lunedì 29 giugno 2009

Non sparate sul pianista

Davvero singolare l’appello che oggi il Presidente della Repubblica Napolitano ha rivolto a stampa e politica: “Sarebbe giusto, di qui al G8, data la delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, avere una tregua nelle polemiche. Io capisco le ragioni dell'informazione e della politica, ma il mio augurio ed il mio auspicio in questo momento sono di una tregua nelle polemiche”. Apparentemente, sembra uno di quegli appelli bipartisan (o no-partisan) cui ci ha abitutati il Capo dello Stato. In realtà, se stiamo ben attenti, è come chiedere una sospensione della democrazia per carità di Patria: un governo che già si è autosputtanato nelle relazioni internazionali per la sua scarsa credibilità, a causa soprattutto del suo primus inter pares (rapporti con Usa e Russia; atteggiamento sul Medio Oriente e, in particolare, sull'Iran; scarso peso in Europa; gaffes e incidenti diplomatici con le organizzazioni internazionali; e così via), non può permettersi di veder ridurre ulteriormente il proprio prestigio, magari per vicende di escort, collier con farfalline colorate e festini con finte nozze.
Da qui, direi, l'esigenza di esternare in questa direzione. Una sortita che a me ricorda tanto quei vecchi cartelli da film western in cui si supplica di non prendersela con il pianista.

Ma una democrazia forte e matura non teme le polemiche. Nemmeno se dilagano nel bel mezzo di importanti consessi internazionali. Uno dei pilastri su cui si basa la democrazia è, infatti, la libertà di criticare il potere. Sempre. Senza tregue chieste per carità di Patria.

Berlusconi ha apprezzato l’invito di Napolitano e lo ha fatto suo. E ha aggiunto che il suo Governo è il più sicuro e stabile di tutto l’occidente. Se così realmente fosse, avrebbe piuttosto dovuto dire il contrario: signori, criticate pure perché io non ho niente da nascondere e, se ho commesso errori, non mi nascondo dietro un dito.

domenica 28 giugno 2009

Italia vs. Europa

Parliamo tanto di riforme. Delle pensioni. Della legge elettorale. Della forma di governo. Del welfare state. Ognuno ha la sua ricetta che, in genere, inizia con un modello straniero: ma in Francia… ma in Germania… ma in Gran Bretagna...
Credo ci sia una dose eccessiva di ideologismo abbinato alla pavidità – a scapito della concretezza – in questo dibattito. Perché un singolo istituto può funzionare in un sistema e non funzionare in un altro.
Prendiamo la Francia. Siamo sicuri che il suo sistema istituzionale, spesso così lodato, funzionerebbe altrettanto bene se la pubblica amministrazione non fosse così efficiente? E la pubblica amministrazione sarebbe così efficiente se non ci fosse l’Ecole Nationale d’Administration? Tradotto in parole povere: è più importante il maggioritario a doppio turno o il criterio di selezione e reclutamento degli alti funzionari pubblici?
Oppure, prendiamo il welfare state. Quante volte sentiamo dire che bisogna andare in pensione più tardi o deve essere più facile per le imprese assumere e licenziare, magari rifacendoci al modello britannico o a quello danese? E anche qui, si dovrebbe ampliare il discorso a tutto il sistema di ammortizzatori sociali, alle politiche per la famiglia, a quelle per la scuola e l’università.
Insomma, il discorso si fa complesso. Parecchio. Mi preoccupa la pigrizia mentale con cui l’affrontiamo in Italia. La nostra classe dirigente (dagli industriali agli economisti, dai sindacalisti ai politici) non è soltanto vecchia mentalmente, è pure incapace di guardare a una prospettiva che sia meno che di corto respiro, meno che di interesse spicciolo da sostenere. Avremmo potuto approfittare della recessione economica per gettare le basi di un rilancio industriale legato alle opportunità derivante dalle fonti di energia rinnovabile, ma confindustriali grandi e piccoli, artigiani e commercianti sono incapaci di ragionare oltre la data di scadenza della dichiarazione dei redditi e la presentazione dei bilanci aziendali e quindi ripiegano sul mattone, sul condono edilizio, sulla normativa che gli permette di avere una regola in meno da rispettare sulla sicurezza dei lavoratori. I politici, da parte loro, per non perdere consenso e consapevoli che una volta per le amministrative, una volta per le politiche, una volta per le europee, una volta per le regionali, ogni anno c’è una votazione figuriamoci se ragionano in termini di medio lungo periodo.
Morale della favola: il dibattito sulle riforme si avvita sui soliti canoni del modello inglese da seguire, no è meglio quello tedesco, ma siete tutti pazzi il top è il francese.
(questo post me lo ha ispirato Luca Massaro

http://lucamassaro.blogspot.com/2009/06/fare-politica.html)

sabato 27 giugno 2009

Peggio la società civile o la casta?

Confesso che ho una soglia di tolleranza sempre più bassa nei confronti degli esponenti della cosiddetta “società civile” che si buttano in politica. Non sono un partitocrate e, anzi, certe pratiche di potere e di politica politicante mi hanno sempre schifato. Ma sono convinto – forse sbagliando – che chi vuole impegnarsi in politica deve pagare una sorta di dazio. La politica, secondo una famosa definizione, è l’arte del possibile. Purtroppo, il “possibile” raramente coincide con il “meglio”. Bisogna mediare nelle piccole cose (tra amici, in famiglia, nella riunione di condominio), figuriamoci nelle grandi. I partiti sono centri di potere, sono organizzati come caste, hanno tutti i difetti possibili e immaginabili, ma non possiamo farne a meno.
Soprattutto, noto una certa tendenza da parte di chi si affaccia alla politica da esterno a non valutare a fondo gli effetti di quello che fa. Prendiamo il caso dei referendum. L’esperienza insegna che è oggi difficile raggiungere il quorum, soprattutto se non hai dalla parte tua le televisioni. I referendari hanno mosso da un presupposto giustissimo (abolire la legge porcata di Calderoli), ma non hanno minimamente preso in considerazione la difficoltà di portare gli elettori alle urne, né le conseguenze in caso di astensionismo vincente. E così hanno addirittura proposto quesiti che avevano l’esito, in caso di vittoria dei sì, di produrre un sistema elettorale ancor peggiore, ossia il miglior incentivo a disertare le urne anche per chi sarebbe andato volentieri. Il fatto che del comitato organizzatore facessero parte politici di lungo corso che non trovano altra visibilità se non con i referendum o esponenti di partito che si sono impegnati solamente per fare uno sgarbo a qualcuno del loro stesso partito, non fa che aggravare la posizione di quelli della “società civile”.
Ma potrei citare altri esempi. Per esempio, io non riesco a spiegarmi il fenomeno di coloro che lamentano la mancanza di democrazia interna al PD e poi sostengono l’Italia dei Valori. Dicono: eh, ma qui ci sono tante belle teste pensanti. C’è Vattimo, c’è De Magistris, c’è Camilleri… Si potrebbe aggiungere che in passato c’erano Occhetto e Giulietto Chiesa ed Elio Veltri: chiedere loro per quale motivo non ci sono più.

Se la “società civile” vuole contare politicamente deve cambiare registro. Deve cominciare a ragionare non soltanto sui princìpi apparenti (“io candido solamente persone senza problemi con la giustizia”, “io chiamo i cittadini a esprimersi su questo, grande forma di partecipazione popolare e democrazia diretta”), ma anche sugli strumenti utilizzati, sulle conseguenze delle proprie azioni. E, soprattutto, sul fatto che la politica non si fa nel salotto di casa con il libro di teoria.

mercoledì 24 giugno 2009

L'esenzione Ici e l'assoluzione dei peccati

Libera Chiesa in libero Stato, per me, significa che papa, cardinali, vescovi possono intervenire quanto e come vogliono, ma i politici non devono far prevalere le ragioni di costoro su quelle della collettività alla quale essi devono rispondere. Per il semplice motivo che questa comprende cattolici, ma anche non cattolici.
Detto ciò, a chi si stupisce della prudenza vaticana sulla questione che sta investendo il Presidente del Consiglio italiano la miglior risposta l’ha fornita don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, quando accenna a una Chiesa passibile di essere allettata con facili promesse.
La gerarchia ecclesiastica, infatti, in questi anni come si è comportata di fronte all’irrigidimento nei confronti degli immigrati, all’intervento bellico che si fa perché le ragioni di un’alleanza prevalgono su tutte le considerazioni etiche e giuridiche, ai condoni fiscali, alla corruzione dilagante? Ha taciuto o, addirittura, ha avallato certe operazioni nel nome della lotta al relativismo in cambio di finanziamenti sicuri per le scuole private cattoliche, di esenzioni Ici, di interpretazioni amiche della normativa sull’8 per mille. Perché stupirsi se ora appare timida?

Peraltro, è interessante una forma di autodifesa berlusconiana che sta montando in queste ultime ore e che è ben riassunta dall’editoriale su Il Giornale a firma di Eugenia Roccella, sottosegretario PdL al welfare e già organizzatrice del family day: “chi sono oggi gli inflessibili guardiani della morale pubblica? Gli stessi che da anni accusano la Chiesa di essere troppo attenta ai peccati del sesso”.
Insomma, si fa finta di non capire la reale portata del problema. Che non è quello di cornificare la moglie, ma quello di gestire il potere pro tempore come se fosse proprietà privata e senza vincoli etici nel senso della gestione della propria libertà nel rispetto degli altri. Per chi ha un incarico politico, la “propria libertà” ha spazi non ristretti, ma più controllati e – soprattutto – il “rispetto degli altri” assume un’importanza ancora maggiore. Imprescindibile, direi. Quale “rispetto degli altri” ha un capo di governo che, in tempi di recessione economica, usa il potere per crearsi un harem spendendo un patrimonio in collier e bracciali? O sfrutta la sua posizione per illudere giovani ragazze senza prospettive e giovani imprenditori che, per fare soldi e avere successo, pensano di usare la scorciatoia della conoscenza altolocata anziché la strada delle competenze e del merito?
Ma anche: come può, Eugenia Roccella, equiparare la situazione di una donna o un uomo che solo perché ha avuto la sventura di sposare la persona sbagliata si vede messa ai margini della Chiesa cattolica a quella di chi trova normale usare l’espressione “utilizzatore finale”?

martedì 23 giugno 2009

Dopo le amministrative

Tutto è relativo: per cui, se guardiamo a come stava il Partito Democratico quattro mesi fa, il risultato delle amministrative è eccellente; se, al contrario, facciamo la conta di quali sono le sue ambizioni e di come è andato il voto in certe amministrazioni, forse non è una disfatta, ma poco ci manca. Ha ragione Berlusconi a ironizzare, sottolineando che vorrebbe sempre perdere così. Ma ha ragione pure Franceschini quando dice che la rotta è invertita.
Il Partito Democratico alle politiche del 2008 ha ottenuto un risultato drogato sia dal voto utile, sia dalla capacità di mobilitazione e comunicazione dell’allora segretario Walter Veltroni. I cui meriti, però, sono terminati il 14 aprile dell’anno scorso. Poi ci sono stati dieci mesi di buio totale. Fossimo andati a votare a febbraio scorso, Berlusconi avrebbe tranquillamente superato la soglia fatidica del 50% senza la Lega e probabilmente avrebbe vinto anche a Firenze o a Bologna.
E ora?
Dice Massimo Cacciari che c’è tutta una generazione (quella postSessantotto) che deve farsi da parte. E ha ragione. Ma sarebbe sbagliato ridurre la questione a un mero conflitto generazionale o sperare che tutto cambi in meglio solamente perché si sceglie un quarantenne anziché un sessantenne.

Ai vari protagonisti del dibattito congressuale mi preme chiedere quanto segue:

* Franceschini, Bersani e chi altri: parlate chiaro. Se volete il centro trattino sinistra o se pensate che le alleanze tattiche con questo e quello siano più importanti dei programmi (della serie: intanto battiamo Berlusconi e poi si vedrà), ditelo subito, è meglio. Redigete un programma, elaborate un’idea d’Italia e confrontatevi su quella, in modo che davvero si possa scegliere chi propone le soluzioni migliori sull’innovazione economica, sulle fonti di energia rinnovabile, sugli ammortizzatori sociali per chi non li ha, sull’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, sulle politiche di assistenza agli anziani, sull’immigrazione, senza più guardare alle vecchie appartenenze e agli sponsor. Evitate che la discussione affronti temi quali “moriremo socialisti o democristiani” oppure “partito liquido o partito solido”.

* D’Alema e Veltroni: so che avete un problema tra voi due. Allora, andate a litigare sull’Ikarus oppure nel loft newyorchese della figlia di Walter oppure ancora, se preferite, sulla spiaggia di Gallipoli. L’importante è che vi teniate lontani sia dalla sede del Partito Democratico, sia dai candidati segretari. Son quindici anni che questo vostro problema si è tramutato in un problema di un buon 30% degli italiani che vorrebbe votare un partito di centrosinistra e vedere politiche riformiste e mandare definitivamente a casa Berlusconi (se volete portar con voi anche Prodi, va bene).

* Amanti delle primarie: lo so, si tratta di un grande strumento di partecipazione democratica e sono orgoglioso di sostenere un partito che le ha introdotte. Però sono anche uno strumento che va maneggiato con cura, non la panacea di tutti i mali. Ho visto buoni candidati alle amministrative uscire sconfitti perché durante le primarie si erano instillati (e non soltanto dalla Casta, talvolta anche dai paladini della Società Civile) tali e tanti veleni che la situazione era diventata irrecuperabile. Perciò anche voi fate un piccolo sforzo per superare la retorica delle primarie sempre e comunque. Altrimenti, anche queste faranno la fine dei referendum abrogativi.

lunedì 22 giugno 2009

Lettera aperta ad Augusto Minzolini

Caro Minzolini,

stasera Lei ha dichiarato che il TG1, circa la ben nota vicenda barese, “ha assunto una posizione prudente” perché “dietro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c’è ancora una notizia certa”.

Ora, a parte il fatto che di notizie certe ce ne sono parecchie (ragazze pagate per andare alle feste a Palazzo Grazioli che entravano lì – e magari si fermavano anche a dormire – senza nemmeno essere sottoposte a controlli; una visione del potere eticamente discutibile a prescindere dall’atto sessuale; una gestione dell’attività aziendale basata non sulla validità dell’idea imprenditoriale, ma sulla capacità di allietare il Capo del Governo; faccio solo tre esempi certi e confermati, ma potremmo continuare), la mia domanda riguarda il Suo privato, egregio Direttore. Ossia: non Le fischiavano le sue auguste orecchie mentre pronunciava questa frase? Ma come: Augusto Minzolini, il re del gossip politico e della dichiarazione non verificabile, magari da fonte anonima, oggi non riferisce una notizia perché trattasi di gossip e non è accertata? Si rende conto che così facendo mette in discussione un buon 90% degli articoli da Lei scritti negli ultimi diciotto anni?

Lei ha pure aggiunto che “in passato si tentò di colpire Prodi strumentalizzando la foto che ritraeva un suo collaboratore in una situazione definita scabrosa”. All’epoca, però, Lei scrisse, su Panorama, quanto segue: “…il garante è intervenuto solo quando è venuta fuori la notizia della foto del portavoce di Prodi, Silvio Sircana, che scherzava con un trans. Sui giornali non andrà più nulla dei veleni che condizionano la classe dirigente. Alla faccia della democrazia”. Quel che all’epoca veniva da Lei ritenuto diritto di cronaca, oggi è una volgare strumentalizzazione per colpire Prodi. Quel che all'epoca era una sorta di attentato alla democrazia, oggi è lecito praticarlo perché puro gossip. Cosa è avvenuto da farle cambiare idea? Il fatto che al centro della polemica ci sia Berlusconi?

Lei ha detto che “in queste settimane è stata messa sotto i riflettori la vita privata del premier in nome di un improvviso moralismo (…) queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici non hanno nulla a che vedere con l’informazione del servizio pubblico”. Eh no! Mi permetta di dissentire. Potrei parafrase un noto editorialista di Panorama di nome Augusto Minzolini che – criticando Prodi che non andava in tv durante la campagna elettorale del 2006 - scriveva “l’opinione pubblica ha diritto di sapere chi è che guida il Paese, come reagisce in situazioni diverse, come si comporta nelle trasmissioni politiche, ma anche da Biscardi e da Bonolis”. Ma non è questo il punto, Direttore. Il punto è che qui non stiamo scandagliando la vita privata di una persona, e una persona qualunque. Qui stiamo aprendo uno squarcio su come un Capo di Governo si rapporta con le persone che lo circondano, si espone a ricatti e a “veleni che condizionano la classe dirigente”, gestisce le relazioni e il potere che, pro tempore, gli viene affidato.

In parole povere: se Berlusconi si vuole trombare un tegame anziché la moglie, è libero di farlo, son cavoli suoi. Ma se (giusto per dirne una e nemmeno la più rilevante) Berlusconi, in cambio della trombata, promette una variante urbanistica, siamo al di là del privato, al di là del gossip, al di là del moralismo. La questione è pubblica. Pubblicissima.

Infine, un’ultima domanda. Lei che è tanto bravo da non confondersi con il gossip e sta attento solamente alle notizie, pensa che quei quattro milioni di italiani che si informano solamente guardando il TG1 abbiano capito qualcosa di quel che sta avvenendo a Bari con il servizio che il telegiornale da Lei diretto ha proposto stasera?

Vuole che ricapitoli i passaggi salienti di quel servizio? Bene: l’intero primo minuto (su due e dieci totali) è dedicato alla dichiarazione dell’avvocato di Giampaolo Tarantini (senza specificare chi sia costui se non dopo un minuto e quindici secondi). Dopodiché si sottolinea che il nome che “ricorre più frequentemente nelle intercettazioni è quello di Alessandro Frisullo del Partito Democratico” e si aggiunge che, per avere rapporti con il potere, Tarantini ha l’abitudine di organizzare feste di qua, di là, di su e di giù fino ad arrivare molto in alto, al Presidente del Consiglio. Il giornalista spiega infine che la teste principale, Patrizia D’Addario, ha raccontato di due di queste feste a Palazzo Grazioli e quel che inquieta la Procura di Bari è che costei ha “offerto prove fotografiche della sua presenza” perché ciò ha a che fare con “il mancato controllo in luoghi considerati residenze di Stato”.
E secondo Lei, come ha poi riferito il conduttore Attilio Romita, questa così descritta sarebbe “la vicenda che in questi giorni ha sollevato polemiche anche di natura politica"?

domenica 21 giugno 2009

Articolo quattro: "le notizie devono essere diffuse rispettando il principio di veridicità"

La propaganda berlusconiana è un esercito. E, come tutti gli eserciti, dispone di varie armate, ognuna con le sue caratteristiche.
C’è l’ufficio spionaggio & controinformazioni, diretto dal solerte Paolo Bonaiuti, sottosegretario a Palazzo Chigi: forse non tutti sanno che un buon trenta per cento del gossip politico retroscenistico parte da lui.
Ci sono i sottomarini, quelli che non si vedono mai e sono però pronti a colpire nella maniera più subdola e inaspettata: li dirige Augusto Minzolini che, dalla cabina di comando del TG1, colpisce le navi nemiche quando meno se lo aspettano.
Ci sono i reparti speciali d’assalto, sempre in prima linea, un metro avanti agli altri: il comandante è Vittorio Feltri, uno pronto a sbattere in prima pagina Veronica Lario con le tette al vento se c’è da distruggerla o a pubblicare incredibili test di stampo razzista per giustificare provvedimenti al limite della violazione del diritto internazionale.
Ci sono i pretoriani, un piccolo nucleo di truppe scelte e fedelissime con a capo il generale Emilio Fede.
C’è l’artiglieria pesante, le cui cannonate magari vanno a vuoto o a colpire edifici civili, ma servono anche quelle: Mario Giordano, dalle colonne del Giornale, è uno che ci prova sempre, la metà dei suoi scoop sono talmente artificiali e forzati che poi deve chiedere scusa, ma intanto la cannonata è partita e il danno è fatto, à la guerre comme à la guerre.
E infine c’è la fanteria, bravi soldatini che marciano e rispettano le consegne: il comandante in capo è Maurizio Belpietro, direttore di Panorama.

Ecco, Belpietro nell’ultimo numero del settimanale che, quando rinacque all’inizio degli anni Sessanta, ebbe come slogan (coniato da Lamberto Sechi) “I fatti separati dalle opinioni”, ha scritto queste perle: “Berlusconi non controlla un bel niente del sistema dei media (…) Il cavaliere non controlla la stampa, così come non controlla la tv, tanto che la maggior parte dei programmi di approfondimento televisivo è contro di lui (…) ciò che mi preme stabilire è che non esiste alcun controllo dei media da parte del governo”. Sono frasi che, nella settimana in cui due TG Rai su tre hanno taciuto una questione che riguardava Berlusconi, potrebbero far ridere. Ma invece sono preoccupanti. Perché una persona appena appena intellettualmente onesta venerdì prossimo dovrebbe rinunciare a comprare Panorama per manifesta incapacità di leggere la realtà. E invece il newsmagazine continuerà a vendere le sue solite 200mila copie.

Ma è interessante anche un altro passaggio dell’editoriale di Belpietro. Quello in cui spiega per quale motivo la stampa è tutta in mano alla sinistra: nelle ultime settimane sia alcuni quotidiani importanti (Corriere della Sera, Sole 24Ore, La Stampa), sia l’Ansa hanno cambiato direttore. Scrive il numero uno di Panorama: “La girandola di nomine dimostra che più della metà dei neodirettori si è abbeverata alla scuola di Eugenio Scalfari e quelli che non fanno parte di quella nidiata la pensano in maniera diametralmente opposta a Berlusconi”. Potremmo anche obiettare che né De Bortoli, né Calabresi, né soprattutto Riotta hanno mai dato prova di antiberlusconismo militante (e basta leggere certi editoriali che compaiono sui loro giornali per averne la conferma), ma questo sillogismo “hanno lavorato a Repubblica = antiberlusconiani a prescindere” è illuminante. Nella concezione belpietrana del giornalismo, infatti, non esiste la notizia in sé e per sé. Esiste una missione militare da eseguire. Evidentemente, Belpietro pensa che anche gli altri direttori di giornale, al pari suo, siano generali di un esercito di fanti che non devono discutere, non devono obiettare, non devono neanche pensare: devono solamente eseguire gli ordini del potere politico che li ha mandati alla guerra.

Per la cronaca, l’editoriale del direttore di Panorama propone anche questa mirabile frase: “ci sarebbe da chiedersi perché un tipo come il premier, tanto attento all’immagine e alla comunicazione, non si curi dell’informazione, ma questo ci porterebbe altrove”. Sì, nella repubblica delle banane. Se già non ci siamo.

venerdì 19 giugno 2009

Paradossi referendari

I padri costituenti introdussero lo strumento referendario immaginando potesse “intervenire in alcuni problemi che possono essere facilmente compresi dal popolo” (Fuschini) e, per quanto fosse necessario, dovesse comunque “essere sottoposto a cautele” facendone “un savio e corretto uso” (Ruini, presidente della commissione per la Costituzione). Per questo, pensarono bene di togliere alcune materie dalla consultazione popolare: le tasse, i trattati internazionali, le amnistie.
Personalmente – e proprio sulla base di queste considerazioni dei padri costituenti – in passato ho trovato assurdo che il popolo venisse chiamato a esprimersi sulla “servitù coattiva di elettrodotto”, sugli “incarichi extragiudiziali dei magistrati” o sulla “abrogazione dell’ordine dei giornalisti” (e perché non quello dei notai?). Perciò in tali circostanze non ho votato. L’astensione al referendum, infatti, è una posizione terza rispetto al sì e al no, non è una non-posizione come alle politiche. Significa – semplifico – “per me chiamare i cittadini a esprimersi su questa faccenda, ancorché legittimo, è fuori luogo”. E’ anche uno dei motivi per cui il referendum, a differenza delle elezioni politiche, per essere valido deve superare un quorum di votanti.
Mi rendo conto che la distinzione è sottile. Infatti, il Ministro dell’Interno Maroni – uno che la legge dovrebbe conoscerla, dato che è preposto a far rispettare la correttezza della consultazione popolare – nella sua padana ignoranza non l’ha capita e nei giorni scorsi ha suggerito di mettere dei cartelli nei seggi per ricordare che si può anche non votare: un po’ come se, alle politiche, accanto alle urne ci fosse un cartello con scritto “vota Tizio”. Per fortuna la sua indicazione non ha avuto seguito, ma già l’averla espressa è chiaro segnale di quale deriva abbia imboccato l’istituto costituzionale del referendum.
Purtroppo, in Italia la propaganda di alcune precedenti campagne referendarie (e in particolare quella sulla legge 40) ha equiparato l’astensione alla posizione di chi vuole mantenere lo status quo votando no. L’equiparazione forse non è diventata consuetudine, ma sicuramente è entrata nelle teste di molti italiani. Cosicché, se sei contrario a una legge, ti tocca turarti il naso e andare comunque a votare anche se, in cuor tuo, ti piacerebbe astenerti. Altrimenti, la tua posizione verrebbe strumentalizzata dai sostenitori del no.

Tutta questa premessa perché domenica saremo chiamati alle urne per abrogare alcune parti dell’attuale legge elettorale. Se nessun problema c’è relativamente al quesito sulla reintroduzione del voto di preferenza (scheda verde), per gli altri due la questione si complica. E anche assai. Perché quello su cui noi italiani saremo chiamati a esprimerci in sostanza è: ti vuoi tenere la legge porcata per i prossimi quindici anni o vuoi abrogarla correndo il rischio di tenerti una legge che è una porcata all’ennesima potenza?

Io non amo particolarmente il rischio. Ma, soppesando pro e contro, dico che questo è uno di quei casi in cui bisogna gettare il cuore oltre l’ostacolo. Comunque sia, sarà un errore. Teniamoci l’errore che ci permette di rimediare in tempi meno lunghi.

giovedì 18 giugno 2009

Come ingannare il telespettatore senza incorrere nelle sanzioni dell'autorità garante

Una persona a me cara ha suggerito di non guardarlo più il TG1, ché a vederlo ci si guasta il sangue. Vero. Ma io non posso farne a meno, non posso adeguarmi, perlomeno non ora. Anzi, è proprio questo il momento in cui vanno denunciati gli stupri al buonsenso, all’intelligenza dei telespettatori, all’etica dell’informazione.
Il TG4 è fazioso, è schieratissimo e viene multato per le continue violazioni alla par condicio. Il notiziario di Fede, tuttavia, non è subdolo come il TG1 minzoliniano. Il servizio di ieri sera sull’inchiesta pugliese, giusto per citare un caso, è costruito in modo tale che una eventuale denuncia all’autorità garante non troverebbe alcun riscontro sanzionatorio. Il giornalista che lo ha confezionato potrebbe difendersi dicendo che non ha detto niente che non sia vero, che non è certo colpa sua se D’Alema domenica scorsa ha detto quel che ha detto, che nessuna norma impedisce di dire che un magistrato appartiene a una corrente (anzi: diritto di cronaca), che nel servizio è stato dato spazio a due esponenti del PD così come a due del PdL. Direbbe tutte cose vere.
L’inghippo, infatti, sta nella successione delle frasi dette e di quelle non dette, nelle sfumature di tono e di colore. C’è del mestiere, insomma. Ne ho accennato anche nel mio post di ieri.
Faccio un solo rilievo. Il coinvolgimento di Berlusconi viene raccontato con frasi che evidenziano l’incertezza: millanterie, misteri, tutto da verificare. L’illazione che D’Alema sapesse, che pure è solamente un’ipotesi sostenuta da uno schieramento politico, è invece data per certa e rafforzata dalla notazione dell’appartenenza del pm a una corrente. Un inciso, quest’ultimo, rivolto a un pubblico più attento e informato. Uno si potrebbe chiedere: la famosa casalinga di Voghera cosa ne sa di Magistratura Democratica? Niente ne sa. Ma intanto si butta lì: chi vuol capire, capisce. E gli altri hanno la pulce nell’orecchio: Magistratura Democratica, Partito Democratico.

Di questa situazione ha colpa, intendiamoci bene, anche il centrosinistra. Perché non ha risolto il nodo del conflitto di interessi in quei due anni (1996-98) in cui avrebbe potuto farlo. Ma anche perché si è sempre concentrato sul minutaggio delle presenze in tv, ossia sulla quantità, perdendo di vista il modo con cui la notizia viene fornita, ossia la qualità.
Mi spiego meglio. Quante volte Vespa ha risposto ai suoi critici elencando il numero di volte che ha invitato questo o quel politico di sinistra? L’autodifesa in genere è di questo tipo: “alla mia trasmissione sono venuti tot volte esponenti di centrosinistra e tot volte quelli di centrodestra. Non ho quindi dato più spazio agli uni piuttosto che agli altri”. Il foruncolato zittisce tutti così. Poi uno va a vedere e scopre che Berlusconi è stato intervistato da tre giornalisti amici che gli hanno permesso di dire quello che voleva praticamente senza contraddittorio, mentre il suo rivale diretto (sia chi sia) ha dovuto sottoporsi a un fuoco di fila sulle divisioni interne al suo partito. Oppure si decide di invitare a una puntata sulla bioetica Quagliariello e Gasparri da una parte, Binetti e Marino dall’altra: la par condicio è rispettata, nessuno può dire niente, ma è evidente che la scelta degli ospiti non è casuale ed è costruita in modo tale da porre i due schieramenti su livelli diversi. Del resto, ai tempi dell’Unione uno dei giochini preferiti da Vespa era invitare, in rappresentanza del centrosinistra, qualcuno che fosse interprete di una linea minoritaria e magari parecchio eccentrica (chessò, si parlava dell’Afghanistan e si invitava Marco Rizzo) e su quello imbastire una bella polemica, magari accessoriata, il giorno successivo, da un suo editoriale su Nazione Resto del Carlino.
Chi è causa dei suoi mali pianga sé stesso, si potrebbe dire: non è colpa di Vespa se lo sport nazionale del centrosinistra è il litigio interno, ma è chiaro che questo modo di fare informazione non rende onore alla verità dei fatti.

Augusto Minzolini, di certo giornalismo subdolo, è un maestro. Il fatto che diriga il TG1 non è casuale ed è per questo che son tempi in cui dobbiamo stare con gli occhi bene aperti. Non venga mai il giorno in cui l’indignazione ceda il passo all’assuefazione.

mercoledì 17 giugno 2009

Sempre peggio

Ecco come il TG1 delle 20 ha parlato dell’inchiesta pugliese su Berlusconi.
L’annunciatrice introduce il servizio così: “Ancora una volta si riempiono i giornali di spazzatura e di falsità. Io non mi farò condizionare da queste aggressioni e continuerò a lavorare come sempre per il bene del Paese. Così il Presidente del Consiglio Berlusconi dopo le indiscrezioni apparse sul Corriere della Sera in merito a sospetti legati a una inchiesta della procura di Bari”.
Parola ora all’inviato, Gennaro Sangiuliano. Che inizia così: “Ancora una volta si riempiono i giornali di spazzatura e di falsità” eccetera eccetera. Della serie: repetita juvant.

Sangiuliano prosegue: “Una delle tante inchieste giudiziarie che ha per oggetto la gestione degli appalti nel settore della sanità. Cose di ordinaria vita italiana. Questa volta lo scenario è Bari. Solo che la vicenda pugliese si intreccia con la scossa annunciata da Massimo D’Alema domenica scorsa e con quelli che il Corriere della Sera definisce i misteri e le intercettazioni dell’inchiesta nelle quali si parla di feste organizzate a Villa Certosa e nella residenza romana del premier. Tutto da verificare, potrebbe trattarsi di millanterie od altro. L’indagine è promossa dal pm Giuseppe Scelsi, esponente di Magistratura Democratica”.
Alt, fermiamoci un attimo. Qualcosa non torna?
L’inizio per esempio. Una delle tante inchieste, cose di ordinaria vita italiana. Il previdente Sangiuliano mette le mani avanti: non ci saremmo nemmeno occupati di questa vicenda minima, o che saranno mai due tangenti? Tra le righe, con mille cautele e prudenze (“misteri”, “tutto da verificare”, “millanterie”) si dà anche la notizia: qualcuno è stato intercettato mentre parla delle feste a Villa Certosa e Palazzo Grazioli.
Ma poi viene svelato l’arcano vero. D’Alema. E, soprattutto, le toghe rosse. Che senso avrebbe, altrimenti, sottolineare che il pm che porta avanti l’indagine è di Magistratura Democratica?
Infatti, prosegue Sangiuliano, “ad esplodere è soprattutto la polemica politica su come Massimo D’Alema sia venuto in possesso di queste informazioni e se ad esse si riferiva la famosa scossa”.
Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. L’inviato dà per scontato che D’Alema era in possesso di certe informazioni. Venti secondi prima fa il garantista spiegando che in fondo l’inchiesta è tutta da verificare, che potrebbero essere tutte millanterie. Ora non ha più dubbi: D’Alema sapeva. Resta solo da verificare se – visto che sapeva – era quella la scossa da lui evocata. Sangiuliano non ha dubbi in proposito: “D’Alema si difende e ora parla solo di un’affermazione riferita al contesto politico”. Insomma, minimizza. Ora. Per quale motivo minimizza? Il solerte giornalista ce lo spiega subito: “i timori di un nuovo boomerang emergono nelle affermazioni di Pierluigi Bersani che chiarisce: non spetta a noi fare l’autorità morale, si affrontino i problemi reali del Paese”. Un nuovo boomerang. Già, maledetta sinistra: ci aveva provato con Noemi, ma gli è andata male, eh eh eh! E gli andrà male anche stavolta, tranquilli.

Parola, adesso, al centrodestra: “il centrodestra giunge ad adombrare ancora una volta l’uso strumentale delle inchieste giudiziarie”.
Ancora una volta. L’uso strumentale. Delle inchieste giudiziarie.

Qui termina il parlato del giornalista. Gli ultimi trentacinque secondi del servizio (di due minuti) sono le dichiarazioni di Denis Verdini (coordinatore del PdL) e Maurizio Gasparri (capogruppo del PdL).

Dopo questo servizio, pare che abbiano visto Gennaro Sangiuliano entrare in farmacia per comprare un tubetto maxi di vaselina.

Montgomery, Italia

Un assessore leghista della Regione Lombardia ha detto: “è inammissibile che anche in alcune zone di Milano ci siano veri e propri assembramenti di cittadini stranieri che sostano nei giardini pubblici, a ogni ora del giorno e della notte, come avviene per esempio ormai da qualche giorno in piazza Oberdan”.
Ora, io non pretendo che certi buffoni in camicia verde prima di parlare colleghino la lingua al cervello, ma la logica mi dice che “giardino pubblico” significa – appunto – pubblico, di chi ci passa. Non mio, tuo, suo. Di tutti, compresi i cittadini stranieri. Quindi, se uno statunitense o un inglese o un tedesco si ferma in piazza Oberdan non fa niente di male. Come non lo fa un immigrato senegalese, un richiedente asilo turco, un profugo maliano. O un rumeno.

Purtroppo, l’esponente leghista non si ferma qui. “Chi non è in regola e non ha mezzi di sostentamento deve essere allontanato dal nostro Paese. Le scene di degrado non possono più essere minimamente tollerate”.
Ora uno capisce cosa voleva dire il senatore Federico Bricolo quando, il 9 febbraio, gridò in Parlamento che non è degno di un Paese civile che una persona muoia di fame e di sete: ossia, mandiamolo a morire di fame e di sete nel suo Paese (ovviamente incivile).

Al di là di questa considerazione – logica – fa però pensare la semplificazione – altrettanto logica – compiuta da questo assessore (non mi viene dal cuore citarne il nome).
Sei uno straniero dalle sembianze non proprio anglosassoni o, quantomeno, francesi o ladine. Quindi, sei un immigrato.
E siccome sei un immigrato che te ne stai su una panchina di un parco, sei pure irregolare.
In quanto irregolare, sei un delinquente o giù di lì.
Per cui, fuori dalle palle.

Io non dico che gli immigrati debbano essere accolti tutti indiscriminatamente. Né che siano migliori di noi che abbiamo un passaporto italiano. Tantomeno nascondo il fenomeno della criminalità diffusa tra gli immigrati e, in particolare, quelli irregolari. Però questi sillogismi leghisti non mi sembrano affatto diversi da quelli che giustificavano l’apartheid in Sudafrica o negli Stati Uniti.

Rosa Parks si è trasferita in Italia e domani o dopodomani o fra una settimana rifiuterà di lasciare la panchina al giardino pubblico. Spero che quel giorno gli italiani abbiano un sussulto di dignità e sappiano riconoscerla subito.

A giudicare dal rilievo datogli dalla carta stampata e dai tg, però, non c'è da illudersi troppo...

martedì 16 giugno 2009

Ma in Italia certe cose non accadono

Il racconto che segue è inventato. I personaggi e le situazioni nelle quali vengono a trovarsi non hanno riferimento con persone realmente esistenti. Se qualcuno dovesse notare somiglianze con situazioni reali che conosce, tengo a precisare che si tratta di disgraziata e assolutamente involontaria coincidenza.

A Biscaronia (amena cittadina nello Stato di Grullandia) tempo fa è stato deciso di realizzare un piccolo polo fiere. Nessuno sentiva l’esigenza impellente di una simile struttura, ma c’era un vecchio stabilimento dove ci facevano l’olio e il dubbio era se demolirlo definitivamente o riutilizzarlo in qualche altra maniera.

Meglio riutilizzarlo, no?
Beh, sì: ma cosa ci si fa?
Uhm... Mumble, mumble... Ma certo, un polo fieristico!
Ganza, l’idea. E ci serve, a noi, un polo fieristico?
Intanto si fa, poi si vedrà.
D’accordo, però... mancano le strade, attorno è tutta campagna: se vuoi fare una roba seria, diventa un problema arrivarci.
E dai, che sarà mai: ci si penserà. Democristianamente, come vuole la tradizione della città; perché porsi ora il problema?

Bene, si è deciso di fare il polo fiere. Adesso ci vuole una bella società di gestione.
Una? Perché una sola? Facciamone due, no? La prima – socio di maggioranza il Comune, secondo azionista una società immobiliare che tanto in città fa già da anni il bello e il cattivo tempo – si occuperà del complesso immobiliare e la chiameremo Biscaronia Fiere e Tecnologia; l’altra si occuperà dell’organizzazione degli eventi e la chiameremo, con un grande sforzo di fantasia, Biscaronia Fiere e Congressi.

Che libidine: siamo a metà dell’opera! Ora bisogna fare un po’ di nomine per queste società. Gente con le palle, mi raccomando: è un’impresa non da poco, questa, e ci vogliono persone competenti, di esperienza nel settore.
Giusto! Per cominciare, presidente di Biscaronia Fiere e Tecnologia ci mettiamo Tizio: è un bravissimo figliolo, ex consigliere comunale, aveva litigato con il suo partito, ma poi in campagna elettorale aveva comunque appoggiato il nostro Saggio Governatore.
Di mestiere che fa?
Insegna all’istituto alberghiero, è cuoco.
E poi?
E poi a capo di Biscaronia Fiere e Congressi ci mettiamo Caio. E’ un giornalista del più importante network privato nazionale, fedelissimo del Sommo e Ridente Vertice Grullandiano: se non è competente lui, chi altri? Come direttore... Ma sì, direttore ci mettiamo Sempronio.
Sempronio? E chi è?
Il portavoce del Saggio Governatore!
Sorbole!
Gli facciamo un bel contrattino a tempo indeterminato, inquadramento dirigenziale da 6mila talleri mensili e buonuscita da 150mila talleri già stabilita a prescindere dalle motivazioni dell’interruzione del rapporto di lavoro.

Dunque: il progetto immobiliare ce l’ho, le società di gestione ce le ho, le poltrone ce le ho... cosa manca? Ah sì: gli eventi! Le fiere, i congressi, le manifestazioni.
Niente paura, ci pensa Caio. Eccolo qua, è appena arrivato per la conferenza stampa. Ci dica, Caio, cosa farà?
Da qui a un anno, un anno e mezzo faremo cose, vedremo gente.
Scusi, Caio, può dirci di più?
Eeeh, quanta fretta! Comunque sì, qualcosa voglio dirvi: faremo una rassegna che illustra l’attività del ministro delle strade. Bella, vero?
Certo, come no?

A questo punto abbiamo tutto. Manca solo di partire. Ehi, cosa c’è scritto sul giornale? Caio si è dimesso? Fai leggere... Caio si è dimesso per contrasti con Tizio. Naaa... Dice Caio che la situazione è ferma, han dovuto disdire tutti gli eventi che avevano in mente di fare. Naaa....
Te lo dico io. La colpa è di Biscaronia Fiere e Tecnologia, è una manovra, un complotto, un boicottaggio! Non è possibile che un progetto così bello, ambizioso, interessante, dinamico e lungimirante non vada a buon fine. Cribbio!

lunedì 15 giugno 2009

Silence, please!

L’8 giugno, una settimana fa, molti dirigenti del Partito Democratico hanno tirato un sospiro di sollievo. Perché non c’è stato lo sfondamento di Berlusconi? Perché non sono scesi sotto la soglia di sopravvivenza del 25% No, no...
Il sospiro di sollievo è stato tirato perché per due mesi son stati lì, costretti nella camicia di forza che Franceschini aveva loro imposto fino alle elezioni. Ma per fortuna queste sono passate, la camicia di forza è stata tolta e ora tutti possono dedicarsi al loro passatempo preferito. Fare sesso, ubriacarsi, viaggiare a fare spenti nella notte? Macché. Il ruzzino preferito dai dirigenti piddini è rilasciare interviste che scatenino una qualsivoglia polemica interna.

In sette giorni di appassionata lettura ho così scoperto alcune cose. D’Alema vorrebbe tanto candidarsi alla segreteria, ma sa di essere impresentabile e allora dice che lo farebbe come extrema ratio, anzi no, appoggia Bersani però se ci fossero scosse e un governo istituzionale, allora chissà. Bersani ha in mente un centro trattino sinistra che guarda a Nichi Vendola e quindi si allea con Letta, il quale infatti vorrebbe aprire all’UdC. Intanto Veltroni sostiene la Serracchiani, anzi no, non la sostiene o meglio la sostiene, ma in realtà lui appoggia Franceschini e in questo scenario ci rientra anche la Serracchiani magari in ticket, mentre alcuni quarantenni che l’ex sindaco aveva sdoganato premono a favore di Zingaretti segretario, che però si chiama fuori. Realacci è un altro che parrebbe intenzionato a candidarsi, così come la Binetti e se c’è la Binetti è automatico che poi emerge, per contrappasso, il nome di Ignazio Marino. Franceschini, che per mesi aveva detto che non si sarebbe candidato, sembra che si ricandiderà, ma non lo dice ufficialmente, lo fa trapelare da fedelissimi. Rutelli, da parte sua, non trova giusto che i quotidiani diano tanto spazio ai colleghi di partito e allora rilancia: se il Partito Democratico aderisce all’eurogruppo dell’Asde lui non ci sta e a chi gli chiede se potrebbe anche uscire dal partito, lui dà una risposta sibillina, tanto per tenersi aperte tutte le strade e mantenere alta la suspence. Gentiloni, invece, appoggia Franceschini, ma sta con Rutelli contro l’Asde.

Poi ci stupiamo se Berlusconi continua a vincere le elezioni e se uno come Fini ci fa la figura dello statista.

domenica 14 giugno 2009

La democrazia questa sconosciuta

Berlusconi ha lanciato un’accusa ben precisa: “c’è un progetto eversivo teso a voler far cadere un Presidente del Consiglio eletto democraticamente dagli italiani”.
Ora, i casi sono due.
O questo progetto è davvero eversivo – ossia, qualcuno vuol destituire il Capo del Governo facendo un colpo di Stato: carri armati in piazza, occupazione violenta della Rai e dei servizi strategici, arresti nella notte e tutto questo genere di cose – e allora bisognerebbe che intervenissero i servizi segreti, la polizia e la magistratura per porre fine a un tentativo di sovversione che ci rimanderebbe indietro ai tempi delle Brigate Rosse.
Oppure siamo in presenza di qualcosa che ha a che fare con la normale dialettica democratica: soprattutto in una forma di governo parlamentare, è nello stato delle cose che chi è all’opposizione voglia far cadere la maggioranza. Berlusconi stesso, quando c’era Prodi, ne invocava le dimissioni un giorno sì e l’altro pure, trovando pure spazio, tra una richiesta e l'altra, per convincere senatori del centrosinistra a traslocare da lui.

La sua arroganza è ben riassunta dall’editoriale odierno di Vittorio Feltri (sempre lui? Sì, sempre lui: il suo ruolo l’ho spiegato qual è, qualche post fa): “chi ha perso le elezioni non si rassegna a stare all’opposizione e cerca, impazientemente, una scorciatoia per vanificare il voto senza curarsi del cosiddetto popolo”.

La nostra Costituzione prevede un meccanismo molto semplice, che poi è il solito che c’è in Gran Bretagna, in Germania, in Spagna, in Francia, in tutte le democrazie non presidenziali. Ossia, il Governo deve avere la fiducia del Parlamento. Se la maggioranza dei componenti delle Camere vota la fiducia a un esecutivo guidato dal cavallo di Caligola, esso è legittimato anche se non ha il voto del popolo. Possiamo dire che tale procedimento sarebbe, secondo i canoni politici dell’Italia del 2009, eticamente discutibile; possiamo dire che i cittadini avrebbero diritto di sentirsi presi in giro; possiamo dire che un simile modo di fare allontanerebbe le istituzioni dal Paese reale. Ma in tutto ciò non c’è niente, ma proprio niente, di eversivo. Come detto, è normale dialettica democratica. Addirittura, c’è un Paese come la Germania che una roba del genere l’ha costituzionalizzata, tramite la cosiddetta “sfiducia costruttiva”. Non sta scritto da nessuna parte, ma proprio nessuna, che se il Capo del Governo cade, si deve per forza tornare alle urne. Dirò di più: nemmeno nelle repubbliche presidenziali. Quando Nixon si dimise, al suo posto andò Gerald Ford e ci stette fino alla scadenza naturale del mandato, senza che nessuno si scandalizzasse (anche perché l’indignazione era tutta per quel che aveva combinato Nixon, quindi sulle cause delle dimissioni e non sugli effetti).

Non mi stupisce che Berlusconi spari cazzate (del resto, nel suo caso l’età non porta consiglio, ma progressivo rincoglionimento). Non mi stupisce nemmeno che Feltri gli faccia da cassa di risonanza. O che Cossiga (altro caso in cui l’età eccetera eccetera) dalle colonne de Il Giornale illustri lo scenario eversivo di Draghi Presidente del Consiglio al posto di Berlusconi (ma magari!).
No, mi stupisce che giornali sedicenti liberali e indipendenti come il Corriere della Sera o La Stampa riportino tali e quali le frasi senza mettere in evidenza la loro gravità (se fosse vero il caso uno di cui sopra) o la loro infondatezza costituzionale (caso due).
Ormai non dovrei stupirmi più di niente. Eppure...
P.S.: Leggo ora che Berlusconi ha smentito la smentita e ribadito che è il quotidiano La Repubblica a portare avanti un progetto eversivo. La sostanza non cambia: se tale progetto è realmente eversivo, è dovere della magistratura indagare e se Berlusconi ha elementi in tal senso deve renderli noti a chi di dovere. Se invece è eversivo sol perché, con un'azione di lobby e con le sue inchieste giornalistiche, mira a scalzare il capo del governo, anche questo fa parte della normale dialettica democratica. Fatte le debite proporzioni, Nixon non accusò il Washington Post di portare avanti un disegno eversivo contro di lui, casomai cercò di sminuire il lavoro di Woodward e Berstein e, quando vide non ce la faceva, si dimise per evitare una procedura di impeachment più che probabile.

sabato 13 giugno 2009

L'angolo di Piero Ottone / 4

Piero Ottone ha preso il brutto vizio di scrivere in cinquanta righe ciò che avrebbe voluto dire in poche parole. Grazie a un nuovo software che traduce e sintetizza l'Ottonepensiero, siamo in grado di riferirvi il reale significato di ogni suo prodotto pubblicistico.

Ecco quanto prodotto sul Venerdì del 12 giugno:
L’artigiano è a mezza strada fra l’operaio e l’artista, e l’Italia dovrebbe essere il paradiso dell’artigianato: siamo un popolo operoso, abbiamo senso artistico. E può anche darsi che un paradiso lo sia. Ma per lui. Non per noi: che siamo in una situazione di guerra continua, se non con la categoria, con tanti suoi esponenti. Su due fronti.
Il primo è quello degli appuntamenti. Niente da ridire se è difficile assicurarsi le attenzioni dell’artigiano di cui, di volta in volta, abbiamo bisogno. Qui si tratta di una questione di domanda e offerta: se la domanda supera l’offerta, è inevitabile che i clienti si mettano in coda e aspettino il loro turno. La guerra vera e propria comincia quando l’appuntamento è fissato, giorno, ora e minuto, e comincia l’attesa, nella speranza che l’impegno sia onorato. Esistono artigiani puntuali? Forse sì: tutto sta a trovarli. Le esperienze di tanti di noi inducono piuttosto a credere che giorno e ora abbiano un significato puramente simbolico. Certamente sono passibili di spostamenti infiniti. Per lo più in avanti, e il racconto dei contrattempi che provocano di volta in volta il ritardo potrebbe dare vita a un libro. Ma esistono anche improvvise apparizioni anzitempo. Si direbbe che essenziale sia sfuggire all’ora esatta.
Poi c’è una seconda guerra: quella del pagamento. Non parlo della cifra, che è un altro discorso: parlo del modo. Credo che gli artigiani come categoria saranno gli ultimi essere umani a scoprire l’esistenza delle carte di credito: forse non la scopriranno mai. Anche l’era degli assegni è successiva alla loro presa di coscienza. L’amore degli artigiani per il contante non ha limiti.

Ecco cosa in realtà voleva scrivere:
La scovsa settimana mi si è fulminata una lampadina in bagno. Ho chiamato un elettvicista perché io non mi abbasso a questi lavovi plebei. Cavi lettovi, è venuto dopo quattvo giovni, pensate! Una situazione incvesciosa, che mi ha fatto infuviave. Come se non bastasse, ha pveteso cinquanta euvo pev il distuvbo. Che ladvo! Che taccagno!

Gran Sesso?

Mi ha parecchio incuriosito una storia che ho letto sul Corriere della Sera.
Il ministro del turismo Brambilla organizza un evento per la valorizzazione dell’area protetta del Gran Sasso. Che però è area di competenza del ministro dell’ambiente Prestigiacomo e che, ovviamente, non la prende tanto bene.
E fin qui son cose che ci stanno.


L’aspetto interessante è il sottobosco politico di questa diatriba. La Brambilla doveva diventare ministro già l’anno scorso e, guarda caso, proprio all’ambiente. Non ci riuscì per l’ostilità di Dell’Utri, che sentiva la concorrenza dei club della Libertà brambilliani con i suoi circoli, e la poltrona andò alla Prestigiacomo. Le cui competenze in materia ambientale si limitavano alle rogne vissute dall’azienda di famiglia, la Fincoe (la signora ministro possiede tuttora il 21.5% delle quote azionarie), operante nel settore petrolchimico: infatti, tra i suoi primi provvedimenti, c’è stato quello di chiedere alla Unione europea una deroga sulle emissioni di anidride carbonica in atmosfera. La Prestigiacomo, però, era la donna immagine di Forza Italia, non poteva rimanere fuori dalla compagine governativa e allora fu messa lì, a un ministero che nella logica berlusconiana degli affari conta un cazzo ed è bene che ci sia qualcuno che non faccia casino quando c’è un appalto da assegnare, una centrale nucleare da sostenere o un’autostrada da costruire.
La Brambilla, da parte sua, ci rimase male e, avendo Berlusconi promesso in campagna elettorale quattro ministre donne e dodici ministeri, si dovette accontentare di un sottosegretariato. Passato il purgatorio è stata nominata il mese scorso ministro del turismo. Le sue competenze in materia fino a un anno fa erano ignote, ma tant’è. Scosciandosi in diretta tv, era entrata nelle grazie del Presidente del Consiglio (nonostante la differenza di età) (la differenza di età tra la Brambilla e Noemi, intendo) e quindi in una maniera o nell’altra andava pur ricompensata.
Ma non finisce qui. Perché scopro che il presidente del parco nazionale dell’Abruzzo è Arturo Diaconale. Un giornalista che mai, nella sua carriera, si era occupato di vicende ambientali e che, anzi, si era messo in mostra dalle colonne del quotidiano L’Opinione (ebbene sì, esiste un quotidiano che si chiama così. Una volta l’ho visto in un’edicola a Milano) dicendo tutto il male possibile del centrosinistra e tutto il bene possibile di Berlusconi. Diaconale, qualche mese fa, si era candidato segretario del Partito Liberale Italiano (sì, esiste ancora il Partito Liberale Italiano) con l’obiettivo di farlo confluire nel PdL. Ahilui, non ci riuscì, ma lo sforzo fu apprezzato molto perché, tempo una settimana, la Prestigiacomo lo nominò commissario straordinario del Parco.

Non è la prima e non sarà certo l’ultima volta – e di sicuro non è prerogativa del centrodestra, perché pure il centrosinistra il vizietto ce l’ha – che persone totalmente incompetenti di una materia vengono chiamate ad occuparsene per meriti a prescindere (diciamo così). Forse non sarebbe il caso nemmeno di stupirsene. E invece no. L’indignazione, la denuncia, lo sputtanamento devono continuare. Soprattutto in un caso come questo dove le esigenze dell’ambiente, del turismo, del parco nazionale restano parecchio, ma parecchio parecchio, sullo sfondo e tutto è condizionato da una gestione del potere che parte dalla bellezza femminile e finisce alle marchette giornalistiche.

mercoledì 10 giugno 2009

E tanto il tempo se ne va


Leggere o ascoltare certe ricostruzioni sul day after del Partito Democratico dopo le elezioni amministrative ha un effetto straniante e atemporale. D’Alema si candida alla segreteria, anzi no: alla presidenza, perché Marini si è incontrato con lui e, dopo aver parlato anche con Fassino, ha concordato che è meglio così, considerato anche Bersani. Intanto Rutelli convoca i suoi, mentre Rosi Bindi rispetta la moratoria.
Roba da guardare il calendario e chiedersi se è il 10 giugno 2009 o il 10 giugno 1994.
Sul serio.
I protagonisti, oggi come allora, sono sempre i soliti. E non è un caso se anche i nodi irrisolti son sempre gli stessi: si sposta l’asse verso sinistra o verso il centro? Quale rapporto si instaura con le altre formazioni dell’area antiberlusconiana? Opposizione dura o dialogante? Si fa il centrosinistra senza trattino o due liste che una si occupa degli elettori progressisti e l’altra di quelli moderati?
Forse lo fanno per rispetto delle teorie vichiane sui corsi e ricorsi storici – e in tal caso mi aspetto entro il 2011 di riesumare il dibattito surreale su Fed e Gad –, fatto sta che qualche domanda è lecita.
Questi personaggi non sono riusciti in quindici anni a risolvere alcuni problemi, nemmeno così incredibilmente grandi. Nessuno chiedeva loro di sconfiggere al Qaeda o la fame nel mondo: ci bastava che sapessero adottare una linea politica chiara e comprensibile e la portassero avanti, senza troppe polemiche, giusto quei quattro o cinque anni necessari per dare un’identità al partito. Non ci sono riusciti. Ci dovrebbero dare una, dico una, motivazione valida per la quale dovremmo dargli fiducia oggi. Hanno idee e proposte nuove rispetto al passato? Ce le illustrino. Altrimenti, cosa vogliono? Che fra quindici anni si sia ancora al punto di oggi, ossia a quindici anni fa?
Un’altra domanda bisognerebbe che costoro si ponessero. Può un partito che ambisce a essere popolare, rappresentativo di almeno un terzo degli italiani, capace di leggere i mutamenti della società e le sfide del mondo globalizzato, non essere in grado di proporre un segretario che abbia meno di sessant’anni?

martedì 9 giugno 2009

Tra interessi e valori

In un Comune vicino casa mia, i militanti del Partito Democratico – impegnati anche nella competizione per il nuovo sindaco – si son dati da fare portando in giro per il borgo un candidato all’europarlamento e distribuendo volantini e santini e opuscoli vari. Risultato: - 13% rispetto al 2008. In quel Comune l’Italia dei Valori non esiste: non c’è un segretario, non ci sono militanti, non c’è niente. Nemmeno un manifesto o un volantino o un santino. Risultato: raddoppiati i consensi in un anno.
Questo per dire che non c’era bisogno che ce lo venisse a dire il Censis che il voto alle europee è stato influenzato dai telegiornali. Chi ha un po’ battuto il territorio se ne era già accorto. Così come si è accorto che quel che fa la differenza, nell’Italia del 2009, è il grande scontro tra interessi e valori. Interessi anche terra terra, intendiamoci. La prospettiva di avere finanzieri meno rigidi quando non si rilascia lo scontrino, per esempio. La promessa di costruire un garage in quel campo che il piano regolatore prevede a destinazione agricola, anche. La speranza di avere una sistemazione iin Comune o al Consorzio di bonifica.
Con ciò non voglio dire che sia tutto inutile. Che o ci si sposta su quel piano oppure bisogna rassegnarsi alla sconfitta.
Io credo, anzi, che spesso prevalga l’effetto medico di famiglia. Ricordo il professor Di Bella. Il suo cocktail anticancro era una bufala, però lui parlava con la gente come facevano i dottori di una volta e non si limitava a prescrivere la ricetta. I pazienti avevano fiducia e si concedevano a lui con l’atteggiamento fideistico riservato ai guru.
Ecco, senza arrivare a questi eccessi bisognerebbe però ripartire da qui. Prima ancora di discutere se allearsi con l’UdC o con l’IdV o con S&L o con chi altri, bisognerebbe che dalle parti del Partito Democratico si ricostruisse un rapporto del genere.
Inseguire Berlusconi e Di Pietro sul piano della comunicazione televisiva o carismatica è una battaglia persa in partenza. Mettere o lasciare definitivamente in soffitta i valori per competere sugli interessi e basta sarebbe un tradimento della propria ragion d’essere. L’unica è rimboccarsi le maniche e creare, ma non in campagna elettorale ché è troppo facile e lo fanno tutti, una relazione diretta con le famiglie basata sull’ascolto e sulla immediatezza. E’ una strada lunga, tortuosa e in salita. Ma non mi sembra ci siano grandi alternative.

lunedì 8 giugno 2009

Tanto rumore per nulla?

L’anno scorso, alle politiche, il PdL prese il 37,4% e la Lega arrivò all’8,2%: totale 45,6%. Che è, più o meno, la percentuale raggiunta da questi due partiti alle europee: al momento in cui scrivo, a scrutini ancora non terminati, sempre il 45.6%.
Un anno fa, il Partito Democratico (inclusi i radicali) prese il 33,2% e a questa cifra bisognava aggiungere il 4,3% dell’Italia dei Valori per un totale di 37,5%. Oggi il principale partito di opposizione è al 26,2%, con i dipietristi al 7,9% e i pannelliani al 2,4%: la somma fa 36,5%.
Ora – zero virgola qualcosa in più o zero virgola qualcosa in meno cambia poco –, quali lezioni trarre? D’accordo, Berlusconi non sfonda e il Partito Democratico l’ha sfangata, anche se non può certo cantar vittoria, perché sette punti in meno son sette punti in meno, mica noccioline. Ma c’è qualcos’altro che merita una riflessione: ed è che i due schieramenti son rimasti ai valori di forza di un anno fa e che casomai è tutta una partita di giro di voti che liste della stessa coalizione si portano via o si scambiano.
Prendiamo il caso del centrosinistra. Di Pietro per un anno ha fatto la voce grossa fingendo di prendersela con Berlusconi: in realtà, il suo obiettivo reale era l’elettorato piddino, deluso dalle incertezze veltroniane, dal mancato rinnovamento della classe dirigente, dall’irrisolta questione morale in parecchie amministrazioni locali. Al netto di quelli che l’anno scorso fecero la crocetta sul simbolo PD in virtù del “voto utile”, mi pare di poter dire che il dato attuale confermi che tutto questo agitarsi dipietrista abbia pescato solo ed esclusivamente in casa amica. E’ una politica miope, che non porta da alcuna parte, anche se mi rendo conto che l’obiettivo del leader dell’Italia dei Valori non è governare, ma ritagliarsi una nicchia dalla quale fare il tribuno del popolo.
Nel centrodestra, lo scontro tra demagogia berlusconiana e demagogia bossiana ha visto prevalere la seconda: ma, ho idea, solamente perché – comunque il discorso vale anche per Italia dei Valori e, per motivi differenti, UdC e Movimento per le autonomie: non a caso, partiti più identitari che contenitori – il suo elettorato è più concentrato e motivato anche in una tornata elettorale meno sentita come questa per l’europarlamento. E, quindi, risente meno del fattore astensionismo.
La sinistra, infine. Stavolta non c’era il voto utile. Dice: se andavano insieme, superavano il quorum. Può darsi. Ma io non so se i socialisti di Nencini (ex Boselli) avrebbero accettato di stare in una lista insieme a Diliberto, o se Claudio Fava e gli ex DS avrebbero gradito la compagnia di Ferrero. Insomma, niente di nuovo sotto il sole: c’è una sinistra che ha conosciuto la difficoltà di governare e quanto questa significhi sporcarsi le mani (che non è sinonimo di “commettere illiceità”, ma semplicemente di “far compromessi con chi non la pensa proprio esattamente come te al fine di prendere una decisione che sia se non la migliore, quantomeno la meno peggiore”) e c’è una sinistra che rifiuta tale prospettiva e si crogiola in vecchi slogan, alla fin fine trovando più gratificante rimanere all’opposizione e simulare orgasmi partecipando a bellissimi cortei di bandiere rosse.

La mia speranza è che PD e sinistra traggano insegnamento da quanto avvenuto in questi ultimi dodici mesi.
Il primo: si litiga nelle direzioni e negli esecutivi, poi, una volta presa la decisione, quella è e quella deve rimanere.
Il secondo: da soli si va poco lontani.
Il terzo: diamo tempo agli ex DS scissionisti, ai vendoliani, ai verdi. Quanto tempo? Dodici mesi? Via, facciamo diciotto. Bene, fra diciotto mesi tutti insieme nel PD. In una prospettiva riformista e senza troppe gabole di schemi vecchi di decenni, lasciandosi definitivamente alle spalle “sintesi più avanzate”, “cambi di passo”, “siamo noi la vera sinistra” e tutte le altre cazzate con le quali negli ultimi dieci anni sono state giustificate le cadute dei governi di centrosinistra. Ci sono cose da fare per il Paese. La destra non è assolutamente in grado di trovare ricette che non siano demagogiche o di puro asservimento a interessi parzialissimi (alcune imprese, alcuni settori produttivi, alcune porzioni di elettorato): non ci vuole Camillo Benso conte di Cavour, è sufficiente solamente un po’ di buonsenso e sano realismo.
Per raggiungere l’obiettivo non occorrono miracoli. Basta riportare alle urne quelli che in questi ultimi due anni se ne sono allontanati, schifati dalle tortuosità del centrosinistra, dagli egoismi di partito, dalle beghe da comari che hanno contrapposto leader e leaderini. A pensarci bene, è sufficiente uno sforzo di generosità. E’ chiedere troppo?

P.S.: forse sono un illuso a scrivere queste cose. Allora, meglio un bagno di realismo: quante ore passeranno prima che, nel PD, riparta il dibattito “meglio allearsi con Di Pietro o con l’UdC? Aprire ai centristi o aprire a Sinistra e Libertà?” Si accettano scommesse su chi avvierà il dibattito: Rutelli, Letta o D'Alema?

domenica 7 giugno 2009

Lucy and Julian

Il primo di giugno di quarantadue anni fa uscì un album dei Beatles intitolato Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band. La terza canzone di quell’LP era Lucy in the Sky with Diamonds.
I maligni – che esistevano allora, esistono oggi, esisteranno sempre – sbottarono: “ah, ok: abbiamo capito, LSD” (in italiano è un po’ più difficile da cogliere, ma in inglese le parole dei titoli, eccezion fatta per congiunzioni e articoli, si scrivono con la prima lettera in maiuscolo e in effetti le tre iniziali maiuscole quelle sono).
Come al solito, i Beatles fecero finta di cadere dalle nuvole. Ma che? Ma come?
Erano quelli bravi e buoni, loro, mica come i Rolling Stones. La puritana Inghilterra non poteva sapere che si facevano di canne ben prima di Mick Jagger. E pensare che nel 1965, quando ricevettero l’MBE (Member of British Empire: insomma, diventarono baronetti), nell’attesa della cerimonia si infilarono in un cesso di Buckingham Palace, all’insaputa della Regina, e si fumarono un po’ d’erba.
Tornando alla canzone, Lennon se ne uscì con una spiegazione se non vera quantomeno verosimile: un giorno suo figlio Julian tornò dalla scuola materna e gli mostrò un disegno. “E questo cos’è?”, gli chiese il padre. “Lucy nel cielo con dei diamanti”, l’innocente risposta del bimbo all’epoca quattrenne. Chi lo sa se andò veramente così oppure no. In effetti, il testo onirico lascia spazio alle congetture dei maligni. Ma tant’è. La canzone divenne famosa e la storiella del titolo oscurò la sua valenza tecnica: personalmente, sono sempre rimasto attratto dai controtemi del basso e dell’organo presenti nel brano.
Oggi il Sunday Times pubblica la notizia che Lucy O’Donnel, la bimba che volava nel cielo, è gravemente malata. Soffre di Lupus, una malattia che nemmeno sapevo esistesse: è incurabile, cronica e, addirittura, autoimmune, ossia produce auto-anticorpi che aggrediscono i propri componenti.
Quando Julian Lennon – che sembra essersi riappacificato con sé stesso e con il mondo dopo aver avuto problemi di alcool e droga e aver gettato alle ortiche un buon talento musicale – ha saputo la notizia, ha subito avuto la premura di esserle in qualche modo vicino, nonostante ora lui abiti in Francia e, dal giorno in cui John e sua moglie Cinthya si separarono, lui non abbia incrociato che una volta la sua ex compagna di scuola materna.


E’ una di quelle storie che avrebbero sicuramente dato al John Lennon del 1965-68, quello più ispirato di sempre, lo spunto per una canzone memorabile. Peccato non sia più tra noi.

sabato 6 giugno 2009

L'angolo di Piero Ottone / 3

Piero Ottone ha preso il brutto vizio di scrivere in cinquanta righe ciò che avrebbe voluto dire in poche parole. Grazie a un nuovo software che traduce e sintetizza l'Ottonepensiero, siamo in grado di riferirvi il reale significato di ogni suo prodotto pubblicistico.

Ecco quanto prodotto sul Venerdì del 5 giugno:
Siamo fatti così…: spero che queste tre parolette, all’apparenza innocue, spariscano per sempre dal nostro vocabolario. Siamo fatti csoì: costantemente, con questo allegro intercalare, abbiamo giustificato attraverso il tempo tante nostre deficienze, tante nostre cattive abitudini. Guidiamo l’automobile come se fossimo i re della strada? Prendiamo le curve con lo stile dei corridori? Che volete: noi italiani siamo fatti così”

Cosa realmente Ottone voleva dire:
"L’altvo giovno, mentve guidavo la mia utilitavia, uno zotico mi ha supevato da destvae pev poco non mi gvaffia la fiancata. Io mi sono avvabbiato, ma quello – ovvove!, obbvobvio! – mi ha mostvato il dito medio. All'estevo queste cose disdicevoli non accadono".

mercoledì 3 giugno 2009

L'uomo del popolo

La Livia Turco che va alla trasmissione tv e non riconosce Fabrizio Corona o il Gino Flaminio che chiama “uomo del popolo” Silvio Berlusconi trovando normale che frequenti un commesso comunale non sono altro che le due facce di una stessa medaglia. Anzi, di uno stesso problema. Che riguarda il modo con il quale la sinistra si pone nei confronti dell’italiano medio. Rifiutarsi di scendere al livello del trash, del cinepanettone, degli spettacoli al Bagaglino, dei tronisti, di Stranamore, del Grande Fratello può rappresentare, certo, anche un titolo di merito. Sotto il profilo squisitamente culturale non c’è dubbio che scegliere l’ultimo libro di Hans Magnus Enzensberger o il film di Ken Loach sia più arricchente che non dedicarsi a Massimo Boldi e Maria De Filippi. Ma resta il fatto che la maggioranza degli italiani non sa chi siano Enzensberger e Loach, mentre conoscono benissimo Boldi e De Filippi.
Dobbiamo metterci bene in testa che il dibattito sulla collocazione europea del Partito Democratico o quello sulle prospettive della socialdemocrazia nell’era della globalizzazione o quello sul conflitto di interessi (giusto per citare tre esempi) è importante, ma interessa e coinvolge un numero ristretto di persone. Ciò non significa che non si debba parlare di certe questioni o che si debba scegliere il terreno basso cestinando Enzensberger a favore di Massimo Boldi e, peggio ancora, fare le corna al ministro spagnolo durante la foto di rito o le boccacce alla parata militare. Significa, al contrario, essere consapevoli che, come recitava la canzone, c’è tutto un mondo intorno che gira ogni giorno e che fermare non potrai. Diciamo che mettere, ogni tanto, la testa fuori dalle quattro pareti di casa male non fa. Ancora più salutare è un periodico bagno di umiltà: se fossi il segretario del PD (o di un’altra formazione di sinistra) obbligherei il gruppo dirigente a fare un volantinaggio porta a porta una volta ogni tre o quattro mesi, giusto per capire l’aria che tira nelle famiglie non impegnate politicamente. E poi qualche capatina al bar, anche soltanto per giocare a briscola e tressette, ché spesso è proprio durante i momenti di scazzo che si trasmettono le idee. Altrimenti, di popolare rimane solo il titolo di un brano musicale di Fossati.

martedì 2 giugno 2009

Una buona ragione per votare PD

Io ho sempre creduto nel progetto Partito Democratico.
Sì, lo so: fino ad oggi ha deluso le attese. Ha fatto come certe squadre di calcio allestite per vincere il campionato e che però faticano in avvio di stagione, con un paio di sconfitte inaspettate: così l’attaccante famoso rilascia al quotidiano sportivo un’intervista nella quale critica l’allenatore che lo fa giocare da seconda punta anziché da uomo d’area, i tifosi fanno la contestazione, la superstella comincia a guardarsi intorno e scopre che il Real Madrid gli darebbe dodici milioni di euro l’anno, il terzino rifiuta di andare in panchina, in allenamento lo stopper e il mediano si litigano dopo un’entrataccia un po’ più dura, poi ci si mettono i giornali che documentano la notte in discoteca dell'ala destra e, insomma, problema chiama problema, alla fine della stagione la squadra arriva seconda e questo viene vissuto come un fallimento epocale. Bisognerebbe vivere con maggiore serenità anche le traversie, gli imprevisti, le sconfitte. Senza andare in subbuglio, senza farsi prendere dal panico. A volte bisogna avere pazienza. Soprattutto – riprendendo la metafora calcistica – quando la squadra è completamente nuova rispetto alla stagione precedente.
Per questo spero in un buon risultato del Partito Democratico. A cose normali, direi: meglio un rovescio elettorale alle prossime europee, così i responsabili che hanno fallito vanno tutti a casa e si può ripartire di slancio, in vista dei prossimi appuntamenti alle urne. In questo caso, però, la posta in palio è troppo alta. In ballo non c’è un gruppo dirigente, ma il progetto stesso di partito nuovo. Paradossalmente, il miglior modo per far fuori – o quantomeno ridurre al silenzio – certi personaggi è quello di far sì che il partito arrivi almeno al 28%.
Io già me lo immagino cosa potrebbe accadere in caso di risultato inferiore alle attese: Letta che ribadisce la necessità di accordarsi con Casini, Rutelli che ripropone alleanze di nuovo conio, Bersani e D’Alema che vedono “ponti” a sinistra, Parisi che rivuole l’Unione di tutto il centrosinistra… e ognuno con la sua ricetta infallibile a dire “l’avevo detto io!”, in un dibattito infinito e autoreferenziale, che sfocerebbe inevitabilmente in scissioni, divisioni, ritorni al vecchio.
Se, al contrario, il Partito Democratico riuscirà ad avere un risultato accettabile – ancorché di gran lunga inferiore a quello che si sarebbe sperato un anno fa – le artiglierie spareranno a salve. Perché a febbraio i sondaggi davano i consensi in caduta libera, forse addirittura sotto al 22% e un risultato sopra il 25% era quasi impensabile. Quantomeno si farebbe un po’ di chiarezza, si pianterebbero dei paletti, delimitando aree e modalità di sconfinamento. E questo a prescindere del giudizio che possiamo dare dell’operato complessivo di Franceschini, il quale ha avuto comunque il merito di piantarli, questi paletti: “una volta presa una decisione indietro non si torna”, “se una cosa è giusta, è giusta anche se fa perdere voti” sembrano due ovvietà, ma la prassi piddina ci insegna che fino ad oggi così non è stato.

C’è un aspetto che mi preoccupa. La memoria corta. Un anno fa abbiamo impiegato poche settimane per dimenticare che, a gennaio 2008, tutto il centrosinistra arrivava forse al 25% e che il 33% ottenuto alle elezioni dal solo Partito Democratico era un mezzo miracolo. Oggi potremmo aver già scordato a che punto eravamo non più tardi di tre mesi e mezzo fa. Io spero, invece, che la memoria stavolta non ci faccia difetto: è l’unica maniera per vedere sempre di meno i volti, ascoltare sempre di meno le parole dei Rutelli, dei D’Alema, dei Marini, dei Parisi, di tutto un gruppo di politici che avrebbero anche competenze importanti a livello di governo (specialmente se raffrontate a quelle di tanti che oggi hanno responsabilità ministeriali), ma che a livello di partito han fatto solo danni, schiavi del loro smisurato ego. E che non hanno il buongusto di farsi da parte.

lunedì 1 giugno 2009

"E' uno sporco lavoro, Flanagan... ma qualcuno deve pur farlo"

Succede che c’è bisogno di qualcuno che sputtani Veronica Lario. Ma non possono certo essere Panorama, né Chi o Il Giornale: in fondo, è pur sempre la donna con cui il Capo ha condiviso gli ultimi venticinque anni. Ecco allora che s’avanza Vittorio Feltri.
Lario definisce ciarpame tutto il movimento attorno alle veline e poi osa chiedere la separazione dal marito? Intanto, pubblichiamo le foto di lei con le tette al vento, precisando che la velina ante litteram è stata proprio lei e che quindi è un’ingrata (30 aprile). Poi mettiamo in pagina una serie di articoli nei quali si sottolinea che una first lady non si comporta in questo modo (5 maggio), che non ha amato abbastanza Silvio (6 maggio), che ha un amante (30 maggio).

Per i moralisti benpensanti di sinistra, quelli per i quali le regole hanno ancora un senso, è un’escalation disgustosa e immorale di attacchi gratuiti contro una persona che ha avuto il solo torto di essersi stufata di una situazione che si protrae da lungo tempo. Per Vittorio Feltri e la redazione di Libero una medaglia da appendere al petto: hanno fatto un lavoro sporco, ma necessario, e ora attendono la giusta ricompensa.