lunedì 31 agosto 2009

Lo prende per il culo, ne sono certo

Secondo me lo fa apposta, di prenderlo per il culo.
Parlo di Gheddafi.
In tutte le cancellerie europee Berlusconi è considerato per quello che è, un tycoon che ha scelto la politica per ragioni ben lontane da quelle che muovono tutti gli altri governanti e che nei rapporti internazionali, dopo otto anni complessivi di governo, ancora non ha capito qual è la differenza tra una pacca sulla spalla di fronte a un manipolo di fotografi e una strategia di politica estera. Però le regole diplomatiche son regole diplomatiche e allora fanno tutti buon viso a cattivo gioco: nel caso, risatina accondiscendente, comunicato ufficiale in cui spiegano che no, non è vero che c'è irritazione per quella sortita fuori luogo da parte del miliardario italiano, dichiarazioni di stima e amicizia tra popoli che da sempre eccetera eccetera.

Gheddafi no. Gheddafi lui Berlusconi lo prende per il culo. Viene in visita in Italia e sul petto si appunta la foto di un tizio libico ucciso dagli italiani e chissà quanto gode dentro di sé mentre il Presidente del Consiglio gli stringe la mano sorridente.
Poi il - ahimé - nostro Capo del Governo va a Tripoli e il Colonnello che fa? Una bella dichiarazione di fuoco contro Israele. Della serie: i postfascisti di Alleanza Nazionale hanno impiegato anni per liberarsi degli scheletri delle leggi razziali, tutta una coalizione per quindici lunghi anni si è prodotta nelle più grandi paraculate filoisraeliane (tanto che sarebbe da chiedersi quanto fossero sincere) e Gheddafi che ti fa, proprio il giorno dell'incontro con il suo dirimpettaio di là dal Mediterraneo? Accusa Israele di essere "dietro tutti i conflitti in Africa". Quel che è peggio - per Berlusconi & c. - è che dal ministero degli esteri israeliano qualche portavoce, si spera a digiuno dei recenti sviluppi di politica estera italiana, si chiede "se vi sia ancora qualcuno al mondo che prende seriamente ciò che dice quest'uomo". Ebbene sì, qualcuno c'è.
Ma certo Gheddafi dentro di sé deve aver riso tanto...

domenica 30 agosto 2009

Sputtanocrazia

Temo che in Italia la deriva verso la sputtanocrazia sia già a discreto punto. I falsi dossier, i documenti farlocchi, i testimoni di dubbia credibilità ci son sempre stati e proprio nella precedente esperienza di governo Berlusconi avevamo avuto due ottimi esempi in Igor Marini e Mario Scaramella, come giustamente ha ricordato uno dei miei sei lettori (bleistein). La differenza rispetto al passato è che le tecniche sono sempre più raffinate, il pelo sullo stomaco sempre più folto e la manipolazione sempre più subdola.
Piccolo esempio. Boffo (la cui ricostruzione nel merito della vicenda che lo riguarda somiglia vagamente alle giustificazioni che davamo da bambini alla maestra o alla mamma per le nostre malefatte, ma su questo non soffermiamoci o andremmo in tutt’altra direzione rispetto al ragionamento che vorrei proporre) e D’Avanzo mostrano come la famosa informativa della polizia sul direttore “attenzionato” e “noto omosessuale” sia una patacca. Il Giornale replica che non è vero e, per dimostrarlo, pubblica la foto del casellario giudiziale di Boffo in cui risulta la sentenza per molestie. Già, peccato che nessuno neghi la sentenza, ma semplicemente la veridicità dell’informativa. E' un po' come se io dicessi che ho la barba e, per smentirmi, qualcuno riproducesse il mio certificato di residenza. Però quella foto serve per dare credibilità. E a convincere il lettore più distratto.
E’ l’ennesima prova di come sia fondamentale guardare la luna, anziché il dito che la indica. Più ci concentriamo sui peccati di Ezio Mauro, Dino Boffo, Carlo Caracciolo, Carlo De Benedetti e più perdiamo di vista la sostanza del problema. E’ quel che vogliono gli sputtanocrati italiani: sviare l’attenzione.

Se io scrivo “è indispensabile alzare l’età pensionabile, adeguandola alle medie europee: 65 anni per tutti coloro che non siano inabili al lavoro, cui spetterebbe di andare in quiescenza anticipatamente. Così fan tutti, non si capisce perché l’Italia debba costituire una deplorevole eccezione”, probabilmente ci sarà qualcuno che interviene dicendo che ho scritto una cazzata e altri che ribatteranno che no, il mio ragionamento è giusto. La discussione, però, ed è questo ciò che conta, verterà sul sistema previdenziale italiano perché questo è il problema.
Se io aggiungo che tale frase l’ha scritta Vittorio Feltri, che in pensione ci è andato a 53 anni perché “quando andare in pensione lo decido io e non Prodi e neanche Bertinotti” (come ebbe a spiegare all’epoca dei fatti), il valore e l’importanza della frase che ho poc’anzi riportato cambia? A mio avviso no, non deve cambiare, perché il problema è la previdenza ed è reale, è proprio quello lì, non se l’autore della frase è un baby pensionato: è nel momento in cui l’attenzione passa dall’oggetto al soggetto che si rafforza la deriva sputtanocratica.

E’ ciò che vogliono gli alfieri del “tutti peccatori ergo Berlusconi non è peccatore di alcunché”.

Temo, e mi piacerebbe essere smentito, che nelle prossime settimane ci fionderemo in questa deriva: perché l'autunno ormai imminente richiede - tra difficoltà economiche che comunque rimangono, diciottomila lavoratori della scuola che rimarranno a casa e potrebbero incazzarsi di brutto, sentenza della Consulta sul lodo Alfano (6 ottobre), convenzione nazionale del Partito Democratico (11 ottobre) e primarie sempre di quel partito (25 ottobre) -, per le esigenze di potere di un Berlusconi forte numericamente, ma debole e declinante come mai prima d'ora, che la sputtanocrazia si imponga definitivamente.

venerdì 28 agosto 2009

Tutti colpevoli ergo Berlusconi non è colpevole di niente

A giugno scrissi che, nell’esercito mediatico berlusconiano, Il Giornale – diretto all’epoca da Mario Giordano – equivaleva alla vecchia artiglieria pesante, quella che sparava cannonate che andavano talvolta a colpire il bersaglio giusto e altre no, ma si prendevano per buone anche queste ultime perché tutto fa brodo; Libero – ancora sotto la guida di Vittorio Feltri – rappresentava le truppe speciali d’assalto, quelle che si muovono nella maniera più stronza e scientifica possibile, facendo il lavoro sporco, quello che gli altri non sono in grado di fare. Per dire: c’è da pubblicare le tette di Veronica Lario per ricordarle chi era e quindi che stia zitta e buona? Ecco, si fa. Ed è una pensata tipica da truppa d’assalto, né l’artiglieria pesante, né la fanteria ci sarebbero mai arrivate a una trovata del genere.
Poi c’è stato il passaggio di Feltri al Giornale e l’approdo di Belpietro a Libero. E ora Berlusconi ha ben due truppe d’assalto al suo servizio, anche perché, dietro gli apprezzamenti di circostanza, tra i due direttori c’è forte rivalità.

Il Giornale, in particolare, si è assunto il compito di sputtanare tutti coloro che osano mettere in discussione il Verbo. Repubblica osa fare domande indiscrete a Berlusconi? Vai con gli intrighi (presunti) degli editori, il defunto Caracciolo e il vivente, nonché – come non mancano mai di rimarcare da quelle parti – tessera numero uno del PD, Carlo De Benedetti. Maria Latella riedita il suo libro agiografico su Veronica Lario? Un bell’articolone in cui si ricordano i suoi insuccessi professionali e ben gli sta. I vescovi, sempre così supini verso il governo Berlusconi, hanno criticato l’atteggiamento sugli immigrati? La reazione è di quelle vigorose: il direttore di Avvenire, Dino Boffo, non soltanto sarebbe omosessuale, ma anni fa, secondo Il Giornale, avrebbe (il condizionale è d’obbligo) patteggiato per molestie contro la moglie di un suo amante.
Contemporaneamente, sia il quotidiano di Feltri sia quello di Belpietro stanno portando avanti una dura campagna mediatica contro la famiglia Agnelli, rea – sembrerebbe, ma è ancora tutto da dimostrare – di aver esportato valuta per aggirare il fisco.

Sono quindici anni che va avanti così: quando Berlusconi è in difficoltà, reagisce attaccando, alzando i toni dello scontro, insistendo sulla contrapposizione noi / loro, buoni / cattivi, bene / male. Quindi, non dovremmo stupirci. Invece, è il caso di preoccuparsi di questo ulteriore incarognimento. In primo luogo, perché l’apice è ancora lontano dall’essere raggiunto: a naso, direi che prima dovrà celebrarsi il congresso del Partito Democratico. In secondo luogo, perché il metodo usato non è quello di ribattere alle accuse che vengono rivolte a Berlusconi o al suo Governo entrando nel merito delle stesse, ma quello di gettare una badilata di merda su chi solleva obiezioni. Gli effetti cercati e voluti sono sostanzialmente due: un avvertimento pseudomafioso a chi non si adegua; un promemoria per l’opinione pubblica che in fondo ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio, tutti son colpevoli di qualcosa e quindi Berlusconi non è colpevole di niente.

Poi possiamo discutere sul fatto che Berlusconi si è dissociato da Feltri e che forse quest'ultimo la pagherà - come pagò dodici anni fa la campagna contro Di Pietro -. Però la degenerazione rimane: il direttore de Il Giornale ha sbagliato bersaglio e tempistica (errore grave per un reparto speciale d'assalto), ma quel che resta è un modo di fare giornalismo (sempre ammesso che possa definirsi tale) che non è più pubblicare notizie e commentarle, ma qualcosa d'altro e di deteriorato. Anche perché l'editore di riferimento non si sarebbe dissociato se, anziché di vescovi, si fosse trattato di industriali o sindacalisti o politici o liberi professionisti.

giovedì 27 agosto 2009

Parla come mangi

L’Espresso mette a confronto i tre candidati alla segreteria del Partito Democratico su una serie di questioni e ritengo interessante analizzare le risposte sotto il profilo stilistico. Alcune davvero rendono l’idea della grande difficoltà della sinistra a comunicare le proprie proposte in modo semplice senza scadere nel semplicismo berlusconiano.
Fa un po' eccezione Ignazio Marino, ma gli altri e, in particolare, Bersani sembrano appartenere a un altro mondo. Propongo alcuni esempi.

Domanda: il governo ha dato il via libera alle centrali nucleari: qual è la sua posizione in merito? La risposta del chirurgo è stata: “sono contrario al nucleare per il semplice motivo che il Nobel per la fisica Carlo Rubbia ci dice che oggi non esistono metodi sicuri per l’eliminazione delle scorie radioattive. Le conseguenze dureranno per centinaia o migliaia di anni. Non possiamo essere così irresponsabili da non preoccuparci di quello che accadrà a chi verrà dopo di noi solo perché non ci vogliamo sforzare di cercare soluzioni alternative. Inoltre, il governo ha dato il via libera senza ascoltare le comunità locali e così andremo incontro a fortissime tensioni”. Certo, resta il dubbio di cosa avrebbe detto Marino se “il Nobel per la fisica Carlo Rubbia” fosse stato favorevole al nucleare, ma in linea di massima è una risposta chiara, lineare e semplice.
Tutto il contrario di quella fornita da Bersani: “se vuole occuparsi di nucleare il governo si occupi di decommissioning, di allestimento di un deposito di superficie e di rafforzamento della nostra presenza della ricerca. Il piano annunciato è irrealistico e presuppone la nostra subordinazione ad una tecnologia altrui peraltro tutta da sperimentare e con ogni probabilità oltrepassata entro qualche decennio. Se aggiungiamo il problema dei costi e della localizzazione si vede come il progetto del governo sia irrealistico”. Uno deve leggere due volte e andare a scoprire cosa cazzo sia il decommissioning prima di capire che Bersani dice no al progetto governativo. Certo, l’ex ministro ha sollevato un problema vero e la sua risposta è senz’altro più approfondita di quella fornita da Marino. Ma l’omino del bar quale delle due risposte comprende?

Economia. Ancora Bersani propone una “terapia d’urto” che “pretende ovviamente (ovviamente, già) una vera manovra anticrisi che muova tra i 15 e i 20 miliardi una tantum e prevedendone il rientro in 2-3 anni. La chiave per una ripresa duratura dell’economia è la green economy”. Io penso che il ragionamento sia giustissimo e condivisibilissimo. Ma ancora una volta mettiamoci nei panni dell’omino del bar o di un tizio di media cultura e media informazione, ossia la stragrande maggioranza degli italiani. Terapia d’urto = ci risiamo con le tasse. Manovra anticrisi = ecco, appunto. Rientro in 2-3 anni: boh? Green economy: ri-boh e intanto io pago.
Non so se le risposte all’Espresso siano state fornite da Bersani in persona o da qualche suo ghost-writer. Di certo, l’inventore di termini anche abbastanza accattivanti sotto il profilo della comunicazione politica (“lenzuolate”, “rimescolo”) si fa prendere la mano dalla voglia di apparire quel che è, ossia competente. E, quel che è peggio, risponde in maniera involuta anche alle domande chiuse, quelle alle quali basterebbe un sì o un no. Esempio. Il governo ha deciso l’acquisto di 131 cacciabombardieri, ritiene che tale spesa sia compatibile con i bisogni del Paese in questa fase di crisi economica? Risposta: “Io penso ad un’Italia che non viene mai meno ai suoi compiti internazionali (quindi sarebbe un sì?). Naturalmente, i programmi possono e devono essere adattati al quadro economico. Questo vale anche per l’acquisto dei cacciabombardieri (dunque sarebbe un no?) che va ripensato alla luce della crisi economica in atto” (va ripensato, allora non è un sì, ma nemmeno un no? O forse è un no? Boh?).

Quanto a Franceschini, lui è una via di mezzo tra la semplicità di Marino e la complessità di Bersani. Ma infarcisce le sue domande di troppi verbi al condizionale (“occorrerebbero interventi decisi e mirati sugli sprechi”, “vorrei un Paese capace di dare fiducia a chi la merita”, “vorrei un sistema universitario di qualità”) e troppe vaghe affermazioni di principio (“è ora che la politica faccia un passo indietro”, “occorre prevedere una riduzione della pressione fiscale”). Una risposta simbolica del suo stile comunicativo è quella sulla giustizia: “La giustizia in Italia va modernizzata e rinnovata (eh, grazie... questo lo sappiamo tutti: ma come?). Quella che con un linguaggio un po’ asettico viene definita la ragionevole durata del processo in realtà è un elemento fondamentale della civiltà non solo giuridica di un Paese (ok, ma nel concreto? Cosa proponi?). Abbiamo invece dovuto constatare che, nel dibattito dei primi mesi della legislatura, sui temi della giustizia si sono utilizzati i soliti argomenti ideologizzati, si è percorsa la via dei proclami e delle rappresentazioni mediatiche e propagandistiche (è vero e fai bene a ribadirlo, ma, nello specifico, cosa proponi?). Serve voltare pagina: partire da un’analisi critica delle cause di ciò che non funziona per poi mettere in campo le risposte (beh, sei in politica da anni, dovresti già saperle le cause... scusa, eh?). Servono seri interventi sulle leggi processuali (ossia?) e investimenti adeguati...” (eccetera eccetera: in sostanza, hai detto poco o niente di concreto).

E’ un peccato e vale il discorso fatto per Bersani: speriamo sia colpa di un ghost writer con la testa alle ferie, perché il Franceschini della scorsa primavera, quello che con un paio di trovate semplici, immediate, comprensibili a tutti (assegno ai disoccupati, risorse risparmiate con l'election day) aveva costretto Berlusconi sulla difensiva sul terreno a lui più congeniale, appunto quello della comunicazione, prometteva bene. Quella era la strada da percorrere e speriamo non l’abbia smarrita.

mercoledì 26 agosto 2009

Oggi come ieri

Ogni tanto, leggendo certi articoli pubblicati sui giornali di destra, sento l’esigenza di controllare il calendario. Infatti mi sorge il dubbio se siamo realmente nel 2009, vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, o nel 1951, tre anni prima della fine del maccartismo.
In Italia, addirittura, siamo riusciti a reintrodurre la figura dei cattocomunisti. Esseri spregevoli, nell’immaginario berlusconiano e della destra italopadana più rozza secondi solamente ai terroristi di al Qaeda nella classifica dei belzebù del terzo millennio.

Aveva cominciato ieri Roberto Cota che, rispondendo a un monsignore, aveva detto che “a parlare così sono i soliti che qualcuno definisce cattocomunisti e che in realtà hanno perso il catto e sono comunisti”. Ha rincarato la dose, dalle colonne de Il Tempo, Gennaro Malgieri, ex Msi, ex direttore del Secolo d’Italia, ex consigliere Rai, attuale parlamentare PdL.
Scrive dunque l’insegne maitre à penser: “il cattocomunismo sta dispiegando la sua geometrica potenza come mai era accaduto negli ultimi quindici anni”. Già si sente l'inflessione vocale tipica di certi cinegiornale Luce del Ventennio, ma poi l’editoriale prosegue con il suo stile da Agenzia Stefani: “con una maniacale attività di mistificazione ha impiegato alcune delle sue strutture editoriali e formative nel tentativo di demolire l’attività del governo e di delegittimare il presidente del Consiglio”. Malgieri si premura di specificare chi siano questi perfidi cattocomunisti e quali siano queste “strutture editoriali e formative”: Dino Boffo, direttore di Avvenire, e don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. E a questo punto una risata ci seppellirà.

Il fatto che simili ragionamenti (ragionamenti?) trovino spazio su quotidiani di ampia tiratura – si direbbe senza nemmeno vergognarsene – dà un po’ l’idea di quale Paese siamo: bloccato socialmente e culturalmente, con una classe dirigente che non ammette l’eventualità di farsi da parte nonostanti continui a pensare con gli stereotipi di cinquant’anni fa.

Non è così? Se così non è, allora significa che siamo di fronte a politici che brandiscono la religione come una clava al solo fine (cito un editoriale di Chiara Saraceno di cui condivido anche la punteggiatura) di “scatenare campagne amico-nemico, noi-loro, buoni-cattivi”. Delle due ipotesi, non so quale sia la più sconfortante.

martedì 25 agosto 2009

Che s'adda fà pè campà

Renato Farina. Alias Betulla.
Comincio a guardare al suo lavoro con un altro occhio rispetto al passato.
Non deve essere facile guadagnarsi la pagnotta come fa lui. Dice: fa il giornalista. No, quella è la professione indicata sulla carta d’identità e nei documenti ufficiali. Il suo vero mestiere è “uomo ragno”. O “arrampicatore di specchi”. E’ questo il ruolo disegnato per lui da Vittorio Feltri che lo ha voluto con sé tornando al Giornale. Infatti, la sua attività si concreta in una direzione: sfidare la logica e il buonsenso, contorcendosi in pseudoragionamenti per
1. dimostrare che tutti i mali del mondo nascono dall’atroce combinazione sinistra-comunista / islam
2. difendere le forze del bene rappresentate dal Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano Cavalier Berlusconi Dottor Silvio.
Il 24 agosto l’argomento all’ordine del giorno è la tragedia degli eritrei annegati al largo di Lampedusa, con accuse al governo italiano di essersene beatamente disinteressato e alla legislazione recentemente approvata che produce effetti perversi. Farina, però, ci illumina e accusa i reali colpevoli della tragedia. Spiega che “guardando quei poveri scheletriti eritrei è chiaro: il male del mondo è la disumanità”. E qui uno pensa: già, non soccorrerli è disumano. Ma no, che avete capito? “La disumanità oggi ha il timbro principale del marxismo e dell’islamismo la cui congiunzione partorisce l’orrore”. Ah, ecco. E perché? Farina, con una lunga divagazione anche personale e che mescola anni Ottanta, Mussolini, vescovi, Antonello Venditti e umanità varia, spiega che in Eritrea c’è un dittatore cattivo che è di sinistra, perseguita i cristiani peggio di Nerone e costringe la gente a fuggire da lui. In sostanza, ha fatto in questi anni “ciò che avrebbero fatto i comunisti in Italia nel 1945 se non ci fossero stati gli americani e Yalta”. Da qui l'ovvia conclusione: “in Italia si è riusciti ad accusare l’Italia e il governo Berlusconi invece che ricordare questa infamia”.
Uno finisce di leggere e, dopo essersi accertato che siamo veramente nel 2009 e non nel 1954, pensa che in fondo è un editoriale contro un dittatore: un vero democratico, al di là di certe forzature ideologiche, non può disapprovare del tutto.
Oggi, 25 agosto, lo spunto di polemica è la visita di Berlusconi a Gheddafi, con tanto di contorno di frecce tricolore. Quello libico non sarà un regime perfido come quello di Saddam Hussein in Iraq o quello vigente in Eritrea, ma è pur sempre una dittatura che viola i diritti umani. Ed ecco come la vede Farina. Le frecce tricolori su Tripoli? “Sarà un risarcimento” (già me lo immagino il dialogo diplomatico: “sì, lo so ci siamo comportati da stronzi quando eravate nostra colonia, ma ora tranquilli... vi imbastiamo un bello spettacolo acrobatico e vedrete” “oh sì, bello bello... nostro popolo non desiderava altro da decenni, grazie bwana”), in fondo “per una volta che un Paese spedisce l’aviazione non a bombardare la gente, ma a disegnare la bandiera bianca, rossa e verde”, che avete da protestare, perfidi comunisti atei mangiapreti? Gheddafi un dittatore? Può darsi, ma Berlusconi “non va a omaggiare il Capo, ma quel popolo che, volenti o nolenti, ha per leader il Colonnello”. Anzi, a dirla tutta, siamo poi sicuri che la Libia violi i diritti umani? Come ci erudisce il buon Farina - e qui sta il suo capolavoro (il)logico, “la Libia considera l’aborto un crimine e non lo legalizza. L’Italia invece lo consente. Autorizza una strage, nega i diritti umani di un bambino nascituro”.
Uno a uno e palla al centro: Emma Bonino lei sì che viola i diritti umani, mica il colonnello Gheddafi.

lunedì 24 agosto 2009

Sarebbe un merito?

Rileggendo alcuni editoriali e interviste a sociologi ed economisti è interessante rilevare i meriti che essi assegnano al Governo Berlusconi. In sostanza, non aver cancellato gli ammortizzatori sociali e non aver fatto esplodere il debito pubblico.
Ora, consideriamo la situazione dell’Italia. Abbiamo un sistema di welfare state tra i più squilibrati e poveri: se perdi il lavoro e non sei un dipendente a tempo indeterminato da almeno dieci anni di una grande azienda, gli ammortizzatori sociali son quelli che sono o semplicemente, prendiamo il caso dei cocoprò, non esistono proprio. Cosa doveva fare, il Governo? Abolire quel poco che resta di tutela per i lavoratori perché c’è la recessione?
Lo stesso può dirsi per il debito pubblico. Quello italiano è il più alto d’Europa, sia in termini assoluti sia in termini percentuali rispetto al Pil. Farlo crescere ancor più di quanto non abbia fatto in questi ultimi dodici mesi avrebbe significato la bancarotta o giù di lì.
Nessuno, però, tra gli analisti indipendenti elogia il Governo in carica per aver impostato politiche che permettano di uscire prima dalla recessione o di averla sentita di meno. Semplicemente, ringraziano per aver fatto sì che non la sentissimo ancor di più. Insomma, un ringraziamento per il minimo sindacale richiesto a un esecutivo.
Beh, tutto è relativo e da un Governo guidato da un personaggio come Silvio Berlusconi in effetti ci si attende talmente poco, in termini qualitativi, che il non aver combinato danni è già qualcosa. Ma certo questo dà la misura di quale Paese sgangherato siamo attualmente.

venerdì 21 agosto 2009

I pregiudizi di Piero Ostellino

Dalle colonne del Corriere della Sera, Piero Ostellino si barcamena da anni per dimostrare che in fondo quel che vuol fare Berlusconi è liberale e chi lo vuole contrastare è un non-liberale, ossia – nella sua visione del mondo – una sorta di untore manzoniano.
Nel suo ultimo elaborato, pubblicato oggi in prima pagina sul quotidiano di via Solferino, ha però superato sé stesso. Descrivendo un’Italia divisa in due: da una parte “i piccoli e medi imprenditori fuori dal circuito delle complicità pubbliche e private, commercianti al dettaglio, professionisti isolati, lavoratori del settore privato, precari e giovani”. Gente, prosegue l’editorialista, che affronta “le incognite e le durezze della vita e del mercato con coraggio e spirito innovativo”. Dall’altra “ciò che rimane della grande industria, pubblica e privata, barricata e protetta dietro la propria non contendibilità; il sistema creditizio protetto da una rete di interessi politici; i professionisti e i manager inquadrati negli ordini professionali; gli alti commis di Stato; i dipendenti pubblici tutelati da un sindacalismo chiuso e miope; gli amministratori degli Enti locali attraverso i quali passa gran parte della corruzione”.
E fin qui la distinzione può essere discutibile, opinabile, superficiale, ma ci può ancora stare. Il bello viene dopo. Dice Ostellino che gli italiani della prima categoria – i buoni – sono “la base sociale e il serbatoio elettorale del centrodestra”. Invece, quelli della seconda categoria – i cattivi contrari a ogni cambiamento – “votano in prevalenza a sinistra”.
Salto tutta la parte in cui Ostellino riprende certi stilemi della propaganda berlusconiana (se non raggiunge i risultati è colpa dell’UdC, di AN, dei poteri forti e di questi esponenti della “seconda categoria” di italiani: ci manca il complotto plutogiudaicomassonico di mussoliniana memoria e poi siamo a posto) e invece mi concentro su questa distinzione da lui operata tra italiani operosi che votano centrodestra e italiani parassiti schierati a sinistra. Al di là che pure questa è una delle solite semplificazioni che da anni Berlusconi ci propina, siamo sicuri che sia realmente così? Io no.
Come elettore convintamente di sinistra mi ritengo offeso da questa rappresentazione banale, gretta, ideologica della società italiana.
Anzi, potrei – in maniera non meno ideologica – affermare il contrario: che è stata la maggior parte dei commercianti schierata a destra a bloccare le liberalizzazioni e nemmeno mi risulta che i tassisti, giusto per dire una categoria a caso, votino a sinistra. O potrei aggiungere che la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani non è mai stata ostile a Berlusconi (raggiungendo il culmine all’epoca del collateralismo spinto di D’Amato), eppure, salvo rarissimi casi, non ha mai dato prova di vivacità e spirito di innovazione, preferendo le scorciatoie di leggi Tremonti sugli utili reinvestiti sfruttate per comprarci il BMW nuovo: lo stesso Berlusconi come imprenditore è stato innovativo negli obiettivi da conseguire, ma estremamente conservativo e in cerca di “complicità pubbliche e private” (per usare l’espressione di Ostellino) nelle strade da percorrere per arrivarci. Mi viene in mente un cliente che, poche settimane prima delle elezioni 2008, mi disse: “ci rivediamo dopo le elezioni, secondo come va magari è più facile acquistare senza fattura… lei mi capisce, vero?”. Un caso isolato? Non credo proprio e dubito che sia soltanto un mio pregiudizio. O forse è questo genere di imprenditori che rendono l’Italia paese aperto e competitivo agli occhi di Ostellino? Davvero l’Italia dei condoni edilizi e fiscali è un’Italia che vota “in prevalenza” a sinistra?
Ironizzare sugli enti pubblici come se fossero tutti di sinistra e tutti corrotti significa ignorare che la maggioranza di essi è ormai guidata dal centrodestra e le rogne amministrative riguardano tanto loro come il centrosinistra: se oggi si parla soprattutto di quelle che riguardano il Partito Democratico è soltanto perché altrove si fanno spallucce di fronte ai problemi giudiziari di ministri (Fitto) e governatori di lunga data (Formigoni) o si chiudono gli occhi di fronte ad amministrazioni (Fondi) colluse con la criminalità organizzata.

La prossima volta che Berlusconi dirà che la stampa è tutta contro di lui, spero qualcuno gli faccia leggere un articolo come questo, uscito sul quotidiano più venduto in Italia.

mercoledì 19 agosto 2009

Domande & risposte

Io non ce l’ho con Di Pietro a prescindere. Ma chi contesta le mie precedenti critiche al Tonino nazionale vorrei che si fermasse un attimo – solo un attimo – a riflettere sull’attualità.
Senza entrare nel merito se quel che fa Berlusconi aiuta la mafia oppure no, senza stare a rivangare per l’ennesima volta i precedenti di Mangano e Dell’Utri, la domanda è: questa ulteriore denuncia da parte del leader dell’Italia dei Valori quale risultato sta ottenendo?
Risposta uno: qualcuno di quelli che ha votato Berlusconi o la Lega si sveglia e dice “però, è vero: Berlusconi è un mafioso, non lo voto più”.
Risposta due: Berlusconi convoca una conferenza stampa e confessa: “ebbene sì, lo ammetto: sono un affiliato a Cosa Nostra”
Risposta tre: c’è un po’ di gente, antiberlusconiana dal gennaio 1994, che dice: “bravo Tonino, tu sì che gliele canti al nano di merda! Mica come Bersani e Franceschini che inciuciano in continuazione”
Risposta quattro: i berluscones si lanciano in una serie di dichiarazioni parallele (ben riprese dal Tg1, dal Tg2 e dai canali Mediaset) sull’antiberlusconismo dell’opposizione, su questa opposizione con la quale non si può dialogare e non si va da nessuna parte, sul povero Silvio che, anzi, sta facendo questo e quello per il bene del Paese.

Si possono barrare due risposte.


(con ciò non voglio dire che certe cose non debbano essere denunciate. O che si debba rimanere silenti di fronte agli scandali e ai paradossi dell'Italia berlusconiana. Semplicemente, constato che certe denunce fanno tanto rumore, ma poi, agli effetti pratici... e allora, posto che era sbagliata la via veltroniana di fare opposizione, siamo sicuri che quella giusta è la dipietresca?)

Di cosa parlano?

Per esempio, potrebbero parlare della indagine portata avanti dalla Banca d’Italia sull’occupazione degli extracomunitari che, in un sol colpo, fa piazza pulita di vent’anni di retorica leghista.
Oppure potrebbero parlare del ruolo dell’Italia nelle missioni all’estero.
O anche della crisi economica: diceva ieri sera Alberto Quadrio Curzio al TG1 che l’Italia ne risente di meno per una serie di motivi e anche perché Tremonti è stato bravo a gestirla, ma mica ci ha convinti l’economista filogovernativo della Cattolica (nonché collaboratore di Panorama Economy).
E, volendo, potrebbero parlare della green economy, trovando lo spunto da tutta questa diatriba sui gasdotti che dall’Europa dell’est arrivano dalle nostre parti.
Altrimenti, se questi argomenti son ritenuti troppo difficili, potrebbero puntare sulla sicurezza delle nostre città, sulla portata propagandistica delle ronde e di quanto esse possano servire, alla Lega Nord, per costruire una rete di nuovi simpatizzanti sul territorio (non ci avevate pensato, eh? Eppure è questa la vera ragione per cui da quelle parti ci tengono tanto, al di là dei risultati sotto il profilo della microcriminalità).
Invece no. L’argomento migliore che trovano è: “Franceschini era il vice di Veltroni e quindi…” e “Ma Bersani dov’era, in ferie?”.

Allora, cari signori del Partito Democratico e, in particolare, voi della seconda fila (posto che la prima è occupata da Bersani, Franceschini e Marino). Sì, voi: Bindi, Fassino, Serracchiani, D’Alema, Rutelli, Letta eccetera eccetera eccetera. Vi rendete conto che nelle prossime settimane sarete sottoposti a un fuoco di fila da parte dei media che non aspettano altro che ricamare su qualsiasi piccola divergenza? Siete consapevoli di cosa voglia dire il ritorno di Feltri a Il Giornale e l’approdo di Belpietro (con lo scoopista di punta Gianluigi Nuzzi) a Libero? Avete consapevolezza che dal mese prossimo uscirà in edicola Il Fatto che, con Padellaro, Travaglio e Telese, troverà ogni giorno un argomento per sputtanarvi da (centro)sinistra?
E allora, dài… Smettetela di cazzeggiare sulle alleanze con l’UdC piuttosto che con Di Pietro, ma soprattutto smettetela di rinfacciarvi quello che avete o non avete fatto nel 1998, nel 2001, nel 2005, nel 2006, nel 2007, nel 2008 e cominciate a parlare di questioni un po’ più concrete. Approfittate del dibattito all’interno del partito per porre all’attenzione di tutti questioni serie e dettare voi l’agenda al governo.

venerdì 14 agosto 2009

Il libro

Il libro era lì, componente di una pila di tanti della stessa specie, uno sopra l’altro, alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano.
Ehi, perché non mi compri?”, mi disse.
Perché in questo periodo ho altri interessi, altre cose che avevo programmato di leggere… Stile Libero sta ripubblicando Fante e mi sta anche piacendo”, risposi.
Ma dài, comprami… guardami, da oggi sono in edizione economica. Solo undici euro”.
Senti, ho letto ottime recensioni di te. Però, o compro te o compro Fante
Tutti e due, no? Tra colleghi mica ci facciamo la guerra, che credi?
No! Dài, la prossima volta

La prossima volta fu in una libreria della mia città, mesi dopo. Era sempre lì, il libro, con la sua copertina rossa. Mi fece l’occhiolino.
Tu ed io abbiamo un conto in sospeso, non ricordi?”, si intromise.
Ricordo, ricordo… Alla Feltrinelli a Milano
E allora su, che aspetti?
Mah… uhm, certo sei un po’ presuntuosetto: leggo qui, sulla quarta di copertina, ‘una delle storie più divertenti che siano mai state raccontate’”.
E’ vero! E’ così!
Se permetti, quello devo essere io a stabilirlo, mica tu!
Uh, quante storie… Comprami, io sono in veeeendita, e non mi creeeedereeee irraggiungiiiibile
Ti sei messo pure a cantare, ora?
Ma perlomeno dai un’occhiata dentro, sfoglia le pagine. Leggi l'incipit, vedrai che dopo non riuscirai a fare a meno di leggere il seguito
C’è il cellophan
Lo togli
Non si può
Sì che si può”.
Vabbè… oh, se arriva il commesso la colpa è tua, d’accordo?
Allora, che ne pensi? Sono o non sono da comprare?
484 pagine… lunghino… ora non ho molto tempo: sai, lavoro e arrivo la sera a casa… preferisco qualcosa di più breve, non so… racconti. Qualcosa che si possa leggere in breve tempo
Sei duro come il marmo!

Venne Natale e mi trovai a scegliere alcuni pensieri per gli amici. Entrai in libreria e me lo ritrovai ancora lì.
Ehi, ciao… Alla buon’ora! Ti sei deciso, finalmente!

"Ancora tu?"
"...ma non dovevamo rivederci più? Il reparto dei libri di musica è di là, ma qui ci sono robe più interessanti. Suvvia, comprami. Appena undici euro, mica tanti!"
Uhm… sai cosa?
Cosa?
Quasi quasi ti regalo a un amico
Mah… io te mica ti capisco. Comunque, va bene, non mi offendo! Scommetto che il tuo amico è più intelligente di te e mi saprà apprezzare!
Signorina, per cortesia me lo può incartare?
Cough cough… mi manca l’aria!
E sta zitto, è per poche ore…
Mi incarti per non cedere alla tentazione di leggermi, pezzo di shmuk!
Eh?
Niente, lascia perdere… se non mi leggi, non puoi capire”.

E così arrivammo all’estate. Dovendo scegliere un paio di letture per le ferie, tornai al negozio. Lo rividi.
Rieccolo!”, mi fa.
Ciao, tutto bene?
Sì… ho un po’ il dorso indolenzito, ma per il resto tutto bene. Ma ora sloggia!
Sloggio?
Mi fai perdere tempo! Tanto lo so che non mi comprerai mai. E però se tu stai qui ci saranno altri che passeranno oltre e non mi vedranno e non mi compreranno. Mica giusto. Anche il tuo amico… tzè, quel goyisher kop ancora non mi ha letto. Mi ha preferito Truman Capote, addirittura David Liss che glielo hai consigliato tu e però ha evitato me!
Ok, allora ti compro, stavolta!
Bah, io ‘sti goyim a volte mica li capisco!

Sì, l’ho comprato e devo dire che è stato davvero un ottimo acquisto. Mi chiedo perché ho aspettato tanto prima di leggere “La versione di Barney” di Mordecai Richler (Adelphi).

giovedì 13 agosto 2009

Pro e contro di tre candidati

Alla vigilia di Ferragosto, due mesi prima delle primarie piddine e ispirato da una telefonata notturna, ho deciso che – prima che inizino tutti i dibattiti di fine estate (meeting ciellini, feste democratiche e così via) – sia il caso di fare un po’ il punto sui tre candidati in corsa.

Bersani
Pro
. Io penso che alla guida del Partito Democratico, di questo Partito Democratico, qui e ora, debba starci non un filosofo teoretico o uno scienziato della politica, ma uno anche un po' figlio di puttana. Uno che in un partito dove troppi, da sempre, sono abituati “a parlare a prescindere” (cito da un’intervista a Ileana Argentin, stamani sul Riformista), sappia imporsi e piantare dei paletti oltre i quali non andare. Uno che riesca a organizzare il partito in maniera solida, in modo che nell’arco di due o tre anni i circoli possano diventare nel territorio dove sono situati un po’ come le vecchie sezioni del Partito Comunista, ossia dei punti di riferimento veri per i residenti. Uno che quando va ai dibattiti televisivi sappia parlare in maniera semplice, ricorrendo anche a espressioni non politichesi e sappia mimare la faccia scoglionata quando il Tremonti di turno spara cazzate. Ecco – e lo dico come un elogio – Pierluigi Bersani, che pure è laureato in filosofia, possiede più degli altri due candidati questa dote di buon figlio di puttana.
Contro. Continuo a vedere poco chiaro l’approdo: complici taluni che appoggiano questa mozione, resta forte in me il sospetto che quel che si voglia alla fine sia soltanto un centro trattino sinistra, una riedizione del partito di sinistra che pensa a conquistare solo i voti di sinistra e poi il partito di centro che bada al voto moderato e poi ci si allea e poi si discute su questo e su quello e poi si litiga e poi si fa l’accordo della crostata favorito dal gran cerimoniere ben introdotto a destra e poi…

Franceschini
Pro
. Il suo progetto rispecchia meglio le idee mie e di tanti che avevano, a suo tempo, aderito al Partito Democratico. Trovo scritte nella sua mozione le frasi più chiare e inequivocabili al proposito: “non torneremo indietro, a un centro-sinistra col trattino, basato su una divisione di compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare pezzi di società… solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del PD, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di compiti e significa non avere capito che quello schema si trascina forse in pezzi di classe dirigente, ma non esiste più da tempo nel nostro popolo”. Ma anche: “non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico… formeremo un’alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabile. Credibile non solo per vincere, ma anche per governare”.
Contro. Franceschini mi ricorda un po’ quei ciclisti passisti bravi un po’ su tutti i percorsi, ma senza eccellere in niente. Di quelli che vincono tre corse l’anno grazie a una serie di circostanze (la fuga era quella giusta, gli avversari principali sono rimasti attardati a causa di un ventaglio…), ma che non hanno lo sprint finale, il colpo di genio, la capacità di entusiasmare le folle.

Marino
Pro. Relativamente al progetto di partito, vale il discorso fatto per Franceschini. Di tutti e tre i candidati è quello che meglio incarna il mio desiderio di rinnovamento e di piazza pulita di certi personaggi (i D’Alema, i Veltroni, i Parisi, i Rutelli) che hanno fatto il loro tempo, che da quattordici anni ormai si dibattono nei soliti problemi senza sapere come risolverli (ammesso che vogliano). Devo dire che non è un motivo da poco, la sirena è molto forte.
Contro. Lui – e il gruppo che lo sostiene – tiene a sottolineare che non di sola laicità sta parlando, ma anche di energie rinnovabili, riforma del welfare state e così via. E se si legge la sua mozione per intero, ha ragione. Resta il fatto che l’unico tema per il quale riesce a trovare visibilità è quello della laicità ed è anche colpa sua: i media lo interpellano solo per quello e lui dovrebbe avere il coraggio di rompere lo schemino. Insomma, rischia – e sarebbe un dramma, perché il personaggio è valido e le idee pure – di diventare la macchietta di sé stesso.

Ma c’è un altro contro – e pure questo non è un motivo da poco – da considerare: Marino è colui che dà meno garanzie nell’ottica di un’organizzazione del partito solida e fortemente radicata. Il Partito Democratico certamente deve conquistare il consenso delle persone giovani, laureate, che si informano on line e intervengono sui blog: ma l’Italia è un Paese vecchio e la stragrande maggioranza degli italiani non si informa on line, non sa cosa sia un blog (o lo sa soltanto a grandi linee); il Partito Democratico non è soltanto le ottime idee di Pippo Civati e Luca Sofri e Paola Concia (persone bravissime e che spero prima o poi di vedere in ruoli di responsabilità), ma pure il vecchio militante che scatarra durante la riunione ed è affezionato alla foto di Luigi Longo in quel quadretto che c'è in sezione e che tutti gli anni, comunque sia, prende e va a fare le sue venticinque tessere e da ognuna di quelle venticinque sa quanti soldi ricavarci.

P.S. – che poi, ieri sera, nel corso della telefonata notturna è venuta fuori un’altra questione. Metti che vince Bersani: ci siamo detti che sicuramente Marino e Franceschini saranno collaborativi. Ma se dovessero vincere Franceschini o Marino, quale sarà l’atteggiamento di D’Alema, di Enrico Letta, di Parisi? Faranno come hanno fatto con Veltroni, fingendo di appoggiare il segretario e in realtà mettendogli continuamente il bastone fra le ruote? Eeeeh, saperlo!

lunedì 10 agosto 2009

Gabbie salariali: e se andasse a finire così?

Non sono un economista e quindi è probabile che spari cazzate.
Le gabbie salariali non mi convincono per niente.
Parto da un assunto empirico (e qui sta la probabile cazzata).
Allora, al nord gli stipendi devono essere più alti che al sud perché il costo della vita è più alto. Quindi, o al nord devono guadagnare di più perché altrimenti non ce la fanno ad arrivare a fine mese; oppure al sud guadagnano troppo e devono prendere di meno.
Però la prima ipotesi confligge con gli interessi degli imprenditori che da anni si lamentano che il costo del lavoro è eccessivo: in tal caso, lo sarebbe ancor di più e delocalizzerebbero la produzione o all'estero o... al sud!

E la seconda ipotesi confligge, oltre che con il buonsenso (il reddito pro capite nelle regioni meridionali è già più basso che nel resto d’Italia e non pare che laggiù la maggior parte della gente navighi nell’oro), anche con tutto quel che si è detto in questi ultimi mesi, ossia che bisogna che le famiglie spendano e investano per uscire dalla crisi: se gli togliamo una parte dei loro soldi, cosa potranno mai spendere e investire?

Insomma, io tutta questa faccenda delle gabbie salariali la vedo così.
La Lega Nord ha questo vecchio cavallo di battaglia – ne parlava anche ai tempi in cui andavo all’Università, primi anni Novanta: e ricordo una vignetta su Repubblica, con il Forattini di allora, quello che ancora non aveva del tutto sbarellato, che disegnò un Bossi bavoso dentro un gabbione – delle gabbie salariali. Lo ha riproposto in questi giorni con forza dopo le polemiche sui soldi al sud, anzi: alla Sicilia. Al nord, dove il costo della vita è più alto, tanta gente pensa che, grazie a questa trovata, gli entreranno più soldi in tasca, magari togliendoli a quei parassiti del sud e finisce che appoggerà la proposta leghista. Tutti coloro (sindacati, partiti di sinistra, gente ragionevole) che si opporranno – complice la stampa filogovernativa che oggi, con Feltri al Giornale, Belpietro a Libero e Mulé a Panorama si è ulteriormente incattivita – finiranno per passarci male, per essere quelli che non vogliono gli stipendi più alti. A sinistra, qualche sindaco veneto-piemontese che sentirà aria di campagna elettorale, o più semplicemente di primaria piddina, dirà che sì, le gabbie salariali ci vogliono, secondo certi canoni, ma ci vogliono. L’ultima parola, ci scommetto, l’avrà Brunetta che ne approfitterà per l’ennesima campagna contro i dipendenti pubblici. Ma non gli alti funzionari: gli impiegati alla Fantozzi. Alla fine, nel maxidecreto che Tremonti redigerà in fretta e furia a metà novembre e che sarà sottoposto a voto di fiducia mezz’ora dopo essere stato varato dal Consiglio dei Ministri, ci sarà un pateracchio che rabbonirà la Lega e che sarà un simil-gabbia-salariale a scapito di qualche lavoratore meridionale, magari della Pubblica amministrazione, non siciliano (altrimenti Lombardo gli farà il partito contro).

sabato 8 agosto 2009

Abbey Road, 8 agosto 1969

L’8 agosto di quarant’anni fa quattro capelloni attraversarono la strada. E furono immortalati in quell’atto così quotidiano per la foto di copertina di quello che sarebbe stato il loro ultimo album tra quelli registrati e che sarebbe uscito il mese successivo: Abbey Road, come la strada che avevano attraversato.
Un’azione tanto semplice, quella dei Beatles, che però spalancò le finestre alle illazioni e alle congetture. Paul McCartney era morto e quello nella foto è soltanto un sosia.

Ma come, morto? Ma dove? Ma quando?
La copertina semina indizi.
John Lennon, vestito di bianco, è il sacerdote che ha celebrato il funerale. Ringo Starr, in completo nero, è l’impresario delle pompe funebri. George Harrison, in jeans, è l’operaio che ha provveduto all’operazione di sepoltura. E Paul? Paul è scalzo. Come i morti nella bara. E non è al passo con gli altri. E poi, accidenti, ha la sigaretta nella mano destra: ma come, lui non è mancino?
Cosa dire del Maggiolino posteggiato sul marciapiedi? La targa: 28IF. Ventotto se. Se fosse ancora vivo, Paul avrebbe ventotto anni. No, era del giugno 1942, quindi casomai avrebbe avuto ventisette anni. Sì, però lui era appassionato di filosofie orientali, là iniziano a contare gli anni dal concepimento. Lui è stato concepito nel settembre 1941, quindi ventotto anni giusti giusti.
La parte superiore della targa? Come la vogliamo mettere con quella? LMW. Uhm, mumble mumble. Ma sì, è un acronimo. Sta per “Lie ‘Mongst the Wadding”: giace nell’ovatta, nell’imbottitura. Come nella bara. Sembra un po’ forzato, ma è il titolo di un poemetto di Stephen Crane. Uno scrittore che, guarda caso, compare in mezzo ai tanti personaggi della copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. E proprio dietro la testa di Paul, accanto a una mano tesa sopra di lui, come a indicarlo. O a benedirlo.
Quest’ultimo riferimento spinge qualcuno a scandagliare anche l’altra copertina, quella di Sgt. Pepper, lavoro di due anni prima.
Tre Beatles hanno in mano gli ottoni, il quarto un oboe. Manco a dirlo, è Paul. L’oboe di che colore è? Nero. Il colore del lutto. Nella composizione floreale in primo piano, l’unico strumento è un basso con tre (come il numero degli scarafaggi superstiti) corde e, guarda caso, proprio come lo avrebbe suonato un mancino qual è Paul. La bambolina sulla destra tiene in mano un modellino di auto e la vecchia a cui sta in braccio ha un guanto da automobilista insanguinato. Ai loro piedi, una piccola composizione floreale gialla e rossa richiama un auto che cade in un dirupo.
I testi, analizziamo i testi, chissà quanti riferimenti…

Non vado oltre, non vale la pena: il web è ricco di articoli con i quali sbizzarrirsi. Io non credo a queste leggende metropolitane, troppo forzate, troppo complottiste, troppo dietrologiche. Se partiamo dal presupposto che dal 1966 (anno in cui sarebbe avvenuto l’incidente stradale che avrebbe causato la morte di Paul) le canzoni di Lennon e McCartney erano sempre più diverse, qualcuno riuscì nell’impresa non solamente di trovare un tizio fisicamente uguale al defunto (cosa non impossibile) e in grado di suonare molto bene il basso da mancino (a proposito: McCartney era mancino solo in questo, per il resto faceva tutto con la destra), ma addirittura di comporre capolavori assoluti come Hey Jude, Lady Madonna, Blackbird, Get Back, Let it Be e quasi tutto il grande medley del lato B di Abbey Road.

In ogni caso, io – per non saper né leggere né scrivere –, l’8 agosto 1995 trovandomi a Londra, andai ad Abbey Road. Attraversai la strada con le mani in tasca. Tornai indietro e la riattraversai scalzo. Mancava il Maggiolino, però, ed è per questo, penso, che son qui a scrivere ‘ste cazzate.

P.S.: il giorno successivo, il 9 agosto 1969, i seguaci di Charles Manson compirono una strage in una villa a Beverly Hills, uccidendo Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, e alcuni suoi ospiti. Sul muro di una parete la scritta Helter Skelter: una canzone dei Beatles, scritta da Paul McCartney, e Piggies, altra canzone dei Fab Four, però di Harrison. Ma questa è un’altra storia.

venerdì 7 agosto 2009

Chi appoggia chi

In un’intervista all’Unità e in riferimento al testamento biologico, Ignazio Marino ha detto: “nel PD vedo ancora molta confusione: con Franceschini, ci sono Serracchiani e Binetti. Bersani ha sostenuto il mio decreto legge, ma ha con sé Letta che avrebbe votato un decreto incostituzionale e Bindi che considera Welby un caso di eutanasia”.
Marino indica un problema vero (una posizione unitaria e chiara su un problema etico) e segnala anche quella che è, a mio avviso, la giusta soluzione: “discutiamone, però alla fine votiamo e tutti si sentano vincolati alla posizione decisa”. Tuttavia, è il ragionamento di mezzo che mi lascia perplesso. Ossia, rinfacciare Tizio o Caio che appoggiano Bersani o Franceschini.
Un conto, infatti, è – come nel mio precedente post – rilevare che l’appoggio di un Letta o di un Follini può (e sottolineo può) significare un certo tipo di percorso non esplicitamente detto.
Altro è dire: ma Bersani (o Franceschini) deve conciliare le posizioni sue con quelle di Letta (o Binetti). E’ un errore che l’ho fatto anch’io. Ma è un falso problema. Letta (o Binetti o Fioroni o chi per loro) ci sarà – almeno in teoria – anche dopo le primarie di ottobre, anche dopo che sarà individuato il nuovo leader del partito. Il problema, dunque, non è di quel singolo candidato, ma di chiunque diventerà segretario. Starà a lui riuscire a imporre un metodo che spero sia quello indicato da Marino: si vota e la minoranza si adegua, altrimenti quella è la porta. Il Partito si chiama Democratico, non Anarchico.

C'è poco da commentare

Ogni Capo di Governo o di Stato vorrebbe un'informazione compiacente, che non disturbi troppo, che rilanci ogni sua dichiarazione.
L'anomalia non è che Berlusconi abbia simili atteggiamenti.
L'anomalia è che in Italia i telegiornali della televisione pubblica si adeguino.

p.s.: che poi il Tg3 sia stato criticato per un'edizione nella quale non c'era un titolo antigovernativo che fosse uno è soltanto la conferma di questa triste realtà. Il livello dell'informazione televisiva è sceso talmente in basso che è sufficiente non megafonare per sembrare degli eroi della libertà di stampa.

mercoledì 5 agosto 2009

La vocale

Ho grande stima di Pierluigi Bersani. Per me è stato un ottimo ministro. Non so se lo voterò alle primarie di ottobre, non so chi voterò in generale a dire il vero, ma ci sono un paio di punti sui quali avrei bisogno di togliermi qualche dubbio.

Bersani, presentando la sua mozione, ha definito il Partito Democratico come “il partito di una sinistra democratica e liberale”. E lo ha detto anche in altre circostanze, per esempio al Riformista il 29 luglio scorso: “Voglio un partito che sia a sinistra”. Essendo io di sinistra certe affermazioni non possono che allietarmi. Ma – mi chiedo – allieteranno pure Marco Follini ed Enrico Letta? Per un anno e più ci hanno scassato dicendo che no, il Partito Democratico deve essere moderato e non di sinistra (e da ex diessino ogni volta che c’erano di queste affermazioni mi dovevo sorbire la Lucia di turno che mi faceva la paternale): hanno cambiato idea all’improvviso? Se non hanno cambiato idea, per quale motivo allora appoggiano Bersani? Dice: saranno problemi loro. Eh no, non sono problemi soltanto loro. Perché io a questa domanda do soltanto una risposta. Magari ce ne sono altre, ma ad oggi ne vedo soltanto una. Ossia, la riedizione del centro trattino sinistra. Con Pinco che pesca voti al centro e Pallino che cura il serbatoio della sinistra. Uno schema a mio avviso stantio, non è certo quello a cui si pensava quando nacque il Partito Democratico. E che avrebbe come corollario un altro passaggio, guarda caso ben puntualizzato nella mozione Bersani. In essa si trova scritto: “la vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al contrario, renderle possibili, perché costruite nella chiarezza, sulla base di vincoli programmatici”.
Perché. Se fosse stato scritto “purché” – una u al posto di una e – io non avrei avuto difficoltà. Le alleanze si fanno purché siano nella chiarezza. Lineare, no? E coerente con l’esigenza di superare quanto avvenuto in un passato mica remoto, quando le alleanze e le Unioni si costruivano su vincoli programmatici sui generis e i governi cadevano per questioni incomprensibili ai più. Invece quel perché mi instilla dubbi. Che aumentano a causa delle dichiarazioni rese da Bersani anche in sede di presentazione della mozione: per esempio, quando dice che l’esperienza dell’Ulivo, intesa come incontro fra culture, “si deve accompagnare all’esigenza di riconoscere l’autonomia e la responsabilità di altre forze del centrosinistra e dell’opposizione”. Se io abbino la frase a un’altra affermazione che troviamo nella mozione, “sarà necessario sperimentare su basi programmatiche larghi schieramenti di centrosinistra, alleanze democratiche di progresso alternative alla destra”, cosa ottengo? Indovinato: l’Unione, il centro trattino sinistra (anche se in questo caso l'hanno scritto tutto attaccato). O qualcosa di pericolosamente vicino.
Ebbene, questi passaggi mi lasciano perplesso assai.
Io concordo con Bersani che non ci può essere bipartitismo, che la vocazione maggioritaria non può ridursi alla pretesa di andar da soli per poi magari pietire un “voto utile”. Anzi, penso che con Sinistra & Libertà ci siano parecchie affinità (certamente più che con l’UdC) e, personalmente, piacerebbe poter reincontrare vecchi compagni di viaggio. Ma nemmeno voglio la riedizione del caravanserraglio del 2006, con Tizio che scende in piazza a manifestare contro il governo di cui egli fa parte, Caio che per distinguersi rilascia interviste dichiarando che lui in piazza non ci va e Tizio è un pezzo di merda, Sempronio che per timore di non avere lo strapuntino di cinque secondi nel pastone del telegiornale afferma che...
No, per favore, non torniamo a quel passato. Ci siamo già fatti del male nel 1998 e nel 2006, perché insistere con formule vecchie e che non funzionano?
Mi si dirà che non è così. Che nessuno rivuole l’Unione e nemmeno il centro trattino sinistra. Ne sarei lieto. Ma, a questo punto, e nel momento stesso in cui mi si avanzasse l’obiezione, tornerei a pormi la domanda iniziale: o allora, se così non è, mi spiegate per quale motivo i centristi Enrico Letta e Marco Follini appoggiano Bersani che vuole esplicitamente un partito di sinistra?
Tutto per colpa di una e al posto di una u: chissà come sarebbe stato contento Georges Perec di questo mio ragionamento.

lunedì 3 agosto 2009

Una favola contraria a ogni ragionamento logico

A quanto pare il nuovo vicedirettore del Tg1, scelto personalmente dall’augusteo Minzolini, sarà Gennaro Sangiuliano.
Quarantasette anni, è l’autore del mitico servizio con il quale tempo fa veniva sottolineato che il pm che indaga sul giro di prostituzione a Palazzo Grazioli e Villa Certosa è di Magistratura Democratica. Dopo una carriera nella carta stampata, con la direzione o la vicedirezione di fogli indipendentissimi e per nulla schierati a destra come il Roma di Pinuccio Tatarella e Libero di Vittorio Feltri, è ora il numero due del principale telegiornale pubblico. Potrebbe essere interessante una sangiulianeide sulla falsariga della minzolineide. Ma per stavolta sorvolo sulle sue legittime opinioni circa il Ponte sullo Stretto (favorevole) o l’energia nucleare (favorevole). E anche sui suoi giudizi su Jean-Marie Le Pen (“pragmatico”) o su Mussolini (“uno dei grandi statisti del Novecento, capace di modernizzare la politica e la comunicazione del suo tempo. Capace di guadagnare un vasto consenso e di imprimere significativi cambiamenti all’Italia. Poi, è stato anche l’artefice di deprecabili scelte come le leggi antirazziali e la Seconda guerra mondiale”).

Basta citare un editoriale su L’Indipendente del 26 ottobre 2005, dopodiché posso anche chiuderla qui: “...è circolata la favola, contraria a ogni ragionamento logico, secondo la quale Berlusconi avrebbe deciso di diventare soggetto politico per proteggere i suoi interessi”.

domenica 2 agosto 2009

La montagna è superiore

Uno dei luoghi ai quali sono più affezionato è il gruppo dell'Uomo Morto, sulle Apuane. Il motivo del nome è evidente, basta vedere la foto: c'è tutto, ci sono le sopracciglia e il naso e il mento (sulla sinistra), c'è la pancia (la Pania), ci sono i piedi (il Pizzo delle Saette).
Spike Lee, nel film Miracolo a Sant'Anna, lo rinomina "l'Uomo che dorme". Ma è una licenza poetica. O, più probabilmente, scarsa conoscenza della toponomastica locale. L'uomo è morto, non dorme: del resto, con il fegato ridotto in quelle condizioni...
La Pania della Croce si chiama così da circa un secolo, da quando - nel 1900 - ci piantarono una croce, in anni recenti sostituita dopo essere stata abbattuta da un fulmine: ma il monte era conosciuto, con il nome di Pietrapana, pure a Dante Alighieri (Inferno, XXXII, 28).
Il Pizzo delle Saette si chiama così perché lì i fulmini si abbattono anche senza piantarci le croci in ferro.
Sul versante sud-est della Pania della Croce c'è il Passo degli Uomini della Neve, così nominato perché, quando ancora non esistevano i frigoriferi, dalla Versilia venivano quassù - sul fianco est della Pania c'è un nevaio eterno - per rifornirsi della materia prima per fare i gelati per i turisti. Ovvio che si trattava di gente che camminava veloce, molto veloce: doveva arrivare a valle prima che il caldo sciogliesse il ghiaccio. E dovevano star bene anche di ginocchia: la Costa Pulita, dalla quale scendevano, non presenta difficoltà tecniche particolari, ma è piuttosto ripidina.
Da questi monti, nella seconda guerra mondiale, passava la Linea Gotica.
Nell'estate 1944 si formò il primo gruppo partigiano garfagnino ("Valanga"), comandato da Leandro Puccetti. Il 27 agosto fu ucciso, peraltro in maniera abbastanza casuale, un soldato tedesco. La rappresaglia non si fece attendere: i partigiani, ragazzi idealisti e di nobili intenzioni, ma non molto scafati sotto il profilo militare, si posizionarono sul monte Rovaio, proprio di fronte alla Pania, a nord. I tedeschi e, pare, anche italiani repubblichini aggirarono il monte e fecero fuoco su di loro. Fu una strage. E la fine del gruppo "Valanga".
Oggi la Pania è un posto pacifico e bello che ti riconcilia con il mondo. Quando non c'è foschia si vede un panorama che spazia dalle Alpi francesi all'Isola d'Elba, dalla Corsica alla città di Firenze.

sabato 1 agosto 2009

Si fa presto a dire Sanitopoli

Alcune considerazioni banali e superficiali sull’inchiesta pugliese.

Prima considerazione. Non sono un addetto ai lavori, per cui potrei anche dire una cazzata galattica. Però, che io sappia, per acquisire un bilancio è sufficiente, a qualsiasi privato cittadino e senza nemmeno richiedere particolari autorizzazioni, abbonarsi a una banca dati collegata a Infocamere (e ce ne sono decine) e ricevere tutte le informazioni desiderate via internet. Per avere documentazione sui movimenti bancari, magari la procedura è più lunga, ma ancora una volta è possibile ricevere il tutto senza alzare le chiappe dalla sedia e rimanendo davanti a un monitor. Ecco, da profano ignorante qual io sono, mi chiedo dunque che bisogno c’era di fare l’irruzione spettacolare nelle sedi dei partiti. Almeno avessero portato via i computer (anche se nell’epoca dei portatili e delle chiavi usb la mossa può anche avere effetti secondari), ma non mi risulta. Ora, a me non piace la dietrologia, ma mi viene da pensare che dopo tutte le polemiche e l’enfatizzazione sull’appartenenza di un pm barese a Magistratura Democratica si sia voluto dare il massimo risalto mediatico all’operazione per fugare certi facili dubbi. Non lo so, è una mia sensazione.

Seconda considerazione. Ognuno porta l’acqua al suo mulino, è chiaro. Però è interessante notare come quei media e quei politici sempre pronti a invocare le ragioni del garantismo fino alla fine delle indagini, anzi no, che dico: fino alla sentenza definitiva in Cassazione, stavolta non abbiano remore a pubblicare e a marciare su indiscrezioni, intercettazioni e così via.

Terza considerazione. Nessuno dei partiti sotto indagine denuncia complotti o giustizie ad orologeria. La reazione mi pare, tutto sommato, abbastanza sobria. Speriamo che alle parole seguano i fatti: nel momento in cui, eventualmente, dovranno essere richieste autorizzazioni a procedere spero nessuno ricorra allo scudo dell’immunità parlamentare.

Ultima considerazione. Il politico più chiacchierato in questa storiaccia è Alberto Tedesco (PD). Difeso senza mezzi termini da…? Ebbene sì. Da lui. Possibile che, di riffe o di raffe, quando c’è qualcosa di poco chiaro il senatore Nicola Latorre (PD) sia sempre nel mezzo?