mercoledì 9 settembre 2009

Passo doppio

Ieri sera ho partecipato a un incontro con Piero Fassino. E ho capito che un’idea bislacca partorita nei giorni scorsi dalla mia mente deviata è la soluzione migliore (o meno peggiore) in vista del 25 ottobre.
Dunque, farò così: alle primarie – salvo importanti cambiamenti di linea – voterò Dario Franceschini. Ma alla riunione del circolo, per la convenzione nazionale, il mio voto andrà a Ignazio Marino. No, non è ambiguità o non saper scegliere. E’ razionalità, è pragmatismo.


Premesso che nessuno dei tre candidati mi entusiasma (altrimenti non avrei impiegato tanto tempo per decidere), Franceschini ha il grande vantaggio di incarnare bene lo spirito con il quale appena due anni fa partì il progetto Partito Democratico: un partito nuovo, luogo di incontro di vecchie culture che si fondono in una realtà diversa e declinata al futuro. Questo è il principale motivo per cui penso di dare a lui il mio voto il 25 ottobre. Apprezzo molto anche le frasi chiare e inequivocabili contenute nella sua mozione relative alle alleanze future. Peraltro, Fassino ieri sera ha detto una cosa che evidentemente ai giornali non può dire, ma quando gioca in casa sì: un’alleanza con l’UdC in Lombardia, con interlocutori come Tabacci e Pezzotta è possibile; in Sicilia, con un referente come Cuffaro, è improponibile. Sospiro di sollievo.
In secondo luogo, Franceschini ha ben agito in questi sei mesi da segretario. Premetto che non mi piace il sillogismo retorico in base al quale “poiché Veltroni ha lavorato male e lui era il suo vice, anch’egli ha lavorato male”: non mi piace perché non è fondato (se il segretario non ha il polso, i suoi collaboratori, per quanto stretti, possono farci poco; e l’ex sindaco di Roma fu la scelta di D’Alema, Bersani e tanti altri, non soltanto di Franceschini); e non mi piace perché quando la responsabilità è caduta direttamente sulle sue spalle, ha agito in maniera completamente diversa e, quindi, nella peggiore delle ipotesi, ha dimostrato quantomeno di saper imparare dagli errori, dote non secondaria in un politico. In ogni caso, dicevo, ha lavorato bene da segretario: con lui, si è visto un partito più presente nel dibattito mediatico, più orgoglioso, e in un paio di circostanze (assegni ai disoccupati, risparmi dall’election day) è addirittura riuscito a imporre i propri argomenti. Ha detto stop a quel continuo non decidere su temi importanti (testamento biologico, collocazione europea) e lo ha fatto ricorrendo a un metodo valido, ossia al voto a maggioranza (e chi è minoranza si adegua). Last but not least, parole da lui utilizzate per difendere il principio di laicità sono state accettate non soltanto per il loro assoluto buonsenso, ma anche perché provenienti da un cattolico che ha svolto il suo percorso politico prima nella Democrazia Cristiana e poi nella Margherita.

A Fassino, però, ieri sera ho posto una domanda sul ricambio della classe dirigente. A prescindere dalle vittorie a queste o quelle regionali, a queste o quelle amministrative, a queste o quelle politiche, resta il dato di fatto di una forza di (centro)sinistra riformista che aspira a rappresentare una gran massa di italiani e da quindici anni non ci riesce e si dibatte nei soliti problemi: divisioni interne, estrema litigiosità su questioni di lana caprina che agli italiani interessano poco o niente, seghe mentali per difendere prerogative varie, incapacità di elaborare una cultura politica riformista vera e alternativa e proiettata sul futuro. Ho citato a Fassino l’esempio del primo titolo di Cuore, 4 febbraio 1991, dedicato all’allora PDS: “Un grande partito – Siamo uniti su tutto, basta non parlare di politica”. Vale anche per il PD del 2009 e questo dà l’idea di cosa una intera generazione di dirigenti di partito non sia stata capace di fare. Queste persone magari sono state ottimi amministratori e eccellenti ministri, ma come uomini di partito hanno fallito. E quindi, in virtù di quel principio meritocratico richiamato da tutti e tre i candidati alla segreteria, è giusto che si facciano da parte. Fassino ha reagito alla mia sollecitazione riconoscendo il problema, ma sostanzialmente rigirando la frittata. Ciò mi ha convinto definitivamente circa l’idea maturata nei giorni precedenti: nella riunione di circolo, per la convenzione nazionale dell’11 ottobre sosterrò Ignazio Marino. Voglio, auspico, spero che il terzo incomodo conquisti almeno un 20-25% dei consensi tra i tesserati affinché giunga chiaro e forte il messaggio agli altri due: è tempo che qualcuno – i primi che mi vengono in mente: D’Alema, Rutelli, Parisi, Veltroni, Marini – si faccia da parte e si occupi di Corea del Nord, di beni culturali in Indocina, di sistemi politici applicati alla realtà australiana, di fame nel mondo, di tutela del lupo marsicano, di quello che vogliono insomma, ma non di partito, non del Partito Democratico.
Dice: perché allora non voti Marino anche il 25 ottobre? Il motivo è semplice. Perché lo trovo velleitario. Perché se diventasse segretario governerebbe il partito tre mesi e poi rivedremmo il film già visto con Veltroni. Perché per fare politica a certi livelli non basta essere brave e oneste persone e avere idee valide: bisogna anche saper coltivare i rapporti con chi oggi è tuo avversario interno al partito, ma domani potrebbe essere tuo alleato. Paradossalmente, la maniera migliore per perpetuare il potere oscuro dei D’Alema e dei Rutelli sarebbe la vittoria di Marino. A volte, per ottenere risultati, più che l’attacco frontale, come ha fatto e continua a fare il chirurgo politico, può servire una giusta dose di sana paraculaggine.

p.s. - c'è una controindicazione a tale ipotesi: con un Marino che si presenta forte alle primarie, queste potrebbero diventare il festival delle truppe cammellate. Sono pronto a correre il rischio purché il messaggio arrivi.

p.p.s. - "beato te che ti illudi che il messaggio non solo arrivi, ma venga pure recepito". Sì, beato me. Ma allora facciamo i cinici fino in fondo e non andiamo nemmeno a votare alle primarie, tanto ha già vinto Bersani e farà come cazzo gli pare.

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