,6%. Che è, più o meno, la percentuale raggiunta da questi due partiti alle europee: al momento in cui scrivo, a scrutini ancora non terminati, sempre il 45.6%.
Un anno fa, il Partito Democratico (inclusi i radicali) prese il 33,2% e a questa cifra bisognava aggiungere il 4,3% dell’Italia dei Valori per un totale di 37,5%. Oggi il principale partito di opposizione è al 26,2%, con i dipietristi al 7,9% e i pannelliani al 2,4%: la somma fa 36,5%.
Ora – zero virgola qualcosa in più o zero virgola qualcosa in meno cambia poco –, quali lezioni trarre? D’accordo, Berlusconi non sfonda e il Partito Democratico l’ha sfangata, anche se non può certo cantar vittoria, perché sette punti in meno son sette punti in meno, mica noccioline. Ma c’è qualcos’altro che merita una riflessione: ed è che i due schieramenti son rimasti ai valori di forza di un anno fa e che casomai è tutta una partita di giro di voti che liste della stessa coalizione si portano via o si scambiano.
Prendiamo il caso del centrosinistra. Di Pietro per un anno ha fatto la voce grossa fingendo di prendersela con Berlusconi: in realtà, il suo obiettivo reale era l’elettorato piddino, deluso dalle incertezze veltroniane, dal mancato rinnovamento della classe dirigente, dall’irrisolta questione morale in parecchie amministrazioni locali. Al netto di quelli che l’anno scorso fecero la crocetta sul simbolo PD in virtù del “voto utile”, mi pare di poter dire che il dato attuale confermi che tutto questo agitarsi dipietrista abbia pescato solo ed esclusivamente in casa amica. E’ una politica miope, che non porta da alcuna parte, anche se mi rendo conto che l’obiettivo del leader dell’Italia dei Valori non è governare, ma ritagliarsi una nicchia dalla quale fare il tribuno del popolo.
Nel centrodestra, lo scontro tra demagogia berlusconiana e demagogia bossiana ha visto prevalere la seconda: ma, ho idea, solamente perché – comunque il discorso vale anche per Italia dei Valori e, per motivi differenti, UdC e Movimento per le autonomie: non a caso, partiti più identitari che contenitori – il suo elettorato è più concentrato e motivato anche in una tornata elettorale meno sentita come questa per l’europarlamento. E, quindi, risente meno del fattore astensionismo.
La sinistra, infine. Stavolta non c’era il voto utile. Dice: se andavano insieme, superavano il quorum. Può darsi. Ma io non so se i socialisti di Nencini (ex Boselli) avrebbero accettato di stare in una lista insieme a Diliberto, o se Claudio Fava e gli ex DS avrebbero gradito la compagnia di Ferrero. Insomma, niente di nuovo sotto il sole: c’è una sinistra che ha conosciuto la difficoltà di governare e quanto questa significhi sporcarsi le mani (che non è sinonimo di “commettere illiceità”, ma semplicemente di “far compromessi con chi non la pensa proprio esattamente come te al fine di prendere una decisione che sia se non la migliore, quantomeno la meno peggiore”) e c’è una sinistra che rifiuta tale prospettiva e si crogiola in vecchi slogan, alla fin fine trovando più gratificante rimanere all’opposizione e simulare orgasmi partecipando a bellissimi cortei di bandiere rosse.

La mia speranza è che PD e sinistra traggano insegnamento da quanto avvenuto in questi ultimi dodici mesi.
Il primo: si litiga nelle direzioni e negli esecutivi, poi, una volta presa la decisione, quella è e quella deve rimanere.
Il secondo: da soli si va poco lontani.
Il terzo: diamo tempo agli ex DS scissionisti, ai vendoliani, ai verdi. Quanto tempo? Dodici mesi? Via, facciamo diciotto. Bene, fra diciotto mesi tutti insieme nel PD. In una prospettiva riformista e senza troppe gabole di schemi vecchi di decenni, lasciandosi definitivamente alle spalle “sintesi più avanzate”, “cambi di passo”, “siamo noi la vera sinistra” e tutte le altre cazzate con le quali negli ultimi dieci anni sono state giustificate le cadute dei governi di centrosinistra. Ci sono cose da fare per il Paese. La destra non è assolutamente in grado di trovare ricette che non siano demagogiche o di puro asservimento a interessi parzialissimi (alcune imprese, alcuni settori produttivi, alcune porzioni di elettorato): non ci vuole Camillo Benso conte di Cavour, è sufficiente solamente un po’ di buonsenso e sano realismo.
Per raggiungere l’obiettivo non occorrono miracoli. Basta riportare alle urne quelli che in questi ultimi due anni se ne sono allontanati, schifati dalle tortuosità del centrosinistra, dagli egoismi di partito, dalle beghe da comari che hanno contrapposto leader e leaderini. A pensarci bene, è sufficiente uno sforzo di generosità. E’ chiedere troppo?

P.S.: forse sono un illuso a scrivere queste cose. Allora, meglio un bagno di realismo: quante ore passeranno prima che, nel PD, riparta il dibattito “meglio allearsi con Di Pietro o con l’UdC? Aprire ai centristi o aprire a Sinistra e Libertà?” Si accettano scommesse su chi avvierà il dibattito: Rutelli, Letta o D'Alema?

Nessun commento:

Posta un commento