venerdì 30 aprile 2010
Il compleanno del blog
Rispetto a un anno fa ho qualche convinzione in meno e credo che ciò sia un bene.
Per esempio, riguardo la priorità dei temi da affrontare.
Io credo che oggi come oggi il problema numero uno sia il lavoro e il problema numero due sia la nuova povertà, sempre più estesa. Però – leggendo Repubblica on line, ma pure i commenti su questo e altri blog e ascoltando l’editoriale di Travaglio ieri sera ad AnnoZero – a quanto pare la madre di tutte le questioni è il conflitto d’interessi. Continuo a pensare che si tratti di un argomento che piace soprattutto a noi di sinistra e che agli altri italiani importi relativamente poco, ma evidentemente su questo punto io non sono in sintonia con chi vota come me. Probabilmente son io che sbaglio, di certo ho molti più dubbi di un anno fa pure su questo aspetto.
Per il resto, mi sono accorto che la maggior parte dei miei post vertono sui soliti argomenti. Questo un po’ mi deprime. Perché non son io a essere incapace di trovare nuovi spunti di riflessione. E’ il Paese ad essere fermo sempre sulle solite questioni. Di questo, siamo correi pure noi di sinistra. Non soltanto il principale partito di opposizione, tanto bravo a guardarsi l’ombelico quanto inetto nel costruire una propria proposta, ma anche le altre forze politiche e tutti noi elettori. L’altra sera guardavo Ballarò. Ho spento quando mi sono accorto che intuivo già in anticipo cosa avrebbe detto ognuno degli ospiti. C’era Bondi e sapevo, prima ancora che parlasse, che avrebbe affermato la tal cosa. Mentre parlava, mi immaginavo la risposta di Di Pietro: in effetti, è stata esattamente quella. Lo stesso è accaduto ieri sera durante AnnoZero: sapevo già in anticipo di cosa avrebbe parlato Travaglio, ipotizzavo le sortite di Porro e della Rangeri, così come era facile prevedere i contorsionismi di Mieli per dare sempre e comunque un colpo al cerchio e uno alla botte. L’unico momento diverso è stato quando Bersani ha avuto lo scatto d’orgoglio e ha zittito Travaglio utilizzando parole che, sia nella sostanza che nella forma, avrebbero dovuto essere quasi scontate per un partito di centrosinistra: invece ci hanno sorpreso.
Forse pure noi elettori – di destra, di centro e di sinistra – ci siamo adeguati al livello basso dei nostri rappresentanti in Parlamento e nelle istituzioni, accontentandoci di quel che passa il convento. Per esempio, un vaffanculo. Liberatorio quanto vogliamo, ma – in effetti – un po’ pochino per affrontare la complessità della società contemporanea.
giovedì 29 aprile 2010
Una domanda a Grillo (ma pure a Di Pietro)
E' chiaro che quando uno appena appena di sinistra legge le esternazioni di D'Alema su Fini & dintorni, la prima reazione sia quella di fare la valigia ed emigrare in Islanda. Ed è altrettanto normale che quando uno legge della tempistica dell'iniziativa piddina sulle dieci parole chiave gli caschino le braccia (e non soltanto quelle). Però poi uno legge pure la reazione proposta da Beppe Grillo e allora si convince che se questo è il nuovo, meglio i vecchi arnesi della politica.mercoledì 28 aprile 2010
L'hanno presa bene
23 aprile
"L'ex leader di AN vuole la burodemocrazia... le soluzioni che ha dato sono un ritorno al passato"
"Il nord finiano (...) è il suono del muezzin che nelle nebbie lombarde crea una sorta di incantesimo da terra di nessuno, è la finanza islamica"
"La cravatta rosa shocking indica smania di giovinezza"
"Fa specie che a invocare la collegialità sia proprio colui che non sembra aver nutrito, per tale collegialità, molta attenzione negli ultimi anni"
"Gianfranco non sa cosa vuole, ma lo vuole: imbarazzante... la montagna ha partorito un pidocchio"
24 aprile
"Sia la sinistra che Fini appaiono privi di logica politica (...) con una differenza, però, che è giusto riconoscere: la sinistra non inganna volutamente gli italiani"
"Non si sa come tradurre quel post-it di tessuto lucido che Gianfranco Fini insiste ad appendersi al collo"
"La solita storia: un leader sempre fuori dal tempo"
25 aprile
"Craxi lo scrisse 12 anni fa: Fini è un compagno"
"E adesso Fini tenta il golpe"
"Un Fini col dente avvelenato e pronto a qualsiasi dispetto per paralizzare le riforme"
26 aprile
"I suoi pensatori si dedicano a sms e cartoni animati"
"Fini ha paura delle elezioni"
"I fan di Fini sono di sinistra"
"Fini (...) ha dimostrato di mancare di quel minimo sentimento del pudore che divide la decenza dal suo sciagurato opposto"
27 aprile
"Fini è malato: ha una forma acuta di sindrome di Stoccolma"
"Fini continua a perdere pezzi: sono rimasti solo in 30 a sentirlo"
28 aprile
"La suocera di Fini fa milioni con gli appalti Rai"
"Gianfranco e l'abuso di ufficio a Montecitorio: per i summit della sua corrente, Fini trasforma la Camera in un bunker"
martedì 27 aprile 2010
La paura del futuro / 2
Già. Il punto è che in Italia mancano gli strumenti per far fronte a situazioni del genere. Che progetto di vita può avere un contratto a... progetto? Ma pure un contratto a tempo indeterminato se lavora nel privato ormai cammina su un filo appeso in aria e sotto neanche la rete di protezione. In altri Paesi probabilmente c'è più flessibilità che da noi in uscita, ma anche più tutele nel momento in cui sei temporaneamente fuori dal mercato del lavoro. E, forse, a differenza che in Italia, contano più il merito e le competenze che le conoscenze e le pubbliche relazioni e il sapersi vendere bene.
I sindacati? Per quanto mi riguarda - piccola esperienza personale che non fa testo - avendo lavorato sempre nel settore dei servizi o in piccole imprese, non soltanto io non so nemmeno cosa sia una RSU, ma nemmeno ho mai sentito la presenza sindacale nelle realtà in cui ho lavorato. Cisl, Uil e Ugl ormai sono collaterali al governo, si sono ridotte a difendere rendite di posizione o a fare consulenza o assistenza quando uno deve fare una causa di lavoro. La Cgil non è collaterale e sicuramente è più arcigna, ma mi pare che per essa esistano soltanto il settore pubblico, i pensionati e le grandi aziende metalmeccaniche o giù di lì. Anche per i sindacati - tutti! - è giunta l'ora di riformarsi e di ripensare il proprio ruolo nella società.
Ecco, la paura è anche la paura di rimanere soli nel momento in cui puoi avere bisogno: uno è troppo occupato a fare le primarie, un altro a conquistare lo zero virgola in più alle prossime elezioni, un altro a riposizionarsi sul mercato elettorale, un altro a blaterare di riforme istituzionali, un altro a pararsi il culo dalle proprie vicende giudiziarie, un altro a conservare una rendita di posizione...
lunedì 26 aprile 2010
La paura del futuro
Sono d'accordo con lui.
E non credo sia becero antiberlusconismo aggiungere che non basta sorridere, esorcizzare la crisi ripetendo che andiamo meglio degli altri Paesi o predicare la filosofia del sole in tasca. Anche perché son tutti atteggiamenti che lasciano il tempo che trovano, se poi la tua idea di società è quella in cui da una parte stanno i buoni che producono e dall'altra i cattivi che fanno i parassiti, da una parte quelli che si danno da fare e dall'altra i disfattisti anti-italiani, da una parte quelli che vorrebbero riformare l'Italia e dall'altra quelli che complottano contro. Ma, soprattutto, se ti allei con chi soffia sul fuoco della paura additando gruppi di persone per renderle capri espiatori di tutti i problemi con cui, noi e loro, ci troviamo ad avere a che fare tutti i giorni.
domenica 25 aprile 2010
Fini strategie / 6
Quello che mi lascia perplesso è il grado di fiducia che da fuori, da sinistra e da centro, riponiamo in questo percorso. Per carità, io non metto in discussione che Fini abbia una visione di una destra più istituzionale e meno padronale (diciamo così), non dubito che possa essere incluso nel "patto repubblicano" proposto da Bersani, ma chiedo fatti concreti.
E’ possibile perseguire un disegno del genere votando tutti i provvedimenti più scandalosamente ad personam o di dubbia natura?
Io sono andato a vedere come si sono espressi questi neoliberali di destra, tanto alla moda oggidì, in alcune importanti e recenti votazioni.
Legittimo impedimento: hanno votato sì Bocchino, Bongiorno, Briguglio, Della Vedova, Granata, Menia, Moffa, Perina, Raisi, Ronchi, Urso.
Reato di immigrazione clandestina: hanno votato sì Bocchino, Bongiorno, Briguglio, Della Vedova, Granata, Moffa, Perina, Raisi, Ronchi. In missione Menia, Urso.
Lodo Alfano: hanno votato sì Bocchino, Bongiorno, Briguglio, Della Vedova, Moffa, Perina, Raisi, Ronchi, Urso; in missione Menia; assente Granata.
Scudo fiscale: hanno votato sì Bocchino, Briguglio, Della Vedova, Granata, Moffa, Perina, Raisi, Urso; in missione Menia, Ronchi; assente Bongiorno.
Incostituzionalità dell’aggravante omofobia e razzismo: ha votato sì Moffa; hanno votato contro Bocchino, Briguglio, Della Vedova, Perina e Urso; astenuta: Bongiorno; in missione Menia, Ronchi; assenti Granata, Raisi.
Vuoi una politica migliore sull’immigrazione? Non puoi accontentarti del progetto di legge Sarubbi-Granata (per quanto ammirevole tentativo) se sei a favore del reato di immigrazione clandestina. Vuoi proporti come liberale? Mi chiedo con quale faccia puoi accettare lo scudo fiscale nella maniera in cui è stato disegnato dal governo. Vuoi rappresentare una destra legalitaria? Non sei credibile se contemporaneamente voti legittimo impedimento e lodo Alfano.
La stessa Giulia Bongiorno, in un'intervista concessa stamani al Corriere della Sera, ha detto che lei "in tema di giustizia" condivide "gli stessi obiettivi di Berlusconi". Soltanto che propone "un diverso percorso per arrivarci".
Dice il finiano anonimo intervistato ieri dal Riformista che l’obiettivo da ora in poi sarà stancare la maggioranza del PdL su ogni provvedimento che non è nel programma elettorale. Bene. Ottimo proposito. Peccato che, se attuato, sarebbe un motivo in più per indurre Berlusconi ad andare a elezioni as soon as possible. E a vincerle. Muovendosi come un bulldozer insieme alla Lega, mentre i partiti tradizionali stanno a fare i giochetti tattici, a vagheggiare kadime, a lanciare appelli, a interloquire con Tizio piuttosto che con Caio.
Parliamoci chiaro: finché i finiani appoggerranno il governo Berlusconi saranno parte di un disegno ben preciso, che niente ha a che fare con la modernità e il bene comune.
Per anni abbiamo fatto le pulci a chi militava nella sinistra perché non era sufficientemente aperto a certe istanze, perché non aveva fatto abbastanza i conti con il proprio passato, perché perché perché. E poi da questi qua ci accontentiamo, per sdoganarli come destra liberale ed europea, che dicano “vogliamo più dibattito interno”, trovando poi tutte le giustificazioni possibili e immaginabili, tattiche e strategiche, al loro accondiscendere ai voleri del boss? Ma per favore!
venerdì 23 aprile 2010
Abbiamo di fronte tre anni senza elezioni, disse quello
Cosa ha detto Fini? Niente di più di quel che Chiamparino o Cacciari o i dalemiani (quando c’era Veltroni segretario) o i veltroniani (ora che il segretario è Bersani) hanno ripetuto più volte alle direzioni del Partito Democratico. Anzi. Casomai, qualcosa di meno, visto che ha rimarcato gli elogi per l’operato del ministro dell’economia, ha ribadito l’appoggio al governo e ha sottolineato che dal partito non intende certo uscire. Anche il linguaggio (soltanto apparentemente diretto ed esplicito, in realtà zeppo di sottintesi e messaggi tra le righe) è stato quello della politica e non quello, tipico dei consessi berlusconiani, della convention aziendale.
Il salto di qualità non sta nei contenuti di chi ha criticato, ma nella reazioni di chi è stato criticato che, per la prima volta in sedici anni, ha visto messo in discussione il Dogma di Fede della Sua Infallibilità.
Io inizierei l’analisi proprio da qui. Ossia, tutti abbiamo puntato l’occhio di bue su Fini. E però i veri protagonisti della giornata di ieri e di oggi sono Berlusconi e Bossi. Sono loro i capocomici. E’ Berlusconi che ha deciso di alzare i toni dello scontro ed è Bossi che ha scelto di drammatizzarlo ulteriormente.
Pensiamo un attimo allo scenario fantapolitico alternativo, così abbiamo chiaro a cosa mi riferisco.
Berlusconi, dopo la critica di Fini, decide di fare il Bersani. Aspetta il suo turno, trae le conclusioni, risponde pacato spiegando perché e percome ha fatto certe scelte anziché altre, fa approvare un documento conclusivo di incondizionato appoggio al suo operato, ma senza infierire su Fini. In tal caso, oggi avremmo quel che, probabilmente, era nelle intenzioni del presidente della Camera: il PdL sarebbe un partito quasi normale. Sempre partito Cesare, ma almeno con una parvenza di dibattito interno. A Bossi sarebbero girate le palle perché comunque un cofondatore del partito di maggioranza relativa avrebbe posto il problema dei rapporti con la Lega, ma non sarebbe stata una novità, è dal 1994 che va avanti così. Il monarca e il delfino avrebbero continuato a guardarsi in cagnesco per altri tre anni, ma alla fine della legislatura ci sarebbero arrivati comunque, con Fini che avrebbe avuto una sua credibilità da spendere in vista della successione al Grande Capo Indiscusso Onnipotente e Infallibile.
Ed ora lo scenario che invece abbiamo avuto. Berlusconi, dopo la critica di Fini, decide di fare il Berlusconi. Non aspetta il suo turno e rovescia il tavolo rivelando retroscena e ragionamenti privati, la butta in rissa, mette alle corde Fini, fa approvare un documento conclusivo non soltanto di incondizionato appoggio al suo operato, ma pure umiliante per il suo contraltare. Così, il PdL rimane quel che è sempre stato fino ad oggi: un partito Cesare che più Cesare non si può. E Bossi può giocare di sponda, protestare la fine dell’alleanza, financo paventare elezioni anticipate. Che in realtà farebbero comodo a tutti e due: la Lega è nel momento di massimo splendore; Berlusconi è in declino, ma comunque per lui trasformare la campagna elettorale in un referendum sulla sua persona – con il Partito Democratico e il resto del centrosinistra assolutamente impreparati alla sfida – e vincerlo alla grande sarebbe un gioco da ragazzi, del resto già sperimentato. Altri cinque anni di regno incontrastato, con Fini rimesso a cuccia. Sempre a patto di andarci, a elezioni, entro pochi mesi, massimo un anno, ché sennò altri potrebbero organizzare le contromosse. In alternativa, B&B potrebbero anche decidere di non rompere e di non andare a elezioni anticipate, ma sarebbero loro a volerlo, non altri.
Io penso che ieri si sia giocata sulla pelle degli italiani soltanto una lotta di potere. Dei problemi con cui tutti noi ci confrontiamo quotidianamente, a Fini e a Berlusconi importava poco o niente. Erano lì, alla direzione, per un’altra gara: l’uno guardando all’era postberlusconiana, con il partito che inevitabilmente si frantumerà; l’altro che non può accettare che il monumento a sé stesso sia meno che meraviglioso. La partita non è finita in pareggio. Ha vinto Berlusconi. A Fini l’onore delle armi da parte della sinistra perché ha fatto una scommessa e una scommessa si può vincere o si può perdere e pure perché, comunque vadano le cose, niente sarà più come prima. Però ha perso. Basta vedere come i tg, i giornali di destra e lo stesso sito web PdL hanno raccontato la vicenda di ieri.
Ma.
Ma se il presidente della Camera rientrerà nei ranghi, avrà perso la faccia; se invece andrà via dal partito, non sarà per scelta sua, ma perché sarà il presidente del Consiglio ad averlo cacciato o comunque costretto a quel passo. Nel primo caso, il governo reggerà fino alla fine della legislatura; nel secondo caso, si andrà a elezioni anticipate che saranno vinte, inesorabilmente e per mancanza di avversari adeguati, sempre dalla solita persona.
L’aspetto curioso di tutto ciò è che, per quel che è successo ieri alla direzione del PdL, a sinistra ci esaltiamo pure.
giovedì 22 aprile 2010
I partiti italiani si dividono in due categorie
Da noi abbiamo due sole classi: i partiti Cesare e i partiti Bosnia.
I primi sono quelli nei quali c’è un tizio che un giorno ha avuto la bella pensata di fondare un partito. Lui è il capo indiscusso di quella forza politica. Magari il segretario o coordinatore è un altro, ma il potere di firma rimane nel padre-padrone, monarca assoluto. Lui decide le priorità, la linea di comunicazione, le strategie. E’ possibile che un giorno tuoni contro Caio e il giorno dopo ci si allei. Così, senza tanti girigogoli: semplicemente, si sveglia una mattina e decide che. E gli altri lo seguono. Il successo deriva dal carisma che è riuscito a crearsi negli anni, con un’attività pregressa – che può pure essere completamente avulsa dalla politica – o con la capacità di individuare obiettivi, anche minimi, anche di potere strictu sensu, attorno ai quali si coagulano gli interessi di persone (poche o tante, non ha qui importanza). Non raramente, il partito si identifica con il nome del suo fondatore e leader. Criticarlo, metterne in discussione il Verbo, apre scenari inimmaginabili in un’organizzazione disabituata alle regole della democrazia interna. Una contestazione che altrove sarebbe derubricata alla voce “queste sono le assemblee di partito, compagno” diventa il redde rationem, la sfida campale per eccellenza, un reato di lesa maestà che vale la messa alla berlina per chi lo compie (a meno che costui non vesta il saio e vada a Canossa). Non è che i panni sporchi si lavano in casa: no, i panni sporchi non sono proprio contemplati, l’organizzazione è studiata in modo che ci sia solo l’applauso.
Esempi di partito Cesare in Italia sono stati e sono i radicali, la Lega Nord, Forza Italia, l’Udeur, l’Italia dei Valori, il Popolo delle Libertà. Per certi versi, la stessa UdC.
I partiti Bosnia, invece, sono quelli dove non soltanto manca un leader assoluto, ma addirittura c’è un’idea distorta di democrazia. Talché la posizione di leader è rivendicata da tanti, da troppi. Ognuno con la sua verità in tasca, ognuno che rivendica il suo pezzetto di ragione “e se non si fa così io faccio casino”, ognuno a sentirsi interprete vero e unico della reale motivazione dello stare insieme in quel partito senza rendersi conto (o, in certi casi, rendendosene conto benissimo) che proprio il sentirsi interprete vero e unico è l’anticamera del non stare insieme. Infatti, lo scenario che periodicamente torna alla ribalta è quello della scissione. Così, individuare obiettivi chiari, elaborare programmi chiari diventa quasi impossibile perché prima c’è da mettere d’accordo le mille anime del partito, scendere a patti con Vattelapesca, stabilire un’alleanza con Sempronio e dare un contentino pure a Pinco. Criticare il leader democraticamente eletto – anche in maniera forte, dura, quasi offensiva – è esercizio pressoché quotidiano e, anzi, ciò che spariglia le carte è l’assenza di critiche e polemiche: in mancanza di esse, il leader si adagia su due cuscini e se la prende comoda, non andando oltre la routine, il tran-tran della dichiarazione al telegiornale o dell’intervista al giornalista compiacente. Ma è soltanto la quiete prima della tempesta. Fino alla prossima polemica, resa il più possibile pubblica perché i panni sporchi si lavano in piazza, altrimenti che democrazia sarebbe?
Esempi di partito Bosnia sono il Partito Democratico e la Federazione della Sinistra. Per certi versi, anche Sinistra Ecologia Libertà.
mercoledì 21 aprile 2010
Iniziativa interessante
Perfida Albione
Che poi, a dirla tutta, se taluni concetti - Palestina, Iran, rapporti con gli Stati Uniti - li avesse espressi qualche esponente della sinistra italiana (e non soltanto della sinistra: sul Medio Oriente a dire certe cose è Massimo D'Alema) te le immagini polemiche sulle posizioni veterocomuniste che infestano la nostra opposizione parlamentare o sugli atteggiamenti estremisti di certi leader della sinistra? No, ci ragionavo perché a sostenere queste idee nel Paese di più antiche e salde tradizioni liberali e democratiche è il leader di un partito chiamato liberaldemocratico.
martedì 20 aprile 2010
Fini strategie / 5
"Io ho indicato un percorso in cui credo e non ho nessuna paura di pagare un prezzo (...) La politica non può essere solo la fotografia statistica del consenso: quella la fanno i sondaggi. La politica, se basata su valori, deve avere la presunzione di educare a quei valori. Vuole che sia più chiaro? Io non mi fermo".
"Ci vuole collegialità".
Parole di Gianfranco Fini.
Alla riunione dei suoi fedelissimi il 20 aprile 2010?
No - rispettivamente - al Corriere della Sera l'11 luglio 2003, all'Avvenire il 19 ottobre 2003, al Messaggero il 10 giugno 2004.
Dunque, a questo punto le ipotesi sono due.
a) Fini mantiene il passo e fra sette anni, con un Berlusconi ottantunne nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica grazie anche ai voti di Fini dopo aver fatto approvare - grazie anche ai voti di Fini - tutta una serie di leggi ad personam che hanno messo al sicuro lui, i figli, i nipoti e i pronipoti fino al 2125, fra sette anni, dicevo, decide di rompere con il PdL.
b) Fini capisce che tutta questa manfrina non la può proseguire all'infinito senza perderci la faccia e, in sussulto di dignità o di realpolitik, rompe con Berlusconi da qui a un mese, cogliendo al volo il primo pretesto possibile.
Chissà perché ho la sensazione che si avvererà la prima ipotesi...
lunedì 19 aprile 2010
Tra Raimondo Vianello e Gino Strada
Per dire, pure due eventi che avrebbero dovuto essere neutri come la morte di Raimondo Vianello e il sequestro dei tre collaboratori di Emergency sono stati letti da alcuni alla stregua di una lotta politica.
Vianello? Negli ultimi anni si era impegnato per Berlusconi, dopo che da giovane aveva optato per la Repubblicà di Salò, quindi niente monumenti, per favore, ché mica faceva ridere.
Emergency? Se la sono cercata, oh, quanto se la sono cercata, ah quanto ci manca un vero dottor Schweitzer!
Basta, non ne posso più di queste polemiche tanto ridicole e mi chiedo se pure all'estero è così oppure c'è chi ha più sale in zucca.
sabato 17 aprile 2010
Ieri sera ho guardato Mi manda Raitre
Si parlava, ancora una volta, della vicenda di Adro. C’era il sindaco e c’erano un paio di genitori arrabbiati contro l’imprenditore che ha donato i soldi per pagare la retta ai bambini delle famiglie insolventi.Inizialmente, ho pensato che aveva ragione chi, sabato scorso all’incontro con Civati, ha detto che se in un quartiere c’è un’edicola tanto brutta da dar noia agli abitanti, la Lega organizza un comitato per abbattere quell’edicola. Pensiero rafforzato quando è emerso chiaramente che la colpa del “benefattore” (non mi piace questa definizione, ma è quella usata ieri sera nel corso della trasmissione) è stata più che altro quella di aver criticato sindaco e assessori.
Ma poi quel che più mi ha dato motivo di riflessione è stato un termine usato da quei genitori: “siamo indignati”.
Ora, l’indignazione è un sentimento che nasce perché non si può tollerare un comportamento o una situazione che offende il senso morale, l’etica. Quella persona che ha donato soldi ha dunque compiuto, agli occhi di quei due genitori, un’azione immorale, contraria ai valori comuni: loro la retta l’hanno sempre pagata e quindi mica è giusto che altri che invece non hanno assolto al loro dovere ora si ritrovino graziati. Perciò, minacciano di non pagare più la retta in futuro.
Credo che quella frase – “siamo indignati” – renda bene l’idea non tanto della Lega, quanto del leghismo. Di una cultura che si va imponendo. Noi di sinistra, io per primo, siamo qui a cercare di analizzare il successo della Lega e troviamo mille motivazioni. Tendiamo a scartare la prima: quella di una sintonia culturale, di un’empatia su una visione del mondo.
Faccio un esempio. C’è questa richiesta forte di pagare meno tasse. La reazione mia e delle persone che la pensano come me è: “o brodi, ma vi rendete conto che meno tasse significa meno servizi?”. Temo che qualcuno se ne renda conto e proprio per quello chieda di pagare meno tasse. Perché a quel dato servizio lui non accede. “Io che non ho figli a scuola, perché dovrei elargire una parte del mio già magro stipendio in tasse per la scuola, per servizi ai quali accedono magari figli di gente che guadagna il triplo di me?” “Il mio vicino di casa è disoccupato, non fa una sega dalla mattina alla sera e prende cinquecento euro mensili di sussidio di disoccupazione, mentre io che mi faccio un culo così ne prendo mille. Mica è giusto!”
Ieri sera, guardando Mi manda Raitre, mi sono reso conto di quanto breve sia il passo dal risentimento emotivo perché si vorrebbe avere di più senza riuscirvi, all’indignazione profonda che sovverte il civismo che dovrebbe fare da collante a una nazione. E di quanto sia efficace l’azione di movimenti o partiti politici che, per convenienza elettorale, soffiano sul fuoco.
Mi torna in mente un bellissimo articolo di Vito Mancuso pubblicato su Repubblica più di un anno fa. Soprattutto, c’è una parte di quell’editoriale perfetta per analizzare seriamente cosa c’è e cosa non c’è in questa vicenda di Adro: “la religione civile è ciò che consente di rispondere alla seguente domanda: perché devo essere giusto verso la società? Perché devo esserlo anche quando la mia convenienza mi porterebbe a non esserlo? Senza un legame di tipo ‘religioso’ con la società, nessuno sacrifica il suo particulare, nessuno sarà giusto quando non gli conviene esserlo e può permettersi di non esserlo. Per questo la formazione di una religione civile è d’importanza vitale per il nostro Paese”.
venerdì 16 aprile 2010
Un uomo, un perché: Andrea Orlando
Caro Andrea Orlando,so che sei una brava persona. Ricordo che anni fa eri a comiziare nella mia città e apprezzai quello che ti sentii dire. E poi siamo coetanei, facciamo parte di quella generazione nata troppo tardi per cogliere ancora certe vecchie opportunità e nata troppo presto per accedere ad altre inventate successivamente.
Però quando ho letto i tuoi interventi sulla giustizia e fatto mente locale sul tuo ex incarico da responsabile organizzativo del Partito Democratico (dal 2008 al 2009), mi son spiegato perché questa forza politica faccia tradizionalmente tanta fatica a comunicare.
Intendiamoci. Io quel che tu hai scritto e la premessa da cui muovi – “dimentichiamoci almeno per un momento Berlusconi, così come dei suoi processi da aggiustare e delle sue vendette da consumare” – me lo sono letto tutto e devo dire che trovo la tua un’analisi intelligente, seria, articolata, per quanto ci siano dei punti discutibili e non condivisibili. Tanti di quei concetti mi pare non siano niente di nuovo: alcuni erano nel programma con cui il partito si presentò alle elezioni due anni fa (programma accettato da tutti, anche da chi si alleò in quella circostanza) e molti altri erano già stati avanzati in un progetto reso pubblico alla fine del 2008, senza scandalo da parte di nessuno. Solamente chi ragiona con la testa di Travaglio può illudersi che in Italia non ci sia un problema giustizia, che i processi penali e civili non siano lenti (e non soltanto per colpa degli avvocati che la tirano per le lunghe), che l’obbligatorietà dell’azione penale non sia da mettere in pratica in modo più assennato, pur preservandola perché è un principio giustissimo e insindacabile. Anche un magistrato che non è certo di destra, come Edmondo Bruti Liberati, ha osservato che le tue proposte non hanno intenti negativi, tutt’altro.
Ma.
Ma spero tu ti sia reso conto che se a un articolo devono far seguito un’intervista e ben due precisazioni, nonché una lettera di sostegno da compagni di partito, significa che c’è qualcosa che non funziona e non certo per colpa di quei cattivoni che ti vogliono male interpretare.
Spero che tu ti sia reso conto che oggi come oggi la comunicazione politica si basa su pochi e fulminei slogan e non sui ragionamenti complessi: sono molto pochi coloro che vanno ad approfondire e a verificare, mentre tanti si accontentano dei bignamini faziosi che vengono loro spadellati dal quotidiano di riferimento (di destra o di sinistra non ha importanza).
Spero che tu ti sia reso conto che è insulso e stupido iniziare un dibattito serio e importante come quello sulla giustizia proprio da un giornale come Il Foglio.
Spero che tu ti sia reso conto che in un momento in cui Berlusconi ha bisogno di fare una riforma della giustizia pro domo sua, hai voglia di sottolineare tutte le premesse di questo mondo: dire qualcos’altro da un “no” significa fornirgli un assist, per quanto involontario. E insomma, la tempistica è importante!
Spero che tu ti sia reso conto che puoi anche dire “la via maestra per affrontare questi temi è la legge ordinaria”, affermazione che da sola sgombra il campo da improvvidi attacchi filoberlusconiani all’obbligatorietà dell’azione penale prevista dalla Costituzione: ma come avanzi proposte in materia, anche non peregrine e razionali, sei fritto. Ché poi, nel circuito mediatico italiano, si fa presto a passare dal “secondo me sbagli a sostenere tale proposta” al “vergogna, vuoi fare l’inciucio”.
In altre parole, siamo di fronte a un bivio. Da un lato c’è la strada di dire sempre e comunque no perché con Berlusconi non si dialoga nemmeno sotto tortura. Dall’altro, c’è la via che porta al riformismo. Possiamo imboccarla, ma è giusto farlo senza mai chiudere la cartina stradale o spegnere il tomtom. Sai, caro Orlando, tu hai un’automobile ancora in rodaggio, che hai guidato molto poco e conosci poco, è la prima volta che percorri quella strada e intorno a te ci sono tanti autotreni che trasportano ogni genere di merce, anche pericolosa, e che si sentono padroni della carreggiata…
p.s.: ho cercato sul web una foto in cui sorridi. Suvvia, c'è di peggio nella vita che fare i parlamentari, perché sempre quell'aria così dimessa? E poi ci chiediamo perché perdiamo le elezioni!
giovedì 15 aprile 2010
Il Contratto Unico fa paura
Come tutti sappiamo, l’UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici) è l’unico organismo dirigenziale del Partito Democratico che funziona a meraviglia. Per dire: è riuscito a creare confusione persino sul progetto legato al Contratto Unico di Ingresso e al salario minimo. Infatti, i gruppi parlamentari di Camera e Senato hanno presentato due proposte diverse (l’una più semplice, l’altra più articolata) che, per quanto molto simili nella sostanza negli obiettivi e nell’impianto di fondo, certo non contribuiscono a fare chiarezza. E offrono spunti a chi vuole affossare tale riforma.mercoledì 14 aprile 2010
Debunking Armaroli
Ieri sera, a un corso di scrittura che ho preso a frequentare, una docente osservava come oggi si legga in maniera molto distratta, senza preoccuparci di riflettere su quel che si è letto.martedì 13 aprile 2010
"L'etica della politica"
Il nostro è un Paese in declino. Dove vince chi sobilla la paura, fa leggi che titillano la paura, organizzano manifestazioni che danno sfogo alla paura.
Chi avrebbe il dovere etico non di negare la paura, ma di contrastarla con soluzioni vere, serie, intelligenti e lungimiranti, però, in questi giorni è troppo occupato a parlare di segreterie di partito o a raccogliere firme per inutili (o addirittura controproducenti) referendum soltanto per guadagnare un punto percentuale di consensi.
Quando ci sveglieremo ho paura che sarà troppo tardi: siamo già ora sull'orlo del baratro etico sociale, oltre che economico.
*stavo pensando a un titolo per questo post e intanto ho sentito Enrico Rossi a Ballarò pronunciare quella frase.
lunedì 12 aprile 2010
Fini strategie / 4
Gianfranco Fini, 12 aprile 2010: "Non si può dire 'vergogna' se una maggioranza di governo modifica da sola una parte della costituzione".
(dedicato a tutti coloro che, anche a sinistra, guardano con fiducia e speranza a Gianfranco Fini. Per carità, ha ragione quando dice che non si può dire vergogna eccetera eccetera - perché in fondo la Costituzione lo prevede -, ma diciamola tutta: se Bertinotti era il parolaio rosso, questo qua è il parolaio nero)
Vogliamo parlare di pomodori?
All’incontro organizzato sabato a Milano da Civati, i ragazzi di Termometro Politico hanno presentato una loro analisi sui flussi elettorali nelle cinque regioni del nord Italia dove si è votato a fine marzo (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna). L’immagine derivata è parecchio interessante, in particolare sul voto giovanile (il PdL è forte tanto tra gli under 34 quanto tra gli over, a differenza del PD e dell’UdC; IdV, Grillo e la Destra sono forti soprattutto in quella fascia di età) e sugli spostamenti da partito a partito. La Lega, negli ultimi anni, ha avuto un tasso di fedeltà molto alto: 8 su 10 che l’hanno votata nel 2008 hanno ribadito il loro consenso nei due anni successivi, mentre PD e PdL sono a circa il 65% e l’IdV oltre il 70%. Infine, mentre nel centrodestra non c’è sostanziale dispersione, lo stesso non può dirsi nell’altro schieramento, con l’IdV che ciuccia un buon 20% del PD (ma anche la Lega stavolta ha ciucciato un quinto dei suoi voti al PdL: insomma, lo scontento dei due partiti maggiori o si astiene o va a votare IdV e Lega, rispettivamente), mentre Grillo pesca molto agli ex o post comunisti, ma pure a IdV e PD e gode della fiducia dei diciottenni che vanno a votare per la prima volta. Un’analisi che conferma una tesi ben esposta proprio sul sito web di Termometro Politico: ossia, che il centrosinistra in Italia è strutturalmente minoritario.Durante la pausa pranzo, mi sono confrontato con l’assessore alle politiche sociali del Comune di Torino Ilda Curti e abbiamo, tra l’altro, parlato della vicenda kebab. Alcuni sindaci – tra cui, ahimè, quello di centrodestra della mia città – hanno emanato ordinanze restrittive verso quei negozi gestiti da cittadini stranieri che vendono questi prodotti. Tutto ciò giustificandosi con la tutela del “prodotto tipico locale” e altre amenità del genere. In realtà, certi provvedimenti nascono solamente per assecondare e mettere a tacere la paura che i commercianti italiani – di tutte le latitudini, dalla Vetta d’Italia a Lampedusa – hanno della libera concorrenza. Basti pensare che, sempre nella mia città, periodicamente rinasce una polemica tra ristoratori e organizzatori di sagre.
Cosa c’entrano l’analisi elettorale di Termometro Politico e le considerazioni scambiate con l’assessore torinese?
C’entrano. A sinistra abbiamo perso (se mai l’abbiamo avuta) la capacità di parlare di cose semplici in maniera semplice.
domenica 11 aprile 2010
Unicuique suum
Poi un amico su Facebook mi ha fatto notare l'intervento di Prodi sul Messaggero. E me ne ha parlato tutto entusiasta.
E allora ho deciso di non pubblicare quel che avevo già scritto. E' inutile.
Il centrosinistra ha una proposta variegata, ma giusta per i suoi elettori. A ciascuno il suo.
Chi vuole crogiolarsi nell'inutilità dell'antiberlusconismo urlato e fine a sé stesso, può votare l'Italia dei Valori.
Chi è legato a una vecchia concezione di sinistra e ha fermato il calendario agli anni Settanta o giù di lì può votare la Federazione di Sinistra.
Chi vuol essere di sinistra senza sapere cosa sia la sinistra può votare Sinistra Ecologia Libertà.
Chi vuol farsi le pippe mentali e passare le giornate, le settimane, i mesi a discutere di segretari, primarie, organizzazione interna può votare il Partito Democratico.
sabato 10 aprile 2010
Il blogger in trasferta
Come in tante altre piccole e storiche realtà di provincia, anche quella in cui sono nato, cresciuto e tuttora risiedo si balocca con i suoi luoghi comuni. La politica, ovviamente, non fa eccezione.Stamani, però, ho preso l’automobile e, investendo una parte del mio non lauto stipendio in autostrada e in gpl, ho partecipato all’iniziativa organizzata da Giuseppe Civati. Sarebbe stato bello se fossero venuti alcuni che conosco, perché forse una bella bottarella a intime convinzioni paesane l’avrebbero ricevuta.
Per esempio, avrebbero scoperto che un circolo Arci (o una Casa del Popolo) serve ancora. E che lì c’è tanta gente che magari va per fare altro e magari nemmeno ti vota, ma c’è, non la puoi ignorare.
Oppure, avrebbero visto che un ragazzo di diciannove anni può prendere la parola di fronte a duecento persone e dire cose non soltanto molto intelligenti e vere, ma pure differenti rispetto a quelle dette e ascoltate nelle cinque ore precedenti.
Ancora, che si può fare politica senza avere la faccia mogia e la bocca all’ingiù e, addirittura – udite! udite! –, senza avere la convinzione di essere gli unici depositari della Verità.
Di più: che si può andare avanti per sei ore senza lamentarsi di conflitto di interessi o processi al presidente del Consiglio o leggi ad personam, tutto ciò pur facendo opposizione e anche di quella vera.
Io la mia l’ho detta, ché mica mi riesce star zitto. Concetti che ho scritto ripetutamente anche qui, su questo blogghettino. Ho detto che a volte noi di sinistra ci innamoriamo di alcuni cavalli di battaglia (anzi: di quelli che noi riteniamo essere cavalli di battaglia), ma alle persone “normali” (intendendo per normali tutti coloro che trovano assurdo passare ore dentro una stanza a parlare di politica) interessano poco o niente: ho fatto l’esempio dell’omino del bar vicino casa (agli incontri a cui partecipo nella mia città quella dell’omino del bar è ormai un mio tormentone, ma a questa platea era la prima volta che la propinavo e magari gli è pure piaciuta) interessato molto più alla costruzione di un cavalcaferrovia che non ai propositi di democrazia partecipata del candidato di centrosinistra che ha studiato la lezione a Porto Alegre. E poi ho parlato della proposta del Contratto Unico di Ingresso e del salario minimo, nei termini in cui ne ho scritto qui. Infine, ho raccontato l’esperienza di Tiziana.
Spero di aver dato un contributo di idee, ma se così non fosse rimane il fatto che qualcun altro il contributo di idee lo ha dato a me.
giovedì 8 aprile 2010
Quali riforme
La Francia ha una forma di governo semipresidenziale e un decentramento amministrativo ridotto all'osso.- come aumentare il reddito pro capite: fatto pari a 100 il potere di acquisto medio europeo alla fine del 2008, in Germania è a 115.6 (-8.7 rispetto al 1997), in Francia 108 (-6.6 rispetto al 1997), in Regno Unito 116.2 (-2 rispetto al 1997) e in Italia 101.8 (-17.2 rispetto al 1997: non soltanto siamo i più bassi, ma pure quelli che hanno perso di più in questi anni).
- come aumentare le opportunità di occupazione: alla fine del 2008, in Germania lavoravano 70.7 persone (da 15 a 64 anni) su 100, in Francia 64.9, in Regno Unito 71.5, in Italia 58.7.
- come aumentare la spesa sulla protezione sociale: alla fine del 2007, in Germania era pari a 7.408 euro a persona, in Francia era pari a 8.007 euro, in Regno Unito era pari a 7.290,5 euro, in Italia era pari 5.811,7 euro.
- come diminuire la distanza tra ricchi e poveri: il rapporto tra il 20% della popolazione più ricca e il 20% di quella più povera era, alla fine del 2008, di 4.8 in Germania, 4.2 in Francia, 5.6 in Regno Unito e 5.1 in Italia.
Tutto questo vale a prescindere. A prescindere dalle motivazioni che muovono chi oggi vorrebbe fare le riforme e dal suo spessore etico politico. A prescindere, anche, dai pro e contro insiti in ogni sistema istituzionale e dai pregiudizi ideologici verso questa o quella forma di governo.
Insomma, non mi oppongo alle riforme costituzionali perché il presidenzialismo sarebbe un salto nel buio o perché Berlusconi è un farabutto e con lui non si dialoga. Mi oppongo perché prima ci son altre riforme da fare e altri problemi da risolvere.
mercoledì 7 aprile 2010
Una proposta concreta sul lavoro
Il 10 febbraio scorso diversi senatori del PD, mutuando un'idea di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, hanno presentato un progetto di legge che prevede l’istituzione del Contratto Unico di Ingresso.
In cosa consiste?
Per chi viene assunto si prevede che la forma tipica sia un contratto articolato in due fasi: l’ingresso, che dura tre anni, e la stabilità. E’ un rapporto a tempo indeterminato, ma la tutela della stabilità è progressiva. Nella prima fase, se uno viene licenziato causa crisi economica dell’azienda, viene riconosciuta un’indennità di licenziamento rapportata alla durata del periodo lavorativo (cinque giorni ogni mese di retribuzione). Già questa è una forma di tutela più alta rispetto a quel che avviene attualmente per tanti giovani che entrano nel mondo del lavoro. Le altre tutele oggi vigenti subentreranno nella seconda fase del rapporto, quella della cosiddetta stabilità. Il datore di lavoro, da parte sua, può investire nella persona che assume, prendendo i vantaggi del tempo indeterminato attuale, ma senza le rigidità attuali. Quindi – effetto collaterale non da poco – si disincentiva anche il contratto a tempo determinato e, con esso, il precariato che ne deriva.
Non solo. Viene previsto il salario minimo. Che, per il rapporto di lavoro a tempo determinato, è fissato a 25mila euro annui lordi per una prestazione a tempo pieno e un’aliquota più alta per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria: due paletti per rendere meno frequente questa forma contrattuale.
A me la proposta piace. Non sarà la panacea di tutti i mali, non risolverà il problema della disoccupazione giovanile, ma intanto ha un profilo di moderno riformismo di sinistra, va incontro a un’esigenza sentita da tante persone, è un primo passo verso una riforma più profonda dello stato sociale, va in direzione completamente diversa rispetto alla propaganda del governo Berlusconi.
Last but not least, è facilmente comunicabile. Salario minimo: un concetto che lo capisce chiunque. Così come per capire in cosa consiste il Contratto Unico di Inserimento non è necessario essere titolari di una cattedra di diritto del lavoro alla Bocconi. Soprattutto, non mi sembra poi complicato spiegare gli effetti positivi di questa proposta: certezze sia sul reddito, sia sulle tutele in caso di perdita del posto di lavoro. Se i militanti di partito vanno a spiegare tutto questo in un bar o ai cancelli di una fabbrica o alla stazione negli orari dei pendolari o all’uscita di una facoltà universitaria non credo che troverebbero ostilità.
Mi piacerebbe che il partito ci facesse un bel battage: in passato, c’è riuscita la Lega con le “gabbie salariali” e altre rozze amenità del genere, perché non dovrebbe riuscirci qualcun altro con proposte tutt’altro che banali ed estemporanee?
martedì 6 aprile 2010
Mi sa di sì
Il panorama politico italiano di oggi e di domani
Nel quartiere dove abitavo quando ero bambino (seconda metà anni Settanta) c’erano sulla stessa via, quasi accanto l’uno all’altro, alcuni negozi.C’era Marcello, che vendeva generi alimentari: il suo locale non era proprio il massimo dell’igiene, ma all’epoca nessuno ci badava e poi lui era così simpatico e bonario.
C’era la verduraia, di cui non ricordo il nome, con i suoi prodotti della terra.
C’era Alberto, il salumiere: un po’ saccente e altezzoso, però se volevi un prosciutto veramente buono andavi da lui.
C’era il Della Bidia: lui aveva il deposito e vendeva cartoleria e articoli per la cura della casa e della persona, dai detersivi ai dentifrici, dalle scope alle saponette.
C’era il Nieri, che aveva la macelleria.
E poi c’era Romano, con il suo forno e i suoi otto prodotti: pane di farina integrale, pane casalingo, due filoncini chiamati “frusta infarinata” e “frusta lucida”, focaccia in teglia, focaccia al suolo, lievito di birra e una marca strana (probabilmente era l’unico in tutta la città a venderla) di fette biscottate dietetiche. Il venerdì e il sabato – e solo in quei due giorni – Romano faceva quattro tipi di torta con i becchi, tre unità per ciascuno dei quattro tipi: riso, amaretti, cioccolata e verdure: o ti sbrigavi a comprarle o restavi a secco fino al venerdì successivo.
Marcello iniziò a vendere pure (oltre al pane, che poi era quello del forno di Romano) detersivi, saponette, dentifrici e quaderni e penne e, quando poteva, non mancava di sottolineare le carenze del deposito.
Il Della Bidia rispose vendendo sale, zucchero, acqua (su richiesta, anche il pane, che poi era quello del forno di Romano) e, se gli capitava l’occasione, sparlava della bottega di Marcello.
Alberto non rimase a guardare e gradualmente trasformò la sua salumeria in un negozio di alimentari e vendeva pure detersivi, saponette e dentifrici (oltre al pane, che poi era quello del forno di Romano): se possibile, rimarcava le differenze tra il suo bel locale pulito e la cialtroneria altrui.
La verduraia, che era la più anziana del gruppo, non aveva tanta voglia di convertire la bottega, ma iniziò pure lei a tenere detersivi e saponette (e il pane, che poi era quello del forno di Romano) e a sottolineare che lei non era come gli altri.
Il macellaio, invece, rimase a fare soltanto il macellaio e il forno a proporre il suo pane, le sue fette biscottate strane e le sue quattro torte del fine settimana.
Poi alzò bandiera bianca il deposito.
Quindi fu la volta di Marcello.
Alberto si trasferì.
A distanza di trent’anni rimangono solamente il macellaio e il forno.
domenica 4 aprile 2010
Il luogo comune
Cerca di differenziarsi. Si posiziona sul mercato: la gente va in quel negozio perché ha la roba migliore, oppure perché propone un servizio un po’ diverso da quello della sua concorrenza, oppure perché ha i prezzi più bassi. La sua prima preoccupazione sarà comunque quella di proporsi ai possibili clienti: tramite manifesti o spot tv o pagine di pubblicità sui giornali o volantini o passaparola o qualcosa, insomma, che comunichi chi è, dov’è di preciso, cosa fa.
Stavo pensando queste cose dopo aver letto gli ennesimi articoli che parlano di “territorio”. Sì, perché quando il centrosinistra perde un’elezione – o la consultazione non va proprio bene bene come avrebbe desiderato – cominciano i due tormentoni. Il primo è quello della “sintesi”. Non in senso kantiano del termine e nemmeno in senso hegeliano. In senso così, una parola che vuol dire tutto e il contrario di tutto. L’altro tormentone è quello del “territorio”. Ormai diventato luogo comune. Già, perché poi all’atto pratico questo territorio in cosa si riduce? A un’iniziativa su un problema qualunque, invitando il parlamentare, l’amministratore locale e un esperto del ramo, da farsi rigorosamente o nella sede di partito o in uno dei luoghi canonici in cui si fanno questo tipo di iniziative. Si mette su tutto un ambaradan al quale partecipano al 90% le solite persone di sempre. Poi ci si crogiola sul presunto successo di quell’iniziativa, vantando che son venute fuori cose nuove da quell’incontro o che son venute tante persone e c’era pure l’inviato della tv locale.
Invece non dovrebbe funzionare così. Bisognerebbe invertire l’ordine delle priorità. Come ha fatto la Lega. Ha cercato di differenziarsi rispetto a tutto il resto del panorama politico e lo ha fatto talmente bene che non importa se ha governato per nove degli ultimi sedici anni ed è quindi corresponsabile di almeno una parte di tutti i problemi che va denunciando, nonché di quelle stesse mancate riforme che invoca un giorno sì e l’altro pure. Ha avuto questa capacità perché non ha aspettato che fosse la gente ad andare nei suoi gazebo o nelle sue sedi di partito. Son stati i leghisti ad andare nei bar, nei circoli, nelle piazze del mercato. A volantinare rozzi manifestini, a raccontare pessime favole. Ma se nessuno ha spiegato che quelle erano favole – e pure brutte – e non ha raccontato cose migliori, è chiaro che poi alla fine esse si sono imposte nell’immaginario collettivo. Anche in quello di città e paesi nei quali la presenza leghista è inesistente.
Ecco, nella mia testa il “territorio” consiste in questo. Io penso che il Partito Democratico abbia le risorse umane, economiche, organizzative per definirsi un’identità e differenziarsi rispetto al resto del panorama politico italiano semplicemente elaborando una proposta sul lavoro, una sul fisco, una sugli ammortizzatori sociali, una sulla scuola, una sull’ambiente. Cinque proposte cinque – e forse son anche troppe – che esprimano un’idea d’Italia, una visione sul futuro e che siano semplici, immediate, comprensibili. Dopodiché, invece di partire dall’iniziativa che costringe le persone a uscire di casa e ad ascoltare un pensoso dibattito pubblico (che ci deve essere, guai se mancasse, ma è di supporto, viene dopo), parlare all’omino del bar, alla donnina che va al mercato il sabato mattina, al genitore che accompagna il figlio a scuola, all’operaio che entra in fabbrica per il turno della mattina, al pendolare che prende il treno per andare all’università o a lavoro. Va fatto non perché siamo in campagna elettorale, va fatto e basta. Anzi, va fatto soprattutto quando non è tempo di campagna elettorale. Questo, per me, significa “recuperare un rapporto con il territorio”. Certo, finché il Partito Democratico – o chi per esso – sarà un indistinto programmatico che pensa di potersela cavare con qualche incontro organizzato, il suo territorio sarà solo un luogo comune da assemblea di circolo, mentre il territorio, quello vero, sarà appannaggio della Lega Nord. E chi si ribellerà agli slogan della Lega sarà sempre più vulnerabile a quelli, quando non ugualmente rozzi ugualmente demagogici, urlati da Beppe Grillo o chi per lui.
venerdì 2 aprile 2010
Due o tre cose su G., su DP., e sulla ditta C.
Quando parliamo del successo di Grillo o Di Pietro credo che il Partito Democratico dovrebbe fare un bell’esame di coscienza e recitare il mea culpa perché non è riuscito a soddisfare aspettative e speranze di milioni di persone.Però se vogliamo capire a fondo il fenomeno, dobbiamo farlo a 360° e scoprire che non è tutto oro quel che luccica.
Scommetto che pure io posso avere successo: intanto, scrivo un programma nel quale parlo di fotovoltaico, banda larga, libri di scuola scaricabili gratuitamente da internet e tutto il futuribile possibile immaginabile, senza specificare da quali risorse attingere e, soprattutto, senza fare il minimo cenno a politica estera, politica fiscale e politica sull’immigrazione; e poi mi affido a una buona società di marketing che mi disegna una campagna di comunicazione molto aggressiva e invasiva.
Sì, perché se andiamo ad analizzare come è nato il consenso attorno a Grillo e Di Pietro scopriamo che c’è meno spontaneismo di quanto si pensi. Anzi, lo spontaneismo è quasi assente.
Entrambi hanno iniziato i loro exploit (val la pena ricordare che quattro anni fa, con gli allora Margherita e Democratici di Sinistra che non erano poi tanto più svegli o innovativi del Partito Democratico di oggi, Di Pietro aveva il 2%) quando si sono affidati a un’agenzia di comunicazione, la Casaleggio Associati, che teorizza l’uso delle tecniche di guerrilla marketing. I passi compiuti sono stati più o meno i soliti: il blog – e quelli di Di Pietro e Grillo hanno la medesima impostazione grafica (vedi uso insistito del grassetto), la stessa struttura, talvolta gli stessi temi e spesso gli stessi personaggi da sostenere: da Sonia Alfano a Luigi De Magistris, da Gioacchino Genchi allo stesso Marco Travaglio –; le provocazioni che servono a creare prima curiosità e in un secondo momento consenso; le manifestazioni di piazza che sembrano partire dal basso, ma che dal basso non partono.
Un paio di esempi per chiarire.
Due anni fa, in occasione del Vaffa Day, Grillo promosse (e Di Pietro si accodò) una raccolta di firme per un referendum sull’informazione. Peccato che non fosse possibile portarlo avanti per una questione di tempi non previsti dalla Costituzione: lo sapevano tutti e due, ma andarono avanti comunque, prendendo in giro centinaia di migliaia di persone che firmavano in buona fede credendo in quell’iniziativa. L’obiettivo del tandem non era però il referendum, era crearsi uno spazio di visibilità a fronte degli altri che stanno fermi, accettano tutto, sono complici, conniventi, “Pidielle e Pidimenoelle, Psiconano e Veltrusconi”.
Ancora: entrambi, l’uno nel 2007 e l’altro nel 2009, si sono proposti come candidati alle primarie del Partito Democratico. Sapevano di non poterlo fare, non essendo iscritti o non avendo intenzione di abbandonare il partito di cui erano fondatori e leader. Pure stavolta, il loro interesse reale non era quello, dichiarato, di fare i segretari del PD, ma conquistare una posizione mediaticamente centrale e catturare l’attenzione di cittadini che hanno a cuore la partecipazione democratica. Tra l’altro, con un effetto collaterale tanto paradossale quanto notevole: proprio loro, che nel partito di riferimento o nel proprio blog la democrazia non la considerano nemmeno (l’Italia dei Valori è un partito personal-familiare e Grillo rifiuta sistematicamente il confronto sul web) hanno in questa maniera vestito i panni dei paladini della democrazia partecipata e son riusciti a gettare un’ombra su chi la partecipazione ha cercato, bene o male, di metterla in pratica.
In entrambe le circostanze che ho citato – referendum farlocco e primarie – la loro attività fu sostenuta da utenti del web che riempivano i blog e i social network dei loro commenti in favore di tali iniziative dipietriste o grilline, orientando l’opinione pubblica, manipolandola anche, ripetendo e imponendo degli slogan e delle parole d’ordine recepite da altri (ché a non farle proprie passavi per antidemocratico o capobastone).
In fondo, non c’è grande differenza rispetto a quanto fa Berlusconi da sedici anni a questa parte, con pseudosondaggi che lo danno sempre vicino al 100% dei consensi, con i messaggi che vengono insistentemente ripetuti e così via. Sono diversi i media utilizzati perché diverso è il target di riferimento, ma la tecnica più o meno è quella.
Chiarisco che tutto ciò è più che lecito, è più che legittimo e, soprattutto, non cambia il problema a monte: ossia, il Partito Democratico non è riuscito e non riesce a soddisfare delle esigenze, non ha saputo e non sa ascoltare milioni di potenziali elettori che quindi guardano altrove e talvolta si lasciano abbindolare dal demagogo di turno. Però è giusto anche guardare il rovescio della medaglia: tutto questo decantato spontaneismo a quanto pare tale non è, anzi. C’è molto di indotto, di costruito, di artefatto. Meglio saperlo.
giovedì 1 aprile 2010
Fatti e opinioni
Ma accanto a queste considerazioni di buon senso ce ne sono altre che mi hanno lasciato il retrogusto che lasciano tanti articoli di Travaglio: questo si è messo in testa di criticare e, quando vuoi criticare, un pretesto lo trovi sempre.
Allora, scrive il Savonarola del Duemila: “in Piemonte hanno candidato una signora arrogante e altezzosa, bypassando le primarie previste dallo statuto del Pd per evitare di dar lustro al più popolare Chiamparino”. Ora: a parte il fatto che le primarie per gli eletti uscenti che si ricandidano non sono così automatiche (soprattutto se di coalizione); a parte il fatto che è tutto da dimostrare che Chiamparino sia meno arrogante o altezzoso della Bresso; a parte il fatto che questo giudizio sull’arroganza della ex governatrice è figlio di quel video farlocco messo in rete da Beppe Grillo a tre giorni dalle elezioni per motivi facilmente immaginabili; a parte il fatto che se il sindaco di Torino si fosse dimesso per fare il governatore, son convinto che Travaglio avrebbe avuto da ridire; a parte il fatto che per la sconfitta della Bresso è stato decisivo il suo sostegno a una TAV alla quale è favorevole pure il primo cittadino; a parte tutto questo, forse è appena appena il caso di ricordare allo smemorato giornalista del Fatto che la candidatura di Chiamparino era stata ventilata mesi fa dai centristi e non per fare le primarie (il tempo era già scaduto), ma per stringere l’accordo con un’UdC poco propensa a sostenere la laica Bresso. Ossia a fare uno di quegli accordi di palazzo – perdipiù con un partito ridefinito “un centrino da tavola all’uncinetto, perché guai a perdere il voto moderato” – stigmatizzati nel solito articolo, per esempio quando si parla di Puglia.
Ancora Travaglio scrive che “in Calabria han ricicciato un giovin virgulto come Agazio Loiero”. Verissimo (ma chissà se la pensa così pure il direttore del Fatto, Padellaro, che ai tempi dell’Unità pubblicava spesso e volentieri i commenti dell’ormai ex governatore). Peccato che la ricicciatura sia il risultato di elezioni primarie. Forse sarebbe il caso che l’editorialista si mettesse d’accordo con sé stesso: se primarie devono essere, uno ne accetta l’esito anche in caso di ricicciatura di giovin virgulti. O no?
Ma così funziona il giornalismo italiano. I fatti riportati non si separano dalle opinioni, ma dai fatti accaduti.
EDIT: vedo ora che a Venezia Bortolussi ha preso più voti di Zaia. Questo mette in una luce diversa anche un altro assunto del Travagliopensiero: "Bastava candidare gente seria e normale, fuori dal solito lombrosario, come a Venezia dove il professor Orsoni è riuscito addirittura a rimpicciolire Brunetta". Forse bisognerebbe prendere in considerazione cause più importanti e profonde che non le analisi superficiali e banali di Travaglio, ottimo cronista giudiziario che lascia parecchio a desiderare quando si mette in testa di discettare di politica.
No al nucleare, sì alla ricerca scientifica
Non soltanto io NON sono uno scienziato. Ma nemmeno sono mai riuscito a calarmi nell’ottica dell'“Esponente di Comitato” (EdC). L'EdC è quel tizio che un giorno scopre che gli faranno un palo della telefonia mobile nel campo o un ospedale davanti casa (a chi pensa: “l’ospedale davanti casa? Wow, che comodità!” ...ecco, vada a parlare con qualcuno che so io) o una strada a pochi passi dal cancello in giardino, dopodiché tempo due settimane e sull’elettrosmog l'EdC ne sa più di un ingegnere, è in grado di progettare strade e gallerie, conosce tutta la legislazione italiana ed europea in merito nonché le risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 1948 ad oggi (che ti citerà a memoria, così tu ci fai pure la figura del fesso incompetente), e, se ti viene un calcolo renale, l'EdC non soltanto è in grado di prescriverti i farmaci più adeguati, ma pure di allestire in quattro e quattr'otto un’ambulanza che ti porti al pronto soccorso più lontano (non quello più vicino, sia mai detto che poi l’ospedale di fronte casa...) in meno di tre minuti e mezzo.Le riassumo.
Io sono contrario al nucleare.
Però trovo giusto continuare a investire per fare ricerca su di essa. Hai visto mai che un domani...? Di sicuro, se fermiamo la ricerca non lo sapremo mai.