venerdì 18 giugno 2010

Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Paolo Granzotto (bis)

Adesso che ho scoperto Paolo Granzotto, mi sto rileggendo altre sue perle. Ricostruzioni storiche fantastiche. Fantastiche in entrambe le accezioni del termine: che destano stupore e che sono frutto di fantasia.
L’11 giugno scorso, per esempio, un lettore chiede: “prima del 25 luglio 1943 e cioè per tutti i ventuno anni di regime, esisteva, operava in Italia un movimento antifascista?”.
Risposta: “no. Casi isolati, qualcuno (praticato per lo più da fuoriusciti, a Parigi e in Isvizzera), ma prima della caduta di Mussolini un attivo e organico movimento antifascista nel Paese, no, non ce n’era traccia”.
Ora. Per smontare la ricostruzione granzottiana basterebbe notare che il regime fascista era una dittatura e quindi, per definizione, qualsiasi movimento antifascista nel Paese aveva vita ben difficile. Comunque, qualcosa c’era e andava assai al di là di “casi isolati”.
Nella prima fase del regime, per esempio, c’era la rivista Rivoluzione Liberale. L’avranno letta in pochi, chi lo nega, ma c’era e dava noia: tant’è che fu fatta chiudere per ordine di Mussolini e il suo fondatore e direttore, Piero Gobetti, fu picchiato duramente: una disfunzione cardiaca aggravata – se non addirittura causata – dalle violenze subite lo portò a morte prematura (nemmeno venticinque anni). Sempre a quel periodo risale l’Unione Nazionale di Giovanni Amendola, anch’egli poi morto a seguito delle percosse per la sua attività antifascista. Nel periodo successivo ci fu l’esperienza breve e difficile della “Concentrazione”, ci fu Giustizia e Libertà, ci furono il Partito Socialista e il Partito Comunista. Non facevano chissà che cosa, per carità, c’era la dittatura e non è che fossero anni di vacche grasse. Però c’erano. Divisi tra loro – e la polemica montò soprattutto nella seconda metà degli anni Trenta – ma c’erano. Con iniziative magari velleitarie (il lancio di volantini su Milano nel 1930 o il fallito attentato a Umberto di Savoia nel 1929, azioni appoggiate da Giustizia e Libertà), ma pur sempre iniziative. Insomma, non fecero niente di particolare, non erano neanche numerosi, ma da qui a dire che “non ce n’era traccia” ce ne corre. A meno di gettare nel dimenticatoio, oltre a Gobetti e Amendola, pure Emilio Lussu, Fausto Nitti, Ferruccio Parri, Lauro De Bosis (morto nel 1931 dopo un lancio di volantini antifascisti su Roma) e tanti altri. Un nome su tutti: Antonio Gramsci, che morì in prigione perché, disse il pm Isgrò, “per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”.
Un autore che non può essere tacciato di partigianeria marxista come Renzo De Felice scrive: “pur tra non poche difficoltà i fuorusciti svolsero un’intensa attività pubblicistica, riuscendo anche a far entrare clandestinamente in Italia alcune delle loro opere pubblicate all’estero. Del resto fu subito evidente l’impossibilità di puntare a qualcosa di più impegnativo di conferenze e opuscoli contro il fascismo (…) venuta meno la possibilità di servirsi dei vecchi passaporti per lasciare l’Italia, il drastico giro di vite deciso dal governo nel novembre 1926 indusse i responsabili dei partiti di opposizione a favorire soprattutto la fuga degli esponenti più anziani e più in vista, lasciando preferibilmente i più giovani in Italia per organizzare nei limiti del possibile la resistenza” (R. De Felice, Breve storia del fascismo, Milano 2001, pp. 56-57).

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