lunedì 31 maggio 2010

L'imperatore dei marziani e i suoi paggetti

Oggi la fondazione cara a Luca di Montezemolo ha attaccato Giulio Tremonti, con uno di quegli editoriali anonimi che sembrano costruiti apposta per rendere felici dietrologi e retroscenisti.
Però la domanda sorge spontanea: se il ministro dell'economia è l'imperatore dei marziani, gli industriali che fino ad ora hanno assecondato lui e il suo capo, cosa sono? I paggetti dell'imperatore dei marziani?
E com'è che ora si svegliano, quando certi concetti anche il più sconosciuto e mediocre dei blogger li scriveva mesi e mesi fa?

Ahmadinejad potrebbe esserne invidioso

Se le mie antiche conoscenze di diritto internazionale (la materia nella quale, nel secolo scorso, conseguii un’inutile laurea) non mi tradiscono e se i fatti sono andati come sembra dalle prime ricostruzioni, il governo israeliano con l’azione di stanotte in un botto solo potrebbe aver violato un bel po’ di norme (in ordine cronologico e non di importanza):

* artt. 54 e 70 del I° Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali: prevedono il divieto, come metodo di guerra, di far soffrire la fame alle persone civili, il divieto di attaccare distruggere asportare o mettere fuori uso beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile (e tali beni non possono essere oggetto di rappresaglie), nonché il divieto di ostacolare o ritardare la distribuzione di soccorsi, anche in presenza di un blocco navale;

* artt. 87 e 89 Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare: specificano che “l’alto mare è aperto a tutti gli Stati” riconoscendo la libertà di navigazione e che “nessuno Stato può legittimamente pretendere di assoggettare alla propria sovranità alcuna parte dell’alto mare”;

* art. 51 Carta ONU: disciplina – anche sulla base della successiva risoluzione 3314-XXIX dell’Assemblea Generale – l’esercizio del diritto di legittima difesa. Che può essere attuato solamente in caso di aggressione e non anche di “provocazione” e, comunque, deve essere proporzionato all’offesa ricevuta;

* art. 2.4 Carta ONU: prevede che gli Stati si astengano dall’uso della forza per risolvere controversie internazionali.

Niente male, direi...

venerdì 28 maggio 2010

La Gelmini rompe i coglioni e fa discorsi a bischero

Il ministro Gelmini è il ministro più presente sulla rassegna stampa di oggi: una lettera alla Stampa di Torino, un’intervista a Libero, un’altra a Panorama. Non sono in grado di dire se le sue considerazioni siano giuste nel merito oppure no, però ci sono due punti – toccati nel servizio uscito sul settimanale berlusconiano – che mi paiono interessanti.

Per giustificare il suo parere favorevole alla riapertura delle scuole a ottobre, il ministro dice, tra l’altro, che “molte famiglie non possono permettersi le vacanze nei mesi di alta stagione: settembre offrirebbe loro forse l’unica opportunità di riposo”. Io non so dove viva la Gelmini, che tipo di famiglia abbia in mente, a quale modalità di vacanza faccia riferimento. Dalle mie parti, quelli che non possono permettersi le vacanze a luglio e agosto non possono permettersele nemmeno a settembre. E conosco tante persone che non hanno grandi possibilità di scelta sul periodo di ferie semplicemente perché l’azienda in cui lavorano chiude quelle due o tre settimane a cavallo di ferragosto. O perché le aziende cliente chiudono a loro volta e sarebbe tempo perso andare a lavoro in quel periodo (penso a tutti quelli che lavorano nel commerciale).

Poi c’è un’altra affermazione gelminiana che mi ha colpito. Le viene chiesto per quale motivo in Italia le ore di studio sono di più che in altri Paesi europei, ma le cose che sanno i ragazzi sono di meno. Risponde il ministro che la colpa è “della scarsa passione di alcuni insegnanti. Molti dei quali hanno scelto quel lavoro solo perché non hanno trovato di meglio”. Io non so se sia realmente così e nemmeno mi interessa (in generale penso che quelli che scelgono un dato lavoro perché non hanno trovato di meglio siano un po’ in tutti i settori produttivi e merceologici e che nella scuola non siano di più o di meno che negli enti locali o nelle aziende private di servizi o nelle cartiere; e lo stesso discorso vale per fannulloni e incompetenti). Però trovo odiosa questa scelta – perché di una scelta si tratta –, tipica dell’attuale governo e che vede proprio in Gelmini e Brunetta i due paladini, di scaricare tutte le responsabilità sul lavoratore, sull’ultima ruota del carro. E’ un modo anche subdolo di autoassolversi perché da un lato viene fatta una generalizzazione, ma non totale (Gelmini non dice “tutti gli insegnanti”; dice “alcuni”, “molti” di modo che comunque di fronte a una contestazione si possa dire "non mi riferivo a te"), dall’altro si bypassano tutti quei problemi che invece contribuiscono ancor più al malfunzionamento della struttura pubblica e che non sono imputabili alla “scarsa passione” di chi sta in basso, ma alla cattiva organizzazione decisa decisa da chi sta in alto. Un po’ come se l’avvocato Agnelli buonanima avesse detto che la Fiat era in crisi per colpa degli operai alla catena di montaggio anziché dei manager che hanno adottato scelte sbagliate.

Ognuno ha diritto al condono

Ieri, mentre andavo da un cliente, ho ascoltato cinque minuti Radio Radicale. C’era il dibattito al Senato e parlava uno che poi ho scoperto essere Riccardo Villari (sì, quel Villari). Discutevano delle demolizioni di edifici abusivi in Campania e il senatore ha detto: “se è vero che la possibilità dei campani di usufruire del condono 2003 avrebbe sanato gran parte (e quindi ben oltre il testo che ci viene proposto) la situazione attuale, allora vuol dire che nel momento in cui la Corte costituzionale, a suo tempo interpellata, manifestò il proprio giudizio in maniera chiara, ai campani è stato negato un diritto”.

Il condono? Un diritto?

Ohibò, questo stravolgerebbe tutte le mie – già povere – conoscenze giuridiche, che risalgono a un’epoca pre-tangentopoli.
Ero convinto che un diritto (alla cittadinanza, all’istruzione, al lavoro, alla salute, alla religione, alla manifestazione di pensiero, al voto...) fosse un valore in sé e per sé, insito nell’uomo. Poi, uno Stato può riconoscerlo o meno, disciplinarlo e regolamentarlo come desidera e da lì si può valutare, per esempio, quanto è civile quell’ordinamento. Però un diritto è qualcosa che non ha prezzo, che non si può comprare.
Ero convinto, d’altro lato, che invece il condono fosse una concessione dall’alto da parte dello Stato. Non un valore, ma un atteggiamento di comprensione e disponibilità da parte del Sovrano che – per i motivi più disparati – chiude un occhio di fronte alla violazione di una norma e permette a chi ha commesso un reato penale, civile o amministrativo di sanare la propria posizione dietro versamento di un corrispettivo in denaro.
Ero convinto, ma forse son io che sbaglio. In tal caso, non mi stupisco se c’è tanta evasione fiscale e tanta scarsa osservanza delle regole nel nostro Paese. Se non sbaglio, però, è preoccupante che un rappresentante del popolo italiano spari cazzate del genere in Parlamento senza scandalo o quantomeno amaro stupore da parte di nessuno.

giovedì 27 maggio 2010

Siamo alle solite

Ok, ha sparato l'ennesima cazzata. E continuerà a farlo, sempre più. Se per un problema di senilità o meno non lo so. Non vorrei, però, che ora ci concentrassimo su queste cose - che poi son le solite da anni - perdendo di vista i problemi più importanti: la manovra finanziaria che taglia e basta senza creare sviluppo (e lo ha detto la Marcegaglia, non soltanto Epifani), i problemi occupazionali, la legge sulle intercettazioni che ostacola in primis la lotta alla criminalità e il lavoro dei magistrati, oltre che la libertà di stampa.

mercoledì 26 maggio 2010

Chi comunica e chi non

Il ministro Sandro Bondi, sul Giornale, venerdì scorso: “quando parlo di classe dirigente non mi riferisco principalmente a quella politica, ma ancor più a quella imprenditoriale, a quella accademica, a quella delle professioni e della cultura in generale. Questa classe dirigente, in particolare, ha gravi responsabilità nella crisi dell’Italia, anzi il problema principale è costituito dal fatto che essa non si senta e non operi affatto come la classe dirigente di questo Paese”.
Il ministro Sandro Bondi, sui quotidiani di oggi, in risposta a Elio Germano che aveva detto che l’Italia è migliore della sua classe dirigente (ossia, più o meno l’accusa lanciata pochi giorni prima da Bondi): “Mi è dispiaciuto che la sera del premio Germano abbia colto l’occasione per polemizzare con il suo Paese”.

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi oggi alla conferenza stampa di presentazione della manovra finanziaria: "l'attuale situazione dei conti pubblici è colpa della sinistra che ha fatto una riforma costituzionale del Titolo V dissennata che ha fatto esplodere i costi della sanità" (cosa peraltro non vera: dal 2001 al 2008, secondo uno studio Bocconi, l'aumento è stato del 4.6% a fronte dell'8.1% nel periodo 1995-2001).
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, sempre oggi - circa un'ora più tardi - alla conferenza stampa di presentazione della manovra finanziaria: "se c'è un comparto che non viene toccato è la sanità" (della serie: se i costi sono esplosi perché non sono stati tagliati? Ma dubito che domani qualche giornale farà notare la contraddizione, oltre che la non veridicità dell'assunto berlusconiano).

Perché tutte queste frasi in libertà?
A me paiono il frutto - avvelenato - di una solita impostazione. Che privilegia la forma ai contenuti. La comunicazione alle politiche. A sinistra c'è una incapacità strutturale di comunicare, a destra si pensa soltanto a quello. E' anche per questo che chi sta oggi al Governo ha un metro di valutazione sulle scelte strategiche condizionato dai sondaggi di opinione o da chi in origine aveva ideato talune misure (vedi la tracciabilità dei pagamenti, troppo riconducibile all'odiato Vincenzo Visco).
Ma è questa la maniera di guidare un Paese?

lunedì 24 maggio 2010

Che ci siano pure delle idee concrete?

Finalmente il PD ha iniziato a elaborare alcune proposte programmatiche. Ho cominciato a leggerle, partendo da quelle sul lavoro.
Si tratta di un documento lungo (2.334 parole) e di non facile lettura. Espressioni come “le caratteristiche del paradigma tecnologico diffuso” anche un laureato deve leggersele due volte prima di capirne il significato esatto. E concetti quali “la transizione demografica in corso e la crescente domanda di servizi alla persona richiedono la presenza strutturale di immigrati” sono veri, ma pure piuttosto difficili da spiegare all’omino del bar, soprattutto se l’alternativa che a costui viene offerta è “l’extracomunitario mussulmano (rigorosamente con due s) ti ruba il posto di lavoro”.

Nel merito, io ero e resto favorevole al contratto unico di inserimento come pensato da Boeri e Garibaldi e come tradotto in proposta di legge da un gruppo di senatori (primo firmatario Nerozzi). Non tutti sono di questo parere, all’interno del PD, e devo dire che alcune osservazioni non sono campate in aria. Per cui è stato elaborato un testo di mediazione che, per certi aspetti, supera quella proposta rimandandola a tempi migliori, “di elevata e consolidata dinamica della produttività, condizione necessaria a compensare il connesso aumento di costo per l’impresa”. Una scelta che mi lascia perplesso e non vorrei che alla fine tutto quel mondo di lavoratori che oggi non sono tutelati rimanesse tale.

Dall’elaborata e articolata e complessa proposta piddina, mi pare di capire che i capisaldi siano due:
* semplificare l’attuale giungla normativa sia del rapporto di lavoro, sia del sistema di ammortizzatori sociali spostando il baricentro dall’inquadramento professionale a quel che si è realmente. Oggi l’impostazione è: hai questa situazione lavorativa, hai (oppure non hai) queste opportunità. Domani dovrebbe essere: sei cittadino italiano, sei titolare di questi diritti;

* favorire il lavoro a tempo indeterminato rispetto a quello determinato, tramite un sistema di incentivi (riduzione del cuneo fiscale) e disincentivi (aumento oneri contributivi, tetto massimo di dipendenti a tempo per ogni azienda, salario minimo e così via).
Mi sembra - pur con la riserva mentale di cui sopra - una discreta base di partenza. Spero che ora queste intenzioni non si scontrino con la resistenza di questo o quel centro di potere corporativo (e interessi consolidati), ma soprattutto non vengano piegate alle ragioni del confronto interno. In sostanza: che il Veltroni o il D’Alema di turno non usino il pretesto di queste proposte per muovere la guerra al Bersani o al Franceschini di turno.
Mi chiedo, tuttavia, cosa – nello specifico – il principale partito di opposizione (oltre alla discussione nei circoli) intenda fare per trasmettere queste sue proposte agli italiani. In particolare, i non iscritti, quelli che non frequentano le sezioni. Forse sarebbe il caso riassumere tutta la verbosità in due o tre concetti attorno ai quali impostare una campagna di comunicazione efficace, comprensibile anche a chi non è uscito dall’università. Per esempio: meno costoso il lavoro a tempo indeterminato; più diritti e salario minimo per i contratti a progetto; soldi per ogni figlio fino ai diciotto anni. Magari accompagnando a questi tre concetti altrettante proposte che entrino nel concreto, quantificando in soldi la loro portata.

domenica 23 maggio 2010

Bersani, stavolta mi sei piaciuto

A me il Bersani che va sopra le righe per definire l’azione del ministro Gelmini è piaciuto. Vero, non bisognerebbe insultare, sarebbe d’uopo utilizzare un linguaggio consono. Ma il sotterfugio lessicale ha avuto il merito di richiamare l’attenzione non su una delle tante leggi ad personam, non su quanto è stronzo Berlusconi, ma su un problema con il quale milioni di famiglie si confrontano ogni giorno. Ora ci vuole il secondo passo: ossia, che il Partito Democratico e le altre forze di opposizione approfittino di questa finestrella che si è aperta per tenere desta l’attenzione anche nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi.

A me il Bocchino che risponde a Bersani su questa faccenda sostenendo che la Gelmini cerca di “riparare il disastro che dal ’68 ad oggi la sinistra ha procurato alla scuola italiana” non è invece piaciuto.
Dal 1968 ad oggi in Italia si sono succeduti parecchi ministri della pubblica istruzione: 12 di loro erano democristiani, 2 (Pedini e Sarti) democristiani piduisti, 4 (Mattarella, D’Onofrio, Lombardi e Fioroni) postdemocristiani, 1 repubblicano (Spadolini), 1 liberale (Valitutti), 2 berlusconiane (Moratti e Gelmini) e solo 2 veramente di sinistra (Berlinguer e De Mauro). La liberalizzazione degli accessi all’università fu decisa con il democristiano Ferrari Aggradi, i decreti delegati che introdussero la rappresentanza dei genitori e degli studenti vide protagonista il democristiano Malfatti – alla cui epoca risale anche un’altra riforma: l’insegnante di sostegno –, il tempo pieno fu attuato ai tempi del democristiano Misasi, la sperimentazione dei tre maestri per classe alle elementari fu avviata con la democristiana Falcucci e con l’opposizione di Cgil, Cisl, Uil e PCI.
Dunque? Dunque, certo la cultura post-sessantottina ha commesso errori e sdoganato consuetudini sbagliate; certo sindacati e partiti di sinistra hanno le loro brave colpe sullo stato della scuola in Italia. Ma, insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Se c’è un disastro nella scuola italiana dire che lo ha procurato la sinistra italiana mi pare davvero una cazzata. E cazzata rimane, anche se a sostenerla è Italo Bocchino, uno che a sentire certi fini (ehm) analisti e strateghi sarebbe da ammirare perché portatore di istanze più a sinistra dei partiti di sinistra.

sabato 22 maggio 2010

Intercettazioni

Forse son io che sbaglio (ci sta, io nei cavilli mi ci perdo facilmente), ma mi pare che la legge sulle intercettazioni che il governo vorrebbe far approvare riguardi due livelli distinti che qualcuno, in modo tendenzioso e strumentale, vorrebbe confondere.
Il primo livello riguarda le indagini.
Il secondo livello concerne la pubblicazione delle intercettazioni.
Forse stiamo parlando un po' troppo del secondo livello e troppo poco del primo. Non che il secondo livello sia poco importante, intendiamoci, perché l'opinione pubblica ha tutto il diritto di essere informata sulle malefatte di personaggi noti e meno noti, e per chi fa informazione vige il diritto previsto all'articolo 21 della nostra Costituzione.
Tuttavia, questa legge non si limita a impedire di far conoscere. Vorrebbe impedire a chi indaga di disporre di ogni mezzo che la legge gli consente: non vorrei che a forza di parlare solamente del secondo livello, del "bavaglio" alla stampa, poi alla fine passasse in cavalleria il primo. Ecco perché trovo pelosa la presa di distanza di Feltri sul Giornale; astute, ma fuorvianti, le distinzioni di Facci; riduttiva l'analisi del pensatoio finiano FareFuturo; un'arma a doppio taglio l'allarme di esponenti finiani come Carmelo Briguglio.

venerdì 21 maggio 2010

Poi non ci lamentiamo se in Italia non stiamo al passo con la Germania / 2

Un amico che abita e lavora in una società di servizi del nord Italia mi ha raccontato alcune cose che mi hanno fatto riflettere. Mi ha detto, tra l'altro: "E' normale, vero?, che quando un'azienda è in difficoltà - perché non c'è soltanto la recessione economica mondiale, ma pure tante altre cose che abbiamo soltanto noi in Italia e alla fine le conseguenze di talune sciagurate leggi volute e imposte dai governi di centrodestra qualcuno deve pur scontarle - l'unico a non rischiare il fondoschiena sia pure l'unico a non essere indispensabile".

giovedì 20 maggio 2010

Poi non ci lamentiamo se in Italia non stiamo al passo con la Germania

In questo periodo non ho molta voglia di scrivere. Ci sono troppe sollecitazioni nella mia testa. Di certo sono amareggiato di come in Italia al di là delle chiacchiere sul merito che fanno un po' tutti - a partire dai dirigenti confindustriali nazionali e locali - quel che realmente conta sono altri fattori: il luogo di nascita, per esempio. O le parentele e altre conoscenze.

mercoledì 19 maggio 2010

C'è inciucio e inciucio


Magari è giusto così, però a me fa un certo effetto vedere una conferenza stampa di sostegno a un provvedimento legislativo che qualche zona d'ombra comunque la mantiene, con il più duro&puro tra i leader dell'opposizione al fianco del più xenofobo e provocatore tra i ministri del governo Berlusconi.

Cioè, in realtà stavo pensando a cosa sarebbe successo, quali sarebbero state le reazioni se al posto di Di Pietro ci fosse stato D'Alema.

martedì 18 maggio 2010

Via Sant'Andrea delle Fratte, 16 - Roma

ore 11
"Allora, riunione urgente convocata per le 15. Vi voglio tutti presenti"
"Certo capo!"
"Ehi, ma anche la Squadra Emergenze?"
"Mi sembra ovvio. E l'Ufficio Complicazione Affari Semplici, nonché il Board di sondaggisti"

ore 15
"Dunque, signori. La situazione è la seguente: la maggioranza di centrodestra sta litigando e si sta sfaldando. Fini e Berlusconi ormai sono in rotta, i loro rispettivi colonnelli stanno andando in tilt perché non sanno che pesci pigliare, il loro uomo immagine Bertolaso è nella merda fino al collo. Inoltre, il Servizio Contatti nelle Procure ci segnala che una nuova tempesta giudiziaria si scatenerà a breve su di loro e potrebbe coinvolgere due dei coordinatori, Bondi e Verdini"
"Accidenti!"
"Che guaio!"
"Eh, già... è un bel guaio. Dobbiamo assolutamente correre ai ripari"
"Io propongo un bel litigio interno fondato sul niente... tipo, non so, la nostra minoranza che attacca la maggioranza sulle larghe intese, i governi di unità nazionale"
"Si potrebbe, per esempio, dire che se continuiamo così facciamo la scissione!"
"Già, buona idea!"
"Sì, ok. Vada per la polemica interna sulla scissione. Allora, sondaggista: cosa ne pensi?"
"Sì, efficace. Ma non è abbastanza"
"Potremmo proporre una cosa tipo chi vorresti come leader del futuro"
"Uhm... sì, può essere utile, ma è troppo tecnico. Qualcosa di più... come dire, qualcosa di più efficace, populista"
"Trovato! Facciamo una proposta che si allarga il vitalizio agli ex amministratori locali"
"Eh?"
"Sì, voglio dire: invece di dare il vitalizio solamente ai parlamentari, lo proponiamo pure per gli ex sindaci e gli ex consiglieri comunali o provinciali che non hanno fatto altro nella vita che lavorare per il partito"
"Mi pare valida, la proposta. Sondaggista, cosa ne pensi?"
"Sì, può andare. Però il timing è fondamentale. Bisognerebbe dirlo nel momento giusto"
"Compagno inciucista... ci pensi tu?"
"E va bene: parlerò con Calderoli, lo convincerò a tirar fuori una proposta sulla riduzione dello stipendio ai parlamentari, magari già che ci siamo rafforzato da Tremonti che dice che quella riduzione lì è ancora troppo poco. E subito dopo interveniamo noi con la nostra proposta"
"Perfetto!"
"Grandi! Siamo grandi! Il futuro è nostro!"

Parla come mangi / 3(monti)

Il ministro Tremonti oggi ha parlato della manovra di bilancio prossima ventura. A un certo punto ha detto una frase, il cui senso però era lievemente diverso da quello espresso. Grazie ai nostri potenti software siamo in grado di esplicitare il tremontipensiero.

La frase: "dovranno preoccuparsi solo i falsi invalidi e i veri evasori".
Quello che veramente avrebbe voluto dire: "porca troia, devo trovare 25 miliardi di euro e li devo incassare pure in fretta, entro fine anno. Sto raschiando il fondo del barile, ma non basta. Ok, farò un altro condono fiscale. Ma, lo prometto, è l'ultima volta"

sabato 15 maggio 2010

Sacconi e il lavoro dei giovani

Il ministro Sacconi - intervistato da Klaus Davi e ben impaginato dal Giornale - ha esortato i giovani ad accettare qualunque lavoro senza piangersi addosso.

Più di una volta, soprattutto sui quotidiani di destra, vengono fuori concetti di questo tipo. I giovani devono adattarsi, e i giovani vogliono il lavoro sotto casa e subito ben retribuito, e i giovani la devono smettere di lamentarsi che non trovano lavoro il lavoro c'è basta cercarlo, e così via.
Ora, in linea teorica e filosofica, è vero. Soprattutto chi esce dall'università e sente di poter spaccare il mondo fatica ad accettare la gavetta.

A me, però, a leggere questi discorsi viene in mente un episodio di parecchi anni fa, quando cercavo occupazione. La mia seconda, a dirla tutta. Feci un colloquio presso una realtà locale e ci trovai un tizio un po' più grande di me all'epoca, sui trent'anni, figlio del proprietario. Lo vedevo sempre nella biblioteca della mia città: c'era già quando io iniziai l'università, c'era ancora quando io mi laureai, figura celeberrima in quel salone perché passava metà del tempo a baccagliare le ragazze, anziché studiare. Adesso era lì, davanti a me, dall'altra parte della scrivania a decidere se poteva assumermi oppure no. Ricordo come fosse oggi il discorso che mi fece: "Eh, i neolaureati vorrebbero, vorrebbero... Hanno in mano il pezzo di carta con il titolo di studio e pensano subito di avere la scrivania e la poltrona in pelle, invece bisogna fare un gradino alla volta". Mentre diceva questo, pensavo che in fondo lui era lì solo per motivi di discendenza familiare e da lì era partito, lui il gradino alla volta non lo aveva certo fatto. Continuò: "Bisogna darsi da fare nella vita, senza pensare che tutto sia dovuto... aspetta un attimo, devo fare una telefonata... oh, me la porti l'automobile all'autolavaggio, quello laggiù in fondo al viale? C'è una macchia sul sedile, va tolta... Come torni indietro? A piedi, come vuoi tornare? Oh, datti una mossa, fra mezz'ora devi riessere qui, che a me la macchina serve stasera! ...dove eravamo rimasti? Ah sì, dicevo: bisogna fare un passo alla volta. Quindi, inizialmente la tua posizione sarà quella di impiegato di quarto livello, un milione e mezzo di lire al mese (ebbene sì, c'erano ancora le lire, ndb), però se vediamo che sei bravo non è detto che poi... bisogna darsi da fare, capisci?"
Me ne andai pensando che mai e poi mai avrei accettato quel lavoro. Per la mia dignità.

Perché mi è tornato in mente questo episodio leggendo del suggerimento di Sacconi? Perché, come ho scritto, in teoria il ministro ha ragione. Il problema è che le sue parole varrebbero e sarebbero ampiamente condivisibili in una società davvero meritocratica. Nella realtà italiana, al contrario, questo significa fossilizzare le divisioni sociali: se sei figlio di un professionista, imprenditore, notaio, allora ti puoi permettere di fare la carriera che vuoi e nei tempi che vuoi; se sei figlio di un operaio o di un disgraziato, non ti puoi permettere di sognare per te la carriera che vuoi, devi adattarti a fare qualcosa di precario e mal retribuito.

venerdì 14 maggio 2010

Il Panorama è desolante

Mi sono casualmente ritrovato tra le mani una copia dell'ultimo numero di Panorama, il primo del restyling voluto dal direttore Giorgio Mulè. Sono anni che non compro questa rivista - e nemmeno L'Espresso -, ma c'è stato un po' di battage pubblicitario in questi giorni attorno alla nuova grafica e alla multimedialità del settimanale Mondadori e quindi l'ho letto. Non tutto, intendiamoci, ché son 350 pagine e ci vorrebbe una settimana.

La novità principale è, appunto, grafica (non so se ai direttori di Panorama fanno un contratto con la clausola: "cambiare la testata e l'impaginazione", perché ognuno si sente in dovere di procedere in tal senso). Sbandierata come rivoluzionaria, in realtà mi pare la solita ricicciatura travestita sotto altre forme, prima c'è la politica e poi tutto il resto: la cultura, le tendenze e così via. Mi ricorda una cosa che feci diciassette anni fa, all'esame universitario di scienza della politica: al professore non piacque la mia tesina sulla comunicazione politica di Leoluca Orlando e del movimento La Rete e mi rifilò un 26; io rifiutai, riscrissi la mia dissertazione trasformando il capitolo 2 in capitolo 1, il capitolo 1 in capitolo 3 e il capitolo 3 in capitolo 2, aggiunsi due o tre scematine e mi ripresentai prendendo 28. Ecco, Mulè ha fatto uguale.
Quanto ai contenuti, gli editorialisti scrivono quel che ti aspetti da loro: Ferrara vola alto con Ratzinger, Feltri vola basso prendendosela con Sabelli Fioretti, Vespa vola medio facendo il finto equidistante, Ricolfi fa il mago dei numeri e Romano festeggia il quindicesimo anniversario dall'ultimo commento contenente qualcosa di interessante. I servizi iniziano con Matteo Renzi definito uno che "sta rapidamente mutandosi nel classico politico trombone" (motivazione: recentemente ha partecipato a vari talk show; se il metro è questo, considerando quanti articoli sta scrivendo sulla carta stampata - incluso Panorama - Sandro Bondi, per il ministro dei beni culturali bisogna inventare una categoria a sé), continuano con la stroncatura di Sabina Guzzanti, proseguono con l'intervista stile Chi alla moglie di Renato Schifani che descrive il marito (per chi fosse interessato, il presidente ama la pasta con le melanzane e la torta di mele) si inerpicano verso alte vette con la glorificazione di Giulio Tremonti che, stando al settimanale, avrebbe salvato l'euro mentre Sarkozy e la Merkel avrebbero tanto desiderato distruggerlo, e raggiungono il climax con l'intervista celebrativa a Gianni De Michelis. Per trovare qualcosa di interessante bisogna andare a pagina 166, con l'intervista (aridaje, ma quante ce ne sono? ...tante) a Paola Fallaci che parla di Oriana.

Capisco per quale motivo da anni non compro L'Espresso o Panorama. Perché non mi danno niente. Centinaia di pagine per trovare al massimo uno o due servizi interessanti; sì, ogni tanto un colpo d'ala - soprattutto al periodico debenedettiano e soprattutto per merito dell'ottimo Fabrizio Gatti -, ma quasi mai una chiave di lettura diversa per capire la realtà nella quale viviamo, per leggersi un'inchiesta come si deve, avere un approfondimento di notizie che ci sono proposte dai quotidiani spesso in modo frettoloso. Prevalgono da un lato la fuffa formale, abbellita dalla grafica allettante e venduta come grande novità, dall'altro il giornalismo piegato alle ragioni della contrapposizione politica. Ci perde il lettore, ma ci perde in generale lo stato dell'informazione in Italia.

giovedì 13 maggio 2010

Ultimarie?

Leggo di qualche polemica interna al Partito Democratico per il nuovo statuto che prevede una diversa regolamentazione delle primarie.

Io penso quanto segue:
§ qualsiasi cosa possano decidere, il mondo andrà avanti lo stesso e senza grandi rimpianti;
§ sarebbe meglio che tutte queste energie fossero riservate all’elaborazione di proposte sul lavoro, sulla green economy, sulla scuola e penso che un bel dibattito – anche aspro – su tali argomenti mi appassionerebbe assai di più;
§ temo non sia una semplice coincidenza che queste polemiche siano contemporanee al “gran ritorno” di Veltroni (all’epoca l’ho appoggiato convinto; oggi dico che a un certo punto viene l’ora di farsi da parte per tutti, anche per le persone che più si stimano);
§ mi chiedo (e mi do delle risposte che non sono granché confortanti) anche per quale motivo certe polemiche riguardino sempre e soltanto una forza politica che comunque le primarie intende svolgerle, mentre altri partiti che hanno procedure interne per niente democratiche non vengano mai criticati, né dall’interno, né dall’esterno, per la loro organizzazione;
§ le primarie per come erano state pensate nell’attuale statuto piddino erano figlie dell’impostazione maggioritaria, che prevedeva un PD autosufficiente; con l’elezione – democratica e tramite primarie, per questo incontrovertibile e indiscutibile – di Bersani, la filosofia – esplicitata fin dall’inizio, per questo onesta e trasparente – è cambiata radicalmente e prevede un PD calato in un contesto di alleanze e coalizioni. E’ normale che anche il ruolo delle primarie sia diverso e che, per esempio, laddove si diceva “vengono in ogni caso selezionati con il metodo delle primarie i candidati alla carica di sindaco, presidente di Provincia e presidente di Regione” oggi si dica “per la scelta dei candidati alla carica di sindaco, presidente di Provincia e presidente di Regione, il PD, d’intesa con le forze politiche alleate, promuove il ricorso alle primarie di coalizione”. Può piacere o non piacere (e io non ho votato Bersani alle primarie), ma è la democrazia;
§ ci sono comunque dei punti che non convincono. Per esempio, il comma 4 dell’articolo 18: “qualora non si svolgessero primarie di coalizione, la decisione di ricorrere a primarie di partito, oppure di utilizzare un diverso metodo per la scelta dei candidati comuni concordato con le altre forze alleate, deve essere approvata con il voto favorevole dei tre quinti dei componenti dell’assemblea del livello territoriale corrispondente”. Il rischio è che le primarie vengano rimesse nello sgabuzzino delle cose da buttare.

mercoledì 12 maggio 2010

Grillo o coniglio?

Un paio di giorni fa il Riformista e il Corriere della Sera hanno pubblicato una lettera aperta sottoscritta da scienziati, imprenditori, politici che si riconoscono nel centrosinistra e invitano il Partito Democratico a ricalibrare le proprie posizioni sull'energia nucleare. E' un'iniziativa che mi è piaciuta, pur essendo io contrario al nucleare, perché ha il merito di spostare l'attenzione dalle posizioni pregiudiziali al nodo della questione, ossia un approccio pragmatico a un problema che non si esaurisce con le scorie, ma che riguarda lo sviluppo delle altre fonti rinnovabili, le loro potenzialità effettive, la ricerca scientifica. E', in altri termini, una lettera che fa ragionare.

Quello che mi ha incuriosito è che se certi concetti li avesse espressi Bersani sarebbe stato crocifisso. Invece sono figli di personalità che godono di un certo credito a sinistra - Umberto Veronesi, Margherita Hack, Carlo Bernardini - e qualcuno che in altri tempi avrebbe fatto sfracelli ora tace. Ogni riferimento a Beppe Grillo è ovviamente non casuale.
Sul suo blog in questi giorni ha parlato d'altro: di Veltroni, di Brunetta, del debito pubblico, addirittura di Lombroso. Ma non una parola su quello che è, o dovrebbe essere (ho scoperto che nel programma del Movimento 5 Stelle di nucleare non vi si fa nemmeno cenno: stai a vedere che...?), un suo cavallo di battaglia.
Io una spiegazione me la sono data e credo che sia quella giusta. Finché c'è da criticare, sollevare polveroni e polemizzare il giochino demagogico, populista, acchiappacitrulli (vogliamo dirlo, una buona volta?) di Beppe Grillo e di quelli come lui funziona e funziona alla grande. Ma di fronte a fior di scienziati ai quali non puoi rifilare le favolette che ci vengono propinate a noi che sappiamo il giusto - e si tratta di personalità, tengo a ribadirlo, che godono di un certo credito a sinistra, quindi difficilmente criticabili come si farebbe con un Bersani o un Veltroni qualsiasi - affiorano tutte le crepe e le carenze. Dunque, meglio la ritirata strategica. Meglio il silenzio. Meglio parlar d'altro.
Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Quando si entra veramente nel merito delle questioni, i grillini cominciano a scappare.

martedì 11 maggio 2010

La lotta antimafia di Emilio Fede

Un paio di giorni fa Emilio Fede ha attaccato, dal suo pulpito telegiornalistico, Roberto Saviano. Mezza Italia si è giustamente scandalizzata.
Stamani su Il Giornale è uscita un'intervista al direttore del Tg4 ed è passata un po' sotto silenzio. Invece ci sono un paio di concetti interessanti.
Il primo: "gli straguadagni dei suoi libri e dei suoi film li devolve per le vittime, per caso? No, e allora che la smetta di rompere".
Emerge, da questa frase, una visione della vita che non prevede che si facciano le cose - e talvolta se ne subiscano le conseguenze - semplicemente per senso civico o per voglia di libertà, quella vera, non quella della "casa". E che riduce la generosità a qualcosa di monetizzabile, a una beneficenza da esibire e magari da accompagnare a una foto di copertina sul settimanale di gossip. Come se privarsi della possibilità di vivere la vita da persona normale soltanto perché si ha il coraggio di denunciare situazioni di illegalità non fosse già di per sé qualcosa che viene fatto per le vittime di quelle situazioni di illegalità e che probabilmente ha pure più valore di una donazione in denaro.

Dice poi Fede, a supporto delle sue tesi, che "la lotta alla mafia la faccio anche io tutti i giorni anche solo dando le notizie dei blitz al telegiornale". Ecco, qual è la differenza tra lui e Saviano: lui si limita a ribadire quel che dicono tutti - giornali e telegiornali -; l'altro ha scoperchiato un coperchio di omertà dicendo cose che altri non avevano detto. E' la stessa differenza tra un giornalista e un latore di notizie.

p.s.: poi, se vogliamo, possiamo discutere dello stile giornalistico di Saviano. Io, per esempio, lo trovo spesso eccessivamente prolisso. Penso che potrebbe esprimere con qualche riga di meno i soliti concetti e forse lo farebbe anche in modo più efficace, proprio perchè troverebbero migliore risalto. Ma queste son bazzecole formali, ce ne fossero di persone che raccontano l'attualità come lui coraggiosamente e meritoriamente fa.

lunedì 10 maggio 2010

Ha ragione lei. Però ha torto.

Letizia Moratti oggi è stata blandamente contestata per aver detto una cosa vera: "un clandestino normalmente delinque, non ha un lavoro regolare".
Vera? Sì. Perché l'immigrato in condizione di clandestinità delinque in quanto tale, in virtù di una legge ordinaria della Repubblica italiana, la n. 94 del 2009. Quindi, sì: normalmente delinque, alla lettera.
Ma, pure al di là di quel che sancisce la normativa, la frase del sindaco di Milano è, ahimè, abbastanza importante, perché è inutile nascondersi dietro un dito: il problema esiste. E anche se son persone oneste, nella condizione in cui sono costrette a vivere prima o poi la legge è facile che la violino. Ma non per colpa loro. Per colpa nostra. Per mancanze nostre.
Perché loro per lo Stato non esistono.
Proviamo a pensare cosa significa non esistere per lo Stato e poi a fare le cose come dovrebbero essere fatte, senza violare alcuna legge. Sembra un esempio lontano, ma mi viene in mente quel film strappalacrime con Robert De Niro che impersona un lavoratore analfabeta: ecco, uguale.

Tuttavia, la Moratti han fatto bene a contestarla e se fossi stato lì sarei stato il primo. Non per la frase in sé - perché appunto ha qualcosa di vero -, ma perché lei sostiene un governo che invece di indurre gli immigrati extracomunitari a non essere clandestini, fa di tutto perchè questa condizione si perpetui o sia quella preferenziale. E, soprattutto, fa in modo che veramente chi è immigrato sia costretto a delinquere per campare, anche quando vorrebbe essere onesto.
Questa è la grande ipocrisia sull'immigrazione sulla quale l'attuale governo, e in particolare la sua componente leghista, ha pure costruito le sue fortune elettorali.

p.s.: sarebbe comunque da ricordare a Letizia Moratti e a Roberto Maroni e a tutti loro che i detenuti stranieri in Italia nel primo semestre 2009 erano 23.609 (quelli italiani 40mila). Secondo l'Ocse i clandestini nel nostro Paese nel solito periodo erano tra 500mila e 750mila. Quindi, chi delinque e viene preso è il 5% del totale. Gli altri son persone o che non delinquono o che possono farlo per colpa nostra e delle nostre leggi. Ricordiamocelo.

sabato 8 maggio 2010

Il riassunto

Mi ha molto incuriosito il pezzo con il quale stamani il Corriere della Sera (non Il Giornale o Libero) ha raccontato il convegno la relazione di apertura di Franceschini all’incontro della sua corrente interna al Partito Democratico.
A un certo punto, l’ex segretario ha detto (riprendo da Facebook): “Il Partito Democratico o mantiene questa sua vocazione, fatta di coraggio e innovazione, o lentamente si spegne”. E poi: “Se siamo qui, se scommettiamo ancora sul progetto originario così come lo abbiamo sognato, è perché siamo convinti che il Pd o è davvero un partito nuovo, capace di andare oltre la semplice addizione delle storie e delle identità precedenti, oppure è destinato ad un rapido tramonto… Con la stessa lealtà oggi diciamo che è necessario un cambio di passo non solo nella gestione, ma nel modo di essere del Pd”. In chiusura c’è questo passaggio: “Vorrei che tutti noi dicessimo a quelle persone che siamo appena all’inizio, che il partito è appena nato e dovrà durare decenni, che la vita politica, come la vita, è fatta di vittorie e sconfitte, di gioie e amarezze”.
Ecco come queste frasi sono state riassunte dal Corriere: “Dario Franceschini: «Dobbiamo riprendere a camminare e se non ora quando? O si cambia o il Pd si spegne e si divide».” Infine, l’estrema sintesi, quella del titolista, che spara: “Franceschini attacca: il PD cambi o ci si separa”.
A parziale difesa di Alessandro Trocino – autore dell’articolo – e dell’anonimo redattore che ha impaginato il servizio, va detto che non è facile orientarsi nei machiavellismi postdemocristiani che affliggono il principale partito di opposizione (opposizione anche a sé stesso, se non più a sé stesso che ad altri). E poi il successivo intervento di Pierluigi Castagnetti in effetti è tutto orientato su questa polemica interna e sul “voi non ci volete”.

Tuttavia la parte più corposa e, se vogliamo, interessante del discorso franceschiniano riguarda alcune proposte. Sulle riforme istituzionali e su altre questioni un po’ più concrete come il progetto di vita che attende un giovane di oggi. E’ un peccato che il Corriere non ne abbia fatto minimamente cenno.
Forse qualcuna di tali idee ha un che di demagogico (l’anno obbligatorio di Erasmus, per esempio), ma su altre varrebbe la pena riflettere. Se non altro per capire da che parte va il mondo. Dice Franceschini: “Perché non spostare incentivi e detrazioni dalla proprietà della casa, che vincola alla immobilità, all’affitto che invece aiuta la mobilità territoriale e lavorativa?” In effetti, non avevo mai pensato a un’ipotesi del genere. Più la leggo e più sono incerto: non so se è un’idea talmente stupida da sembrare intelligente o talmente intelligente da sembrare stupida. Riconosco, però, che merita un approfondimento. Infatti, da un lato presenta un aspetto negativo: il mutuo casa si paga, in genere, quando si lavora e poi, una volta in pensione, si hanno minori entrate, ma anche una spesa (importante) in meno. Dall’altro, è inutile girare intorno a una questione che è vera e che riguarda chi entra oggi nel mondo del lavoro, soprattutto se ha una qualifica media o medio alta e che si trova a fare i conti con meccanismi e strutturazioni che risalgono a un’epoca che non c’è più.


EDIT (9 maggio): dopo aver letto il resoconto sull'intervento di Fioroni di oggi direi che quel che ho detto sopra sul Corriere è abbastanza ingeneroso.

venerdì 7 maggio 2010

E' sicuramente un complotto pure questo

Da un paio di giorni alti lai si odono a destra contro le agenzie di rating. Che non sarebbero così attendibili come esse vorrebbero farci credere, tutt'altro. Davvero, da Berlusconi al Tg1 minzoliniano ai quotidiani di destra è tutto un denunciar come queste società siano in realtà manovrate dalla finanza internazionale.
Mi chiedo se certi ragionamenti venivano fatti da costoro anche quando Moody's o Standard & Poors
bocciavano
Prodi
oppure
promuovevano
esecutivi
di centrodestra.

Mah, vai a sapere... Forse dovrei essere malizioso

giovedì 6 maggio 2010

Cose dell'altro mondo

Allora, proviamo a pensare alla Sampdoria o alla Fiorentina che prendono posizione contro una legge del governo. Non una legge sul calcio: una legge – chessò – sugli extracomunitari. Tipo quella che introduce il reato di immigrazione clandestina. Oppure facciamo mente locale sulla squadra del Treviso che si oppone a uno qualsiasi dei provvedimenti contro i cittadini stranieri adottato da uno qualsiasi dei suoi ultimi sindaci.
Nota bene: non una generica protesta contro il razzismo, magari anche clamorosa. No, proprio una presa di posizione ferma e inequivocabile contro una legge dello Stato o della Regione o del Comune.
Io già mi immagino quello che potrebbe succedere: calciatori che si dissociano, altri che dicono “io sono apolitico” perché anche una dichiarazione di voto potrebbe alienargli le simpatie di una parte dei tifosi, Il Giornale di Feltri che rispolvera di quella volta che il centravanti che ha osato contestare il governo era stato beccato con una nigeriana, Libero che spulcia lo stato patrimoniale della Sampdoria per scovare qualche partita di giro sospetta, Pigi Battista che scrive un editoriale in cui riconosce che quel disposto normativo contro gli extracomunicatori è esagerato, ma il calcio è un gioco e non dovrebbe essere inquinato dalla politica e così via. Fino alla Lega Calcio che multa le società che hanno inscenato qualcosa di così clamoroso.

Fantasie, le mie? Mah...

Comunque, in un Paese dove non c’è troppa libertà di stampa come da noi in Italia, una protesta del genere c'è stata veramente.
La squadra di basket dei Phoenix Suns – e il campionato di NBA negli Stati Uniti è un po’ come il campionato di calcio da noi – per protestare contro la legge sulla legge sull’immigrazione adottata in Arizona (prevede che la polizia possa fermare chiunque è ragionevolmente sospettato di essere un immigrato clandestino e arrestarlo qualora sia sprovvisto di un valido documento d’identità: insomma, niente di più osceno di una delle tante proposte o ordinanze emesse da sindaci di destra in Italia) è scesa in campo per una fondamentale partita dei playoff con una maglia modificata. Per un giorno si è denominata Los Suns, con l’articolo in spagnolo per solidarietà con gli ispanoamericani residenti in quello Stato. Molti dei quali supporters della squadra. C'è pure una questione di marketing, dunque, non soltanto di ideali, ma questo a conferma di quanto sia importante l'integrazione interraziale.
A fine match, il più rappresentativo dei giocatori, Steve Nash, ha spiegato le ragioni della protesta e la stessa NBA si è schierata contro il provvedimento anti-immigrazione.

mercoledì 5 maggio 2010

Il talk show

Archimede Pitagorico ha inventato per me una macchina del tempo. E io, ammorbato dalla curiosità, ho voluto fare un salto in avanti di qualche giorno. E mi ritrovo magicamente a Saxa Rubra.

Ore 15, riunione di redazione
“Allora, ragazzi... il tema della puntata di domani sera sarà la questione morale nel centrodestra. Tutte queste indagini: quella su Scajola, quella su Verdini, quella su Ciarrapico, quella su Bertolaso. Chissà se è vero che c’è un complotto come dice Berlusconi... Allora, Peppino, chi abbiamo come ospiti confermati?”
“Per il centrodestra La Russa, per il centrosinistra Laura Puppato”
“Puppato? Un personaggio nuovo! Buona idea. Però non fa audience, qua ci vuole anche un nome un po’ più altisonante. Poi per il centrodestra dovremmo chiamare pure un finiano”
“Per il PdL direi Enzo Raisi, che è misconosciuto e quindi controbilancia la Puppato, pure lei nota a pochi. E per il centrosinistra... facciamo Franceschini?”
“Uhm... no... è già andato da Santoro e da Lerner... non tira molto. Fassino. Ecco, sì: Fassino”
“Bene, vada per Fassino”
“Poi due giornalisti. Invitiamo Concita: insieme a La Russa danno sempre spettacolo. E di là... uhm, mumble mumble... Nicola Porro?”
“Meglio Maurizio Belpietro!”
“Ok, Belpietro”

Ore 21.30 della sera seguente, diretta tv
“Allora, Fassino: davvero è possibile che ci sia un complotto contro Berlusconi? Voglio dire: se Verdini, tramite la Banca di Credito cooperativo di Firenze, si occupa in maniera illecita di appalti pubblici è colpa sua o di agenti esterni?”
“Ma io parto da un altro presupposto, neh. Io dico che la credibilità della politica e di chi la rappresenta consista nella trasparenza, nella onestà, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni, nell’osservanza delle leggi e nell’adozione di comportamenti che non violino essenziali principi etici e morali in cui i cittadini si riconoscono”
(interviene Belpietro): “Vorrei chiedere a Fassino se pensava queste cose anche quando diceva abbiamo una banca”
(Fassino): “Ma che c’entra, scusa, eh, Belpietro?”
(Belpietro): “Non facciamo i finti moralisti, Fassino: la sinistra è contaminata dal denaro quanto e più della destra”
(Fassino): “Ma come ti perm...”
(Belpietro): “Il più grande scandalo economico-finanziario di questi ultimi anni è stato quello dei furbetti del quartierino. Uno scandalo che ha visto come protagonista il numero uno di Unipol Giovanni Consorte, che mentre trescava con Fiorani e con gli immobiliaristi romani telefonava a Fassino e Fassino gli diceva: abbiamo una banca!”
(Fassino): “No, scusa, ma guarda che non è così, perch...”
(Belpietro): “Suvvia, Fassino! Lo ha detto lei abbiamo una banca, no?
(Fassino): Allora, intanto il contesto era div...”
(Belpietro): “Guarda caso, per i compagnucci della sinistra quando sono loro a fare gli affari con le banche allora va tutto bene; quando è qualcuno che non è dei loro allora non va più bene”
(Fassino): “Ma no, nessuno pensa una cosa del gen...”
(Belpietro): “E’ storia, Fassino, non sono invenzioni, queste. E’ storia, lo ha detto lei abbiamo una banca. E ora fa il prezioso su Verdini?”
(Fassino): “Ma sono due cose completamente diverse! Io sono forse stato indagato per corruzione come Verdini? Ma come si permette di accostare quella vicenda di pol…”
(Belpietro): “Infatti, nessuno dice che lei è stato corrotto”
(Fassino): “…itica industriale con questa che riguar…”
(Belpietro): “Appunto, Fassino: permetterà che se lei si occupa di banche perché non lo può fare il povero Verdini?”
(Fassino): “…ma che c’entra? Mica ho detto che Verdini non poteva fare il banchiere! Ma qui è una storia di corruzione per l’eolico in Sard…”
(Belpietro): “Lei ha detto: abbiamo una banca. Questo presuppone di entrare a piedi uniti e in modo assai pesante su scelte che possono anche essere strategiche per il nostro Paese e ora fa il moralista su Verdini. Scenda dal piedistallo, Fassino!”
(Fassino): “Ma lei è un provocatore! Ma come si permette?”
(Belpietro): “Ma come si permette lei di darmi del provocatore a me?”
(Fassino): “Si vergogni!”
(Belpietro): “Si vergogni lei!”
(conduttore): “Pubblicità”

Ore 15.30 del giorno seguente, riunione di redazione
“Allora, come è andata ieri sera? Direi bene, no?”
“Certo, alla grande! Guarda, i siti web dei principali quotidiani italiani titolano sulla lite tra Fassino e Belpietro, con tanto di video youtube!”
“Grande!”
“I dati auditel sono schizzati verso l’alto in quei cinque minuti di battibecco. Guardate qui”
“Eccezionale. Eh eh eh, quei fessi del PD ci cascano sempre”
“Hi hi hi!”
“Bene, la prossima puntata la facciamo sul federalismo fiscale. Potremmo invitare Vincenzo Visco e il direttore della Padania, che ne dite?”

martedì 4 maggio 2010

Fenomenologia di Claudio Scajola

La prima volta fu quand’era sindaco. Si dimise per le accuse di concussione formalizzate da Davigo. Poi fu assolto, ma era stato chiamato in causa per una storia di case da gioco e non è che sia poi la cosa più bella del mondo.
La seconda volta fu da ministro dell’Interno. Aveva definito Marco Biagi un rompicoglioni. Poi tornò in auge dopo un po’ di purgatorio, ma non è che definire così un eroe civile sia la cosa più bella del mondo.
La terza volta è oggi, da ministro delle Attività produttive. Secondo lui una casa con vista sul Colosseo può costare sui 3mila euro al metro quadro o, in alternativa, può essere pagata da ignote terze parti: insomma, una compravendita immobiliare con parecchi lati oscuri e, ancora, non è la cosa più bella del mondo.

A raccontarla tutta, è un vizio di famiglia quello delle dimissioni anticipate: pure suo padre fu costretto a fare un passo indietro, quando era sindaco di Imperia, negli anni Cinquanta, perché aveva raccomandato il cognato a un posto da primario e pure questa non è che fosse la cosa più bella del mondo.

Questo è Claudio Scajola, uso a farsi beccare con le mani nella marmellata. Chissà quanti suoi colleghi, in privato, avranno detto che Biagi era un rompicoglioni. Però registrarono le sue di parole. Chissà quanti colleghi hanno acquistato attici in centro a prezzi stracciati e pagando una parte in nero. Però han beccato soltanto lui (per ora).

Che poi c’è una cosa da dire. Mettiamo che quel che ha fatto Scajola l’avessero fatto Tremonti o Brunetta. O anche la Gelmini. Penso che le reazioni sarebbero state diverse. Avremmo letto articoli sul Corriere della Sera, non su Libero o Panorama, di esaltazione delle doti di Tizio che ha tenuto sotto controllo il debito pubblico e di Caia che ha voluto riformare la scuola; anche gli avversari politici avrebbero finito per riconoscere che quel Tizio e quella Caia, magari facendo una legge completamente sbagliata, però ha lasciato un’impronta. Brutta, ma pur sempre un impronta.
Scajola no. Con la sua aria da democristiano fuori tempo si è distinto per non aver lasciato un segno, nemmeno in negativo. Anonimo, come certi calciatori che si limitano a fare il titic titoc a centrocampo e ogni tanto tirano da trenta metri, ma senza inquadrare la porta e soltanto allora uno si accorge che sono in campo. Ecco, Scajola uguale. Ogni tanto, quando il dibattito andava sul nucleare, allora ti ricordavi che c’era anche lui nel governo. Ma anche in quel caso era il gregario, il portatore d'acqua. Le decisioni erano prese altrove.
E pensare che gli è stato dato il ministero chiave per fronteggiare la crisi economica peggiore dal dopoguerra. No, non lo rimpiangeremo. E stavolta che a nessuno venga in mente di riesumarlo.

lunedì 3 maggio 2010

Il primo motivo per cui Scajola dovrebbe dimettersi

Sono una di quelle persone che, poco in confidenza con assegni, giroconti e giochi di borsa, quando leggono gli articoli dei cronisti giudiziari – Sarzanini, Bonini, Fusani e compagnia bella – già al secondo capoverso accusano una leggera emicrania, al terzo cominciano a saltare una riga ogni due e al termine del servizio pensano “non ho capito niente, ma è sicuramente un gran pasticcio”.
Poi subentra un pensiero di repulsione e diffidenza. Ormai ne abbiamo lette tante e talvolta è capitato che qualcuno sia stato messo alla gogna non per aver commesso reati, ma semplicemente per aver avuto comportamenti non irreprensibili – di quelli che abbiamo tutti noi un giorno sì e l’altro pure –, ma, ahilui, essendo egli un politico o un personaggio pubblico è esposto al pubblico ludibrio.

Nello specifico, io non ho capito granché di tutto questo rigiro di assegni circolari che riguardano Claudio Scajola.
Però una cosa so. E parto dal presupposto che egli non abbia commesso reati.

Se un ministro delle attività produttive acquista un appartamento prestigioso in centro a Roma con vista sul Colosseo a 3mila euro al metro quadro e vorrebbe farci credere che tutto ciò sia normale (perché questa è la sua versione), i casi sono due:
* o vive fuori dal mondo reale e in tal caso non mi fido ad averlo a capo di un dicastero dal quale dipendono i settori portanti dell’economia nazionale;
* oppure ha talmente tanto pelo sullo stomaco che, ancora una volta, sarebbe meglio che il ministro non lo facesse.


No, dico: nel momento in cui sono da appaltare i lavori per una centrale nucleare, c'è da fidarsi di uno che è fuori dalla realtà o che ha tutta questa foresta pilifera sopra l'apparato digerente?

Ecco, per me è assolutamente indifferente che quegli assegni siano siano stati cambiati come dice Tizio o non siano stati cambiati come sostiene Caio; che, nell’eventualità, siano stati consegnati nell’ufficio del ministro o nella sede della banca; che il ministro abbia commesso o meno un reato. E’ proprio una questione di buon senso. E di rispetto.

Ma forse Scajola ci considera tutti alla stregua di Decio Cavallo.

domenica 2 maggio 2010

Foreign Office

Mi piacerebbe che qualcuno mi svelasse il motivo per cui chi fa il corrispondente Rai da Londra ben presto (se non subito), sbrocca. Si abbiglia in modo eccessivo e ritiene doveroso – forse in omaggio al british humour – assumere toni che vorrebbero essere brillanti (e non lo sono, si badi bene), finendo per raccontarci un Paese macchietta, intento solamente a sorseggiare té alle cinque e a regolare l'orologio con i rintocchi del Big Ben. E' così dai tempi di Sandro Paternostro buonanima a quelli di Antonio Caprarica. Fino all’attuale Giovanni Masotti che, nelle sue apparizioni video, è sempre più pericolosamente somigliante a Cariatide, del gruppo TNT.

Prendiamo il TG2 di oggi, edizione delle ore 13. Giovedì prossimo il Regno Unito va a votare per il rinnovo della Camera dei Comuni. E’ la tornata elettorale più incerta degli ultimi decenni e per la prima volta dai tempi di Callaghan – metà anni Settanta – potremmo avere un governo sostenuto da una terza forza, i liberaldemocratici di Clegg. O, addirittura, guidato da un premier che non è laburista o conservatore, per la prima volta dall’epoca di Asquith, roba di cento anni fa. Ovviamente, il Masotti è sulla notizia. Infatti racconta del fidanzamento tra il principe William e la sua bella, di un anello messo al dito medio anziché all’anulare e delle imprese del principe consorte Filippo. E mentre ci rende partecipi di queste fondamentali notizie ha quel tono di voce caratteristico dell’italiano in trasferta londinese che telefona all’anziana madre rimasta in patria resocontando della visita turistica a Buckingham Palace con l’entusiasmo di Alberto Sordi in Fumo di Londra.

Quel che fa specie è che il Masotti non si comporta così perché ha da edulcorare qualche notizia sgradevole, distrarre il telespettatore da problemi più importanti come la disoccupazione o la crisi economica. No, queste son finezze minzoliniane sconosciute al corrispondente Rai. Lui faceva così anche quando c’era Prodi presidente del Consiglio. Lui farebbe così anche se il direttore del Tg fosse Antonio Padellaro.
No, non è la BBC.

sabato 1 maggio 2010

I still haven't found what I'm looking for

Stamani il Partito Democratico della mia città ha fatto qualcosa di inaudito per gli standard a cui ci ha abituati: poiché era il 1° maggio, ha organizzato un incontro sul lavoro. Relatrice, l’onorevole Maria Grazia Gatti, che è nella commissione Lavoro alla Camera. A lei l’incombenza di spiegare quali sono le strategie della principale forza di opposizione in materia di occupazione. Non che mi abbiano entusiasmato, non è quel che io vo cercando, ma insomma qualcosa si muove (rispetto al niente che vedo altrove) e mi pare cosa buona e giusta. Ho preso molti appunti, riporto soltanto i concetti principali.
* Rendere flessibile il patto di stabilità interno degli enti locali. Non significa “creare debito pubblico”, semplicemente andare oltre l’attuale circolo vizioso che implica di ritardare pagamenti e non investire per non perdere i trasferimenti dallo Stato. L’idea che sta alla base è che invece i Comuni dovrebbero essere più tranquilli di appaltare piccoli lavori, piccole opere pubbliche, in modo da far lavorare le imprese del territorio qui e ora, senza le lungaggini richieste per le grandi opere. Peraltro, al di là delle fregnacce di Brunetta in realtà chi sta creando deficit e debito pubblico non sono gli enti locali, ma i ministeri romani, che hanno aumentato la spesa corrente.
* La precarietà deve scomparire, ma non eliminando la flessibilità, semplicemente garantendo diritti e prestazioni. Per esempio, se il datore di lavoro non versa contributi al lavoratore atipico, la prestazione è comunque assicurata (questo è uno dei punti reclamati da Bersani giovedì sera ad AnnoZero in risposta a Travaglio, quando ha ricordato l'attività parlamentare nei giorni precedenti). Oppure: si sganciano alcuni diritti (come la maternità) dalla prestazione lavorativa e si riconoscono comunque, solo in virtù del fatto di essere cittadini.

Per quanto mi riguarda, non ho mancato di porre una domanda sul contratto unico di ingresso. Gatti è una delle firmatarie della proposta alla Camera sul CUIF. Ha precisato che è cosa ben diversa e con finalità altre rispetto al progetto Nerozzi presentato in Senato e che riprende un’idea di Boeri e Garibaldi e sul quale lei ha molte perplessità. Nel dettaglio:
1. intende superare l’articolo 18 e su questo è un po’ ideologico;
2. sul salario minimo, da ex sindacalista lei pensa che in breve tempo sarà troppo forte il rischio che quel salario minimo diventi lo standard e quindi che ci sia un adeguamento verso il basso degli stipendi. A suo avviso, invece, bisognerebbe limitare il salario minimo solamente a quelle tipologie non coperte dai contratti collettivi nazionali e per il resto valorizzare sempre più questo tipo di contrattazione;
3. l’articolo 11 del progetto di legge Nerozzi – “conversione del rapporto di lavoro parasubordinato in contratto unico di ingresso” – è troppo teorico, agli effetti pratici, senza incentivazioni alle aziende, i lavoratori sarebbero ancor più precari e dopo sei mesi verrebbero licenziati.
Sono obiezioni che non mi convincono del tutto. Sicuramente, ci sarà qualcosa da rivedere, qualche angolo da smussare, qualche tutela da rafforzare. In particolare, c’è la questione del part-time che effettivamente va affrontata in maniera più elastica ed organica. Ma se si fa un discorso pragmatico allora facciamolo fino in fondo: quale azienda oggi assume un giovane alla prima esperienza con contratto a tempo indeterminato? E tra un contratto a progetto e un CUI cosa offre più garanzie? Questo è il punto che andrebbe colto. E poi: il CUI non è un contratto a tempo determinato che poi si trasforma in tempo indeterminato. No, è indeterminato da subito, anche se nel primo periodo le tutele sono minori. Quanto all’articolo 18, fermo restando che il 90% delle aziende italiane non è soggetta a tale disposizione, va comunque ricordato che anche nella fase iniziale del CUI resta il divieto di licenziamento “del quale il giudice ravvisi un motivo determinante discriminatorio o un motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo (art. 4)
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