Secondo me lo fa apposta, di prenderlo per il culo.lunedì 31 agosto 2009
Lo prende per il culo, ne sono certo
Secondo me lo fa apposta, di prenderlo per il culo.domenica 30 agosto 2009
Sputtanocrazia
Piccolo esempio. Boffo (la cui ricostruzione nel merito della vicenda che lo riguarda somiglia vagamente alle giustificazioni che davamo da bambini alla maestra o alla mamma per le nostre malefatte, ma su questo non soffermiamoci o andremmo in tutt’altra direzione rispetto al ragionamento che vorrei proporre) e D’Avanzo mostrano come la famosa informativa della polizia sul direttore “attenzionato” e “noto omosessuale” sia una patacca. Il Giornale replica che non è vero e, per dimostrarlo, pubblica la foto del casellario giudiziale di Boffo in cui risulta la sentenza per molestie. Già, peccato che nessuno neghi la sentenza, ma semplicemente la veridicità dell’informativa. E' un po' come se io dicessi che ho la barba e, per smentirmi, qualcuno riproducesse il mio certificato di residenza. Però quella foto serve per dare credibilità. E a convincere il lettore più distratto.
E’ l’ennesima prova di come sia fondamentale guardare la luna, anziché il dito che la indica. Più ci concentriamo sui peccati di Ezio Mauro, Dino Boffo, Carlo Caracciolo, Carlo De Benedetti e più perdiamo di vista la sostanza del problema. E’ quel che vogliono gli sputtanocrati italiani: sviare l’attenzione.
Se io scrivo “è indispensabile alzare l’età pensionabile, adeguandola alle medie europee: 65 anni per tutti coloro che non siano inabili al lavoro, cui spetterebbe di andare in quiescenza anticipatamente. Così fan tutti, non si capisce perché l’Italia debba costituire una deplorevole eccezione”, probabilmente ci sarà qualcuno che interviene dicendo che ho scritto una cazzata e altri che ribatteranno che no, il mio ragionamento è giusto. La discussione, però, ed è questo ciò che conta, verterà sul sistema previdenziale italiano perché questo è il problema.
Se io aggiungo che tale frase l’ha scritta Vittorio Feltri, che in pensione ci è andato a 53 anni perché “quando andare in pensione lo decido io e non Prodi e neanche Bertinotti” (come ebbe a spiegare all’epoca dei fatti), il valore e l’importanza della frase che ho poc’anzi riportato cambia? A mio avviso no, non deve cambiare, perché il problema è la previdenza ed è reale, è proprio quello lì, non se l’autore della frase è un baby pensionato: è nel momento in cui l’attenzione passa dall’oggetto al soggetto che si rafforza la deriva sputtanocratica.
E’ ciò che vogliono gli alfieri del “tutti peccatori ergo Berlusconi non è peccatore di alcunché”.
Temo, e mi piacerebbe essere smentito, che nelle prossime settimane ci fionderemo in questa deriva: perché l'autunno ormai imminente richiede - tra difficoltà economiche che comunque rimangono, diciottomila lavoratori della scuola che rimarranno a casa e potrebbero incazzarsi di brutto, sentenza della Consulta sul lodo Alfano (6 ottobre), convenzione nazionale del Partito Democratico (11 ottobre) e primarie sempre di quel partito (25 ottobre) -, per le esigenze di potere di un Berlusconi forte numericamente, ma debole e declinante come mai prima d'ora, che la sputtanocrazia si imponga definitivamente.
venerdì 28 agosto 2009
Tutti colpevoli ergo Berlusconi non è colpevole di niente
A giugno scrissi che, nell’esercito mediatico berlusconiano, Il Giornale – diretto all’epoca da Mario Giordano – equivaleva alla vecchia artiglieria pesante, quella che sparava cannonate che andavano talvolta a colpire il bersaglio giusto e altre no, ma si prendevano per buone anche queste ultime perché tutto fa brodo; Libero – ancora sotto la guida di Vittorio Feltri – rappresentava le truppe speciali d’assalto, quelle che si muovono nella maniera più stronza e scientifica possibile, facendo il lavoro sporco, quello che gli altri non sono in grado di fare. Per dire: c’è da pubblicare le tette di Veronica Lario per ricordarle chi era e quindi che stia zitta e buona? Ecco, si fa. Ed è una pensata tipica da truppa d’assalto, né l’artiglieria pesante, né la fanteria ci sarebbero mai arrivate a una trovata del genere.Poi c’è stato il passaggio di Feltri al Giornale e l’approdo di Belpietro a Libero. E ora Berlusconi ha ben due truppe d’assalto al suo servizio, anche perché, dietro gli apprezzamenti di circostanza, tra i due direttori c’è forte rivalità.
Contemporaneamente, sia il quotidiano di Feltri sia quello di Belpietro stanno portando avanti una dura campagna mediatica contro la famiglia Agnelli, rea – sembrerebbe, ma è ancora tutto da dimostrare – di aver esportato valuta per aggirare il fisco.
Poi possiamo discutere sul fatto che Berlusconi si è dissociato da Feltri e che forse quest'ultimo la pagherà - come pagò dodici anni fa la campagna contro Di Pietro -. Però la degenerazione rimane: il direttore de Il Giornale ha sbagliato bersaglio e tempistica (errore grave per un reparto speciale d'assalto), ma quel che resta è un modo di fare giornalismo (sempre ammesso che possa definirsi tale) che non è più pubblicare notizie e commentarle, ma qualcosa d'altro e di deteriorato. Anche perché l'editore di riferimento non si sarebbe dissociato se, anziché di vescovi, si fosse trattato di industriali o sindacalisti o politici o liberi professionisti.
giovedì 27 agosto 2009
Parla come mangi
L’Espresso mette a confronto i tre candidati alla segreteria del Partito Democratico su una serie di questioni e ritengo interessante analizzare le risposte sotto il profilo stilistico. Alcune davvero rendono l’idea della grande difficoltà della sinistra a comunicare le proprie proposte in modo semplice senza scadere nel semplicismo berlusconiano.Non so se le risposte all’Espresso siano state fornite da Bersani in persona o da qualche suo ghost-writer. Di certo, l’inventore di termini anche abbastanza accattivanti sotto il profilo della comunicazione politica (“lenzuolate”, “rimescolo”) si fa prendere la mano dalla voglia di apparire quel che è, ossia competente. E, quel che è peggio, risponde in maniera involuta anche alle domande chiuse, quelle alle quali basterebbe un sì o un no. Esempio. Il governo ha deciso l’acquisto di 131 cacciabombardieri, ritiene che tale spesa sia compatibile con i bisogni del Paese in questa fase di crisi economica? Risposta: “Io penso ad un’Italia che non viene mai meno ai suoi compiti internazionali (quindi sarebbe un sì?). Naturalmente, i programmi possono e devono essere adattati al quadro economico. Questo vale anche per l’acquisto dei cacciabombardieri (dunque sarebbe un no?) che va ripensato alla luce della crisi economica in atto” (va ripensato, allora non è un sì, ma nemmeno un no? O forse è un no? Boh?).
mercoledì 26 agosto 2009
Oggi come ieri
Ogni tanto, leggendo certi articoli pubblicati sui giornali di destra, sento l’esigenza di controllare il calendario. Infatti mi sorge il dubbio se siamo realmente nel 2009, vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, o nel 1951, tre anni prima della fine del maccartismo.In Italia, addirittura, siamo riusciti a reintrodurre la figura dei cattocomunisti. Esseri spregevoli, nell’immaginario berlusconiano e della destra italopadana più rozza secondi solamente ai terroristi di al Qaeda nella classifica dei belzebù del terzo millennio.
Scrive dunque l’insegne maitre à penser: “il cattocomunismo sta dispiegando la sua geometrica potenza come mai era accaduto negli ultimi quindici anni”. Già si sente l'inflessione vocale tipica di certi cinegiornale Luce del Ventennio, ma poi l’editoriale prosegue con il suo stile da Agenzia Stefani: “con una maniacale attività di mistificazione ha impiegato alcune delle sue strutture editoriali e formative nel tentativo di demolire l’attività del governo e di delegittimare il presidente del Consiglio”. Malgieri si premura di specificare chi siano questi perfidi cattocomunisti e quali siano queste “strutture editoriali e formative”: Dino Boffo, direttore di Avvenire, e don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. E a questo punto una risata ci seppellirà.
martedì 25 agosto 2009
Che s'adda fà pè campà
Renato Farina. Alias Betulla.Uno finisce di leggere e, dopo essersi accertato che siamo veramente nel 2009 e non nel 1954, pensa che in fondo è un editoriale contro un dittatore: un vero democratico, al di là di certe forzature ideologiche, non può disapprovare del tutto.
lunedì 24 agosto 2009
Sarebbe un merito?
Ora, consideriamo la situazione dell’Italia. Abbiamo un sistema di welfare state tra i più squilibrati e poveri: se perdi il lavoro e non sei un dipendente a tempo indeterminato da almeno dieci anni di una grande azienda, gli ammortizzatori sociali son quelli che sono o semplicemente, prendiamo il caso dei cocoprò, non esistono proprio. Cosa doveva fare, il Governo? Abolire quel poco che resta di tutela per i lavoratori perché c’è la recessione?
Lo stesso può dirsi per il debito pubblico. Quello italiano è il più alto d’Europa, sia in termini assoluti sia in termini percentuali rispetto al Pil. Farlo crescere ancor più di quanto non abbia fatto in questi ultimi dodici mesi avrebbe significato la bancarotta o giù di lì.
Nessuno, però, tra gli analisti indipendenti elogia il Governo in carica per aver impostato politiche che permettano di uscire prima dalla recessione o di averla sentita di meno. Semplicemente, ringraziano per aver fatto sì che non la sentissimo ancor di più. Insomma, un ringraziamento per il minimo sindacale richiesto a un esecutivo.
Beh, tutto è relativo e da un Governo guidato da un personaggio come Silvio Berlusconi in effetti ci si attende talmente poco, in termini qualitativi, che il non aver combinato danni è già qualcosa. Ma certo questo dà la misura di quale Paese sgangherato siamo attualmente.
venerdì 21 agosto 2009
I pregiudizi di Piero Ostellino
Dalle colonne del Corriere della Sera, Piero Ostellino si barcamena da anni per dimostrare che in fondo quel che vuol fare Berlusconi è liberale e chi lo vuole contrastare è un non-liberale, ossia – nella sua visione del mondo – una sorta di untore manzoniano.Nel suo ultimo elaborato, pubblicato oggi in prima pagina sul quotidiano di via Solferino, ha però superato sé stesso. Descrivendo un’Italia divisa in due: da una parte “i piccoli e medi imprenditori fuori dal circuito delle complicità pubbliche e private, commercianti al dettaglio, professionisti isolati, lavoratori del settore privato, precari e giovani”. Gente, prosegue l’editorialista, che affronta “le incognite e le durezze della vita e del mercato con coraggio e spirito innovativo”. Dall’altra “ciò che rimane della grande industria, pubblica e privata, barricata e protetta dietro la propria non contendibilità; il sistema creditizio protetto da una rete di interessi politici; i professionisti e i manager inquadrati negli ordini professionali; gli alti commis di Stato; i dipendenti pubblici tutelati da un sindacalismo chiuso e miope; gli amministratori degli Enti locali attraverso i quali passa gran parte della corruzione”.
E fin qui la distinzione può essere discutibile, opinabile, superficiale, ma ci può ancora stare. Il bello viene dopo. Dice Ostellino che gli italiani della prima categoria – i buoni – sono “la base sociale e il serbatoio elettorale del centrodestra”. Invece, quelli della seconda categoria – i cattivi contrari a ogni cambiamento – “votano in prevalenza a sinistra”.
Salto tutta la parte in cui Ostellino riprende certi stilemi della propaganda berlusconiana (se non raggiunge i risultati è colpa dell’UdC, di AN, dei poteri forti e di questi esponenti della “seconda categoria” di italiani: ci manca il complotto plutogiudaicomassonico di mussoliniana memoria e poi siamo a posto) e invece mi concentro su questa distinzione da lui operata tra italiani operosi che votano centrodestra e italiani parassiti schierati a sinistra. Al di là che pure questa è una delle solite semplificazioni che da anni Berlusconi ci propina, siamo sicuri che sia realmente così? Io no.
Come elettore convintamente di sinistra mi ritengo offeso da questa rappresentazione banale, gretta, ideologica della società italiana.
Anzi, potrei – in maniera non meno ideologica – affermare il contrario: che è stata la maggior parte dei commercianti schierata a destra a bloccare le liberalizzazioni e nemmeno mi risulta che i tassisti, giusto per dire una categoria a caso, votino a sinistra. O potrei aggiungere che la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani non è mai stata ostile a Berlusconi (raggiungendo il culmine all’epoca del collateralismo spinto di D’Amato), eppure, salvo rarissimi casi, non ha mai dato prova di vivacità e spirito di innovazione, preferendo le scorciatoie di leggi Tremonti sugli utili reinvestiti sfruttate per comprarci il BMW nuovo: lo stesso Berlusconi come imprenditore è stato innovativo negli obiettivi da conseguire, ma estremamente conservativo e in cerca di “complicità pubbliche e private” (per usare l’espressione di Ostellino) nelle strade da percorrere per arrivarci. Mi viene in mente un cliente che, poche settimane prima delle elezioni 2008, mi disse: “ci rivediamo dopo le elezioni, secondo come va magari è più facile acquistare senza fattura… lei mi capisce, vero?”. Un caso isolato? Non credo proprio e dubito che sia soltanto un mio pregiudizio. O forse è questo genere di imprenditori che rendono l’Italia paese aperto e competitivo agli occhi di Ostellino? Davvero l’Italia dei condoni edilizi e fiscali è un’Italia che vota “in prevalenza” a sinistra?
Ironizzare sugli enti pubblici come se fossero tutti di sinistra e tutti corrotti significa ignorare che la maggioranza di essi è ormai guidata dal centrodestra e le rogne amministrative riguardano tanto loro come il centrosinistra: se oggi si parla soprattutto di quelle che riguardano il Partito Democratico è soltanto perché altrove si fanno spallucce di fronte ai problemi giudiziari di ministri (Fitto) e governatori di lunga data (Formigoni) o si chiudono gli occhi di fronte ad amministrazioni (Fondi) colluse con la criminalità organizzata.
La prossima volta che Berlusconi dirà che la stampa è tutta contro di lui, spero qualcuno gli faccia leggere un articolo come questo, uscito sul quotidiano più venduto in Italia.
mercoledì 19 agosto 2009
Domande & risposte
Senza entrare nel merito se quel che fa Berlusconi aiuta la mafia oppure no, senza stare a rivangare per l’ennesima volta i precedenti di Mangano e Dell’Utri, la domanda è: questa ulteriore denuncia da parte del leader dell’Italia dei Valori quale risultato sta ottenendo?
Risposta uno: qualcuno di quelli che ha votato Berlusconi o la Lega si sveglia e dice “però, è vero: Berlusconi è un mafioso, non lo voto più”.
Risposta due: Berlusconi convoca una conferenza stampa e confessa: “ebbene sì, lo ammetto: sono un affiliato a Cosa Nostra”
Risposta tre: c’è un po’ di gente, antiberlusconiana dal gennaio 1994, che dice: “bravo Tonino, tu sì che gliele canti al nano di merda! Mica come Bersani e Franceschini che inciuciano in continuazione”
Risposta quattro: i berluscones si lanciano in una serie di dichiarazioni parallele (ben riprese dal Tg1, dal Tg2 e dai canali Mediaset) sull’antiberlusconismo dell’opposizione, su questa opposizione con la quale non si può dialogare e non si va da nessuna parte, sul povero Silvio che, anzi, sta facendo questo e quello per il bene del Paese.
Si possono barrare due risposte.
(con ciò non voglio dire che certe cose non debbano essere denunciate. O che si debba rimanere silenti di fronte agli scandali e ai paradossi dell'Italia berlusconiana. Semplicemente, constato che certe denunce fanno tanto rumore, ma poi, agli effetti pratici... e allora, posto che era sbagliata la via veltroniana di fare opposizione, siamo sicuri che quella giusta è la dipietresca?)
Di cosa parlano?
Oppure potrebbero parlare del ruolo dell’Italia nelle missioni all’estero.
O anche della crisi economica: diceva ieri sera Alberto Quadrio Curzio al TG1 che l’Italia ne risente di meno per una serie di motivi e anche perché Tremonti è stato bravo a gestirla, ma mica ci ha convinti l’economista filogovernativo della Cattolica (nonché collaboratore di Panorama Economy).
E, volendo, potrebbero parlare della green economy, trovando lo spunto da tutta questa diatriba sui gasdotti che dall’Europa dell’est arrivano dalle nostre parti.
Altrimenti, se questi argomenti son ritenuti troppo difficili, potrebbero puntare sulla sicurezza delle nostre città, sulla portata propagandistica delle ronde e di quanto esse possano servire, alla Lega Nord, per costruire una rete di nuovi simpatizzanti sul territorio (non ci avevate pensato, eh? Eppure è questa la vera ragione per cui da quelle parti ci tengono tanto, al di là dei risultati sotto il profilo della microcriminalità).
Invece no. L’argomento migliore che trovano è: “Franceschini era il vice di Veltroni e quindi…” e “Ma Bersani dov’era, in ferie?”.
Allora, cari signori del Partito Democratico e, in particolare, voi della seconda fila (posto che la prima è occupata da Bersani, Franceschini e Marino). Sì, voi: Bindi, Fassino, Serracchiani, D’Alema, Rutelli, Letta eccetera eccetera eccetera. Vi rendete conto che nelle prossime settimane sarete sottoposti a un fuoco di fila da parte dei media che non aspettano altro che ricamare su qualsiasi piccola divergenza? Siete consapevoli di cosa voglia dire il ritorno di Feltri a Il Giornale e l’approdo di Belpietro (con lo scoopista di punta Gianluigi Nuzzi) a Libero? Avete consapevolezza che dal mese prossimo uscirà in edicola Il Fatto che, con Padellaro, Travaglio e Telese, troverà ogni giorno un argomento per sputtanarvi da (centro)sinistra?
E allora, dài… Smettetela di cazzeggiare sulle alleanze con l’UdC piuttosto che con Di Pietro, ma soprattutto smettetela di rinfacciarvi quello che avete o non avete fatto nel 1998, nel 2001, nel 2005, nel 2006, nel 2007, nel 2008 e cominciate a parlare di questioni un po’ più concrete. Approfittate del dibattito all’interno del partito per porre all’attenzione di tutti questioni serie e dettare voi l’agenda al governo.
venerdì 14 agosto 2009
Il libro
Il libro era lì, componente di una pila di tanti della stessa specie, uno sopra l’altro, alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano.“Ehi, perché non mi compri?”, mi disse.
“Perché in questo periodo ho altri interessi, altre cose che avevo programmato di leggere… Stile Libero sta ripubblicando Fante e mi sta anche piacendo”, risposi.
“Ma dài, comprami… guardami, da oggi sono in edizione economica. Solo undici euro”.
“Senti, ho letto ottime recensioni di te. Però, o compro te o compro Fante”
“Tutti e due, no? Tra colleghi mica ci facciamo la guerra, che credi?”
“No! Dài, la prossima volta”
“Tu ed io abbiamo un conto in sospeso, non ricordi?”, si intromise.
“Ricordo, ricordo… Alla Feltrinelli a Milano”
“E allora su, che aspetti?”
“Mah… uhm, certo sei un po’ presuntuosetto: leggo qui, sulla quarta di copertina, ‘una delle storie più divertenti che siano mai state raccontate’”.
“E’ vero! E’ così!”
“Se permetti, quello devo essere io a stabilirlo, mica tu!”
“Uh, quante storie… Comprami, io sono in veeeendita, e non mi creeeedereeee irraggiungiiiibile”
“Ti sei messo pure a cantare, ora?”
“Ma perlomeno dai un’occhiata dentro, sfoglia le pagine. Leggi l'incipit, vedrai che dopo non riuscirai a fare a meno di leggere il seguito”
“C’è il cellophan”
“Lo togli”
“Non si può”
“Sì che si può”.
“Vabbè… oh, se arriva il commesso la colpa è tua, d’accordo?”
“Allora, che ne pensi? Sono o non sono da comprare?”
“484 pagine… lunghino… ora non ho molto tempo: sai, lavoro e arrivo la sera a casa… preferisco qualcosa di più breve, non so… racconti. Qualcosa che si possa leggere in breve tempo”
“Sei duro come il marmo!”
“Ehi, ciao… Alla buon’ora! Ti sei deciso, finalmente!”
“Uhm… sai cosa?”
“Cosa?”
“Quasi quasi ti regalo a un amico”
“Mah… io te mica ti capisco. Comunque, va bene, non mi offendo! Scommetto che il tuo amico è più intelligente di te e mi saprà apprezzare!”
“Signorina, per cortesia me lo può incartare?”
“Cough cough… mi manca l’aria!”
“E sta zitto, è per poche ore…”
“Mi incarti per non cedere alla tentazione di leggermi, pezzo di shmuk!”
“Eh?”
“Niente, lascia perdere… se non mi leggi, non puoi capire”.
“Rieccolo!”, mi fa.
“Ciao, tutto bene?”
“Sì… ho un po’ il dorso indolenzito, ma per il resto tutto bene. Ma ora sloggia!”
“Sloggio?”
“Mi fai perdere tempo! Tanto lo so che non mi comprerai mai. E però se tu stai qui ci saranno altri che passeranno oltre e non mi vedranno e non mi compreranno. Mica giusto. Anche il tuo amico… tzè, quel goyisher kop ancora non mi ha letto. Mi ha preferito Truman Capote, addirittura David Liss che glielo hai consigliato tu e però ha evitato me!”
“Ok, allora ti compro, stavolta!”
“Bah, io ‘sti goyim a volte mica li capisco!”
Sì, l’ho comprato e devo dire che è stato davvero un ottimo acquisto. Mi chiedo perché ho aspettato tanto prima di leggere “La versione di Barney” di Mordecai Richler (Adelphi).
giovedì 13 agosto 2009
Pro e contro di tre candidati
Bersani
Pro. Io penso che alla guida del Partito Democratico, di questo Partito Democratico, qui e ora, debba starci non un filosofo teoretico o uno scienziato della politica, ma uno anche un po' figlio di puttana. Uno che in un partito dove troppi, da sempre, sono abituati “a parlare a prescindere” (cito da un’intervista a Ileana Argentin, stamani sul Riformista), sappia imporsi e piantare dei paletti oltre i quali non andare. Uno che riesca a organizzare il partito in maniera solida, in modo che nell’arco di due o tre anni i circoli possano diventare nel territorio dove sono situati un po’ come le vecchie sezioni del Partito Comunista, ossia dei punti di riferimento veri per i residenti. Uno che quando va ai dibattiti televisivi sappia parlare in maniera semplice, ricorrendo anche a espressioni non politichesi e sappia mimare la faccia scoglionata quando il Tremonti di turno spara cazzate. Ecco – e lo dico come un elogio – Pierluigi Bersani, che pure è laureato in filosofia, possiede più degli altri due candidati questa dote di buon figlio di puttana.
Contro. Continuo a vedere poco chiaro l’approdo: complici taluni che appoggiano questa mozione, resta forte in me il sospetto che quel che si voglia alla fine sia soltanto un centro trattino sinistra, una riedizione del partito di sinistra che pensa a conquistare solo i voti di sinistra e poi il partito di centro che bada al voto moderato e poi ci si allea e poi si discute su questo e su quello e poi si litiga e poi si fa l’accordo della crostata favorito dal gran cerimoniere ben introdotto a destra e poi…
Franceschini
Pro. Il suo progetto rispecchia meglio le idee mie e di tanti che avevano, a suo tempo, aderito al Partito Democratico. Trovo scritte nella sua mozione le frasi più chiare e inequivocabili al proposito: “non torneremo indietro, a un centro-sinistra col trattino, basato su una divisione di compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare pezzi di società… solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del PD, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di compiti e significa non avere capito che quello schema si trascina forse in pezzi di classe dirigente, ma non esiste più da tempo nel nostro popolo”. Ma anche: “non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico… formeremo un’alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabile. Credibile non solo per vincere, ma anche per governare”.
Contro. Franceschini mi ricorda un po’ quei ciclisti passisti bravi un po’ su tutti i percorsi, ma senza eccellere in niente. Di quelli che vincono tre corse l’anno grazie a una serie di circostanze (la fuga era quella giusta, gli avversari principali sono rimasti attardati a causa di un ventaglio…), ma che non hanno lo sprint finale, il colpo di genio, la capacità di entusiasmare le folle.
Marino
Pro. Relativamente al progetto di partito, vale il discorso fatto per Franceschini. Di tutti e tre i candidati è quello che meglio incarna il mio desiderio di rinnovamento e di piazza pulita di certi personaggi (i D’Alema, i Veltroni, i Parisi, i Rutelli) che hanno fatto il loro tempo, che da quattordici anni ormai si dibattono nei soliti problemi senza sapere come risolverli (ammesso che vogliano). Devo dire che non è un motivo da poco, la sirena è molto forte.
Contro. Lui – e il gruppo che lo sostiene – tiene a sottolineare che non di sola laicità sta parlando, ma anche di energie rinnovabili, riforma del welfare state e così via. E se si legge la sua mozione per intero, ha ragione. Resta il fatto che l’unico tema per il quale riesce a trovare visibilità è quello della laicità ed è anche colpa sua: i media lo interpellano solo per quello e lui dovrebbe avere il coraggio di rompere lo schemino. Insomma, rischia – e sarebbe un dramma, perché il personaggio è valido e le idee pure – di diventare la macchietta di sé stesso.
Ma c’è un altro contro – e pure questo non è un motivo da poco – da considerare: Marino è colui che dà meno garanzie nell’ottica di un’organizzazione del partito solida e fortemente radicata. Il Partito Democratico certamente deve conquistare il consenso delle persone giovani, laureate, che si informano on line e intervengono sui blog: ma l’Italia è un Paese vecchio e la stragrande maggioranza degli italiani non si informa on line, non sa cosa sia un blog (o lo sa soltanto a grandi linee); il Partito Democratico non è soltanto le ottime idee di Pippo Civati e Luca Sofri e Paola Concia (persone bravissime e che spero prima o poi di vedere in ruoli di responsabilità), ma pure il vecchio militante che scatarra durante la riunione ed è affezionato alla foto di Luigi Longo in quel quadretto che c'è in sezione e che tutti gli anni, comunque sia, prende e va a fare le sue venticinque tessere e da ognuna di quelle venticinque sa quanti soldi ricavarci.
P.S. – che poi, ieri sera, nel corso della telefonata notturna è venuta fuori un’altra questione. Metti che vince Bersani: ci siamo detti che sicuramente Marino e Franceschini saranno collaborativi. Ma se dovessero vincere Franceschini o Marino, quale sarà l’atteggiamento di D’Alema, di Enrico Letta, di Parisi? Faranno come hanno fatto con Veltroni, fingendo di appoggiare il segretario e in realtà mettendogli continuamente il bastone fra le ruote? Eeeeh, saperlo!
lunedì 10 agosto 2009
Gabbie salariali: e se andasse a finire così?
Le gabbie salariali non mi convincono per niente.
Parto da un assunto empirico (e qui sta la probabile cazzata).
Allora, al nord gli stipendi devono essere più alti che al sud perché il costo della vita è più alto. Quindi, o al nord devono guadagnare di più perché altrimenti non ce la fanno ad arrivare a fine mese; oppure al sud guadagnano troppo e devono prendere di meno.
Però la prima ipotesi confligge con gli interessi degli imprenditori che da anni si lamentano che il costo del lavoro è eccessivo: in tal caso, lo sarebbe ancor di più e delocalizzerebbero la produzione o all'estero o... al sud!
E la seconda ipotesi confligge, oltre che con il buonsenso (il reddito pro capite nelle regioni meridionali è già più basso che nel resto d’Italia e non pare che laggiù la maggior parte della gente navighi nell’oro), anche con tutto quel che si è detto in questi ultimi mesi, ossia che bisogna che le famiglie spendano e investano per uscire dalla crisi: se gli togliamo una parte dei loro soldi, cosa potranno mai spendere e investire?
Insomma, io tutta questa faccenda delle gabbie salariali la vedo così.
La Lega Nord ha questo vecchio cavallo di battaglia – ne parlava anche ai tempi in cui andavo all’Università, primi anni Novanta: e ricordo una vignetta su Repubblica, con il Forattini di allora, quello che ancora non aveva del tutto sbarellato, che disegnò un Bossi bavoso dentro un gabbione – delle gabbie salariali. Lo ha riproposto in questi giorni con forza dopo le polemiche sui soldi al sud, anzi: alla Sicilia. Al nord, dove il costo della vita è più alto, tanta gente pensa che, grazie a questa trovata, gli entreranno più soldi in tasca, magari togliendoli a quei parassiti del sud e finisce che appoggerà la proposta leghista. Tutti coloro (sindacati, partiti di sinistra, gente ragionevole) che si opporranno – complice la stampa filogovernativa che oggi, con Feltri al Giornale, Belpietro a Libero e Mulé a Panorama si è ulteriormente incattivita – finiranno per passarci male, per essere quelli che non vogliono gli stipendi più alti. A sinistra, qualche sindaco veneto-piemontese che sentirà aria di campagna elettorale, o più semplicemente di primaria piddina, dirà che sì, le gabbie salariali ci vogliono, secondo certi canoni, ma ci vogliono. L’ultima parola, ci scommetto, l’avrà Brunetta che ne approfitterà per l’ennesima campagna contro i dipendenti pubblici. Ma non gli alti funzionari: gli impiegati alla Fantozzi. Alla fine, nel maxidecreto che Tremonti redigerà in fretta e furia a metà novembre e che sarà sottoposto a voto di fiducia mezz’ora dopo essere stato varato dal Consiglio dei Ministri, ci sarà un pateracchio che rabbonirà la Lega e che sarà un simil-gabbia-salariale a scapito di qualche lavoratore meridionale, magari della Pubblica amministrazione, non siciliano (altrimenti Lombardo gli farà il partito contro).
sabato 8 agosto 2009
Abbey Road, 8 agosto 1969
L’8 agosto di quarant’anni fa quattro capelloni attraversarono la strada. E furono immortalati in quell’atto così quotidiano per la foto di copertina di quello che sarebbe stato il loro ultimo album tra quelli registrati e che sarebbe uscito il mese successivo: Abbey Road, come la strada che avevano attraversato.Un’azione tanto semplice, quella dei Beatles, che però spalancò le finestre alle illazioni e alle congetture. Paul McCartney era morto e quello nella foto è soltanto un sosia.
Ma come, morto? Ma dove? Ma quando?
La copertina semina indizi.
John Lennon, vestito di bianco, è il sacerdote che ha celebrato il funerale. Ringo Starr, in completo nero, è l’impresario delle pompe funebri. George Harrison, in jeans, è l’operaio che ha provveduto all’operazione di sepoltura. E Paul? Paul è scalzo. Come i morti nella bara. E non è al passo con gli altri. E poi, accidenti, ha la sigaretta nella mano destra: ma come, lui non è mancino?
Cosa dire del Maggiolino posteggiato sul marciapiedi? La targa: 28IF. Ventotto se. Se fosse ancora vivo, Paul avrebbe ventotto anni. No, era del giugno 1942, quindi casomai avrebbe avuto ventisette anni. Sì, però lui era appassionato di filosofie orientali, là iniziano a contare gli anni dal concepimento. Lui è stato concepito nel settembre 1941, quindi ventotto anni giusti giusti.
La parte superiore della targa? Come la vogliamo mettere con quella? LMW. Uhm, mumble mumble. Ma sì, è un acronimo. Sta per “Lie ‘Mongst the Wadding”: giace nell’ovatta, nell’imbottitura. Come nella bara. Sembra un po’ forzato, ma è il titolo di un poemetto di Stephen Crane. Uno scrittore che, guarda caso, compare in mezzo ai tanti personaggi della copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. E proprio dietro la testa di Paul, accanto a una mano tesa sopra di lui, come a indicarlo. O a benedirlo.
Quest’ultimo riferimento spinge qualcuno a scandagliare anche l’altra copertina, quella di Sgt. Pepper, lavoro di due anni prima.
Tre Beatles hanno in mano gli ottoni, il quarto un oboe. Manco a dirlo, è Paul. L’oboe di che colore è? Nero. Il colore del lutto. Nella composizione floreale in primo piano, l’unico strumento è un basso con tre (come il numero degli scarafaggi superstiti) corde e, guarda caso, proprio come lo avrebbe suonato un mancino qual è Paul. La bambolina sulla destra tiene in mano un modellino di auto e la vecchia a cui sta in braccio ha un guanto da automobilista insanguinato. Ai loro piedi, una piccola composizione floreale gialla e rossa richiama un auto che cade in un dirupo.
I testi, analizziamo i testi, chissà quanti riferimenti…
Non vado oltre, non vale la pena: il web è ricco di articoli con i quali sbizzarrirsi. Io non credo a queste leggende metropolitane, troppo forzate, troppo complottiste, troppo dietrologiche. Se partiamo dal presupposto che dal 1966 (anno in cui sarebbe avvenuto l’incidente stradale che avrebbe causato la morte di Paul) le canzoni di Lennon e McCartney erano sempre più diverse, qualcuno riuscì nell’impresa non solamente di trovare un tizio fisicamente uguale al defunto (cosa non impossibile) e in grado di suonare molto bene il basso da mancino (a proposito: McCartney era mancino solo in questo, per il resto faceva tutto con la destra), ma addirittura di comporre capolavori assoluti come Hey Jude, Lady Madonna, Blackbird, Get Back, Let it Be e quasi tutto il grande medley del lato B di Abbey Road.
In ogni caso, io – per non saper né leggere né scrivere –, l’8 agosto 1995 trovandomi a Londra, andai ad Abbey Road. Attraversai la strada con le mani in tasca. Tornai indietro e la riattraversai scalzo. Mancava il Maggiolino, però, ed è per questo, penso, che son qui a scrivere ‘ste cazzate.
P.S.: il giorno successivo, il 9 agosto 1969, i seguaci di Charles Manson compirono una strage in una villa a Beverly Hills, uccidendo Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, e alcuni suoi ospiti. Sul muro di una parete la scritta Helter Skelter: una canzone dei Beatles, scritta da Paul McCartney, e Piggies, altra canzone dei Fab Four, però di Harrison. Ma questa è un’altra storia.
venerdì 7 agosto 2009
Chi appoggia chi
Marino indica un problema vero (una posizione unitaria e chiara su un problema etico) e segnala anche quella che è, a mio avviso, la giusta soluzione: “discutiamone, però alla fine votiamo e tutti si sentano vincolati alla posizione decisa”. Tuttavia, è il ragionamento di mezzo che mi lascia perplesso. Ossia, rinfacciare Tizio o Caio che appoggiano Bersani o Franceschini.
Un conto, infatti, è – come nel mio precedente post – rilevare che l’appoggio di un Letta o di un Follini può (e sottolineo può) significare un certo tipo di percorso non esplicitamente detto.
Altro è dire: ma Bersani (o Franceschini) deve conciliare le posizioni sue con quelle di Letta (o Binetti). E’ un errore che l’ho fatto anch’io. Ma è un falso problema. Letta (o Binetti o Fioroni o chi per loro) ci sarà – almeno in teoria – anche dopo le primarie di ottobre, anche dopo che sarà individuato il nuovo leader del partito. Il problema, dunque, non è di quel singolo candidato, ma di chiunque diventerà segretario. Starà a lui riuscire a imporre un metodo che spero sia quello indicato da Marino: si vota e la minoranza si adegua, altrimenti quella è la porta. Il Partito si chiama Democratico, non Anarchico.
C'è poco da commentare
L'anomalia non è che Berlusconi abbia simili atteggiamenti.
L'anomalia è che in Italia i telegiornali della televisione pubblica si adeguino.
p.s.: che poi il Tg3 sia stato criticato per un'edizione nella quale non c'era un titolo antigovernativo che fosse uno è soltanto la conferma di questa triste realtà. Il livello dell'informazione televisiva è sceso talmente in basso che è sufficiente non megafonare per sembrare degli eroi della libertà di stampa.
mercoledì 5 agosto 2009
La vocale
Ebbene, questi passaggi mi lasciano perplesso assai.

lunedì 3 agosto 2009
Una favola contraria a ogni ragionamento logico
A quanto pare il nuovo vicedirettore del Tg1, scelto personalmente dall’augusteo Minzolini, sarà Gennaro Sangiuliano.domenica 2 agosto 2009
La montagna è superiore
Uno dei luoghi ai quali sono più affezionato è il gruppo dell'Uomo Morto, sulle Apuane. Il motivo del nome è evidente, basta vedere la foto: c'è tutto, ci sono le sopracciglia e il naso e il mento (sulla sinistra), c'è la pancia (la Pania), ci sono i piedi (il Pizzo delle Saette).Spike Lee, nel film Miracolo a Sant'Anna, lo rinomina "l'Uomo che dorme". Ma è una licenza poetica. O, più probabilmente, scarsa conoscenza della toponomastica locale. L'uomo è morto, non dorme: del resto, con il fegato ridotto in quelle condizioni...
Il Pizzo delle Saette si chiama così perché lì i fulmini si abbattono anche senza piantarci le croci in ferro.
Sul versante sud-est della Pania della Croce c'è il Passo degli Uomini della Neve, così nominato perché, quando ancora non esistevano i frigoriferi, dalla Versilia venivano quassù - sul fianco est della Pania c'è un nevaio eterno - per rifornirsi della materia prima per fare i gelati per i turisti. Ovvio che si trattava di gente che camminava veloce, molto veloce: doveva arrivare a valle prima che il caldo sciogliesse il ghiaccio. E dovevano star bene anche di ginocchia: la Costa Pulita, dalla quale scendevano, non presenta difficoltà tecniche particolari, ma è piuttosto ripidina.
Nell'estate 1944 si formò il primo gruppo partigiano garfagnino ("Valanga"), comandato da Leandro Puccetti. Il 27 agosto fu ucciso, peraltro in maniera abbastanza casuale, un soldato tedesco. La rappresaglia non si fece attendere: i partigiani, ragazzi idealisti e di nobili intenzioni, ma non molto scafati sotto il profilo militare, si posizionarono sul monte Rovaio, proprio di fronte alla Pania, a nord. I tedeschi e, pare, anche italiani repubblichini aggirarono il monte e fecero fuoco su di loro. Fu una strage. E la fine del gruppo "Valanga".
sabato 1 agosto 2009
Si fa presto a dire Sanitopoli
Prima considerazione. Non sono un addetto ai lavori, per cui potrei anche dire una cazzata galattica. Però, che io sappia, per acquisire un bilancio è sufficiente, a qualsiasi privato cittadino e senza nemmeno richiedere particolari autorizzazioni, abbonarsi a una banca dati collegata a Infocamere (e ce ne sono decine) e ricevere tutte le informazioni desiderate via internet. Per avere documentazione sui movimenti bancari, magari la procedura è più lunga, ma ancora una volta è possibile ricevere il tutto senza alzare le chiappe dalla sedia e rimanendo davanti a un monitor. Ecco, da profano ignorante qual io sono, mi chiedo dunque che bisogno c’era di fare l’irruzione spettacolare nelle sedi dei partiti. Almeno avessero portato via i computer (anche se nell’epoca dei portatili e delle chiavi usb la mossa può anche avere effetti secondari), ma non mi risulta. Ora, a me non piace la dietrologia, ma mi viene da pensare che dopo tutte le polemiche e l’enfatizzazione sull’appartenenza di un pm barese a Magistratura Democratica si sia voluto dare il massimo risalto mediatico all’operazione per fugare certi facili dubbi. Non lo so, è una mia sensazione.
Seconda considerazione. Ognuno porta l’acqua al suo mulino, è chiaro. Però è interessante notare come quei media e quei politici sempre pronti a invocare le ragioni del garantismo fino alla fine delle indagini, anzi no, che dico: fino alla sentenza definitiva in Cassazione, stavolta non abbiano remore a pubblicare e a marciare su indiscrezioni, intercettazioni e così via.
Terza considerazione. Nessuno dei partiti sotto indagine denuncia complotti o giustizie ad orologeria. La reazione mi pare, tutto sommato, abbastanza sobria. Speriamo che alle parole seguano i fatti: nel momento in cui, eventualmente, dovranno essere richieste autorizzazioni a procedere spero nessuno ricorra allo scudo dell’immunità parlamentare.
Ultima considerazione. Il politico più chiacchierato in questa storiaccia è Alberto Tedesco (PD). Difeso senza mezzi termini da…? Ebbene sì. Da lui. Possibile che, di riffe o di raffe, quando c’è qualcosa di poco chiaro il senatore Nicola Latorre (PD) sia sempre nel mezzo?