La propaganda berlusconiana è un esercito. E, come tutti gli eserciti, dispone di varie armate, ognuna con le sue caratteristiche.C’è l’ufficio spionaggio & controinformazioni, diretto dal solerte Paolo Bonaiuti, sottosegretario a Palazzo Chigi: forse non tutti sanno che un buon trenta per cento del gossip politico retroscenistico parte da lui.
Ci sono i sottomarini, quelli che non si vedono mai e sono però pronti a colpire nella maniera più subdola e inaspettata: li dirige Augusto Minzolini che, dalla cabina di comando del TG1, colpisce le navi nemiche quando meno se lo aspettano.
Ci sono i reparti speciali d’assalto, sempre in prima linea, un metro avanti agli altri: il comandante è Vittorio Feltri, uno pronto a sbattere in prima pagina Veronica Lario con le tette al vento se c’è da distruggerla o a pubblicare incredibili test di stampo razzista per giustificare provvedimenti al limite della violazione del diritto internazionale.
Ci sono i pretoriani, un piccolo nucleo di truppe scelte e fedelissime con a capo il generale Emilio Fede.
C’è l’artiglieria pesante, le cui cannonate magari vanno a vuoto o a colpire edifici civili, ma servono anche quelle: Mario Giordano, dalle colonne del Giornale, è uno che ci prova sempre, la metà dei suoi scoop sono talmente artificiali e forzati che poi deve chiedere scusa, ma intanto la cannonata è partita e il danno è fatto, à la guerre comme à la guerre.
E infine c’è la fanteria, bravi soldatini che marciano e rispettano le consegne: il comandante in capo è Maurizio Belpietro, direttore di Panorama.
Ecco, Belpietro nell’ultimo numero del settimanale che, quando rinacque all’inizio degli anni Sessanta, ebbe come slogan (coniato da Lamberto Sechi) “I fatti separati dalle opinioni”, ha scritto queste perle: “Berlusconi non controlla un bel niente del sistema dei media (…) Il cavaliere non controlla la stampa, così come non controlla la tv, tanto che la maggior parte dei programmi di approfondimento televisivo è contro di lui (…) ciò che mi preme stabilire è che non esiste alcun controllo dei media da parte del governo”. Sono frasi che, nella settimana in cui due TG Rai su tre hanno taciuto una questione che riguardava Berlusconi, potrebbero far ridere. Ma invece sono preoccupanti. Perché una persona appena appena intellettualmente onesta venerdì prossimo dovrebbe rinunciare a comprare Panorama per manifesta incapacità di leggere la realtà. E invece il newsmagazine continuerà a vendere le sue solite 200mila copie.
Ma è interessante anche un altro passaggio dell’editoriale di Belpietro. Quello in cui spiega per quale motivo la stampa è tutta in mano alla sinistra: nelle ultime settimane sia alcuni quotidiani importanti (Corriere della Sera, Sole 24Ore, La Stampa), sia l’Ansa hanno cambiato direttore. Scrive il numero uno di Panorama: “La girandola di nomine dimostra che più della metà dei neodirettori si è abbeverata alla scuola di Eugenio Scalfari e quelli che non fanno parte di quella nidiata la pensano in maniera diametralmente opposta a Berlusconi”. Potremmo anche obiettare che né De Bortoli, né Calabresi, né soprattutto Riotta hanno mai dato prova di antiberlusconismo militante (e basta leggere certi editoriali che compaiono sui loro giornali per averne la conferma), ma questo sillogismo “hanno lavorato a Repubblica = antiberlusconiani a prescindere” è illuminante. Nella concezione belpietrana del giornalismo, infatti, non esiste la notizia in sé e per sé. Esiste una missione militare da eseguire. Evidentemente, Belpietro pensa che anche gli altri direttori di giornale, al pari suo, siano generali di un esercito di fanti che non devono discutere, non devono obiettare, non devono neanche pensare: devono solamente eseguire gli ordini del potere politico che li ha mandati alla guerra.
Per la cronaca, l’editoriale del direttore di Panorama propone anche questa mirabile frase: “ci sarebbe da chiedersi perché un tipo come il premier, tanto attento all’immagine e alla comunicazione, non si curi dell’informazione, ma questo ci porterebbe altrove”. Sì, nella repubblica delle banane. Se già non ci siamo.