Ecco un breve spaccato dell’Italia vista da esponenti del Governo italiano attualmente in carica.
Partito Democratico e dintorni
“La sinistra si muove in modo isterico e incattivito” (Sandro Bondi, 31/08, Il Giornale)
“Siamo circondati da troppi farabutti in politica, stampa e tv” (Silvio Berlusconi, 15/09)
“Questa sinistra non è cambiata, sono illiberali come quindici anni fa. E’ cambiata in tutta Europa, tranne qui, dove hanno cambiato nome tante volte, ma sono rimasti i soliti comunisti. Uomini, sedi, mentalità, cultura, comportamenti e lotta politica sono gli stessi. Ascoltateli parlare: non credono più in niente e vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante che condanna, quando in passato sono stati adoratori di tiranni sanguinari come Stalin, Mao e Pol Pot” (Silvio Berlusconi, 27/09)
Anti-italiani
“Abbiamo un’opposizione fieramente anti-italiana che fa il tifo per la crisi economica” (Silvio Berlusconi, 22/09)
“Adesso basta, la misura è colma. Mi riferisco al grave danno che si è tentato di arrecare al nostro Paese quest’estate con una campagna denigratoria ben orchestrata da una parte della sinistra e clonata da una certa stampa internazionale contro il Governo e il Premier” (Michela Vittoria Brambilla, 28/09, Corriere della Sera).
“Quella della libertà di stampa è una boutade da avanspettacolo. Mi sembra molto anti-italiano portare questi temi a livello europeo pur di attaccare il premier” (Maria Stella Gelmini, 28/09, Il Giornale)
Giornali e tv
“Il gruppo editoriale che fa capo all’imprenditore finanziere Carlo De Benedetti è l’espressione massima di uno spirito antidemocratico e di una vigliaccheria umana e politica che non ha eguali nella storia del nostro Paese” (Sandro Bondi, 31/08, Il Giornale)
“E’ una barzelletta di questa minoranza e soprattutto della minoranza comunista e cattocomunista e dei suoi giornali, che purtroppo sono il 90% dei giornali italiani. Loro intendono la libertà di stampa come libertà di mistificazione, libertà di insulto, libertà di mistificazione, libertà di calunnia” (Silvio Berlusconi, 03/09, Libero)
“E’ ora di finirla con questa campagna mediatica basata sui pruriti, sulla spazzatura, sulla vergogna, sull’infamia, sulle porcherie” (Caludio Scajola, 26/09)
Magistratura
“Mi fa male che gente così, con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro chi lavora per il bene del Paese” (Silvio Berlusconi, 09/09, Corriere della Sera)
“Troppi magistrati impediscono l’operatività delle nuove norme sul contrasto all’immigrazione clandestina” (Alfredo Mantovano, 18/09)
“I magistrati inventano di tutto pur di evitare di espellere i clandestini” (Roberto Castelli, 16/09, Libero)
“I magistrati si sono montati la testa” (Renato Brunetta, 28/09)
Intellettuali
“Le riunioni degli economisti sulla crisi ricordano quelle dei maghi: «dal mago di Oz a Merlino, da Mandrake a Harry Potter, da Satanik fino al mago Otelma.... ci vorrebbe almeno il buon gusto da parte di tutti a starsene zitti, ci guadagneremmo tutti” (Giulio Tremonti, 28/08)
“La sinistra in campo culturale si occupa meramente di potere e di soldi. Gli intellettuali di sinistra sono ciechi che preferiscono, poiché sono abituati al servaggio, cambiare padrone piuttosto che assumersi il peso della libertà” (Sandro Bondi, 16/09, Il Giornale).
“Ci sono élites irresponsabili che stanno preparando un vero e proprio colpo di Stato” (Renato Brunetta, 19/09)
mercoledì 30 settembre 2009
martedì 29 settembre 2009
Indorare la pillola
Oggi ho letto di Tremonti che ha annunciato di destinare i proventi dello scudo a scuola, università e attività di sviluppo sociale. Anche ammesso e non concesso che ciò poi venga fatto, questa dichiarazione mi fa venire in mente una pratica molto in uso da una decina d’anni nella mia città (retta, ma è solo una coincidenza, da una maggioranza di centrodestra).Si adotta un provvedimento impopolare o discutibile, tipo un quartiere che viene sottoposto a una colata di cemento o una rivoluzione del piano del traffico con stradine che prima erano di passaggio riservato ai residenti che d’improvviso si ritrovano a essere arterie di grande percorrenza. E si accompagna il provvedimento a un altro assai più popolare. Si indora la pillola, insomma, con un parco pubblico o una pista ciclabile. L’aspetto interessante è che in questa maniera si hanno delle vere e proprie cattedrali nel deserto, sostanzialmente inutili. Piste ciclabili che iniziano là dove non ha senso che inizino e terminano d’improvviso, magari in curva sulla circonvallazione all’imbocco con la variante che serve agli autotreni per non farli passare dal vecchio borgo. Parchi pubblici circondati da strade trafficate, dove un bambino nemmeno può provare a tirare due calci al pallone che sennò gli finisce chissà dove, mentre un anziano – sempre ammesso che riesca ad arrivare al parco senza essere prima falciato da qualche automobilista – non trova un servizio che sia uno, può soltanto sedersi sulla panchina e subire la sua anzianità.
Però questi parchi e queste piste ciclabili fanno comodo. A fine anno, quando Legambiente e il Sole 24Ore pubblicheranno le loro classifiche delle città vivibili, delle città verdi, delle città ecosostenibili, l’amministrazione comunale potrà mettere la crocetta o indicare i chilometri in più rispetto all’anno precedente. Analogamente farà alla successiva campagna elettorale, confidando che gli abitanti degli altri quartieri vedano soltanto la cattedrale dimenticandosi il deserto tutto intorno.
lunedì 28 settembre 2009
domenica 27 settembre 2009
Pluralismo, questo sconosciuto
L’articolo 2 comma 3 del contratto di servizio stipulato da Rai e Ministero delle Comunicazioni afferma che l’offerta ha “quali compiti prioritari: la libertà, la completezza, l’obiettività e il pluralismo dell’informazione”.
Ora. Concetti come “completezza” e “obiettività” sono del tutto soggettivi, nonché legati a doppio filo: è chiaro che un’informazione incompleta non potrà essere obiettiva e un’informazione obiettiva è di per sé incompleta. Nessuna trasmissione della Rai attuale riesce a essere completa e obiettiva: lo è forse il Tg1 sulla vicenda escort? O sullo scudo fiscale (giovedì scorso il servizio in proposito era impostato così: il governo aumenta le misure per la lotta all’evasione fiscale, fa questo e quest’altro, però l’opposizione polemizza sullo scudo fiscale, comunque sia La Russa risponde per la maggioranza dicendo che eccetera eccetera; nessun cenno a quella che era la motivazione dell’attacco da parte del PD allo scudo fiscale, ossia che esso copre anche operazioni di riciclaggio e finanziamento al terrorismo)? Obiettivo e completo è forse Vespa sul terremoto abruzzese? Nemmeno Santoro lo è. Ma il suo peccato non è né meno, né più grave rispetto a quelli di Minzolini, Vespa, Orfeo. E, in ogni caso, sono punti di vista: per me questi giornalisti non sono obiettivi, per altri Santoro è obiettivo e Vespa no, per altri ancora Vespa è obiettivo e Santoro no. Già il fatto che ci sia questa diversità di vedute, implica che nessuno – sia esso un ministro, un Capo di Governo, un parlamentare – possa ergersi a giudice di ciò che è obiettivo e ciò che non lo è, decretando che una trasmissione vada chiusa.
Ma c’è un’altra parolina, un concetto che evidentemente sfugge agli Scajola, ai Romani, ai direttori di giornali che vorrebbero l’abolizione del canone solamente perché la Rai dà spazio a Michele Santoro. Quella parola è “pluralismo”. In nessuna parte del contratto di servizio Rai c’è scritto che le trasmissioni di informazione debbono fare da megafono alle posizioni del governo. O evitare di criticare la maggioranza o l’opposizione. E questo in virtù di due principi: uno è, appunto, il “pluralismo”. L’altro è la “libertà”, parola della quale Berlusconi e i suoi corifei si riempiono la bocca senza evidentemente sapere cosa sia realmente.
Pietro Verri, illuminista per certi aspetti precursore di Adam Smith, scrisse oltre duecento anni fa, a proposito della libertà di stampa: “impedirete voi che si accenda fuoco perché non seguano incendi? Se volete prevenire tutt’i mali, impedite che gli uomini non operino: questo sarebbe lo stato di morte. Impedire che gli uomini non parlino per prevenire la bugia, la contumelia, la calunnia? Ma è la politica degli ignoranti e de’ tiranni quella di ammortire le azioni degli uomini, e interdire loro le facoltà (…) Ma in che cosa consiste l’utilità di lasciar libera la stampa? Non tutti gli uomini che hanno qualche cosa di buono di suggerire per bene della società hanno occasione di parlare in pubblico, non tutti hanno ufficio pubblico; molti non hanno voce, gesto e franchezza per cimentarsi a una concione; molti di carattere timido o di meschina figura non l’osano; alcuni avviliti dalla povertà giacciono solitarj. Col mezzo facile della stampa si pongono in comune i suggerimenti di tutti. Il prepotente viene frenato col pericolo di veder pubblicati gli abusi. Ecco i beni sommi che produce la libertà di stampa”.
Ora. Concetti come “completezza” e “obiettività” sono del tutto soggettivi, nonché legati a doppio filo: è chiaro che un’informazione incompleta non potrà essere obiettiva e un’informazione obiettiva è di per sé incompleta. Nessuna trasmissione della Rai attuale riesce a essere completa e obiettiva: lo è forse il Tg1 sulla vicenda escort? O sullo scudo fiscale (giovedì scorso il servizio in proposito era impostato così: il governo aumenta le misure per la lotta all’evasione fiscale, fa questo e quest’altro, però l’opposizione polemizza sullo scudo fiscale, comunque sia La Russa risponde per la maggioranza dicendo che eccetera eccetera; nessun cenno a quella che era la motivazione dell’attacco da parte del PD allo scudo fiscale, ossia che esso copre anche operazioni di riciclaggio e finanziamento al terrorismo)? Obiettivo e completo è forse Vespa sul terremoto abruzzese? Nemmeno Santoro lo è. Ma il suo peccato non è né meno, né più grave rispetto a quelli di Minzolini, Vespa, Orfeo. E, in ogni caso, sono punti di vista: per me questi giornalisti non sono obiettivi, per altri Santoro è obiettivo e Vespa no, per altri ancora Vespa è obiettivo e Santoro no. Già il fatto che ci sia questa diversità di vedute, implica che nessuno – sia esso un ministro, un Capo di Governo, un parlamentare – possa ergersi a giudice di ciò che è obiettivo e ciò che non lo è, decretando che una trasmissione vada chiusa.
Ma c’è un’altra parolina, un concetto che evidentemente sfugge agli Scajola, ai Romani, ai direttori di giornali che vorrebbero l’abolizione del canone solamente perché la Rai dà spazio a Michele Santoro. Quella parola è “pluralismo”. In nessuna parte del contratto di servizio Rai c’è scritto che le trasmissioni di informazione debbono fare da megafono alle posizioni del governo. O evitare di criticare la maggioranza o l’opposizione. E questo in virtù di due principi: uno è, appunto, il “pluralismo”. L’altro è la “libertà”, parola della quale Berlusconi e i suoi corifei si riempiono la bocca senza evidentemente sapere cosa sia realmente.
Pietro Verri, illuminista per certi aspetti precursore di Adam Smith, scrisse oltre duecento anni fa, a proposito della libertà di stampa: “impedirete voi che si accenda fuoco perché non seguano incendi? Se volete prevenire tutt’i mali, impedite che gli uomini non operino: questo sarebbe lo stato di morte. Impedire che gli uomini non parlino per prevenire la bugia, la contumelia, la calunnia? Ma è la politica degli ignoranti e de’ tiranni quella di ammortire le azioni degli uomini, e interdire loro le facoltà (…) Ma in che cosa consiste l’utilità di lasciar libera la stampa? Non tutti gli uomini che hanno qualche cosa di buono di suggerire per bene della società hanno occasione di parlare in pubblico, non tutti hanno ufficio pubblico; molti non hanno voce, gesto e franchezza per cimentarsi a una concione; molti di carattere timido o di meschina figura non l’osano; alcuni avviliti dalla povertà giacciono solitarj. Col mezzo facile della stampa si pongono in comune i suggerimenti di tutti. Il prepotente viene frenato col pericolo di veder pubblicati gli abusi. Ecco i beni sommi che produce la libertà di stampa”.
sabato 26 settembre 2009
Un voyager nel buio
giovedì 24 settembre 2009
Le tasse di Piero Ostellino
Dalle severe colonne del prestigioso Corriere della Sera, Piero Ostellino è solito impartire lezioni di liberalismo. Peccato che sempre più spesso le sue intemerate siano solamente solenni pisciate fuori dal vaso.
Oggi, per esempio, ha raccontato – ammirato – la storia di un imprenditore di Pordenone: “Dal 1˚gennaio di quest’anno, un imprenditore di Pordenone, Giorgio Fidenato, versa ai propri dipendenti lo stipendio lordo senza le trattenute di legge (contributi Inps, Irpef ordinaria, addizionale regionale, addizionale comunale), avendo opportunamente avvisato l’Agenzia preposta — che insiste nel chiedergli di adempiere ai suoi obblighi — del rifiuto di esercitare la funzione di sostituto di imposta”.
Chiaro cosa è successo, no? C’è ‘sto tizio che una mattina si è svegliato e ha deciso di non dare più ai suoi dipendenti le buste paga con lo stipendio netto, ma con lo stipendio lordo. E poi ci pensino loro a pagarsi le tasse e i contributi.
Ora. Magari son io che, prigioniero dei pregiudizi stantii del pensiero comunista, non vedo dove stia il liberalismo in tutto ciò. Però a me sembra che l’agire del tizio di Pordenone sia del tutto contro la legge. Piaccia o meno, la legge quello prevede. E va rispettata. Altrimenti è anarchia. E’ opportunismo. E’ individualismo all’ennesima potenza. Ma non liberalismo. E il bello è che il Grande Pensatore Liberale Piero Ostellino si stupisce che l’agenzia delle entrate chieda all’imprenditore “di adempiere ai suoi obblighi” (anzi: "insiste". E che cavolo, ma come si permette di insistere in tale stramba richiesta di adempiere agli obblighi di legge?).
Ma vogliamo per un attimo pensare cosa accadrebbe se tale novità fosse tradotta in pratica? Ogni lavoratore dipendente dovrebbe ogni mese (o ogni trimestre o quadrimestre) andare dal commercialista per pagare le tasse. In termini concreti: aumento delle richieste di ore di permesso per andare in banca o dal consulente, aumento dei costi per gente che magari guadagna mille euro al mese netti, aumento dei contenziosi fiscali… alla fine a guadagnarci sarebbero solamente i tributaristi.
Il tizio protagonista della vicenda, ci spiega Ostellino, “a fondamento della propria scelta cita in giudizio l’Inps, la Società di cartolarizzazione dei crediti Inps, Equitalia Friuli Venezia Giulia, adducendo ragioni di economicità, di diritto, di giustizia e equità sociale”. Queste ragioni, in breve, sono argomentazioni da leguleio azzeccagarbugli addotte dal pordenonese e sostenute dal Grande Pensatore Liberale. Roba del tipo: “la totale ignoranza nella quale è tenuto il lavoratore circa le somme versate all’Inps violerebbe gli art. 2 e 3 comma 3 della Costituzione, ostacolando il pieno sviluppo della personalità umana”. Da mettersi le mani nei capelli? Un attimo che arriva il clou: “Il lavoratore autonomo dichiara personalmente i propri redditi e ha pieno diritto di difendersi contro gli accertamenti del fisco (art. 24 e 113 della Costituzione); il lavoratore dipendente non ha gli stessi diritti”. Ora, sorvolando sul reale contenuto degli articoli 24 e 113 della Costituzione, la frase – tradotta dall’ostellinese giudiziario all’italiano – significa né più né meno che i lavoratori dipendenti devono avere lo stesso diritto dei lavoratori autonomi di evadere il fisco. Ancora una volta la mia formazione cattocomunista mi impedisce di vedere il grande spirito liberale che sottende a una tale visione del rapporto tra Stato e cittadino.
Chiosa il Grande Pensatore Liberale: “sarebbe utile che la Confindustria e le altre associazioni di categoria, i sindacati, la sinistra, il governo, gli intellettuali, dicessero che ne pensano” e par di capire che se non sono d’accordo non hanno capito un cazzo del liberalismo. Ma forse Ostellino, invece di rivolgersi a questi interlocutori, avrebbe dovuto rivolgersi, molto più semplicemente, al signor Giorgio Fidenato di Pordenone. E chiedergli se invece di sprecare il suo tempo in iniziative velleitarie e fini a sé stesse, non farebbe meglio a dedicare il proprio tempo libero ad altre attività, volte magari a rendere più competitiva la propria azienda.
Certo se gli imprenditori e gli intellettuali italiani sono questi...
Oggi, per esempio, ha raccontato – ammirato – la storia di un imprenditore di Pordenone: “Dal 1˚gennaio di quest’anno, un imprenditore di Pordenone, Giorgio Fidenato, versa ai propri dipendenti lo stipendio lordo senza le trattenute di legge (contributi Inps, Irpef ordinaria, addizionale regionale, addizionale comunale), avendo opportunamente avvisato l’Agenzia preposta — che insiste nel chiedergli di adempiere ai suoi obblighi — del rifiuto di esercitare la funzione di sostituto di imposta”.
Chiaro cosa è successo, no? C’è ‘sto tizio che una mattina si è svegliato e ha deciso di non dare più ai suoi dipendenti le buste paga con lo stipendio netto, ma con lo stipendio lordo. E poi ci pensino loro a pagarsi le tasse e i contributi.
Ora. Magari son io che, prigioniero dei pregiudizi stantii del pensiero comunista, non vedo dove stia il liberalismo in tutto ciò. Però a me sembra che l’agire del tizio di Pordenone sia del tutto contro la legge. Piaccia o meno, la legge quello prevede. E va rispettata. Altrimenti è anarchia. E’ opportunismo. E’ individualismo all’ennesima potenza. Ma non liberalismo. E il bello è che il Grande Pensatore Liberale Piero Ostellino si stupisce che l’agenzia delle entrate chieda all’imprenditore “di adempiere ai suoi obblighi” (anzi: "insiste". E che cavolo, ma come si permette di insistere in tale stramba richiesta di adempiere agli obblighi di legge?).
Ma vogliamo per un attimo pensare cosa accadrebbe se tale novità fosse tradotta in pratica? Ogni lavoratore dipendente dovrebbe ogni mese (o ogni trimestre o quadrimestre) andare dal commercialista per pagare le tasse. In termini concreti: aumento delle richieste di ore di permesso per andare in banca o dal consulente, aumento dei costi per gente che magari guadagna mille euro al mese netti, aumento dei contenziosi fiscali… alla fine a guadagnarci sarebbero solamente i tributaristi.
Il tizio protagonista della vicenda, ci spiega Ostellino, “a fondamento della propria scelta cita in giudizio l’Inps, la Società di cartolarizzazione dei crediti Inps, Equitalia Friuli Venezia Giulia, adducendo ragioni di economicità, di diritto, di giustizia e equità sociale”. Queste ragioni, in breve, sono argomentazioni da leguleio azzeccagarbugli addotte dal pordenonese e sostenute dal Grande Pensatore Liberale. Roba del tipo: “la totale ignoranza nella quale è tenuto il lavoratore circa le somme versate all’Inps violerebbe gli art. 2 e 3 comma 3 della Costituzione, ostacolando il pieno sviluppo della personalità umana”. Da mettersi le mani nei capelli? Un attimo che arriva il clou: “Il lavoratore autonomo dichiara personalmente i propri redditi e ha pieno diritto di difendersi contro gli accertamenti del fisco (art. 24 e 113 della Costituzione); il lavoratore dipendente non ha gli stessi diritti”. Ora, sorvolando sul reale contenuto degli articoli 24 e 113 della Costituzione, la frase – tradotta dall’ostellinese giudiziario all’italiano – significa né più né meno che i lavoratori dipendenti devono avere lo stesso diritto dei lavoratori autonomi di evadere il fisco. Ancora una volta la mia formazione cattocomunista mi impedisce di vedere il grande spirito liberale che sottende a una tale visione del rapporto tra Stato e cittadino.
Chiosa il Grande Pensatore Liberale: “sarebbe utile che la Confindustria e le altre associazioni di categoria, i sindacati, la sinistra, il governo, gli intellettuali, dicessero che ne pensano” e par di capire che se non sono d’accordo non hanno capito un cazzo del liberalismo. Ma forse Ostellino, invece di rivolgersi a questi interlocutori, avrebbe dovuto rivolgersi, molto più semplicemente, al signor Giorgio Fidenato di Pordenone. E chiedergli se invece di sprecare il suo tempo in iniziative velleitarie e fini a sé stesse, non farebbe meglio a dedicare il proprio tempo libero ad altre attività, volte magari a rendere più competitiva la propria azienda.
Certo se gli imprenditori e gli intellettuali italiani sono questi...
mercoledì 23 settembre 2009
La questione primaria
Una sciagurata lettera di Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, ha riacceso il dibattito sul ruolo delle primarie nel futuro del Partito Democratico. In sostanza, si sostiene da più parti che un’eventuale vittoria dell’ex ministro segnerebbe la fine per questo tipo di consultazione per eleggere il segretario nazionale e ne ridimensionerebbe il ricorso per l’individuazione dei candidati a sindaco o presidente di Provincia.In realtà, credo che la lettera fosse soprattutto la prima avvisaglia del tormentone bersaniano dopo l’11 ottobre. Ossia, verrà detto e ripetuto fino alla nausea la necessità che le primarie del 25 ottobre siano vinte da chi avrà riportato i maggiori consensi tra gli iscritti (Bersani, appunto). Anzi, no. Visto che siamo un partito che, bene o male, è nell’orbita del centrosinistra, il tormentone sarà declinato in negativo: cioè, verrà detto e ripetuto fino alla nausea (e fin qui ci siamo) che sarebbe un gran problema se le primarie del 25 ottobre fossero vinte da chi ha ottenuto meno consensi tra gli iscritti, perché ci sarebbe uno scollamento tra iscritti ed elettori eccetera eccetera. Considerazioni che lasciano il tempo che trovano, a mio avviso.
In ogni caso, è giusta una riflessione sul ruolo delle primarie e sulle caratteristiche di questo strumento di partecipazione popolare. Che, detto per inciso, pone il Partito Democratico dieci anni luce più avanti di forze politiche come Forza Italia, Lega Nord e Italia dei Valori che vanno per la maggiore, ma nelle quali la democrazia interna è pressoché inesistente.
Tuttavia, le primarie restano uno strumento (per quanto bello) da maneggiare con cautela.
Io ho sempre in testa quel che avvenne tre anni fa in un Comune che ben conosco. Il candidato X dichiarò pubblicamente che condivideva in tutto e per tutto il programma del candidato Y (il quale, peraltro, non lo aveva nemmeno presentato, il programma). Però, sosteneva X, lui era la società civile e quindi il candidato intrinsecamente buono, mentre l’altro era la politica di partito. Le primarie le vinse Y, anche per una organizzazione meno peggiore, ma poi, durante la campagna elettorale vera, X e i suoi sostenitori mantennero un atteggiamento e un coinvolgimento tiepido (e tiepido potrebbe essere un eufemismo). E alla fine Y perse contro il candidato della destra. Certo, non fu soltanto per colpa della zizzania seminata durante le primarie. Però diciamo che questa contribuì in una certa e non irrilevante misura.
Ho anche ben presente un’altra consultazione primaria, avvenuta precedentemente in quello e altri Comuni che ben conosco. Dove si poté assistere alla sagra della truppa cammellata: no, non ci furono le Apecar che passavano di casa in casa a montare sul rimorchio le persone da portare a votare Tizio anziché Caio, ma qualcosa di pericolosamente simile.
Non più tardi di un anno fa ho visto una primaria per i giovani del partito – e tengo a sottolineare che in questo territorio che ben conosco il Partito Democratico non è maggioranza, non fa e disfa, non è il Mugello insomma – nel quale in un Comune tutti, ma proprio tutti, si sono schierati per Sempronio e agli altri neanche un voto. E in un altro Comune tutti, ma proprio tutti, si sono schierati per Vattelapesca e agli altri – compreso Sempronio – neanche un voto.
Tuttavia, le primarie restano uno strumento (per quanto bello) da maneggiare con cautela.
Io ho sempre in testa quel che avvenne tre anni fa in un Comune che ben conosco. Il candidato X dichiarò pubblicamente che condivideva in tutto e per tutto il programma del candidato Y (il quale, peraltro, non lo aveva nemmeno presentato, il programma). Però, sosteneva X, lui era la società civile e quindi il candidato intrinsecamente buono, mentre l’altro era la politica di partito. Le primarie le vinse Y, anche per una organizzazione meno peggiore, ma poi, durante la campagna elettorale vera, X e i suoi sostenitori mantennero un atteggiamento e un coinvolgimento tiepido (e tiepido potrebbe essere un eufemismo). E alla fine Y perse contro il candidato della destra. Certo, non fu soltanto per colpa della zizzania seminata durante le primarie. Però diciamo che questa contribuì in una certa e non irrilevante misura.
Ho anche ben presente un’altra consultazione primaria, avvenuta precedentemente in quello e altri Comuni che ben conosco. Dove si poté assistere alla sagra della truppa cammellata: no, non ci furono le Apecar che passavano di casa in casa a montare sul rimorchio le persone da portare a votare Tizio anziché Caio, ma qualcosa di pericolosamente simile.
Non più tardi di un anno fa ho visto una primaria per i giovani del partito – e tengo a sottolineare che in questo territorio che ben conosco il Partito Democratico non è maggioranza, non fa e disfa, non è il Mugello insomma – nel quale in un Comune tutti, ma proprio tutti, si sono schierati per Sempronio e agli altri neanche un voto. E in un altro Comune tutti, ma proprio tutti, si sono schierati per Vattelapesca e agli altri – compreso Sempronio – neanche un voto.
Questo per dire che le primarie sono belle, sono una “grande festa di partecipazione popolare”, sono una consultazione trasparente e tutto quanto la retorica può suggerirci. Ma non possono essere la panacea di ogni male. E non ha tutti i torti Bersani a volerle regolamentare meglio, a costo anche di pagare qualcosa in termini di democrazia diretta.
martedì 22 settembre 2009
Inni e canti
Lucia – che pure dichiara di non essere credente – ha pubblicato un interessante post sui canti in chiesa.Dico subito che l’Osanna eh (Osanna uè lo diranno a Napoli) e l’Alleluja delle lampadine non mi hanno mai entusiasmato, ma è un puro fatto estetico. De gustibus. Per questo trovo del tutto fuori luogo l’anatema del cardinale di Bologna contro questi brani, giustificato da puntualizzazioni abbastanza cavillose: “Osanna è invocazione rivolta al Padre e non al Figlio”.
Che poi, ragionando in questi termini, chissà quanti canti, di quelli tradizionali che si accompagnano con l’organo e che non trovano posto nei campi scout, non vanno bene. Per dire, quello che fa A te Signor, leviamo i cuori / a te Signor noi li doniam, dove dice: “Eterno Padre, il sangue del Figlio per vivi e morti t’offriamo”. Eh no! Non siamo noi a donare il sangue del Figlio al Padre Eterno. Casomai, è stato il contrario. Oltre all’errore teologico, c’è pure un bel po’ di presunzione, un peccato mica da niente.
Oppure un altro hit dei bei tempi, Al tuo santo altar, allorché recita “tu sei forza sei vita immortal / perché triste cammino tra i mal”. Ma questa è una bestemmia! Se Lui è forza, perché camminare tristi?
E, a proposito di bestemmie, che dire di E’ l’ora che pia, il canto dedicato alla Madonna di Lourdes? “Ave, ave, ave Maria! E’ l’ora più bella che suona nel cuor”. Ora: sarà il caso di ricordare che i cristiani si chiamano così perché pensano che il Signore è Dio e non la Madonna? E, dunque, l’ora più bella perché deve essere quella della Madonna?
La stessa sopravvalutazione di Maria si trova in Osanna al figlio di David. Riporto l’ultimo verso: “O Vergine soccorri i tuoi figlioli donando il Salvator”. Mah… se si sta al Vangelo il Salvatore lo ha donato Dio Padre, non la Madonna.
Infine, il classico dei classici, Tu scendi dalle stelle, di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Lo vogliamo rileggere alla luce delle indicazioni del cardinale di Bologna? Tanto per cominciare, né il Vangelo di Luca, né quello di Matteo (gli unici che raccontano della nascita) parlano di grotte, di freddo e di gelo. Tantomeno che mancano panni, come suggerisce il canto (al contrario, Luca dice che Gesù fu avvolto in fasce: Lc 2,7).
Sì, vabbé: ho un po’ scherzato e, non essendo teologo, può darsi abbia pisciato fuori dal vaso. Ma il concetto è chiaro, no? Per quale motivo la gerarchia ecclesiastica perde tempo in cazzate invece di dedicarsi al messaggio evangelico? Quando moriremo non ci verrà chiesto quante messe abbiamo preso o quante comunioni abbiamo fatto, ma se nel nostro cuore ha albergato l’amore o qualcos’altro. E lo stesso varrà per gli inni cantati in chiesa: non tanto alle parole, ai gesti, alle chitarre o agli organi a canne andrà l’attenzione, ma all’intenzione con la quale essi sono stati eseguiti. Parola più, parola meno.
domenica 20 settembre 2009
La memoria corta
Non più tardi di due anni fa, l'allora leader dell'opposizione brigava per far cadere un governo democraticamente eletto tramite pressioni di tipo economico e di potere su parlamentari eletti nelle file dell'allora maggioranza.
Mi piace scartabellare nelle rassegne stampa, ma non ho trovato intemerate contro tale comportamento - eticamente non proprio il massimo - da parte di Renato Brunetta, Nicolò Ghedini e Daniele Capezzone. Però sono sicuro che le hanno fatte, perché sono persone coerenti e intellettualmente oneste.
Mi piace scartabellare nelle rassegne stampa, ma non ho trovato intemerate contro tale comportamento - eticamente non proprio il massimo - da parte di Renato Brunetta, Nicolò Ghedini e Daniele Capezzone. Però sono sicuro che le hanno fatte, perché sono persone coerenti e intellettualmente oneste.
sabato 19 settembre 2009
Ho visto cose che voi umani...
Ieri sera è infine arrivato il giorno del congresso di circolo. Quello in cui si vota una delle mozioni piddine in vista della convenzione nazionale.
Sono arrivato appena appena in tempo, lo riconosco, ma ero giustificato: prima avevo assistito a un incontro della mozione Bersani, ospite Enrico Letta. Il clou della riunione è stato l’intervento di un assessore regionale, il quale ha così motivato la sua posizione: “Non voterò Franceschini perché nel 1998 era sottosegretario di D’Alema a Palazzo Chigi”. Ed è questo il motivo per cui l’assessore darà l’appoggio a Bersani, l'antidalemiano per antonomasia.
In ogni caso, arrivo al circolino. Stanzina cinque metri per cinque, circa quindici persone stipate, ma se ne attendono altre. Prendo posto: un consigliere comunale che mi conosce, e che però non vedo da tempo, invece di dirmi “ciao, come stai?”, mi chiede “per chi voti?”.
A dirigere il tutto non è la coordinatrice di circolo, né il presidente dell’assemblea, né il garante. E’ il presidente del Consiglio provinciale, che siccome ha messo a disposizione la stanza, vive il circolo come se fosse proprietà privata. La coordinatrice, a un certo punto, gli chiede, tremebonda e deferente, cosa pensa di fare, se intende iniziare o aspettare ancora. “Cinque minuti che tutti si possano sistemare”.
Pronti, via.
Il congresso inizia con il rappresentante di Bersani che illustra i contenuti della mozione. E’ un ex consigliere provinciale, abbastanza scafato, ma la sua performance è abbondantemente sotto la media. Più che spiegare cosa vuole l’ex ministro, si dilunga sui danni di Berlusconi all’Italia e propone un’ardita tesi: Giampaolo Tarantini è pugliese e in Puglia c’è la sacra corona unita; Noemi Letizia è campana e in Campania c’è la camorra; nuovi sviluppi di inchieste siciliane su Dell’Utri e in Sicilia c’è la mafia. “Non è un caso”, ammonisce. Qualche bersaniano pensa già di votare Franceschini. Ma a soccorrere lo sfidante all’attuale segretario nazionale arriva il padrone di casa, nonché presidente del Consiglio provinciale, che illustra la mozione Franceschini da par suo. Il succo del suo discorso, più o meno, è “unità nella diversità”. Concetto che potrebbe anche essere giusto, ma siccome lo ha infilato in tutte le relazioni che ha svolto da due anni a questa parte, alla fine vien proprio voglia di votare Bersani. E’ quindi la volta del rappresentante di Marino. Un giovane che si scusa: “sono emozionato, è la prima volta che parlo in pubblico”. Tra un cioè e l’altro, racconta che Marino fa ancora il chirurgo, una volta alla settimana, e che la sua mozione è per il parlar chiaro, “il sì sia un sì e il no sia un no e sulla laicità se qualcuno non gli va bene, che se ne faccia una ragione”.
Al momento del voto c’è un po’ di tramestio. E’ successo che la coordinatrice di circolo, benedetta donna, non può né presentarsi – come vorrebbe il padrone di casa nonché presidente del Consiglio provinciale – nella lista che sostiene Franceschini, né votare. Ha dimenticato di prendere la tessera.
La coordinatrice del circolo PD.
Non ha la tessera del PD.
Il padrone di casa, nonché presidente del Consiglio provinciale, si scurisce in volto più di quanto già non lo sia (fino all’anno scorso si tingeva i capelli di nero e vestiva di nero; poi ha smesso di colorarsi, ora ha i capelli grigi e abiti anch’essi grigi): in effetti, la situazione è abbastanza anomala.
Ci deve essere stato un richiamo, una sirena esterna, un segnale luminoso, qualcosa insomma – anche se io non mi sono accorto di niente – perché con l’inizio delle operazioni di voto sbuca da non si sa dove un bel po’ di gente che non aveva assistito alla fase preliminare di presentazione delle mozioni, né ha intenzione di fermarsi ad ascoltare il dibattito che si svilupperà. Entra, va nella stanzina adiacente per votare e poi se ne va.
La discussione, dicevo. Prima parla un assessore provinciale, poi un altro tizio. Mentre costui illustra le sue ragioni, l’assessore mi fa: “dopo parli te?”. Sì, gli rispondo. “Allora, mi fermo, voglio sentire quel che ci racconti”.
Tocca a me. Spiego i motivi per cui sosterrò Franceschini alle primarie. L’assessore mi guarda e sorride. Poi preciso che però stasera voterò Marino (e son tutte cose che ho già spiegato qui). L’assessore si alza con un espressione del tipo “non ne voglio sentire altre, per stasera”.
Dopo di me, non ci sono interventi. Esco fuori e l’assessore, ridendo, mi fa: “te sei matto come una fune!” “Eh, lo so… è l’aria del circolo”.
Aspettando che finiscano le procedure di voto, ogni tanto ci affacciamo alla porta. Lo scenario è sempre il solito: il presidente del Consiglio provinciale, nonché padrone di casa, ammaestra la folla (cinque o sei persone) a colpi di “unità nella diversità”.
Il vero protagonista è però un ragazzo di ventidue anni, che abita in un Comune vicino e ha già capito tutto della vita. Lui non vota stasera, perché è iscritto a un altro circolo. Ma ogni tanto arrivano ragazzi suoi amici: giovani che della politica gliene importa il giusto – o forse niente – ma che stasera svolgono il compito e mettono la crocetta su Franceschini.
Alle ventitré e trenta è tutto finito. Trentasette voti, diciassette a Franceschini, quindici a Bersani, cinque a Marino. Decisivi i ragazzi – ben otto – inviati dal giovane del Comune limitrofo.
Sono arrivato appena appena in tempo, lo riconosco, ma ero giustificato: prima avevo assistito a un incontro della mozione Bersani, ospite Enrico Letta. Il clou della riunione è stato l’intervento di un assessore regionale, il quale ha così motivato la sua posizione: “Non voterò Franceschini perché nel 1998 era sottosegretario di D’Alema a Palazzo Chigi”. Ed è questo il motivo per cui l’assessore darà l’appoggio a Bersani, l'antidalemiano per antonomasia.
In ogni caso, arrivo al circolino. Stanzina cinque metri per cinque, circa quindici persone stipate, ma se ne attendono altre. Prendo posto: un consigliere comunale che mi conosce, e che però non vedo da tempo, invece di dirmi “ciao, come stai?”, mi chiede “per chi voti?”.
A dirigere il tutto non è la coordinatrice di circolo, né il presidente dell’assemblea, né il garante. E’ il presidente del Consiglio provinciale, che siccome ha messo a disposizione la stanza, vive il circolo come se fosse proprietà privata. La coordinatrice, a un certo punto, gli chiede, tremebonda e deferente, cosa pensa di fare, se intende iniziare o aspettare ancora. “Cinque minuti che tutti si possano sistemare”.
Pronti, via.
Il congresso inizia con il rappresentante di Bersani che illustra i contenuti della mozione. E’ un ex consigliere provinciale, abbastanza scafato, ma la sua performance è abbondantemente sotto la media. Più che spiegare cosa vuole l’ex ministro, si dilunga sui danni di Berlusconi all’Italia e propone un’ardita tesi: Giampaolo Tarantini è pugliese e in Puglia c’è la sacra corona unita; Noemi Letizia è campana e in Campania c’è la camorra; nuovi sviluppi di inchieste siciliane su Dell’Utri e in Sicilia c’è la mafia. “Non è un caso”, ammonisce. Qualche bersaniano pensa già di votare Franceschini. Ma a soccorrere lo sfidante all’attuale segretario nazionale arriva il padrone di casa, nonché presidente del Consiglio provinciale, che illustra la mozione Franceschini da par suo. Il succo del suo discorso, più o meno, è “unità nella diversità”. Concetto che potrebbe anche essere giusto, ma siccome lo ha infilato in tutte le relazioni che ha svolto da due anni a questa parte, alla fine vien proprio voglia di votare Bersani. E’ quindi la volta del rappresentante di Marino. Un giovane che si scusa: “sono emozionato, è la prima volta che parlo in pubblico”. Tra un cioè e l’altro, racconta che Marino fa ancora il chirurgo, una volta alla settimana, e che la sua mozione è per il parlar chiaro, “il sì sia un sì e il no sia un no e sulla laicità se qualcuno non gli va bene, che se ne faccia una ragione”.
Al momento del voto c’è un po’ di tramestio. E’ successo che la coordinatrice di circolo, benedetta donna, non può né presentarsi – come vorrebbe il padrone di casa nonché presidente del Consiglio provinciale – nella lista che sostiene Franceschini, né votare. Ha dimenticato di prendere la tessera.
La coordinatrice del circolo PD.
Non ha la tessera del PD.
Il padrone di casa, nonché presidente del Consiglio provinciale, si scurisce in volto più di quanto già non lo sia (fino all’anno scorso si tingeva i capelli di nero e vestiva di nero; poi ha smesso di colorarsi, ora ha i capelli grigi e abiti anch’essi grigi): in effetti, la situazione è abbastanza anomala.
Ci deve essere stato un richiamo, una sirena esterna, un segnale luminoso, qualcosa insomma – anche se io non mi sono accorto di niente – perché con l’inizio delle operazioni di voto sbuca da non si sa dove un bel po’ di gente che non aveva assistito alla fase preliminare di presentazione delle mozioni, né ha intenzione di fermarsi ad ascoltare il dibattito che si svilupperà. Entra, va nella stanzina adiacente per votare e poi se ne va.
La discussione, dicevo. Prima parla un assessore provinciale, poi un altro tizio. Mentre costui illustra le sue ragioni, l’assessore mi fa: “dopo parli te?”. Sì, gli rispondo. “Allora, mi fermo, voglio sentire quel che ci racconti”.
Tocca a me. Spiego i motivi per cui sosterrò Franceschini alle primarie. L’assessore mi guarda e sorride. Poi preciso che però stasera voterò Marino (e son tutte cose che ho già spiegato qui). L’assessore si alza con un espressione del tipo “non ne voglio sentire altre, per stasera”.
Dopo di me, non ci sono interventi. Esco fuori e l’assessore, ridendo, mi fa: “te sei matto come una fune!” “Eh, lo so… è l’aria del circolo”.
Aspettando che finiscano le procedure di voto, ogni tanto ci affacciamo alla porta. Lo scenario è sempre il solito: il presidente del Consiglio provinciale, nonché padrone di casa, ammaestra la folla (cinque o sei persone) a colpi di “unità nella diversità”.
Il vero protagonista è però un ragazzo di ventidue anni, che abita in un Comune vicino e ha già capito tutto della vita. Lui non vota stasera, perché è iscritto a un altro circolo. Ma ogni tanto arrivano ragazzi suoi amici: giovani che della politica gliene importa il giusto – o forse niente – ma che stasera svolgono il compito e mettono la crocetta su Franceschini.
Alle ventitré e trenta è tutto finito. Trentasette voti, diciassette a Franceschini, quindici a Bersani, cinque a Marino. Decisivi i ragazzi – ben otto – inviati dal giovane del Comune limitrofo.
giovedì 17 settembre 2009
Idee chiare
Frattini (PdL), ore 12.06: "Prezzo alto, ma dobbiamo restare"
Stefani (Lega Nord), ore 12.41: "E' necessario delineare una efficace strategia d'uscita dall'Afghanistan"
Maroni (Lega Nord), ore 12.56: "Ritiro sarebbe resa a terrorismo"
Cota (Lega Nord), ore 18.50: "Non è il momento per parlare di ritiro"
Bossi (Lega Nord), ore 18.52: "Spero che a Natale tutti a casa, il tentativo di portare la democrazia in Afghanistan è fallito"
La Russa (PdL), ore 19.18: "Incomprensibile rientro di tutti"
Berlusconi (PdL), ore 19.22: "Missione essenziale, ma uscire presto"
Berlusconi (PdL), ore 19.38: "Allo studio piano per exit strategy"
Frattini (PdL), ore 20.31: "Non è exit strategy, ma transition stragegy"
(non per imbastire la solita polemica, ma il fatto che siano morti sei italiani in teoria non dovrebbe cambiare niente sulla valutazione della presenza in Afghanistan: non è che se ieri sera era giusto esser là, oggi non lo è più. La morte, e il rischio della morte, è qualcosa da prendere in considerazione quando si va alla guerra)
Stefani (Lega Nord), ore 12.41: "E' necessario delineare una efficace strategia d'uscita dall'Afghanistan"
Maroni (Lega Nord), ore 12.56: "Ritiro sarebbe resa a terrorismo"
Cota (Lega Nord), ore 18.50: "Non è il momento per parlare di ritiro"
Bossi (Lega Nord), ore 18.52: "Spero che a Natale tutti a casa, il tentativo di portare la democrazia in Afghanistan è fallito"
La Russa (PdL), ore 19.18: "Incomprensibile rientro di tutti"
Berlusconi (PdL), ore 19.22: "Missione essenziale, ma uscire presto"
Berlusconi (PdL), ore 19.38: "Allo studio piano per exit strategy"
Frattini (PdL), ore 20.31: "Non è exit strategy, ma transition stragegy"
(non per imbastire la solita polemica, ma il fatto che siano morti sei italiani in teoria non dovrebbe cambiare niente sulla valutazione della presenza in Afghanistan: non è che se ieri sera era giusto esser là, oggi non lo è più. La morte, e il rischio della morte, è qualcosa da prendere in considerazione quando si va alla guerra)
La guerra in Afghanistan
Pur essendomi, a suo tempo (ed era un tempo in cui, per poterlo fare, venivi prima sottoposto a un surreale interrogatorio da parte di un maresciallo dei carabinieri che, nel mio caso, si era pure preso la briga di chiedere informazioni sul mio conto ai vicini di casa, al macellaio, al barista e al parroco), dichiarato obiettore di coscienza al servizio militare, non sono di quelli che dicono “no alla guerra senza se e senza ma”. Il discorso sarebbe lungo e fuorviante, ma diciamo che tendo ad avere un approccio giuridico alla questione.Articolo 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite: “i membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia e dall’uso della forza”.
Questo è il faro illuminante, insieme all’articolo 51: “nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”.
Se poi le Nazioni Unite, anziché essere il carrozzone che sono, fossero un vero organismo realmente funzionante queste due disposizioni avrebbero un senso compiuto grazie a quanto disposto dai Capi VI e VII della Carta. Ahimè, così non è. Ed è questo uno dei tanti motivi per cui da sessant’anni il mondo si arrabatta a trovare giustificazioni ed eufemismi alle sue guerre: peace-keeping, pace-enforcing, missione umanitaria, operazione di polizia internazionale e così via. Il succo, però, non cambia: c’è qualcuno che spara, altri che mettono bombe, altri ancora che fanno attentati. Tanti – civili o militari, occidentali o asiatici, cristiani o musulmani, non importa – che muoiono. In Italia ce ne accorgiamo soltanto quando tocca ai nostri connazionali, ma soltanto l’anno scorso, il 2008, sono morti in battaglia oltre 200 militari dell’esercito dispiegato in Afghanistan e più o meno altrettanti tra i talebani più un numero imprecisato di civili. Se consideriamo che tra contingente statunitense e contingente multinazionale i soldati impegnati sono circa 45mila e la popolazione afghana è di circa 32milioni di abitanti, in proporzione non è una mattanza tanto più piccola rispetto ad altre mattanze che la storia del secolo scorso ci ha riservato.
In ogni caso, il contingente italiano è in Afghanistan legittimamente: la missione di cui fa parte (l’ISAF) è autorizzata dal Consiglio di Sicurezza, cui gli Stati hanno delegato l’uso della forza, “to assist the Afghan Interim Authority in the maintenance of security in Kabul and its surrounding areas, so that the Afghan Interim Authority as well as the personnel of the United Nations can operate in a secure environment” (UN Res. 1386/2001).
Posto questo, bisogna allora capire se e quanto tutto ciò sia servito alla causa. Chi nel 2001 manifestava per la pace veniva deriso da politici (compresi taluni soliti spaccare il capello in quattro sulla sacralità della vita quando ci si riferisce a feti o a donne in stato vegetativo permanente da tre lustri, ma solleciti alla retorica bellica in nome del prestigio internazionale dell’Italia e della ragion di Stato: tanto loro mica vanno a combattere, alla peggio terranno un discorso commemorativo ai solenni funerali) e opinion maker. Sono passati otto anni precisi precisi: in Afghanistan certo le cose vanno meglio – o meno peggio – rispetto all’epoca talebana, ma la democrazia è ancora un lusso, le donne vivono in condizioni improponibili (che però otto anni fa ci scandalizzavano, mentre oggi le abbiamo normalizzate), il terrore è la vita quotidiana.
Le marce della pace saranno anche inutili, come ci insegnavano all’epoca i Panebianco e le Fallaci. Ma forse gli eserciti si sono rivelati tanto più efficaci?
mercoledì 16 settembre 2009
Ostellino sì che è sulla notizia
In effetti, questa mi era sfuggita.
Dunque, siamo all’altro ieri – 14 settembre – e sappiamo tutti cosa c’è nell’aria. Berlusconi ha la necessità di comparire in diretta tv da una tribuna compiacente per fare passerella e il direttore generale della Rai ha la bontà non soltanto di spostargli a tal uopo la trasmissione di Bruno Vespa in prima serata, ma anche di cancellare dal palinsesto Ballarò, che potrebbe oscurare il grande evento mediatico a cui il Presidente del Consiglio tiene tanto.
Una roba che ricorda molto da vicino i regimi dell’est europeo anni Settanta.
Quel giorno Piero Ostellino si sveglia (probabilmente con la luna di traverso) e pensa al suo articolo settimanale nel quale deve illuminare il popolo del Corriere della Sera su cosa è liberale e cosa non lo è. Legge i giornali, ma non trova spunti. Uhm... vediamo un po’ i titoli del Corrierone di oggi... “La rete trasversale del mondo Tarantini”: inchiesta su come un giovane imprenditore pugliese aggira le regole del mercato per imporsi. No, troppo banale. “A un anno da Lehman, Obama a Wall Street: ora le regole”: ma no, ma che scherziamo? Certo, spunti per un ragionamento articolato sul governo liberale dell’economia mondiale ce ne sarebbero, ma la politica estera a chi interessa? “Bossi attacca ancora: la Padania sarà Stato indipendente”: no, macché. “Cultura e potere”, lettera firmata dal ministro Brunetta, nella quale si prendono di mira i registi cinematografici: meglio di no anche questa.
Così, Piero Ostellino va a ripescare un’intervista rilasciata il venerdì precedente da Dario Franceschini ad Aldo Cazzullo. Il segretario piddino – nota bene: due giorni prima che venga fuori tutto l’ambaradan su Berlusconi da Vespa – propone di svincolare i telegiornali e le trasmissioni di informazione dalle rilevazioni Auditel, al fine di salvaguardare la qualità di programmi che riguardano da vicino il concetto di “servizio pubblico”. Così, Ostellino che ti combina? Toglie ogni riferimento di Franceschini alla limitazione per tg e trasmissioni di approfondimento e scrive che questi vuole abolire l’Auditel tout-court. E si lancia in una serie di sconclusionate analogie con Marx che “aveva proposto di sospendere l’Auditel dell’epoca” e Lenin, avventati giudizi su Franceschini che “teme la libertà (sic) perché la ritiene un pericolo per la virtù dei cittadini”, nonché perentori giudizi su tutta la sinistra che non “può essere politicamente credibile, avendo una cultura improponibile”.
Tutto ciò, ribadisco, il giorno in cui Berlusconi fa togliere dal palinsesto della Rai una trasmissione per il suo one man show in prima serata.
Quel che suol dirsi “essere sulla notizia”. O forse quel che suol dirsi “caro Feltri, ho capito il tuo messaggio e stai tranquillo”.
Dunque, siamo all’altro ieri – 14 settembre – e sappiamo tutti cosa c’è nell’aria. Berlusconi ha la necessità di comparire in diretta tv da una tribuna compiacente per fare passerella e il direttore generale della Rai ha la bontà non soltanto di spostargli a tal uopo la trasmissione di Bruno Vespa in prima serata, ma anche di cancellare dal palinsesto Ballarò, che potrebbe oscurare il grande evento mediatico a cui il Presidente del Consiglio tiene tanto.
Una roba che ricorda molto da vicino i regimi dell’est europeo anni Settanta.
Quel giorno Piero Ostellino si sveglia (probabilmente con la luna di traverso) e pensa al suo articolo settimanale nel quale deve illuminare il popolo del Corriere della Sera su cosa è liberale e cosa non lo è. Legge i giornali, ma non trova spunti. Uhm... vediamo un po’ i titoli del Corrierone di oggi... “La rete trasversale del mondo Tarantini”: inchiesta su come un giovane imprenditore pugliese aggira le regole del mercato per imporsi. No, troppo banale. “A un anno da Lehman, Obama a Wall Street: ora le regole”: ma no, ma che scherziamo? Certo, spunti per un ragionamento articolato sul governo liberale dell’economia mondiale ce ne sarebbero, ma la politica estera a chi interessa? “Bossi attacca ancora: la Padania sarà Stato indipendente”: no, macché. “Cultura e potere”, lettera firmata dal ministro Brunetta, nella quale si prendono di mira i registi cinematografici: meglio di no anche questa.
Così, Piero Ostellino va a ripescare un’intervista rilasciata il venerdì precedente da Dario Franceschini ad Aldo Cazzullo. Il segretario piddino – nota bene: due giorni prima che venga fuori tutto l’ambaradan su Berlusconi da Vespa – propone di svincolare i telegiornali e le trasmissioni di informazione dalle rilevazioni Auditel, al fine di salvaguardare la qualità di programmi che riguardano da vicino il concetto di “servizio pubblico”. Così, Ostellino che ti combina? Toglie ogni riferimento di Franceschini alla limitazione per tg e trasmissioni di approfondimento e scrive che questi vuole abolire l’Auditel tout-court. E si lancia in una serie di sconclusionate analogie con Marx che “aveva proposto di sospendere l’Auditel dell’epoca” e Lenin, avventati giudizi su Franceschini che “teme la libertà (sic) perché la ritiene un pericolo per la virtù dei cittadini”, nonché perentori giudizi su tutta la sinistra che non “può essere politicamente credibile, avendo una cultura improponibile”.
Tutto ciò, ribadisco, il giorno in cui Berlusconi fa togliere dal palinsesto della Rai una trasmissione per il suo one man show in prima serata.
Quel che suol dirsi “essere sulla notizia”. O forse quel che suol dirsi “caro Feltri, ho capito il tuo messaggio e stai tranquillo”.
martedì 15 settembre 2009
Vespar Condicio

In un Paese normale un personaggio come Bruno Vespa non riscuoterebbe tanto successo. Sarebbe soltanto uno dei tanti giornalisti accondiscendenti che girano per gli studi tv.
L’aspetto che più mi attrae di lui è il modo in cui giustifica il suo modo di lavorare. Facciamoci caso, ogni volta che gli viene contestato un suo comportamento filoberlusconiano lui si difende dicendo che nella sua trasmissione ha invitato tot volte Tizio del centrosinistra e quindi lo spazio dedicato ai due schieramenti è lo stesso. A volte aggiunge che tot puntate sono state dedicate alla cronaca e non alla politica in senso stretto. Snocciola numeri e statistiche come se la creazione del consenso fosse soltanto questione di quantità e non anche di qualità e modalità.
E’ evidente che se invita Berlusconi e gli porge una lavagnetta dove disegnare le infrastrutture che ha in mente e poi la volta successiva invita Bersani e gli chiede conto solamente del congresso del Partito Democratico, la par condicio è formalmente rispettata, ma nella sostanza le due puntate sono completamente sbilanciate. Non ci vuole un genio per comprenderlo, eppure a sinistra da anni cadono nel giochino e meno male che stavolta Franceschini si è smarcato rifiutando l’invito. Eppure, l’ineffabile Vespa si è difeso anche stavolta alla sua maniera: “abbiamo invitato il Presidente del Consiglio come facciamo da quindici anni per la seconda serata che apre la nostra stagione. Contestualmente abbiamo invitato il leader dell’opposizione”. Già, peccato che a uno vada la prima serata e la vetrina della consegna delle case ai terremotati (e non voglio entrare nel merito di quali e quante case e da chi realizzate), all’altro la seconda serata e una discussione in politichese puro.
p.s. – dispiace soltanto che Antonio Di Pietro, per non rimanere fermo un giro (cosa che probabilmente non lo fa dormire la notte), abbia sentito l’impellente necessità di urlare più forte di Franceschini: in questa maniera, ha fatto passare Vespa come uno che, ogni tanto, ha pure qualche ragione dalla sua.
E’ evidente che se invita Berlusconi e gli porge una lavagnetta dove disegnare le infrastrutture che ha in mente e poi la volta successiva invita Bersani e gli chiede conto solamente del congresso del Partito Democratico, la par condicio è formalmente rispettata, ma nella sostanza le due puntate sono completamente sbilanciate. Non ci vuole un genio per comprenderlo, eppure a sinistra da anni cadono nel giochino e meno male che stavolta Franceschini si è smarcato rifiutando l’invito. Eppure, l’ineffabile Vespa si è difeso anche stavolta alla sua maniera: “abbiamo invitato il Presidente del Consiglio come facciamo da quindici anni per la seconda serata che apre la nostra stagione. Contestualmente abbiamo invitato il leader dell’opposizione”. Già, peccato che a uno vada la prima serata e la vetrina della consegna delle case ai terremotati (e non voglio entrare nel merito di quali e quante case e da chi realizzate), all’altro la seconda serata e una discussione in politichese puro.
p.s. – dispiace soltanto che Antonio Di Pietro, per non rimanere fermo un giro (cosa che probabilmente non lo fa dormire la notte), abbia sentito l’impellente necessità di urlare più forte di Franceschini: in questa maniera, ha fatto passare Vespa come uno che, ogni tanto, ha pure qualche ragione dalla sua.
lunedì 14 settembre 2009
I buoni e i cattivi
Non è soltanto una coincidenza se, nello stesso week end,* il ministro Brunetta se l’è presa con registi fannulloni e insegnanti “sindacalizzati”;
* il ministro Bossi ha rilanciato la secessione padana;
* il ministro Calderoli ha ribadito il desiderio di non avere un capo del governo “abbronzato”;
* il capogruppo del PdL al Senato Gasparri ha incitato gli sceneggiatori a scrivere film di destra;
* il direttore generale della Rai Masi ha organizzato una bella diretta vespiana sopprimendo una puntata di Ballarò.
Apparentemente, episodi scollegati tra loro. E, apparentemente, quell’evento è solo folklore ripetuto tutti gli anni, quell’altra dichiarazione è verve leghista, l’ennesima reprimenda è niente più che uno stile comunicativo, e così via.
In realtà, c’è un filo conduttore che lega situazioni così diverse. E’ un filo conduttore che va alla radice del berlusconismo e del danno che quest’uomo, oggi indegnamente alla guida del Paese, ha arrecato a tutti noi. Se ci pensiamo bene, si tratta di ripetuti esempi del noi / loro; buoni / cattivi; liberali / comunisti; azzurri / rossi. Categorie molto semplici, che giocano con la nostra pancia per individuare chiari (ma presunti) responsabili dei problemi e indicare chiare (ma finte) soluzioni comprensibili a tutti. Così, il ragionamento che si vuol trasmettere è che mentre l’italiano medio lavora, il regista di film prende soldi dallo Stato e chissà quanto guadagna e, nella sua bella villa, magari fa anche quello che vota a sinistra e ce l’ha con Berlusconi, ma che ne sa lui dei problemi veri della gente? Parimenti, mentre l’imprenditore o il libero professionista di Carate Brianza o di Schio – insomma, del nord produttivo – si fa il culo dalla mattina alla sera, laggiù al sud lasciano la spazzatura per le strade, spendono i soldi pubblici, vivono alle nostre spalle con il sostegno dei comunisti, da sempre al governo dal dopoguerra ad oggi. O mentre il Brambilla e il Trevisan faticano a trovare lavoro, ti sbarcano dall’Africa o dalla Romania questi immigrati che vengono a fottersi le nostre donne e a rubarci lo stipendio, con la complicità della sinistra (e ultimamente pure di Fini) che gli fa comodo perché se non prende voti da quelli lì chi mai – tra gli italiani veri – potrebbe votarla? E, ugualmente, non si vede perché non ci debbano essere film di destra, che raccontano belle vicende, mica le solite cazzate in salsa veterocomunista di Citto Maselli e Nanni Moretti, ripristiniamo la storia vera, magari sulle foibe o sul muro di Berlino. Infine, perché dare retta ai giornali comunisti (magari finanziati pure quelli dallo Stato) disfattisti, mentre vengono riconsegnate le case ai terremotati abruzzesi, il Governo sì che lavora, facciamole vedere ‘ste cose belle e però mica è giusto che se ne occupi quel postcomunista di Floris su Raitre che, magari, ti imbastisce chissà quali menzogne per sminuire la portata dell’evento.
In realtà, c’è un filo conduttore che lega situazioni così diverse. E’ un filo conduttore che va alla radice del berlusconismo e del danno che quest’uomo, oggi indegnamente alla guida del Paese, ha arrecato a tutti noi. Se ci pensiamo bene, si tratta di ripetuti esempi del noi / loro; buoni / cattivi; liberali / comunisti; azzurri / rossi. Categorie molto semplici, che giocano con la nostra pancia per individuare chiari (ma presunti) responsabili dei problemi e indicare chiare (ma finte) soluzioni comprensibili a tutti. Così, il ragionamento che si vuol trasmettere è che mentre l’italiano medio lavora, il regista di film prende soldi dallo Stato e chissà quanto guadagna e, nella sua bella villa, magari fa anche quello che vota a sinistra e ce l’ha con Berlusconi, ma che ne sa lui dei problemi veri della gente? Parimenti, mentre l’imprenditore o il libero professionista di Carate Brianza o di Schio – insomma, del nord produttivo – si fa il culo dalla mattina alla sera, laggiù al sud lasciano la spazzatura per le strade, spendono i soldi pubblici, vivono alle nostre spalle con il sostegno dei comunisti, da sempre al governo dal dopoguerra ad oggi. O mentre il Brambilla e il Trevisan faticano a trovare lavoro, ti sbarcano dall’Africa o dalla Romania questi immigrati che vengono a fottersi le nostre donne e a rubarci lo stipendio, con la complicità della sinistra (e ultimamente pure di Fini) che gli fa comodo perché se non prende voti da quelli lì chi mai – tra gli italiani veri – potrebbe votarla? E, ugualmente, non si vede perché non ci debbano essere film di destra, che raccontano belle vicende, mica le solite cazzate in salsa veterocomunista di Citto Maselli e Nanni Moretti, ripristiniamo la storia vera, magari sulle foibe o sul muro di Berlino. Infine, perché dare retta ai giornali comunisti (magari finanziati pure quelli dallo Stato) disfattisti, mentre vengono riconsegnate le case ai terremotati abruzzesi, il Governo sì che lavora, facciamole vedere ‘ste cose belle e però mica è giusto che se ne occupi quel postcomunista di Floris su Raitre che, magari, ti imbastisce chissà quali menzogne per sminuire la portata dell’evento.
Ecco, chi pensa che il berlusconismo sia soltanto “meno tasse per tutti” o sia soltanto “lodo Alfano e simili” o sia soltanto “conflitto d’interessi”, in realtà sottovaluta quel che sta avvenendo. Le politiche fiscali, le leggi ad personam, il ruolo delle televisioni sono soltanto epifenomeni. La relazione causale principale è il noi / loro, buoni / cattivi, liberali / comunisti, azzurri / rossi: è ciò che giustifica le peggiori nefandezze ed è questa la ragione per cui, quando – come in queste settimane – Berlusconi è in difficoltà, aumenta il livello di scontro. Chi abbia lo stomaco di rileggersi il famoso discorso del gennaio 1994, quello della discesa in campo, troverebbe già ben indicata la strada.
p.s. - Può sembrare curioso che proprio chi, fin dall’inizio, è volutamente e scientemente aggressivo scelga per sé la serenità (il colore azzurro) e attribuisca agli altri l’aggressività (il colore rosso). Può sembrare curioso, ma non lo è: fa parte di quella strategia di mistificazione della realtà (“i comunisti hanno governato l’Italia per cinquant’anni!”), che è un altro epifenomeno berlusconiano.
domenica 13 settembre 2009
La tentazione
Leggo sul giornale che Rutelli (e non soltanto lui: anche Carra e altri teodem) potrebbe lasciare il Partito Democratico in caso di vittoria di Bersani.
Uhm... Mumble mumble...
Uhm... Mumble mumble...
venerdì 11 settembre 2009
Chiedersi "perché questo accade?"
Uno – giustamente – si chiede se a questa deriva del giornalismo italiano ci sia una via d’uscita, se ci siano i mezzi per controbattere.
Fossimo in un Paese normale, sì.
Ma è normale un Paese che accetta un Capo del Governo che minaccia di far togliere la pubblicità ai giornali che lo criticano o augura loro il fallimento, forte di un conflitto di interessi nel settore? E’ normale un Paese nel quale un Capo del Governo, un Presidente del Senato e un Ministro parlano di “complotti”, “teoremi”, “disegni eversivi” badando bene di non fare nomi o produrre prove? E’ normale un Paese nel quale un Ministro razzista dice che non vuole “presidenti abbronzati”? E’ normale un Paese nel quale esponenti di un governo che ha diminuito le ore di lingua inglese per gli alunni propongono esami di dialetto per gli insegnanti? E’ normale un Paese nel quale il capogruppo del partito di maggioranza relativa dice che la Corte Costituzionale può decidere quel che vuole, tanto poi in Parlamento loro un cavillo per aggirare la sentenza lo trovano?
Soprattutto, è normale tutto questo nel silenzio o nell’accettazione rassegnata della maggioranza dei cittadini di quel Paese? “Franza o Spagna purché se magna”, dicevano i nostri antenati. Noi non siamo tanto diversi. Forse, a differenza di tanti popoli civili, non ci siamo mai (mai, oggi come ieri) chiesti “perché questo accade?”. Lo abbiamo semplicemente e passivamente e acriticamente accettato. I mezzi per controbattere ci sono. Basta usarli. E' la volontà di usarli che manca. Forse anche la capacità.
Fossimo in un Paese normale, sì.
Ma è normale un Paese che accetta un Capo del Governo che minaccia di far togliere la pubblicità ai giornali che lo criticano o augura loro il fallimento, forte di un conflitto di interessi nel settore? E’ normale un Paese nel quale un Capo del Governo, un Presidente del Senato e un Ministro parlano di “complotti”, “teoremi”, “disegni eversivi” badando bene di non fare nomi o produrre prove? E’ normale un Paese nel quale un Ministro razzista dice che non vuole “presidenti abbronzati”? E’ normale un Paese nel quale esponenti di un governo che ha diminuito le ore di lingua inglese per gli alunni propongono esami di dialetto per gli insegnanti? E’ normale un Paese nel quale il capogruppo del partito di maggioranza relativa dice che la Corte Costituzionale può decidere quel che vuole, tanto poi in Parlamento loro un cavillo per aggirare la sentenza lo trovano?
Soprattutto, è normale tutto questo nel silenzio o nell’accettazione rassegnata della maggioranza dei cittadini di quel Paese? “Franza o Spagna purché se magna”, dicevano i nostri antenati. Noi non siamo tanto diversi. Forse, a differenza di tanti popoli civili, non ci siamo mai (mai, oggi come ieri) chiesti “perché questo accade?”. Lo abbiamo semplicemente e passivamente e acriticamente accettato. I mezzi per controbattere ci sono. Basta usarli. E' la volontà di usarli che manca. Forse anche la capacità.
giovedì 10 settembre 2009
Agli antipodi del giornalismo
Mi rendo conto di aver scritto tanto, ultimamente, su Feltri e questo non è buono, perché – per quanto periferica e sconosciuta – è pur sempre una tribuna concessa a chi non lo meriterebbe. Ma è interessante saper leggere quel che scrive, perché la tecnica usata apre uno squarcio sui peggiori difetti e artifici retorici a cui la stampa militante può fare ricorso.
Prendiamo, ad esempio, l’editoriale uscito stamani.
Il bersaglio apparente è lo scoop del Corriere della Sera, che ha pubblicato le trascrizioni degli interrogatori a Giampaolo Tarantini e “rivela al popolo ciò di cui si parla da circa tre mesi: a Berlusconi piacciono le donne”.
Alt, fermiamoci un attimo. Feltri si prende la briga di riassumere lo scoop e, ovviamente, lo sintetizza a modo suo: “a Berlusconi piacciono le donne”. Si ferma al livello superficiale, perché gli torna comodo fare così e non perché sia uno stupido (tutt’altro!). Peccato che l’articolo del Corriere ci racconti ben di più. Ci racconta di un imprenditore che utilizza le donne per ingraziarsi potenti e riceverne favori finalizzati a profitti e vantaggi per la propria attività aziendale. E che trova questi “potenti” (due, in particolare: Sandro Frisullo, vicepresidente della Regione Puglia, del Partito Democratico; e Silvio Berlusconi) ben disposti. Non sappiamo se e, eventualmente, in che misura costoro lo abbiano aiutato, ma questo è, appunto, il nodo del contendere, non quante volte Berlusconi ha cornificato la moglie. Poi, volendo, lo scoop del Corriere permette anche di fare un altro tipo di approfondimento: ossia, verificare quali erano gli impegni istituzionali del Capo del Governo nei giorni in cui ha avuto questi incontri. E scoprire, come hanno fatto quelli del gruppo Repubblica – L’Espresso, che magari ha rinviato appuntamenti istituzionali con motivazioni diverse (seguire la crisi Alitalia da vicino, problemi di salute). Il che legittima ancor di più alcune delle dieci domande che il quotidiano diretto da Ezio Mauro pone da ormai quattro mesi. E’ evidente, quindi, come a Feltri faccia particolarmente comodo fermarsi al livello superficiale, al Berlusconi a cui piacciono le donne, benché non sia certo questo il problema centrale.
Poi c’è il bersaglio vero: Feltri, dopo aver impostato il suo ragionamento sull'orientamento sessuale berlusconiano tant'è che ogni tanto “se ne fa alcune”, aggiunge che “questa non è una buona notizia per l’Unità diretta dalla maestrina Concita De Gregorio, che ha scritto, non si sa sulla base di quali prove: ‘il premier è impotente’ … se Tarantini ha detto il vero, e cioè che il Cavaliere ci ha dato dentro di brutto, come farà il quotidiano fondato da Gramsci a sostenere in Tribunale il contrario, ossia che Silvio non combina niente per problemi tecnico-pratici?”.
Occhio: in questa frase si trova il nocciolo del feltrismo. Se nella prima parte l’artificio retorico era quello di sviare l’attenzione dalla questione reale per sminuire la vicenda, qui siamo al falso presupposto, alla vera e propria invenzione di una notizia per sostenere una tesi di comodo. Cosa succederebbe se uno scienziato, per dimostrare che la terra è piatta, partisse dal presupposto che non esiste la forza di gravità? Lo prenderemmo tutti per matto. Ecco, Feltri compie un’operazione del genere (con la sostanziale differenza che nessuno lo prende per matto). Infatti, nonostante il direttore del Giornale l’abbia messa tra virgolette, la De Gregorio non ha mai scritto “il premier è impotente”. Ha scritto che i contenuti delle intercettazioni riguardanti Berlusconi erano noti a tante persone e, citando un vecchio articolo di giornale, racconta di uno spettacolo nel quale Luciana Littizzetto parlava di disfunzioni erettili del Presidente del Consiglio perché così stava riportato nelle famose intercettazioni. Non solo: l’Unità non ha mai posto come questione centrale gli eventuali problemi sessuali di Berlusconi, ma – casomai – tutto ciò che è correlato dai suoi comportamenti privati: il “mercimonio come metodo” (7 agosto), la reputazione della nazione (7 luglio), la distanza dai problemi del Paese (23 luglio) e così via.
Falsificazione della realtà per accreditare tesi e accusare alcuni, depistaggi per sminuire responsabilità di altri. Non è un quadro confortante, eppure è quello che sta avvenendo nel silenzio generale. Qualcuno tace per interesse, altri per dis-interesse, altri ancora - la maggioranza - perché siamo un Paese dalla memoria corta che macina tutto velocemente e non si preoccupa di approfondire o di chiedersi “perché”. Le domande di Repubblica, giuste o sbagliate che siano nel merito, hanno questa caratteristica: nascono dall’esigenza di chiedersi “perché”. In un Paese come il nostro esse sono destinate a essere perdenti o rimanere incomprese.
Prendiamo, ad esempio, l’editoriale uscito stamani.
Il bersaglio apparente è lo scoop del Corriere della Sera, che ha pubblicato le trascrizioni degli interrogatori a Giampaolo Tarantini e “rivela al popolo ciò di cui si parla da circa tre mesi: a Berlusconi piacciono le donne”.
Alt, fermiamoci un attimo. Feltri si prende la briga di riassumere lo scoop e, ovviamente, lo sintetizza a modo suo: “a Berlusconi piacciono le donne”. Si ferma al livello superficiale, perché gli torna comodo fare così e non perché sia uno stupido (tutt’altro!). Peccato che l’articolo del Corriere ci racconti ben di più. Ci racconta di un imprenditore che utilizza le donne per ingraziarsi potenti e riceverne favori finalizzati a profitti e vantaggi per la propria attività aziendale. E che trova questi “potenti” (due, in particolare: Sandro Frisullo, vicepresidente della Regione Puglia, del Partito Democratico; e Silvio Berlusconi) ben disposti. Non sappiamo se e, eventualmente, in che misura costoro lo abbiano aiutato, ma questo è, appunto, il nodo del contendere, non quante volte Berlusconi ha cornificato la moglie. Poi, volendo, lo scoop del Corriere permette anche di fare un altro tipo di approfondimento: ossia, verificare quali erano gli impegni istituzionali del Capo del Governo nei giorni in cui ha avuto questi incontri. E scoprire, come hanno fatto quelli del gruppo Repubblica – L’Espresso, che magari ha rinviato appuntamenti istituzionali con motivazioni diverse (seguire la crisi Alitalia da vicino, problemi di salute). Il che legittima ancor di più alcune delle dieci domande che il quotidiano diretto da Ezio Mauro pone da ormai quattro mesi. E’ evidente, quindi, come a Feltri faccia particolarmente comodo fermarsi al livello superficiale, al Berlusconi a cui piacciono le donne, benché non sia certo questo il problema centrale.
Poi c’è il bersaglio vero: Feltri, dopo aver impostato il suo ragionamento sull'orientamento sessuale berlusconiano tant'è che ogni tanto “se ne fa alcune”, aggiunge che “questa non è una buona notizia per l’Unità diretta dalla maestrina Concita De Gregorio, che ha scritto, non si sa sulla base di quali prove: ‘il premier è impotente’ … se Tarantini ha detto il vero, e cioè che il Cavaliere ci ha dato dentro di brutto, come farà il quotidiano fondato da Gramsci a sostenere in Tribunale il contrario, ossia che Silvio non combina niente per problemi tecnico-pratici?”.
Occhio: in questa frase si trova il nocciolo del feltrismo. Se nella prima parte l’artificio retorico era quello di sviare l’attenzione dalla questione reale per sminuire la vicenda, qui siamo al falso presupposto, alla vera e propria invenzione di una notizia per sostenere una tesi di comodo. Cosa succederebbe se uno scienziato, per dimostrare che la terra è piatta, partisse dal presupposto che non esiste la forza di gravità? Lo prenderemmo tutti per matto. Ecco, Feltri compie un’operazione del genere (con la sostanziale differenza che nessuno lo prende per matto). Infatti, nonostante il direttore del Giornale l’abbia messa tra virgolette, la De Gregorio non ha mai scritto “il premier è impotente”. Ha scritto che i contenuti delle intercettazioni riguardanti Berlusconi erano noti a tante persone e, citando un vecchio articolo di giornale, racconta di uno spettacolo nel quale Luciana Littizzetto parlava di disfunzioni erettili del Presidente del Consiglio perché così stava riportato nelle famose intercettazioni. Non solo: l’Unità non ha mai posto come questione centrale gli eventuali problemi sessuali di Berlusconi, ma – casomai – tutto ciò che è correlato dai suoi comportamenti privati: il “mercimonio come metodo” (7 agosto), la reputazione della nazione (7 luglio), la distanza dai problemi del Paese (23 luglio) e così via.
Falsificazione della realtà per accreditare tesi e accusare alcuni, depistaggi per sminuire responsabilità di altri. Non è un quadro confortante, eppure è quello che sta avvenendo nel silenzio generale. Qualcuno tace per interesse, altri per dis-interesse, altri ancora - la maggioranza - perché siamo un Paese dalla memoria corta che macina tutto velocemente e non si preoccupa di approfondire o di chiedersi “perché”. Le domande di Repubblica, giuste o sbagliate che siano nel merito, hanno questa caratteristica: nascono dall’esigenza di chiedersi “perché”. In un Paese come il nostro esse sono destinate a essere perdenti o rimanere incomprese.
mercoledì 9 settembre 2009
Passo doppio
Ieri sera ho partecipato a un incontro con Piero Fassino. E ho capito che un’idea bislacca partorita nei giorni scorsi dalla mia mente deviata è la soluzione migliore (o meno peggiore) in vista del 25 ottobre.Dunque, farò così: alle primarie – salvo importanti cambiamenti di linea – voterò Dario Franceschini. Ma alla riunione del circolo, per la convenzione nazionale, il mio voto andrà a Ignazio Marino. No, non è ambiguità o non saper scegliere. E’ razionalità, è pragmatismo.
Premesso che nessuno dei tre candidati mi entusiasma (altrimenti non avrei impiegato tanto tempo per decidere), Franceschini ha il grande vantaggio di incarnare bene lo spirito con il quale appena due anni fa partì il progetto Partito Democratico: un partito nuovo, luogo di incontro di vecchie culture che si fondono in una realtà diversa e declinata al futuro. Questo è il principale motivo per cui penso di dare a lui il mio voto il 25 ottobre. Apprezzo molto anche le frasi chiare e inequivocabili contenute nella sua mozione relative alle alleanze future. Peraltro, Fassino ieri sera ha detto una cosa che evidentemente ai giornali non può dire, ma quando gioca in casa sì: un’alleanza con l’UdC in Lombardia, con interlocutori come Tabacci e Pezzotta è possibile; in Sicilia, con un referente come Cuffaro, è improponibile. Sospiro di sollievo.
In secondo luogo, Franceschini ha ben agito in questi sei mesi da segretario. Premetto che non mi piace il sillogismo retorico in base al quale “poiché Veltroni ha lavorato male e lui era il suo vice, anch’egli ha lavorato male”: non mi piace perché non è fondato (se il segretario non ha il polso, i suoi collaboratori, per quanto stretti, possono farci poco; e l’ex sindaco di Roma fu la scelta di D’Alema, Bersani e tanti altri, non soltanto di Franceschini); e non mi piace perché quando la responsabilità è caduta direttamente sulle sue spalle, ha agito in maniera completamente diversa e, quindi, nella peggiore delle ipotesi, ha dimostrato quantomeno di saper imparare dagli errori, dote non secondaria in un politico. In ogni caso, dicevo, ha lavorato bene da segretario: con lui, si è visto un partito più presente nel dibattito mediatico, più orgoglioso, e in un paio di circostanze (assegni ai disoccupati, risparmi dall’election day) è addirittura riuscito a imporre i propri argomenti. Ha detto stop a quel continuo non decidere su temi importanti (testamento biologico, collocazione europea) e lo ha fatto ricorrendo a un metodo valido, ossia al voto a maggioranza (e chi è minoranza si adegua). Last but not least, parole da lui utilizzate per difendere il principio di laicità sono state accettate non soltanto per il loro assoluto buonsenso, ma anche perché provenienti da un cattolico che ha svolto il suo percorso politico prima nella Democrazia Cristiana e poi nella Margherita.
A Fassino, però, ieri sera ho posto una domanda sul ricambio della classe dirigente. A prescindere dalle vittorie a queste o quelle regionali, a queste o quelle amministrative, a queste o quelle politiche, resta il dato di fatto di una forza di (centro)sinistra riformista che aspira a rappresentare una gran massa di italiani e da quindici anni non ci riesce e si dibatte nei soliti problemi: divisioni interne, estrema litigiosità su questioni di lana caprina che agli italiani interessano poco o niente, seghe mentali per difendere prerogative varie, incapacità di elaborare una cultura politica riformista vera e alternativa e proiettata sul futuro. Ho citato a Fassino l’esempio del primo titolo di Cuore, 4 febbraio 1991, dedicato all’allora PDS: “Un grande partito – Siamo uniti su tutto, basta non parlare di politica”. Vale anche per il PD del 2009 e questo dà l’idea di cosa una intera generazione di dirigenti di partito non sia stata capace di fare. Queste persone magari sono state ottimi amministratori e eccellenti ministri, ma come uomini di partito hanno fallito. E quindi, in virtù di quel principio meritocratico richiamato da tutti e tre i candidati alla segreteria, è giusto che si facciano da parte. Fassino ha reagito alla mia sollecitazione riconoscendo il problema, ma sostanzialmente rigirando la frittata. Ciò mi ha convinto definitivamente circa l’idea maturata nei giorni precedenti: nella riunione di circolo, per la convenzione nazionale dell’11 ottobre sosterrò Ignazio Marino. Voglio, auspico, spero che il terzo incomodo conquisti almeno un 20-25% dei consensi tra i tesserati affinché giunga chiaro e forte il messaggio agli altri due: è tempo che qualcuno – i primi che mi vengono in mente: D’Alema, Rutelli, Parisi, Veltroni, Marini – si faccia da parte e si occupi di Corea del Nord, di beni culturali in Indocina, di sistemi politici applicati alla realtà australiana, di fame nel mondo, di tutela del lupo marsicano, di quello che vogliono insomma, ma non di partito, non del Partito Democratico.
Dice: perché allora non voti Marino anche il 25 ottobre? Il motivo è semplice. Perché lo trovo velleitario. Perché se diventasse segretario governerebbe il partito tre mesi e poi rivedremmo il film già visto con Veltroni. Perché per fare politica a certi livelli non basta essere brave e oneste persone e avere idee valide: bisogna anche saper coltivare i rapporti con chi oggi è tuo avversario interno al partito, ma domani potrebbe essere tuo alleato. Paradossalmente, la maniera migliore per perpetuare il potere oscuro dei D’Alema e dei Rutelli sarebbe la vittoria di Marino. A volte, per ottenere risultati, più che l’attacco frontale, come ha fatto e continua a fare il chirurgo politico, può servire una giusta dose di sana paraculaggine.
Dice: perché allora non voti Marino anche il 25 ottobre? Il motivo è semplice. Perché lo trovo velleitario. Perché se diventasse segretario governerebbe il partito tre mesi e poi rivedremmo il film già visto con Veltroni. Perché per fare politica a certi livelli non basta essere brave e oneste persone e avere idee valide: bisogna anche saper coltivare i rapporti con chi oggi è tuo avversario interno al partito, ma domani potrebbe essere tuo alleato. Paradossalmente, la maniera migliore per perpetuare il potere oscuro dei D’Alema e dei Rutelli sarebbe la vittoria di Marino. A volte, per ottenere risultati, più che l’attacco frontale, come ha fatto e continua a fare il chirurgo politico, può servire una giusta dose di sana paraculaggine.
p.s. - c'è una controindicazione a tale ipotesi: con un Marino che si presenta forte alle primarie, queste potrebbero diventare il festival delle truppe cammellate. Sono pronto a correre il rischio purché il messaggio arrivi.
p.p.s. - "beato te che ti illudi che il messaggio non solo arrivi, ma venga pure recepito". Sì, beato me. Ma allora facciamo i cinici fino in fondo e non andiamo nemmeno a votare alle primarie, tanto ha già vinto Bersani e farà come cazzo gli pare.
martedì 8 settembre 2009
Saper interpretare l'Osservatore romano
Viterbo, settembre
“Karo Cianni!”
“Santità…”
“Allora, kvali nofità ha per noi, caro Cianni?”
“No, volevo dirle… che per quella cosa del testamento biologico… ecco, non si preoccupi”
“Non mi preokkupo? Sikuro?”
“Certamente! Stia tranquillo, la maggioranza è compatta e anche la nostra componente laica è d’accordo con noi”.
“Molto puono! Ma, senta, ho letto di kvella kosa su insegnanti di relicione kattolica in skvole pubbliche…”
“La sentenza della Corte Costituzionale, dice?”
“Ja!”
“No, tranquillo. La maggioranza parlamentare è ampia e compatta e vedrà che una soluzione la troveremo. Ho parlato pure con il ministro dell’economia… nessun problema”
“Ministro dire spesso ke non ci sono soldi in kassa”
“Sì, ma per questa cosa non si preoccupi. Abbiamo il debito più alto del mondo, cosa sarà mai un po’ di più, chi vuole che se ne accorga, Santità?”
“Fero, fero! E, mi dika, kvesto fale anke per kvell’altra cosa su Ici?”
“Certamente! Chi mai si è sognato di metterla in discussione?”
“Puono, molto puono! Georg!”
“Santità!”
“Senti, Georg. Kiama il tirettore di nostro kvotidiano. Per l’edizione di domani può trankvillamente titolare 'il Papa è stato accolto dalle autorità civili in un quadro di evidente serenità istituzionale'”.
“Karo Cianni!”
“Santità…”
“Allora, kvali nofità ha per noi, caro Cianni?”
“No, volevo dirle… che per quella cosa del testamento biologico… ecco, non si preoccupi”
“Non mi preokkupo? Sikuro?”
“Certamente! Stia tranquillo, la maggioranza è compatta e anche la nostra componente laica è d’accordo con noi”.
“Molto puono! Ma, senta, ho letto di kvella kosa su insegnanti di relicione kattolica in skvole pubbliche…”
“La sentenza della Corte Costituzionale, dice?”
“Ja!”
“No, tranquillo. La maggioranza parlamentare è ampia e compatta e vedrà che una soluzione la troveremo. Ho parlato pure con il ministro dell’economia… nessun problema”
“Ministro dire spesso ke non ci sono soldi in kassa”
“Sì, ma per questa cosa non si preoccupi. Abbiamo il debito più alto del mondo, cosa sarà mai un po’ di più, chi vuole che se ne accorga, Santità?”
“Fero, fero! E, mi dika, kvesto fale anke per kvell’altra cosa su Ici?”
“Certamente! Chi mai si è sognato di metterla in discussione?”
“Puono, molto puono! Georg!”
“Santità!”
“Senti, Georg. Kiama il tirettore di nostro kvotidiano. Per l’edizione di domani può trankvillamente titolare 'il Papa è stato accolto dalle autorità civili in un quadro di evidente serenità istituzionale'”.
lunedì 7 settembre 2009
La conferma
Oggi ribalterò un concetto chiave del giornalismo: la notizia prima di tutto. In questo post la notizia è all’ultima riga. Perché per arrivarci bisogna prepararsi spiritualmente, capire tutto un contesto.Sul Giornale di oggi c’è un piccolo trafiletto anonimo che riporta e contesta quel che il direttore di Repubblica Ezio Mauro ha dichiarato a un quotidiano spagnolo: “Peccato che Mauro rivisiti la realtà. Dino Boffo? Vittima di un ‘documento anonimo presentato come allegato ad atti giudiziari per accusarlo di omosessualità’. Due falsi in tre righe: la nota informativa non era stata presentata come atto giudiziario e il Giornale ha pubblicato una sentenza di condanna per molestie, certo non per omosessualità”
Ora, non spetta certo a me fare l’avvocato difensore di Repubblica. Riporto questo piccolo trafiletto, però, perché emblematico di come si possa – grazie alla memoria corta dei lettori, a una buona dialettica e a una gran dose di faccia tosta – ribaltare la realtà e poi per un aspetto assai curioso.
Il ribaltamento della realtà, dunque. Secondo Il Giornale non è vero che la nota informativa era stata presentata come atto giudiziario (a essere pignoli, Mauro ha detto “allegato ad atti giudiziari”, ma tant’è). In realtà, il 28 agosto così stava scritto proprio sul Giornale per mano del suo direttore Vittorio Feltri: “non lo affermiamo noi in base a chiacchiere raccolte in portineria, ma il Tribunale di Terni. Ecco cosa risulta dal casellario giudiziale (riportiamo letteralmente)”. E via con l’informativa che, scrive Gabriele Villa a pagina 3 del quotidiano lo stesso giorno “accompagna e spiega il rinvio a giudizio”. Il Giornale, poi, vorrebbe far credere che il punto è la condanna per molestie e non l’omosessualità. Tesi smentita dallo stesso Feltri il 28 agosto (“premettendo che nulla abbiamo contro gli omosessuali, resta il fatto che il direttore di Avvenire non ha le carte in regola per lanciare anatemi contro altri peccatori... il problema è che in campo sessuale ciascuno ha le sue debolezze ed è bene evitare di indagare su quelle del prossimo”) e il giorno successivo (“la Cei forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico... finché i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso turandocelo sotto le loro”).
Ma il ribaltamento della realtà passa in secondo piano rispetto a una lacuna nella risposta del Giornale. Prosegue il trafiletto: “Quanto a Vittorio Feltri, per Mauro al Giornale è arrivato perché il suo predecessore Mario Giordano ‘si era rifiutato di frugare sotto le coperte dei direttori e degli editori di altri giornali’”. Il puntiglioso autore ribatte alle altre dichiarazioni di Mauro sostenendo che non sono vere. Questa, però, non la smentisce. Ossia, conferma implicitamente che sì, Feltri è diventato direttore del Giornale con un preciso mandato: frugare sotto le coperte degli avversari. Mi si dirà che è il segreto di Pulcinella. Ed è vero. Ma un conto sono le ipotesi, le congetture, le ricostruzioni esterne e un conto le conferme dei diretti interessati.
Ma il ribaltamento della realtà passa in secondo piano rispetto a una lacuna nella risposta del Giornale. Prosegue il trafiletto: “Quanto a Vittorio Feltri, per Mauro al Giornale è arrivato perché il suo predecessore Mario Giordano ‘si era rifiutato di frugare sotto le coperte dei direttori e degli editori di altri giornali’”. Il puntiglioso autore ribatte alle altre dichiarazioni di Mauro sostenendo che non sono vere. Questa, però, non la smentisce. Ossia, conferma implicitamente che sì, Feltri è diventato direttore del Giornale con un preciso mandato: frugare sotto le coperte degli avversari. Mi si dirà che è il segreto di Pulcinella. Ed è vero. Ma un conto sono le ipotesi, le congetture, le ricostruzioni esterne e un conto le conferme dei diretti interessati.
Se ci si pensa bene questa è la notizia del giorno: il Giornale conferma che Feltri è lì non per esercitare la professione di giornalista, ma per sputtanare l’avversario politico.
domenica 6 settembre 2009
Il triello piddino
Ignazio Marino ha lanciato agli altri candidati alle primarie del Partito Democratico due proposte assai interessanti.
La prima è quella di uniformare i punti di vista su lavoro, inflazione ed economia in modo che il partito, in una fase delicata come questa, possa già da ora, senza attendere il 25 ottobre, parlare con una voce sola. Ed è una proposta di assoluto buon senso: mi chiedo cosa attendano Bersani e Franceschini a rispondere.
La seconda idea è anch’essa molto importante, ma presenta una controindicazione che non bisognerebbe sottovalutare. Marino, riprendendo un’idea di Giuseppe Civati, suggerisce un confronto diretto tra i tre candidati. Ad oggi, Bersani ha risposto facendo lo gnorri e Franceschini sostenendo che tale occasione si avrà l’11 ottobre alla convenzione nazionale. Che è una non-risposta, visto che viene chiesta una cosa un po’ diversa da quell’appuntamento istituzionale. Come è stato rilevato dallo stesso Civati e da altri, è inutile lamentarsi che Berlusconi fugge dal confronto in campagna elettorale se poi si fa uguale.
Personalmente, apprezzerei molto una sfida del genere: perché sono iscritto al partito, parteciperò alle riunioni di circolo, voterò e, non avendo ancora deciso a chi andrà il mio voto, un confronto a tre potrebbe aiutarmi ad avere le idee più chiare.
Però...
Però non posso fare a meno di ipotizzare anche il ritorno mediatico in negativo. Su queste primarie ci sono i fari puntati non solamente degli iscritti, ma pure degli avversari politici. E dei loro giornali e televisioni. Pronti a enfatizzare e ampliare ogni minima discrepanza, presentando il dibattito in corso in maniera caricaturale. Ecco, io già me li immagino i retroscenisti del Corrierone o gli editorialisti della Stampa (per tacer di Libero, Giornale, Tempo, Quotidiano Nazionale…) che infiocchettano quella battuta di Bersani su Franceschini o quella sortita di Marino su Bersani o quell’amenità di Franceschini su Marino fatte nel corso del confronto diretto, restituendo all’opinione pubblica l’immagine di un partito ancor più litigioso e diviso di quanto (tanto!) già non lo sia in realtà. Nella migliore delle ipotesi, ossia quella di tre candidati che parlano all’unisono sui temi economici, verrebbe criticato un dibattito tutto concentrato sul proprio ombelico (“non è emersa una visione di Paese che si vuole” e così via).
Mi si dirà che un partito forte non deve temere niente, che la democrazia è anche scontro. Che non bisogna aver paura delle proprie idee e tantomeno di esporle alla luce del sole. Tutto vero. Ma noi non siamo negli Stati Uniti, non siamo in un Paese normale, da noi il concetto di primarie è distorto. Due anni fa e quattro anni fa, per Veltroni e Prodi, il commento dei media non apertamente schierati a sinistra fu che erano primarie farsa perché si sapeva già chi avrebbe vinto; stavolta diranno che il vincitore sarà un’anatra zoppa perché avrà quasi la metà del partito che non ha votato per lui. Mi chiedo: quante armi mediatiche, quanti pretesti giornalistici vogliamo dare agli avversari politici?
Non sempre quel che sulla carta è valido, applicato nella pratica si rivela altrettanto buono e giusto.
La prima è quella di uniformare i punti di vista su lavoro, inflazione ed economia in modo che il partito, in una fase delicata come questa, possa già da ora, senza attendere il 25 ottobre, parlare con una voce sola. Ed è una proposta di assoluto buon senso: mi chiedo cosa attendano Bersani e Franceschini a rispondere.
La seconda idea è anch’essa molto importante, ma presenta una controindicazione che non bisognerebbe sottovalutare. Marino, riprendendo un’idea di Giuseppe Civati, suggerisce un confronto diretto tra i tre candidati. Ad oggi, Bersani ha risposto facendo lo gnorri e Franceschini sostenendo che tale occasione si avrà l’11 ottobre alla convenzione nazionale. Che è una non-risposta, visto che viene chiesta una cosa un po’ diversa da quell’appuntamento istituzionale. Come è stato rilevato dallo stesso Civati e da altri, è inutile lamentarsi che Berlusconi fugge dal confronto in campagna elettorale se poi si fa uguale.
Personalmente, apprezzerei molto una sfida del genere: perché sono iscritto al partito, parteciperò alle riunioni di circolo, voterò e, non avendo ancora deciso a chi andrà il mio voto, un confronto a tre potrebbe aiutarmi ad avere le idee più chiare.
Però...
Però non posso fare a meno di ipotizzare anche il ritorno mediatico in negativo. Su queste primarie ci sono i fari puntati non solamente degli iscritti, ma pure degli avversari politici. E dei loro giornali e televisioni. Pronti a enfatizzare e ampliare ogni minima discrepanza, presentando il dibattito in corso in maniera caricaturale. Ecco, io già me li immagino i retroscenisti del Corrierone o gli editorialisti della Stampa (per tacer di Libero, Giornale, Tempo, Quotidiano Nazionale…) che infiocchettano quella battuta di Bersani su Franceschini o quella sortita di Marino su Bersani o quell’amenità di Franceschini su Marino fatte nel corso del confronto diretto, restituendo all’opinione pubblica l’immagine di un partito ancor più litigioso e diviso di quanto (tanto!) già non lo sia in realtà. Nella migliore delle ipotesi, ossia quella di tre candidati che parlano all’unisono sui temi economici, verrebbe criticato un dibattito tutto concentrato sul proprio ombelico (“non è emersa una visione di Paese che si vuole” e così via).
Mi si dirà che un partito forte non deve temere niente, che la democrazia è anche scontro. Che non bisogna aver paura delle proprie idee e tantomeno di esporle alla luce del sole. Tutto vero. Ma noi non siamo negli Stati Uniti, non siamo in un Paese normale, da noi il concetto di primarie è distorto. Due anni fa e quattro anni fa, per Veltroni e Prodi, il commento dei media non apertamente schierati a sinistra fu che erano primarie farsa perché si sapeva già chi avrebbe vinto; stavolta diranno che il vincitore sarà un’anatra zoppa perché avrà quasi la metà del partito che non ha votato per lui. Mi chiedo: quante armi mediatiche, quanti pretesti giornalistici vogliamo dare agli avversari politici?
Non sempre quel che sulla carta è valido, applicato nella pratica si rivela altrettanto buono e giusto.
venerdì 4 settembre 2009
Deontologia feltrista
Nel Paese di Berlusconi, di Machiavelli e dell’Azzeccagarbugli, i Codici etici e quelli deontologici, le Carte dei Doveri e quelle delle Responsabilità, non essendo vincolanti, lasciano il tempo che trovano.
Però è interessante valutare il feltrismo alla luce di questi documenti. Ho preso articoli così, a caso, andando un po’ a zonzo nel tempo, senza dilungarmi troppo nella ricerca e limitandola agli articoli scritti da lui e non a quelli comparsi sui quotidiani da lui diretti: sicuramente ho tralasciato chissà quali perle di saggezza giornalistica. Ma gli esempi proposti bastano e avanzano, credo, per inquadrare la portata del degrado e della necessità di capire come Vittorio Feltri possa essere definito “giornalista di razza”. Credo soltanto in Italia ciò sia possibile, altrove sarebbe relegato a dirigere un mensile pornografico. Forse.
L’articolo 4 della risoluzione 1003 (1993) del Consiglio d’Europa afferma che “Le notizie devono essere diffuse rispettando il principio di veridicità, dopo aver costituito oggetto di verifica di rigore, e devono essere esposte, descritte e presentate con imparzialità. Non si devono confondere informazioni e voci”.
Ed ecco come Feltri interpreta questo dettato:
“Quel furbone di Draghi è un assenteista?” (3 maggio 2009)
“Il dottor Dino Boffo è stato condannato con sentenza definitiva con patteggiamento (…) La condanna è stata originata da più comportamenti posti in essere dal prefato in Terni dall’ottobre 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è costatato il reato. Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni, destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo aveva una relazione omosessuale” (28 agosto 2009)
L’articolo 5 della risoluzione dispone che “Nonostante l'espressione di opinioni sia soggettiva e non si possa né debba pretenderne la veridicità, è tuttavia possibile richiedere che l'espressione di opinioni sia effettuata in base a esposizioni leali e corrette dal punto di vista etico”.
La versione di Feltri:
“Chi protesta contro la pace è un bamba. Superbamba” (12 aprile 2003);
“Prodi ci frega i contanti. Vuole tartassarci con una dittatura fiscale” (18 agosto 2006);
“Giudici, ricchi e scioperati” (22 giugno 2002).
Articolo 22: “I giornalisti, nelle informazioni fornite e nelle opinioni formulate, sono tenuti al rispetto della presunzione d'innocenza, segnatamente nei casi ancora sub judice, evitando di formulare verdetti”.
E infatti: “Reati sono stati commessi a destra. Può darsi. Ma gli stessi reati perché non vengono contestati a sinistra? Perché gli assatanati di denaro progressisti non sono sotto tiro? (…) Come mai siamo stati privati del piacere di leggere le intercettazioni telefoniche effettuate sulle linee di Fazio, Consorte, Fassino e compagnucci vari? Ultima domanda decisiva: scusate, ma quando tocca a loro pagare il fio?” (15 dicembre 2005).
Articolo 33: “La società vive talvolta situazioni di conflitto e tensione originate dalla pressione di fattori quali terrorismo, discriminazione di minoranze, xenofobia o guerra. In tali circostanze, i mezzi di comunicazione sociale hanno l'obbligo morale di difendere i valori della democrazia: rispetto alla dignità umana e ricerca di soluzioni con metodi pacifici e in uno spirito di tolleranza. Essi devono, di conseguenza, opporsi alla violenza e al linguaggio odioso e intollerante, rifiutando ogni discriminazione basata sulla cultura, il sesso o la religione”.
Chiaro, no? Ecco come lo rispetta Feltri: “Test: chi è più razzista? 1. Un gruppo di clandestini ubriachi è solito pisciare proprio nell’aiuola dei giardinetti pubblici in cui tuo figlio gioca con i suoi amichetti. Come reagisci? 2. Sotto casa tua bande di immigrati alticci fanno rumore fino alle quattro di mattina. Come reagisci? 3. Una coppia di romeni stupra una ragazza di sedici anni. 4. Sei in treno e un cinese nel tuo scompartimento si toglie le scarpe da ginnastica (…) 10. Una montagna di musulmani si trova a pregare sul sagrato del Duomo di Milano dopo una manifestazione politica. Che te ne pare?” (12 maggio 2009);
“Dalle nostre parti ne puoi combinare di ogni colore: imbottirti di polverina bianca, impasticcarti in discoteca e dintorni, scolare bottiglie da mattina a sera e guidare l’auto e l’aereo: non ti succede un tubo. Se poi sei omosessuale, figurarsi, passi per un progredito e trovi milioni di persone che si precipitano in tuo soccorso” (13 marzo 2007)
E poi c’è la Carta dei doveri del giornalista, stipulata nel 1993 tra Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine dei Giornalisti. In essa si trovano enunciazioni importanti come “Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche”.
L’abc non soltanto della deontologia professionale, ma della civile convivenza tra liberi cittadini. Feltri lo rispetta così:
“Bisognava cacciarli prima. Basta ipocrisie, diciamo la verità: l’integrazione del mondo islamico è impossibile (…) l’islamico non doveva entrare in casa nostra. Bussava? Non ti apro la porta. Non ti guardo neppure perché temo di farmi impietosire (…) Teniamoci i musulmani, quelli cattivi e quelli buoni, e ci terremo prossimamente i morti che ci sbatteranno in faccia” (23 luglio 2005).
“Il giornalista rispetta sempre e comunque il diritto alla presunzione d’innocenza”, recita poi la Carta dei Doveri.
Come scrive il Nostro il 2 gennaio 2006 “probabilmente i compagni si sono sempre comportati così: prima i rubli del KGB, poi le tangenti, quindi le banche. Unica differenza: loro, per abilità o grazie a protezioni, l’avevano fatta franca per anni. Ora, invece, è cascato l’asino degli asini (…) La cronaca registrerà nuovi arresti”.
Cito ancora la Carta: “Il giornalista non può discriminare nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche. Il riferimento non discriminatorio, ingiurioso o denigratorio a queste caratteristiche della sfera privata delle persone è ammesso solo quando sia di rilevante interesse pubblico”.
Feltri: “In Italia parlano tutti: musulmani, gay, drogati, prostitute” (22 gennaio 2005)
Carta dei Doveri: “Il giornalista non deve dare notizia di accuse che possano danneggiare la reputazione e la dignità di una persona senza garantire opportunità di replica all’accusato. Nel caso in cui ciò sia impossibile (perché il diretto interessato risulta irreperibile o non intende replicare), ne informa il pubblico”.
Della serie: il giornalista deve portare rispetto, soprattutto se la controparte è in condizione di manifesta inferiorità e non può difendersi.
Feltri, prigioniero del suo ruolo di giornalista cazzuto che non guarda mai in faccia a nessuno, non si fa pregare:
“Che ci faceva laggiù Enzo Baldoni? La sua professione è pubblicitario. Tuttavia si annoiava e aveva bisogno di tanto in tanto d’una distrazione” (25 agosto 2004);
“Un ponte per... Giuro, questo è il nome. Un club farneticante di filoiracheni cui hanno aderito in tanti, tra cui le Simone. Povere Simone. Intronate di balle e indotte a partire per Baghdad. A fare che? Una era addetta alla sistemazione della biblioteca della capitale. Benedetta ragazza, quanto gliene frega ai beduini (imbevuti di stramberie religiose) dei libri? (…) Scusate fanciulle: un posticino in banca o una cattedrina alle elementari di Viterbo non era meglio? Chi vi ha strizzato il cervello?” (8 settembre 2004)
Altra regola enunciata dalla Carta dei Doveri: “In tutti i casi di indagini o processi, il giornalista deve sempre ricordare che ogni persona accusata di un reato è innocente fino alla condanna definitiva e non deve costruire le notizie in modo da presentare come colpevoli le persone che non siano state giudicate tali in un processo”.
“A Napoli si sta scoperchiando il pentolone del malaffare (…) il tintinnio di manette è diventato insistente e si dà per imminente un primo lotto di arresti cui ne seguiranno altri e sarà l’avvio di una nuova poderosa tangentopoli ancora più devastante dell’edizione 1992 (…) i protagonisti principali delle furberie appartengono all’area progressista (...) Il malcostume si è tinto di rosso” (6 dicembre 2008).
Last but not least, la Carta dei Doveri sancisce un principio vincolante: il giornalista “non diffonde notizie sanitarie che non possano essere controllate con autorevoli fonti scientifiche”.
Titolo de Il Giornale diretto da Feltri, il 17 novembre 1994: “La lebbra sbarca in Sicilia”
(p.s. - non che in Italia manchino esempi di giornalisti che danno un'interpretazione alquanto allegra, diciamo così, di quelle che sono le regole di base. Ma Vittorio Feltri è forse il primo che ha fatto proprio della violazione sistematica della deontologia professionale uno stile, un metodo per avere successo. Per questo non dobbiamo stupirci né del suo ritorno al Giornale, né degli attacchi che ci sono stati negli ultimi giorni, né di quelli che ci saranno nelle prossime settimane: siamo soltanto all'inizio)
Però è interessante valutare il feltrismo alla luce di questi documenti. Ho preso articoli così, a caso, andando un po’ a zonzo nel tempo, senza dilungarmi troppo nella ricerca e limitandola agli articoli scritti da lui e non a quelli comparsi sui quotidiani da lui diretti: sicuramente ho tralasciato chissà quali perle di saggezza giornalistica. Ma gli esempi proposti bastano e avanzano, credo, per inquadrare la portata del degrado e della necessità di capire come Vittorio Feltri possa essere definito “giornalista di razza”. Credo soltanto in Italia ciò sia possibile, altrove sarebbe relegato a dirigere un mensile pornografico. Forse.
L’articolo 4 della risoluzione 1003 (1993) del Consiglio d’Europa afferma che “Le notizie devono essere diffuse rispettando il principio di veridicità, dopo aver costituito oggetto di verifica di rigore, e devono essere esposte, descritte e presentate con imparzialità. Non si devono confondere informazioni e voci”.
Ed ecco come Feltri interpreta questo dettato:
“Quel furbone di Draghi è un assenteista?” (3 maggio 2009)
“Il dottor Dino Boffo è stato condannato con sentenza definitiva con patteggiamento (…) La condanna è stata originata da più comportamenti posti in essere dal prefato in Terni dall’ottobre 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è costatato il reato. Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni, destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo aveva una relazione omosessuale” (28 agosto 2009)
L’articolo 5 della risoluzione dispone che “Nonostante l'espressione di opinioni sia soggettiva e non si possa né debba pretenderne la veridicità, è tuttavia possibile richiedere che l'espressione di opinioni sia effettuata in base a esposizioni leali e corrette dal punto di vista etico”.
La versione di Feltri:
“Chi protesta contro la pace è un bamba. Superbamba” (12 aprile 2003);
“Prodi ci frega i contanti. Vuole tartassarci con una dittatura fiscale” (18 agosto 2006);
“Giudici, ricchi e scioperati” (22 giugno 2002).
Articolo 22: “I giornalisti, nelle informazioni fornite e nelle opinioni formulate, sono tenuti al rispetto della presunzione d'innocenza, segnatamente nei casi ancora sub judice, evitando di formulare verdetti”.
E infatti: “Reati sono stati commessi a destra. Può darsi. Ma gli stessi reati perché non vengono contestati a sinistra? Perché gli assatanati di denaro progressisti non sono sotto tiro? (…) Come mai siamo stati privati del piacere di leggere le intercettazioni telefoniche effettuate sulle linee di Fazio, Consorte, Fassino e compagnucci vari? Ultima domanda decisiva: scusate, ma quando tocca a loro pagare il fio?” (15 dicembre 2005).
Articolo 33: “La società vive talvolta situazioni di conflitto e tensione originate dalla pressione di fattori quali terrorismo, discriminazione di minoranze, xenofobia o guerra. In tali circostanze, i mezzi di comunicazione sociale hanno l'obbligo morale di difendere i valori della democrazia: rispetto alla dignità umana e ricerca di soluzioni con metodi pacifici e in uno spirito di tolleranza. Essi devono, di conseguenza, opporsi alla violenza e al linguaggio odioso e intollerante, rifiutando ogni discriminazione basata sulla cultura, il sesso o la religione”.
Chiaro, no? Ecco come lo rispetta Feltri: “Test: chi è più razzista? 1. Un gruppo di clandestini ubriachi è solito pisciare proprio nell’aiuola dei giardinetti pubblici in cui tuo figlio gioca con i suoi amichetti. Come reagisci? 2. Sotto casa tua bande di immigrati alticci fanno rumore fino alle quattro di mattina. Come reagisci? 3. Una coppia di romeni stupra una ragazza di sedici anni. 4. Sei in treno e un cinese nel tuo scompartimento si toglie le scarpe da ginnastica (…) 10. Una montagna di musulmani si trova a pregare sul sagrato del Duomo di Milano dopo una manifestazione politica. Che te ne pare?” (12 maggio 2009);
“Dalle nostre parti ne puoi combinare di ogni colore: imbottirti di polverina bianca, impasticcarti in discoteca e dintorni, scolare bottiglie da mattina a sera e guidare l’auto e l’aereo: non ti succede un tubo. Se poi sei omosessuale, figurarsi, passi per un progredito e trovi milioni di persone che si precipitano in tuo soccorso” (13 marzo 2007)
E poi c’è la Carta dei doveri del giornalista, stipulata nel 1993 tra Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine dei Giornalisti. In essa si trovano enunciazioni importanti come “Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche”.
L’abc non soltanto della deontologia professionale, ma della civile convivenza tra liberi cittadini. Feltri lo rispetta così:
“Bisognava cacciarli prima. Basta ipocrisie, diciamo la verità: l’integrazione del mondo islamico è impossibile (…) l’islamico non doveva entrare in casa nostra. Bussava? Non ti apro la porta. Non ti guardo neppure perché temo di farmi impietosire (…) Teniamoci i musulmani, quelli cattivi e quelli buoni, e ci terremo prossimamente i morti che ci sbatteranno in faccia” (23 luglio 2005).
“Il giornalista rispetta sempre e comunque il diritto alla presunzione d’innocenza”, recita poi la Carta dei Doveri.
Come scrive il Nostro il 2 gennaio 2006 “probabilmente i compagni si sono sempre comportati così: prima i rubli del KGB, poi le tangenti, quindi le banche. Unica differenza: loro, per abilità o grazie a protezioni, l’avevano fatta franca per anni. Ora, invece, è cascato l’asino degli asini (…) La cronaca registrerà nuovi arresti”.
Cito ancora la Carta: “Il giornalista non può discriminare nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche. Il riferimento non discriminatorio, ingiurioso o denigratorio a queste caratteristiche della sfera privata delle persone è ammesso solo quando sia di rilevante interesse pubblico”.
Feltri: “In Italia parlano tutti: musulmani, gay, drogati, prostitute” (22 gennaio 2005)
Carta dei Doveri: “Il giornalista non deve dare notizia di accuse che possano danneggiare la reputazione e la dignità di una persona senza garantire opportunità di replica all’accusato. Nel caso in cui ciò sia impossibile (perché il diretto interessato risulta irreperibile o non intende replicare), ne informa il pubblico”.
Della serie: il giornalista deve portare rispetto, soprattutto se la controparte è in condizione di manifesta inferiorità e non può difendersi.
Feltri, prigioniero del suo ruolo di giornalista cazzuto che non guarda mai in faccia a nessuno, non si fa pregare:
“Che ci faceva laggiù Enzo Baldoni? La sua professione è pubblicitario. Tuttavia si annoiava e aveva bisogno di tanto in tanto d’una distrazione” (25 agosto 2004);
“Un ponte per... Giuro, questo è il nome. Un club farneticante di filoiracheni cui hanno aderito in tanti, tra cui le Simone. Povere Simone. Intronate di balle e indotte a partire per Baghdad. A fare che? Una era addetta alla sistemazione della biblioteca della capitale. Benedetta ragazza, quanto gliene frega ai beduini (imbevuti di stramberie religiose) dei libri? (…) Scusate fanciulle: un posticino in banca o una cattedrina alle elementari di Viterbo non era meglio? Chi vi ha strizzato il cervello?” (8 settembre 2004)
Altra regola enunciata dalla Carta dei Doveri: “In tutti i casi di indagini o processi, il giornalista deve sempre ricordare che ogni persona accusata di un reato è innocente fino alla condanna definitiva e non deve costruire le notizie in modo da presentare come colpevoli le persone che non siano state giudicate tali in un processo”.
“A Napoli si sta scoperchiando il pentolone del malaffare (…) il tintinnio di manette è diventato insistente e si dà per imminente un primo lotto di arresti cui ne seguiranno altri e sarà l’avvio di una nuova poderosa tangentopoli ancora più devastante dell’edizione 1992 (…) i protagonisti principali delle furberie appartengono all’area progressista (...) Il malcostume si è tinto di rosso” (6 dicembre 2008).
Last but not least, la Carta dei Doveri sancisce un principio vincolante: il giornalista “non diffonde notizie sanitarie che non possano essere controllate con autorevoli fonti scientifiche”.
Titolo de Il Giornale diretto da Feltri, il 17 novembre 1994: “La lebbra sbarca in Sicilia”
(p.s. - non che in Italia manchino esempi di giornalisti che danno un'interpretazione alquanto allegra, diciamo così, di quelle che sono le regole di base. Ma Vittorio Feltri è forse il primo che ha fatto proprio della violazione sistematica della deontologia professionale uno stile, un metodo per avere successo. Per questo non dobbiamo stupirci né del suo ritorno al Giornale, né degli attacchi che ci sono stati negli ultimi giorni, né di quelli che ci saranno nelle prossime settimane: siamo soltanto all'inizio)
mercoledì 2 settembre 2009
Primi deleteri effetti della deriva sputtanocratica
Temo che stiamo cominciando a intravedere i primi effetti dell’offensiva sputtanocratica berlusconiana. Ieri il Presidente del Consiglio se l’è presa con l’Unione europea, sostenendo che i portavoce dei membri della Commissione non devono intervenire pubblicamente su alcun tema e l’unico delegato a parlare è il Presidente della Commissione; altrimenti, è la minaccia, l’Italia potrebbe bloccare i lavori di quel consesso. Stamani Pierluigi Battista sul Corriere della Sera e un editoriale anonimo (quindi riferibile al direttore Antonio Polito) del Riformista (giornale che ha picchiato duro sul caso Feltri, ma soltanto perché l’editore Angelucci è il solito di Libero e non l’ha presa bene che il suo capomacchina e Renato Farina da un giorno all’altro e senza preavviso migrassero di là) hanno realizzato la loro brava arrampicata sullo specchio per giustificare il Berlusconi pensiero. In sostanza, entrambi gli editoriali cercano di accreditare l’ipotesi che è colpa della Ue, del fatto che non ha una politica chiara sull’immigrazione e quindi un commissario dice una cosa e l’altro ne sottolinea un’altra e alla fine si crea confusione e i giornali italiani – questi cattivoni – ci vanno a nozze per mazzolare il Governo.Vogliamo mettere qualche puntino sulle i?
Innanzitutto, Berlusconi non ha detto: “i portavoce parlino in modo univoco altrimenti stiano zitti”. No, ha detto semplicemente “i portavoce stiano zitti” e, affinché fosse chiaro il concetto, ha sottolineato che “non daremo più il nostro voto ove non si determini che nessun commissario e nessun portavoce di commissario possa intervenire più pubblicamente su alcun tema”. Lo riscrivo e lo evidenzio perché la portata della dichiarazione è abnorme: Berlusconi vuole che “nessun commissario e nessun portavoce di commissario possa intervenire pubblicamente più su alcun tema”.
Mettiamo che domani Napolitano dica: “Non controfirmerò più nessun decreto legge ove non si determini che i ministri, i sottosegretari e i loro portavoce possano intervenire più pubblicamente su alcun tema”. Cosa succederebbe? Probabilmente – anzi: sicuramente – si aprirebbe una procedura per far dimissionare anzitempo Napolitano. Non è prevista dalla Costituzione, ma qualcosa ci inventeremmo perché la pisciata fuori dal vaso sarebbe tale da giustificarla.
Ecco, Berlusconi ha fatto uguale con coloro che, semplificando, potremmo definire i “ministri” dell’Unione europea. I quali, giova ribadirlo, ai fini dei trattati e da sempre, fanno parte di un organo collegiale e non sono lì per difendere gli interessi nazionali o in rappresentanza dei governi che li hanno nominati, ma occupano quella posizione solo ed unicamente ed esclusivamente "in piena indipendenza nell'interesse generale della Comunità".
Che Berlusconi queste cose non le sappia per semplice ignoranza costituzionale, ci sta. Che l'ex commissario europeo Frattini gli soccorra in aiuto per semplice paraculaggine politica, ci sta. Che Battista e Polito scrivano editoriali accondiscendenti rivoltando i termini della questione, invece, me lo spiego solamente in una maniera: il messaggio pseudomafioso – se mi critichi ti sputtano – sta cominciando ad arrivare a destinazione.
martedì 1 settembre 2009
Quel gran genio del mio amico lui saprebbe cosa fare
Con la pedanteria e saccenteria che da sempre lo contraddistinguono, Giulio Tremonti si è nuovamente scagliato contro gli economisti, rei di non aver inquadrato la crisi nella sua drammaticità. Lui, invece, la crisi l’ha prevista più volte e da tempo: fin dal 1995, per essere precisi. O, perlomeno, così si è vantato nei giorni scorsi al Meeting di Rimini. Leggendo i giornali, però, pure l’ineffabile ministro qualche errore di valutazione non meno importante di quelli fatti dagli odiati economisti lo ha commesso.Per esempio, il 2 giugno 2006, quando al Sole 24Ore dichiarò: “L’economia è in ripresa e sul 2006 i conti sono in linea con l’Europa (...) La fase congiunturale è positiva. La potenzialità dell’economia italiana si sta sprigionando. Negli anni scorsi c’è stato un intenso processo di ristrutturazione. Stiamo recuperando gli effetti negativi prodotti dall’impatto dell’euro”. E, alla fine di quell’anno, rispondendo a una ben precisa domanda (già si intravedevano le nubi all’orizzonte) di un possibile rischio 1929, Tremonti ebbe a dire queste profetiche e illuminanti parole: “Dipende da quale visione hai del mondo (…) in un tempo relativamente breve vedremo quale delle visioni è giusta. Lo spirito del tempo è insieme l’assoluta novità di questa realtà e l’assoluta incertezza su questa realtà. Vedremo se si avvererà o no la profezia di Adamo Smith: il mercato contiene in sé i fattori della pace mercantile perpetua, o i fattori della crisi globale?” (cfr. Corriere della Sera, 12 novembre 2006). Eh, saperlo. Passarono nove mesi, negli Stati Uniti la crisi finanziaria (subprime e compagnia) era già realtà e il tributarista di Sondrio con velleità di premio Nobel dell’economia rassicurava tutti: “Come nel ’29, ma solo per gli Stati Uniti. Non credo comunque che il sistema italiano sia esposto a rischi particolari” (Corriere della Sera, 11 agosto 2007). Già, proprio così. Tant’è che quando, a giugno 2008, presentò il suo primo DPEF sottolineò che “recenti studi hanno escluso che le turbolenze internazionali possano produrre sensibili effetti diretti negativi sull’economia italiana” (DPEF 2009-2013, pagina 9).
Sulla base di queste esattissime e previdentissime profezie tremontiane, il governo Berlusconi stabilì questi obiettivi di finanza pubblica: crescita del PIL 2008 dello 0.5% e per il 2009 dello 0.9%. Indebitamento netto del 2.5% nel 2008 e del 2% nel 2009; debito pubblico per il 2008 del 103.9% e per il 2009 del 102.7%.
Come tutti sanno, nel 2008 non c’è stata una crescita dello 0.5%, ma una decrescita dell’1% e per il 2009 le ultime stime ufficiali Eurostat prevedono almeno un -4.4% (addirittura -5.2% secondo l’ultimo DPEF), ben lontano dal +0.9% tremontiano di un anno fa. Inutile aggiungere che Tremonti ha toppato pure sulla previsione del deficit: non al 2.5%, ma al 2.7% nel 2008, mentre per il 2009 il deficit lo si prevede nel DPEF raddoppiato al 5.3% (anziché diminuito al 2% previsto dodici mesi prima) e il debito pubblico, anziché in calo al 102.7% in crescita fino al 115.3%.
Certo, anche gli altri Paesi hanno rivisto le previsioni, perché c’è stata la crisi, ma in fondo Tremonti l’aveva prevista dal 1995, no?
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