Caro Stefano Fassina,ho letto con interesse il tuo intervento sul Manifesto circa la presenza (presenza?) del Partito Democratico alla manifestazione Fiom di sabato scorso. Diciamo che, in linea di massima, concordo con te. A partire da quella chiosa finale: “a differenza di quei movimenti leaderistici ansiosi di superare la soglia elettorale del 5%, il PD non può permettersi il lusso di lasciare ad altri il gravoso compito della costruzione dell’unità dei lavoratori”.
Più ancora, la penso come te quando scrivi: “Un partito serio non è collezione di adesioni a piattaforme altrui. Un partito serio è declinazione autonoma, sintesi possibilmente alta, di interessi parziali e rivendicazioni tematiche intorno a una visione orientata all’interesse generale”.
E allora, caro Fassina, facciamola questa declinazione autonoma.
Dici che c’è già, che ha torto Valentino Parlato quando sostiene che il PD non sa cosa dire?
Bene, esponila.
Invece di fare la filosofia politica e di discettare sul perché e percome Bersani non c’era e Fassina sì, spiega una volta per tutte e con parole comprensibili anche agli ignoranti come me qual è la posizione del partito sul contratto unico di inserimento, sui passi concreti da fare affinché il costo del lavoro di un precario non sia più basso di quello di un lavoratore a tempo indeterminato, sui diritti acquisiti. Non lo voglio più sentire Bersani che dice “la facciamo una riflessione per un nuovo patto sociale?”: voglio, invece, che il segretario del principale partito di opposizione passi dalle dichiarazioni di intenti ai fatti e prenda lui, in prima persona, l’iniziativa mettendo sul tavolo la sua proposta di nuovo patto sociale.
Ho quarantuno anni, quindi lavoro già da qualche annetto e nella mia vita professionale ho incontrato i sindacati soltanto negli ultimi mesi. Non perché non li ho cercati, ma perché è verissima la critica che viene loro fatta di occuparsi solamente di metalmeccanici, di grandi aziende e di impiegati statali. Il mondo della piccola impresa – parlo di quella con meno di quindici dipendenti –, delle partite Iva travestite da dipendenti, dei contrattisti a progetto, dei lavoratori di aziende di servizi alle imprese è sconosciuto ai Landini, sicuramente anche agli Angeletti e ai Bonanni (altrimenti si sarebbero comportati diversamente negli ultimi anni) e, temo – spero di no, ma non metterei la mano sul fuoco –, pure agli Epifani. La mia – e pure la tua, caro Fassina – generazione andrà in pensione a settant’anni, avrà una rendita più bassa dell’attuale minima dei nostri genitori e per molti di noi sarà impossibile anche costruirsi una previdenza integrativa perché gli stipendi e il costo della vita sono quelli che sono. Questi sono i problemi reali con cui fare i conti e né i sindacati, né il PD (tantomeno gli altri partiti) stanno dando risposte decenti in merito. Come l’altra sera ad AnnoZero, quando l’imbarazzo di Bersani di fronte alle lavoratrici dell’Omsa era palpabile e non perché, da esponente dell’opposizione, fosse impotente, ma perché non aveva non dico una proposta, ma nemmeno un motivo di speranza da poter trasmettere a quelle persone.
Caro Fassina, c’è tutto un mondo là fuori – qua fuori – dalla sede nazionale del PD che non aspetta altro che tre-proposte-tre sul nuovo welfare state. Ebbene, fatele. E non parlate d’altro per un mese. Niente chiacchiere su primarie, alleanze, nuovi Ulivi, correnti interne, berlusconimerda. Solo le tre-proposte-tre. Senza paura di scontentare qualcuno, ché tanto a non prendere posizione ne scontentate ancora di più. Poi vedrete che anche la presenza o meno ai cortei diventerà una questione secondaria, buona tutt'al più per la polemica di giornata del Di Pietro di turno, ma subito dimenticata.
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