mercoledì 30 giugno 2010
Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Paolo Granzotto (ter)
Giorni fa, qualcuno gli chiede dell'omosessualità del pelide Achille. E Granzotto titola così: "Achille un gay? Non lo so. Però è di destra". Poi, preso dai paragoni va avanti così: "Ettore è un vigliaccone (di sinistra, appunto)". Già definire Ettore un vigliaccone è curioso, ma tant'è. Prendiamo atto che Achille è di destra e il suo avversario troiano di sinistra.
Oggi qualcun altro gliene chiede conto. E Granzotto ammette che "è sterile trastullo il voler appiccicare al protagonista e al coprotagonista del poema omerico un’etichetta politica". Cioè, facci capire: nemmeno una settimana fa ci hai fatto un pippone così per dirci che questo è di sinistra e l'altro è di destra e oggi, come niente fosse, ci vieni a dire che tutto è uno sterile trastullo? Eh no, non vale.
Ma tutto ciò scompare di fronte al finale. Meraviglioso. Imperdibile: "Achille era Achille, Ettore era Ettore (a proposito, dimenticavo: e Fini è Fini)". Fini? Cazzo c'entra Fini? Ma con cosa lo alimenti quel computer con cui scrivi i tuoi articoli, con il lambrusco?
martedì 29 giugno 2010
Fare i conti con la crisi economica
Ecco la risposta di Christian Rocca, giornalista, ex Foglio e attualmente al Sole 24 Ore:
"non mi separo mai dal portatile e ho l’iPhone e il Kindle. L’iPad ingombra quasi quanto il MacBook, a differenza dell’iPhone non telefona e al contrario del Kindle affatica gli occhi (...) I giornali continuo a leggerli sul Kindle, ma il Wall Street Journal no. Lo leggo su iPad".
lunedì 28 giugno 2010
C'è inciucio e inciucio / 2
Oggi, per esempio, nel suo Passaparola settimanale sul blog di Beppe Grillo, se la prende
a) con Napolitano perché ha nominato Brancher ministro
b) con il PD perché “l’opposizione non c’è, a parte quel poco che riesce a fare Di Pietro che comunque ancora l’altro giorno era l’unico a fare l’ostruzionismo contro i tagli di Bondi alla cultura, mentre il PD inciuciava con Bondi, grato a Bondi perché Bondi aveva avuto la gentilezza bontà sua di rimanere a ascoltare le richieste allora PD, pensate come si accontentano di poco questi, un piattino di lenticchie”.
Allora, andiamo con ordine.
Napolitano che nomina Brancher. Travaglio cita i precedenti di Scalfaro con Previti e di Ciampi con Maroni. Giusto. Però non dice che i due personaggi furono comunque nominati ministri. Perché la Costituzione non prevede un diritto di veto da parte del Capo dello Stato su chi può fare il ministro: ciò per il semplice motivo che la nostra è una forma di governo parlamentare e i ministri casomai vengono sfiduciati – anche individualmente – dal Parlamento e non dal presidente della Repubblica. Che al massimo può esercitare pressioni sul presidente del Consiglio affinché non nomini Tizio o non lo metta in quel dicastero, ma non può opporsi del tutto.
E veniamo al PD che, secondo Travaglio, inciucia con Bondi. La scorsa settimana alla Camera è successo che il Governo avrebbe voluto mettere l’ennesima fiducia a un disegno di legge, quello sui tagli alla cultura. L’IdV ha deciso di fare ostruzionismo e gli è andata bene che giocava la nazionale e il voto avrebbe coinciso con la partita, per cui il governo non si è fidato per timore delle assenze. Il PD, pur votando contro la legge, ha fatto approvare alcune modifiche che hanno evitato conseguenze ancor peggiori per i lavoratori e per gli enti lirici. Alla fine PD e IdV hanno votato nella solita maniera, soltanto che gli uni si sono preoccupati di limitare i danni della legge e gli altri hanno portato avanti un ostruzionismo che non avrebbe evitato quei danni. Che poi le migliorie siano un piatto di lenticchie o meno io non sono in grado di giudicare, ma certo è difficile fare inciuci su una legge votando contro di essa.
Cosa c'entra Napolitano con le strategie parlamentari piddine? Nella testa di Travaglio c'entra che entrambi inciuciano, secondo la regola in base alla quale la Costituzione e le istituzioni sono calpestate solamente da chi ci sta antipatico o avversiamo politicamente.
Comunque, visto che quel poco di opposizione che c’è la fa l’IdV mi sono andato a rileggere gli articoli di fuoco scritti da Travaglio il mese scorso, quando Di Pietro in conferenza stampa congiunta con Calderoli appoggiò entusiasta il federalismo demaniale voluto dal governo Berlusconi. Per esempio, questo art… no, questo no… vediamo… forse il 20 maggio ha scritto… no, il 20 maggio non ha scritto… il 21… nemmeno… no, ma son sicuro che se l’è presa con Di Pietro per quel vergognoso inciucio, a Travaglio non sfugge niente… il 22, forse… no, vediamo il 23… il 24… nemmeno… uhm, scusate… torno, fra un po’, ora cerco l’articolo di fuoco… forse sul Fatto Quotidiano qualcun altro ne ha scritto… vediamo vediamo… uhm… o dov’è?
sabato 26 giugno 2010
Non è soltanto Giovanardi
Cosa può aver spinto Giovanardi a rilasciare le sue dichiarazioni su Ustica?
Cioè, non è (sol)tanto quella certezza sulla bomba, ma proprio la certezza in assoluto che rovescia gli eventi, i fatti, le sentenze.
Ma non c’è da stupirsi. Il ribaltamento delle conoscenze acquisite è un caposaldo del berlusconismo. Un ribaltamento che non è da confondersi con il revisionismo (la storia si revisiona perché si acquisiscono nuovi elementi), perché si basa sulla semplice ideologia, sulla contrapposizione noi / loro. Fino a imporre una nuova vulgata, che non ha assolutamente senso sotto il profilo storico o scientifico, ma è funzionalissima alla creazione e al consolidamento del consenso politico, l’unica cosa che sembra contare oggidì.
C’è qualcosa di diverso dalla bomba (in tutti i sensi) di Giovanardi da – cito a casaccio – il debito pubblico colpa della sinistra storica, i comunisti che hanno governato l’Italia per cinquant’anni, l’energia solare che fa lievitare le bollette (Granzotto dixit), la Corte costituzionale di sinistra che abroga tutte le leggi di Berlusconi, Prodi agente del KGB, il Sessantotto causa di tutti i mali della scuola pubblica del Duemiladieci?
giovedì 24 giugno 2010
Da ora in poi
Al di là del fatto che è facile per noi che non siamo coinvolti pontificare su quella vicenda, mi pare che quasi sempre manchi un elemento.
C'è tutta una generazione di italiani - entrata nel mondo del lavoro più o meno negli ultimi quindici anni - alla quale nel corso degli ultimi due o tre lustri è stato detto
*da ora in poi, togliti dalla testa il posto fisso (va bene! nessun problema!!)
*da ora in poi, dovrai essere flessibile e magari andare a lavorare lontano (certo! sono pronto!)
*da ora in poi, non pensare di andare in pensione già a sessant'anni o addirittura prima (d'accordo!)
*da ora in poi, considera che quando sarai in pensione la tua rendita sarà molto più bassa di quelle attuali (ehm... okay)
*da ora in poi, metti in conto che la precarietà sarà comunque un passaggio della tua vita lavorativa (...v-va bene)
*da ora in poi, pur lavorando di più non è detto che tu guadagni di più, anzi (...s-sssì, se proprio non possiamo farne a meno)
*da ora in poi, l'ascensore sociale è fermo: se nasci benestante o con le amicizie giuste e non sei uno stupido, la vita ti sorriderà; se nasci povero e pensi di cavartela solamente per merito tuo, non è detto che anche facendoti un culo così tu possa salire di livello (...mmmh... er...)
*da ora in poi, sappi che lo stato sociale sarà sempre più ridotto ai minimi termini (...ah! pure!)
Oggi c’è qualcuno che è tentato di dire: da ora in poi, i patti sono questi e se scioperi potresti essere licenziato.
E quel qualcuno che lo dice – chessò, un bravo manager in pullover, un bravo giovine “nipote di”, una brava presidentessa confindustriale “figlia di” – poi si stupisce se la Fiom monta su un quarantotto e tanti la appoggiano.
La differenza
C'è una differenza e di non poco conto: che ai mondiali di calcio l'allenatore si è presentato di fronte ai giornalisti e ha riconosciuto le proprie colpe, senza gridare a complotti, senza inveire contro i poteri forti o la squadra avversaria che non l'ha lasciato giocare, senza fare lo scaricabarile su chi c'era prima di lui.
mercoledì 23 giugno 2010
Vatti a fidare
La prima è che a sinistra non cambiamo mai. Gruppi, gruppetti, gruppuscoli ognuno con la propria verità in tasca, ognuno con la propria fissa che son gli altri 99 su 100 che vanno in senso contrario, (e di questa categoria Chiesa, uno che crede a tutti i complotti possibili e immaginabili, è degno rappresentante), ognuno straconvinto di essere l'unico a essere nel giusto e gli altri tutti merdacce, hanno - e non potrebbe essere diversamente - vita minima. Minima quanto la loro consistenza elettorale.
La seconda conclusione è che c'è sempre qualcuno più duro e puro di te.
P.S.: sono convinto che Di Pietro riuscirà a fugare le ombre. Anche perché, da quel che racconta lo stesso Chiesa, la sua posizione sotto il profilo penale è irreprensibile e inattaccabile. Sotto altri punti di vista, viene però in mente la solita vecchia storiella. Se uno ti dice che sei un cavallo, forse è scemo. Se te lo dicono in due, probabilmente ti prendono in giro. Se te lo dicono in cinque, comincia a nitrire.
Io riconterei le schede
Ci deve essere un errore. Ieri sera, al Tg1, hanno intervistato un bel po' di operai e tutti dicevano di aver votato sì. Non ce n'era uno che fosse contrario all'accordo.
lunedì 21 giugno 2010
Hai capito l'Umberto... ecco cosa intendeva quando parlava di "federalismo"
Sono dell’idea che il centrosinistra potrebbe contrastare più e meglio le genialate del centrodestra senza tante urla, ma semplicemente smontandole nel merito. Dicendo chiaramente agli italiani per quale motivo sono cazzate.
Oggi, per esempio, il quotidiano La Padania ha avuto il grande merito di pubblicare il discorso di Bossi a Pontida. Al di là delle baggianate che non reggono sotto il profilo storico (il ruolo dei Savoia, le idee di Cavour) e costituzionale (il Regno Unito e la Francia capofila del decentramento già dagli anni Settanta, i ministeri britannici delocalizzati a Leeds) abbiamo finalmente capito cosa sia il federalismo per l’Umberto: “il progetto del decentramento è quindi quello di spostare importanti ministeri nelle città che per storia e tradizione avrebbero potuto avere la possibilità e la forza di diventare capitali. Penso a Milano, a Torino, a Venezia…”.
Insomma, ci siamo cascati tutti. Pensavamo (e qualcuno come il duro&puro Di Pietro c'era cascato di brutto nel trappolone) che tutto ‘sto casino che pure mette a repentaglio i valori nazionali fosse per uno Stato più efficiente, più vicino alle esigenze dei cittadini. E invece è soltanto per dare un posto fisso al ministero a qualche migliaio di veneziani, milanesi e torinesi senza che essi debbano trasferirsi a Roma. Clientelismo postdemocristiano in salsa padana e niente più.
Ma va a ciapà i rat!
domenica 20 giugno 2010
sabato 19 giugno 2010
Il Conformista della Sera
La conferma è il Piero Ostellino di oggi (che se la prende pure con l'articolo 42 della Costituzione, come limitativo delle libertà economiche: gli deve essere sfuggito l'articolo 14 co. 2 della Carta fondamentale tedesca, ancor più rigoroso in tal senso e senza che nessuno in Germania protesti) sul Corriere.
venerdì 18 giugno 2010
Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Paolo Granzotto (bis)
L’11 giugno scorso, per esempio, un lettore chiede: “prima del 25 luglio 1943 e cioè per tutti i ventuno anni di regime, esisteva, operava in Italia un movimento antifascista?”.
Risposta: “no. Casi isolati, qualcuno (praticato per lo più da fuoriusciti, a Parigi e in Isvizzera), ma prima della caduta di Mussolini un attivo e organico movimento antifascista nel Paese, no, non ce n’era traccia”.
Ora. Per smontare la ricostruzione granzottiana basterebbe notare che il regime fascista era una dittatura e quindi, per definizione, qualsiasi movimento antifascista nel Paese aveva vita ben difficile. Comunque, qualcosa c’era e andava assai al di là di “casi isolati”.
Nella prima fase del regime, per esempio, c’era la rivista Rivoluzione Liberale. L’avranno letta in pochi, chi lo nega, ma c’era e dava noia: tant’è che fu fatta chiudere per ordine di Mussolini e il suo fondatore e direttore, Piero Gobetti, fu picchiato duramente: una disfunzione cardiaca aggravata – se non addirittura causata – dalle violenze subite lo portò a morte prematura (nemmeno venticinque anni). Sempre a quel periodo risale l’Unione Nazionale di Giovanni Amendola, anch’egli poi morto a seguito delle percosse per la sua attività antifascista. Nel periodo successivo ci fu l’esperienza breve e difficile della “Concentrazione”, ci fu Giustizia e Libertà, ci furono il Partito Socialista e il Partito Comunista. Non facevano chissà che cosa, per carità, c’era la dittatura e non è che fossero anni di vacche grasse. Però c’erano. Divisi tra loro – e la polemica montò soprattutto nella seconda metà degli anni Trenta – ma c’erano. Con iniziative magari velleitarie (il lancio di volantini su Milano nel 1930 o il fallito attentato a Umberto di Savoia nel 1929, azioni appoggiate da Giustizia e Libertà), ma pur sempre iniziative. Insomma, non fecero niente di particolare, non erano neanche numerosi, ma da qui a dire che “non ce n’era traccia” ce ne corre. A meno di gettare nel dimenticatoio, oltre a Gobetti e Amendola, pure Emilio Lussu, Fausto Nitti, Ferruccio Parri, Lauro De Bosis (morto nel 1931 dopo un lancio di volantini antifascisti su Roma) e tanti altri. Un nome su tutti: Antonio Gramsci, che morì in prigione perché, disse il pm Isgrò, “per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”.
Un autore che non può essere tacciato di partigianeria marxista come Renzo De Felice scrive: “pur tra non poche difficoltà i fuorusciti svolsero un’intensa attività pubblicistica, riuscendo anche a far entrare clandestinamente in Italia alcune delle loro opere pubblicate all’estero. Del resto fu subito evidente l’impossibilità di puntare a qualcosa di più impegnativo di conferenze e opuscoli contro il fascismo (…) venuta meno la possibilità di servirsi dei vecchi passaporti per lasciare l’Italia, il drastico giro di vite deciso dal governo nel novembre 1926 indusse i responsabili dei partiti di opposizione a favorire soprattutto la fuga degli esponenti più anziani e più in vista, lasciando preferibilmente i più giovani in Italia per organizzare nei limiti del possibile la resistenza” (R. De Felice, Breve storia del fascismo, Milano 2001, pp. 56-57).
giovedì 17 giugno 2010
Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Paolo Granzotto
Lo scrivo sinceramente: sono meravigliato, quasi ammirato, dalle contorsioni intellettuali e dalle magnifiche arrampicate sugli specchi grazie alle quali chi scrive sui quotidiani filoberlusconiani giustifica le malefatte del centrodestra o addossa ad altri responsabilità che costoro non hanno.Per dire.
Oggi un tizio scrive al Giornale e chiede da dove nasca il debito pubblico. Gli risponde il valoroso Paolo Granzotto, non nuovo a performance stile Uomo Ragno.
A una domanda del genere, un giornalista normale avrebbe risposto brevemente: fu negli anni Ottanta, con Craxi – un po’ per scelte di politica economica (spese pazze) e un po’ per il circolo vizioso scaturito da Tangentopoli – che il debito pubblico esplose, crescendo in maniera esponenziale. Fino al 1980 era ancora sotto controllo: certo, era cresciuto anche nel decennio Settanta (dal 40.5% fino al 58% del PIL), ma il boom si ebbe in quegli anni e, particolare non secondario, fu una caratteristica solamente italiana: quando Craxi andò al governo il debito era al 65% del PIL, dopo quattro anni era all’88.6%. E continuò a crescere con Andreotti (98% nel 1991) fino al record del 121.5% del PIL di fine 1994, quando si dimise il governo Berlusconi. Poi cominciò a scendere sempre più, fino al 2005 (governo Berlusconi) quando tornò a crescere dal 103.7% del PIL al 105.8%.
Una risposta del genere, per quanto vera, sarebbe però inaccettabile sulle colonne del Giornale. Autorevoli esponenti del Governo attualmente in carica (Stefania Craxi) potrebbero aversene a male per motivi familiari, altri (Giulio Tremonti) per motivi professionali, essendo stati all’epoca collaboratori di allegri ministri socialisti; importanti cariche del PdL (Fabrizio Cicchitto) potrebbero protestare per la loro vicinanza a Bettino; per tacere di quei collaboratori del quotidiano di Feltri (Francesco Forte, Paolo “Geronimo” Cirino Pomicino) che all’epoca erano in quei governi con ruoli anche di primo piano nella formazione del bilancio statale. E non nomino il Capo Assoluto, l’Unto dal Signore, grande amicone e sostenitore di quel presidente del Consiglio che gli fece pure da testimone di nozze.
Ma Granzotto raccoglie il guanto di sfida e spiega così l’origine del debito pubblico italiano: “da dove parte il debito pubblico. Presto detto, dal 26 marzo 1876. Il giorno precedente, aveva giurato il governo presieduto da Agostino Depretis, che succedeva a quello di Marco Minghetti. Raccogliendo il testimone da Quintino Sella, costui portò a termine un’impresa titanica anche per i tempi: riportare in pareggio i conti del Regno molto mal messi per via delle spese sostenute per l’unificazione. Fu, quella perseguita da Sella e da Minghetti, una severa e implacabile e impopolare «politica della lesina» che costò sacrifici a tutti, ma non c’era altro da fare se si intendeva davvero sanare un buco di 700 milioni, 400 dei quali rappresentati da debiti contratti con la vendita di obbligazioni. Per la destra storica fu un trionfo che pagò amaramente perdendo le elezioni, vinte dalla sinistra che prese dunque per la prima volta il potere. Tenendoselo stretto un bel pezzo e prendendo subito a spendere e spandere - un po’ per necessità, un po’ per demagogia - più di quanto lo Stato incassava. Da allora, da quel marzo 1876 e fanno quasi centoquarant’anni, il debito pubblico non ha fatto altro che lievitare, quando più, quando meno”.
Hai capito di chi è la colpa?
Ma la ricostruzione non regge nemmeno e soprattutto sotto il profilo economico. A un esame di storia economica Granzotto verrebbe bocciato senza pietà. Fermo restando che nel 1876 fu raggiunto il pareggio del bilancio e non l'azzeramento del debito (che rimase ancora attorno all'80% del PIL), che in cento anni è cambiato tutto in economia e che nel frattempo ci sono stati pure due conflitti mondiali che hanno inciso non poco su tali questioni, non è vero che dopo Sella ci furono centoquarant’anni di debito che lievita. Esso tornò sotto controllo a partire dagli ultimi anni del diciannovesimo secolo, poi riesplose (fino al 160% del PIL) durante la Grande Guerra, ridiscese a livelli sostenibili durante il fascismo ed ebbe un nuovo picco durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, però, a causa dell’inflazione il debito si era rimpicciolito come mai prima, ammontava a poco più del 20% del PIL. Una sciocchezza. Così come è una sciocchezza la ricostruzione di Granzotto.
mercoledì 16 giugno 2010
Altro che articolo 41
Io credo invece che questi tre esempi possano bastare per farci capire quanto tutte queste nuove battaglie - quella sull'articolo 41, quella sul federalismo, quella sul liberalismo -, ognuna di esse di volta in volta presentata come decisiva, esiziale, assolutamente improcrastinabile e irrinunciabile, siano finte. Fumo negli occhi. Distrazione per la plebe.
Potremmo pure avere la legislazione più bella dell'universo, ma finché rimarrà quella che una mia amica definisce "italianità" rimarremo un Paese di merda.
martedì 15 giugno 2010
Ma sì, continuiamo così... facciamoci del male! / 3
Perché dopo sedici anni - sedici anni! - c'è ancora in Italia chi non ha capito che non è sufficiente avere tutte le ragioni di questo mondo (e anche qualcuna di più) e che bisogna muoversi con i piedi di piombo al cospetto della corazzata mediatica berlusconiana (e degli incrociatori cerchiobattisti a supporto). Mi chiedo perciò se era proprio indispensabile leggere in aula le telefonate hard di Ottaviano Del Turco, se il procuratore di Pescara prima di fare questo passo si fosse posto il problema delle reazioni e del formidabile assist fornito ai sostenitori della legge sulle intercettazioni, se insomma il gioco valesse la candela.
Speriamo bene.
lunedì 14 giugno 2010
Il cerchiobattista
E’ l’incipit dell’editoriale odierno di Pierluigi Battista, il principe dei cerchiobottisti italiani, quella categoria di opinionisti che fingono di essere equidistanti per mascherare la loro vicinanza a una parte politica.
Riporto questo brano perché è costruito in modo parecchio interessante, rende bene l’idea di come si possa orientare l’opinione pubblica (il Corriere della Sera in fondo è pur sempre il quotidiano più venduto d’Italia) semplicemente giocando con le parole e facendo uso sapiente di artifici retorici adeguati.
In modo implicito si parte dall’assunto che la situazione di oggi in Italia sia la seguente: i magistrati esercitano un potere abnorme, la polizia è onnipotente e lo Stato spia chiunque, “senza argini e senza controlli”. Uno scenario da brivido. Disegnato subdolamente perché, appunto, non viene detto espressamente. Si lascia intendere che è così, quando tutti sappiamo che il potere dei magistrati non è fuori dalla norma e che, già oggi (intendo dire già prima dell’approvazione definitiva e dell’entrata in vigore della nuova legge sulle intercettazioni), per nessuno è possibile spiare senza rispettare una serie di “argini” e “controlli”.
Triste notare come sul giornale che dovrebbe essere portatore di una sana ideologia liberale possano trovare ospitalità interventi che confondono la richiesta di legalità con la voglia di impunità.
Poi c’è il secondo passaggio. La chiave di volta sta in quel “c’era una volta”. Significa che oggi non c’è più. Ossia, oggi avremmo in Italia una sinistra che non detesta lo strapotere dei magistrati, non diffida di una polizia onnipotente (!) e non vede come minaccia alla libertà uno Stato che possa spiare chiunque “senza argini e senza controlli”.
Questo è un classico esempio di straw man argument: si attacca la posizione di un avversario attribuendogliene un’altra apparentemente simile, ma in realtà ben diversa e, soprattutto, più debole.
Infatti, la sinistra italiana mai ha sostenuto quelle posizioni che Battista le attribuisce. Basti pensare all’atteggiamento in occasione del G8 a Genova e delle successive inchieste: l’esimio editorialista dovrebbe conoscerlo, visto che ne ha scritto più volte, sempre in modo critico, ma stavolta la memoria – chissà perché – gli fa difetto. Gli ritornerà presto, penso: giusto il tempo di una bandiera d’Israele bruciata o uno slogan un po’ più pesante del solito contro Berlusconi. Perché il cerchiobattismo implica anche memoria ballerina, a seconda delle evenienze: una volta si dimentica il cerchio, una volta si dimentica la botte.
sabato 12 giugno 2010
Le balle di Berlusconi (refresh)
Una storiella facilmente smascherabile se la stampa italiana invece di asservirsi o partire lancia in resta fosse abituata a rispondere con i fatti, i numeri, le cifre.
Per quanto mi riguarda, ne scrissi già tempo fa.
http://nonunacosaseria.blogspot.com/2010/03/le-balle-di-berlusconi.html
venerdì 11 giugno 2010
Fini strategie / 7
Poi ci sono leggi che invece, oltre a essere brutte, bruttissime e inique, vanno pure a incidere sui fondamenti dello Stato. Perché calpestano le regole del gioco. Perché bistrattano le istituzioni. O perché ignorano i più basilari diritti di convivenza civile e di uguaglianza fra le persone. Il governo Berlusconi dal 2001 ad oggi ha fornito parecchi esempi di queste leggi, le maggior parte delle quali comunemente note come “ad personam”.
Ecco, io capirei le motivazioni di Fini e dei finiani se le leggi che loro alla fine si adeguano a votare rientrassero nella prima di queste categorie. “Signori, la Gelmini voleva bocciare tutti i ragazzi che hanno un cinque in pagella, ma grazie alla nostra battaglia ha dovuto fare retromarcia. Poi la legge non ci piace, ma la votiamo lo stesso per disciplina di partito e intanto portiamo a casa un risultato parziale, ma comunque importante”. Bene, bravi. Sarei il primo ad applaudire.
Il punto, però, è che invece questi qua votano anche i provvedimenti della seconda categoria. E lì non è che una legge è più o meno porca. O è porca o non lo è. “Sono incinta, ma poco poco”. No, sei incinta e basta.
La legge sulle intercettazioni rende nettamente più difficile la vita ai magistrati che indagano, sì o no? Sì. Basta, è sufficiente questo: stare a guardare se i giorni sono sessanta o settantacinque, se le proroghe vanno chieste così o vanno chieste cosà è esercizio retorico, di mera (e anche legittima) propaganda elettorale, ma non cambia l’ordine delle cose. Se le modifiche avessero depotenziato il provvedimento, avrei dato ragione, ma non depotenziano e allora è inutile girarci intorno.
Non è la prima volta che va così. L’ho già scritto in passato a proposito di altre porcate. Mi stupisce soltanto che ci sia ancora chi dà credito a Fini e alle sue troppe truppe.
giovedì 10 giugno 2010
Parlar d'altro (e pure in modo sbagliato)
Da qualche giorno, per esempio, il quotidiano Libero si sta distinguendo in questa arte. Per esempio, facendo i confronti tra come erano le crocerossine ai tempi di Prodi e come sono ora. Oppure facendo dell'umorismo pacchiano su Marrazzo che va ad abitare in via delle Palle. O, ancora, rilanciando l'ultimo tormentone del boss che lamenta di non avere sufficienti poteri. Stamani, per esempio, lo specialista Fausto Carioti (specialista nel megafonare la propaganda berlusconiana a costo di picconare la realtà), per sostenere le tesi governative (in "Paesi come Stati Uniti, Francia, Regno Unito (...) in un modo o nell’altro, i governi e chi li guida possono azionare leve che a palazzo Chigi") non esistono ha confezionato un articolo abbastanza denso di falsità e omissioni.
Enunciato uno: "Il presidente degli Stati Uniti è eletto direttamente dal popolo ed è il capo del governo, nomina e revoca i ministri e non dipende dalla fiducia del parlamento". Vero. Ma sono previsti una serie di controlli istituzionali che in Italia nemmeno immaginiamo. Il Congresso può porre limiti all'azione del Presidente (accadde con i bombardamenti in Cambogia ordinati da Nixon) e senza il parere vincolante del Senato la Casa Bianca non può nominare funzionari pubblici o stipulare trattati internazionali. E, così come il Presidente non dipende dalla fiducia del Parlamento, quest'ultimo non può essere sciolto anticipatamente da esso.
Enunciato due: "Nel modello francese il presidente della repubblica, eletto dai cittadini e non dipendente dalle Camere, sceglie il primo ministro e gli altri membri dell’esecutivo". Falso. Perché il Presidente nomina il Primo ministro (e i ministri su proposta del premier, come in Italia), ma questi deve godere della fiducia del Parlamento.
Enunciato tre: "Nel modello inglese, il premier è il capo del partito di maggioranza, sceglie e revoca i ministri e può ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere". Ora, se soltanto il giornalista avesse letto un po' di cronache recenti avrebbe scoperto che non necessariamente il premier è il capo del partito di maggioranza. Ma questo è un dettaglio. Perché il punto fermo, che viene qui omesso, è che comunque il governo deve godere della fiducia della Camera dei Comuni (l'unica che può sciogliere: i Lord non votano la fiducia).
Soprattutto, Carioti non prende in considerazione un fatto. In Italia l'attività parlamentare è pressoché monopolizzata dalla funzione legislativa; all'estero - e, in particolare, in Regno Unito e Stati Uniti - è molto forte la funzione di controllo sull'esecutivo. Il montesquieviano bilanciamento dei poteri è, insomma, vissuto come una questione seria e importante e, anche se sarebbe il sogno segreto di qualsiasi governante, nessun premier inglese o presidente americano si azzarderebbe a sottomettere il Parlamento come fa Berlusconi in Italia.
Carioti ha avuto culo: è giornalista di Libero, può scrivere anche cazzate. Fosse stato all'esame di diritto costituzionale comparato lo avrebbero buttato fuori.
mercoledì 9 giugno 2010
Ignorantia legis non excusat
Ma cosa dice l’articolo 41 della Costituzione?
Comma 1: “L’iniziativa economica privata è libera”. Non mi pare che qui ci sia alcunché di totalitario, anzi.
Comma 2: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Anche qui, non mi pare che tutelare la dignità umana o la sicurezza delle persone sia qualcosa che vada nella direzione di uno Stato totalitario, anzi.
Comma 3: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Ah, ecco... Stai a vedere che, come ha detto il sempre preciso (ai diktat berlusconiani) Cerchiobattista ieri sera a Ballarò, il problema è questo comma.
Ma davvero questo inciso può essere un problema così rilevante ai fini della libertà d'impresa?
Allora, articolo 3 co. 3 del Trattato UE: “L’Unione (…) si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato (…) su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale”.
C’è differenza tra quanto prescrive il Trattato UE e la disposizione della nostra Costituzione? Non mi sembra, le parole sono diverse, ma il senso è il solito.
Prendiamo un’altra Costituzione, quella dell’economia più forte d’Europa. La Carta Fondamentale tedesca, all’articolo 14 co. 2 precisa: “La proprietà impone degli obblighi. Il suo uso deve al tempo stesso servire al bene della collettività”. Sì, vaglielo a dire a Berlusconi.
Comunque, abbiamo capito. La colpa, in origine, era dei comunisti. Poi fu la volta dei magistrati. Poi dei giornalisti. Poi dei poteri forti. Poi dei fannulloni della pubblica amministrazione. Poi degli insegnanti. Ora siamo che la colpa è della Costituzione.
Ma che la colpa, alla fin fine, sia della propria incapacità di governare il Paese no, eh?
martedì 8 giugno 2010
Grillo: demagogia pure sulle pensioni
Oggi ha scritto un post - dedicato a un tema importante e delicato come le pensioni - che la dice lunga sul suo modo di fare politica. Politica... Demagogia. Di bassa caratura, per di più.
E' un articolo che per certi aspetti sobilla la guerra generazionale, ma su questo aspetto, che pure è importante, possiamo anche sorvolare perché è pur vero che l'Italia è un Paese vecchio e per vecchi (ci sarebbe da dire che nemmeno Beppe Grillo è più un giovanissimo, avendo 62 anni: ma il pur ottimo Ilvo Diamanti insegna che certe cose valgono sempre per gli altri e mai per sé stessi).
Riporto alcuni stralci: "Perché un ragazzo deve con il suo lavoro mantenere lo Stato sociale di cui beneficiano le vecchie generazioni? (...) In pensione si può andare a 60 anni, l'innalzamento dell'età pensionabile è dovuto all'enorme spreco di soldi pubblici per le pensioni ATTUALI, non per quelle future (...) diamo a ogni pensionato una pensione commisurata a quello che ha realmente versato". Ora, al di là della questione, non secondaria per chi abbia a cuore il Diritto con la D maiuscola, dei "diritti quesiti", si è chiesto l'ex comico cosa la sua proposta possa significare per tanti ex operai, ex manovali, ex casalinghe, ex collaboratrici domestiche? Si è posto il problema del paradosso in base al quale se vai in pensione prima versi anche meno contributi e quindi la pensione sarà più bassa?
Quello dello spreco di risorse pubbliche è un argomento facile da sbandierare, ma siamo sicuri che il problema delle pensioni sia tutto e solamente legato allo spreco e non anche ad altri fattori, tra i quali una quisquilia denominata "innalzamento dell'aspettativa di vita"? Certo, quando negli anni Sessanta fu introdotto il regime retributivo politici e sindacati non furono lungimiranti, ma Beppe Grillo si è chiesto perché ci fu quel passaggio? Si è chiesto qual era la situazione antecedente? Si è chiesto perché a un certo punto il sistema non reggeva più? Soltanto colpa degli sprechi e dei baby pensionati?
Io sono uno di quelli che andrà in pensione forse a settant'anni. Non credo che il problema, per la maggior parte dei lavoratori, sia quello di ritirarsi a sessant'anni piuttosto che a sessantacinque o a settanta. Il problema è: quanti soldi potremo prendere, se ci basteranno per campare, per pagarci il cibo o le medicine. Vogliamo fare una battaglia di sinistra? Non è sull'età, ma sul livello di retribuzione. Sulla previdenza integrativa, anche. Sugli ammortizzatori sociali che possano tutelare i lavoratori di oggi, mettendoli in condizione di versare contributi decenti per il domani.
Ma non è certo questo che interessa a Beppe Grillo. Lui parte da un altro presupposto. Chi è che legge il suo blog e anima il Movimento 5 Stelle? I giovani o gli anziani? Ecco, appunto.
lunedì 7 giugno 2010
Navigano a vista
Invece no.
Abbiamo un ministro Tremonti che un giorno è colbertista, un giorno cita Marx e un giorno avanza proposte iperliberiste sull'articolo 41 della Costituzione. Così, come se niente fosse.
Abbiamo nei giorni pari il condono edilizio (chiamato in vari modi e con le più fantasiose motivazioni, compreso lo "stato di necessità") e nei giorni dispari le frottole sul rilancio della scuola tagliando le ore di lezione ("non è la quantità che conta, è la qualità": lo vadano a dire a chi deve imparare una lingua straniera).
Ai tempi dell'Unione almeno avevano la giustificazione che al Senato la maggioranza era talmente ristretta che l'ultimo dei senatori che si metteva in testa un'idea balzana poteva far cadere il governo. Questi qua - anche i finiani: tanto fumo, ma poi si adeguano - hanno i numeri dalla loro parte. Quel che non hanno sono le idee e la capacità di governare il Paese.
domenica 6 giugno 2010
Lotta dura all'evasione fiscale e alla criminalità
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/06/06/news/compra_da_un_abusivo_in_spiaggia_a_jesolo_mille_euro_di_multa-4612190/?ref=HREC1-5
venerdì 4 giugno 2010
Il partito bradipo
Ieri sera ero ad un'assemblea aperta del Partito Democratico. Molto partecipata, devo dire. Più di cento persone in sala. giovedì 3 giugno 2010
Tifo da stadio
Non siamo capaci di guardare i fatti nella loro cruda realtà e nella loro complessità. Dobbiamo per forza interpretarli alla luce dei soggetti che li compiono o li subiscono, semplificandoli, banalizzandoli. In questo modo non facciamo del bene. Né ai palestinesi, né agli israeliani.
(scendendo parecchio e arrivando a livelli molto meno drammatici, anzi: per niente drammatici e casomai un pochino farseschi, è il solito motivo per cui assistiamo a vicende nostrane di cui ho già scritto tempo fa)
martedì 1 giugno 2010
Praticamente un marziano
Aggregatori di feed organizzati in flussi di lifestreaming ce n’erano già altri (Facebook sopra tutti) e il giardinetto risultava già presidiato da tempo, con molta gente in attesa (compresi quelli di Friendfeed, a monopolizzare l’utenza più avanzata). Con Buzz, che è comunque un buon prodotto, Google pensava ancora una volta di far girare il volano del suo enorme serbatoio di account Gmail.Un patrimonio di utenti che però, per ora, non è bastato. Gli utenti delle piattaforme sociali sono animali discretamente stanziali: per spostarli da dove già si trovano ci vogliono ottime ragioni. Probabilmente né Wave né Buzz, nonostante il marchio prestigioso di BigG, ne avevano a sufficienza.
Immaginiamoci ora di essere al 1° giugno 1995 - quindici anni fa, mica nel Rinascimento -, di essere una persona di cultura medio-alta, ma non un informatico di professione, e di leggere quanto sopra.
Aggregatori di feed? Organizzati in flussi di lifestreaming?
Facebook? Friendfeed? Buzz?
Google?
Account Gmail... mah, forse ho capito... mail, forse si tratta di quella cosa che è venuta fuori ora, la posta elettronica.
Piattaforme sociali?
Wawe?
Il marchio prestigioso di BigG? BigG è un marchio prestigioso, dunque: ma che cosa farebbe, in buona sostanza? Fatemi capire... Qual è il suo business?
Gandhi si rivolta nella tomba
il governo israeliano ha commesso un crimine internazionale violando varie norme di diritto internazionale e quindi è dalla parte del torto, senza se e senza ma.
Io però mi rivolgo a voi perché se veramente siete pacifisti, se veramente desiderate essere operatori di pace i passi da compiere sono un po’ diversi da quelli che avete compiuto voi.
Le provocazioni, per un pacifista, sono necessarie. Ma tenendo presente che di fronte non c’è un nemico da abbattere, bensì un avversario di cui voi contrastate le idee con la forza delle vostre, di idee.
Certo, nel caso tocca pure difendersi perché, come disse quello, essere pacifisti mica significa essere coglioni. O, come disse Gandhi: “nonviolenza non significa mite sottomissione alla volontà dei malvagi, ma comporta l’impegno di tutta l’anima a opporsi alla volontà del malvagio”. Però pensate per un momento come sarebbe oggi il mondo se Gandhi avesse risposto con coltelli e molotov o se Martin Luther King avesse cominciato a sprangare.
E poi, riflettete. Si scrive nonviolenza, tutto attaccato. Non: non violenza. O: non-violenza. No, no. Proprio nonviolenza. E sapete perché? Perché volere la pace è un percorso lungo e faticoso, che non si può fermare al rifiuto della violenza, alla non reazione alle provocazioni dei violenti, ma che implica un passaggio ulteriore: rispondere al male con il bene. La nonviolenza è la forza delle idee, della giustizia, della verità. Per questo, la nonviolenza e la pace - che poi sono due facce della stessa medaglia, quella dell'amore - necessitano di cura, di attenzione, di dedizione. Altrimenti si rischia che passino idee sbagliate, che al posto della giustizia ci sia l'ingiustizia, che invece della verità si affermino tante parzialità o, peggio ancora, il tifo da stadio, con Tizio schierato dalla parte degli uni e Caio schierato con gli altri, ognuno indisponibile a riconoscere le reciproche ragioni e i reciproci torti.
Cari attivisti di Freedom Flotilla,
vi siete fermati a riflettere su cosa avete ottenuto?
Quella di forzare il blocco navale poteva essere anche una bella idea, ma dovevate prepararla meglio. Avreste dovuto sapere che ci sarebbe stato un momento – se non in acque internazionali, in acque territoriali – in cui la marina militare vi avrebbe impedito di andare oltre e proprio in quel momento avreste dovuto essere preparati a reagire in maniera diversa, nonviolenta. Difficile, eh, intendiamoci. Però era quella la strada se l’intenzione era quella della pace. Torno a citare Gandhi: “non si devono accettare volontari impreparati per le grandi dimostrazioni”.
Pensate a come il mondo avrebbe reagito: una nave cerca di forzare pacificamente il blocco e quando viene abbordata dalla marina israeliana invece di reagire con coltelli e spranghe, reagisce gandhianamente e pacificamente. Probabilmente, oggi saremmo qui a dibattere sull’assurdità politica e sull’iniquità umana del blocco navale. Invece siamo qui, divisi, ognuno con le sue certezze di ieri sempre più inamovibili. E se il governo israeliano ha confermato, ancora una volta, di essere inadeguato, sciagurato e formato da una serie di imbecilli (per non dire di peggio), voi avete dimostrato di non essere all’altezza di una sfida, quella della pace, che richiede cuore e cervello. Voi avete soltanto la pancia.