Credo che un Paese serio, più che discutere di crocifissi al muro o nelle bandiere (se importasse veramente qualcosa le chiese sarebbero piene, ma questi argomenti servono per distrarre l’attenzione), dovrebbe fermarsi a riflettere in maniera profonda sulla lettera di Pier Luigi Celli a suo figlio pubblicata stamani da Repubblica.
Possibilmente senza pregiudizi riguardanti l’autore.
Io mi concentrerei sul contenuto. E’ vero o non è vero quel che la missiva denuncia? L’Italia è un Paese in cui nessuno paga per gli errori fatti? In cui il merito conta zero? Una non-comunità, un luogo rissoso e diviso, pronto “a svendere i minimi valori di solidarietà e onestà”? E non bisognerebbe forse ragionare anche sul fatto che l’alto manager Celli può permettersi di suggerire al figlio di emigrare, a differenza di un operaio cassintegrato o dell’impiegata che fa la prima nota, che invece questo consiglio non possono permetterselo perché, ammesso che uno non voglia fare il pizzaiolo stagionale a Dresda, un piccolo capitale di partenza ormai è necessario anche per l’emigrante (soprattutto se va negli Stati Uniti)?
La mia opinione è sì, effettivamente è come la racconta Celli. Non da oggi, per carità. E il paradosso è che l’autore della lettera nemmeno dice novità, ma è giusto e doveroso parlarne perché è proprio l’assoluta ovvietà, la disarmante verità di quelle parole che le rendono non-notizia, confinandole nel dimenticatoio.
Io guardo – egoisticamente – il mio vissuto, che probabilmente è il vissuto di tanti della mia generazione. Usciti dalla scuola e dall’università con tante belle speranze schiantatesi di fronte a colui che si imponeva non per manifesta superiorità, ma semplicemente per avere avuto una esperienza lavorativa (“lei ha tutte le caratteristiche per occupare quella posizione di lavoro, ma l’azienda che assume preferisce una persona che abbia esperienza almeno biennale nel ruolo”) o, peggio ancora, conoscenze migliori. E poi, conquistata a fatica una certa posizione, costretti a fare i conti con una recessione economica che, per la gran parte, è figlia degli errori di un’altra generazione. Infine, una volta mangiata la polvere, rassegnàti a reiterare noi stessi le abitudini, i metodi, gli errori di coloro che ci hanno preceduti, perché in Italia funziona in questa maniera. E la generazione mia è incapace di dare la spallata che dovrebbe (avrebbe dovuto) dare (già da tempo).
E’ emblematico, ma non stupisce, che a denunciare questo modus operandi sia il direttore generale della Luiss, università privata controllata dalla Confindustria. Ossia, una delle organizzazioni che in Italia più predicano bene razzolando male e che hanno contribuito in maniera non indifferente al malcostume così ben descritto da Celli. A conferma delle sue parole.
lunedì 30 novembre 2009
domenica 29 novembre 2009
A chi ha parlato Napolitano?
Credo che possa essere un procedimento interessante per capire l’orientamento politico-ideologico e il grado di schieramento dei quotidiani italiani leggere e inquadrare i commenti e gli editoriali sull’ultima esternazione di Napolitano. Riguardante governo e magistratura.A chi era indirizzato quell’appello?
Secondo Repubblica (Massimo Giannini) il Colle ce l’aveva con Berlusconi al 100% e non certo con i magistrati: “L’inusuale messaggio alla nazione lanciato ieri da Napolitano attraverso la stampa è soprattutto una risposta alla farneticante risoluzione strategica lanciata l’altro ieri da Berlusconi (…) con una drammatica escalation dei contenuti e dei toni (…) offre la narrazione manipolata e artefatta di un assalto che non c’è. Per il Quirinale si tratta di una spirale pericolosa”.
Più o meno stessa linea per L’Unità, anche se Concita de Gregorio deve placare le ire dei blogger: “In disaccordo con molti frequentatori del mio blog e forse anche con l’ANM, non mi pare che Napolitano, nello scontro tra Berlusconi e i magistrati, prenda una parte. Mi pare che dica cose semplici e una per una condivisibili. Mi pare si rivolga anche ai magistrati perché sta parlando in realtà a Berlusconi”.
Qui finiscono i quotidiani filo piddini e iniziano quelli terzisti o sedicenti tali. Il Messaggero, per esempio, riflette la tendenza casiniana grazie a Paolo Pombeni: “L’invito a un maggiore autocontrollo nell’uso di parole ed esternazioni è rivolto a tutti gli attori, a partire ovviamente dal Presidente del Consiglio, anche se non sappiamo quanto verrà ascoltato”.
Ancor più cauto il Corriere della Sera, che individua come destinatari del messaggio quirinalizio sia Berlusconi che i magistrati. Una percentuale, diciamo, intorno al 60% e 40% (rispettivamente). Marzio Breda: “Autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, chiede Napolitano. E se il destinatario sembra in primo luogo il Cavaliere, la reprimenda del Quirinale va in realtà estesa a tutti i soggetti coinvolti in questa prova di forza. Compresi i magistrati, naturalmente”.
Il capolavoro cerchiobottista, però, arriva stavolta da Marcello Sorgi che su La Stampa scrive: “Delle due strade – lo scioglimento semirivoluzionario delle Camere, con le dimissioni di massa dei parlamentari, o il proseguimento, pur tormentato, della legislatura – è evidente che il Quirinale considera la seconda il male minore. Ed è proprio per scongiurare la prima, che ieri Napolitano è entrato in scena. Il suo messaggio era rivolto al premier, per cercare di tenerlo a freno. Ai giudici, perché si tolgano dalla testa di buttare giù il governo con un avviso di garanzia. Ma, sotto sotto, anche all’opposizione, che in una situazione tragica come questa non ha ancora deciso quale ruolo giocare”.
Le percentuali tra “destinatario Berlusconi o magistrati?” cominciano a rovesciarsi (facciamo un 45% contro 55% rispettivamente) con Il Sole 24 Ore, come se ne può dedurre da Stefano Folli: “Il presidente ha chiesto alla magistratura di rientrare nei ranghi (…) l’uso improprio delle inchieste giudiziarie, a base di voci e veleni lasciati correre senza controllo, hanno un’insopportabile effetto destabilizzante (…) si può capire che il presidente della Repubblica abbia voluto correre ai ripari. Lo ha fatto rassicurando Berlusconi sull’impossibilità che la maggioranza vincitrice delle elezioni sia rovesciata da fattori extrapolitici”.
Prima di passare in rassegna i giornali filogovernativi, vale la pena soffermarsi un attimo sull’ecumenico Avvenire. Gianfranco Marcelli: “Un analogo appello a deporre le armi è venuto domenica scorsa dal Segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone”.
E ora, avanti a destra. Sulla triade Giorno Nazione Resto del Carlino, Gabriele Cané non manca di prendersela con i reprobi del PdL, fermo restando che è la magistratura il principale obiettivo di Napolitano: “Il Colle ha detto di più. Ha detto due cose. Primo. Ha detto ai magistrati di tornare a fare il proprio lavoro. Che è quello di indagare sui reati per cercare colpevoli, e non dei titoli sui giornali. Di trovare ladri, rapinatori, scippatori, tutta mercanzia criminale su cui parte della nostra magistratura non indaga nemmeno più. Secondo. Ha detto, Napolitano, al mondo politico fatto di PdL e opposizione, che i governi li determinano i risultati delle elezioni e non le spallate, le esternazioni, gli avvisi di garanzia”.
Libero non ritiene di dare troppo risalto al monito de Capo dello Stato e, anzi, Maurizio Belpietro non manca di esaltare le motivazioni berlusconiane: “Napolitano ha richiamato i giudici: dice che devono parlare solo nei processi. Le frasi del Capo dello Stato sono ovviamente sensate, ma si dà il caso che da oltre cinquant’anni i magistrati si comportino diversamente”.
Chiudo con i pasdaran del Giornale. Alessandro Caprettini non ha dubbi di sorta: “E’ tutto molto chiaro. Dal Quirinale piove un monito che in larga parte è indirizzato ai magistrati: basta parole fuori luogo, basta minacce all’esecutivo, basta interventi sopra le righe sulle ipotesi di riforma della giustizia”.
Secondo Repubblica (Massimo Giannini) il Colle ce l’aveva con Berlusconi al 100% e non certo con i magistrati: “L’inusuale messaggio alla nazione lanciato ieri da Napolitano attraverso la stampa è soprattutto una risposta alla farneticante risoluzione strategica lanciata l’altro ieri da Berlusconi (…) con una drammatica escalation dei contenuti e dei toni (…) offre la narrazione manipolata e artefatta di un assalto che non c’è. Per il Quirinale si tratta di una spirale pericolosa”.
Più o meno stessa linea per L’Unità, anche se Concita de Gregorio deve placare le ire dei blogger: “In disaccordo con molti frequentatori del mio blog e forse anche con l’ANM, non mi pare che Napolitano, nello scontro tra Berlusconi e i magistrati, prenda una parte. Mi pare che dica cose semplici e una per una condivisibili. Mi pare si rivolga anche ai magistrati perché sta parlando in realtà a Berlusconi”.
Qui finiscono i quotidiani filo piddini e iniziano quelli terzisti o sedicenti tali. Il Messaggero, per esempio, riflette la tendenza casiniana grazie a Paolo Pombeni: “L’invito a un maggiore autocontrollo nell’uso di parole ed esternazioni è rivolto a tutti gli attori, a partire ovviamente dal Presidente del Consiglio, anche se non sappiamo quanto verrà ascoltato”.
Ancor più cauto il Corriere della Sera, che individua come destinatari del messaggio quirinalizio sia Berlusconi che i magistrati. Una percentuale, diciamo, intorno al 60% e 40% (rispettivamente). Marzio Breda: “Autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, chiede Napolitano. E se il destinatario sembra in primo luogo il Cavaliere, la reprimenda del Quirinale va in realtà estesa a tutti i soggetti coinvolti in questa prova di forza. Compresi i magistrati, naturalmente”.
Il capolavoro cerchiobottista, però, arriva stavolta da Marcello Sorgi che su La Stampa scrive: “Delle due strade – lo scioglimento semirivoluzionario delle Camere, con le dimissioni di massa dei parlamentari, o il proseguimento, pur tormentato, della legislatura – è evidente che il Quirinale considera la seconda il male minore. Ed è proprio per scongiurare la prima, che ieri Napolitano è entrato in scena. Il suo messaggio era rivolto al premier, per cercare di tenerlo a freno. Ai giudici, perché si tolgano dalla testa di buttare giù il governo con un avviso di garanzia. Ma, sotto sotto, anche all’opposizione, che in una situazione tragica come questa non ha ancora deciso quale ruolo giocare”.
Le percentuali tra “destinatario Berlusconi o magistrati?” cominciano a rovesciarsi (facciamo un 45% contro 55% rispettivamente) con Il Sole 24 Ore, come se ne può dedurre da Stefano Folli: “Il presidente ha chiesto alla magistratura di rientrare nei ranghi (…) l’uso improprio delle inchieste giudiziarie, a base di voci e veleni lasciati correre senza controllo, hanno un’insopportabile effetto destabilizzante (…) si può capire che il presidente della Repubblica abbia voluto correre ai ripari. Lo ha fatto rassicurando Berlusconi sull’impossibilità che la maggioranza vincitrice delle elezioni sia rovesciata da fattori extrapolitici”.
Prima di passare in rassegna i giornali filogovernativi, vale la pena soffermarsi un attimo sull’ecumenico Avvenire. Gianfranco Marcelli: “Un analogo appello a deporre le armi è venuto domenica scorsa dal Segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone”.
E ora, avanti a destra. Sulla triade Giorno Nazione Resto del Carlino, Gabriele Cané non manca di prendersela con i reprobi del PdL, fermo restando che è la magistratura il principale obiettivo di Napolitano: “Il Colle ha detto di più. Ha detto due cose. Primo. Ha detto ai magistrati di tornare a fare il proprio lavoro. Che è quello di indagare sui reati per cercare colpevoli, e non dei titoli sui giornali. Di trovare ladri, rapinatori, scippatori, tutta mercanzia criminale su cui parte della nostra magistratura non indaga nemmeno più. Secondo. Ha detto, Napolitano, al mondo politico fatto di PdL e opposizione, che i governi li determinano i risultati delle elezioni e non le spallate, le esternazioni, gli avvisi di garanzia”.
Libero non ritiene di dare troppo risalto al monito de Capo dello Stato e, anzi, Maurizio Belpietro non manca di esaltare le motivazioni berlusconiane: “Napolitano ha richiamato i giudici: dice che devono parlare solo nei processi. Le frasi del Capo dello Stato sono ovviamente sensate, ma si dà il caso che da oltre cinquant’anni i magistrati si comportino diversamente”.
Chiudo con i pasdaran del Giornale. Alessandro Caprettini non ha dubbi di sorta: “E’ tutto molto chiaro. Dal Quirinale piove un monito che in larga parte è indirizzato ai magistrati: basta parole fuori luogo, basta minacce all’esecutivo, basta interventi sopra le righe sulle ipotesi di riforma della giustizia”.
sabato 28 novembre 2009
Il peggior Bobo d'Italia
Speravo di non tornare più a parlare di Coccaglio. Però ho appena letto un articolo del Corriere della Sera con Roberto Maroni che si congratula con l’iniziativa portata avanti in quel Comune. “L’operazione White Christmas – ha ribadito Maroni – è già stata fatta in altri Comuni con altri nomi e senza suscitare gli stessi clamori”. Appunto. Il ministro dell’Interno si è chiesto per quale motivo? Ci arriva o no a capire che è proprio quel richiamo al “bianco Natale” e alla cristianità a stridere con la brutalità dell’operazione? In questo senso (solo in questo) bisogna ringraziare il coccagliese che ha avuto la geniale idea di denominare “White Christmas” l’iniziativa. L’avesse chiamata, chessò, “meno stranieri in casa nostra” nessuno ne avrebbe parlato e pochi si sarebbero accorti dell’incoerenza, della contrapposizione tra i valori evangelici e gli strumenti con i quali i sedicenti difensori del cristianesimo interpretano (ignorano) quegli stessi valori.Ma forse Maroni certe conclusioni non le ha tratte. Altrimenti, non avrebbe detto quel che ha detto successivamente, ancora riportato dal Corriere: “La legge Bossi-Fini su questo punto è chiara, il nostro Paese non espelle i minori. Anzi, quando c’è anche il più piccolo dubbio sul fatto che i clandestini abbiano compiuto la maggiore età, i ragazzi vengono affidati ai servizi sociali e assistiti. Non rimpatriamo i bambini”.
Ora, sarò un ignorante a tutto tondo e non ho avuto mai la ventura di occuparmi di problemi dell’immigrazione dal di dentro. Però mi chiedo: se questi bambini figli di clandestini vedono i loro genitori rimpatriati, forse l’espulsione non vale di fatto anche per loro? O preferiscono essere affidati ai servizi sociali italiani piuttosto che stare con i loro familiari?
…sto pensando che è da quindici anni che si legge che Roberto Maroni è la faccia presentabile della Lega Nord, che è quello che ha più cervello in quel partito, che è un moderato di cui ci si può fidare.
venerdì 27 novembre 2009
giovedì 26 novembre 2009
"E' tutta colpa sua, signora maestra...!"
Capita a tutti di sbagliare. Di prendere una cantonata. Di lasciarsi fuorviare a causa delle opinioni politiche, religiose, filosofiche. Basta riconoscerlo e festa finita.Dunque, l’altro giorno ho criticato Travaglio.
Qualcuno ha fatto notare al giornalista la sua cantonata e lui ha risposto così: "Mi scuso per un'imprecisione contenuta nell'ultimo mio articolo (ero andato a memoria): Di Pietro voleva votare Borrelli (già votato in occasione delle votazioni per l'elezione dei giudici costituzionali) come candidato di bandiera alla presidenza del Senato contro Schifani, quando il Pd di Veltroni annunciò incredibilmente di rinunciare a proporre un candidato delle opposizioni optando per la scheda bianca. Poi naturalmente non potè farlo perchè Borrelli non era senatore".
E’ interessante questa spiegazione di Travaglio, perché implicitamente conferma una delle contestazioni che gli muovevo. Ossia, usare due pesi e due misure.
Se diamo retta a Travaglio, Di Pietro era il buono che avrebbe voluto votare Borrelli. Ma arrivò quel cattivone di Veltroni che annunciò di votare scheda bianca, mentre Di Pietro non poté votare Borrelli perché, mannaggia! (della serie: “potevate avvertirmi, però…”), non era senatore.
Per chi votò, allora, l’Italia dei Valori? Su questo aspetto, Travaglio sorvola: altrimenti, avrebbe dovuto ammettere che anche il suo partito senza macchia e senza paura aveva votato scheda bianca, precisamente come avevano fatto quegli inciucioni (inciucioni? O inciucisti? Forse inciucianti?) del Partito Democratico.
Se diamo retta a Travaglio, Di Pietro era il buono che avrebbe voluto votare Borrelli. Ma arrivò quel cattivone di Veltroni che annunciò di votare scheda bianca, mentre Di Pietro non poté votare Borrelli perché, mannaggia! (della serie: “potevate avvertirmi, però…”), non era senatore.
Per chi votò, allora, l’Italia dei Valori? Su questo aspetto, Travaglio sorvola: altrimenti, avrebbe dovuto ammettere che anche il suo partito senza macchia e senza paura aveva votato scheda bianca, precisamente come avevano fatto quegli inciucioni (inciucioni? O inciucisti? Forse inciucianti?) del Partito Democratico.
Appunto: due pesi e due misure.
Comunque quel riferimento a Veltroni, come se fosse lui il colpevole della scheda bianca dipietrista, è davvero interessante. Ricorda le scuse di quando andavamo a scuola e ci beccavano sul fatto: ma la colpa era sempre del compagno di banco che ci aveva istigato / messo di mezzo / costretto, mentre noi avremmo voluto seguire diligentemente la lezione.
p.s.: en passant, giusto per fare i precisini, il voto di astensione in Senato è più un voto contrario che un voto favorevole. Infatti, a differenza di quanto avviene alla Camera, i senatori che si astengono sono considerati presenti: per approvare, dunque, è necessario che i voti favorevoli siano superiori ai contrari e agli astenuti.
p.p.s.: a proposito di pesi e misure diverse. Cosa sarebbe successo se ieri, in giunta per le autorizzazioni a procedere, anziché il radicale Maurizio Turco si fosse astenuto uno dei tre esponenti democratici?
I benefattori d'Italia
Gli antichi ebrei aspettavano la manna dal cielo. I contemporanei italiani aspettano lo scudo fiscale.Io non so se tutti noi abbiamo la consapevolezza di quel che, stando almeno a dichiarazioni ufficiali e non ufficiali degli uomini di governo, è il bilancio italiano. Una sorta di nave che sta affondando e con una zattera di salvataggio denominata, appunto, scudo fiscale.
Traggo dal Corriere della Sera del 23 settembre: “La finanziaria non ha rifinanziato tutta una serie di fondi, tra i quali quelli di Kyoto”, ha osservato il ministro (Prestigiacomo, ndb), aggiungendo che il governo compirà una nuova valutazione in novembre quando conoscerà gli introiti dello scudo fiscale”.
Insomma, lo scudo per l’ambiente.
Il giorno successivo il Sole 24 Ore dà altre indicazioni: “Tremonti, al momento, ha fissato le priorità, poi naturalmente si verificherà il tutto in sede politica e nella trattativa con la maggioranza: università e ricerca, rifinanziamento del 5 per mille e delle missioni militari all’estero, detassazione del lavoro”.
Passa un mese e il giornale della Confindustria precisa: “Scajola ha già detto, nei giorni scorsi, che avrebbe proposto ai colleghi di governo di destinare parte degli introiti dello scudo fiscale al credito d’imposta per la ricerca e alle nuove filiere produttive”
Dopo dieci giorni, il Corriere, riprendendo le dichiarazioni del ministro Giovanardi, aggiunge: “Anche il bonus famiglia per i nuclei più disagiati è senza copertura nel 2010: ‘Stiamo tutti aspettando gli introiti dello scudo fiscale’”.
E’ quindi la volta del settimanale di famiglia, Panorama: “Ora non resta che sperare nel ministro dell’economia, Giulio Tremonti che ha promesso il finanziamento al 5 per mille se lo scudo fiscale darà buoni introiti”.
Ancora, di nuovo il Sole 24 Ore, che il 25 novembre, racconta che “la sorte dei libri di testo gratis è appesa allo scudo fiscale. A confermarlo è in qualche modo il ministero dell’Istruzione”.
E arriviamo ad oggi, con il tributarista di Sondrio che controlla le nostre finanze a rivelare che i soldi del rientro di capitali andranno al 5 per mille, scuola, sociale e “altre finalizzazioni che si considerano lodevoli” (cioè, come dire: tutto e niente).
Dunque, in due mesi i proventi dello scudo fiscale son stati “destinati” a coprire le spese per l’ambiente, quelle per l’università e la ricerca, quelle per le missioni militari all’estero, la detassazione del lavoro, il rifinanziamento del 5 per mille, la restituzione ai Comuni dei soldi spesi per i libri di testo nelle scuole primarie.
Detta in altre parole: gli evasori fiscali, quelli che invece di pagare le tasse hanno portato i loro soldi all’estero godendosela alla faccia dei contribuenti onesti, non soltanto ora se la cavano alla grande pagando due soldi bucati, ma possono vestire anche i panni di salvatori della patria.
Come direbbero nella (ex) capitale morale d’Italia, “chi laùra ghà camisa e chi fa nagott ghe n’à dò”
Il giorno successivo il Sole 24 Ore dà altre indicazioni: “Tremonti, al momento, ha fissato le priorità, poi naturalmente si verificherà il tutto in sede politica e nella trattativa con la maggioranza: università e ricerca, rifinanziamento del 5 per mille e delle missioni militari all’estero, detassazione del lavoro”.
Passa un mese e il giornale della Confindustria precisa: “Scajola ha già detto, nei giorni scorsi, che avrebbe proposto ai colleghi di governo di destinare parte degli introiti dello scudo fiscale al credito d’imposta per la ricerca e alle nuove filiere produttive”
Dopo dieci giorni, il Corriere, riprendendo le dichiarazioni del ministro Giovanardi, aggiunge: “Anche il bonus famiglia per i nuclei più disagiati è senza copertura nel 2010: ‘Stiamo tutti aspettando gli introiti dello scudo fiscale’”.
E’ quindi la volta del settimanale di famiglia, Panorama: “Ora non resta che sperare nel ministro dell’economia, Giulio Tremonti che ha promesso il finanziamento al 5 per mille se lo scudo fiscale darà buoni introiti”.
Ancora, di nuovo il Sole 24 Ore, che il 25 novembre, racconta che “la sorte dei libri di testo gratis è appesa allo scudo fiscale. A confermarlo è in qualche modo il ministero dell’Istruzione”.
E arriviamo ad oggi, con il tributarista di Sondrio che controlla le nostre finanze a rivelare che i soldi del rientro di capitali andranno al 5 per mille, scuola, sociale e “altre finalizzazioni che si considerano lodevoli” (cioè, come dire: tutto e niente).
Dunque, in due mesi i proventi dello scudo fiscale son stati “destinati” a coprire le spese per l’ambiente, quelle per l’università e la ricerca, quelle per le missioni militari all’estero, la detassazione del lavoro, il rifinanziamento del 5 per mille, la restituzione ai Comuni dei soldi spesi per i libri di testo nelle scuole primarie.
Detta in altre parole: gli evasori fiscali, quelli che invece di pagare le tasse hanno portato i loro soldi all’estero godendosela alla faccia dei contribuenti onesti, non soltanto ora se la cavano alla grande pagando due soldi bucati, ma possono vestire anche i panni di salvatori della patria.
Come direbbero nella (ex) capitale morale d’Italia, “chi laùra ghà camisa e chi fa nagott ghe n’à dò”
mercoledì 25 novembre 2009
Il cerchioBattista
Stamani mentre facevo colazione guardavo distrattamente Omnibus, su La7. Tra gli ospiti il giornalista Pierluigi Battista, del Corriere della Sera. Uno di quei terzisti cerchiobottisti che, nascondendo dietro un pacato buonsenso la loro faziosità, riescono ad accreditare tesi spesso assurde, comunque mai ostili a una parte politica ben precisa.Nella puntata che ho visto, il vicedirettore del quotidiano più diffuso in Italia ha spiegato una sua idea che è così riassumibile: è vero, c’è un pentito che accusa Berlusconi di avere avuto a che fare con le stragi di mafia. Ma è una cosa talmente fuori da ogni logica che non andrebbe nemmeno presa in considerazione. Si occupino di altro, i magistrati, ché queste sono evidenti cazzate.
Ora, io non voglio entrare nel merito della vicenda, se cioè davvero l’attuale presidente del Consiglio ha avuto direttamente a che fare con boss mafiosi oppure no, se ha fatto delle trattative con loro oppure no; e probabilmente (anzi, lo spero... dico sul serio) certe cose sono evidenti cazzate.
Io mi riferisco al caso in generale, alla fattispecie. Così mi sono andato a leggere la legge sui pentiti. L’articolo 2 comma 3 dice esplicitamente che “la collaborazione e le dichiarazioni predette devono avere carattere di intrinseca attendibilità. Devono altresì avere carattere di novità o di completezza o per altri elementi devono apparire di notevole importanza per lo sviluppo delle indagini o ai fini del giudizio”.
Non sono un giurista, però mi chiedo: la “intrinseca attendibilità” chi la stabilisce? Le indagini che scaturiscono dalle dichiarazioni rese o Pierluigi Battista? In altre parole: se dieci anni fa ci avessero detto che un notissimo giornalista televisivo, diventato notissimo presidente di una delle Regioni più importanti d’Italia, in orario di lavoro sniffava coca mentre faceva sesso con una trans, avremmo detto che la cosa era intrinsecamente attendibile oppure una manifesta fandonia?
La tesi di Battista non rientra nemmeno più nella casistica del “garantismo”. Sconfina nella arbitrarietà. Io penso che se un magistrato ha una notizia di reato, se anche questa è assurda e gli viene comunicata dal peggiore dei delinquenti, almeno una verifica piccola piccola la deve fare. Se essa porta a qualche risultato ha il dovere di andare avanti. Poi, magari, vien fuori che le cose non stanno proprio così e ci sarà un processo per stabilirlo. O magari la prosecuzione dell’inchiesta. Ma deve essere l’elemento oggettivo, non quello soggettivo, a stabilire cosa è attendibile e cosa è per definizione assurdo.
Non sono un giurista, però mi chiedo: la “intrinseca attendibilità” chi la stabilisce? Le indagini che scaturiscono dalle dichiarazioni rese o Pierluigi Battista? In altre parole: se dieci anni fa ci avessero detto che un notissimo giornalista televisivo, diventato notissimo presidente di una delle Regioni più importanti d’Italia, in orario di lavoro sniffava coca mentre faceva sesso con una trans, avremmo detto che la cosa era intrinsecamente attendibile oppure una manifesta fandonia?
La tesi di Battista non rientra nemmeno più nella casistica del “garantismo”. Sconfina nella arbitrarietà. Io penso che se un magistrato ha una notizia di reato, se anche questa è assurda e gli viene comunicata dal peggiore dei delinquenti, almeno una verifica piccola piccola la deve fare. Se essa porta a qualche risultato ha il dovere di andare avanti. Poi, magari, vien fuori che le cose non stanno proprio così e ci sarà un processo per stabilirlo. O magari la prosecuzione dell’inchiesta. Ma deve essere l’elemento oggettivo, non quello soggettivo, a stabilire cosa è attendibile e cosa è per definizione assurdo.
Cosa direbbe il buon cerchiobottista se un domani un magistrato dicesse - putacaso - che no, Antonio Di Pietro non è da indagare per appropriazione indebita perché è assurdo che una persona come lui faccia il furbo con i soldi degli altri?
E comunque, mentre Battista conciona da par suo, nel giornale di famiglia si mettono le mani avanti e si prepara il terreno per giustificare la porcata prossima ventura. Unicuique suum.
martedì 24 novembre 2009
Ovvìa, un bel cambio di passo, ora
Il Partito Democratico ha impiegato tre mesi per eleggere il suo segretario.
Il segretario del Partito Democratico ha impiegato un altro mese per nominare la sua segreteria.
Bene, speriamo che tutto questo tempo utilizzato sia servito a qualcosa e non soltanto a riempire i buchi tra un’elezione primaria e l’altra.
Ora, però, sarà bene che i dirigenti della maggiore forza di opposizione si rimbocchino le maniche e in futuro non impieghino più venti giorni per decidere, chessò, una manifestazione di piazza. Ormai per il 5 dicembre è andata, il partito si è mosso per il sabato successivo: meglio che niente, va bene anche così. Ma le prossime volte, per favore, siano loro a organizzare per primi un evento. Con le giuste parole d’ordine, senza costringere noialtri a sorbirci due settimane di strumentali polemiche dipietriste (e dintorni).
E magari, visto che ora ci sono una segreteria e i forum tematici e tutto l’ambaradan, si comincino ad avanzare quelle due o tre proposte che possono interessare milioni di persone che non hanno prospettive per il domani, che temono di perdere il lavoro, che vedono diminuire il loro potere d’acquisto. Proposte non demagogiche, ma semplici, che possano essere comprese da tutti e non, come in passato talvolta è capitato, soltanto da chi è iscritto alla facoltà di economia e commercio.
Poi, considerato che la segreteria è formata da quarantenni (molti dei quali sconosciuti al grande pubblico), che venga fuori un coraggio nuovo. Vorrei che questi “non più giovani” non temessero di dare una bella spallata alla generazione che li ha preceduti: i D’Alema, le Bindi, i Franceschini, i Bersani, i Veltroni, i Fassino… Ecco, senza scadere in una sorta di “guerriglia interna” (i dalemini no, per carità!, l’originale basta e avanza), spero che costoro si svincolino il più e il prima possibile dai loro referenti nazionali con la forza delle loro idee. Sono – come me – figli di un’epoca in cui avere un diploma non era più sufficiente e avere una laurea spesso non era abbastanza; un’epoca in cui è stato particolarmente difficile entrare nel mondo del lavoro, contrarre un mutuo casa, tenere salda una famiglia: ogni minuto dedicato agli intrighi di palazzo (cfr. qualcuno sunnominato) è un minuto sottratto alle proposte per gli italiani. Vorrei che questi quarantenni in segreteria iniziassero una bella competizione tra loro, ma non con le interviste ai giornali piene di messaggi trasversali, come hanno fatto quelli della generazione che li ha preceduti; bensì, individuando le priorità giuste, costringendo il partito a lavorarci su, proponendo soluzioni concrete e pragmatiche per i problemi che vivono tutti quei milioni di italiani che non sono legati al carro di qualcuno.
Chiedo troppo?
Il segretario del Partito Democratico ha impiegato un altro mese per nominare la sua segreteria.
Bene, speriamo che tutto questo tempo utilizzato sia servito a qualcosa e non soltanto a riempire i buchi tra un’elezione primaria e l’altra.
Ora, però, sarà bene che i dirigenti della maggiore forza di opposizione si rimbocchino le maniche e in futuro non impieghino più venti giorni per decidere, chessò, una manifestazione di piazza. Ormai per il 5 dicembre è andata, il partito si è mosso per il sabato successivo: meglio che niente, va bene anche così. Ma le prossime volte, per favore, siano loro a organizzare per primi un evento. Con le giuste parole d’ordine, senza costringere noialtri a sorbirci due settimane di strumentali polemiche dipietriste (e dintorni).
E magari, visto che ora ci sono una segreteria e i forum tematici e tutto l’ambaradan, si comincino ad avanzare quelle due o tre proposte che possono interessare milioni di persone che non hanno prospettive per il domani, che temono di perdere il lavoro, che vedono diminuire il loro potere d’acquisto. Proposte non demagogiche, ma semplici, che possano essere comprese da tutti e non, come in passato talvolta è capitato, soltanto da chi è iscritto alla facoltà di economia e commercio.
Poi, considerato che la segreteria è formata da quarantenni (molti dei quali sconosciuti al grande pubblico), che venga fuori un coraggio nuovo. Vorrei che questi “non più giovani” non temessero di dare una bella spallata alla generazione che li ha preceduti: i D’Alema, le Bindi, i Franceschini, i Bersani, i Veltroni, i Fassino… Ecco, senza scadere in una sorta di “guerriglia interna” (i dalemini no, per carità!, l’originale basta e avanza), spero che costoro si svincolino il più e il prima possibile dai loro referenti nazionali con la forza delle loro idee. Sono – come me – figli di un’epoca in cui avere un diploma non era più sufficiente e avere una laurea spesso non era abbastanza; un’epoca in cui è stato particolarmente difficile entrare nel mondo del lavoro, contrarre un mutuo casa, tenere salda una famiglia: ogni minuto dedicato agli intrighi di palazzo (cfr. qualcuno sunnominato) è un minuto sottratto alle proposte per gli italiani. Vorrei che questi quarantenni in segreteria iniziassero una bella competizione tra loro, ma non con le interviste ai giornali piene di messaggi trasversali, come hanno fatto quelli della generazione che li ha preceduti; bensì, individuando le priorità giuste, costringendo il partito a lavorarci su, proponendo soluzioni concrete e pragmatiche per i problemi che vivono tutti quei milioni di italiani che non sono legati al carro di qualcuno.
Chiedo troppo?
lunedì 23 novembre 2009
Il ministro grafomane
Pensavo di essere prolisso io, ma forse c’è chi mi batte. E’ il ministro della Cultura – nonché co-coordinatore del Popolo della Libertà – Sandro Bondi. Negli ultimi tre mesi ha pubblicato ben 22 interventi su quotidiani a tiratura nazionale: 7 volte sono comparsi su Il Giornale, 3 su Il Foglio, 3 su Il Corriere della Sera, 2 su La Stampa, 2 su Il Riformista, 2 su Repubblica, 1 su Il Secolo d’Italia, 1 su Nazione Resto del Carlino Giorno, 1 su Libero. Nei suoi elaborati si è espresso in modo pacato e conciliante nei confronti dell’opposizione parlamentare: “Quindici anni buttati via. Quindici anni ad aspettare che la sinistra superasse le derive del post-comunismo e si affrancasse dalla vetusta inutilità del neocomunismo... la sinistra che demonizza l’avversario, che cerca il supporto di poteri esterni interessati di vedere l’Italia in ginocchio e sovvertire il mandato popolare” (Il Giornale, 10 ottobre). Ha analizzato con occhio scevro da pregiudizi l’evoluzione degli intellettuali italiani: “La sinistra, in campo culturale, si occupa meramente di potere e di soldi, il centrodestra si preoccupa di liberare le energie, superando una concezione della cultura come ricerca del consenso” (Il Corriere della Sera, 16 settembre). Ha valutato con il consueto equilibrio l’operato di alcuni presidenti del Consiglio: “Bettino Craxi, prima, e Silvio Berlusconi, dopo, rappresentano luoghi di ricostruzione della vita e del linguaggio della verità” (Il Riformista, 13 novembre). Ha replicato con parole accorate e serene agli artisti che lo contestavano: “A che serve dare loro soldi e ragioni, se ad animarli non è il fuoco dell’arte, ma un pregiudizio politico ostinato, se è soltanto un cieco odio atavico che li strugge” (Il Foglio, 13 novembre).
L’ultima fatica del piccolo scribano governativo è una lettera a Roberto Saviano. Nella sua missiva, pubblicata stamani su Repubblica, Bondi rimprovera lo scrittore campano di essere il capofila della petizione on line promossa da Repubblica contro le leggi salvaBerlusconi. E gli dice: “Non diventi anche Lei uno dei tanti scrittori che si identificano di fatto con una parte politica, anche se non è la sua intenzione. Uno dei tanti intellettuali che finiscono per presumere di dare voce all'Italia civile contro l'Italia corrotta e incolta (…) Per questo vorrei invitarla a non abbandonare il suo impegno civile e culturale tanto più limpido e ascoltato quanto più alieno da pregiudizi ideologici, e di costruire insieme un linguaggio nuovo, una nuova disposizione d'animo, il superamento di vecchie barriere che sono il primo ostacolo ad affrontare quei mali che lei combatte con tanta forza e dignità. Perché vede, se anche possiamo avere idee politiche diverse, le assicuro che ci accomuna l'amore per la verità e la faticosa ricerca delle giuste soluzioni in grado di aiutarci a costruire, ognuno offrendo il proprio contributo a una società migliore dove il bene abbia la meglio sul male e la serenità sull'odio”.
E’ interessante questa sorta di supplica. In sostanza, Bondi prega Saviano di non schierarsi. Anzi, di non occuparsi di certi temi. Scriva pure i suoi libri sulla camorra (magari senza fare riferimenti a politici di centrodestra), si impegni pure con qualche romanzo di nuova fattura ambientato nel sud Italia, ma – per favore – non rompa i cosiddetti su questioni che riguardano Berlusconi.
Bondi non si rende conto dell’enorme cazzata che è questa sua lettera aperta. Quale ministro di un Paese democratico e liberale si rivolgerebbe a un intellettuale dicendogli “non ti schierare politicamente”? Se davvero uno ha “amore per la verità” (come sostiene nella sua lettera) per quale motivo non dovrebbe riconoscere a un’altra persona, alla quale riconosce “buona fede”, di esternare il suo “amore per la verità” scrivendo quel che pensa, a prescindere che sia nella ragione o nel torto (e peraltro Saviano è nella ragione, su questo non possono esserci dubbi di sorta per chi, oltre ad amare la verità, è democratico e liberale)? Manco fossimo ai tempi del Minculpop, quando un tizio decideva cosa poteva essere scritto e cosa no.
“La vera cultura è sempre frutto della libertà”. Parole di Sandro Bondi (Corriere, 16 settembre). Lo stesso Bondi che, nella sua smania di giustificare l’ingiustificabile e nella sua incapacità di comprendere che qualcuno possa pensarla diversamente da Silvio Berlusconi e nel desiderio di asservire tutto agli obiettivi di un governo in carica, non si rende conto nemmeno di contraddire sé stesso con i suoi ridicoli tentativi di sminuire le espressioni di libertà, il “frutto della libertà” di Roberto Saviano.
sabato 21 novembre 2009
Il travaglio di Marco
Considero Marco Travaglio un bravo giornalista. Che ha il pregio di fare qualcosa che altri non fanno: per esempio, leggersi le carte giudiziarie. Legge solo quelle dell'accusa, ma è sempre meglio che pubblicare finte informative dei servizi segreti (pratica nella quale sono specializzati altri).Ogni tanto, però, anche lui si fa prendere dalla passione politica. Per Antonio Di Pietro. E questo lo porta a essere in genere poco o niente obiettivo. Magari usa due pesi e due misure, rinfacciando al Partito Democratico certi comportamenti e sorvolando lietamente quando gli stessi li ha l'Italia dei Valori. Per esempio, quando è Di Pietro a votare insieme al centrodestra - è accaduto, per esempio, sul federalismo fiscale - è bene tacere; quando è il Partito Democratico a proporre un dialogo sulle riforme istituzionali (non a votare insieme: a proporre leggi condivise) giù randellate e accuse di inciucio.
Oggi Travaglio ha scritto questa cosa: "Indimenticabile la scena di due primavere fa, quando il noto senatore di Corleone (Renato Schifani, ndb) fu candidato alla presidenza del Senato e il PD, non trovando uno statista del suo calibro da contrapporgli, si astenne sul suo nome (mentre Di Pietro votava Borrelli) e lo applaudì appena eletto".
In realtà, la storia andò un po' diversamente: il PD votò scheda bianca e l'Italia dei Valori pure. Lo statista del calibro di Schifani non fu trovato dal PD, ma, evidentemente, nemmeno dall'IdV. Che infatti applaudì il neoeletto presidente del Senato al pari degli inciucisti veltroniani.
Quanto a Borrelli non poteva essere votato da Di Pietro né da altri per il semplice motivo che non era, e non è, senatore.
venerdì 20 novembre 2009
Non solo razzismo
Stamani ho letto su Repubblica un servizio da Coccaglio. In particolare, la testimonianza della signora “Monica, l’estetista del negozio accanto”. Dice: “I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l’altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. E’ razzismo questo?”. Beh, dipende. E il giornalista fa il suo mestiere, chiedendole perché le dà fastidio: “Mi chiede perché? Perché no. Non mi va. Non mi vanno nemmeno i loro genitori”.Passato il momento di sconforto, ho pensato a quel che mi ha raccontato Tiziana, una mia amica insegnante. Tra i suoi compiti (perché, a quanto pare e con buona pace del ministro Brunetta, ci sono insegnanti che lavorano pure fuori dall’aula) c’è quello di occuparsi dell’integrazione delle famiglie dei bambini albanesi, marocchini, cinesi, romeni che frequentano quella scuola. Nell’ambito di un progetto portato avanti dalla Provincia (di Lucca, così diamo a Cesare quel che è di Cesare), è coadiuvata da due mediatrici culturali, una ragazza albanese e una marocchina, che hanno contattato le famiglie di quelle due etnie. Il loro obiettivo è sviluppare un percorso di integrazione, a partire dall’alfabetizzazione. Infatti, non è detto che se la situazione sociale degli immigrati è quella che è, il motivo sia da ricercarsi nella tendenza criminale. Molto spesso la realtà è più banale: è quella di famiglie che vengono da un borgo sperduto sui monti dell’Albania o da un villaggio dell’entroterra subsahariano e il cui retaggio culturale è, per forza di cose, assai diverso dal nostro di oggi (ma magari non dal nostro, perlomeno in certe zone, di settant’anni fa: peccato essercene dimenticati). E siccome qui si parla di genitori di bambini e ragazzi che frequentano la scuola dell’obbligo, è chiaro che il lavoro delle mediatrici culturali è doppiamente importante. Ma sarà duro, lungo e, temo, non privo di amarezze: non ci sarà soltanto da insegnare la lingua a uomini e donne che magari non sanno nemmeno leggere e scrivere, ma anche da far qualcosa perché gli italiani (le tante, troppe, “estetiste della porta accanto”) abbiano meno pregiudizi.
Ho voluto scrivere di questa piccola esperienza perché mi sembra un segnale di speranza. Un bengala nella notte del "perché no! non mi va!". Tiziana e le mediatrici culturali ci urlano "perché sì! mi va!" e sono loro dalla parte del giusto. L’immigrazione non è soltanto una questione di ordine pubblico o di permessi di soggiorno da rinnovare e chi non ha adempiuto è un criminale da stanare casa per casa, possibilmente entro Natale. E’ qualcosa di tremendamente complicato e dobbiamo tutti fare un passetto - gli immigrati verso di noi, noi verso di loro - se vogliamo che diventi un'opportunità anziché la fiera del pregiudizio e dell'ostilità.
giovedì 19 novembre 2009
No comment / 2
Milano, la Milano capitale morale d'Italia (una volta!) ha assegnato l'Ambrogino d'oro ai vigili della squadra della polizia locale che cerca gli immigrati senza regolari documenti per il soggiorno in Italia sui mezzi pubblici, li carica su speciali pullman con le grate sui vetri e questi, una volta pieni, scortati da quattro volanti a sirene spiegate, conducono questi pericolosissimi criminali alla centrale di polizia.
Dopo aver letto una notizia del genere, mi si sono accavallati una serie di pensieri nella mia testa. Tante tante da dire. Però non riesco a trovarne una appropriata. E' qualcosa di troppo avanti, di troppo culturalmente diverso, di spiazzante per la mia pur fervida immaginazione. Ma cosa voglio commentare?
Vado a far cena o a leggere un libro che è meglio.
Dopo aver letto una notizia del genere, mi si sono accavallati una serie di pensieri nella mia testa. Tante tante da dire. Però non riesco a trovarne una appropriata. E' qualcosa di troppo avanti, di troppo culturalmente diverso, di spiazzante per la mia pur fervida immaginazione. Ma cosa voglio commentare?
Vado a far cena o a leggere un libro che è meglio.
mercoledì 18 novembre 2009
A cosa serve un crocifisso al muro
Stamani ho letto questa notizia. La prima cosa che mi ha indignato è la vanità (sia nel senso che è vana, inutile, infondata; sia nel senso dell’eccessivo e fatuo narcisismo autoreferenziale che l’ha ispirata) dell’iniziativa: se non ci sono problemi di criminalità in paese – e comunque non imputabili a cittadini extracomunitari – perché prendersela tanto con loro?
La seconda questione che mi ha urtato è il richiamo al cristianesimo. E quelle parole del sindaco: “ho studiato dai salesiani, domenica sono andato dal Papa”.
Io non sono un teologo e la mia fede è quella che è, però se fossi Ratzinger o il capo della Cei o anche soltanto il vescovo di Brescia mi incazzerei di brutto.
Anzi, farei di più.
Mi metterei la tonaca buona, indosserei la stola, mi porterei dietro il breviario - insomma, in alta uniforme per dare maggiore importanza al gesto - e andrei nelle scuole di Coccaglio a togliere tutti i crocifissi dai muri.
Perché quel crocifisso non ci sta a significare niente sulla parete se le persone che lo guardano, o lo difendono, poi si dimenticano il motivo per cui quell’uomo è finito in croce. Gesù per alcuni è il Cristo e per altri no, ma se è stato ucciso in quella maniera atroce è comunque (e questa è storia, non religione) perché in vita diceva cose sconvolgenti e rivoluzionarie per l’epoca. Addirittura osò dire “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma ci rendiamo conto di quale bestialità fu capace?
Un giorno raccontò che quando moriremo il Padreterno ci dirà: “ero nudo e mi hai vestito, ero affamato e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere...”. Noi, spaesati, gli chiederemo: “no, scusa... quando sarebbe successa questa cosa?” “Tutte le volte che lo avete fatto sulla terra a qualche persona”, risponderà Lui.
Nostro Signore non ci chiederà “quanti crocifissi al muro hai difeso?” e nemmeno “quante volte hai assistito alla messa del Papa?” o “boia dè, che per caso hai mica studiato dai salesiani o dalle dorotee?”. No, ci chiederà una cosa un po’ più difficile: se abbiamo amato. Ed è per questo, a quel che ho capito, che Gesù se la prendeva tanto con i farisei. Perché loro erano quelli che rispettavano alla lettera i comandamenti e le prescrizioni, non facevano più di tot passi il sabato e si lavavano secondo gli antichi riti, rispettando e difendendo la tradizione come e più dei leghisti di oggi, però poi avevano il cuore arido e quindi tutte le loro fatiche non servivano a niente.
(sull'argomento anche la sempre puntuale e intelligente Lucia)
La seconda questione che mi ha urtato è il richiamo al cristianesimo. E quelle parole del sindaco: “ho studiato dai salesiani, domenica sono andato dal Papa”.
Io non sono un teologo e la mia fede è quella che è, però se fossi Ratzinger o il capo della Cei o anche soltanto il vescovo di Brescia mi incazzerei di brutto.
Anzi, farei di più.
Mi metterei la tonaca buona, indosserei la stola, mi porterei dietro il breviario - insomma, in alta uniforme per dare maggiore importanza al gesto - e andrei nelle scuole di Coccaglio a togliere tutti i crocifissi dai muri.
Perché quel crocifisso non ci sta a significare niente sulla parete se le persone che lo guardano, o lo difendono, poi si dimenticano il motivo per cui quell’uomo è finito in croce. Gesù per alcuni è il Cristo e per altri no, ma se è stato ucciso in quella maniera atroce è comunque (e questa è storia, non religione) perché in vita diceva cose sconvolgenti e rivoluzionarie per l’epoca. Addirittura osò dire “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma ci rendiamo conto di quale bestialità fu capace?
Un giorno raccontò che quando moriremo il Padreterno ci dirà: “ero nudo e mi hai vestito, ero affamato e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere...”. Noi, spaesati, gli chiederemo: “no, scusa... quando sarebbe successa questa cosa?” “Tutte le volte che lo avete fatto sulla terra a qualche persona”, risponderà Lui.
Nostro Signore non ci chiederà “quanti crocifissi al muro hai difeso?” e nemmeno “quante volte hai assistito alla messa del Papa?” o “boia dè, che per caso hai mica studiato dai salesiani o dalle dorotee?”. No, ci chiederà una cosa un po’ più difficile: se abbiamo amato. Ed è per questo, a quel che ho capito, che Gesù se la prendeva tanto con i farisei. Perché loro erano quelli che rispettavano alla lettera i comandamenti e le prescrizioni, non facevano più di tot passi il sabato e si lavavano secondo gli antichi riti, rispettando e difendendo la tradizione come e più dei leghisti di oggi, però poi avevano il cuore arido e quindi tutte le loro fatiche non servivano a niente.
(sull'argomento anche la sempre puntuale e intelligente Lucia)
martedì 17 novembre 2009
Manifestazione sì, manifestazione no
Ora c’è questa storia della manifestazione del 5 dicembre. Il “No Berlusconi day”. Critiche al Partito Democratico perché è titubante, aderisce, ma forse no; non aderisce, ma chi lo sa se poi…Allora, io vorrei cercare di inquadrare la faccenda in maniera un po’ razionale.
Il Partito Democratico, a forza di congressi e primarie, ha perso un sacco di treni. L’ultimo dei quali è stato quello di promuovere una bella manifestazione di piazza. Di argomenti ce ne sarebbero stati a iosa: uno scudo fiscale che, come ha detto l’altra sera a Report un esperto, avvantaggerà comunque gli speculatori e non chi investe in economia reale; il lavoro; la scuola; la giustizia; la democrazia. C’era solo l’imbarazzo della scelta, ma i tempi del Partito Democratico non sono i tempi della politica e qualcuno è stato più veloce. Civati aveva provato a smuovere qualcosa, ma è stato un po’ il Giovanni Battista della situazione, una voce che grida nel deserto (per quanto convocare con due giorni di anticipo manifestazioni da tenersi alle 18 di un giorno feriale significa tirarsi una bottigliata sugli zebedei).
Il partito non si è mosso, lo hanno fatto altri, dal basso, grazie al social network e questo aspetto può aprire interessanti riflessioni, sia sul ruolo della società civile, che su quello dei partiti. A quel punto lì, comunque, Bersani o chi per lui deve scegliere: ci va in piazza il 5 dicembre insieme a compagni di viaggio che conosce solo in parte, a un corteo organizzato da altri? E qui il discorso si fa più complicato.
Io non ho dimenticato la manifestazione di piazza Navona a luglio 2008. E già pavento come potrebbe andare a finire anche questa. Un calderone di sigle e bandiere e gruppi e movimenti tra cui: il Cobas che contesterà l’esponente piddino presente al corteo, accusandolo di essere complice di Berlusconi (seguiranno polemiche); il non-più-ragazzotto dei centri sociali che, in compagnia di altri tre non-più-ragazzotti, daranno fuoco a un manichino di paglia che raffigura Berlusconi, prontamente ripresi dalle telecamere dei tg Raiset; il gruppetto di ultrasinistra (qualcosa tipo “LPAML Lavoratori Proletari per l’Affermazione del Maoismo-Leninista” o altre sigle del genere, formate da un tizio di Sesto San Giovanni, la sua fidanzata, l’amico d’infanzia e una di Bovalino emigrata lassù quindici anni fa) che, armato di megafono sull’Apecar, griderà slogan inauditi. Poi, sul palco, parlerà un tizio e dirà cose giuste e vere su Berlusconi che calpesta la democrazia e vuol mettere la mordacchia ai giudici. Dopo di lui parlerà un altro tizio che, per distinguersi, alzerà un po’ i toni e ricorderà la tessera piduista, lo stalliere mafioso e i reali motivi della presenza al governo della Carfagna e della Brambilla. Quindi, sarà la volta di un terzo oratore che, visti esauriti gli argomenti contro il presidente del Consiglio, per guadagnarsi il trafiletto sul giornale tirerà in ballo la complicità del PD con il PdL, ma anche questo sarà un argomento già ampiamente sviscerato nei giorni precedenti (vedi dichiarazioni odierne di Di Pietro); e allora vai con l’inerzia di Napolitano e, buon ultimo, con il Papa, che non c’entra un piffero, ma che in un contesto del genere se lo critichi i tuoi applausi li prendi e il giorno dopo tutti parlano di te.
Ecco, chi dice che il Partito Democratico fa male a non aderire alla manifestazione dovrebbe prima rispondere a una domanda: quante probabilità ci sono che la manifestazione del 5 dicembre non prenda questa piega? Se le probabilità sono inferiori al 50%, le critiche al Partito Democratico sono assolutamente fuori luogo.
Ecco, chi dice che il Partito Democratico fa male a non aderire alla manifestazione dovrebbe prima rispondere a una domanda: quante probabilità ci sono che la manifestazione del 5 dicembre non prenda questa piega? Se le probabilità sono inferiori al 50%, le critiche al Partito Democratico sono assolutamente fuori luogo.
Inoltre – e questo davvero è un vizio della sinistra che non impara mai dai propri errori – è dimostrato, appurato, acclarato, che buttarla sul personale, quando c’è di mezzo Berlusconi, è controproducente. Nella migliore delle ipotesi (ma giusto giusto la migliore) ti sorbisci una campagna di stampa sull’antiberlusconismo portata avanti dal più diffuso quotidiano italiano e da cinque dei sei principali telegiornali nazionali più Bruno Vespa. Regola aurea della comunicazione e del marketing è che il messaggio può essere negativo solo se estremamente popolare (“no tax day”: chi non vorrebbe pagare meno tasse?); qui, per quanto possa essere giusta la motivazione, si propone un messaggio in negativo (“no Berlusconi day”) contro una persona che, volenti o nolenti, gode di stima e consenso incondizionato da parte di almeno dieci milioni di italiani, la stragrande maggioranza dei quali lo reputano non un semplice uomo politico, ma un Eroe. Anzi, l’Eroe. Insomma, con una manifestazione del genere al massimo, se proprio ti va bene, puoi compattare i tuoi, quelli già belli convinti, ma non porti dalla tua parte una persona che sia una dallo schieramento avverso. Tanta fatica per nulla, insomma. Vuoi fare una manifestazione decente? Trova un tema, uno solo (l’ho detto all’inizio: c’è solamente l’imbarazzo della scelta), e su quello ci lavori, con tutti gli slogan che ti pare, anche forti e cattivi.
Trovo quindi ragionevole e non da primo della classe l’atteggiamento di Bersani: dicano, gli organizzatori, quali sono le parole d’ordine della manifestazione, dopodiché si vedrà. Ma, aggiungerei io, con un paletto ben preciso: a quel punto lì, se il Partito Democratico deciderà di partecipare, non potrà limitarsi a quello. Dovrà parlare e parlare e ancora parlare con gli organizzatori originari, prendere in mano l’organizzazione, cominciando dal servizio d’ordine e dal potere di veto riguardo a chi andrà sul palco. Perché una testa calda che piscia fuori dal vaso fa più danni di un milione di saggi che manifestano pacificamente, ancorché duramente, contro la politica di un riccastro che un giorno decise di risolvere i suoi personalissimi problemi creandone di nuovi a sessanta milioni di concittadini (questa l’ho già scritta… ma mi sembra ancora la definizione più adatta per definire l’attuale presidente del Consiglio).
P.S. – Per non smentire sé stesso, intanto, Di Pietro ha già intonato il ritornello a lui più caro: il PD non aderisce alla manifestazione, ergo è alla stessa stregua di Berlusconi. L’effetto è mediaticamente interessante: da un lato il leader dell’Italia dei Valori dovrebbe essere lieto della non partecipazione di altri, perché potrebbe rivendicare a sé coloro che partecipano. Per rimarcare di più l’assenza, attizza la polemica. Ma, così agendo, sposta l’attenzione da Berlusconi a qualcun altro. E chiude il cerchio, perché – per assurdo – finisce che invece di prendersela con il presidente del Consiglio se la prende con l’opposizione, facendo un piacere (immeritato) a chi, in teoria e solo in teoria, dice di contestare.
Trovo quindi ragionevole e non da primo della classe l’atteggiamento di Bersani: dicano, gli organizzatori, quali sono le parole d’ordine della manifestazione, dopodiché si vedrà. Ma, aggiungerei io, con un paletto ben preciso: a quel punto lì, se il Partito Democratico deciderà di partecipare, non potrà limitarsi a quello. Dovrà parlare e parlare e ancora parlare con gli organizzatori originari, prendere in mano l’organizzazione, cominciando dal servizio d’ordine e dal potere di veto riguardo a chi andrà sul palco. Perché una testa calda che piscia fuori dal vaso fa più danni di un milione di saggi che manifestano pacificamente, ancorché duramente, contro la politica di un riccastro che un giorno decise di risolvere i suoi personalissimi problemi creandone di nuovi a sessanta milioni di concittadini (questa l’ho già scritta… ma mi sembra ancora la definizione più adatta per definire l’attuale presidente del Consiglio).
P.S. – Per non smentire sé stesso, intanto, Di Pietro ha già intonato il ritornello a lui più caro: il PD non aderisce alla manifestazione, ergo è alla stessa stregua di Berlusconi. L’effetto è mediaticamente interessante: da un lato il leader dell’Italia dei Valori dovrebbe essere lieto della non partecipazione di altri, perché potrebbe rivendicare a sé coloro che partecipano. Per rimarcare di più l’assenza, attizza la polemica. Ma, così agendo, sposta l’attenzione da Berlusconi a qualcun altro. E chiude il cerchio, perché – per assurdo – finisce che invece di prendersela con il presidente del Consiglio se la prende con l’opposizione, facendo un piacere (immeritato) a chi, in teoria e solo in teoria, dice di contestare.
lunedì 16 novembre 2009
Il falso mito presidenzialista
I grandi fans del sistema presidenziale, quelli che pensano basti un cambiamento della forma di governo per risolvere tutti i problemi italiani, dovrebbero guardare con maggiore attenzione a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Il presidente Obama sta tribolando non poco per imporre la riforma del sistema sanitario ed è dovuto scendere a compromessi con la Cina sulle emissioni di Co2. In entrambi i casi, la motivazione è che il Parlamento non ha i numeri per approvare le leggi che il presidente vorrebbe.
Già. Quel che i sostenitori del presidenzialismo non ci dicono è che in quel sistema c’è una netta e vera separazione dei poteri, in particolare tra esecutivo e legislativo. E, anche se le Camere hanno una maggioranza favorevole al Presidente, non necessariamente sono disposte ad approvare le leggi che lui vorrebbe.
In Italia, però, siam fatti così. Ci piace semplificare. Anzi, banalizzare. Come liberalismo da noi non significa “regole di partenza uguali”, ma “possibilità di fare il cazzo che ci pare”, così presidenzialismo non vuol dire “separazione dell’esecutivo dal legislativo”, ma “possibilità per chi guida il governo di portare avanti il programma che vuole”. E temo che quest’ultimo assunto da noi sia inteso da troppi come “possibilità per chi guida il governo di fare il cazzo che gli pare”.
Già. Quel che i sostenitori del presidenzialismo non ci dicono è che in quel sistema c’è una netta e vera separazione dei poteri, in particolare tra esecutivo e legislativo. E, anche se le Camere hanno una maggioranza favorevole al Presidente, non necessariamente sono disposte ad approvare le leggi che lui vorrebbe.
In Italia, però, siam fatti così. Ci piace semplificare. Anzi, banalizzare. Come liberalismo da noi non significa “regole di partenza uguali”, ma “possibilità di fare il cazzo che ci pare”, così presidenzialismo non vuol dire “separazione dell’esecutivo dal legislativo”, ma “possibilità per chi guida il governo di portare avanti il programma che vuole”. E temo che quest’ultimo assunto da noi sia inteso da troppi come “possibilità per chi guida il governo di fare il cazzo che gli pare”.
Quando la realtà supera la fantasia
Per mio divertimento personale, un paio di settimane fa avevo inviato al blog Pazzo per Repubblica, una sorta di Esercizio di Stile alla Queneau. Ossia, lo stesso evento (un'improbabile presentazione di Windows) come lo avrebbero trattato alcune delle firme di Repubblica. La cosa aveva riscosso un certo successo, tant'è che addirittura un noto giornalista sportivo torinese del quotidiano aveva suggerito di farne una rubrica periodica, prendendo di mira ogni volta un autore. Così sono andato avanti, finché un commentatore ha a sua volta proposto di imitare uno degli editorialisti cerchiobottisti del Corriere della Sera.
Dunque, venerdì scorso mi sono dilettato in un finto Angelo Panebianco. Pensavo di avere esagerato, di aver fatto la classica "pisciata fuori dal vaso" perché va bene lambiccarsi la cervice per giustificare le berlusconate, salvando le apparenze per vantarsi di essere "terzisti", ma a tutto c'è un limite. Pensavo. Di avere esagerato. Poi, ieri, ho letto l'editoriale di Ernesto Galli della Loggia. E no, non ho esagerato. Purtroppo, no.
Dunque, venerdì scorso mi sono dilettato in un finto Angelo Panebianco. Pensavo di avere esagerato, di aver fatto la classica "pisciata fuori dal vaso" perché va bene lambiccarsi la cervice per giustificare le berlusconate, salvando le apparenze per vantarsi di essere "terzisti", ma a tutto c'è un limite. Pensavo. Di avere esagerato. Poi, ieri, ho letto l'editoriale di Ernesto Galli della Loggia. E no, non ho esagerato. Purtroppo, no.
sabato 14 novembre 2009
Lo scudo di Vespa
L’ineffabile Bruno Vespa (ma i giornalisti Rai non sono tutti comunisti?) dalle colonne del Giorno / Nazione / Resto del Carlino (ma i quotidiani italiani non sono tutti antiberlusconiani?) cerca di giustificare le ultime ghedinate rifacendosi a precedenti disegni di legge presentati dal centrosinistra. Nel farlo, come consuetudine, prende solamente quel che gli fa comodo eludendo quel che contrasta con le sue tesi.Dice, dunque, Vespa: “Il 26 luglio 2006, insieme con i colleghi di partito Brutti, Calvi, Casson e Pegorer, la senatrice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo democratico, firmò una serie di proposte in materia di prescrizione del reato. Il disegno di legge (numero 878) prevedeva la prescrizione in due anni, sia per la fase delle indagini preliminari, sia per ogni grado di giudizio. Due anni per il primo grado, due anni per l’appello, due anni per la Cassazione. A proposito dei procedimenti in corso, la senatrice Finocchiaro e i suoi colleghi scrivevano quanto segue: ‘nei procedimenti in corso il termine di prescrizione sarà quello risultante in concreto più vantaggioso per l’imputato, a seconda che si applichi la disciplina vigente o quella di nuova introduzione’. La proposta sembra nelle sue linee essenziali pressoché identica a quella dell’attuale maggioranza di governo. Una iniziativa analoga era stata assunta d’altra parte nella legislatura precedente dai senatori DS Calvi, Fassone e Ayala. In nessuno dei casi, a nostra memoria, ci furono reazioni scandalizzate né da parte della magistratura, né da parte dei giornali”.
Vespa, ovviamente, non spiega per quale motivo le reazioni scandalizzate non ci furono.
E allora me lo sono andato a leggere quel disegno di legge. Tanto per cominciare, non è affatto uguale a quello presentato in questi giorni per salvare il culo a Berlusconi. Esso partiva da una distinzione: prescrizione del reato e prescrizione del procedimento. Nel primo caso, stop a circostanze attenuanti e aggravanti, sostituite dalla fissazione di limiti ben precisi: venti anni se si tratta di un delitto per il quale la legge stabilisce una pena di reclusione non inferiore a ventiquattro anni, quindici anni se la pena prevista è non inferiore a dieci anni e così via. La ridefinizione dei termini di prescrizione del reato e l’aver distinto questa dalla prescrizione del procedimento è fondamentale, secondo i presentatori del disegno di legge, affinché il “tempo dell’oblio si sviluppi esclusivamente tra il fatto-reato e l’inizio del procedimento; e per converso, che a questo istituto di diritto sostanziale rimangano estranei fenomeni di natura processuale, quali gli atti interruttivi che modulano lo svolgersi della vicenda”. In parole povere: chi intende fare il furbo una volta che l’azione penale sia iniziata ha un’arma spuntata, perché la durata del processo non inficia i termini di prescrizione. E, infatti, prevedono i legislatori, “la combinazione dei due istituti (prescrizione del reato e prescrizione del procedimento) non può essere vista come la somma aritmetica di due quantità di tempo”. Inoltre, è vero che ci sono i due anni per grado di giudizio in cui deve celebrarsi il processo, ma è altrettanto vero che il disegno di legge del 2006 prevedeva la sospensione della prescrizione per esempio “a causa della mancata presentazione”, “della mancata partecipazione di uno o più difensori”, e di tutte quelle manovre dilatorie che gli avvocati alla Ghedini ben conoscono.
Il disegno di legge presentato nei giorni scorsi, invece, salta a piè pari la distinzione tra prescrizione del reato e prescrizione del processo e si limita a sottolineare che “il processo penale si considera iniziato alla data di assunzione della qualità di imputato”. Da lì in poi, due anni per grado, dopodiché la durata è irragionevole.
Quanto al regime transitorio, la frase riportata da Vespa è vera, ma incompleta. Prosegue, infatti, il testo presentato dal legislatore: “…ferma restando l’impossibilità di contaminare i due istituti nella ricerca di una terza soluzione ancora più benevola dell’una o dell’altra”. Quel che appena tre anni fa era quasi scontato che non ci fosse (“ferma restando”), oggi è il nocciolo di un provvedimento normativo.
Infine, non va dimenticato che quel testo – presentato contemporaneamente al famoso indulto e che quindi aveva una sua ratio anche in tale contesto storico – non prevedeva distinzione tra recidivi e non, tra processi di primo grado e non. Insomma, era garantita l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge, aspetto che l’attuale provvedimento ghediniano firmato da Gasparri tralascia bellamente.
In definitiva, Vespa racconta frottole, peraltro ribaltando quella che era l’esigenza da cui nasceva un disegno di legge (abbreviare i tempi del processo evitando le manovre dilatorie degli avvocati). Ma l’obiettivo è chiaro e immediato e l’onnipresente giornalista lo dice senza troppe remore: “comunque la si pensi su Berlusconi è un fatto che da quasi sedici anni egli è ininterrottamente sotto processo e lo sarà verosimilmente per molto tempo ancora. Cosa mai capitata in nessun paese per nessun imputato. C’è perciò da chiedersi se non sia stato un errore bocciare il lodo Alfano”.
Il disegno di legge presentato nei giorni scorsi, invece, salta a piè pari la distinzione tra prescrizione del reato e prescrizione del processo e si limita a sottolineare che “il processo penale si considera iniziato alla data di assunzione della qualità di imputato”. Da lì in poi, due anni per grado, dopodiché la durata è irragionevole.
Quanto al regime transitorio, la frase riportata da Vespa è vera, ma incompleta. Prosegue, infatti, il testo presentato dal legislatore: “…ferma restando l’impossibilità di contaminare i due istituti nella ricerca di una terza soluzione ancora più benevola dell’una o dell’altra”. Quel che appena tre anni fa era quasi scontato che non ci fosse (“ferma restando”), oggi è il nocciolo di un provvedimento normativo.
Infine, non va dimenticato che quel testo – presentato contemporaneamente al famoso indulto e che quindi aveva una sua ratio anche in tale contesto storico – non prevedeva distinzione tra recidivi e non, tra processi di primo grado e non. Insomma, era garantita l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge, aspetto che l’attuale provvedimento ghediniano firmato da Gasparri tralascia bellamente.
In definitiva, Vespa racconta frottole, peraltro ribaltando quella che era l’esigenza da cui nasceva un disegno di legge (abbreviare i tempi del processo evitando le manovre dilatorie degli avvocati). Ma l’obiettivo è chiaro e immediato e l’onnipresente giornalista lo dice senza troppe remore: “comunque la si pensi su Berlusconi è un fatto che da quasi sedici anni egli è ininterrottamente sotto processo e lo sarà verosimilmente per molto tempo ancora. Cosa mai capitata in nessun paese per nessun imputato. C’è perciò da chiedersi se non sia stato un errore bocciare il lodo Alfano”.
venerdì 13 novembre 2009
Incapacità di governare (le nuove comari e non soltanto loro)
Magari quel che ha scritto stamani Verderami sul Corriere non è proprio del tutto vero vero, magari ci ha ricamato su. Ma, insomma, la storia è comunque verosimile e credibile: in fondo, Renato Brunetta e Giulio Tremonti non si sono mai amati e anche tra il ministro dell’economia e Stefania Prestigiacomo le voci di corridoio davano qualche contrasto. Certo bisogna riconoscere che un ministro che dice a un collega “se ti avvicini ti prendo a calci nel sedere” non si trova tutti i giorni. Benché, per certi aspetti, sia una storia già vista. Nel 1982 la famosa “lite tra comari” che vide protagonisti Nino Andreatta e Rino Formica (“un commercialista di Bari specializzato in fallimenti e bancarotte”, “una comare”) costrinse il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini a rassegnare le dimissioni. E nel 2006-2007 tra Mastella e Di Pietro era polemica continua.Stavolta, però, c’è un fatto nuovo. E il fatto nuovo è che Brunetta e Tremonti sono entrambi dello stesso partito. Non esponenti di due formazioni che si sono coalizzate per necessità e la cui convivenza è difficile per definizione. No, no: proprio dello stesso partito.
Poi c’è un altro aspetto interessante: a sedare la quasi rissa è stato Gianni Letta, mentre Berlusconi l’ha subìta passivamente.
Poi c’è un altro aspetto interessante: a sedare la quasi rissa è stato Gianni Letta, mentre Berlusconi l’ha subìta passivamente.
La prima considerazione da fare è che il Popolo delle Libertà quando c’è da sistemare i guai di Berlusconi riesce a trovare soluzioni anche incostituzionali e scellerate, ma geniali e tremendamente efficaci, mentre se c’è da risolvere problemi che riguardano gli altri 59 milioni di italiani fa quello che farebbe la più sgangherata delle coalizioni di centrosinistra: litiga senza venire a capo di niente.
L’altra considerazione è che Berlusconi è un grande comunicatore, uno spregiudicato abbindolatore di folle, un abile condottiero di campagne elettorali, ma è assolutamente incapace di gestire una riunione in cui si debbano adottare decisioni importanti per la collettività: di fronte alla difficoltà, deve delegare a Gianni Letta. Non è la prima volta che vediamo comportamenti del genere: l’anno scorso, in piena crisi Alitalia, il presidente del Consiglio italiano era a farsi i massaggi in Umbria mentre a trattare con i sindacati era il suo sottosegretario. Ora, la domanda è: un personaggio del genere è in grado di fare il presidente del Consiglio, addirittura il primus super pares come la recente vulgata pecorelliana vorrebbe farci intendere?
Sarò ingenuo, ma se l’opposizione spostasse leggermente – ribadisco: “leggermente” – l’attenzione dalle vicende giudiziarie di Berlusconi o dal suo conflitto di interessi (questioni importantissime e assolutamente da denunciare anche con manifestazioni di piazza, ma che non portano un voto che sia uno) focalizzandosi un po' più su questa sempre più palese incapacità di governo, siamo sicuri che non metterebbe la pulce nell’orecchio a qualche elettore di centrodestra? Siamo così sicuri che l’ultrapotere berlusconiano non comincerebbe ad essere eroso?
giovedì 12 novembre 2009
Oggi, qualche secolo fa
In un Grande Paese c’era un problema da affrontare e risolvere. Un problema? Il problema!Così, il capo del Governo riscrisse la propria agenda: tutto il resto passò in secondo piano, perché c’era quel problema e non si poteva perdere tempo. Si incontrò con i propri sherpa e consiglieri per ascoltare le loro proposte in merito. Insieme valutarono pro e contro, l’impatto sull’opinione pubblica dei provvedimenti da adottare per affrontare quell’importante questione, i risvolti normativi. Poi il capo del Governo si incontrò con il suo principale alleato: questi andava dicendo in giro che non era d’accordo, per cui il vertice era particolarmente delicato. I due, però, riuscirono a trovare un compromesso. Non entrarono nei dettagli, delinearono il quadro d’insieme, come intervenire. Per cui, il capo del Governo riunì di nuovo sherpa e consiglieri. Insieme rivalutarono pro e contro, l’impatto sull’opinione pubblica, i risvolti normativi. Il testo che ne uscì fu limato una prima volta, poi una seconda, poi una terza. Sherpa e consiglieri, nonché ministri e sottosegretari, lavorarono sodo, a tempo pieno, mattina e sera e notte. Tutte le energie erano convogliate lì. E alla fine trovarono la quadratura del cerchio. Ce l’avevano fatta! Sì, c’erano parecchi aspetti controversi e controproducenti, ma la contingenza del momento, la gravità della faccenda, la necessità di legiferare giustificavano tutto. Il disegno di legge ebbe così una corsia preferenziale in Parlamento con l’obiettivo di approvarlo a tempo di record. Veloci, veloci, che non c’era tempo da perdere.
Ma di cosa trattava quel provvedimento per il quale la classe dirigente del Paese non dormì la notte pur di venirne a capo?
Forse del superamento della crisi economica, visto che il Paese viveva una fase di profonda recessione economica e, anche se le previsioni sul futuro giustificavano un cauto ottimismo, c’era poco da stare allegri? No, no... cose ben più importanti.
Forse dell’aggiustamento dei conti pubblici, allora, visto che il Paese aveva un debito pubblico fuori controllo? Nemmeno, in confronto a certi problemi il deficit è una sciocchezza.
Forse del lavoro, visto che il Paese si confrontava con un aumento della disoccupazione nell’ultimo anno e del numero dei lavoratori precari? Neppure: ma cosa vuoi che siano tre bamboccioni in attesa di lavoro di fronte al problema serio che capo del governo, ministri, sottosegretari, consiglieri e parlamentari devono risolvere?
Forse dell’adeguamento delle infrastrutture, visto che il Paese aveva autostrade e ferrovie da Paese arretrato e anche la banda larga era poco diffusa? Macché.
Forse degli investimenti nell’istruzione, visto che il Paese aveva migliaia di scuole tanto dissestate che i bambini dovevano pure portarsi da casa la carta igienica? Nient’affatto.
Forse della protezione civile, visto che il Paese aveva subito negli ultimi mesi terremoti, frane e smottamenti vari? Ma per carità!
No, no. La questione era ben più seria e pregnante. Era accaduto che il Capo del Governo aveva un problema giudiziario ed ora si avvicinavano i tempi del processo. Le probabilità di una sua condanna erano piuttosto alte, ma pure in caso di assoluzione la strada – nonostante l’apparato mediatico che lo sosteneva – non sarebbe stata costellata di rose e fiori. Era sorta quindi la necessità di difendersi dal processo. Questo era il grande problema da affrontare con tanta energia e celerità.
Come ai tempi del Re Sole: “l’Etat c’est moi”.
mercoledì 11 novembre 2009
"Eh, devo scaricare un po' di Iva..."
Di lavoro vendo pubblicità televisiva. Da un po’ di giorni mi capita che alcuni clienti facciano contratti perché devono scaricare l’Iva. E’ buffo, perché ti guardano di tre quarti e con un sorrisino ti fanno: “sai com’è...”. Tipo quando si gioca a briscola e fai l’occhiolino per dire al tuo compagno che hai in mano l’asso e l’altro ti risponde con la bocca storta perché ha il tre. Ecco, uguale: ti guardano di sghimbescio con sorrisino? Devono scaricare l’Iva.Niente di illegale, intendiamoci. Probabilmente, costoro hanno un commercialista che ha fatto la differenza tra la somma delle fatture emesse e la somma delle fatture ricevute e l’importo che ne deriva, invece di versarlo allo Stato, preferiscono diminuirlo un altro po’. O, perché no?, azzerarlo. O, meglio ancora, andare in credito per poi chiedere la compensazione con altri tributi oppure il rimborso. Così, lo stesso servizio che tre mesi fa non serviva, ora è diventato indispensabile.
Sarò un ingenuo, ma io penso che in un Paese normale non dovrebbe esserci bisogno di acquistare un servizio per scaricare l’Iva, che a fine mese sennò bisogna fare l’F24. Quel servizio si acquista se serve (appunto!), altrimenti si fanno altre cose e se avanzano soldi si reinvestono.
Il primo pensiero va a chi l’Iva non può scaricarla: perché prima o poi qualcuno la deve pagare questa benedetta imposta, anche se è vero che, acquistando qualcosa (ancorché ritenuta inutile tre mesi fa), si mettono in circolo soldi e insomma si fa un’operazione che forse sarebbe piaciuta al vecchio John Maynard Keynes.
Certo che a volte i meccanismi dell’economia italiana sono interessanti. Mi riferisco non alle grandi scelte strategiche di politica economica, ma alla quotidianità, alle piccole decisioni giornaliere delle migliaia di cavalier Brambilla che guidano le aziendine della zona artigianale e delle decine di migliaia di sora Maria che tengono il negozietto in centro.
Nella mia ignoranza coltivata a pregiudizi ho sempre pensato che un buon 40%, forse più, dei problemi che le nostre imprese (siano esse produttive o commerciali) incontrano è perché i loro titolari se li sono andati a cercare con il lanternino, quei problemi. Ora comincio a pensare che a quel 40% dobbiamo aggiungerne un altro 10%: sono tutti quei casini che gli imprenditori avrebbero evitato se, invece di lambiccarsi il cervello per pagare meno tasse o spiluccare sui dieci euro, avessero dedicato quel tempo e quelle energie mentali per potenziare la loro attività.
Un tizio che conosco, per esempio, aveva l’abitudine di retrodatare le fatture emesse dall’1 al 5 del mese alla data del 30 del mese precedente. In questa maniera, chi aveva avuto la sventura di acquistare in quei cinque giorni con pagamento tramite ricevuta bancaria a trenta giorni, era costretto a pagare alla fine di quel mese anziché di quello successivo, come sarebbe stato normale (e qui si potrebbe aprire una bella parentesi sull’anomalia delle dilazioni di pagamento nel nostro Paese...). Non soltanto: in coda alla fattura c’era un 5% di spese di trasporto (in realtà, il costo effettivo era più basso, ma la politica aziendale era di fare la cresta su tutto), calcolato però non sull’imponibile, bensì sul totale della fattura in base a un complesso calcolo che, una volta su tre, veniva regolarmente sbagliato dall’impiegata addetta. Inutile aggiungere che spesso il cliente si accorgeva di questi trucchetti e telefonava arrabbiato. Il titolare dell’azienda pensava di essere furbo, il più furbo, ma quanto incideva il tempo perso per fare i calcoli, ricontrollarli, gestire l’incazzatura del cliente (ché poi la volta successiva che voleva fare un ordine – sempre ammesso che, ovviamente – c’era da perderci altro tempo a discutere e promettergli che no, il “disguido” dell’altra volta non si sarebbe ripetuto), la ricaduta in termini di immagine e così via?
Mi rendo conto che ho divagato rispetto all’assunto iniziale. Il punto è che questa è la mentalità della stragrande maggioranza degli imprenditori italiani. Gli stessi che tre lustri fa, quando Tremonti inventò la detassazione degli utili reinvestiti, pensarono bene di impiegare quei soldi per comprarci il BMW di rappresentanza anziché software o attrezzature che li rendessero più competitivi su un mercato sempre più complesso e ostico.
Un tizio che conosco, per esempio, aveva l’abitudine di retrodatare le fatture emesse dall’1 al 5 del mese alla data del 30 del mese precedente. In questa maniera, chi aveva avuto la sventura di acquistare in quei cinque giorni con pagamento tramite ricevuta bancaria a trenta giorni, era costretto a pagare alla fine di quel mese anziché di quello successivo, come sarebbe stato normale (e qui si potrebbe aprire una bella parentesi sull’anomalia delle dilazioni di pagamento nel nostro Paese...). Non soltanto: in coda alla fattura c’era un 5% di spese di trasporto (in realtà, il costo effettivo era più basso, ma la politica aziendale era di fare la cresta su tutto), calcolato però non sull’imponibile, bensì sul totale della fattura in base a un complesso calcolo che, una volta su tre, veniva regolarmente sbagliato dall’impiegata addetta. Inutile aggiungere che spesso il cliente si accorgeva di questi trucchetti e telefonava arrabbiato. Il titolare dell’azienda pensava di essere furbo, il più furbo, ma quanto incideva il tempo perso per fare i calcoli, ricontrollarli, gestire l’incazzatura del cliente (ché poi la volta successiva che voleva fare un ordine – sempre ammesso che, ovviamente – c’era da perderci altro tempo a discutere e promettergli che no, il “disguido” dell’altra volta non si sarebbe ripetuto), la ricaduta in termini di immagine e così via?
Mi rendo conto che ho divagato rispetto all’assunto iniziale. Il punto è che questa è la mentalità della stragrande maggioranza degli imprenditori italiani. Gli stessi che tre lustri fa, quando Tremonti inventò la detassazione degli utili reinvestiti, pensarono bene di impiegare quei soldi per comprarci il BMW di rappresentanza anziché software o attrezzature che li rendessero più competitivi su un mercato sempre più complesso e ostico.
martedì 10 novembre 2009
Fini strategie
Sarò un veterocomunista, un cattocomunista, un sinistro imbottito di pregiudizi, ma a me Gianfranco Fini non ha mai convinto. E continua a non convincermi. Sì, è vero: ha fatto passi da gigante dai tempi in cui diceva che Mussolini è il più grande statista del Novecento e che i gay non possono fare gli insegnanti. Lo riconosco: certe sue dichiarazioni recenti sono la faccia presentabile della destra italiana. Però, però, però... Quando si arriva a stringere, quando c’è il redde rationem, quando il gioco si fa duro lui si accoda. Allora i casi sono due: o non fai la voce grossa prima oppure sei coerente fino in fondo e certe cose non le accetti.Dice: ma a destra, è già assai quel che sta facendo. Vero solo in parte. A sinistra abbiamo consumato scissioni per molto meno. Probabilmente di qua si sbaglia per eccesso, ma quando ci sono di mezzo le idee forse è giusto che sia così. E’ quando invece prevalgono gli interessi che i compromessi si trovano senza troppe remore (magari con benefici per entrambe le parti in termini di consensi che si vanno a pescare anche di qua, della serie "il volto presentabile" e così via).
Che sia questa la chiave di lettura per tutti gli accomodamenti che, negli anni, è riuscito a sopportare Fini e il motivo per il quale continua a essermi antipatico?
lunedì 9 novembre 2009
La Costituzione ai tempi di Berlusconi / Minzolini e l'immunità parlamentare
Il direttore del TG1 Augusto Minzolini stasera ha proseguito la sua opera di disinformazione rileggendo Costituzione e recente storia d’Italia.“Dal ’93 l’immunità parlamentare è stata cancellata dalla nostra Carta costituzionale”. Appena l’ho sentito mi sono detto: caspiterina, mi devo essere perso qualche passaggio! Così sono andato a controllare. No, l’articolo 68 è ancora lì, al suo posto. Certo, diverso dall’originale, ma c’è. Ho fatto il confronto.
Testo originale, comma 1: I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.
Testo vigente, comma 1: I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.
Il comma 1 ha una sola parola di differenza: “non possono essere chiamati a rispondere” anziché “perseguiti”. Se la lingua italiana ha ancora un senso, mi pare che la nuova formulazione sia più estensiva e garantista (per i parlamentari) rispetto alla precedente.
Andiamo avanti.
Testo originale, comma 2 e 3: Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l'ordine di cattura. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile
Testo vigente, comma 2: Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazione, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza
Ecco, qui la differenza è palpabile. Il testo originale prevedeva la non sottoposizione a procedimento penale per i membri del Parlamento senza autorizzazione della Camera. Se la Camera, però, dava l’autorizzazione, allora si poteva procedere. La nuova legge costituzionale, invece, dice che – sempre senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene – il rappresentante del popolo non può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare e nemmeno a intercettazione (fattispecie che nel 1947 non era contemplata per evidenti motivi) senza l’autorizzazione.
Insomma, senza il consenso della Camera, il parlamentare può essere sottoposto a procedimento penale. Ma, in ogni caso, più di tanto le indagini non possono andare. Quello che viene fatto ormai regolarmente (la perquisizione personale o domiciliare e l’intercettazione) non vale per lui. E lo stesso per l’arresto, salvo che ci sia flagranza di reato o sentenza irrevocabile di condanna.
Quindi, Minzolini racconta frottole quando dice che dal 1993 l’immunità parlamentare è stata cancellata. Non è vero. C’è ancora. Diversa da come l’avevano prevista i padri costituenti – perché loro non prevedevano nemmeno il procedimento penale senza l’autorizzazione – ma c’è.
E visto che Minzolini nel suo editoriale richiama alcuni ordinamenti stranieri, vale la pena ricordare che in Francia, per esempio, il magistrato può iniziare un’azione penale senza bisogno dell’autorizzazione a procedere (come in Italia, quindi); mentre in Gran Bretagna (paese di common law) la giurisprudenza consolidata e recepita nel codice di comportamento della Camera dei Comuni esclude privilegi per reati gravi quali la corruzione; in Germania l’articolo 46 della Legge Fondamentale prevede l’immunità, ma anche qui con limitazioni, per esempio riguardanti la diffamazione e l’ingiuria (della serie: se Sgarbi fosse tedesco sarebbe in carcere).
Minzolini non la conta giusta neppure in un altro passaggio del suo editoriale: “governi di destra e di sinistra sono caduti sull’onda di inchieste della magistratura”.
Il riferimento, par di capire (visto che parla della situazione successiva al 1993), è al primo governo Berlusconi e al secondo di Prodi. Nel primo caso, però, giova ricordare che cadde non per il famoso avviso di garanzia a Berlusconi, ma per una diatriba riguardante la riforma delle pensioni e che era solamente l’ultimo tassello di una serie di contrasti con la Lega. Questa, già il 6 novembre 1994, due settimane prima del provvedimento giudiziario, aveva deciso di far cadere l’esecutivo, come raccontò il ministro Maroni al giudice che indagò su quella vicenda. E quanto a Prodi, si potrebbe notare che fu Mastella, una volta sotto inchiesta, a cambiare schieramento e a determinare la caduta di un governo che era già morto da settimane, sotto i colpi di pseudo alleati.
Il riferimento, par di capire (visto che parla della situazione successiva al 1993), è al primo governo Berlusconi e al secondo di Prodi. Nel primo caso, però, giova ricordare che cadde non per il famoso avviso di garanzia a Berlusconi, ma per una diatriba riguardante la riforma delle pensioni e che era solamente l’ultimo tassello di una serie di contrasti con la Lega. Questa, già il 6 novembre 1994, due settimane prima del provvedimento giudiziario, aveva deciso di far cadere l’esecutivo, come raccontò il ministro Maroni al giudice che indagò su quella vicenda. E quanto a Prodi, si potrebbe notare che fu Mastella, una volta sotto inchiesta, a cambiare schieramento e a determinare la caduta di un governo che era già morto da settimane, sotto i colpi di pseudo alleati.
Tutto ciò è funzionale alla tesi finale del direttore del Tg1: ossia, nel 1993 si è prodotto un vulnus alla Costituzione che va sanato: par di capire grazie a una nuova legge adeguata alle necessità del PresdelCons.
La domanda a questo punto è: Minzolini, con le sue cazzate, ci vuole costringere a non pagare il canone e a fare così l'ennesimo favore a Mediaset?
Un Muro
Oggi, 9 novembre, tutti a parlare della caduta del Muro. Magari a livello europeo o mondiale è giusto. Ma se ci fermiamo in casa nostra, in Italia, dovremmo parlare della caduta di un Muro. Nella patria dei guelfi e dei ghibellini, dei Borbone e dei Savoia, di Coppi e Bartali, delle contrapposizioni volute e cercate ad ogni costo, caduto quel Muro ne abbiano eretti altri. Forse c'erano già e non li vedevamo perché quel Muro li copriva. Fatto sta che abbiamo sentito il bisogno impellente, se già non c'erano, di crearne di nuovi.Nord e Sud. Sì, la Lega Lumbarda (ché all'epoca si chiamava soltanto così) già esisteva, ma era un fenomeno circoscritto e pochi davano retta a quel razzista del Bossi.
Cristiani e laici, cristiani e non cristiani. Vent'anni fa non esisteva la contrapposizione di oggi, artatamente messa in piedi per finalità che con la religione niente hanno a che fare.
Ricchi e poveri. Ce lo avessero detto trent'anni fa, non ci avremmo creduto. Eppure è andata così, che il povero è una sorta di coglione, perché la parola d'ordine oggi non è "solidarietà", ma "mors tua vita mea".
Passati neanche cinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, in Italia è arrivato un tizio che, nostalgico dei bei tempi che furono, quando tutte le nefandezze potevano essere giustificate con la presenza del Muro (quello originale), ha pensato bene di ricostruirne uno, di muri, che ricalcasse la vecchia contrapposizione. E' un muro di cartone, quello che il tizio ha messo su. Ci vorrebbe poco ad abbatterlo, giusto un po' (ma neanche tanto) di senso pratico. Però l'interesse di molti è tenerlo su. Perché noi italiani siamo furbi, noi italiani siamo i più furbi. E, così come venti anni fa l'allora presidente del Consiglio diceva che la Germania era meglio se non si riuniva e rimaneva divisa, oggi pensiamo che l'Italia è meglio se rimane divisa da questo muro creato una quindicina di anni fa. Fa comodo. Perché grazie ad esso si consumano scissioni al grido di "non voglio morire socialdemocratico", senza bisogno di spiegare cosa significhi ciò. Si consumano i peggiori insulti alla forma di governo o ai poteri democratici definendo "gli altri" dei comunisti, delle toghe rosse, dei poco di buono. Si portano avanti politiche che tutelano gli interessi clientelari di pochi a scapito del bene generalizzato di tanti.
Il Muro è caduto a Berlino, non a Roma.
sabato 7 novembre 2009
Tanto pil sullo stomaco
Berlusconi ha detto che “l’Italia è la sesta nazione più ricca del mondo” e il nostro PIL “ha ormai superato quello della Gran Bretagna”. Affermazione ripresa acriticamente da organi di stampa e dai tg nazionali.
Ora, poiché a me certe vanterie fan venire l’orticaria – soprattutto in tempi in cui i disoccupati aumentano e i precari invece pure – mi son preso la briga e di certo il gusto di fare due verifiche.
E’ molto semplice, basta andare sul sito web di Eurostat. Nel 2008 il PIL dell’Italia era di 1.572.050,7 milioni di euro a prezzi correnti, mentre quello del Regno Unito era di 1.821.839 euro, sempre a prezzi correnti. Ossia, circa 250 milioni di euro di differenza a vantaggio dei britannici, circa il 14%. Ciò significa che per superare la Gran Bretagna, nella migliore delle ipotesi l’Italia nel 2009 avrebbe dovuto crescere di almeno il 7% e oltre Manica avrebbero dovuto avere una recessione il doppio più grave di quella attuale.
La realtà è che nel 2009 il PIL è peggiorato in Italia del 2.5% nel primo trimestre e dello 0,5% nel secondo, per un totale di 763.144 milioni di euro (non esistono dati più aggiornati, l’Istat comunicherà quelli del terzo trimestre solamente il 10 dicembre). In Regno Unito, il PIL è pure lì peggiorato del 2.5% nel primo trimestre e dello 0,6% nel secondo. Nel terzo trimestre si prevede un ulteriore calo dello 0,4%. Sul sito di Eurostat i valori assoluti del PIL inglese sono non a prezzi correnti, ma riferiti al 2000 (e quindi più bassi). Tuttavia, se facciamo il calcolo statistico basandoci sul doppio calo del 2.5% nel primo trimestre e dello 0,6% nel secondo, il loro PIL è stato, in totale, di circa 920 milioni di euro. Considerato il calo dello 0,4% nel terzo trimestre, si arriva a circa 1.375 milioni di euro a prezzi correnti.
In definitiva, se quello che dice Berlusconi fosse vero, bisognerebbe che da ottobre in poi l’economia inglese fosse ferma. Ma ferma nel vero senso della parola: fabbriche chiuse, negozi chiusi, gente che compra giusto il pane e l’acqua. Oppure che in Italia ci fosse stata, da luglio ad oggi, una fase di espansione incredibile. Peccato che non ce ne siamo accorti.
p.s. – così, giusto per, fornisco un altro dato: il reddito pro capite italiano, fatto pari a 100 euro quello medio europeo, era nel 2008 di 100,5 euro. Quello britannico era di 117.2 euro, quello tedesco di 116,1 euro, quello spagnolo di 103,4, quello francese di 107,4. Meno male che, stando a quel che ci racconta il nostro caro e amato presdelcons siamo ricchi. Colpa di Visco, colpa di ritardi strutturali? No. Fino al 2001 questo dato ci vedeva messi meglio di Francia, Spagna e abbastanza in linea con la Gran Bretagna. Il crollo è avvenuto negli anni attorno al 2003, 2004, 2005, quando al governo c'erano gli stessi statisti lungimiranti e concreti di oggi.
Ora, poiché a me certe vanterie fan venire l’orticaria – soprattutto in tempi in cui i disoccupati aumentano e i precari invece pure – mi son preso la briga e di certo il gusto di fare due verifiche.
E’ molto semplice, basta andare sul sito web di Eurostat. Nel 2008 il PIL dell’Italia era di 1.572.050,7 milioni di euro a prezzi correnti, mentre quello del Regno Unito era di 1.821.839 euro, sempre a prezzi correnti. Ossia, circa 250 milioni di euro di differenza a vantaggio dei britannici, circa il 14%. Ciò significa che per superare la Gran Bretagna, nella migliore delle ipotesi l’Italia nel 2009 avrebbe dovuto crescere di almeno il 7% e oltre Manica avrebbero dovuto avere una recessione il doppio più grave di quella attuale.
La realtà è che nel 2009 il PIL è peggiorato in Italia del 2.5% nel primo trimestre e dello 0,5% nel secondo, per un totale di 763.144 milioni di euro (non esistono dati più aggiornati, l’Istat comunicherà quelli del terzo trimestre solamente il 10 dicembre). In Regno Unito, il PIL è pure lì peggiorato del 2.5% nel primo trimestre e dello 0,6% nel secondo. Nel terzo trimestre si prevede un ulteriore calo dello 0,4%. Sul sito di Eurostat i valori assoluti del PIL inglese sono non a prezzi correnti, ma riferiti al 2000 (e quindi più bassi). Tuttavia, se facciamo il calcolo statistico basandoci sul doppio calo del 2.5% nel primo trimestre e dello 0,6% nel secondo, il loro PIL è stato, in totale, di circa 920 milioni di euro. Considerato il calo dello 0,4% nel terzo trimestre, si arriva a circa 1.375 milioni di euro a prezzi correnti.
In definitiva, se quello che dice Berlusconi fosse vero, bisognerebbe che da ottobre in poi l’economia inglese fosse ferma. Ma ferma nel vero senso della parola: fabbriche chiuse, negozi chiusi, gente che compra giusto il pane e l’acqua. Oppure che in Italia ci fosse stata, da luglio ad oggi, una fase di espansione incredibile. Peccato che non ce ne siamo accorti.
p.s. – così, giusto per, fornisco un altro dato: il reddito pro capite italiano, fatto pari a 100 euro quello medio europeo, era nel 2008 di 100,5 euro. Quello britannico era di 117.2 euro, quello tedesco di 116,1 euro, quello spagnolo di 103,4, quello francese di 107,4. Meno male che, stando a quel che ci racconta il nostro caro e amato presdelcons siamo ricchi. Colpa di Visco, colpa di ritardi strutturali? No. Fino al 2001 questo dato ci vedeva messi meglio di Francia, Spagna e abbastanza in linea con la Gran Bretagna. Il crollo è avvenuto negli anni attorno al 2003, 2004, 2005, quando al governo c'erano gli stessi statisti lungimiranti e concreti di oggi.
venerdì 6 novembre 2009
La testa nel pallone
Tra le varie malefatte imputabili alla sinistra – dopo i gulag, Pol Pot, Fidel Castro e le Brigate Rosse – secondo il sempre attendibile Giornale di famiglia, c’è anche la crisi del calcio italiano. Lo ha scritto Filippo Grassia. Riconosce che il sistema è in crisi un po’ dappertutto, ma in Italia la colpa è di Prodi, Veltroni e D’Alema (chissà se anche in Spagna e Gran Bretagna hanno messo lo zampino loro). I tre moschettieri nel 1996 fecero una legge che permetteva alle società di calcio di diventare a scopo di lucro ed eventualmente quotarsi in borsa e nel 1999 un’altra con la quale i diritti televisivi diventavano soggettivi.E’ vero che soprattutto la questione dei diritti televisivi ha inciso in negativo, accentuando le differenze tra piccoli e grandi club. Però, come spesso avviene, ci sono tanti fattori da considerare e sono evidenti anche agli occhi di un profano come me. Per esempio, la poca conoscenza di un mercato televisivo che, per di più, in Italia è sempre stato compresso dal conflitto di interessi. E poi Grassia tace tutti gli altri fattori di crisi, forse ancor più importanti: gli stipendi fuori misura dei giocatori, fenomeno già presente nel 1996, il potere che le tifoserie (o teppisterie) organizzate esibiscono nei confronti delle società, la crisi economica, il numero sempre minore di persone che vanno allo stadio, l’ingresso nel mondo del calcio di presidenti e dirigenti che investono non perché amanti dello sport, ma per necessità fiscali o di riciclaggio di denaro di dubbia provenienza. E, per quanto possa essere sbagliata la legge Veltroni che istituiva il fine di lucro per i club di calcio, non è colpa della norma giuridica se le società stesse “ne hanno approfittato per indebitarsi oltre ogni limite” (Mario Pescante, Il Giornale, 26 marzo 2004), magari proprio per i fini appena ricordati.
Il principale campionato di basket americano, la Nba, ogni anno stabilisce un monte stipendi al quale i vari club devono attenersi. Chi non lo rispetta, paga una multa pari a un milione di dollari per ogni milione di sforamento: quei soldi vanno in parte alla Lega, in parte alle altre società (franchigie). Ovviamente, anche i giocatori hanno un massimo di stipendio che non possono superare, il cosiddetto salary cap. Inoltre, le squadre che durante il campionato sono andate peggio, a fine stagione possono scegliere i giovani più forti. Questi semplici accorgimenti garantiscono elevato interesse da parte degli sportivi e pari opportunità per i vari sodalizi. A pensarci bene, è un sistema di vero liberalismo, non a caso partorito nel sistema più liberale del mondo. Proporlo da noi sarebbe impensabile: chi osasse, verrebbe tacciato di bolscevismo. Sembra assurdo, ma è così: perché la realtà è che noi abbiamo una visione distorta anche del liberalismo, pensiamo voglia dire “fare come ci pare”.
E poi ragionare sulle questioni concrete, sia pure marginali come il campionato di calcio, da noi è considerato attività da stupidi. Meglio incolpare la parte politica avversa di tutte le nefandezze possibili e immaginabili.
p.s. - comunque a Grassia bisogna riconoscere un grande sforzo. Perché prendersela con l’oligarchia del calcio citando solamente la Roma di Franco Sensi, la Juve e l’Inter; condannare la divisione tra grandi e piccoli club ignorando il sodalizio che per anni ha premuto per la creazione di una superlega europea riservata solo alle big; sorvolare allegramente su chi prima e meglio di tutti ha fatto lievitare i costi di gestione nello sport... beh, non era facile. Lui ci è riuscito: chapeau!
giovedì 5 novembre 2009
Le grandi promesse
Paolo Romani, 5 marzo 2009, Il Riformista: (la banda larga) “soprattutto in una fase di crisi economica è un tema fondamentale, perché c’è in ballo un investimento pubblico che può muovere un pezzo di pil”.Paolo Romani, 6 maggio 2009, Opinione delle Libertà: “La banda larga rappresenta un grande polo di sviluppo per tutti”.
Paolo Romani, 10 giugno 2009, Corriere della Sera: “Con un investimento di quasi 1.5 miliardi di euro, anche con l’apporto dei privati, tutti gli italiani potranno connettersi a Internet con almeno 2 megabit al secondo entro il 2012”
Renato Brunetta, 13 luglio 2009, Il Giornale: “Il Cipe approverà gli stanziamenti (1.3 miliardi di euro) per l’e-government fino al 2012. E’ una vera e propria rivoluzione: partono gli investimenti necessari per la banda larga, che sarà un grande fattore di sviluppo e semplificazione per l’intera economia”.
Renato Brunetta, 19 ottobre 2009, La Stampa: “Due mega di velocità. Per tutti. E da lì passerà la rivoluzione della burocrazia. Il piano, elaborato con il ministro Claudio Scajola e il viceministro Paolo Romani, creerà 50mila posti di lavoro. Costa 1.471 milioni per la parte di Romani e 400 per l’e-government 2012. 800 sono già disponibili, all’esame del Cipe. C’è la crisi, ma penso che entro fine anno daremo il via”
Paolo Romani, 28 ottobre 2009, Il Giornale: “Banda larga, i soldi ci sono”.
Paolo Romani, 30 ottobre 2009, L’Espresso: “Di certo fra quattro anni il Paese avrà bisogno di un’infrastruttura a 50-100Mbps nelle case. Altrimenti finiremo nella serie B del mondo”.
E’ chiaro, il concetto. Il governo, come hanno più volte ribadito il ministro Brunetta e il sottosegretario Romani, punta deciso verso la banda larga. Perché, in tempi di crisi, “può muovere un pezzo di pil”, è “un grande fattore di sviluppo”, una vera e propria “rivoluzione” e non farlo ci farebbe retrocedere in serie B.
Tanto importante la banda larga, soprattutto quando c’è la recessione, che oggi il sottosegretario Gianni Letta ha detto: “I soldi per la banda larga li daremo quando usciremo dalla crisi”. Ossia? 2010, 2011? Boh, non è dato saperlo.
E’ chiaro, il concetto. Il governo, come hanno più volte ribadito il ministro Brunetta e il sottosegretario Romani, punta deciso verso la banda larga. Perché, in tempi di crisi, “può muovere un pezzo di pil”, è “un grande fattore di sviluppo”, una vera e propria “rivoluzione” e non farlo ci farebbe retrocedere in serie B.
Tanto importante la banda larga, soprattutto quando c’è la recessione, che oggi il sottosegretario Gianni Letta ha detto: “I soldi per la banda larga li daremo quando usciremo dalla crisi”. Ossia? 2010, 2011? Boh, non è dato saperlo.
Bene, ora potremo tornare a parlare di questioni importanti: i crocefissi nelle scuole, le anticipazioni dell'ultimo libro di Vespa, gli insegnamenti del professor Panebianco sull'esecutivo forte, le raccomandazioni al dialogo costruttivo del liberale Ostellino e altri fondamentali capitoli di vita quotidiana.
mercoledì 4 novembre 2009
Toghe rosse a Strasburgo
La sentenza della Corte europea dei diritti umani è stata commentata con la consueta cautela dal direttore del Giornale Vittorio Feltri, che, peraltro, confonde l’Unione europea con il Consiglio d’Europa: “è evidente. Siamo in presenza di un problema psichiatrico oltre che politico e religioso. Non vorremmo essere irriguardosi nei confronti dell’istituzione, ma c’è il sospetto che a Strasburgo giri troppa birra, e vi è la certezza che il tasso alcolico della Corte per i diritti umani è talmente elevato da richiedere l’intervento degli infermieri”. Penso che se Berlusconi vuol veramente chiudere le “fabbriche dell’odio”, dovrebbe innanzitutto rivolgersi a suo fratello, editore ufficiale del Giornale.
Due le considerazioni a margine. La prima è di tipo giuridico. Fermo restando che un po’ di buonsenso, da parte non tanto della Corte, bensì di chi ha fatto ricorso ad essa, non guasterebbe (la mia amica Lucia, che pure è antipatizzante del crocifisso nei luoghi pubblici, nemmeno ricorda se a scuola c’era o meno: significa che, pur non riconoscendosi in quel simbolo, non le ha dato così fastidio da turbarle lo sviluppo psicofisico), la sentenza è logica e normale in un laico Stato di diritto.
Infatti, i magistrati devono tener conto prima di tutto della legge. L’Italia è uno Stato confessionale o uno Stato laico? L’Italia è uno Stato laico da circa sessant’anni (art. 8 Cost.: “tutte le confessioni sono egualmente libere davanti alla legge”). Il crocifisso è un simbolo confessionale o laico? Il crocifisso è un simbolo confessionale da circa duemila anni. Ergo, se il simbolo è confessionale e lo Stato è laico non c’è assolutamente da scandalizzarsi se un tribunale sentenzia che esso va tolto. Altrimenti, perché non la mezzaluna o la stella di David?
Poi, possiamo argomentare che il crocifisso fa parte della tradizione culturale italiana, così come – da secoli – tutto il resto della dottrina e della simbologia cristiana (esempio paradossale: un ateo che smoccola bestemmia il Dio dei cristiani, per quanto non ne concepisca l’esistenza) e i magistrati di Strasburgo avrebbero anche potuto tenerne conto. Ma se i giudici invece di perdersi in bizantinismi e machiavellismi e cavilli vari, si riferiscono solo ed esclusivamente alla legge, ossia all’unico punto di riferimento che essi devono avere, fanno semplicemente il loro mestiere.
La seconda considerazione è che i partiti, tutti, nessuno escluso, hanno interpretato la sentenza in base a logiche politiche e non giuridiche: chi perché deve dimostrare di essere più laico degli altri, chi perché deve dimostrare la vicinanza al mondo cattolico, chi perché deve dimostrare, confondendo l’Unione europea con altre istituzioni, che in Europa son tutti mascalzoni perditempo, chi perché deve dimostrare che l’Eurabia paventata da Oriana Fallaci è ormai una realtà che ci sta sconfiggendo, chi perché deve dimostrare che tanto i giudici son comunisti dappertutto, non soltanto in Italia. Così si spiegano le provocazioni di Messori, che vorrebbe togliere dagli uffici pubblici anche la foto del presidente della Repubblica, e gli insulti di Feltri. Temo che finché non faremo questo salto culturale, finché non impareremo a valutare gli eventi che accadono alla luce di quel che sono realmente e non del tornaconto personale o di parte, continueremo a essere un Paese diviso. E a non affrontare i reali problemi della quotidianità: tribunali senza cancellieri e quindi impossibilitati a essere efficienti, scuole senza supplenti e con i bambini costretti a spostarsi da un’aula all’altra con la seggiolina sotto il sedere se l’insegnante è in malattia, ospedali con liste d’attesa semestrali e così via. Tutto passerà in secondo piano rispetto alle finte grandi questioni funzionali però alla creazione del consenso e al mantenimento del potere.
Due le considerazioni a margine. La prima è di tipo giuridico. Fermo restando che un po’ di buonsenso, da parte non tanto della Corte, bensì di chi ha fatto ricorso ad essa, non guasterebbe (la mia amica Lucia, che pure è antipatizzante del crocifisso nei luoghi pubblici, nemmeno ricorda se a scuola c’era o meno: significa che, pur non riconoscendosi in quel simbolo, non le ha dato così fastidio da turbarle lo sviluppo psicofisico), la sentenza è logica e normale in un laico Stato di diritto.
Infatti, i magistrati devono tener conto prima di tutto della legge. L’Italia è uno Stato confessionale o uno Stato laico? L’Italia è uno Stato laico da circa sessant’anni (art. 8 Cost.: “tutte le confessioni sono egualmente libere davanti alla legge”). Il crocifisso è un simbolo confessionale o laico? Il crocifisso è un simbolo confessionale da circa duemila anni. Ergo, se il simbolo è confessionale e lo Stato è laico non c’è assolutamente da scandalizzarsi se un tribunale sentenzia che esso va tolto. Altrimenti, perché non la mezzaluna o la stella di David?
Poi, possiamo argomentare che il crocifisso fa parte della tradizione culturale italiana, così come – da secoli – tutto il resto della dottrina e della simbologia cristiana (esempio paradossale: un ateo che smoccola bestemmia il Dio dei cristiani, per quanto non ne concepisca l’esistenza) e i magistrati di Strasburgo avrebbero anche potuto tenerne conto. Ma se i giudici invece di perdersi in bizantinismi e machiavellismi e cavilli vari, si riferiscono solo ed esclusivamente alla legge, ossia all’unico punto di riferimento che essi devono avere, fanno semplicemente il loro mestiere.
La seconda considerazione è che i partiti, tutti, nessuno escluso, hanno interpretato la sentenza in base a logiche politiche e non giuridiche: chi perché deve dimostrare di essere più laico degli altri, chi perché deve dimostrare la vicinanza al mondo cattolico, chi perché deve dimostrare, confondendo l’Unione europea con altre istituzioni, che in Europa son tutti mascalzoni perditempo, chi perché deve dimostrare che l’Eurabia paventata da Oriana Fallaci è ormai una realtà che ci sta sconfiggendo, chi perché deve dimostrare che tanto i giudici son comunisti dappertutto, non soltanto in Italia. Così si spiegano le provocazioni di Messori, che vorrebbe togliere dagli uffici pubblici anche la foto del presidente della Repubblica, e gli insulti di Feltri. Temo che finché non faremo questo salto culturale, finché non impareremo a valutare gli eventi che accadono alla luce di quel che sono realmente e non del tornaconto personale o di parte, continueremo a essere un Paese diviso. E a non affrontare i reali problemi della quotidianità: tribunali senza cancellieri e quindi impossibilitati a essere efficienti, scuole senza supplenti e con i bambini costretti a spostarsi da un’aula all’altra con la seggiolina sotto il sedere se l’insegnante è in malattia, ospedali con liste d’attesa semestrali e così via. Tutto passerà in secondo piano rispetto alle finte grandi questioni funzionali però alla creazione del consenso e al mantenimento del potere.
martedì 3 novembre 2009
Il megafono
E’ fenomenale come ogni nuova trovata berlusconiana trovi una sponda in Angelo "Megafono" Panebianco. Ufficialmente, lui è un terzista, ma poi se leggi i suoi commenti ti accorgi che è un terzismo solamente di facciata, in realtà gli va bene tutto quel che propone il centrodestra. Il Popolo delle Libertà è la forza campione del cambiamento? Verissimo! La riforma della scuola? Si faccia! Il governo italiano polemizza con le Nazioni Unite? Ha ragione! Un paio di ministri aprono un fronte polemico con i cineasti e gli operatori culturali? Ne hanno ben donde! Repubblica e i giornali di sinistra portano avanti le loro campagne? Puah, branco di faziosi!In particolare, Panebianco – non da oggi, di questo va dato atto – è un sostenitore del presidenzialismo o, comunque, del rafforzamento dei poteri dell’esecutivo. E’ quindi inevitabile che, nel momento in cui Berlusconi avanzi questa esigenza, il politologo editorialista del Corriere della Sera ne tratti da par suo.
L’articolo di stamani è un esempio molto interessante per capire il Panebianco style (o “italian way to megaphone”).
Si parte con un finto elogio al Partito Democratico che invece è, in primis, una bella scudisciata a Veltroni e Franceschini e, in secundis, un avvertimento a Bersani. L’incipit del commento, infatti, è: “c’è la tenue possibilità che l’elezione di Bersani contribuisca a rendere meno irrespirabile l’aria del Paese”. Nelle righe successive, il solito pippone sull’antiberlusconismo. E, in definitiva, la calda raccomandazione (la stessa di Berlusconi, a pensarci bene) al neosegretario piddino di non “continuare a dire che è tutto sbagliato, tutto da rifare”, ma, al contrario, “tentare di dialogare apertamente col governo cercando reali punti di incontro per poi poter rivendicare una parte del merito dei provvedimenti adottati”. In definitiva, se Berlusconi vuole l'ennesimo lodino a suo vantaggio, il PD non deve dire di no, bensì deve dialogare per poi rivendicare una parte (soltanto una parte, sia ben chiaro: lo strapuntino e siamo magnanimi; chissà se al PD viene riconosciuto almeno il diritto alla vaselina, visto che...) del merito. Beninteso, tra i punti di incontro auspicati da Panebianco uno è proprio la giustizia, ma – ahimè – “è improbabile che il Governo presenti un progetto di riforma che possa ottenere l’avallo dell’Associazione Nazionale Magistrati. E senza quell’avallo è difficile che il PD sia in grado di accordarsi col governo”. Un PD, dunque, schiavo dei giudici cattivi che impediscono le giuste riforme ideate dal governo. E’ tutto molto sottile, il politologo non usa la clava come farebbero un Feltri o un Belpietro qualsiasi. Però il messaggio rimane, e forte. Soprattutto, raggiunge un pubblico che non è così schierato come quello del Giornale o di Libero. Non rimangono, dunque, che le riforme costituzionali sulla forma di governo. Anche qui, però, ci sono problemi, rappresentati dalla potentissima lobby dei costituzionalisti, tradizionalmente uno dei poteri forti che soprassiede alle sorti dell’Italia. Essi sono tutti conservatori, denuncia il professore, non vogliono il presidenzialismo. Conclude Panebianco: “Convincere la cultura costituzionalista del Paese che la democrazia richiede governi istituzionalmente forti è un lavoraccio: troppi costituzionalisti pensano ancora il contrario. Ma è un lavoraccio necessario, se si vuole arrivare a risultati. Altrimenti, la ripresa del dialogo sulle riforme costituzionali sarà solo, come altre volte, una scusa per instaurare, per qualche mese, un clima meno avvelenato fra le forze politiche. Meglio di niente. Ma troppo poco, forse, per le esigenze del Paese”. Il laico e terzista Panebianco non si chiede e non si pone il problema del perché tanti costituzionalisti siano conservatori: forse perché non esiste la forma di governo perfetta e quel che va bene in un sistema non necessariamente funziona in altri? E forse anche perché modificare la Costituzione significa anche rivoluzionare un sistema di pesi e contrappesi e, nella realtà italiana attuale, tale processo esporrebbe più a pericoli che a opportunità? Ma questo a Panebianco non interessa.
Il procedimento logico che lui usa è chiaro e così riassumibile:
* Critica all’azione del Partito Democratico, non perché inesistente, ma perché troppo antiberlusconiano (!) e legato ai giudici.
* Auspicio che il nuovo segretario cambi rotta, non nel senso che dia una linea coerente (una qualsiasi, vista la confusione che regna da quelle parti) al partito, ma perché dialoghi con Berlusconi (sui temi cari a Berlusconi, peraltro).
* Il dialogo, praticamente impossibile sulla giustizia, si faccia perlomeno sui poteri di governo e parlamento.
* Disgraziatamente, ci sono resistenze anche su questa riforma che, però, è necessaria. Di più: l’unica realmente necessaria per le esigenze del Paese.
* Critica all’azione del Partito Democratico, non perché inesistente, ma perché troppo antiberlusconiano (!) e legato ai giudici.
* Auspicio che il nuovo segretario cambi rotta, non nel senso che dia una linea coerente (una qualsiasi, vista la confusione che regna da quelle parti) al partito, ma perché dialoghi con Berlusconi (sui temi cari a Berlusconi, peraltro).
* Il dialogo, praticamente impossibile sulla giustizia, si faccia perlomeno sui poteri di governo e parlamento.
* Disgraziatamente, ci sono resistenze anche su questa riforma che, però, è necessaria. Di più: l’unica realmente necessaria per le esigenze del Paese.
Intendiamoci: il ragionamento di Panebianco è legittimo. Basta che non vanti terzismo ogni volta che manda in pubblicazione un editoriale. Lo dica chiaro e tondo: "sono schierato anch’io, come Scalfari, benché mi piaccia usare toni diversi". Non ci sarebbe niente di male a riconoscerlo.
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