Con la pedanteria e saccenteria che da sempre lo contraddistinguono, Giulio Tremonti si è nuovamente scagliato contro gli economisti, rei di non aver inquadrato la crisi nella sua drammaticità. Lui, invece, la crisi l’ha prevista più volte e da tempo: fin dal 1995, per essere precisi. O, perlomeno, così si è vantato nei giorni scorsi al Meeting di Rimini. Leggendo i giornali, però, pure l’ineffabile ministro qualche errore di valutazione non meno importante di quelli fatti dagli odiati economisti lo ha commesso.Per esempio, il 2 giugno 2006, quando al Sole 24Ore dichiarò: “L’economia è in ripresa e sul 2006 i conti sono in linea con l’Europa (...) La fase congiunturale è positiva. La potenzialità dell’economia italiana si sta sprigionando. Negli anni scorsi c’è stato un intenso processo di ristrutturazione. Stiamo recuperando gli effetti negativi prodotti dall’impatto dell’euro”. E, alla fine di quell’anno, rispondendo a una ben precisa domanda (già si intravedevano le nubi all’orizzonte) di un possibile rischio 1929, Tremonti ebbe a dire queste profetiche e illuminanti parole: “Dipende da quale visione hai del mondo (…) in un tempo relativamente breve vedremo quale delle visioni è giusta. Lo spirito del tempo è insieme l’assoluta novità di questa realtà e l’assoluta incertezza su questa realtà. Vedremo se si avvererà o no la profezia di Adamo Smith: il mercato contiene in sé i fattori della pace mercantile perpetua, o i fattori della crisi globale?” (cfr. Corriere della Sera, 12 novembre 2006). Eh, saperlo. Passarono nove mesi, negli Stati Uniti la crisi finanziaria (subprime e compagnia) era già realtà e il tributarista di Sondrio con velleità di premio Nobel dell’economia rassicurava tutti: “Come nel ’29, ma solo per gli Stati Uniti. Non credo comunque che il sistema italiano sia esposto a rischi particolari” (Corriere della Sera, 11 agosto 2007). Già, proprio così. Tant’è che quando, a giugno 2008, presentò il suo primo DPEF sottolineò che “recenti studi hanno escluso che le turbolenze internazionali possano produrre sensibili effetti diretti negativi sull’economia italiana” (DPEF 2009-2013, pagina 9).
Sulla base di queste esattissime e previdentissime profezie tremontiane, il governo Berlusconi stabilì questi obiettivi di finanza pubblica: crescita del PIL 2008 dello 0.5% e per il 2009 dello 0.9%. Indebitamento netto del 2.5% nel 2008 e del 2% nel 2009; debito pubblico per il 2008 del 103.9% e per il 2009 del 102.7%.
Come tutti sanno, nel 2008 non c’è stata una crescita dello 0.5%, ma una decrescita dell’1% e per il 2009 le ultime stime ufficiali Eurostat prevedono almeno un -4.4% (addirittura -5.2% secondo l’ultimo DPEF), ben lontano dal +0.9% tremontiano di un anno fa. Inutile aggiungere che Tremonti ha toppato pure sulla previsione del deficit: non al 2.5%, ma al 2.7% nel 2008, mentre per il 2009 il deficit lo si prevede nel DPEF raddoppiato al 5.3% (anziché diminuito al 2% previsto dodici mesi prima) e il debito pubblico, anziché in calo al 102.7% in crescita fino al 115.3%.
Certo, anche gli altri Paesi hanno rivisto le previsioni, perché c’è stata la crisi, ma in fondo Tremonti l’aveva prevista dal 1995, no?
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