venerdì 31 luglio 2009

Le mucche clonate di Berlusconi

Nel film “Anni Ruggenti” Nino Manfredi, scambiato per un gerarca fascista, viene condotto in visita agli allevamenti di mucche del posto: peccato sian sempre le solite, spostate di volta in volta per nascondere una ben misera realtà.

Il Governo Berlusconi ha assimilato quella lezione (che del resto non era soltanto finzione cinematografica) e l’ha adeguata ai tempi.
La vicenda dei fondi per il sud è, in questo senso, esemplare. C’erano 64 milioni, stanziati all’epoca di Prodi, destinati al Mezzogiorno. Tremonti, a causa della crisi economica, bloccò l’erogazione di quei soldi. Poi Micciché si è arrabbiato, ha preteso soldi per la Sicilia e così l’esecutivo ha sbloccato la situazione trasferendo 4 milioni, già previsti da una delibera del Cipe di quattro mesi fa.
Ora, ci fosse stato un governo di centrosinistra avremmo avuto facce lunghe e mogie a spiegare perché e percome i soldi eran rimasti fermi e a giustificare che di più non era proprio possibile fare.
Invece c’è un governo di centrodestra. Che prende le mucche e le sposta da una stalla all’altra. Berlusconi convoca un paio di conferenze stampa con una pletora di ministri e spiega che ha deliberato un “piano Marshall” per il sud. Anzi, no... perché Marshall? “Piano Berlusconi”! Suona bene, no? Perfetto per i titoli dei giornali e per i lanci del TG1. Tanto è quello che conta: il titolo, il lancio di agenzia. Nessuno approfondirà, o starà a sfrucugliare, nessun grande mezzo di informazione (tolti i sovversivi Repubblica e l’Unità) spiegherà che quelli erano soldi già stanziati e ristanziati e che il grande “piano Berlusconi” o “piano Marshall per il sud” altro non è, al momento, che una scatola ancora vuota.

Ma non si pensi che sia soltanto Berlusconi a fare il furbo. Il fido Sandro Bondi è un altro che ha ben compreso come si fa. Stamani è andato in aula al Senato e ha riferito sul Fondo Unico per lo Spettacolo. Tremonti aveva tagliato di 200milioni di euro, dopo le proteste il taglio è di 140milioni. Ecco come tutto è stato presentato dal ministro poeta:
Nell'odierno Consiglio dei Ministri il Presidente del Consiglio annuncerà un parziale reintegro delle risorse per il FUS, che consentirà al settore dello spettacolo di fronteggiare le necessità dell'anno in corso. L'incremento della dotazione è, tuttavia, necessario per la sopravvivenza ma non sufficiente a garantire un futuro allo spettacolo
Occhio alle parole: prima Bondi parla di “parziale reintegro”, poi di “incremento della dotazione”. Parziale reintegro significa che invece di tagliare 200 si taglia 140. Quindi, sia pure in politichese, l’affermazione è corretta. Ma con la frase immediatamente successiva si passa già a “incremento della dotazione”, espressione che vorrebbe far credere che se l’anno scorso i soldi stanziati erano X quest’anno non sono X-Y, ma X+Y. Bella furbata, vero?

Ho la vaga sensazione che in autunno, quando i nodi del terremoto in Abruzzo e della recessione economica verranno al pettine, avremo tanti altri spostamenti di mucche da un recinto all’altro. Perché la quantità di spostamenti è direttamente proporzionale alle magagne irrisolte.

Informazione di servizio

Essendo un po' timido, volutamente ho evitato di dare informazioni che riguardano la mia persona.
Tuttavia, non mi piace quell'espressione cui è costretto, per riferirsi a me, chi interviene. Tenutario del blog è proprio brutto, bisogna ammetterlo (e pure peggio di "gestore" del blog, che però sa di pompe di benzina o telefonia mobile).
Il mio nome è Feliciano.
E qui mi fermo.
Il prossimo post stasera, ora rientro a lavoro.

giovedì 30 luglio 2009

Ragionare di futuro pensando al passato

Ancora non ho deciso chi appoggerò al congresso del Partito Democratico. Credo che i tempi della mia decisione saranno più lunghi del previsto. Le mozioni, infatti, conservano tutte quel retrogusto politichese che le rende meno dissimili di quanto la polemica sui giornali potrebbe far pensare. Davvero, talvolta trovo difficile capire il perché di tanto astio nelle parole di questo o quell’esponente di uno dei candidati nei confronti di chi ne appoggia un altro.
O meglio: me lo spiego con i personalismi e con gli occhi e le orecchie rivolti al passato.
Prendiamo un articolo odierno, firmato Franco Monaco, pubblicato su Italia Oggi: in esso viene spiegato per quale motivo i prodiani di stretta osservanza appoggiano Bersani. L’ho letto con interesse perché pensavo di trovare utili indicazioni: nel programma di Bersani c’è questo e quello, nel programma di Franceschini no. Una roba così. E invece no. Niente di tutto questo.
Monaco, per spiegare il suo appoggio all’ex ministro, dice:
a) nel 2005 ci fu un’assemblea della Margherita nella quale eccetera eccetera;
b) nel 2007 Veltroni fece una scelta eccetera eccetera;
c) Prodi si è dimesso dalla presidenza del PD veltroniano;
d) la gente che ha fatto certe cose ora è tutta con Franceschini.
Argomentazioni neanche banali, ma tutte rivolte al passato. E al negativo. Non viene detto: sostengo Bersani perché ha un progetto per l’Italia migliore. O un’idea di partito più definita. No, il sostegno a Bersani è perché “di là” ci son quelli che non si sopportano. Verrebbe da chiedersi, allora, perché sostenere proprio Bersani e non anche Marino. L’unica risposta che mi son dato è che Bersani era ministro, un bravissimo ministro, e con lui c’è una consuetudine di relazioni e stime reciproche assente con l’ex chirurgo. Ma si torna al personalismo, al guardare indietro.

Spiace dirlo, ma non è questo il modo di (ri)costruire il Partito Democratico.

lunedì 27 luglio 2009

Manca poco faccio un incidente al semaforo e io penso a Berlusconi, alla laicità...

Stamani venivo al lavoro ed ero fermo al semaforo. Al verde, dall’altra parte dell’incrocio è partita una bicicletta. Poiché io avrei dovuto svoltare a sinistra, ho aspettato a muovermi per dar tempo al ciclista di attraversare. In quel momento, è passato – con il rosso – un Suv a tutta velocità. Non fosse stato per il ciclista (che pure ha rischiato di essere falciato) io sarei andato avanti tranquillamente e sarei stato centrato in pieno dal pirata della strada. Certo, avrei avuto ragione. Ma mi sarei fatto del male. Io, non lui: tra una Punto modello stravecchio e un Suv non c’è storia. E comunque avrei dovuto trovare persone disposte a testimoniare che era l’altro ad essere passato con il rosso.
Ho pensato che sono stato fermo non perché non fosse giusto attraversare: era mio diritto-dovere passare. La mia non era esitazione, ma semplicemente una scelta consapevole dovuta alla presenza del ciclista: ho tenuto conto che c’era un’altra persona che procedeva in direzione contraria alla mia e ne aveva tutto il diritto, perché era verde pure per lei. Anzi, essendo io quello che svoltava, era doveroso darle la precedenza. Sono pensieri automatici, che si fanno nell’arco di un nanosecondo nella vita di tutti i giorni.
Successivamente, ho pensato che questa fosse una buona metafora a corredo di alcuni miei strambi pensieri mattutini inerenti un commento di Silvio e una discussione sulla laicità avuta un paio di giorni fa con la mia amica Lucia. In passato (ma pure nel presente e, temo, nel futuro) a sinistra abbiamo esitato anche a esercitare il nostro diritto-dovere di attraversare con il verde e giustamente quelli dietro a noi ci clacsonavano e ci imprecavano contro. Altre volte, invece, abbiamo attraversato (o vorremmo attraversare) decisi, senza pensare che altri stanno attraversando pure loro con il verde: ci comportiamo, insomma, in maniera presuntuosa, come se il verde scattasse per noi e soltanto per noi, e gli altri (una marea di persone che legittimamente la pensano diversamente da noi) non esistessero.
Quando scrivo che bisogna essere consapevoli che certe campagne sull’etica berlusconiana (o sul conflitto di interessi o sulla laicità) tanti effetti non producono, non intendo dire che esse non siano giuste o che la sinistra debba annacquare le proprie posizioni. Dico, semplicemente, che da un lato bisogna tenere conto del ciclista che attraversa la strada e, dall’altro, che dalla via traversa può arrivare un mezzo più grande e grosso del tuo, guidato da un prepotente, che – per quanto abbia torto – nell’indifferenza generale fa del male a te, non a sé. E allora, così come si fanno delle scelte razionalmente automatiche a un incrocio semaforico, dovremmo fare delle scelte di comunicazione non presuntuose.
Una battaglia intrinsecamente giusta (così come è intrinsecamente giusto attraversare con il verde) non necessariamente implica che dall’altra parte ci sia rispondenza e prontezza nel farla propria. Trovare altri mezzi per comunicarla non significa annacquarla o concedere favori. Significa essere razionali per imparare dai propri errori.

Sempre ammesso che il nostro obiettivo non sia proprio quello di farci investire da un Suv, fracassando, oltre che la nostra automobile, pure le nostre ossa per riscuotere i soldi dell’assicurazione e, compiaciuti, da un letto di ospedale lamentarci dello strapotere dei Suv sulle strade cittadine nell’illusione che il nostro incidente abbia sensibilizzato qualcuno sulla pericolosità di certi autoveicoli.

P.S.: stamani, quando il ciclista mi ha affiancato dopo aver sfanculato il Suv, ha guardato me. E io lui. Un’intesa di un attimo, consapevoli entrambi di averla scampata bella e della stronzaggine di colui che è passato con il rosso. L’auto dietro di me non credo si sia accorta del Suv e nemmeno quella dietro la bicicletta (anche perché stava svoltando sulla sua destra). E questa potrebbe essere un’altra minimetafora per dire che spesso ci sensibilizziamo a un problema solamente quando e perché ci coinvolge direttamente.

sabato 25 luglio 2009

Liberare il merito

Un paio di giorni fa, l’editorialista del Sole 24 Ore Stefano Folli ha scritto un editoriale intitolato “Più che una resa dei conti al PD serve una visione del Paese” e concluso con il seguente passaggio: “Il terzo uomo, Ignazio Marino, risulta essere il più trasparente dei tre e soprattutto il più concreto. Colui che, bene o male, dispone di un progetto di società. Viceversa, né Franceschini né Bersani sono riusciti fino ad oggi a delineare quale Italia vogliono, qual è la loro alternativa di governo”.
Mi son chiesto qual sia la visione del Paese, il progetto di società sostenuto da Berlusconi. Riassumendolo – e sempre ammesso che ne abbia uno – a me pare che possa così essere sintetizzato: ognuno è padrone in casa propria e il più possibile libero da regole anche fuori di casa, perché meno Stato c’è e meglio è.

A questo punto mi sono preso le tre principali mozioni dei candidati segretari del Partito Democratico e ho cercato di leggerle alla luce di queste considerazioni.
I testi di Franceschini e Marino sono abbastanza simili e imperniati su parole chiave, pertanto anche un confronto sinottico è più semplice. Il documento di Bersani è invece compilato alla vecchia maniera, partendo da non brevi considerazioni sull’universo per arrivare al partito che si vuole.

Franceschini vuole “un nuovo riformismo”. La questione dei valori è anteposta a tutto: “rispettare un valore è spesso il modo migliore per difendere un interesse”. Le cinque parole chiave sono: fiducia, regole, uguaglianza, merito, qualità.
Marino punta su una “crescita del senso civico” e a “pochi, chiari, irrinunciabili valori in cui tanti si possano riconoscere”. Le sue cinque parole sono: apertura, coraggio, merito, protezione e libertà.
Al di là della differenza dei termini usati, le cose richieste sono le stesse: il senso di legalità per Marino è nel capitolo sulla protezione, per Franceschini in quello della fiducia, ma il concetto è quello.
Bersani insiste anche lui sul riformismo, sul senso civico, sulle regole. I capitoli della sua mozione si intitolano “ridurre le disuguaglianze, liberare il merito” (un’espressione molto azzeccata, questa), “riformare lo Stato per mantenere unita l’Italia”, “legalità e democrazia” e i concetti espressi sono più o meno i soliti.
Nessuno dei tre candidati si avventura in proposte astruse e slegate a quella che è la tradizione riformista italiana. Per intenderci, nessuno dei tre si sogna di smantellare la sanità pubblica o di accreditare il nucleare a scapito di altre fonti di energia pulita. Anzi, sono tutti abbastanza in linea, le differenze tra loro sono altre e cercherò di sviscerarle nei prossimi giorni.

Mi pare quindi che l’accusa di Folli sia un po’ fuori bersaglio. Possiamo rimproverare al Partito Democratico di non aver avuto fin qui – e non l’avrà fino al congresso – una linea chiara e univoca sull’immigrazione o sulla riforma delle pensioni, ma mi pare che, se le parole hanno ancora un senso, che emergano, da tutti e tre i documenti, una visione dell’Italia e un progetto per il Paese abbastanza condivisi: l’Italia non soltanto oggi è ferma, ma è pure disunita, e per farla ripartire serve valorizzare il merito attraverso valori condivisi e unificanti e l’affermazione di regole non burocratiche o impedenti, ma che liberino le energie e le risorse.
Valorizzazione del merito e rispetto delle regole. Tutti e tre i candidati hanno rimarcato questi punti. Ma ci rendiamo conto che se dalla teoria si passa alla pratica per il nostro Paese sarebbe una vera rivoluzione?

giovedì 23 luglio 2009

Di alcune vicende di cui parlano i giornali e che lasciano abbastanza indifferenti gli italiani

Quelli di Repubblica e L’Espresso posson continuare all’infinito a pubblicare registrazioni pruriginose e domande riguardanti il Presidente del Consiglio. Il punto è: cosa hanno ottenuto e cosa potrebbero ottenere?

Alla prima questione è facile rispondere: un arroccamento politico e un ulteriore convincimento di coloro che erano già convinti. L’arroccamento politico è del centrodestra, che – a differenza di quel che sarebbe accaduto nello schieramento avverso – è compatto a difesa di Berlusconi. Sospetto che, in cuor loro, tutti i leader politici del mondo democratico invidino il nostro Capo di Governo per come i suoi compagni di partito e alleati lo sostengono fideisticamente in questa vicenda. Piuttosto stanno zitti, nel centrodestra, ma non osano non dico criticare, ma nemmeno riconoscere che sì, forse certi comportamenti privati potrebbero avere implicazioni pubbliche.

Nell’opinione pubblica il risultato è a costo zero o quasi: tolto qualcuno che nel 2008 avrà votato Berlusconi perché schifato dalle divisioni interne del centrosinistra o perché richiamato dalle facili sirene delle tasse più basse e del lavoro-agli-italiani-i-romeni-fuori-dalle-palle, per il resto chi era già antiberlusconiano ha trovato nuovi motivi per rafforzare il proprio status e chi era berlusconiano non soltanto non si è smosso, ma ha realizzato nuove forme di rancore verso il gruppo Repubblica-L’Espresso e tutta la sinistra (ché tanto da quelle parti son abituati a semplificare).

La seconda questione è dunque: quale obiettivo può ottenere la campagna di stampa?
Io penso che di più di quel che ha ottenuto finora non potrà avere. E se Giuseppe D'Avanzo o Ezio Mauro sperano che le continue rivelazioni di questo marciume possano suscitare un moto di orgoglio civico e un'ondata di indignazione si illudono.
La situazione – arroccamento e ulteriore radicalizzazione nei propri convincimenti – questa è e questa rimane. Potranno essere pubblicate le registrazioni più sconce di questo mondo, potrà essere svelato l'ambiente più insano possibile, potrà venire alla luce il circuito di prostitute d’alto bordo, ruffiani e puttanieri più squallido di tutti i tempi, ma non succederà niente.
La vicenda, infatti, ben si presta a un doppio livello di lettura.
Il primo livello è quello, superficiale, del sesso e della morale privata. C’è un Presidente del Consiglio che non soltanto cornifica la moglie, ma si circonda di un vero e proprio harem di giovani e meno giovani, alcune le paga altre no, alcune se le porta a letto altre si limita a donare loro dei bijoux.
Il secondo livello è quello, profondo, delle conseguenze pubbliche. C’è un Presidente del Consiglio che antepone le proprie pulsioni sessuali alle esigenze delle relazioni diplomatiche, che promette interventi (o lo lascia credere) su appalti e affini in cambio di sesso e vari appagamenti al proprio narcisismo senile, che si espone a ricatti, che ha comportamenti che non giovano all’immagine internazionale del Paese, che mente all’opinione pubblica.
Mentre questo secondo livello è difficilmente giustificabile, il primo lo si può minimizzare facilmente. Una battuta, una considerazione su quello che è il carattere del maschio italiano da 14 a 80 anni et voilà, il gioco è fatto. Non ci fosse il Vaticano, Berlusconi avrebbe già fatto outing, vantandosi delle proprie performances e rimarcando la loro eccezionalità in rapporto all’età (con annesso ringraziamento al dottor Scapagnini).
Purtroppo, non soltanto la Chiesa cattolica si è fermata al primo livello (le critiche sono infatti limitate al ricorso a rapporti extramatrimoniali): è la maggioranza degli italiani che più in profondità non è arrivata e mai arriverà.

Se in Italia ci fosse un centrosinistra intelligente e in grado di imparare dai propri errori, farebbe attenzione a questo aspetto, alla difficoltà per milioni di persone di scendere in profondità, complice anche la mancanza di una religione civile. Perché quello che sta succedendo oggi con gli atti impuri del Presidente del Consiglio è successo ieri con il conflitto di interessi e con le leggi ad personam. L’opinione pubblica si è sempre fermata al primo livello e Berlusconi ha sempre avuto buon gioco a rivoltare la frittata a suo esclusivo vantaggio.

mercoledì 22 luglio 2009

Il sogno spezzato

Il 21 maggio 1978 era il giorno della mia prima comunione. Ricordo che eravamo a casa a mangiare con una ventina di cugini e una dozzina di zii (eh sì, qualcuno era assente). A un certo punto io ed altri ci alzammo da tavola e accendemmo il vecchio televisore in bianco e nero: c’era la tappa del Giro d’Italia. Cronometro a Venezia. Vinse Francesco Moser. Gioia. Peraltro, uno di quei miei cugini era stato suo compagno di squadra da dilettante.
Quanto mi piaceva il ciclismo!
Nel 1991 partii con due amici, i pochi soldi che avevo da parte e una tenda da campeggio e andammo a vedere il Tour de France. Primo giorno all’Alpe d’Huez: la tappa se l’aggiudicò Bugno (altra gioia), anche se il vero vincitore fu Indurain. Poi, il dì seguente, a pochi chilometri da Morzine, sotto la pioggia e un tempo da cani, con servizi igienici indegni di un Paese civile. Terzo giorno a Aix-les-Bains, con arrivo in volata. Tornai all’Alpe d’Huez nel 1997 a veder vincere Pantani. E nel 2000 ero sull’Izoard, con quella grande scritta sull’asfalto, da un lato all’altro della strada, realizzata da me e da un amico: pisamerda (tutto attaccato, ovviamente). La gente passava, gli italiani capivano, gli stranieri un po’ meno. L’elicottero, inevitabilmente visto che eravamo davvero a cinquanta metri dal GPM, la riprese dall’alto e venimmo a sapere che fu vista in mondovisione.

Negli ultimi anni ho un rapporto di amore-odio con il ciclismo. Non riesco più a esaltarmi per un corridore. Se qualcuno fa l’impresa il pensiero è uno e soltanto uno: quanto tempo prima che lo becchino all’antidoping?
Eppure il ciclismo mi piace. Mi piace vedere le tappe di montagna, quello che scatta, l’altro che ci prova senza riuscire a fare il vuoto, quell’altro ancora che rimane attardato e però va su con il suo passo e, in progressione, si riaggancia ai fuggitivi. Mi piacciono quei – rari, perché da DeZan senior a Bulbarelli i vizi rimangono i soliti e i telecronisti italiani, a differenza di quelli francesi, non stanno mai zitti – momenti in cui si sentono i rumori della corsa.

No. Tutto inutile. Non mi appassiono più. So che prima o poi un Di Luca, un Riccò, un Basso verranno pizzicati al doping.
Ma vaffanculo!

martedì 21 luglio 2009

La Frittella avvelenata

Oggi i senatori del Partito Democratico si sono visti non approvare una mozione il cui senso, in breve, era il seguente: il G8 è andato bene, ne siamo tutti lieti, ma i comportamenti privati del Presidente del Consiglio hanno indebolito l’immagine dell’Italia alla vigilia del vertice e quindi sarebbe il caso che i membri dell’esecutivo abbiano comportamenti privati consoni al ruolo pubblico e che, soprattutto, non siano tali da mettere a rischio la sicurezza nazionale.
Condivisibile o meno che fosse la mozione, ecco come la faccenda è stata trattata da Marco Frittella, al TG1 delle 20.
Il Senato dice no alla discussione sulla mozione del PD sul G8 e alle questioni di sicurezza legate alle rivelazioni sul premier. No perché il Partito Democratico è stato scorretto, dice la maggioranza. Il Partito Democratico reagisce e dice: un obbligo fare chiarezza”. Seguono dichiarazioni di Anna Finocchiaro del PD (12 secondi), Giampiero D’Alia dell’UdC (12 secondi nei quali rimarca la distanza del PD, in quanto per il suo partito la vera questione è la sicurezza delle residenze del Presidente del Consiglio), Gaetano Quagliarello (10 secondi contro il PD) e Maurizio Gasparri (15 secondi contro il PD e sulla questione etica in seno a quel partito).

A questo punto inizia l’esame di giornalismo. Cosa dice la mozione bocciata? Il giornalista non lo dice. Parla genericamente di G8 e accenna a “questioni di sicurezza”, le quali, però, sembrano legate non ai comportamenti privati del Capo del Governo, ma “alle rivelazioni” su di lui. L’obiettivo è insomma spostato sui giornali che fanno rivelazioni. Già, ma quali rivelazioni? Non si sa. Perché il TG1 ha accennato solamente a metà giugno della vicenda escort e si è guardato bene dall’informare degli sviluppi della questione, compresi gli ultimi con gli audio che confermano la versione di Patrizia D’Addario.

Insomma, una persona che guardasse solamente il TG1 non saprebbe cosa sia successo e perché la mozione è stata presentata, ma in compenso saprebbe che il PD è alle prese con una crisi etica.

Quali siano i giornali che fanno queste maledette rivelazioni nemmeno viene detto. Però si insinua. Lo zelante giornalista del TG1, infatti, ci informa in coda al servizio che “intanto è guerra di sondaggi. Per IPR, che lavora per Repubblica, la popolarità di Berlusconi è ora al 49%; per Euromedia è, invece, al 69%”.
Frittella è incappato in una svista, di certo involontaria. Dopo aver prontamente rilevato che IPR pubblica i suoi sondaggi su Repubblica, si è dimenticato, infatti, di aggiungere che Euromedia è l’istituto di sondaggi a cui da anni si affida Berlusconi, il quale spesso si consulta con la sua direttrice, Alessandra Ghisleri, prima di prendere decisioni su come muoversi per trattare mediaticamente le varie vicende che lo vedono protagonista.

Mangiare il tarpone

Lieto di essere stato smentito, ho letto con piacere la risposta di Franceschini alla mia mail di chiarimenti. Il segretario uscente del Partito Democratico mi ha ribadito il concetto in base al quale “non farà accordi di palazzo” e ha poi aggiunto che però non intende disperdere il patrimonio di esperienze di persone che eccetera eccetera. Un modo diplomatico per dire che i vari Rutelli e Marini non li manderà a quel paese e, in qualche modo, continueranno a essere protagonisti (non in positivo, aggiungo io: basti leggersi l’editoriale rutelliano pubblicato oggi su Europa).
Vabbè, faccio esercizio di realismo e dico che avevo chiesto cento per ottenere sessanta e quel sessanta – ossia: nessun accordo di palazzo, checché ne dica Marini – l’ho ottenuto. Mi accontento di poco? Può darsi. In ogni caso, si profila un congresso del Partito Democratico vero e questo è il dato politico rilevante. Due anni fa si era detto che le primarie erano una farsa perché non c’era storia, si sapeva già chi avrebbe vinto. Stavolta ci sarà anche un favorito (Bersani), ma io non sarei così sicuro della sua affermazione. Soprattutto – e questo è quel che conta – la sensazione è che a sfidarsi prima ancora che tre persone siano due, se non tre, idee di partito. Parlo di “sensazione” perché ancora non sono state rese note le mozioni Bersani e Marino. Ma tutto ciò è positivo. Certo, proprio perché si tratterà di una sfida vera e non fittizia, nei prossimi due mesi assisteremo a un dibattito talvolta sconcertante, con giornali che si scateneranno in retroscena, in questo aiutati da dirigenti che amano parlarsi addosso.

lunedì 20 luglio 2009

L'Italia è una repubblica fondata sulla mediocrità

Mi arrendo.
E riconosco di essere nient’altro che un bacchettone post-comunista. Giovane (…insomma, per i canoni di oggi) anagraficamente, vecchio di mentalità. O forse la mia è semplicemente invidia. Eppure questa è l’Italia di oggi.
Un’Italia nella quale il merito e le competenze non hanno la benché minima importanza. A fare la differenza sono, nell’ordine:

* avere la faccia tosta
* saper sfruttare il colpo di culo
* conoscere le persone giuste
* trovarsi al posto giusto al momento giusto

L'esempio più evidente e lampante, sebbene se ne possano trovare di più piccoli nelle cronache provinciali, è la famiglia Letizia.

Passi che siano evasivi su come e quando e perché hanno conosciuto Berlusconi.
Passi che siano ancor più evasivi su come, nella loro condizione economica e lavorativa, possano essere proprietari di un così elevato numero di alloggi.
Passi che la loro “bambina” aspiri a diventare, senza rendersi conto della differenza, velina o parlamentare.
Passi che ora prenderanno un sacco di soldi dalla tv pubblica, cofinanziata dai cittadini italiani con il canone, per partecipare all’Isola dei Famosi.
Appunto: famosi di che? Perché? Per cosa?

(p.s.: io sono laico, laicissimo, sulle trasmissioni della Rai. Non ho niente contro l’Isola dei Famosi. Ma finché ci vanno l’attore, ancorché caduto in disgrazia, il vecchio cantante senza contratto, il comico che non fa più ridere, l’ex calciatore che fatica a riciclarsi in una vita extrasportiva, si tratta comunque di persone che qualcosa nella vita hanno combinato, qualche merito lo hanno avuto, se non altro quello di regalarci un momento di gioia, un motivetto che ci ha resi allegri una mattina o delle emozioni che ricordiamo a distanza di tanti anni. Qui siamo invece in presenza dell’esaltazione del nulla, della mediocrità come stile di vita e del riconoscimento all’aspirazione di finire in tv senza avere qualità particolari).

EDIT: La società produttrice dell'Isola dei Famosi ha smentito la partecipazione dei Letizia. Cambia poco. Il fatto che si sia avanzata l'ipotesi e che essa sia stata credibile è lo specchio dei nostri tempi.

sabato 18 luglio 2009

...uno ci prova!

Non credo mi risponderanno, comunque sia ieri ho scritto una e-mail a Franceschini e una a Fassino.
Nei prossimi giorni, dopo che avranno presentato la loro mozione congressuale, scriverò pure a Bersani e a Marino. Così, tanto per vedere di nascosto l'effetto che fa.
Quella ai due di ieri faceva così:

Caro Dario, il 24 giugno, annunciando la tua candidatura a segretario del partito, hai detto:“Non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me. Non farò nessun accordo di palazzo, nessuno scambio di incarichi tra big nazionali, nessun patto, nessuna garanzia per nessuno”.
Caro Dario, io voglio un PD diverso da quello che ho visto finora. Non ho ancora scelto per chi votare. Per cui ti chiedo: confermi quelle parole, in particolare sull’assenza di accordi di palazzo? E, riferendomi a big nazionali, sei in grado di dirmi fin da ora che, anche se accetterai il loro contributo, i vari Rutelli e Marini (il quale ha invece preannunciato accordi di palazzo), giusto per fare due nomi, ma potrei aggiungere D'Alema, Parisi e tanti altri, non avranno incarichi di partito di alcun genere, al di fuori di quello di parlamentare?

Mò vediamo...

(come disse quello, se mi rispondono mi mangio un tarpone)
(tarpone: lemma toscano che sta a indicare un rattus norvegicus un po' cresciutello)

giovedì 16 luglio 2009

Un uomo di parola

Condono? Nooo!
“Giulio Tremonti è sceso in campo sconfessando la paternità del condono. Anzi, criticandolo: fonti del dicastero hanno fatto sapere che la regolarizzazione delle liti pendenti sarebbe inopportuna per motivi di carattere generale e di carattere finanziario” (Repubblica, 7 dicembre 2001)
“Arriva la sanatoria di Tremonti. Si tratta di un pacchetto composto da quattro misure” (Repubblica, 28 settembre 2002)

Inutile insistere: nessun condono!
“Il condono tombale non è possibile”(Sole 24 Ore, 8 novembre 2002)

“Ancora una proroga per il condono tombale... si tratta della seconda proroga del condono che in un primo momento si doveva chiudere il 16 marzo” (Repubblica, 4 aprile 2003)
“Sarà condono, sarà generalizzato e servirà a rastrellare da un minimo di 2.5 ad un massimo di 4.2 miliardi di euro... il governo ha definitivamente optato per una sanatoria degli abusi edilizi commessi a partire dal 1994. Il ministro dell’economia Tremonti punta ad un provvedimento generalizzato” (Repubblica, 11 settembre 2003)
“Concordato biennale per artigiani e commercianti, con ticket di accesso per quanti non risultino congrui con gli studi di settore” (Sole 24 Ore, 28 settembre 2003)
“Nuove proroghe in vista per il pacchetto delle sanatorie fiscali” (Repubblica, 19 febbraio 2004)

Condono? Ho detto di nooo!
“Tremonti: dirò no ad ogni condono” (Repubblica, 4 ottobre 2005)
“Il condono previdenziale agricolo entra nella Finanziaria 2006” (Sole 24 Ore, 2 novembre 2005)
“Arrivano la sanatoria per i redditi del 2003 e 2004 e il concordato per il prossimo triennio: incasseranno 3 miliardi. Cinque anni di alleggerimento contenuti nel maxiemendamento, partorito la notte scorsa dal ministro dell’economia Tremonti” (Repubblica, 14 dicembre 2005)

Uff... ma allora siete duri! Ho detto no ai condoni!
“Tremonti: mai più condoni” (Sole 24 Ore, 14 marzo 2008)
“Arriva lo scudo fiscale” (Repubblica, 15 luglio 2009)

Poi succede che un giorno in conferenza stampa un inviato (italiano, ma al servizio di una testata non italiana, ché quelle nostrane sono troppo impegnate a riempire pagine di inutili retroscena ed editoriali che rilanciano teorie economiche accantonate per manifesta infondatezza) chiede conto al ministro Tremonti dell’ultima sua incoerenza tra dichiarazioni e atti di governo.
E, ovviamente, la testa di cazzo è il giornalista.

P.S. - E se a qualcuno venisse in mente di dire “à la guerre comme à la guerre”, ci sono pochi soldi in cassa e per monetizzare dopo il terremoto va bene tutto” è bene ricordargli un’altra notiziuola: “la Corte dei Conti ha rifatto le bucce al condono tombale di Tremonti del 2002: su 26 miliardi ne mancano all’appello 5.2, che risultano mai versati dai contribuenti interessati” (Repubblica, 19 novembre 2008).

mercoledì 15 luglio 2009

And the Nobel Prize in Economics Sciences is...

Qualcuno si chiedeva cosa ci facesse Bruno Vespa nella zona rossa all’Aquila durante il G8, tra sherpa e Capi di Governo. Il suo editoriale di oggi sul Quotidiano Nazionale ci illumina in merito: era lì per illustrare le sue ricette volte a uscire dalla crisi. In sostanza, il sagace neoeconomista Rai rilancia la teoria – ormai superata – della cosiddetta Curva di Laffer.
Un passo indietro nella storia.
Arthur Laffer era un economista americano consigliere di Reagan durante la prima campagna per le presidenziali, fine anni Settanta. Un giorno, a tavola, per spiegargli le proprie idee prese un tovagliolo di carta e disegnò una curva a campana su un asse cartesiano: il concetto era che esisteva un’aliquota (vertice superiore della curva) oltre la quale un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l’attività economica e quindi ridotto il gettito e aumentato l’evasione fiscale. Per cui, riducendo l’aliquota, le entrate sarebbero magicamente aumentate, perché i soldi risparmiati sarebbero stati investiti in attività economiche. L’ipotesi lafferiana non fu mai provata, né sotto il profilo teorico, né sotto il profilo empirico.
Reagan diminuì le tasse, ma l’effetto fu solamente quello di minori entrate (nonostante il periodo di boom economico) a fronte di un livello di spesa rimasto invariato. E così il debito pubblico americano balzò alle stelle.
La teoria lafferiana affascinò Berlusconi e Tremonti nel 2001, ma poi anche loro dovettero arrendersi all’evidenza.

Nessun economista serio crede più alla curva di Laffer. Nessuno, beninteso, tranne Bruno Vespa. Che oggi la rilancia come panacea per sconfiggere l’evasione fiscale.

Pagare meno, pagare tutti è un obiettivo condivisibile. Ma pagare meno per pagare tutti è soltanto uno slogan ideologico e senza riscontri. Se si vuole pagare meno, far sì che tutti paghino è il presupposto, non la conseguenza. Se una lezione ci viene lasciata dall’esperienza reaganiana è che il calo delle entrate è certo e immediato, mentre la crescita economica (o la diminuzione dell’evasione) è soltanto possibile e, casomai, successiva e l'aumento di gettito del tutto aleatorio. Quindi, attuare tale politica in un periodo di recessione sarebbe parecchio avventato.
La dura realtà ci dice che chi vuole diminuire le tasse, per non andare incontro a conseguenze negative sul deficit e sul debito pubblico, deve contemporaneamente diminuire le spese. Per esempio, sulla sanità. O sugli ammortizzatori sociali. O sui servizi pubblici come la scuola.
La dura realtà aggiunge altresì che se si vuole combattere l’evasione fiscale sono altri gli strumenti a cui ricorrere. Per esempio, la tracciabilità dei pagamenti, non a caso abolita da Tremonti all’indomani del suo ritorno al dicastero dell’economia. O il superamento definitivo della pratica malsana dei condoni, non a caso ripresa da Tremonti negli ultimi giorni.

Ma Vespa a questi strumenti da tributaristi non dà importanza. Lui vola alto. Lassù, nell’empireo dove può stare solamente il suo mentore Berlusconi, colui che (cito l’editoriale) dovrebbe radunare attorno a un tavolo “i presidenti di tutti gli organismi imprenditoriali e professionali facendo questo discorso: la mia lucida follia, che in altri casi è stata sinonimo di successo, mi ha convinto a proporvi la riduzione delle aliquote a un quarto e un terzo del reddito. Voi sapete che c’è uno sterminato dibattito tra chi sostiene che in questo modo l’evasione verrebbe ridotta e tra chi non crede. Io sono per la prima tesi e sono sicuro che nei prossimi due anni il gettito fiscale italiano con la vostra collaborazione crescerà sensibilmente”.
Eccolo, il nuovo miracolo italiano. Era così semplice, a portata di mano: una teoria economica caduta nel dimenticatoio rispolverata dal futuro Premio Nobel per l’economia Bruno Vespa, abbinata al carisma miracoloso del Cavaliere buono di Arcore, che camminerà sulle acque e moltiplicherà pani e pesci per tutti noi.

Far l'opposizione all'opposizione*

Il Partito Democratico, oggi come oggi, è un’accozzaglia di persone e di idee abbozzate e confuse. E’ un partito che, se in Italia ce ne fosse uno di centrosinistra appena appena serio, sarebbe da starsene il più possibile alla larga. Con una classe dirigente improduttiva, antica, presuntuosa, ripiegata su sé stessa, che perde tempo a polemizzare al proprio interno, magari sulla base di diatribe che risalgono ai tempi in cui internet e la posta elettronica erano robe note solo ai laureati in informatica. E’ un partito così pretenzioso che la propria voglia di democrazia interna si è avvitata in una serie di regole astruse e incomprensibili alla gente normale.

Mi chiedo: per quale motivo un partito del genere attira così tante critiche e attenzioni malsane da parte di chi non vi si riconosce? Pensandoci bene, in fondo, ora come ora, è come sparare sulla Croce Rossa. Eppure lo si fa e senza vergogna, anzi: è un merito. Più lo critichi dall'esterno, più spari sulla Croce Rossa, e più sei ganzo. Tutti si sentono in diritto non soltanto di parlarne male, ma di dettargli la ricetta giusta e di vivisezionarlo. In questo aveva ragione Veltroni. Le altre forze politiche hanno regole di democrazia interna talora inesistenti, magari non hanno mai fatto un’elezione vera in quindici anni e nominano il leader per acclamazione. Però l’unico partito ad essere criticato per scarsa democrazia interna (magari soltanto perché nega la tessera a un tizio che, pur avendo irriso il progetto fin dalla nascita, ora pretende addirittura di fare segretario) è il Partito Democratico. Due anni fa, due leader di partito volevano partecipare alle primarie piddine e si incavolarono di brutto quando gli fu preclusa la possibilità: credevano talmente tanto nello strumento partecipativo che nel partito di cui erano e sono tuttora signori assoluti e incontrastati non gli è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di organizzare una consultazione del genere. Eppure nessuno ne chiede loro conto, casomai son loro che si permettono di chieder conto al Partito Democratico per quale motivo non è ancor più democratico (e nessuno trova paradossalmente ridicola ‘sta cosa).
Di esempi di vivisezione mediatica o politica doppiopesista potrei farne a decine.

Torno alla domanda di prima: per quale motivo? Troppo amore?
Forse per tanta gente che vorrebbe subito il più e il meglio sì. Ma dubito che opinion-makers, editorialisti di diffusissimi quotidiani, leader politici sedicenti liberali o di sinistra o riformisti (e tra questi ne inserisco alcuni che già oggi hanno ruoli di primo piano nello stesso Partito Democratico) abbiano la solita motivazione. Io penso che loro, piuttosto, siano intimoriti da una forza politica tanto realmente scalcinata oggi quanto potenzialmente innovativa domani. E perciò fanno a gara in quest’opera di distruzione. Aiutati, va detto, da un gruppo dirigente piddino con le caratteristiche di cui sopra.

Credo che il Partito Democratico sia l’esempio più evidente della teoria del doppio motore enunciata giorni fa dal direttore della Stampa Mario Calabresi: non bisogna considerare soltanto l’energia da mettere in un progetto nuovo, perché, per quanto siano perfetti i calcoli sui passaggi da fare, il tempo da dedicare, le risorse da utilizzare, essi in realtà sono sbagliati; c’è bisogno di un secondo motore che smonta le forze che in un modo o nell’altro (mettendo il bastone fra le ruote, sostenendo che non è abbastanza innovativo, rilevando che invece lo è troppo e così via), dall’esterno o dall’interno, sono contrarie al cambiamento.
Il Partito Democratico, quando è nato, tra i tanti errori commessi non ha previsto questo secondo motore. E ora ne paga le conseguenze.


*http://bucchi.blogautore.repubblica.it/?ref=hpblog (rimando a questa micidiale battuta di un genio a nome Massimo Bucchi)

lunedì 13 luglio 2009

Parabola (e chi vuol intendere intenda)

Un tizio entra in un bar e, dirigendosi al bancone, apostrofa immediatamente il barista: “Il tuo bar fa schifo!” L’esercente rimane perplesso, cerca di frugare nella sua memoria se ha mai visto prima quell’uomo, ma non fa in tempo a focalizzare perché questi prosegue: “Le tue paste sono cattive, le peggiori di tutta la città! E il caffé è solo una brodaglia d’acqua colorata”.
Il barista pensa che sì, di locali migliori del suo ce ne sono in giro: c’è la pasticceria da Ciccio, in via Garibaldi, che è un buchetto, ma fa le paste più buone di tutti; c’è il café Tulì, con il suo megabancone spaziale, il maxischermo a 132 pollici per vedere le partite e i camerieri che ti portano il bicchiere d’acqua al tavolo insieme al caffè (che lì non si chiama caffè, ma “crème de Paris”); c’è il bar Marina, con Marina la tettona che richiama frotte di camionisti. Il suo, invece, è un bar qualunque, molto frequentato perché ci sono tante persone che abitano nei paraggi e quindi anche abbastanza grande, ma non eccelle in nulla: paste né particolarmente buone né cattive, bancone normalissimo (in effetti sarebbe ora di cambiarlo, ma quest’anno non ce la fa con le spese), gelati Sammontana, il vecchietto da bar là all’angolo che ogni tanto raschia rumorosamente la gola (senza, fortunatamente, andare oltre).
Il barista pensa tutto questo mentre l’avventore continua la sua invettiva.
“Che pena questo bar... le paste le voglio gratis!”
“Ma se ancora non le ha assaggiate, come fa a giudicare?”
“Mi basta vederle in quello schifo di vetrina del bancone: è chiaro che devono per forza essere cattive, schifose, vomitevoli. Dammi una sfoglia alla mela e un croissant. Subito. E gratis!”
Il barista non capisce se il suo interlocutore stia scherzando oppure no. Nel dubbio, si rifiuta. L’avventore esce dal bar e si ferma davanti un capannello di persone: “Quell’uomo lì è un farabutto! Fa le paste più cattive della città e pretenderebbe pure di farmele pagare. Io le voglio gratis”. Qualcuno gli dà ragione: se le paste non gli son piaciute, perché dovrebbe pure pagarle? Altri, invece, si chiedono: ce ne son tanti di bar, se non gli piace questo che vada altrove: in fondo, a tante persone questo locale va bene, anche se sanno che non è il massimo della vita.

Il giorno successivo il tizio torna al solito bar. Il barista appena lo vede si scoraggia, mentre gli altri avventori son curiosi di sapere cosa succederà dopo quello che han visto il giorno precedente (tant'è che la sera a casa non hanno parlato d'altro che dello sconosciuto che ha detto che le paste facevano schifo).
L’uomo si avvicina.

“Le tue paste fanno schifo! Cos’è quello? Un croissant? Ma vergogna! I croissant veri hanno tutto un altro aspetto! E quello lì cosa sarebbe? Un bigné alla crema? Ma non farmi ridere! Chissà come l’hai fatta quella crema. Lo so io come si fa!”
“Dice?”
“Sì, dico! Mi devi assumere!”
“La devo assumere?”
“Sì, mi devi assumere. Duemilacinquecento euro al mese e io ti faccio le paste più buone e ti trasformo il locale. Qua ci metto il bancone ultramoderno, lì il tavolo da biliardo e poi i giornali li rileghiamo con il bastone per poterli sfogliare comodamente”
“No, guardi... A parte il fatto che il locale è mio, io l’ho aperto, io ci ho lavorato in questi anni e mi rendo conto che non sarà il massimo della vita, però è mio e tanta gente comunque lo apprezza o, quantomeno, lo frequenta pur riconoscendone i limiti. E quindi le paste le faccio come piace a me e il tavolo da biliardo non lo mettiamo perché non rientra nella filosofia del bar averne uno. Comunque sia, anche se lei fosse il pasticciere più bravo del mondo, io non posso permettermi di assumerla perché non ho soldi”.
“No, tu mi devi assumere. Devi, capito?”
“Io non devo proprio un bel niente”
“Questo è un bar di merda e soltanto se tu mi assumerai potrà diventare un locale all’altezza dei tempi”
“Ma se è così bravo, perché non ne apre uno lei di bar?”
“Perché a me non interessa aprirne uno nuovo. Io voglio essere assunto in questo bar”
“Se vuole glielo vendo”
“No, non te lo compro. Io voglio soltanto essere assunto qui, tu mi dai carta bianca e vedrai come te lo trasformo questo cazzo di posto!”
“E se a me poi non piacesse?”
“Cazzi tuoi!”
“Ma scusi, che referenze ha? In quali bar ha lavorato prima di oggi?”
“Che t’importa? Io ti farò le paste con la crema prodotta biologicamente e il caffè biodinamico. Non ti basta?”
Il tizio si gira poi verso gli altri clienti, che incuriositi assistono alla scenetta: “Signori, finora avete mangiato le paste più cattive della città. Volete mangiare le paste più buone del mondo? E allora dovete far sì che io sia assunto come pasticciere!”
Interviene un omino con il cappello, in fondo alla sala: “Ma a me le paste che fanno qui non dispiacciono” “Sei un cretino! Ti piacciono perché sei un ignorante. Vaffanculo! Se vuoi mangiare queste schifezze è un problema tuo. Con me mangerete solo grandi bontà. E tu, barista del cazzo, fatti da parte... ti faccio vedere io come si fanno i bigné e i croissant!”

domenica 12 luglio 2009

Il folletto della sentenziosità

Il folletto della sentenziosità si è impadronito ancora una volta del Partito Democratico. Purtroppo, è una tara di cui questa forza politica non sa liberarsi, o forse nemmeno vuole perché, in fondo, gli piace: abbandonate le vecchie ideologie, che sia questo omino dispettoso il nuovo punto di riferimento?

Per capire meglio il modus operandi dello spiritello parto dalla ultima sua manifestazione. E’ accaduto che il coordinatore di un circolo PD a Roma è stato arrestato perché stupratore seriale. Brutta storia. Fosse stato del PdL, i vertici di quel partito sarebbero rimasti in silenzio per poi cambiare bersaglio e deviare l’attenzione prendendosela con i giornali di sinistra che suonano la grancassa dello scandalismo morboso, quando invece si ha a che fare con un caso isolato e con una malattia da curare. Fosse stato dell’UdC, un paio di dirigenti avrebbero fatto visita in qualche chiesa romana per ricordare lo spirito profondamente cattolico del loro gruppo politico e avrebbero messo a tacere la questione. Fosse stato dell’Italia dei Valori, Di Pietro avrebbe acquistato una pagina dei principali mezzi di informazione per ricordare che una rondine non fa primavera e che, anzi, il suo è l’unico partito onesto e tutti i candidati, prima di esserlo, devono produrre casellario giudiziale, certificato di buona condotta, fedina penale pulita e giù giù fino alle pagelle di scuola media dalle quali risulta che avevano almeno nove in condotta.
Invece è successo al PD. Qualcuno avrebbe potuto spiegare che il tizio in questione aveva il casellario giudiziale lindo e netto, che con un disturbo psichiatrico del genere era pressoché impossibile individuare la mela marcia, che comunque c’è un codice etico che già pone dei paletti. Invece no. Non è successo niente di tutto ciò.
Il folletto della sentenziosità è entrato in azione sotto le mentite spoglie di Ignazio Marino. Che non ha detto, intendiamoci, cose campate in aria: è vero che tanti coordinatori di circolo sono stati eletti per equilibri interni (“nel capoluogo abbiamo un ex Margherita, allora al provinciale mettiamo un ex DS dalemiano”), ma ciò non obbligatoriamente significa che siano tutti immorali o disonesti o capobastone o arrivisti. Insomma, Marino avrebbe fatto meglio a star zitto.

Purtroppo, questo spiritello non nuoce soltanto al personaggio che, di volta in volta, ne è posseduto. No. Nuoce a tutto il partito, che si ritrova coinvolto in polemiche di cui avrebbe potuto fare a meno e che vanno ben oltre quelle che erano le intenzioni iniziali del personaggio posseduto dal folletto. Polemiche poi riprese – ovviamente e non c’è né da stupirsi, né da scandalizzarsi – da avversari e finti alleati e che lasciano una cicatrice che poi sarà difficile a rimarginarsi.

Il folletto della sentenziosità ha lavorato parecchio nei venti mesi di esistenza del PD. Subito dopo le primarie del 2007, delegittimando il lavoro del neoeletto segretario prima ancora che questi fosse all’opera. Immediatamente dopo le elezioni politiche del 2008, facendo dimenticare in fretta che quel risultato non era nemmeno immaginabile tre mesi prima. Nei mesi successivi, organizzando il dibattito più surreale e assurdo che un gruppo dirigente politico abbia mai, nella storia, potuto produrre. A fine 2008, in concomitanza con inchieste della magistratura su amministratori locali, evitando uno scatto di orgoglio etico e avviluppando il partito nella riesumazione di una vecchia diatriba tra due tizi risalente a quattordici anni prima. E via e via e via. Fino ad oggi. Ma sappiamo già che domani non sarà un altro giorno. Torneremo all’edicola e, sospirando, ci chiederemo: “ohibò, il folletto della sentenziosità quale polemica del cazzo è riuscito a imbastire oggi per farsi tutti del male?”

venerdì 10 luglio 2009

La religione civile di Giorgio Ambrosoli

Domani saranno trent’anni che Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese, è stato ucciso.
E mi piace ricordarlo con alcune frasi scritte qualche mese fa da Vito Mancuso in un eccellente editoriale pubblicato su Repubblica: “L’Italia è ai primissimi posti in Europa quanto a corruzione. La corruzione lacera il legame sociale producendo un diffuso senso di sfiducia e di sfilacciamento nel Paese e un’immagine negativa all’estero. Occorre chiedersi come mai siamo così corrotti e corruttori. Anche senza la retorica degli italiani brava gente, io non penso che la causa di tale fenomeno sia che gli italiani, individualmente presi, siano moralmente peggiori degli altri europei. Penso piuttosto che la causa sia la mancanza, all’interno della coscienza comune, di un’idea superiore rispetto all’Io e ai suoi interessi (…) Questo qualcosa cui l’Io sa cedere il passo è la società: il singolo si comporta onestamente verso la società perché sente che essa è più importante di lui (…) Noi italiani siamo più corrotti perché usiamo in modo distorto la nostra intelligenza, e tale distorsione si deve alla mancanza di un’idea comune più grande dell’Io, cioè di una religione civile e dell’etica che ne discende. La religione civile è ciò che consente di rispondere alla seguente domanda: perché devo essere giusto verso la società?”.

A differenza di Mancuso non mi chiedo le ragioni per le quali in Italia manca questa religione civile, anche perché mi avviterei in analisi storiche che affondano alla cultura dei Savoia e prima ancora agli staterelli italiani, all’influenza delle idee di Niccolò Machiavelli sui governanti dell’epoca, ai Comuni, alle corporazioni, all’espansione temporale della Chiesa cattolica. Mi limito invece a osservare che Mancuso ha completamente ragione. E’ la mancanza di una religione civile il vero handicap italiano. Ovunque.
Prendiamo il mondo del lavoro: non contano il merito, le idee innovative, le competenze; contano le relazioni interpersonali. Quel tizio di Bari, Tarantini, per far crescere la propria società non puntava sulla qualità del prodotto o sull’efficienza della sua organizzazione, ma sui buoni uffici del potente allettato con la troiona di turno.
Prendiamo il mondo del giornalismo: non conta la capacità di scovare notizie vere e saperle raccontare, conta la capacità di ingraziarsi chi è al posto giusto al momento giusto per poi sbolognare la versione più consona alla linea editoriale. E lo abbiamo visto in questi giorni, nel modo con il quale i media hanno resocontato sul G8 all'Aquila.
Prendiamo il mondo dello sport: la tecnica, la tattica, il sano agonismo, l’inventiva con la quale si superano gli ostacoli possono evitare la retrocessione, ma per vincere lo scudetto serve – oltre al denaro – un doping: dei medici, dei media, delle frange più scatenate di ultras e, soprattutto, degli arbitri.
Prendiamo, infine, il mondo della politica: tra un candidato che fa discorsi stupidi, ma è conosciuto dalla gente (che lo vede in televisione o lo legge sul giornale) e uno che lavora in maniera seria e ha idee, ma è meno noto (o non lo è affatto) al grande pubblico, il confronto sarà vinto dal primo dei due. Soprattutto se titilla le aspettative recondite o le pulsioni motive dell’elettore.
In tutti questi esempi gli elementi comuni sono la mancanza di una prospettiva finalizzata a una idea di comunità e la presenza di una filosofia volta all’affermazione di sé a prescindere dalle modalità e dalle ripercussioni che la propria azione può avere sugli altri.

Giorgio Ambrosoli in Danimarca o in Svezia o anche in Inghilterra (dove un deputato è costretto alle dimissioni solo perché ha messo in nota spese l’acquisto di un dvd) sarebbe stato un emerito sconosciuto. Una persona qualunque. Che, come tante altre persone qualunque, viveva la sua religione civile. Da noi è un eroe. Giusto che lo sia, un eroe, ma, al tempo stesso, è pure deprimente. Perché il suo eroismo significa che a noi italiani, trent’anni fa come oggi, manca qualcosa. Una religione (intesa sia nel senso di “re-eligere” – scegliere ancora –, sia nel senso di “religare” – legame che unisce) civile (da “civis”, cittadinesco). Ossia, ciò che ci fa essere parte di una “città” e non solamente tanti “io” che badano ognuno al proprio personalissimo tornaconto.


(post ispirato da silvio) (non berlusconi) (l'altro, quello che scrive sul blog)(però, pensandoci bene, in parte l'ha ispirato anche berlusconi)

giovedì 9 luglio 2009

I media italiani di fronte al G8

Prendete le regole della diplomazia internazionale. Mischiatele con la pigra sciatteria del giornalismo italiano. Avrete un cocktail micidiale.

Già, perché in questi giorni di G8 non ci sono mezze misure. Da un lato si monta un caso su un articolo del Gurdian palesemente infondato: perché i casi di espulsione o sostituzione di un Paese da un consesso internazionale sono più unici che rari, giusto per gravissime violazioni, magari ripetute nel tempo. Per dire: Iran e Corea del Nord, i cui leader sono così matti che in confronto Berlusconi è lo psichiatra, sono membri dell’Onu. Dall’altro lato si stappa lo champagne perché Obama (ma anche la Merkel, Ban Ki-Moon, Brown e chi più ne ha più ne metta) ha detto che l’organizzazione è ottima, l’accoglienza superba e la leadership italiana all’altezza. Ossia, quelle tre ovvietà che qualsiasi Capo di Stato o di Governo, a meno che non ci siano di mezzo gravi e conclamate violazioni al diritto internazionale, avrebbe detto di un Paese che lo ospita (rinviate alla prossima conferenza stampa la formula “i nostri due popoli sono amici”, la frase “l’Italia è uno dei nostri più grandi alleati” e l’affermazione che “ho grande stima e amicizia per il premier italiano”).

Non finisce qui. Poiché i nostri giornali non sono in grado di distinguere tra quel che è la politica internazionale e quel che è la politica interna, anche i documenti varati dal G8 vengono interpretati a seconda dell’orientamento politico del periodico. Così un vago documento di intenti stilato per accontentare un po’ tutti – e che è né più né meno quel che ci si aspettava alla vigilia, perché in certi contesti è la prassi redigere atti del genere – è un grande successo per il giornale di destra, un grande fallimento per il giornale di sinistra. Perché il primo ha da dimostrare che Berlusconi fa i miracoli anche in campo internazionale e non è vero niente quel che scrivono i giornali internazionali (sottolineando, magari, che i gufi della sinistra rosicano: questo, ohibò, è il livello), mentre il secondo deve rimarcare l’inadeguatezza dello stesso personaggio e confermare quel che è stato scritto sulla stampa anglosassone.

Se la stampa è il termometro di salute della democrazia di un Paese, stiamo freschi.

mercoledì 8 luglio 2009

Ma che senso ha (se ce l'ha) il G8?

Quando, prima metà degli anni Settanta, nacque come Library Group, quello che poi sarebbe diventato G8 aveva una sua funzione anche importante: gli Stati Uniti e i Paesi guida dell’economia mondiale (Germania, Gran Bretagna, Francia e l’astro sempre più splendente del Giappone) si ritrovavano in un consesso volutamente informale – appunto: la biblioteca – per discutere come fare a superare la crisi economica, fronteggiando i Paesi arabi e i loro ricatti petroliferi, nonché gli Stati del blocco comunista e le loro minacce bellico-ideologiche.
Il vertice, poi allargato a Italia e Canada per motivi squisitamente politico-diplomatici, aveva ancora un senso negli anni Ottanta: con il bipolarismo ancora in auge, non era così assurdo che governi che condividevano una visione del mercato e della società e con una politica estera che (pur con qualche distinguo sul Medio Oriente o qualche personalismo francese di troppo) aveva lo stesso obiettivo di fondo, si ritrovassero una volta l’anno.

Oggi questi schemi sono completamente saltati. Politicamente, non esistono più due blocchi contrapposti e se divisione c’è non è più tra est ed ovest, ma tra nord e sud, con i Paesi più avanzati che comunque procedono ognun per conto suo nelle relazioni internazionali. La Cina, un sistema che unisce il peggio del comunismo con il peggio del capitalismo, è la terza economia mondiale; l’India è la quarta. La globalizzazione fa sì che un crollo della borsa di Bangkok possa provocare disastri a Wall Street e, da qui, in tutto il resto del mondo.

Oggi a questi consessi ormai partecipa tutto e il contrario di tutto. C’è lo Stato che acquista il gas dall’Ucraina e quello che invece ha stipulato un accordo con la Russia per le scorie nucleari; c’è quello che, per motivi di politica interna, si schiera a prescindere con gli Stati Uniti e quello che, per la solita ragione, vuol distinguersi; c’è chi sostiene le ragioni di Israele senza se e senza ma e c’è chi invece è attento alle rivendicazioni palestinesi; c’è chi prende sul serio il protocollo di Kyoto e chi lo contrasta oppure dice e non fa E così via. Succede così che, ancor più che nel passato, i documenti e le decisioni adottate siano pura facciata. Tipo firmare un programma nel quale il punto più concreto recita che l’economia deve mettere al centro della sua attenzione la persona. Grazie al miccio, come si dice dalle mie parti.

La domanda sorge spontanea: ha ancora senso un G8? O un G14? O, addirittura, un G20? Questi baracconi che costano milioni di euro in misure di sicurezza e protezione quanto rendono in termini concreti?

martedì 7 luglio 2009

Beati gli ignoranti perché saranno Presidenti del Consiglio

In questi giorni di vigilia del G8 all'Aquila mi torna in mente un aneddoto raccontatomi dal mio professore di diritto internazionale quindici anni fa, quando iniziai a scrivere la mia brava tesi di laurea sulla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE). La storiella circolava nelle ambasciate europee e, purtroppo, era vera, come ebbi poi ad appurare tempo dopo.

Ci fu un vertice europeo e c'erano Eltsin, Gonzales, Major, Kohl (Kohl!), Mitterrand (Mitterrand!!). Per l'Italia c'era Berlusconi - c'è, ahimè, ancora oggi, a dire il vero - ed era la prima volta per lui. C'era il problema - e pure questo, ahimè, c'è ancora oggi - della Cecenia. Come si fa, come non si fa. Qualcuno tirò fuori che ne doveva parlare il presidente di turno della CSCE. Mitterrand: "Oui, oui... Il faut que monsieur le President...".
Tutti avevano detto la loro e Berlusconi si guardò intorno. Si alzò. E cominciò a parlare della Cecenia, della Russia, della CSCE e disse che sì, la questione doveva essere presa in mano dal presidente di turno della CSCE, cribbio. Spettava al presidente della CSCE farsi sentire e risolvere.
Poi si sedette.
Tutti lo guardarono.
Poi Berlusconi chiese a un suo consigliere diplomatico come era andato. Questi gli rispose: "Benissimo, ha parlato venti minuti senza dire niente di concreto". Berlusconi: "Senta, ma cosa è la CSCE? E, soprattutto, il presidente della CSCE bisognerà pure che dica qualcosa, no?" E il consigliere diplomatico: "Dottore... guardi che da ora a fine anno è lei il presidente di turno della CSCE!".

lunedì 6 luglio 2009

Contro Di Pietro / 3

Il mio amico Silvio (non Berlusconi!) mi chiede per quale motivo ce l’ho tanto con Di Pietro. I motivi li ho già spiegati un mesetto e mezzo fa. Però la cronaca offre spunti nuovi.
Ieri il Tonino nazionale se ne è uscito con queste parole: “Il Capo dello Stato ha chiesto al ministro della Giustizia, Alfano, di rivedere il disegno di legge sulle intercettazioni prima che approdi al Senato. Alfano ha fatto subito sapere che si, il ddl è modificabile, ma che l’esecutivo va dritto per la sua strada, aprendo solo a qualche ritocco, vale a dire che vorrebbero fare solo modifiche di facciata. In sostanza hanno mandato a spigolare il Presidente della Repubblica che, pur di evitare strappi istituzionali, ha preferito convocare l’esecutivo prima di rifiutare la firma di una legge fatta su misura per delinquere in libertà. Signor Presidente, lei sta usando una piuma d’oca per difendere la Costituzione dall’assalto di un manipolo piuttosto numeroso di golpisti”.
Il segretario del PD Franceschini gli ha risposto che è inaccettabile tirare in ballo Napolitano in questa polemica politica.
Di Pietro gli ha replicato che “come al solito, capisce fischi per fiaschi. Nessuno se la prende con il presidente della Repubblica, al quale semmai abbiamo rivolto una supplica, non certo una critica”.
Non entro nel merito delle dichiarazioni dei due leader di partito, se cioè Napolitano abbia o meno colpe.

Gli aspetti interessanti sono due.
Il primo è che, se la lingua italiana ha ancora una logica, Di Pietro ha effettivamente attaccato Napolitano (e, del resto, basta leggere i commenti sul Corriere online dei dipietristi che, appunto, se la prendono con il Capo dello Stato: anche loro, evidentemente, hanno preso fischi per fiaschi). Altro che supplica, è una critica in piena regola (e, ripeto, non interessa ora entrare nel merito, né sostengo che non sia legittimo criticare il Presidente, tutt'altro!).
Il secondo è che, alla fin fine, quel che resta non è la polemica nei confronti della legge Alfano, ma quella contro il Partito Democratico (come ha scritto Di Pietro sul suo blog “non accetto lezioni da chi fa opposizione a giorni alterni”) e contro Napolitano.

Perché ce l’ho con Di Pietro?
Perché non mi piace il suo modo di fare politica. Da ogni sua dichiarazione – come questa ultima – il concetto di fondo è che lui e soltanto lui è nel giusto; chi non la pensa come lui o è un complice in malafede di Berlusconi oppure è un imbecille totale. Non è contemplata la terza ipotesi, ossia che chi la pensa diversamente sia semplicemente uno che la pensa diversamente. E’ l’atteggiamento tipico di chi fa soltanto bassa demagogia. In questo, Di Pietro è speculare al suo Finto Nemico Berlusconi (e perché sia finto l’ho spiegato nei due precedenti post a lui dedicati).

Dirò di più. La frase finale di Di Pietro (“Come al solito, Franceschini guarda al dito e non alla luna, criticando chi denuncia lo scandalo e non chi lo commette. Ce lo ricorderemo alle prossime regionali”), con quella minaccia (“ce lo ricorderemo alle prossime regionali”) è sintomatica di un modo di fare ancora una volta simile a quello di Berlusconi. Si alza la voce e si picchia il pugno sul tavolo ben sapendo che non avrà efficacia, né sotto il profilo istituzionale (tirare per la giacchetta Napolitano in questa maniera è il modo migliore perché si arrocchi sulle sue posizioni), né sotto il profilo del consenso per il teorico avversario (del resto è un anno che gli dà del piduista, del mafioso, del dittatore: le uniche due volte in cui è calato nei consensi sono state a ottobre a seguito della riforma Gelmini e le settimane scorse per la vicenda escort e in entrambi i casi Di Pietro non c’entra niente). Ma la politica spettacolo e la demagogia non si pongono questi problemi, ad esse basta gettare fumo negli occhi alla gente. Di Pietro ha fatto fortuna con l’antipolitica da sinistra, ma ha assorbito in pieno taluni dei peggiori vizi della Casta alla quale, a parole, lui si oppone: l’arroganza, la minaccia di medio lungo periodo, la polemichetta contro l’alleato o presunto tale finalizzata solo a ottenere lo strapuntino di visibilità nel tg di mezza sera.

domenica 5 luglio 2009

"...c'è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette... non è stata colpa mia!"

Silvio Berlusconi è un bugiardo compulsivo.
L’ultimo esempio ce lo ha dato su La Stampa a un incontro con Bob Geldof. Il cantante gli fa presente che l’Italia non ha mantenuto gli impegni sugli aiuti ai Paesi in via di sviluppo e il Presidente del Consiglio gli ha risposto così: “Lei ha ragione, c’è un ritardo nei pagamenti. Noi, però, siamo stati via dal governo per due anni e mezzo. Quando siamo tornati, abbiamo trovato un debito del 110% rispetto al Pil. Ora, a causa della crisi economica, questo debito è salito al 120% e l’Unione Europea non ci permette di restare a questi livelli
Poiché il direttore Mario Calabresi, presente al duetto, non ha sentito l’esigenza di intervenire, allora lo faccio io.
Tanto per cominciare, non è vero che il debito pubblico ereditato da Berlusconi era al 110%. Al termine del 2007 il debito era al 103,7% e al termine del 2008, dopo sette mesi di governo suo e una manovra finanziaria gestita da Tremonti che però non ha inciso sul debito, era al 105.7%.
Ma c’è di più. Il debito pubblico era tornato a salire, per la prima volta in undici anni, nel 2005 (dal 103,8% al 105,8%), quando al governo c’era proprio Berlusconi: con Prodi e Padoa Schioppa il debito era invece tornato a scendere.
Qua e là si possono aggiungere altri dati: il solito trend vale anche per il rapporto deficit / pil (era allo 0.8% al termine del 2000, era al 4.3% al termine del 2005; giù all’1.5% al termine del 2007 è oggi tornato a salire. Vabbé, c’è la crisi economica, ma non è che con Prodi ci fosse il boom), mentre il saldo primario (ovvero, la differenza tra quanto entra e quanto esce in un dato anno, al netto degli interessi sul debito) è salito con Prodi e sceso (fino allo 0.3% del Pil nel 2005) con Berlusconi.

Vogliamo giudicare sulla base dei fatti? L’attuale Presidente del Consiglio non sa governare i conti pubblici. E ha poco da appellarsi alle crisi economiche, perché il confronto con gli altri Paesi della Ue – negli anni del suo precedente mandato erano riusciti a ridurre il rapporto deficit / pil e a mantenere un buon saldo primario nazioni in difficoltà come Francia e Germania – è impietoso.

Curioso che, invece di Calabresi, sia un non giornalista, il cantante Bob Geldof, a inchiodare Berlusconi di fronte alle responsabilità dei fatti. Colui che, indegnamente, governa pro tempore il nostro Paese ha provato a rifilare al suo interlocutore la solita gabola delle toghe rosse e dell’opposizione cattiva: “Mi dispiace di non aver mantenuto le promesse, ci siamo fatti prendere da tutte le cose che ci sono cadute addosso. La crisi, il terremoto. Abbiamo anche una situazione di forte contrasto con l’opposizione, giudici che ci attaccano”. E Geldof, di rimando: “questa, signor presidente, non è una discussione sui media o il sistema giudiziario: stiamo parlando di gente povera che non ha difese”.
Una lezione di giornalismo, con buona pace del Berlusconi – Jake Blues che si appiglia a tutte le scuse possibili (mancava giusto l’invasione delle cavallette) per essere arrivato in ritardo.

sabato 4 luglio 2009

Il terzo uomo

La candidatura di Ignazio Marino, per le posizioni che ha scritto sul suo manifesto e per quel che ha detto e fatto dal 2006 ad oggi, mi dà la speranza di poter votare qualcuno che più di altri sento vicino. Parlo di speranza perché fino a che non presenterà un programma dettagliato di come vorrà organizzare il partito e quali idee per l’Italia vorrà sostenere non potrò dire “sì, ti appoggio” o “no, non ti appoggio”. Quel che vale per Franceschini e Bersani vale pure per lui. In fondo, anche Berlusconi promette salari dignitosi e diritto al lavoro. E’ il come si intende realizzare questi obiettivi che fa la differenza.

Nella candidatura vedo un rischio. Marino, forse ancor più di D’Alema, in questo momento non è un nome che unifica. Ciò è dovuto in parte a talune sue posizioni sulla laicità dello Stato, in parte alla carica simbolica positiva (il rinnovamento, la sfida all’apparato, la lotta a un modo di fare politica alla quale ci siamo rassegnati da anni) che il suo impegno incarna. Quindi, rischia di avere contro sia pezzi importanti dell’attuale classe dirigente, sia pezzi forse un po’ meno importanti (Binetti, Carra, Bobba), ma ugualmente rumorosi, almeno sui giornali. Dal mio punto di vista è un bene, è un punto a suo vantaggio che tali persone non siano dalla sua parte. Ma la conta è la conta... e questa gente controlla e orienta parecchi militanti.

Marino e chi lo affianca (Civati in primo luogo) dovranno essere molto bravi a trasformare il rischio in opportunità: cioè a far sì che un partito con un’identità più definita (e non soltanto sulla laicità, ma su tante altre questioni) non si riduca a un Partito d’Azione del Duemila, per quanto un po’ più grande e radicato sul territorio.

Un paio di cose, comunque, mi sento di chiedere a Marino, una in caso di vittoria, l’altra in caso di sconfitta.
La prima è di non sottovalutare la forma partito. L’organizzazione è importante. E’ stato l’anello debole di Veltroni, come già all’epoca dei Democratici di Sinistra. Invece è importante. Il responsabile organizzativo del partito non potrà essere un filosofo, uno che vola alto, uno che pensa che i blog siano più importanti delle tessere, ignorando che il 90% degli ultracinquantenni non sa cosa sia un web forum. Dovrà essere un pragmatico all’ennesima potenza. Spiace dirlo, ma è così. Altrimenti, il rischio è di far la fine della cavalleria polacca contro i panzerkampfwagen tedeschi.
La seconda cosa che mi sento non di suggerire, ma di pretendere è che il concetto espresso da Marino in base al quale “se non si trova un accordo, o se vogliamo chiamarla una mediazione alta, su un tema specifico, io penso che tutto il partito debba esprimersi liberamente e poi esigere fedeltà alla linea decisa democraticamente dalla maggioranza”, sia rispettato sempre e fino in fondo. Ossia, in caso di sconfitta alle elezioni per il segretario di partito, sarei molto deluso se Marino vivacchiasse a capo di una corrente che ponesse aut aut per poi smarcarsi su questa o quella decisione, magari in nome della libertà di coscienza o del fatto che un referendum è trasversale ai partiti e quindi si può anche avere una posizione diversa. No, quello che si chiede che valga per Paola Binetti o Francesco Rutelli deve valere anche per Ignazio Marino e Pippo Civati. Sarei molto deluso se il giorno successivo alle primarie, nel caso di una eventuale affermazione di uno degli altri due candidati, iniziasse l’opera di delegittimazione del vincitore. O, peggio, qualcuno cominciasse a dire: “io non ci sto più”, solo perché ha perso.

venerdì 3 luglio 2009

Il punto sul congresso

Pierluigi Bersani ha annunciato la sua candidatura, appellandosi ai giovani e facendosi sostenere dai vecchi. Per adesso, vaghe indicazioni di massima su cosa intende fare.
Anche Dario Franceschini ha dichiarato di voler correre, fornendo vaghe indicazioni di massima su cosa intende fare.
Debora Serracchiani, dopo aver pregiudicato con l’ottimo risultato alle europee un buon 30% di simpatie che aveva in precedenza, si è alienata un’ulteriore 30% a causa di una battuta (vota Franceschini perché gli sta simpatico) e di una considerazione abbastanza scontata (non si può ridurre tutto all’unico tema della laicità).
Una pletora di dirigenti si è schierata con Bersani o con Franceschini a prescindere: non avendo nessuno dei due presentato un programma, non è dato sapere i reali motivi per i quali appoggiano l’uno o l’altro. Forse per simpatia (ma loro hanno la furbizia di non dirlo). O forse per altri motivi (che hanno la furbizia di non dire).
Walter Veltroni è tornato a parlare e, dopo aver ricordato tra le righe che lui è la politica buona, ha sparato a zero su Massimo D’Alema, peraltro senza mai citarlo.
Anche Massimo D’Alema è tornato a parlare e, dopo aver sottolineato attraverso giri di parole che lui è la politica intelligente e tutti gli altri sanno una sega loro, ha sparato a zero su Walter Veltroni, peraltro senza mai citarlo.
I “piombini” lavorano a una terza candidatura, anche se fino ad ora non si sa chi sia.

Insomma, finora tutto come da copione già scritto.


EDIT: il terzo uomo ora c'è. Ignazio Marino. Bravissima persona. Confesso di avere un pregiudizio positivo nei suoi confronti e quindi sono particolarmente curioso di conoscere il programma che ha in mente per il partito e per il Paese. Questa roba del ticket, tuttavia, mi sa di vecchio (con rispetto per Civati).

giovedì 2 luglio 2009

La macchina del consenso non deraglia mai

S’avanza una nuova regola in Italia. C’è una tragedia – un terremoto, una strage in stazione, una donna che muore dopo diciassette anni di stato vegetativo – e guai fare polemiche. Per dirla con le parole del TG5 una giornata “dedicata solo al silenzio e alla memoria delle vittime”. Chi fischia, chi contesta, chi mette il dito nella piaga è un facinoroso (cfr. ancora il telegiornale di Mimun), un prezzolato della sinistra, un poco di buono che non ha rispetto nemmeno dei morti.
Cazzate.
Ipocrisia allo stato puro.
Primo, perché chi si arrabbia può essere mosso da tante ragioni. Magari è incazzato perché non sopporta che in un Paese civile un sisma neanche così eccezionalmente potente faccia tanti morti o che un treno carico di gas possa rappresentare un tale pericolo. O magari ha i nervi perché pensa che il capo del Governo sia lì per fare passerella, visto che già la volta scorsa i sondaggi eccetera eccetera. O magari ancora è uno che contesterebbe comunque, a prescindere dal colore politico, solo perché di fronte ha un’istituzione e ce l’ha con la Casta.
Secondo, perché siamo in Italia e la soglia dell’attenzione anche verso vicende che ci colpiscono emotivamente fa presto a scendere in picchiata. Passato un giorno la notizia è derubricata dopo la discussione in Parlamento, trascorsa una settimana viene data dopo il servizio sul tempo nel week end e il mese successivo non interessa più nessuno. Allora ben venga la polemica non strumentale, quella che nel giorno del terremoto ricorda come in Italia si pensa a costruire e a murare, ma non a mettere in sicurezza, quella che nel giorno del disastro ferroviario rammenta che la manutenzione va in secondo piano rispetto alle esigenze del pareggio di bilancio. Ben venga il fischio che ricorda al governante o all’oppositore che ha delle precise responsabilità, se non presenti o passate, quantomeno future affinché certi episodi siano prevenuti il più possibile.

E poi c’è una terza ragione per dire che questa regola del silenzio è ipocrita. Perché vale solamente per chi fischia e contesta. Non per chi applaude e grida bravo. Eppure il rumore è rumore. Allora, non chiamiamola per favore “rispetto per le vittime”. Chiamiamola con il suo vero nome: “creazione del consenso anche nei momenti di dramma”. Non potendo abrogare per legge i fischi, si cerca di mettere le braghe alla macchina del conformismo, inventando ridicole regole pseudo morali per biasimare chi non ci sta.

mercoledì 1 luglio 2009

Prima diteci cosa volete fare, poi casomai vi sostengo

Oggi mi veniva in mente il 2001. Ero nei Democratici di Sinistra, all’epoca, ed ero chiamato a scegliere se votare segretario Fassino o Berlinguer. Ricordo che lessi i programmi di entrambi, sottolineai con l’evidenziatore giallo i passaggi salienti e poi alla fine presi la mia decisione. Il documento di Berlinguer parlava al cuore, l’altro parlava al cervello. Scelsi il cervello perché su due punti che ritenevo dirimenti (globalizzazione e futuro del partito) mi sembrava dare risposte più esaurienti e in linea con le mie aspettative. Fu una discussione serrata, ma non credo sia stato un caso se da essa ne uscì un partito assai più forte rispetto a quello che era stato nel triennio precedente.
Cito questa esperienza perché trovo assurda la discussione di questi giorni su “chi si schiera con” in vista dell’elezione del prossimo segretario del Partito Democratico. Qual è la visione d’Italia di Franceschini e Bersani? Cosa intendono proporci riguardo alla riforma del welfare state e del mercato del lavoro? Sulla laicità dello Stato, quali garanzie concrete (a parole nessuno, nemmeno la Binetti, è per uno Stato confessionale) ci offrono? Quale modello di partito hanno in mente? Finché non ci daranno risposte certe, per quale motivo un bischero qualunque come me dovrebbe schierarsi per l’uno o per l’altro o, addirittura, per terzi nomi? D’accordo: il fatto che Bersani sia appoggiato da D’Alema e da quasi tutti i maggiorenti del partito non gioca a suo favore e sono tentato solo per questo motivo di non votarlo. Dirò di più: i problemi che il Partito Democratico ha oggi sono esattamente gli stessi che aveva l’Ulivo dodici anni fa (ho sempre ben presente quell’editoriale di Scalfari intitolato “La coalizione più pazza del mondo”: ottobre 1997) e non si capisce perché chi non è riuscito a risolverli nell’arco di dodici anni dovrebbe essere in grado di farlo da ora in poi.

Tuttavia, se la discussione si concentrerà sui nomi, allora non avremo scampo: avremo la riedizione del Veltroni vs. D’Alema, i passaggi chiave (quelli che ho elencato prima) continueranno a essere affrontati superficialmente, con formule vaghe che possano accontentare l’Enrico Letta che si astiene sulla vicenda Englaro e la Barbara Pollastrini che invece ne fa una questione di principio e, insomma, avremo il solito Partito Democratico che abbiamo avuto negli ultimi venti mesi. Se invece la discussione si concentrerà sulle cose da fare, sulle sfide da affrontare, allora avremo un partito finalmente diverso e con un’identità meno indefinita.

Per questo ad oggi trovo impensabile schierarmi con Bersani o con Franceschini. Ma anche sono in imbarazzo nel dire: voglio una terza candidatura. Perché se poi una delle prime due propone cose che mi piacciono e magari riescono a indicare una strada innovativa riuscendo in quel che non sono riusciti in dodici anni (ne dubito), perché mai dovrei chiederne una terza?
No, non è un’ultima chance che offro all’attuale dirigenza. E’ soltanto che non ne posso più di nomi. Ho bisogno che mi si parli di mercato del lavoro, di immigrazione, di quella schifezza dell’ennesimo condono inventato da Tremonti, di scuola, di frenare la fuga dei cervelli all’estero.