giovedì 17 giugno 2010

Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Paolo Granzotto

Lo scrivo sinceramente: sono meravigliato, quasi ammirato, dalle contorsioni intellettuali e dalle magnifiche arrampicate sugli specchi grazie alle quali chi scrive sui quotidiani filoberlusconiani giustifica le malefatte del centrodestra o addossa ad altri responsabilità che costoro non hanno.
Per dire.
Oggi un tizio scrive al Giornale e chiede da dove nasca il debito pubblico. Gli risponde il valoroso Paolo Granzotto, non nuovo a performance stile Uomo Ragno.
A una domanda del genere, un giornalista normale avrebbe risposto brevemente: fu negli anni Ottanta, con Craxi – un po’ per scelte di politica economica (spese pazze) e un po’ per il circolo vizioso scaturito da Tangentopoli – che il debito pubblico esplose, crescendo in maniera esponenziale. Fino al 1980 era ancora sotto controllo: certo, era cresciuto anche nel decennio Settanta (dal 40.5% fino al 58% del PIL), ma il boom si ebbe in quegli anni e, particolare non secondario, fu una caratteristica solamente italiana: quando Craxi andò al governo il debito era al 65% del PIL, dopo quattro anni era all’88.6%. E continuò a crescere con Andreotti (98% nel 1991) fino al record del 121.5% del PIL di fine 1994, quando si dimise il governo Berlusconi. Poi cominciò a scendere sempre più, fino al 2005 (governo Berlusconi) quando tornò a crescere dal 103.7% del PIL al 105.8%.
Una risposta del genere, per quanto vera, sarebbe però inaccettabile sulle colonne del Giornale. Autorevoli esponenti del Governo attualmente in carica (Stefania Craxi) potrebbero aversene a male per motivi familiari, altri (Giulio Tremonti) per motivi professionali, essendo stati all’epoca collaboratori di allegri ministri socialisti; importanti cariche del PdL (Fabrizio Cicchitto) potrebbero protestare per la loro vicinanza a Bettino; per tacere di quei collaboratori del quotidiano di Feltri (Francesco Forte, Paolo “Geronimo” Cirino Pomicino) che all’epoca erano in quei governi con ruoli anche di primo piano nella formazione del bilancio statale. E non nomino il Capo Assoluto, l’Unto dal Signore, grande amicone e sostenitore di quel presidente del Consiglio che gli fece pure da testimone di nozze.
Ma Granzotto raccoglie il guanto di sfida e spiega così l’origine del debito pubblico italiano: “da dove parte il debito pubblico. Presto detto, dal 26 marzo 1876. Il giorno precedente, aveva giurato il governo presieduto da Agostino Depretis, che succedeva a quello di Marco Minghetti. Raccogliendo il testimone da Quintino Sella, costui portò a termine un’impresa titanica anche per i tempi: riportare in pareggio i conti del Regno molto mal messi per via delle spese sostenute per l’unificazione. Fu, quella perseguita da Sella e da Minghetti, una severa e implacabile e impopolare «politica della lesina» che costò sacrifici a tutti, ma non c’era altro da fare se si intendeva davvero sanare un buco di 700 milioni, 400 dei quali rappresentati da debiti contratti con la vendita di obbligazioni. Per la destra storica fu un trionfo che pagò amaramente perdendo le elezioni, vinte dalla sinistra che prese dunque per la prima volta il potere. Tenendoselo stretto un bel pezzo e prendendo subito a spendere e spandere - un po’ per necessità, un po’ per demagogia - più di quanto lo Stato incassava. Da allora, da quel marzo 1876 e fanno quasi centoquarant’anni, il debito pubblico non ha fatto altro che lievitare, quando più, quando meno”.
Hai capito di chi è la colpa?

Ma della Sinistra, ovviamente!
Granzotto, però, non dice che quella Sinistra non aveva niente a che fare con la Sinistra odierna (per questo la si definisce “storica”). Era un gruppo di borghesi liberali, soltanto un po' più progressisti dei borghesi liberali conservatori della Destra storica (giusto un esempio: volevano il suffragio maschile per istruzione anziché per censo, riforme di questo tipo), niente a che vedere con i socialisti e dintorni. Ma tutto fa, l’importante è che passi il concetto che la sinistra prese “per la prima volta il potere” e cominciò “subito a spendere e spandere” (che poi, anche su questo, sarebbe da scriverci un trattato perché le cose stanno in modo un po’ più complesso di come la mette il giornalista).
Ma la ricostruzione non regge nemmeno e soprattutto sotto il profilo economico. A un esame di storia economica Granzotto verrebbe bocciato senza pietà. Fermo restando che nel 1876 fu raggiunto il pareggio del bilancio e non l'azzeramento del debito (che rimase ancora attorno all'80% del PIL), che in cento anni è cambiato tutto in economia e che nel frattempo ci sono stati pure due conflitti mondiali che hanno inciso non poco su tali questioni, non è vero che dopo Sella ci furono centoquarant’anni di debito che lievita. Esso tornò sotto controllo a partire dagli ultimi anni del diciannovesimo secolo, poi riesplose (fino al 160% del PIL) durante la Grande Guerra, ridiscese a livelli sostenibili durante il fascismo ed ebbe un nuovo picco durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, però, a causa dell’inflazione il debito si era rimpicciolito come mai prima, ammontava a poco più del 20% del PIL. Una sciocchezza. Così come è una sciocchezza la ricostruzione di Granzotto.
Che poi, impeterrito, prosegue nel suo sproloquio: “Un impulso fortissimo lo ebbe subito dopo il 1968, con la rincorsa dei vari governi per primeggiare nella «spesa sociale» richiesta a gran voce dall’opposizione. Fu allora che il debito divenne «incontrollabile», che fiorirono i «postifici» e le tante inutili opere di regime”.
Ecco, già. Il Sessantotto. Ci mancava, in effetti, che la colpa fosse, oltre che della Sinistra, pure del Sessantotto (l’editorialista non nomina Prodi e Visco perché è proprio impossibile, ma si intuisce che ne avrebbe una gran voglia di buttare pure loro nel calderone). Peccato che, come detto all’inizio, il Sessantotto c’entri come i cavoli a merenda. A meno di non posticiparlo al 1983... ma questo, chissà, potrebbe essere oggetto della prossima arrampicata sugli specchi.

per i dati, sul web sono disponibili questi studi particolarmente interessanti, a mio avviso: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef_31/QEF_31.pdf

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