domenica 28 febbraio 2010

Per una volta il PD sono loro

Sarà che non ho una grande confidenza con il romanesco stretto, però a me la versione di Alfredo Milioni pare leggermente diversa da quella ufficiale diramata dal suo partito.
A sentir lui, incalzato da testimoni, sarebbe arrivato, poi è andato a mangiare un panino, forse ha portato con sé anche dei fogli (il sospetto dei radicali, sembra di capire, è: per completare le firme), se l'è presa comoda e poi quando è tornato, con l'altro suo compare che c'aveva d'annà a casa sua era mezzogiorno passato.
Dal comunicato ufficiale del Popolo delle Libertà, invece, vien fuori uno scenario assai più complottardo, con i due delegati che hanno trovato ostacoli in soggetti non ben identificati, componenti della commissione, forze dell'ordine e fors'anche le cavallette, gli ufo, gli intellettuali di sinistra, Di Pietro, Bersani, la Spectra e Pietro Gambadilegno.

Come sono andate le cose non lo so, ma se da un lato è vero che la democrazia non può essere uccisa dalla burocrazia, mi chiedo quale necessità ci sia di consegnare liste e simboli all'ultimo minuto dell'ultimo giorno disponibile e, soprattutto, perché un partito che non ha problemi di risorse umane ed economiche non si organizzi per tempo quando sa già da anni che se vuol presentarsi alle elezioni ha delle procedure da rispettare.

(Le domande sono ovviamente retoriche: liste chiuse all'ultimo momento eccetera eccetera, ma rimane il punto: che si sarebbe votato a marzo 2010 si sapeva da quel dì...)

sabato 27 febbraio 2010

Colpa sua, colpa sua!

Un evento storico, si apre una nuova pagina
Il voto per corrispondenza è uno scandalo”.
Renato Schifani, sulla legge regolante il diritto di voto per gli italiani all’estero, ha sempre avuto idee nette. Non coerenti, ma nette. La prima delle due dichiarazioni è del dicembre 2001, la seconda di questi giorni, l’autore è sempre lui.
Cosa è cambiato nel mezzo?
A pensar male spesso ci si indovina e allora provo a dire la mia, confortato anche dall’editoriale di Maurizio Belpietro di stamani su Libero che andrebbe letto da cima a fondo per come riesca tanto efficacemente nell’operazione “capovolgimento della realtà”. In particolare, mi ha colpito un passaggio: “soltanto ora, con il caso Di Girolamo, risulta chiaro che non si può lasciar eleggere sconosciuti i quali spesso si comprano la nomina e una volta eletti neppure si presentano in Parlamento, ma continuano a coltivarsi i loro interessi godendosi stipendio e diarie”.
E’ un passaggio falso in due punti. Il primo, laddove dice che “spesso” i parlamentari si comprano la nomina. Spesso? Si comprano? No, un momento. Qua c’è un reato penale, ex art. 416ter c.p.: voto di scambio. Non risulta che, al di là del caso Di Girolamo, altri siano stati inquisiti o condannati. E poi: è proprio vero che costoro sono così assenti? No, assolutamente, l’indice di attività è in media con quello dei rispettivi gruppi parlamentari: la stessa pietra dello scandalo ha partecipato in questi venti mesi al 92.17% delle votazioni (incluse missioni).
Dunque?
Dunque, stiamo assistendo a un tipico caso di rovesciamento delle responsabilità.

Insomma: qualcuno questo Di Girolamo deve pure averlo candidato, ma come si fa a dirlo?
Allora cominciamo a concentrare l’attenzione sulla legge sul voto degli italiani all’estero, alle sue magagne, alle sue lacune che pure da anni erano note. Forse qualcuno pensava di poterle gestire meglio. E invece nel 2006 proprio il voto degli emigrati fece vincere il centrosinistra (anche se nessuno ricorda tutti i problemi che il mitico Luigi Pallaro creò al governo Prodi), e invece nel 2008 c’è stata la grana Di Girolamo. Vai, trovato il capro espiatorio. I sindacati. Gli eletti all’estero. La legge fatta male. Tutto, pur di non concentrarsi troppo sulla domanda chiave: ma quanti personaggi ambigui candida il Popolo delle Libertà?
Occhio, perché il problema del voto degli italiani all’estero e dei loro rappresentanti e del come si vota è reale, esiste, è da risolvere. Peccato che i motivi per cui se ne parla non sono quelli giusti e reali.

venerdì 26 febbraio 2010

Piccolo thesaurus processuale

Assoluzione: ai sensi dell’art. 530 cpp, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione:
* se il fatto non sussite;
* se l’imputato non lo ha commesso;
* se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato;
* se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per altra ragione;
* quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile;
* se vi è la prova che il fatto è stato commesso in presenza di una causa di giustificazione o di una causa personale di non punibilità.

Prescrizione del reato: ai sensi dell’art. 157 cp, “la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge (…) Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato”.

Assoluzione = la persona non ha commesso reato.
Prescrizione = la persona ha commesso reato, ma – porca pupazza – è passato troppo tempo e quindi il reato è estinto e la persona non è più perseguibile.

Esempio 1:
Le Sezioni Unite della Cassazione hanno annullato senza rinvio per estinzione del reato la condanna a 4 anni e sei mesi di reclusione per l'avvocato David Mills, accusato di corruzione in atti giudiziari, fatte salve le statuizioni civili a favore della Presidenza del Consiglio, così come stabilito dalla Corte di Appello di Milano il 27 ottobre 2009
Tipico caso di prescrizione del reato.

Esempio 2:
La suprema Corte ha preferito applicare la giustizia all’italiana, decidendo di mandare assolto l’imputato” (Maurizio Belpietro, Libero, 26 febbraio 2010)
Dopo l’assoluzione dell’avvocato Mills polemiche dell’opposizione” (Paolo Di Giannantonio, Tg1 ore 13.30, 26 febbraio 2010)
La Cassazione non ha detto che Mills è colpevole” (Niccolò Ghedini, Il Giornale, 26 febbraio 2010)
Tipici casi di manipolazione della realtà.

giovedì 25 febbraio 2010

Fenomenologia di Alessandro Sallusti

Va di moda Alessandro Sallusti, condirettore de Il Giornale, stessa pettinatura di Augusto Minzolini, che ormai zompa da un Ballarò a un AnnoZero in quota “un giornalista di destra ci vuole sennò la trasmissione la possiamo chiudere un’ora prima”.
Ecco alcune perle di quel che ha scritto in questi anni e che, forse, spiegano meglio di tanti discorsi un certo modo di fare giornalismo.
Classe 1957, a Libero si occupa di Rai. Poi, nel 2004, il salto di qualità pubblicando a rate i verbali degli interrogatori all’ex patron di Parmalat. E così per quasi un mese fu un fiorire di titoli di questo tipo: “Tanzi: così ho pagato Prodi”, “Tanzi: ho pagato anche Casini”, “Tanzi: mi è costato anche Scalfaro”, “Tanzi: borsa di soldi a Giuliano Ferrara”, “Tanzi: soldi al ministro Alemanno” e così via. Inutile dire che, a distanza di anni non si hanno notizie di condanne a questi personaggi che hanno incassato così tanto denaro, ma all’epoca furono abbastanza esposti al pubblico ludibrio. Il Sallusti di oggi è maturato e scrive “sospetti infamanti e nessun riscontro. Così è barbarie”. All’epoca evidentemente no. Forse perché quegli articoli li firmava lui e dunque andava bene così?

Eppure qualche scoop ogni tanto lo ha fatto.
Per esempio, è stato lui il primo a parlare – in tempi non sospetti, quando ancora la Patrizia D’Addario era nota solamente ai puttanieri pugliesi – del lettone di Putin: (Berlusconi) “racconta la storia del suo nuovo letto a baldacchino che si è fatto fare per la sua dimora romana identico a quello nel quale dorme Putin al Cremlino e che si dice fu dello zar: ‘quando l’ho visto ho provato invidia, non potevo non averne uno anch’io’” (Libero, 22 novembre 2006)

Sallusti ha una visione molto cauta e aperta riguardo gli immigrati e tutti coloro che non hanno un cognome proprio italiano italiano: “Ciondolare per il Paese senza permesso di soggiorno sarà finalmente reato, i trasgressori in attesa di espulsione potranno essere trattenuti nei centri di accoglienza non due, ma sei mesi, per accedere a qualsiasi servizio di questo Paese bisognerà presentare documenti in regola, per le giovani fanciulle che intortano i nostri anziani fino a sposarli non sarà così semplice, una volta rimaste vedove, subentrare nella pensione” (Libero, 14 maggio 2009).
Sulla politica estera il Nostro non ha problemi di sorta a districarsi tra le sottigliezze della diplomazia e ne dà prova, con la moderazione che gli è propria, su Libero il 21 maggio 2009: “Obama come Giuda. Il presidente Usa ci sorride, ma convoca Gorbaciov: aiutami a fermare l’Italia berlusconiana. Obiettivo: spezzare l’asse Silvio-Putin e avere mano libera sull’Europa”.
Pacati pure i giudizi sui leader dell’opposizione in Italia: (Bersani) “ha fatto il presidente della Comunità Montana e il ministro. Cioè non ha mai fatto nulla nella vita” (Il Giornale, 17 ottobre 2009); “chi è più sciacallo sui terremotati? La banda Anemone-Balducci o quella Bersani-Di Pietro?” (Il Giornale, 22 febbraio 2010).

Ma del resto, come nei telefilm americani dove c’è il poliziotto buono affiancato a quello cattivo, è lui – nel tandem che ha instaurato da anni con Vittorio Feltri – a fare il lavoro sporco. Per dire: la moglie più famosa d’Italia è arrabbiata con il marito? Chi si incaricherà di sputtanarla? No doubt: “Dunque Veronica Lario da anni ha un compagno e questo può aiutare a spiegare molte cose accadute e di cui si discute accanitamente” (Libero, 1 giugno 2009). Il delfino più longevo d’Italia va riportato nei ranghi? E chi altri può occuparsene se non il Nostro? (Fini) “più che un alleato, o meglio numero due dello stesso partito, continua a porsi come il rivale di Berlusconi che pure lo ha prima sostenuto e poi sdoganato dal ghetto della destra fino a portarlo in carrozza sulla poltrona di terza carica dello Stato. In politica la riconoscenza è merce rara” (Il Giornale, 11 novembre 2009). C’è da dire quel che nessuno avrebbe mai osato dire su un giornalista? Ecco qua: “Gad Lerner in tv processa i cattolici (…) il giornalista come è noto non è cattolico. E’ di religione ebraica e non si è mai sognato di imbastire una puntata sul più grande scandalo finanziario degli ultimi anni, quello che ha visto come protagonista Bernard Madoff, ebreo” (Il Giornale, 10 febbraio 2010).

O ancora – la perla finale –: c’è da giustificare preventivamente un provvedimento a uso e consumo della propaganda elettorale come il disegno di legge sui candidati non condannati? Ecco la Sallusti’s version, sul Giornale del 23 febbraio 2010: “Chi in questi giorni fa la predica a Berlusconi e al PdL non ha alcun titolo per rivendicare una moralità o una verginità superiore. Semmai colpisce la loro ipocrisia, che in politica è reato assai più grave della concussione perché la prima non può essere perseguita per legge. Meglio, molto meglio, il sano e apparentemente contraddittorio buonsenso di Silvio Berlusconi. Che credo si possa tradurre così: garantisti sì, fessi o complici no” (complici, ovviamente, non dei ladri… della magistratura!, ndb).

martedì 23 febbraio 2010

Un nome non nuovo...

Eppure io questo Nicola Di Girolamo l'avevo già sentito nominare...
Ma sì!

Fenomenologia di Marco Travaglio

Tempo fa ci fu una puntata di Annozero dedicata alla crisi economica e alle strategie per uscirne. C’era Ignazio Marino, c’era Massimo Giannini e poi non ricordo bene chi c’era dall’altra parte, forse Italo Bocchino. Ognuno degli ospiti argomentava le proprie ragioni, per quanto diverse potessero essere, in modo pacato e il confronto si seguiva meglio che in altre circostanze, anche se forse era poco entusiasmante e non avrebbe attirato il solito titolo del venerdì sul Giornale contro Santoro. Poi ci fu l’editoriale di Marco Travaglio – tutto incentrato sul tema corruzione, Mills, mafia e riciclaggio – e la trasmissione andò in vacca. Per la gioia di Vittorio Feltri (e forse pure dell’Auditel).
Questo episodio mi veniva in mente quando ho saputo del casino scoppiato giovedì scorso e dello strascico giornalistico epistolare successivo.


Marco Travaglio avrebbe potuto essere il numero uno, il re, l’imperatore dei cronisti giudiziari italiani. Il più autorevole di tutti. Perché, a differenza di altri, quando cita un articolo di codice penale sa di cosa parla. E ha una memoria – o una banca dati – formidabile. Inoltre, last but not least, sa pure scrivere, qualità di cui non tutti i giornalisti professionisti sono dotati. Però fare i cronisti giudiziari forse non rende abbastanza, c’è da farsi un mazzo così e in più vai a letto con l’ansia che, pur avendo fatto in pieno il tuo dovere, il collega del giornale concorrente, assai meno bravo di te, domani esca con lo scoop del secolo, magari soltanto perché passava da lì per coincidenza o perché l’avvocato suo amico casualmente si ritrova a essere difensore di quel personaggio coinvolto in un’inchiesta scottante.
Così Travaglio ha preferito essere qualcosa d’altro. Una via di mezzo tra Savonarola, Grillo e Forattini. In questa maniera ha ammiratori e detrattori, ma non lettori (o ascoltatori). Travaglio non lo si legge (non lo si ascolta) per capire, per saperne di più. Lo si legge (ascolta) per incensarlo a prescindere o criticarlo a prescindere.
E’ una deriva pericolosa ed è un peccato che il diretto interessato non si renda conto che lui è il primo a farne le spese. Come ho già scritto giorni fa, qualcuno più puro e duro di te si trova sempre. E siccome nessuno di noi è l’Essere Perfettissimo, se non trovi qualcuno più puro di te, sicuramente incapperai in qualcuno molto più stronzo e cinico che scoverà una tua debolezza sguazzandoci allegramente e, per quanto questa debolezza possa essere insignificante, essa assumerà i contorni di una macchia indelebile (che poi è quel che stava succedendo giovedì scorso ad Annozero).
La deriva è pericolosa anche per un altro motivo: il SavonarolaGrilloForattini di turno, preso da un meccanismo ormai innescato e sempre più difficile da gestire, arriverà prima o poi al punto di non ritorno. Il Savonarola che c’è in te ti indurrà a condannare senza pietà qualcuno, equiparandolo al Male Assoluto solo perché la pensa diversamente o perché dodici anni fa pagò con un giorno di ritardo la bolletta del telefono. Il Grillo che ti ha invaso ti porterà a confondere i fatti con le opinioni, la realtà oggettiva con i desideri personali, sfanculando chi non si adegua a quella particolarissima visione. Il Forattini che ti possiede ti porterà a osare giochi di parole sempre più inutilmente offensivi e che non fanno nemmeno ridere.

Penso che Travaglio sia convinto che così facendo si possa erodere il consenso di cui gode Berlusconi. Io sono convinto del contrario. Ma non è questo il dato di fondo. Il dato di fondo è che io spero che Travaglio torni a essere il giornalista che era e poi diventi il giornalista che potrebbe essere se solo lasciasse da parte le letture politiche (non sono campo per lui, spiace dirlo, ma ci capisce davvero poco), il calembour fine a sé stesso, l’opinione che condiziona i fatti, la generalizzazione e la genericizzazione, la troppo alta considerazione della propria persona fino a pensare di essere insostituibile (benché Santoro su questo aspetto l'abbia rimbalzato).
In due parole, la vanagloriosa autoreferenzialità.

lunedì 22 febbraio 2010

Governo del fare, sì... Ma "come" fa ce lo chiediamo?

Per motivi di lavoro, in questo periodo sto contattando gli istituti superiori della mia provincia alle prese con l’orientamento ai ragazzi che terminano la scuola dell’obbligo e devono iscriversi al prossimo anno scolastico. Ebbene, che siano licei o istituti tecnici, tutti – compreso quello dove la dirigente è assessore comunale PdL – hanno ripetuto i soliti due concetti: quest’anno abbiamo ancora meno soldi rispetto agli anni scorsi; noi avremmo già iniziato a fare l’orientamento se solamente avessimo saputo per tempo cosa raccontare ai ragazzi perché le circolari ministeriali lasciano oscuri alcuni passaggi (a onor del vero, ci sono da giovedì scorso). Perdipiù, in città si è aperta una lotta tra l’Istituto Tecnico per il Turismo e l’Istituto Tecnico Commerciale che attiverà, dal prossimo anno, un corso per il turismo, con la prima delle due scuole che rivendica di essere l’unica in zona a poter fare certe cose e l’altra che ribatte che con la nuova legge ne ha diritto pure lei. Insomma, se i quattordicenni possono – ne hanno il diritto, vista l’età – non avere le idee chiare, gli adulti ci mettono del loro a complicargliele ulteriormente.
Ieri sera, poi, vedevo la trasmissione di Raitre condotta da Riccardo Iacona sul post-terremoto a L’Aquila. In particolare, le “case di Berlusconi”, quelle nelle cosiddette new town. Bellissime, la gente entra dentro e trova tutto, anche le tovaglie e i bicchieri. Ma quanto son costate? E, soprattutto, son così ingrate quelle persone che avrebbero preferito una casetta di legno, ma vicino a dove abitavano prima e insieme al giro di conoscenze che già avevano, e che ora si lamentano perché vivono in abitazioni molto più che dignitose, ma a dieci, venti o più chilometri e con vicini completamente sconosciuti?

Cosa c’entrano le scuole superiori della mia città con la ricostruzione dell’Aquila?
C’entra che entrambe le situazioni sono figlie di quella cultura – che dico cultura: propaganda – del fare di cui ha parlato ieri Ilvo Diamanti su Repubblica. Non si guarda all’efficacia o all’efficienza. Si fa e basta e quello è già un valore in sé. Non importa se i ragazzi hanno strumenti migliori o peggiori per programmare il proprio futuro lavorativo, importa dire “riforma Gelmini”. Non conta se la ricostruzione di un paese terremotato è fatta bene o male e una persona che magari già ha perso i propri familiari è sradicata dal contesto sociale in cui ha vissuto, conta dire “guarda che bella casa ti do, c’è pure la lavastoviglie”.

Credo che tutto ciò sia un aspetto importante e portante del berlusconismo e che però noi siamo portati a sottovalutare. Ci scandalizziamo – io per primo, basti vedere quanti post ho dedicato all’argomento – per l'arrogante faziosità di Minzolini e Belpietro, ci indigniamo per come il presidente del Consiglio si difenda dai processi, ci viene da vomitare per le menzogne dei tanti berluschini che imperversano nelle tv.

Ma pensandoci bene cosa è che legittima, di fronte agli occhi di tanti italiani, certi comportamenti? E’ proprio la propaganda del fare.
"Sì, Berlusconi ha il conflitto di interessi, ma ha tolto il pattume da Napoli".
"Vero, Berlusconi avrà pure corrotto, ma quale imprenditore in Italia per tirare avanti non ha pagato tangenti o commesso reati e comunque Berlusconi perlomeno fa, mentre quegli altri erano sempre a litigare".
"D’accordo, Minzolini è fazioso, ma il governo è vero o non è vero che ha fatto la riforma della scuola?"
Questi sono i nuovi luoghi comuni della politica italiana, imposti dai media schierati unilateralmente.

“Ha fatto”, “non ha fatto”.
Il “come” non esiste più.

Magari mi illudo, ma se l’opposizione riuscisse a riportare l’attenzione dell’opinione pubblica su quel “come”, probabilmente comincerebbe a sgretolare uno dei pilastri su cui poggiano le fortune berlusconiane. Molto più che stare a gridare, un giorno sì e l’altro pure, che quello è piduista, mafioso, corrotto e arrogante. Concentriamoci sulle questioni concrete, smontiamo questo falso mito del buongoverno, ché tanto si è visto che l'ordalia su Berlusconi non produce risultati che per lui.

(in foto: A. Lorenzetti, Effetti del buon governo in città, 1337-1340)

domenica 21 febbraio 2010

Sanremo e dintorni

Ieri sera - stanotte - commentavo con un'amica il Festival di Sanremo.
Per quel che può valere il mio pensiero, in linea generale (ed è una considerazione che non vale solamente per la rassegna canora) la penso così. E dissento fortemente da questo enunciato.

La penso esattamente come lui

Parole sensate, riformiste, che - molto meglio di tanti travagliati pistolotti - riflettono pienamente il mio pensiero. In particolare, il terzultimo capoverso, quello riguardante la democrazia rappresentativa.

MAPPE
L'ideologia del fare
di ILVO DIAMANTI

È l'era del "fare". I fatti contrapposti alle parole. Quelli che "fanno" opposti a quelli che "dicono". E perdono tempo a discutere, controllare, verificare. È un argomento caro al premier. Ripreso, in questi giorni, con particolare insistenza per replicare alle polemiche.
Polemiche sollevate dalle inchieste della magistratura sull'opera della Protezione civile, in Abruzzo dopo il terremoto e alla Maddalena, in vista del G8 (in seguito spostato a L'Aquila). E, ancor più, contro le critiche al progetto di trasformare la Protezione civile in Spa per meglio affrontare ogni emergenza. Allargando il campo dell'emergenza fino a comprendere ogni evento speciale e straordinario. Per visibilità e risorse investite. Oltre alle celebrazioni del 150enario dell'Unità d'Italia: i giochi del Mediterraneo e i Mondiali di nuoto; l'Anno giubilare paolino, l'esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Cupertino, e i viaggi del Papa in provincia (perché non quelli del presidente della Repubblica e del premier?). Insomma, tutto quanto fa spettacolo e richiede grandi quantità di mezzi. Affidato alla logica della "corsia preferenziale", superando i vincoli imposti dalle regole, dalle procedure. Dagli organismi di controllo istituzionali. Per sottrarsi ai tempi e alle fatiche della democrazia.

Che spesso delude i cittadini. E impedisce al governo di produrre risultati da esibire, come misura dell'efficacia della propria azione.

La mitologia del "fare" è alla radice del successo politico di Silvio Berlusconi. Il sogno italiano. L'imprenditore che si è "fatto" da sé. Dal nulla ha costruito un impero. In diversi settori. Da quello immobiliare a quello editoriale. A quello mediatico. Anche nello sport, ovviamente. Ha sempre vinto. Dovunque. E ha imparato che, se vuoi "fare", le regole, le leggi e, peggio ancora, i controlli a volte sono un impedimento. I giudici e i magistrati, per questo, possono rappresentare un ostacolo. Perché non sono interessati ai risultati, ma alle procedure. Alla legittimità e non alla produttività. Anche se nell'era di Tangentopoli i giudici erano celebrati da tutti (o quasi). Tuttavia, allora apparivano non i garanti della giustizia, ma i "giustizieri" di una democrazia malata. Bloccata e soprattutto improduttiva. Ostile ai cittadini e agli imprenditori.
Sul mito del "fare" si basa l'affermazione del politico-imprenditore alla guida di un partito-impresa, che gestisce la politica come marketing e promette di governare il paese come un'azienda. Anzi: di guidare l'azienda-paese. In aperta polemica con il professionista politico e il partito di apparato.


Si delinea, così, un modello neo-presidenziale di fatto. Realizzato su basi pragmatiche ed economiche. Quindi, molto più libero da regole e controlli rispetto ai sistemi presidenziali e semi-presidenziali effettivamente vigenti nelle democrazie occidentali.

L'evoluzione della Protezione civile è coerente con questo modello. Ne è il prodotto di bandiera, ma anche il modello esemplare. In fondo, Bertolaso anticipa e mostra quel che Berlusconi vorrebbe diventare (e costruire). È il suo Avatar. Affronta emergenze "visibili" e produce per questo risultati "visibili". In tempi rapidi. Puntualmente riprodotti dai media. Napoli. Sepolta dall'immondizia. L'Aquila devastata. Poi, arriva Bertolaso. L'immondizia scompare. Le prime case vengono consegnate a tempo di record. Sotto i riflettori dei media. Che narrano il dolore, l'emozione. E i successi conseguiti dal premier-imprenditore attraverso il suo Avatar. Aggirando vincoli e procedure. Perché nelle calamità, come in guerra, vige lo Stato di emergenza, che non rispetta i tempi della democrazia e della politica. Da ciò la tentazione di estendere i confini dell'emergenza fino a comprendere i "grandi eventi". Cioè: tutto quel che mobilita grandi investimenti, grandi emozioni e grande attenzione.
La Protezione civile diventa, così, modello e laboratorio per governare l'Italia come un'azienda. Dove il presidente-imprenditore può agire e decidere "in deroga" alle regole e alle norme. Perché lo richiede questo Stato (di emergenza diffusa e perenne). Dove il consenso popolare è misurato dai sondaggi. Dove, per (di) mostrare i "fatti", invece che al Parlamento ci si rivolge direttamente ai cittadini. O meglio, al "pubblico". Attraverso la tivù. Dove anche la corruzione diventa sopportabile. Meno "scandalosa", quando urge "fare" - e in fretta.

Di fronte a questa prospettiva - o forse: deriva - ci limitiamo a due osservazioni.

La prima: la democrazia rappresentativa non si può separare dalle regole. Perché la democrazia, ha sottolineato Bobbio, è un "metodo per prendere decisioni collettive". Dove le procedure e le regole sono importanti quanto i risultati. Perché garantiscono dagli eccessi, dalle distorsioni, dalle degenerazioni. Come rammenta Montesquieu (nel 1748): "ogni uomo di potere è indotto ad abusarne. Per cui bisogna limitarne la virtù". Bilanciandone il potere con altri poteri. Perché, aggiunge un altro padre del pensiero liberale, Benjamin Constant (nel 1829): "ogni buona costituzione è un atto di sfiducia". Nella natura umana e del potere.

La seconda osservazione riguarda il fondamento del "fare", cui si appella il premier. In effetti, coincide con il "dire". Meglio ancora: con l'apparire. Perché i "fatti" - a cui si appella Berlusconi - esistono in quanto "immagini". Proposte oppure nascoste dai media. Secondo necessità. Come i "dati" dell'economia e del lavoro. Come i disoccupati o i cassintegrati e i morti sul lavoro. Che appaiono e - preferibilmente - scompaiono sui media. A tele-comando. Perché il pessimismo e la sfiducia minano la fiducia dei consumatori e dei cittadini. Meglio: del cittadino-consumatore. O viceversa.

È la retorica del "fare". Narrazione e al tempo stesso ideologia di successo. Per costruire e proteggere l'Italia spa.

sabato 20 febbraio 2010

Predicare bene

Mi rendo conto che in effetti spesso parlo male di Vittorio Feltri. Non è un pregiudizio, il mio. E' che se le cerca.
Ieri ha scritto due editoriali. Uno su Il Giornale e l'altro su Panorama.
Nel primo sostiene che "occorre elevare l'età pensionistica secondo parametri europei. Una persona abile deve andare in quiescenza a 65 anni".
Nel secondo denuncia l'italianissimo malcostume della raccomandazione di famiglia, con i figli che ottengono "da mamma e papà una bella raccomandazione che notoriamente non si nega a nessuno".

Peccato che Feltri in pensione ci sia andato a 53 anni, nel 1997, intascando pure un bel po' di denaro. E che in giro per le redazioni di importanti quotidiani ci siano tali Ariel Feltri, figlio, e Mattia Feltri, figlio pure lui. Entrambi di Vittorio. E se l'uno lavora a Libero (ma tu guarda i casi della vita!), l'altro ha riconosciuto pubblicamente di aver iniziato a fare il giornalista proprio grazie all'interessamento di papà suo.

venerdì 19 febbraio 2010

Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Direttori, condirettori e loro vice

Una valeriana, una camomilla, una tisana L'Angelica, qualcosa... gli ci vorrebbe qualcosa a questi giornalisti di centrodestra.
Son lì, con l’elmetto in testa, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette e non ci son Pasque, Natali e Ferragosti che tengano. La loro missione non è informare, la loro missione è difendere con i denti la trincea in cui combattono. Loro in trincea e alle spalle il fortino in cui il Grande Boss, in compagnia del Grande Adulatore, del Grande Alzatore di Polveroni e del Grande Cerimoniere, è assediato da magistrati faziosi, giornalisti prezzolati, nipotini di Stalin affamati di dittatura.
Stanno lì a combattere una guerra – ma che dico una guerra? Una jihad! – senza esclusione di colpi.
Come attratti dalle vergini o dalla smania di compiacere il Grande Boss, fanno una gara a chi la spara più grossa, a chi riesce a provocare più e meglio.
Così, se qualcuno spiega che la colpa di Bertolaso è non aver controllato i suoi diretti collaboratori, il condirettore del Giornale replica che il segretario del PD doveva badare che l’ex governatore del Lazio non andasse con i trans: non c’entra una cippa, ma à la guerre comme à la guerre.
Dopodiché, il direttore del Tg1, per non rimanere indietro, è costretto a ripetere il più trito degli slogan berlusconiani (quello della giustizia a orologeria) in diretta tv e a fare il peana della legge contro le intercettazioni. E, poiché il livello è già piuttosto altino, il vicedirettore de Il Giornale per mettersi in mostra non può far altro che prendersela con le frequentazioni di un giornalista che ha denunciato quelle del capo della protezione civile fino a definirlo deficiente e cretino.
Addirittura un titolo come "Le toghe-spia del soviet Italia" ormai ci pare normale.

Io però lo so come andrà a finire. Sic transit gloria mundi e prima o poi (temo più poi che prima, anche se spero più prima che poi) il centrodestra tornerà a perdere. Questi soggetti, già oggi incazzosi, troveranno un altro modo per mettersi in evidenza: vestendo i panni dei giornalisti che per aver detto la loro vengono epurati dalla sinistra, invocheranno il complotto al quale ogni personaggio italiano appena appena celebre ha diritto e continueranno così a imperversare, da una trasmissione all'altra, da un giornale all'altro. Con la loro carica di inutile volgarità.

giovedì 18 febbraio 2010

Frasi fatte

"Mi pare di capire che la campagna elettorale è già cominciata" (Bobo Craxi, 18 febbraio 1992)
"Cominciata la campagna elettorale è ripresa la solita giostra" (Silvio Berlusconi, 11 febbraio 2010)


"Il PSI è totalmente estraneo" (Bobo Craxi, 18 febbraio 1992)
"Noi siamo puliti" (Maria Stella Gelmini, 17 febbraio 1992)

"I partiti a volte si trovano in difficoltà come certe famiglie che scoprono che c' è un ragazzo poco di buono: è difficile trovare i rimedi preventivi, importante è essere inflessibili" (Bettino Craxi, 28 febbraio 1992)
"Non credo ci siano dubbi sul fatto che chi sbaglia e commette dei reati non possa pretendere di restare in nessun movimento politico" (Silvio Berlusconi, 18 febbraio 2010)

"Mi trovo davanti un mariuolo che getta un' ombra su tutta l' immagine di un partito" (Bettino Craxi, 4 marzo 1992)
"Su 100 persone possono esserci 1, 2, 3, 4 o 5 individui che possono essere dei birbantelli o dei birbanti che approfittano della loro posizione per interesse personale" (Silvio Berlusconi, 18 febbraio 2010)

"Vogliono colpire me e la mia famiglia" (Bettino Craxi, 4 giugno 1992)
"Hanno cercato di farmi fuori con le indagini giudiziarie, con gli avvisi di garanzia. Poi hanno cercato di rovinare le aziende della mia famiglia, ma anche in questo non ci sono riusciti. Ed allora cercano di farmi fuori fisicamente" (Silvio Berlusconi, 18 febbraio 2010)

mercoledì 17 febbraio 2010

Parla come mangi / 2

Stamani è apparso un editoriale non firmato – e quindi attribuibile alla direzione – apparso in prima pagina sul Corriere della Sera. Lo riporto per intero, tanto è breve.

Sono ventimila pagine di intercettazioni quelle che il giudice di Firenze Rosario Lupo ha allegato all’ordinanza emessa mercoledì 10 febbraio. «Una storia di ordinaria corruzione», l’ha definita il magistrato. Ma in questa inchiesta di ordinario non sembra esserci proprio nulla. Arrestati tre responsabili di pubblici lavori e un imprenditore. Mazzette, appalti pilotati, donnine e feste in cambio di favori. Indagate decine di persone, tra le quali il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. E poi politici, come il coordinatore del Popolo della Libertà Denis Verdini, funzionari, progettisti, costruttori. Spezzoni di conversazioni, un fiume di parole che come una calamità naturale sembra sommergere tutti.
Tutti, i colpevoli e gli innocenti che alla Protezione civile hanno lavorato con serietà e dedizione. La verità è che non è ancora chiaro il quadro delle accuse rivolte allo stesso Bertolaso, non è chiara la natura dei massaggi che avrebbe ricevuto in un circolo sportivo, non è chiaro se in cambio di queste presunte prestazioni di favore abbia derogato dai suoi doveri istituzionali. Sono punti su cui la necessità di fare luce è urgente. Da giovedì 11 febbraio il Corriere della Sera sta pubblicando queste intercettazioni, che una volta messe agli atti sono da considerarsi di pubblico dominio. E un giornale ha il dovere di render noto quello che gli investigatori hanno raccolto e che il giudice con i suoi atti ha avvalorato.
Dalle intercettazioni vengono fuori personaggi da brivido, come quell’imprenditore che la notte del terremoto rideva pensando a come avrebbe lucrato sulla ricostruzione, ma anche personaggi di contorno ai quali non sembra essere imputato alcunché. E in un’indagine di questo tipo c’è il rischio che finiscano coinvolte persone la cui unica colpa è aver parlato al telefono con chi aveva il cellulare sotto controllo. Chiacchiere e fatti. Saranno le sentenze dei giudici, speriamo il più presto possibile, a stabilire quali chiacchiere nascondono fatti e quali fatti sono reati. Anche le chiacchiere, in ogni caso, servono per farsi l’idea di un pezzetto d’Italia che si vorrebbe migliore.

In realtà, quel che il direttore del principale quotidiano italiano voleva scrivere era leggermente diverso. Grazie ai nostri potenti mezzi, siamo venuti in possesso della prima stesura:

Cari lettori, questa inchiesta su Bertolaso è un guaio grosso per un giornale cerchiobottista come il nostro. Noi, per natura, non vorremmo infierire troppo sul governo e sul partito di maggioranza relativa, ma come si fa a non pubblicare tutta quella valanga di intercettazioni (peraltro quando disponiamo di cronisti giudiziari del calibro di Fiorenza Sarzanini e Giovanni Bianconi)? Eh, insomma... mica possiamo lasciar campo libero a Repubblica. Noi, per tenere la barca pari, ci affidiamo alle doti di polemista di Ernesto Galli della Loggia, che finemente cerca di spostare l’attenzione dalla classe politica alla società civile, e ai polpettoni politici di Massimo Franco, ma è un lavoraccio. Anche equilibrare il coinvolgimento del coordinatore nazionale del PdL con un pezzo sugli imbarazzi del segretario del PD che si rivolgeva a Bertolaso, capite bene che è dura senza far la figura di quelli appiattiti sul centrodestra. E se domani qualcuno scriverà che Gianni Letta ha mentito agli aquilani quando ha dichiarato che chi rideva del terremoto non ha avuto appalti, sì, magari anche noi ci accoderemo, ma stando ben attenti a controbilanciarlo con un pezzullo sul cognato di Rutelli.
Ci rendiamo conto che effettivamente dalle intercettazioni vengono fuori personaggi da brivido. Anche questa inchiesta, in ogni caso, serve per farsi l’idea di un pezzetto d’Italia che si vorrebbe migliore. Un pezzetto, intendiamoci. Quale pezzetto? Al tempo... mica possiamo sbilanciarci così!

martedì 16 febbraio 2010

Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Il caso Bertolaso

Stasera mi son messo lì, a spulciare un po’ di titoli della rassegna stampa della Camera.
Sono 69 gli articoli dal 13 febbraio ad oggi dedicati alla vicenda Bertolaso tratti dai tre giornali più dichiaratamente vicini al governo Berlusconi (Il Giornale, Libero, Il Tempo). Di questi, ben 16 sono contro il Partito Democratico e la sinistra in generale (più un altro paio contro Eugenio Scalfari) e altri 11 criticano la magistratura. Non oso chiedermi quale realtà virtuale possa aver appreso una persona che si informa solamente da uno di questi quotidiani. E nemmeno oso domandarsi se quella persona è in grado di cogliere l'incongruenza di chi oggi, a pagina 1, tuona contro la gogna mediatica in base alla quale "basta una telefonata intercettata e si finisce sui giornali con sospetti infamanti e nessun riscontro. Così è barbarie" e a pagina 2 titola forte su accuse, peraltro assai vaghe e tutte da verificare, a carico di esponenti del centrosinistra.
Cosa dedurre? Per quanto la strategia mediatica di difesa non sia lineare, bisogna riconoscere che anche stavolta i media vicini al centrodestra han saputo fare le cose davvero a modo.
(Non c’entra un piffero con Bertolaso, ma molto con l’informazione di centrodestra. Il Tg1 minzoliniano, quello garantista e che non ama il gossip, stasera ha riportato con dovizia di particolari l’udienza al processo per l’omicidio di Simonetta Cesaroni. Grande risalto alla lettura di una lettera, scritta dalla vittima, nella quale viene descritto il rapporto – a base di sesso, sesso, sesso e il tutto è così squallido – con il fidanzato oggi imputato. Non so se costui è colpevole o meno. Di sicuro non è un politico di centrodestra)

Una cricca figlia del PD” (Libero, 13 febbraio, pag. 1)
La corruzione che non c’è. Bertolaso questa la verità. Ha preso soldi? Non c’è il minimo riscontro. Messaggi hard? No, fisioterapia praticata da un’apprezzata specialista che il sottosegretario ha pagato di tasca sua con tanto di fatture. Così come la tessera del club. La cricca? Voleva raggirarlo” (Il Giornale, 13 febbraio, pag. 1).
Democratici disonesti due volte” (Libero, 14 febbraio, pag. 1)
Stanno a sinistra gli sciacalli d’Abruzzo” (Libero, 14 febbraio, pag. 4)
Bersani il forcaiolo pensi al suo Bassolino” (Il Giornale, 14 febbraio, pag. 1)
Chi blocca la spa antidisastri ostacola il rilancio del Paese” (Il Giornale, 14 febbraio, pag. 4)
L’Aquila crollava e i pm spiavano Bertolaso” (Il Tempo, 15 febbraio, pag. 1)
Quei savonarola di sinistra nutriti solo d’odio” (Il Giornale, 15 febbraio, pag. 4)
Bersani pregò Bertolaso di trasformare in evento il congresso degli amici” (Il Giornale, 15 febbraio, pag. 2)
Appalti, spunta la cricca di Veltroni. Dalle intercettazioni emerge il blocco di potere che avrebbe orientato le gare per le grandi opere di Firenze e Venezia. L’imprenditore Di Nardo si sfogò al telefono: ‘questo è un sistema banditesco, sono stati tutti pilotati dal leader PD’” (Il Giornale, 16 febbraio, pag. 2)

lunedì 15 febbraio 2010

Cattolici in politica

Non sono tra quelli che si stracciano le vesti perché la Binetti ha finalmente deciso di uscire dal Partito Democratico per approdare all’UdC. A meno che, trattandosi dell’ultima di una serie di defezioni, ciò non sia il preludio a un film già visto in passato, quello del partito di sinistra che cura l’elettorato di sinistra e si allea al partito di centro che cura l’elettorato di centro (strategia politica che sappiamo per esperienza essere controproducente e scoraggiante).
Però vale la pena soffermarsi sulle motivazioni che hanno portato all’abbandono della Binetti e sulle polemiche, spesso strumentali, che hanno accompagnato tale decisione: e non c’è spazio per i cattolici nel PD, e le istanze cattoliche non sono rappresentate, e bisogna costruire un partito che porti avanti questi valori, e i cattolici sono in posizione defilata...


Io, da cattolico – forse un po’ eccentrico, ma cattolico – mi chiedo: ma di cosa stiamo parlando, esattamente?
Non mi interessa, qui, ripartire con la solita trita polemica del politico con situazione familiare non esattamente aderente ai dettami vaticani. Né discutere quale politica è più attinente ai valori cattolici, se il testamento biologico, il quoziente familiare e così via. Tantomeno imbastire un discorso sull’Ici, le scuole private e altri privilegi. O se le istanze cattoliche sono meglio rappresentate dal centrodestra o dal centrosinistra o dal centro tout court.
Il punto è che trovo lunare proprio l'intero dibattito sulla “questione cattolica”.
Cosa sono le istanze cattoliche? Cosa significa che un cattolico è meglio rappresentato di qua o di là?
Quando sento certi discorsi mi vengono in mente alcune cose.
Articolo 3 comma 1 della nostra Costituzione: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Se un ateo, un musulmano, un ebreo e un cristiano hanno pari dignità, nel momento in cui uno di costoro viene discriminato in virtù dell’essere ateo, musulmano, ebreo o cristiano non ha da rilasciare interviste in cui annuncia di cambiar partito; casomai, ha da fare una denuncia alla magistratura, al Tribunale dei diritti umani, alla Corte dell’Aja, all’Onu, ad Amnesty International. Oh, ha dalla sua un articolo di quelli “princìpi fondamentali” (fondamentali, cribbio!) della Costituzione, mica noccioline. Altrimenti, la presunta discriminazione altro non è che legittimo esercizio della democrazia: semplicemente, la maggioranza di quel partito o di quella coalizione non la pensa come te.
Ancora la Costituzione, articolo 7: “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Una separazione tra Stato e Chiesa che, mi pare – ma forse sbaglio perché non sono un teologo –, era già stata a suo tempo richiamata da un tal Gesù. Vangelo di Luca 20,20-28: “Costoro lo interrogarono: ‘Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. È lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?’. Conoscendo la loro malizia, disse: ‘Mostratemi un denaro: di chi è l’immagine e l’iscrizione?’. Risposero: ‘Di Cesare’. Ed egli disse: ‘Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio’”.

Già queste considerazioni basterebbero. Ma io voglio andare avanti. Perché ci sono altre frasi, evangeliche e non, che mi ronzano nella testa.
Vangelo di Matteo 18, 15-20: “Se tuo fratello commette una colpa va e ammoniscilo fra te e lui solo: se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello, se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea, e se non ascolterà neanche l’assemblea sia per te come un pagano e un pubblicano”.
E’ un brano che mi viene in mente ogni volta che vedo politici cattolici che vorrebbero imporre la loro – la nostra? - volontà pure a chi non è credente. Eppure è chiaro l’insegnamento di Gesù: non ci ha mica detto che dobbiamo imporre la nostra volontà, anzi. Ci lascia liberi di sbagliare e sarà casomai Dio Padre a giudicare. Anche l’atteggiamento che ci trasmette questo passo evangelico è quello del cristiano che va verso l’altro, ci parla, ci dialoga e poi se l’altro vuol continuare, continui. L’atteggiamento di Paola Binetti – e di altri politici come lei – è l’esatto contrario: io sono sulle mie posizioni e poiché esse sono giuste, deve essere l’altro ad avvicinarsi e a farle proprie. E guai se non si adegua.
Poi c’è la Gaudium et Spes, uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II. E a me personalmente piace molto il punto 74, che – forse sbagliando, nella mia ignoranza teologica – leggo in sintonia con i brani evangelici sopra citati: “nella comunità politica si riuniscono insieme uomini numerosi e differenti, che legittimamente possono indirizzarsi verso decisioni diverse. Affinché la comunità politica non venga rovinata dal divergere di ciascuno verso la propria opinione, è necessaria un'autorità capace di dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, non in forma meccanica o dispotica, ma prima di tutto come forza morale che si appoggia sulla libertà e sul senso di responsabilità”.

Libertà, senso di responsabilità, decisioni legittimamente diverse.
E, al punto 75, si precisa che i cristiani “in ciò che concerne l’organizzazione delle cose terrene, devono ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali e rispettare i cittadini che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il loro punto di vista”.

In definitiva, io trovo sbagliato l’atteggiamento – della Binetti, ma non soltanto suo – di quei cattolici impegnati in politica che pensano che debbano essere sempre gli altri a fare dei passi, che dietro concetti come “sintesi coi cattolici” pensano che siano sempre e soltanto gli altri ad adeguarsi, che forse sono davvero convinti che essere cattolici in politica significhi sostenere certe leggi e disapprovarne altre. E dimenticano un altro enunciato della Gaudium et Spes, forse quello che davvero segna un discrimine tra partito politico in cui un cattolico può sentirsi rappresentato e un partito politico in cui un cattolico non può sentirsi rappresentato: “i partiti devono promuovere ciò che, a loro parere, è richiesto dal bene comune; mai però è lecito anteporre il proprio interesse a tale bene”. Beh, però, a pensarci bene, un suggerimento del genere mica vale soltanto per un credente. Vale per tutti. A conferma che quella del partito cattolico o del partito nel quale i cattolici trovano dimora è una questione campata per aria.

sabato 13 febbraio 2010

Protezione Grandi Eventi

Come ha giustamente notato Ezio Mauro, l’inchiesta della magistratura sul G8 mette assai in difficoltà il governo attuale perché va a intaccare uno dei pilastri propagandistici del berlusconismo: l’efficientismo, il governo del fare. Anche i media equivicini e quelli dichiaramente filogovernativi si comportano in modo schizofrenico. Perché quando c’è di mezzo Berlusconi si fa presto a declinarla in toghe rosse, giustizia a orologeria, teoremi e complotti e via cianciando. Stavolta però ci sono delle intercettazioni, arrampicarsi sugli specchi è più arduo (“ma no, non ha detto ripassata: ha detto rilassata!”) e, soprattutto, ancor più e prima di Bertolaso sono coinvolti personaggi sconosciuti al grande pubblico e quindi più agevoli bersagli. Quindi, tg e quotidiani oscillano dalla tentazione di tacere e parlar d’altro (nevicate a Roma, innocue esternazioni presidenziali, come ha fatto il Tg1 ieri sera) o scindere le responsabilità di cinici costruttori (legati al Partito Democratico, ça va sans dire) dalla buona fede del capo della Protezione civile.

C’è un però. Che riguarda la Protezione civile come era, come è oggi e come potrebbe essere domani. E che, se messo bene in luce, potrebbe far capire ancora meglio i nervi a fior di pelle del centrodestra e i motivi per cui Berlusconi si è così schierato a fianco di Bertolaso.

Andiamo indietro nel tempo. 1992. Una legge, la 225, istituisce il “servizio nazionale della protezione civile”, al fine di “tutelare la integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l'ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi” (art. 1 co.1). Secondo tale normativa le attività della protezione civile sono “quelle volte alla previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio, al soccorso delle popolazioni sinistrate ed ogni altra attività necessaria ed indifferibile diretta a superare l'emergenza” (art. 3 co. 1). La legge, onde evitare false interpretazioni, specifica che “il superamento dell'emergenza consiste unicamente nell'attuazione, coordinata con gli organi istituzionali competenti, delle iniziative necessarie ed indilazionabili volte a rimuovere gli ostacoli alla ripresa delle normali condizioni di vita” (art. 3 co. 5).
Paiono chiare le competenze della Protezione civile. Previsione, prevenzione, gestione e superamento dell’emergenza, sia essa dovuta a eventi naturali (terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni…) o legati all’attività umana (scoppia una centrale nucleare… cose di questo genere). Stop.

Con il II e III governo Berlusconi (2001 – 2006) le competenze della Protezione civile aumentano. E il 23 ottobre 2006 anche un decreto del governo Prodi prevede che il dipartimento, oltre alle classiche funzioni di previsione, valutazione, prevenzione e mitigazione dei rischi naturali e antropici, si occupi pure di volontariato internazionale e grandi eventi. C’è un ufficio, il VII, che ha proprio come compito quello della “pianificazione e gestione grandi eventi”.

Il decreto del governo Prodi viene abrogato e sostituito, il 31 luglio 2008, da uno firmato Berlusconi, oggi vigente. In esso si conferma che “il capo Dipartimento assicura l'indirizzo, il coordinamento ed il controllo delle attività del Dipartimento della protezione civile” (art. 2 co. 1) e si ribadisce che tra i vari servizi c’è quello della “pianificazione e gestione grandi eventi” (stavolta è l’ufficio V, che gestisce anche la rete radio nazionale).

Il 30 dicembre 2009 il governo Berlusconi approva un decreto legge, attualmente in discussione in commissione Bilancio al Senato, recante “disposizioni urgenti per la cessazione dello stato di emergenza in materia di rifiuti nella regione Campania”. All’articolo 14 la sorpresa, quella che non c’entra un beato piffero con il pattume napoletano: “Anche in deroga ai limiti stabiliti dalle disposizioni vigenti ed al fine di assicurare la piena operatività del Servizio nazionale di protezione civile per fronteggiare le crescenti richieste d'intervento in tutti i contesti di propria competenza, il Dipartimento della protezione civile e' autorizzato ad avviare procedure straordinarie di reclutamento (…) finalizzate all'assunzione di personale a tempo indeterminato”.
Tutti i contesti di propria competenza.
Assunzioni in deroga.
A tempo indeterminato.
L’articolo 15 di quel decreto legge prevede invece (co. 3) che “al fine di assicurare risparmi di spesa, i compromessi e le clausole compromissorie inserite nei contratti stipulati per la realizzazione d’interventi connessi alle dichiarazioni di stato di emergenza ai sensi dell'articolo 5, comma 1 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, e di grande evento di cui all'articolo 5-bis, comma 5, del decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401, sono nulli e i collegi arbitrali già eventualmente costituiti statuiscono in conformità”. Tradotto in parole povere: quello che la legge del 1992 prevedeva solamente in caso di calamità naturali e catastrofi – ossia il potere di ordinanza in deroga ad ogni disposizione vigente – si può applicare anche ai grandi eventi.
Poteri di ordinanza in deroga ad ogni disposizioni vigente.
Per i grandi eventi.
L’articolo 16 è quello che istituisce la Società per Azioni, con capitale sociale pari a un milione di euro interamente sottoscritto dalla presidenza del Consiglio. La società opera sotto la vigilanza della presidenza del Consiglio e secondo gli indirizzi strategici e i programmi stabiliti dal presidente del Consiglio su proposta del capo del dipartimento di Protezione civile. La società (co. 5) può assumere partecipazioni, l’intero Consiglio di Amministrazione è nominato dal presidente del Consiglio su proposta del capo del dipartimento di Protezione civile e del Segretario generale della presidenza del Consiglio.

In sostanza, da anni – e non soltanto per colpa del governo Berlusconi – la Protezione civile non è più quella che era originariamente. Gli interventi in deroga aumentano a dismisura. Con un capo di dipartimento che è pure sottosegretario e che risponde direttamente al capo del Governo. Tutto questo per cosa? Per evitare che le scuole e gli ospedali non vengano buttati giù da un terremoto? Per avvertire in tempo la popolazione di un’eruzione vulcanica? Per diminuire gli incendi nei boschi in agosto? No. Per far sì che un Comune che, volontariamente e autonomamente, ha organizzato dei campionati mondiali di qualche cosa non faccia brutta figura di fronte al mondo. O per far sì che un capo di Governo che ospita un summit internazionale possa vantarsi di un allestimento faraonico per accreditarsi di fronte all’opinione pubblica. Insomma, marketing politico di alto livello in barba a leggi e decreti.

venerdì 12 febbraio 2010

Due comportamenti da non sottovalutare

C'è stata un po' d'ironia nei giorni scorsi su Bersani che va al Festival di Sanremo. Intendiamoci: la motivazione iniziale con cui si era motivata questa scelta ("con il segretario parleremo di musica e di giovani": che è un po' come dire che uno va al polo Nord per ammirare i pinguini) si prestava alle battutacce, ma ormai certi passi falsi sono veri e propri must, puro folklore piddino.
In realtà, a me la scelta non dispiace. Non è una questione di giovani o meno giovani. E' che, come si suol dire, Sanremo è Sanremo: un grande spettacolone nazional popolare che anche se non lo guardi (come me), anche se non te ne può importare di meno, anche se non sai chi lo presenta, però sai che c'è. E' lì. Tutti gli anni, di questi tempi, su Raiuno. Io penso che se Bersani va a seguire Sanremo e se Youdem coprirà il dopofestival e poi finisce lì, ebbene, avranno ragione tutti quelli che oggi ironizzano. Ma se è soltanto il primo passo per allontanarsi da un cliché che vuole il PD salottiero, che va in barca, che veste di lusso, beh... allora il discorso cambia. Perché dire "mi piace Sanremo" non sa di artificiale come cucinare il risotto a Porta a Porta. Personalmente, non ne posso più di sentire il Castelli di turno (Castelli!) che a Ballarò dice "noi popolari e popolani, voi nei salotti", un argomento al quale si potrebbe controbattere in mille modi, ma che ha facile presa sull'elettorato, soprattutto quello di sinistra.

Ci sarà, ne sono sicuro, ironia nei prossimi giorni (anzi, no: c'è già) su Berlusconi che, al termine di una conferenza stampa con il primo ministro albanese Sali Berisha, non ha trovato di meglio che dichiarare: "Sbarchi? Ammesse solo belle ragazze". Anche qui, la scelta è invece figlia di una strategia comunicativa ben precisa. E nemmeno nuova, perché sono quindici anni che quest'uomo fa così. Alessandro Amadori lo ha messo in evidenza più di sette anni fa: "L'essenza psicologia del berlusconismo è saper parlare al Bambino che è in noi e funziona proprio perché, mediamente, nel nostro ricco mondo post-industriale, il Bambino conta sempre di più (...) Gridare al Berlusconi cabarettista che dice cose ridicole significa mettersi in partenza nella condizione dei perdenti. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che l'immaginario collettivo dell'Italia di oggi è dominato dall'archetipo del Bambino, e che il Cavaliere è stato il primo e sinora l'unico a comprendere questo fatto e a sfruttarlo a suo favore" ("Mi consenta", Milano, 2002, pagg. 120-121). Quanto abbiamo ironizzato, nel 2001, sull'opuscolo "Una storia italiana"? Eppure funzionò. Oggi come allora, "il segreto è prendere sul serio le parole di Berlusconi che sembrano finte e non prendere troppo sul serio le parole di Berlusconi che sembrano vere. Perché il berlusconismo vive di affabulazione, di rimando continuo (gioco degli specchi) fra apparenza e realtà" (Amadori, op. cit., pag. 146).

giovedì 11 febbraio 2010

Questo post è pessimista

Sere fa sono andato ad ascoltare Walter Veltroni che presentava il suo ultimo romanzo, Noi. Benché avessi a suo tempo assai apprezzato la raccolta di racconti Senza Patricio, avevo qualche pregiudizio che, ahimè, non è certo cessato dopo il brano del libro letto dall’autore (un dialogo padre figlio, con un bambino che parla di Dio esprimendo ragionamenti degni di Blaise Pascal). Però l’ex segretario è un oratore da par suo e la serata è stata parecchio interessante (peraltro ha suggerito ai presenti di scrivere, scrivere, scrivere... per quanto mi riguarda non c’è bisogno di stimolare ulteriormente la mia grafomania).
Veltroni ha detto una cosa interessante, sulla quale credo valga la pena riflettere: la caratteristica della società contemporanea è la rimozione della memoria, del passato (da qui l’invito a scrivere) e la contemporanea delega – autodelega, anzi – a chi detiene il potere di decidere per il futuro; rimane il presente: un presente nel quale ognuno è libero di fare ciò che vuole, purché sotto controllo. Non ha parlato di Grande Fratello, non ha citato Orwell, ma lo scenario che l'ex segretario piddino ha descritto è molto simile.
Stasera queste parole mi tornavano in mente e mi dicevo che non ha tutti i torti. Basti pensare alla situazione italiana. Il nostro passato recente viene gettato in un minestrone in cui tutto si confonde, il bello con il brutto, il giusto con l’ingiusto, Mussolini e Togliatti pari sono, foibe e Auschwitz la stessa tragedia, i ritardi ideologici di Berlinguer gravi quanto le responsabilità penali di Craxi e tutto ciò perché c’è bisogno di attualizzare, come se il passato fosse al servizio del presente anziché il presente figlio del passato. Nei prossimi mesi, vedremo – anzi, stiamo già vedendo – come anche il Risorgimento sarà sminuito al pari di una lotta politica tra leghisti bossiani, efficientismo berlusconiano da una parte e assessori bassoliniani con autonomisti lombardiani dall’altro. Il presente? Chissà quante volte abbiamo letto tronfi editoriali e autorevoli saggi che ci spiegano che questa è la società dell’informazione. Il trucco sta nel non svelare quali siano le reali implicazioni di questa “società dell’informazione”: tra Facebook, credit card, tessere punti della spesa, panini minzoliniani, è vero che siamo tanto liberi quanto controllati e orientati nelle nostre scelte, anche se il più delle volte non ci accorgiamo delle manipolazioni che subiamo.
Non ci resta che il futuro, sempre a patto che non ci sia un capo di governo che dica “ghe pensi mi”. E con quel “ghe pensi mi” finisca, quel capo di governo, per decidere – nel nome di un’astratta e inverificabile ragion di Stato che possiamo anche tranquillamente e liberamente contestare, ma sempre rimanendo controllati – una centrale nucleare, un’infrastruttura faraonica, una riforma della scuola che non servono a migliorare il futuro, ma soltanto a preservare il presente suo e di chi insieme a lui detiene il potere.

mercoledì 10 febbraio 2010

Nuove frontiere dell'informazione televisiva

Fino ad oggi conoscevamo il "Panino Mimun": quella cosa, inventata a metà anni Novanta dall'allora direttore del Tg2, in base alla quale una notizia politica la si propone facendola commentare a un esponente della maggioranza, dopodiché si dà la parola a uno dell'opposizione e infine si chiude il servizio con una dichiarazione di un altro rappresentante della maggioranza che replica a quello dell'opposizione che ha detto qualcosa prima di lui.
Ma stasera al Tg1 delle 20 abbiamo potuto assaporare un panino nuovo, il "Panino Minzolini".
La notizia sull'avviso di garanzia a Bertolaso è stata così confezionata: esordio con servizio di 2 minuti e 4 secondi nel quale si dà largo spazio a Berlusconi che difende l'operato del suo sottosegretario (con il telespettatore che ancora non è a conoscenza per cosa è indagato) e attacca i magistrati; a seguire, servizio di 1 minuto e 38 secondi nel quale, dopo aver sottolineato che l'inchiesta ha coinvolto due ex assessori comunali di Firenze e specificato che ci sono tanti indagati e gli approfondimenti sono ancora in corso, si dà notizia che Bertolaso è stato raggiunto da un avviso di garanzia insieme a Tizio, Caio, Sempronio, Vattelappesca e comunque il principale accusato gli aveva scritto che era tutto regolare; chiusura con un servizio di 1 minuto e 27 secondi da L'Aquila, per informarci che "hanno superato anche l'ultimo severissimo test antisismico le case costruite dalla Protezione civile".
Non più insomma dichiarazioni e controdichiarazioni, ma una bella gabbia protettiva: sì, Bertolaso è indagato, ma occhio: è un complotto della magistratura e comunque la Protezione civile guardate come lavora bene.

Mi ricorda qualcosa

Che gli americani potessero scegliere Lindbergh piuttosto che Roosevelt di cui bastava ascoltare la voce per comprendere con quale sicurezza dominava il tumulto delle passioni umane... bè, questo era impensabile.
Cinque o sei settimane dopo, il sabato prima del Labor Day, Lindbergh meravigliò il Paese omettendo di partecipare alla sfilata della festa dei lavoratori di Detroit, dove avrebbe dovuto lanciare la sua campagna con un corteo di automobili attraverso il cuore dell'America isolazionista, e invece arrivando senza preavviso all'aeroporto di Long Island da cui tredici anni prima era iniziato il suo spettacolare volo transatlantico. Lo Spirit of St Louis era stato trasportato con un camion di nascosto, sotto un telone, e ricoverato per la notte in un remoto hangar.
Nel weekend festivo che chiuse l'estate del 1940, Lindbergh era ben lontano dal migliorare il tempo record di un volo non-stop da costa a costa che lui stesso aveva stabilito dieci anni prima con un aereo più progredito del vecchio Spirit of St Louis. Nondimeno, quando arrivò all'aeroporto di Los Angeles, la folla formata in gran parte da lavoratori dell'industria aerea - decine di migliaia, impiegati dai nuovi grossi imprenditori di Los Angeles e dintorni - lo accolse con un entusiasmo mai visto prima. I democratici definirono il volo una trovata pubblicitaria ideata dallo staff di Lindbergh, quando in realtà la decisione di volare in California era stata presa solo qualche ora prima da Lindbergh in persona. Il suo discorso, pronunciato con la voce acuta, monotona e tutt'altro che rooseveltiana di un americano del Midwest, era disadorno e andò subito al sodo. La sua tenuta di volo - stivali, calzoni con lo sbuffo e un blusotto leggero sopra la camicia e la cravatta - era una copia di quella in cui aveva attraversa l'Atlantico; e lui parlò senza togliersi né il caschetto di pelle né gli occhialoni, che si era alzato sulla fronte. "Il mio intento nel candidarmi alla presidenza - disse a quella folla esagitata quando ebbe cessato di urlare il suo nome - è difendere la democrazia americana impedendo all'America di partecipare a un'altra guerra mondiale. La vostra scelta è semplice. Non è tra Charles A. Lindbergh e Franklin Delano Roosevelt. E' tra Lindbergh e la guerra".
Tutto qui: quarantatré parole, compresa l'A di Augustus.
Dopo una doccia, uno spuntino e un'ora di sonno all'aeroporto di Los Angeles, il candidato risalì sullo Spirit of St Louis e volò a San Francisco. Al calar della notte era a Sacramento. E ovunque atterrasse quel giorno in California, era come se il Paese non avesse conosciuto il crollo in borsa e le angosce della Depressione, come se anche la guerra in cui voleva impedirci di entrare non avesse neanche attraversato la mente di nessuno. Lindy scendeva dal cielo sul suo famoso aereo, e tutto era come nel 1927. Lindy era tornato, Lindy lo schietto, che non aveva alcun bisogno di darsi delle arie o sembrare superiore, che semplicemente era superiore: Lindy l'intrepido, giovane e insieme pensoso e maturo, il burbero individualista, il leggendario eroe americano che riesce a fare l'impossibile contando solo sulle proprie forze.
Durante le conferenze stampa Roosevelt non si prendeva più la briga di rspondere con una frase canzonatoria quando i giornalisti lo interrogavano sull'eterodossa campagna di Lindbergh, ma semplicemente passava a parlare della paura di Churchill di un'imminente invasione della Gran Bretagna o ad annunciare che avrebbe chiesto al Congresso di finanziare la prima chiamata alle armi in tempo di pace. La campagna del presidente sarebbe consistita nel rimanere alla Casa Bianca, dove, in contrasto con quelle che il ministro Ickes chiamava le carnevalate di Lindbergh si proponeva di affrontare i rischi della situazione internazionale con tutta l'autorità di cui disponeva, lavorando, se necessario, ventiquattr'ore al giorno.


(Philip Roth, "Il Complotto contro l'America", 2005)

martedì 9 febbraio 2010

Qualcuno più duro e puro si trova sempre

Dichiarazione A: “Ero d’accordo con Di Pietro che prima, durante o subito dopo il Congresso mi sarei iscritto all’IdV ricoprendo un ruolo che si confacesse al mio profilo politico e che sarebbe avvenuto attraverso un evento pubblico significativo. Ad oggi non è accaduto”.
Dichiarazione B: “Un partito vero si deve fondare su un patto serio tra chi sta dentro e chi sta fuori in un costante rapporto rispettoso dei ruoli che poi altro non è che democrazia partecipativa”.
La dichiarazione A è di Luigi De Magistris, in un’intervista al Fatto Quotidiano di oggi.
La dichiarazione B è di Luigi De Magistris, in un’intervista al Fatto Quotidiano di oggi.
Ci sarà pur qualcuno (magari Travaglio, sempre così preciso) che spiegherà all’ex pm che le due frasi sono in palese contraddizione, che non ci si iscrive a un partito per avere delle cariche e che concordarle, tra due persone, come precondizione per un impegno attivo è l’esatto contrario sia del rapporto rispettoso dei ruoli, sia delle più basilari norme di democrazia partecipativa (e pure sotto il profilo etico, beh, insomma...).
E magari ci sarà qualcuno, più anziano di lui, che spiegherà all’unico interprete della moralità pubblica italiana che, in passato, c’era un gruppo di uomini e donne, non meno meritevoli e non meno etici di lui, che decisero di impegnarsi in politica senza chiedere niente in cambio al partito che li candidava: si chiamavano Franco Antonicelli, Antonio Cederna, Altiero Spinelli, Raniero La Valle, Ettore Masina, Eduardo De Filippo ed erano i cosiddetti “indipendenti di sinistra”.

Non dobbiamo però stupirci se De Magistris avanza strane pretese: in fondo, milita (milita?) in un partito che, nel recente passato, dalla sera alla mattina (letteralmente) ha cambiato idea su una legge elettorale per le europee e sul sostegno a un referendum per il quale aveva addirittura raccolto firme; che, per rispondere alle accuse di scarsa democraticità interna, non ha saputo far altro che presentarsi in cinque-persone-cinque di fronte a un notaio per modificare lo statuto; e che, la scorsa settimana, dopo aver per giorni sparato a pallettoni su un candidato governatore, ha deciso di appoggiarlo così, d’emblée, semplicemente telefonandogli per invitarlo a parlare sul palco e tributargli la meritata ovazione.

L’aspetto che mi ha colpito delle recenti vicende intorno all'Italia dei Valori è che il simpatizzante dipietrista tipico-ideale (in senso weberiano) è sempre stato impermeabile agli ostacoli su cui, di volta in volta, il Tonino nazionale ha sbattuto (le accuse di Veltri, i veleni di Di Domenico, il rapporto disinvolto con il contante, le frequentazioni con personaggi ambigui, la mancanza di democrazia interna, le giravolte dialettiche per giustificare il no alla commissione G8 o il sì alla Società Ponte sullo Stretto...), ma stavolta è poco disposto a chiudere gli occhi di fronte al voltafaccia sull’appoggio al candidato di un altro partito. Come se questo simpatizzante fosse vissuto in una dimensione tutta sua, in cui la politica non è l’arte del possibile, ma pura e semplice idealità. Il paradosso è che ora, per il dipietrista deluso, l’idealità è rappresentata da un De Magistris che, con la sua intervista al Fatto Quotidiano, ha praticamente confessato di non essere in politica per un ideale, ma per una poltrona.

lunedì 8 febbraio 2010

Proviamo con la Valle d'Aosta

Se potessimo descrivere con una notizia sola, una breve perdipiù, cosa è il berlusconismo e su cosa basa il proprio successo non potremmo che scegliere questa: il ministro Zaia, membro di un esecutivo che ha deciso di ripristinare il programma per l’energia nucleare in Italia (e ci mancherebbe! E' il governo del fare, no? E poi così la bolletta diminuisce... fra vent'anni, ma diminuisce), è contrario che una centrale sia costruita in Veneto, la regione per la quale è candidato governatore.
E’ interessante la motivazione: è un territorio troppo antropizzato. Acciderba, o che significa? Io ce lo vedo l’artigiano di Thiene che la mattina apre il capannone e dice al magazziniere “ocio, siamo antropizzati” e l’altro gli risponde “eh, mona... xe vero!”. O il vicesindaco di Treviso che, dopo aver letto queste dichiarazioni, decide di togliere qualche altra panchina al parco pubblico “via i negher dai giardineti, xe za massa antropizzato qua dessòra”.
Il termine utilizzato da Zaia è volutamente incomprensibile ai più, possiede quell’aura di “però, lo Zaia ci capisce, eh?” e al tempo stesso vuol dire tutto e niente. Quale territorio italiano non è antropizzato? Ossia, dove in Italia “le caratteristiche naturali originarie non sono state alterate dalla presenza o dall’intervento dell’uomo”? Proviamo a valutare regione per regione? Il Veneto no, perché lo ha detto Zaia. La Lombardia, così a naso, nemmeno, perché se è troppo antropizzato il Veneto figuriamoci la Lombardia che ha una densità di popolazione addirittura maggiore. Il Piemonte neanche a parlarne. La Liguria, dove han fatto addirittura le autostrade che passano in mezzo alle case, è fuori discussione. L’Emilia Romagna è poco antropizzata dalle parti di Comacchio, ma forse ci son dei problemi a trovare dei siti nucleari proprio in quella zona. Toscana: anche qui, c’è qualche problema perché le zone meno antropizzate son quelle dove ci fanno il Chianti. Il Lazio? Eh, il Lazio potrebbe andare, ma certo ha una densità abitativa abbastanza alta. La Campania peggio ancora.
Insomma, gira e rigira l’unica realtà poco antropizzata dove poter impiantare centrali è la Valle d’Aosta, peraltro l’unica regione dove il centrodestra non governerà mai.

domenica 7 febbraio 2010

La barzelletta delle tasse che calano

La vulgata corrente, imposta come spesso accade dai comunicatori berlusconiani, stabilisce che i governi di centrosinistra mettono le mani nelle tasche degli italiani depredandole dei loro averi a tutto beneficio del fisco cattivo, mentre il centrodestra diminuisce le tasse.
Ora, fermo restando che le entrate fiscali servono per finanziare spese come quelle per la sanità, per le strade, per gli ammortizzatori sociali, per la scuola e così via (e quindi bisogna essere ben consapevoli che a una diminuzione delle entrate corrisponderà una diminuzione del servizio erogato), dopo l'ultimo duello Berlusconi-Bersani a proposito di chi taglia più le tasse, io mi sono incuriosito su chi avesse ragione, anche perché confesso che dall'articolo on line di Repubblica che chiosava le affermazioni del presidente del Consiglio non sono stato del tutto convinto.
Non so se, sotto il profilo metodologico, il mio procedimento è esatto: spero che qualcuno più esperto di me ho che ha studiato i princìpi della scienza delle finanze legga queste povere righe e obietti o integri le mie conclusioni.
In ogni caso, sono andato sul sito del Ministero delle Finanze. Dati ufficiali, quindi. Ho considerato le voci delle "entrate tributarie erariali", in particolare gli accertamenti (competenza giuridica), nei due periodi da luglio 2006 (primi provvedimenti del governo Prodi) a giugno 2008 e da luglio 2008 (primi provvedimenti del governo Berlusconi) a novembre 2009 (ultimo dato disponibile). E poi ho diviso per il numero di mesi considerati per avere una media di queste entrate. Ovviamente, le cifre sono da prendere con le molle perché il periodo temporale è diverso (per esempio, i mesi di dicembre e gennaio pesano meno sulle statistiche del governo attuale, perché considerati una volta sola) e perché non mi è stato possibile quantificare con esattezza i dati del recupero dell'evasione fiscale, che sono invece assai importanti, considerando l'abolizione della tracciabilità dei pagamenti nel frattempo intervenuta e lo scudo fiscale.
Comunque, risulta questo: sotto il governo Prodi la media delle entrate tributarie erariali accertate era di 34.562,33 milioni di euro al mese; con il governo Berlusconi la media è di 34.860,12 milioni di euro al mese. In particolare, risulta che le imposte dirette (Ire, Ires...) ammontano a 18.290,79 milioni mensili con Prodi e a 19.489,76 milioni mensili con Berlusconi. Particolare a prima vista curioso, ma se ci pensiamo bene non così tanto: le ritenute dei dipendenti non statali sono diminuite da 7.657,708 milioni mensili con Prodi a 5.115,235 milioni mensili con Berlusconi, mentre quelle del settore autonomo sono aumentate da 1.103,292 milioni mensili a 1.116 milioni mensili. Bisogna però considerare un dato, a mio avviso: con la crisi economica, è aumentata la disoccupazione e tanti che hanno perso il lavoro non erano autonomi, ma dipendenti, con conseguente calo delle entrate di questa voce. Le imposte indirette (Iva, bollo, registro, tasse automobilistiche, canoni tv, concessioni governative, lotterie, tabacchi...) sono aumentate da 18.290,79 milioni di euro mensili con Prodi a 19.489,76 milioni di euro mensili con Berlusconi.

Conclusioni: considerando che, in base agli ultimi dati Istat ed Eurostat disponibili, il PIL è diminuito dal 2009 al 2008 del 4.6% e dal 2008 al 2007 di un altro 1.0%, possiamo dire che quella di Berlusconi che ha diminuito le tasse è un'altra delle sue famose fregnacce. O, se vogliamo, l'ennesima barzelletta che non fa ridere nessuno.

venerdì 5 febbraio 2010

Trenta e lode

Impiegato: “Allora, signor… Ondrej… Ondrej Malustzenko, giusto?”
Cittadino straniero: “Yes!”
I: “Yes? Come yes?!”
CS: “Sì!”
I: “Lei è in Italia da due anni, vedo… e ora deve rinnovare il permesso di soggiorno, giusto?”
CS: “Yes… ehm, sì”
I:“Però qui.. ahi ahi ahi… qui vedo che otto mesi fa le è stata ritirata la patente per guida in stato di ebbrezza. Lo sa che la nuova normativa sul permesso di soggiorno a punti…?”
CS: “Really, I came back from… ehm, tornavo da discoteca con amici”
I: “Eh già… Perché la notte si va a gozzovigliare, si fa tardi e poi… Ma lei è venuto nel nostro Paese per lavorare o per gozzovigliare?”
CS: “What’s guozzovilare?”
I: “Oh, ma questo non sa nemmeno l’italiano e pretende che gli si rinnovi il permesso di soggiorno… Uff… e non lo sa no, l’italiano. Vedo qui che non ha nemmeno frequentato il corso d’italiano per stranieri. Per quale motivo?”
CS: “Non lo sapevo che dovevo”.
I: “Ignorantia legis non excusat! Accidenti, via passiamo all’educazione civica… lei sa che per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno a punti deve conoscere anche i rudimenti della nostra Costituzione?”
CS: “Ehm… lo so ora”
I: “Allora, mi dica: quanti deputati ha la Camera e quanti senatori ha il Senato?”
CS: “Eeeeh?”
I: “Ma lei è proprio a zero! Allora, mi dica: l’Italia ripudia la guerra?”
CS: “Ri-pu-da?”
I: “Ma no, ma che ripuda… ripudia! Con la i. Significa non accettare, non volere”
CS: “Boh… no… well, yes… sì!”
I: “Ma come fa a stare in Italia se nemmeno sa l’italiano? Ma perché invece di comprare quella patacca, un finto Rolex – si vede pure da qui -, e quei vestiti di marca che ha indosso non andava a frequentare un corso di italiano o di educazione civica? Ma si vergogni!”
CS: “Rolex… No, è original!”
I: “Aaaah, è originale. E lo dice pure. Allora, i casi sono due. Come ha potuto permetterselo? Lo ha rubato? Ora controllo… Scommetto che lei sovraintende a un giro di prostituzione di sue connazionali ucraine, fa il magnaccia!”
CS: “Prostit… No, no… Io persona onesta!”
I: “Ah sì, eh? Però non frequenta corsi di italiano, anzi diciamo pure che l’italiano lo parla poco, non conosce la nostra Costituzione ed è pure stato fermato per guida in stato di ubriachezza. Ma lei sa che se vuole rinnovare il permesso di soggiorno servono trenta punti? Lei non può arrivarci a trenta punti con tutte queste lacune”
CS: “Lacune? Ah sì, Venezia… Ci sono stato!”
I: “Noooo! Non lagune, lacune! La-cu-ne! Oooh, ma lei come fa a stare in Italia, come fa a lavorare se nemmeno parla italiano? Ma si vergogni! Come può parlare a lavoro con i colleghi?”
CS: “In inglese. Parliamo tutti inglese!”
I: “Parlate tutti inglese… Ma a chi la vuol dare a credere”
(entra un collega)
Collega Impiegato: “Ehi, ma lei è… ma lei è Ondrej Malustzenko”
I: “Lo conosci?”
CI: “Wow, che emozione… Me lo fa un autografo?”
I: “Un autografo? Ma scusa, ma…”
CI: “Non mi dire che non conosci il centravanti del Milan!”
I: “Ehm, no… io non seguo il calcio…”
CI: “Ecco, se può fare una dedica, grazie… è per i miei figli, mica per me, sa? Ehi, Brambilla, non mi dire che Malustzenko è qui per rinnovare il permesso di soggiorno!”
I: “B…beh, s…sì! Perché?”
CI: “Oh, allora provvedo io immediatamente. Ecco qua, un bel timbrino e siamo a posto! Che gioia aver conosciuto il grande Malustzenko. Una gran persona, sai? Ah, ma lo sapevi che fa tanta beneficienza, è stato pure testimonial al Telethon il mese scorso. E poi è un grande, in campo: pensa che il Real Madrid lo vorrebbe acquistare per trenta milioni di euro, ma il Milan ha detto di no, che è incedibile e che forse lo confermerà a vita”.