domenica 27 settembre 2009

Pluralismo, questo sconosciuto

L’articolo 2 comma 3 del contratto di servizio stipulato da Rai e Ministero delle Comunicazioni afferma che l’offerta ha “quali compiti prioritari: la libertà, la completezza, l’obiettività e il pluralismo dell’informazione”.
Ora. Concetti come “completezza” e “obiettività” sono del tutto soggettivi, nonché legati a doppio filo: è chiaro che un’informazione incompleta non potrà essere obiettiva e un’informazione obiettiva è di per sé incompleta. Nessuna trasmissione della Rai attuale riesce a essere completa e obiettiva: lo è forse il Tg1 sulla vicenda escort? O sullo scudo fiscale (giovedì scorso il servizio in proposito era impostato così: il governo aumenta le misure per la lotta all’evasione fiscale, fa questo e quest’altro, però l’opposizione polemizza sullo scudo fiscale, comunque sia La Russa risponde per la maggioranza dicendo che eccetera eccetera; nessun cenno a quella che era la motivazione dell’attacco da parte del PD allo scudo fiscale, ossia che esso copre anche operazioni di riciclaggio e finanziamento al terrorismo)? Obiettivo e completo è forse Vespa sul terremoto abruzzese? Nemmeno Santoro lo è. Ma il suo peccato non è né meno, né più grave rispetto a quelli di Minzolini, Vespa, Orfeo. E, in ogni caso, sono punti di vista: per me questi giornalisti non sono obiettivi, per altri Santoro è obiettivo e Vespa no, per altri ancora Vespa è obiettivo e Santoro no. Già il fatto che ci sia questa diversità di vedute, implica che nessuno – sia esso un ministro, un Capo di Governo, un parlamentare – possa ergersi a giudice di ciò che è obiettivo e ciò che non lo è, decretando che una trasmissione vada chiusa.
Ma c’è un’altra parolina, un concetto che evidentemente sfugge agli Scajola, ai Romani, ai direttori di giornali che vorrebbero l’abolizione del canone solamente perché la Rai dà spazio a Michele Santoro. Quella parola è “pluralismo”. In nessuna parte del contratto di servizio Rai c’è scritto che le trasmissioni di informazione debbono fare da megafono alle posizioni del governo. O evitare di criticare la maggioranza o l’opposizione. E questo in virtù di due principi: uno è, appunto, il “pluralismo”. L’altro è la “libertà”, parola della quale Berlusconi e i suoi corifei si riempiono la bocca senza evidentemente sapere cosa sia realmente.

Pietro Verri, illuminista per certi aspetti precursore di Adam Smith, scrisse oltre duecento anni fa, a proposito della libertà di stampa: “impedirete voi che si accenda fuoco perché non seguano incendi? Se volete prevenire tutt’i mali, impedite che gli uomini non operino: questo sarebbe lo stato di morte. Impedire che gli uomini non parlino per prevenire la bugia, la contumelia, la calunnia? Ma è la politica degli ignoranti e de’ tiranni quella di ammortire le azioni degli uomini, e interdire loro le facoltà (…) Ma in che cosa consiste l’utilità di lasciar libera la stampa? Non tutti gli uomini che hanno qualche cosa di buono di suggerire per bene della società hanno occasione di parlare in pubblico, non tutti hanno ufficio pubblico; molti non hanno voce, gesto e franchezza per cimentarsi a una concione; molti di carattere timido o di meschina figura non l’osano; alcuni avviliti dalla povertà giacciono solitarj. Col mezzo facile della stampa si pongono in comune i suggerimenti di tutti. Il prepotente viene frenato col pericolo di veder pubblicati gli abusi. Ecco i beni sommi che produce la libertà di stampa”.

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