sabato 31 luglio 2010
Idee chiare
Antonio Di Pietro, 24 luglio 2010, Il Riformista.
"La maggioranza non c'è più, perciò il voto anticipato è un atto doveroso verso l'elettorato e le istituzioni". Il leader dell'Italia dei Valori lancia un "appello a Fini e Bersani non per costruire una nuova coalizione ma una maggioranza parlamentare che valga per un solo voto: quello della sfiducia al governo. Poi alle elezioni ognuno andrà per la propria strada"
Antonio Di Pietro, 31 luglio 2010, www.repubblica.it
La dalemata di Fini
La dalemata di Fini, dunque.
Stanco di fare il secondo a vita e resosi conto che a cinquantotto anni l’ultimo treno sta avvicinandosi sempre più, avvia la guerra di successione, attorniato da una pattuglia di nostalgici del partito che fu. Ha un paio di problemi. Come fare per rompere senza essere additato come traditore e senza che gli venga rinfacciato vita natural durante di aver portato a termine un ribaltone? Come fare per rompere senza passare per quello che causa caduta del governo ed elezioni anticipate, situazione che, tradizionalmente, non gioca a favore?
Eccola la dalemata: fa quello che dopo sedici anni cade dal pero e si accorge che Berlusconi confonde il garantismo con l’impunità ed è un illiberale. Comincia un lavoro sfiancante, ma sempre ribadendo fedeltà al governo; critica singoli provvedimenti, ma votandoli, magari depurati di qualche passaggio – qualche passaggio, intendiamoci, non tutti – un po’ controverso; offre una finta tregua in extremis, giusto per far vedere che non è lui che vuole rompere, ci mancherebbe anche. Così il cerino in mano può rimanere a qualcun altro.
Una dalemata perfetta.
Anzi no.
Perché la dalemata, per definizione, può funzionare solamente in un consesso di pari. Per esempio, in una direzione di partito dove i protagonisti son tutti funzionari che parlano un linguaggio da iniziati – convergenze parallele nella misura in cui la piattaforma programmatica riesce ad assumere una sintesi più avanzata di unità nella diversità – e seguono riti anch’essi da iniziati. Non funziona, non può funzionare, se la controparte è qualcuno abituato a parlare il codice del bambino e non quello dell’adulto, perdipiù politico. E, in quanto tale, non ha problemi a rovesciare il tavolo: i non politici, ossia la stragrande maggioranza delle persone, capiscono la sua semplificazione e la sua banalità assai meglio dei tatticismi e delle complessità. E' il Regno dell’Es, dove il Super Io non è contemplato.
Così ora siamo qui, in una situazione in cui il mazziere è sempre lui, Silvio Berlusconi. Non Fini, non Casini: Berlusconi.
Se vedrà che ha i numeri, andrà avanti.
Altrimenti, imporrà le elezioni anticipate. Nei tempi e nei modi che lui vorrà. Perciò, molto probabilmente, le rivincerà. Aiutato da un centrosinistra imbarazzante, da un sistema mediatico senza scrupoli e molto più aggressivo che in passato e dal suo codice del bambino, che lo aiuterà a far dimenticare agli italiani tutte le malefatte combinate in questi due anni. E stavolta, grazie alla famosa porcata di Calderoli, senza personaggi in seno al PdL che possano poi mettergli i bastoni fra le ruote. Soltanto yesman. Alla peggio, farà un’alleanza con Casini, la cui lontananza dal potere per ben quattro anni si sta facendo per le sue abitudini troppo pesante.
Spero tanto di essere smentito. Vorrei tanto fra un mese o due scrivere un post intitolato: Bravo Fini, mi hai smentito. Vorrei tanto recitare il mea culpa e scrivere qui, su questo blog, “avevano ragione quelli che credevano in Fini e nella formazione di un governo di larghe intese che, senza Berlusconi, riesce ad approvare una nuova legge elettorale”. Vorrei. Non sapete quanto vorrei.
venerdì 30 luglio 2010
Fini strategie / 9
Scrive Ezio Mauro su Repubblica che "la legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere, dove vigono piuttosto la protezione della setta, l'omertà del clan, il vincolo di servitù reciproca di chi conosce le colpe individuali e il destino comune di ricattabilità perpetua". Se il berlusconismo è questo - ed è questo! - mi chiedo per quale motivo Gianfranco Fini, che dal 1994 ad oggi non ha certo giocato un ruolo di secondo piano, abbia impiegato ben sedici anni per accorgersene. Ma, soprattutto, se il berlusconismo è questo, il presidente della Camera e i suoi fedelissimi devono trarne le conseguenze e far cadere un governo che si identifica con questa concezione del potere politico. Altrimenti saranno soltanto chiacchiere e distintivo. Ma devono essere loro a farlo cadere e non, ancora una volta, una scelta di un Berlusconi che si ritroverebbe a dettare tempi e modalità a lui più congeniali. Ecco, solamente quando i finiani compiranno questo passo sarò pronto a ricredermi sul loro conto e a condividere l'entusiasmo.
P.S.: è vera anche la considerazione del Post: "E non è il caso di dare troppo per scontato l’annuncio di fedeltà alla maggioranza da parte dei finiani: un conto è sostenere il programma condiviso, altro è trovarsi di fronte al voto su questioni di giustizia, legalità, leggi bavaglio e autorizzazioni a procedere eventuali. La situazione si complica, insomma, ma la politica ritorna più vera. Forse". Ecco, appunto: forse. Basteranno pochi giorni per verificarlo, quel forse, tra ripresa della legge sul processo breve e possibile istituzione di commissione d'inchiesta sui magistrati. Fino ad oggi mi risulta che i finiani abbiano sbraitato tanto, ma poi abbiano votato tutte le leggi ad personam.
giovedì 29 luglio 2010
Coerenza
Oggi il gruppo parlamentare del Partito Democratico ha deciso di sostenere, per il CSM, due persone. Non importa chi e non importa se c’erano nomi migliori. Il gruppo ha deciso a larga maggioranza: su circa 300 ci sono stati appena quattro voti contrari e sei astensioni. Dibattito chiuso, decisione presa. Peccato che proprio Marino non l’abbia accettata, non si sia sentito vincolato ad essa e non l’abbia sostenuta con lealtà, dichiarando che, in aula, avrebbe votato scheda bianca. Marino può avere tutte le ragioni del mondo, ma allora le aveva anche Paola Binetti quando faceva casino sulla bioetica. Anzi, lei ne aveva di più, perché in quei casi almeno poteva invocare la libertà di coscienza.
mercoledì 28 luglio 2010
A buon intenditor...
Marcello Dell'Utri, 27 luglio 2010: “Nel mio decalogo dell’imputato provveduto, l’ho spiegato, c’è scritto al primo punto: avvalersi della facoltà di non rispondere. Per esempio, volete sapere il secondo? C’è scritto: non patteggiare mai”.
Denis Verdini, 28 luglio 2010: “Oggi ho letto sui giornali che avrei scaricato Dell’Utri. Per me Dell’Utri è un amico fraterno, una persona perbene, io non ho scaricato proprio nessuno. Ho solo raccontato ai magistrati – non so cosa ci abbiano letto nel mio racconto – come sono andati i fatti. E per scaricare qualcuno bisogna che ci sia qualcosa, siccome non c’è niente da scaricare, non ci sono responsabilità, non c’è niente da attribuire, non capisco... questo inciso lo voglio fare in onore della mia amicizia e del fatto che probabilmente qui ci sono dei fraintesi senza uguali”
martedì 27 luglio 2010
Fini strategie / 8
In Italia a 58 anni un politico può darsi tempi lunghi. E’ giovane.
All’estero cosa succede?
Gran Bretagna: Tony Blair, 57 anni, è già in pensione politica da tre anni, dopo esser diventato premier a 44 anni. Anche l’attuale capo di governo David Cameron ha assunto tale carica a 44 anni (il suo vice Nick Clegg 43).
Stati Uniti: Barack Obama, eletto all’età di 47 anni, quando ne avrà 57 sarà un ex politico e si guadagnerà da vivere facendo il conferenziere a peso d’oro e scrivendo autobiografie. I suoi predecessori Clinton e Bush sono stati eletti, rispettivamente, a 46 e 54 anni.
Spagna: il presidente del Consiglio Josè Luis Zapatero ha assunto tale carica a 44 anni: non sappiamo ancora quanto reggerà, ma sappiamo che il suo predecessore Aznar, eletto a 43 anni, all’età di 51 si è fatto da parte.
Francia: il presidente della Repubblica Nicholas Sarkozy è stato eletto a 52 anni.
Germania: la cancelliera Angela Merkel è stata eletta a 51 anni.
Gianfranco Fini, dunque. Questo giovane virgulto della politica italiana che si è dato tempi lunghi. Molto lunghi, se si considera che è deputato ininterrottamente da 27 anni, è stato segretario del suo partito per un totale di 19 anni, è stato vicepresidente del Consiglio per 5 anni. E, soprattutto, ha impiegato ben 16 anni prima di scoprire che chi è indagato dalla magistratura forse è il caso che faccia un passo indietro.
lunedì 26 luglio 2010
Pòle il piddì permettisi di pareggiare co' i pidielle?
Per esempio:
un alto dirigente di partito viene raggiunto da avviso di garanzia per corruzione.
PD
Intervistato da Repubblica sulla questione morale nel PD, Arturo Parisi sostiene che lui certe cose le dice da tempo, ma nessuno lo ha mai ascoltato. Gli risponde a distanza Nicola Latorre, dalle pagine del Riformista: una questione morale esiste, ma bisogna essere garantisti e quindi piano prima di esprimere giudizi avventati.
PdL
Ignazio La Russa e Fabrizio Cicchitto, concordi, dichiarano che c’è in corso un complotto delle toghe rosse. Maurizio Gasparri dichiara che il governo gode comunque del sostegno della maggioranza degli italiani e nessuna forza esterna lo farà cadere (la sinistra si metta il cuore in pace, dunque). Da parte sua, Sandro Bondi scrive una lettera al Corriere della Sera per ricordare quanto sia importante la leadership “del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.
PD
Intervistato dal Corriere della Sera sulla questione morale nel PD, Massimo Cacciari urla che lui certe cose le dice da tempo, ma nessuno lo ha mai ascoltato. Si apre una discussione in seno al partito, che vede contrapposti gli ex margheritini ex ppi franceschiniani, insieme agli ex ds confluiti nell’area mariniana (nel senso di Ignazio Marino) e agli ex margheritini non ex ppi, contro agli ex ds dalemiani insieme agli ex margheritini ex ppi mariniani (nel senso di Franco Marini): il primo schieramento pensa che la questione morale nel partito sia all’ordine del giorno e che vada affrontata subito per sostenere un ricambio generazionale a partire dal segretario Bersani, il secondo schieramento pensa che la questione morale nel partito sia all’ordine del giorno, ma non bisogna fare di tutta un’erba un fascio e l’azione di ricambio generazionale avviata da Bersani debba essere incoraggiata.
PdL
Il finiano Italo Bocchino esorta a fare pulizia nel partito perché la destra da sempre difende la legalità: per questo motivo, voterà il lodo Alfano, la legge sulle intercettazioni e lo scudo fiscale ter. Paolo Bonaiuti dichiara che il governo gode comunque del sostegno della maggioranza degli italiani e nessuna forza esterna lo farà cadere (la sinistra si metta il cuore in pace, dunque). Sandro Bondi scrive una lettera al Giornale per sottolineare l’azione meritoria del governo “del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.
PD
Intervistato dalla Stampa sulla questione morale nel PD, Romani Prodi borbotta che lui certe cose le dice da tempo, ma nessuno lo ha mai ascoltato. La segreteria discute dell’avviso di garanzia e, al termine di una drammatica riunione durata otto ore, rilascia una nota stampa nella quale si ribadisce “piena fiducia nell’operato della magistratura”. La formula utilizzata fa incazzare il dirigente indagato, i suoi fedelissimi, i dirigenti che hanno votato il segretario, la minoranza del partito e tutta la base. Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, intervistati dal Fatto Quotidiano, ribadiscono quanto sia corrotta, impotente e vecchia tutta la dirigenza piddina, riscaldando i cuori di decine di migliaia di militanti.
PdL
Per la sua esortazione a fare pulizia nel partito, Italo Bocchino viene sottoposto a procedimento d’urgenza presso i probiviri. Daniele Capezzone dichiara che il governo gode comunque del sostegno della maggioranza degli italiani e nessuna forza esterna lo farà cadere (la sinistra si metta il cuore in pace, dunque). Sandro Bondi scrive una lettera a Repubblica sottolineando i vantaggi della legge di riforma dei teatri lirici, ispirata direttamente dal “presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.
PD
Intervistato dal Messaggero sulla questione morale nel PD, Walter Veltroni ricorda che lui certe cose le dice da tempo, ma nessuno lo ha mai ascoltato. Di ritorno da Taiwan, il segretario Bersani – riconoscendo la bontà delle affermazioni di Parisi, Cacciari, Prodi e Veltroni –, rilascia una dichiarazione nella quale fa trapelare l’idea di denunciare al collegio dei garanti il dirigente indagato: questi si autosospende dal partito e riceve la solidarietà di Nicola Latorre.
PdL
Nell’attesa che i probiviri vaglino la posizione di Bocchino, i finiani Fabio Granata e Flavia Perina ribadiscono l’urgenza di comportamenti etici all’interno del partito: perciò, minacciano di presentare alcuni emendamenti alla legge sul reato di immigrazione clandestina. Gaetano Quagliarello dichiara che il governo gode comunque del sostegno della maggioranza degli italiani e nessuna forza esterna lo farà cadere (la sinistra si metta il cuore in pace, dunque). Sandro Bondi riscrive a Repubblica lamentando la mancata pubblicazione della lettera del giorno precedente, una grave censura se si paragona alle critiche che il quotidiano muove ogni giorno al “presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.
PD
Intervistata da Avvenire sulla questione morale nel PD, Rosy Bindi spiega che lei certe cose le dice da tempo, ma nessuno l'ha mai ascoltata. Il collegio dei garanti afferma che non può pronunciarsi su un dirigente che si è autosospeso dal partito, mentre la minoranza interna chiede un congresso straordinario: gli ex margheritini franceschiniani lo vorrebbero entro settembre, gli ex margheritini non franceschiniani tra ottobre e novembre, gli ex diessini veltroniani propongono come data il mese di dicembre, mentre Stefano Ceccanti chiede di cambiare la norma dello statuto in base alla quale un dirigente autosospeso non può essere giudicato dal collegio dei garanti; gli risponde, in punta di diritto, Enrico Morando, affermando che il collegio dei garanti non può interferire con le inchieste della magistratura.
PdL
Il comportamento di Bocchino viene severamente censurato attraverso una serie di articoli del Giornale, i quali svelano che: 1. in terza superiore salava lezioni a scuola andando in spiaggia a prendere il sole; 2. all’età di ventuno anni, tradiva la fidanzata uscendo con la ragazza del suo migliore amico; 3. durante il servizio di leva un giorno si rifiutò di rifare la brandina; 4. la cognata di suo fratello nel 1996 è stata protestata per un assegno non coperto.
Maurizio Lupi dichiara che il governo gode comunque del sostegno della maggioranza degli italiani e nessuna forza esterna lo farà cadere (la sinistra si metta il cuore in pace, dunque). Sandro Bondi scrive un editoriale su Panorama soffermandosi sulle strategie d’azione del PdL nei prossimi sei mesi, sotto l’egida “del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.
PD
Intervistato dal Fatto Quotidiano sulla questione morale nel PD, Ignazio Marino ribadisce che lui certe cose le dice da tempo, ma nessuno lo ha mai ascoltato. Incalzato dalle critiche dell’Italia dei Valori, della sinistra e della base, il segretario Bersani ricorda che – comunque – la differenza con la destra è che il dirigente indagato ha avuto la sensibilità di autosospendersi dal partito.
PdL
Il finiano Gianfranco Fini contesta i coordinatori del partito, pur ribadendo assoluta lealtà al governo Berlusconi: nella sua dura requisitoria, il presidente della Camera ricorda che “la legge è uguale per tutti”. Stavolta nemmeno la mediazione di Gianni Letta riesce a riappacificare gli animi. Sandro Bondi scrive a Libero confidando in un intervento “del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi” per sistemare la diatriba che si è venuta sviluppando e che rischia di mettere in cattiva luce i grandi risultati del governo, il quale gode comunque del sostegno della maggioranza degli italiani e nessuna forza esterna lo farà cadere (la sinistra si metta il cuore in pace, dunque).
venerdì 23 luglio 2010
Però, questi maitre à penser... che suggerimenti assennati!
Una mezza risposta l’ho avuta stamani. Leggo sul Post, che cita un articolo del Foglio, che una schiera di questi autorevoli risponde alla domanda “cosa può fare Berlusconi per risollevarsi”.
Le risposte sono perlopiù sconcertanti.
Il più sognatore è Aldo Grasso. Oltre a sperare che il presidente del Consiglio possa scegliersi nuovi e più capaci collaboratori (e già qui scappa un “povero illuso”), suggerisce di vendere Mediaset, così “potrebbe impedire a chiunque di pronunciare le fatidiche e puntuali parole: conflitto di interessi”. No comment.
Un altro visionario (diciamo così) che suggerisce a Berlusconi di liberarsi di tutti gli yesmen di cui ama circondarsi è Luca Ricolfi, l’uomo dei dati e delle cifre, così impietoso quando si tratta di analizzare i vizi della sinistra e così ingenuo e vaporoso quando c’è da dare consigli a chi sta al governo. Secondo lui, per rilanciarsi Berlusconi dovrebbe – udite udite – ridurre le tasse. Eh, però! In effetti, chi l’avrebbe mai pensato che sarebbe bastato così poco? E chissà come mai le teste d'uovo del centrodestra non ci avevano pensato...
Ernesto Galli della Loggia è, forse, il più lunare di tutti: “riscrivere la seconda parte della Costituzione. Su quello, poi, deve andare alle elezioni anticipate”. Qualcuno avverta l’insigne storico che una cosa del genere – riscrivere la seconda parte della Costituzione poco prima delle elezioni – l’attuale presidente del Consiglio la fece già nel 2006. Alle politiche fu sconfitto e la riforma non entrò mai in vigore (per fortuna, aggiungerei) grazie pure a un referendum.
Francesco Giavazzi, invece, è il più ottimista e fideista: Berlusconi passi la mano a qualcuno più giovane. E già qui ci sarebbe da mettersi a ridere alla sola ipotesi che un personaggio del genere accetti di farsi da parte (vedi sopra alle voci Ricolfi e Grasso) Ma il clou della cieca fiducia è il nome suggerito dall’economista del Corriere: “prenderei una persona come Mariastella Gelmini e lavorerei per farne il presidente del Consiglio. Lascerei il paese in mano a chi ha l’età per pensare in modo diverso”. Cioè, tra tutti i nomi dell’attuale esecutivo che avrebbe potuto fare, Giavazzi sceglie proprio uno di quelli che meno ha dato dimostrazione di “pensare in modo diverso”. Forse solo Bondi e la Brambilla son riusciti a esprimere meno indipendenza di pensiero (pure la Carfagna ogni tanto ha dato sussulti di autonomia...) e infatti non è un caso se l’attuale ministro dell’Istruzione è un nome tra i più ricorrenti nell’eventualità di un ribaltone ai vertici del PdL.
Il più astratto è Alberto Abruzzese, secondo il quale Berlusconi deve cambiare registro, passando dal comico al tragico: mi sono riletto tre volte le sue argomentazioni e ho continuato a non capirci un cazzo, ma sicuramente è un limite mio.
Il più figo di tutti, come al solito, è Christian Rocca, che riconosce come in sedici anni Berlusconi non abbia fatto una cosa che sia una di quelle che prometteva e allora spera che torni a fare come faceva all’epoca della discesa in campo: antipolitica e pazzia. Giusto, ci mancano proprio l’antipolitica e la pazzia in questo Paese.
Alla fine, gli unici due che danno consigli con un minimo di senso pratico sono quelli che la politica l’hanno fatta davvero. Massimo Bordin, ormai ex direttore di Radio Radicale, e Claudia Mancina, del Partito Democratico. Il primo dice: basterebbe che mantenesse una, dico una, delle promesse fatte in questi anni; l’altra suggerisce di rafforzare il legame con la Lega, ché tanto con Casini può andare poco lontano.
giovedì 22 luglio 2010
Memoria corta
E se il buongiorno si vede dal mattino davvero mi preoccupano tre notizie di oggi. Di oggi, dico, quindi nessuno sforzo mnemonico: l'Istat certifica che le famiglie italiane sono sempre più povere, la Confcommercio (la Confcommercio!) aggiunge che i consumi restano stagnanti nella prima parte del 2010 e la Federalberghi sottolinea come siano sempre troppi gli italiani che non potranno permettersi, nelle prossime settimane, di andare in vacanza mentre cresce il divario tra chi può andarci e chi no.
mercoledì 21 luglio 2010
Fare le cose a metà
Io penso che non di brutta figura si sia trattata, ma di occasione persa. Perché l’emendamento su cui si è tanto discusso in questi ultimi due giorni sarà pure un passo avanti, ma presenta ancora parecchi lati oscuri. E il PD avrebbe fatto bene a suonare la grancassa sul bluff, senza lasciare che passasse la vulgata dei finiani unica opposizione nel Paese contro Berlusconi. Invece ci tocca ascoltare le solite banali dichiarazioncine e niente più. Con le conseguenze che sappiamo: "meno male che Fini c'è" (argh!!!).
***
Il 22 maggio, durante l’assemblea nazionale del PD, fu approvata una mozione sulla gestione del servizio idrico. Come si sa, sono state raccolte un milione e mezzo di firme per un referendum abrogativo del testo proposto dal Governo che spinge a una privatizzazione dell’acqua: un’iniziativa che ha avuto il merito di sensibilizzare tante persone su una delle numerose forzature di questo esecutivo, ma che – per la natura stessa dello strumento referendario, meramente abrogativo – rischia di avere effetti collaterali non meno importanti. Perciò, la mozione piddina prevedeva la presentazione di un disegno di legge organico in merito. Son passati due mesi, le firme referendarie sono state depositate, si è costituito pure un comitato per il no al quale partecipano esponenti del PD: e il disegno di legge? Boh, chi lo sa? Ancora una volta con le conseguenze che sappiamo...
martedì 20 luglio 2010
Bicchiere mezzo pieno e bicchiere mezzo vuoto
Si tratta di una persona già un po’ avanti con gli anni che lavora con un contratto a progetto da 600 euro mensili (non ha il mutuo da pagare, altrimenti non tirerebbe avanti, non essendo lei sposata). Per settimane, considerata la situazione economica aziendale, le era stato detto che il contratto non sarebbe stato rinnovato. Poi oggi, ultimo giorno di lavoro, la buona notizia: ancora quattro mesi. La signora era, ovviamente, contenta, soprattutto dopo le ansie dell’ultimo periodo, lo spettro della disoccupazione e la prospettiva di entrate mensili pari a zero euro. Ma è pur sempre un contratto a tempo e con un salario alle soglie della povertà.
Ecco, i dati Istat di oggi li possiamo considerare nella solita prospettiva. C’è stata una crescita record degli ordini pari al 26.6% su base annua e bisogna esserne felici. Peccato che sia facile fare l’exploit proprio quando un anno fa fu toccato il punto più basso. Infatti, su una base pari a 100, gli ordinativi nel maggio 2008 erano 120, a maggio 2009 erano 86 e ora sono a 104.8. Il fatturato, che a maggio 2008 era a 120 e dodici mesi più tardi era a 93, ora è a 101.5.
Il fondo lo abbiamo toccato e la risalita è iniziata, ma, considerato che siamo sempre ben al di sotto rispetto a due anni fa – quando già c’era poco da stare allegri –, davvero ce n’è ancora di strada da fare…
lunedì 19 luglio 2010
I frame di Nichi
In breve, Lakoff sostiene che “il grande problema della sinistra contemporanea è quello di non sapere come attivare i giusti frame per vincere le elezioni”. Per frame si intende “una cornice all’interno della quale si va a comporre ogni dibattito politico. Creare un frame efficace significa essere capaci di usare con abilità simboli in grado di orientare le emozioni dei cittadini in maniera da predeterminare l’accettazione o il rifiuto di un argomento prima ancora di un’analisi critica e razionale (…) Usare bene i frame significa dettare l’agenda politica, significa costringere l’avversario a giocare sempre con regole scritte da te e significa riuscire a far discutere i tuoi rivali degli argomenti che tu in teoria padroneggi meglio di chiunque altro”.
Mi sembra un’analisi seria e condivisibile. Nella comunicazione conta più la pancia che la testa: altrimenti, le elezioni (di tutti i tipi, dalle amministrative per un Comune di mille abitanti alle politiche nazionali) le vincerebbe sempre il più bravo, il più preparato, il più competente e mai quello che, pur non avendo tali requisiti, riesce comunque a entrare meglio in sintonia con l’elettorato.
Il punto, però, è: quali possono essere questi benedetti frame da usare bene per il centrosinistra?
Un tempo – diciamo a partire dal 1991, quando vissi una breve stagione di infatuazione per il movimento della Rete – e per tanti anni ho pensato che bastasse evocare concetti quali legalità, etica pubblica, condivisione di obiettivi “alti”, solidarietà. Poi, nel 2006, successe una cosa: Berlusconi, dopo aver malgovernato l’Italia per cinque interminabili anni, riuscì a quasi pareggiare le elezioni. Gli fu sufficiente buttarla sulle tasse e infuocare gli imprenditori del nord: tempo due settimane e sparì non soltanto il vantaggio che il centrosinistra aveva accumulato fin lì, ma pure le leggi ad personam, le figuracce in Europa, la cattiva gestione dei conti pubblici.
Quindi, spiace dirlo, ma legalità, etica pubblica, solidarietà sono simboli che da soli non bastano, benché un buon centrosinistra non debba mai lasciarli perdere, pena lo snaturare sé stesso. Essi possono compattare e galvanizzare i “già tuoi”, quelli che l’altro schieramento non lo votano manco morti. Ma non riescono a trasmettere qualcosa d’altro che sia – citando Nichi Vendola – “l’amministratore di condominio”, anziché il costruttore di visioni. Costruttore di visioni è stato Berlusconi in Italia quando ha illuso (ché questo è il berlusconismo: un’illusione; una cattiva, atroce, bruta e brutta illusione) gli italiani; costruttore di visioni è stato Obama quando ha dato agli americani una speranza nuova.
Anzi, se male utilizzati quei simboli possono indebolire proprio il centrosinistra: succede – e, ahimè, succede – quando una delle componenti dello schieramento cerca di intestarlia sé e soltanto a sé.
Oggi comunque leggo un discreto entusiasmo in giro proprio per Vendola. Lui si muove in modo diverso da quello stantio e prevedibile a cui ci hanno abituato i vari Bersani, D’Alema, Enrico Letta. Ieri ha preannunciato la sua candidatura a guidare il centrosinistra: non mi piace molto che un eletto rinunzi anzitempo alla carica per la quale si è presentato e, potremmo aggiungere, ancora di programmi in termini concreti non ha parlato (ci ha provato il PD tra fine maggio e giugno, peccato lo abbia fatto ancora una volta con quell’atteggiamento da amministratore di condominio che parla alla testa anziché alla pancia delle persone). Ma, rimanendo allo stadio della comunicazione e dell’attivazione di frame, Vendola ha fatto qualcosa di più importante: è stato capace di associare il proprio nome a qualcosa di positivo, di novità pur essendo egli una non-novità (Bersani era ancora in Regione, D’Alema andava ancora d’accordo con Veltroni ed Enrico Letta era soltanto uno studente universitario quando il buon Nichi entrava per la prima volta in Parlamento). Non è poco. Certo, dovrà evitare di ripetere che Carlo Giuliani era un eroe dei nostri tempi al pari di Falcone e Borsellino. Dovrà cominciare a entrare nel concreto di molti temi che vanno affrontati più con il pragmatismo che con l’ideologia.
Ora vediamo se il centrosinistra ripeterà gli errori del passato ricominciando a praticare lo sport che preferisce: il tiro al candidato. Così, per distruggerlo un po’ prima ancora che ci pensino gli avversari.
venerdì 16 luglio 2010
Parla come mangi / Barbara Palombelli
Ho scioperato, venerdì scorso. Insieme ai miei colleghi, al 90 per cento della stampa italiana, con le mie idee e le mie perplessità.
Ho scioperato, venerdì scorso. La mia perplessità era la seguente: mi si nota di più se faccio quella di sinistra che non sciopera o se sciopero e poi scrivo un pezzo di critica sullo sciopero e sul sistema dell’informazione in Italia?
La giornata di silenzio è servita a far discutere di come siamo diventati, e questo è un sicuro successo. Un punto di partenza per riesaminare - magari in una occasione futura di dialogo aperto e libero - il ruolo dell'informazione.
La seconda che ho pensato: pezzo sullo sciopero e sul sistema dell’informazione in Italia. A questo punto, però, sono iniziate le difficoltà.
Volendo, c'è un ordine del giorno fitto, e non soltanto intasato di veline provenienti da uffici giudiziari. Ho pensato alle notizie non date, alle pagine economiche spesso imbarazzanti di tanti giornali in prima linea, alle omissioni sulle questioni bancarie, azionarie, alle follie raccontate negli anni sui rendimenti dei fondi azionari e altre quisquilie che distruggeranno e hanno distrutto già il futuro di migliaia di famiglie. Le triple A, le banche d'affari fighette, le certificazioni aggiustate. Ho anche elencato - frugando nella memoria - i ritratti agiografici e patinati di decine di capitani e cavalieri che servivano a fare abboccare i risparmiatori gonzi. Mi pare che - contro quel bavaglio - nessuno abbia mai protestato, tranne qualche associazione di consumatori. Certo non i giornalisti, mai la federazione.
Volendo, ci sarebbero state tante cose di cui avrei potuto scrivere e contro le quali lanciare i miei strali. Su come i giornalisti italiani parlano dei finanzieri d’assalto, per esempio. Ma temevo che poi qualcuno (magari, orrore!, la stessa federazione) mi avrebbe rinfacciato anche certe mie vecchie interviste in ginocchio a De Benedetti; o quell'altra intervista in cui Cesare Romiti rimembrava i bei tempi di Raul Gardini; oppure ancora certi miei panegirici su Comunione e Liberazione.
Di sicuro non i cronisti sportivi o modaioli - piuttosto imbavagliati, magari da contratti pubblicitari che garantiscono utili ai nostri editori - sempre ovviamente al di sopra di ogni giudizio. C'erano una volta tanti regali, tanti omaggi, qualche viaggio intorno al mondo, vestitini e macchine a sbafo, i più dritti andavano in crociera o in albergo alle terme. Nessuno di noi può scagliare una pietra, nemmeno un sassolino di ghiaia.
Economia, sport, moda. Non si toccano. Anche del cinema e dei libri si parla piuttosto bene, in generale i recensori pubblicano e scrivono anche loro. Al ristorante si mangia benissimo, vini e cosmetici non fanno mai male, le medicine degli inserti salute sono tutte miracolose (vedi promozione accanto alla segnalazione, ormai sono senza pudore).
Arredi, cucine e mobili sono per definizione gradevoli e necessari .
Altri argomenti su cui attaccare: moda e costume. Ma anche qui: e se poi qualcuno avesse tirato in ballo i tempi gioiosi e spensierati in cui scrivevo quanto è trasgressivo indossare calzini bianchi? Cinema e tv pure da escludere: ho intervistato un po’ tutti, da Verdone a Pippo Baudo, da Pupo a Dario Argento e son riuscita perfino a farli parlar bene di Craxi e male della sinistra.
Cosa resta, di questi tempi, da lapidare? Pensa e ripensa, non rimane che la vita privata della casta.
Cosa mi restava, allora, da lapidare? Pensa e ripensa, mi veniva in mente soltanto Vauro, con le sue vignette riguardanti la vita privata mia e di Francesco.
Dossier, ordinanze, intercettazioni raccontano - oltre ai reati, su cui è insopportabile la minima censura - anche piccole o grandi debolezze. E' lì, l'accanimento funziona a 360 gradi, che i coraggiosi anti-bavaglio si scatenano più volentieri, insieme a fotografi indiscreti e ad altre figure e figurine varie. Era necessario?
Roberto D'Agostino, inventore di Dagospia, ritiene che sì, ogni personaggio pubblico deve rispondere di quello che fa la notte o nei ritagli di tempo libero. Una regola che vale per tutti - dal presidente del Consiglio all'ex direttore di Avvenire, da Piero Marrazzo a Cosimo Mele - e che viene dall'America, dal Regno Unito, da Internet, dalla velocità delle comunicazioni.
Filippo Ceccarelli, che ha chiamato "Suburra" il suo ultimo saggio sui letti del potere, crede nell'eterno ritorno della decadenza, allude alla Roma dei bordelli, delle taverne, delle bische: abitata da lenoni, prostitute, commercianti, ladri, tagliagole e anche da qualche persona perbene. Siamo sempre stati uguali, più o meno svaccati? E' possibile.
Nella "Storia di Alice, la Giovanna d'Arco di Mussolini" di Gianni Scipione Rossi, gli informatori e le spie offrono al Duce ogni genere di insinuazione come arma contro nemici e avversari. Dobbiamo domandarci - tuttavia - se questo destino, guardare dal buco della serratura le alcove dei potenti, inseguire trans ed escort per interviste esclusive, sia proprio inevitabile. Ho scioperato, ma vorrei continuare a discuterne senza anatemi, sperando di non dover troppo scrivere o parlare della vita privata e segreta degli altri.
Insomma, alla fine ho ritenuto che la meglio cosa sarebbe stata scrivere un pezzo di circa una cartella e mezzo in cui dire tutto e niente. Fuffa, insomma. Di quella fuffa che però fa cool, che piace a Giuliano Ferrara, in cui attacco, sì, il sistema dell’informazione, ma genericamente, senza fare veramente male a nessuno. La infiocchetto un po’, ci infilo i titoli di due libri che ho presentato recentemente a uno di quegli incontri che servono a far passare le serate estive a chi non ha voglia di stare in casa, poi giro il tutto al mio amico Roberto, che ripubblica su Dagospia.
E così, anche questa settimana me so’ guadagnata ‘a pagnotta.
giovedì 15 luglio 2010
Italians
Così diversi e così uguali.
Uguali nella capacità di proporsi per quello che non sono, prima ancora e più ancora di non proporsi per quello che sono.
Uguali nella tendenza a ravanare nel torbido, nel dossieraggio più o meno tarocco, nel peggio dell’italianità.
Uguali nell’abilità a trovare sponda in personaggi istituzionali (quindi, almeno in teoria, non gli ultimi dei bischeri) allettati dal miraggio di imprevisti benefici per sé e i propri amici o dalla possibilità di sputtanare gli avversari politici.
Uguali nella loro dimensione berlusconiana, nel senso che personaggi del genere non avrebbero potuto trovare spazio se non in questa scombiccherata società italiana degli anni Duemila dominata dal berlusconismo e da tutto ciò che di negativo questo comporta. Un Paese vecchio, volutamente tenuto vecchio. Un Paese abituato al peggio, spesso rassegnato al peggio, talvolta assuefatto al peggio. Geometra o giudice tributarista, cultore di diritto ambientale o esperto di antiterrorismo, facchino al mercato ortofrutticolo o consulente finanziario: non fa differenza, l’importante è avere una buona dose di faccia tosta per essere quel che si appare e, soprattutto, vantare amicizie e conoscenze altolocate. In un Paese normale prima di dar credito a una persona si guarderebbe il merito, la competenza, il curriculum. In Italia – da sempre, ma forse mai come in questo periodo – si guarda la possibilità (non la capacità) di mettere Tizio in contatto con Caio per ottenere qualcosa in cambio.
Rispetto a Marini e Scaramella, tuttavia, Lombardi è diverso perché non è l’artista solitario che ha il colpo di genio, ma il violinista di un’orchestra diretta da altri. Gioca di squadra, insomma. Marini era la versione 1.0, Scaramella la 1.1, Lombardi la 2.0. Ancor più insidioso, insomma, checché vogliano darcela a intendere Berlusconi, Belpietro, Feltri e tutti quelli che parlano di quattro pensionati al bar. Ma, soprattutto, ancor più deprimente.
mercoledì 14 luglio 2010
Americanate (stavolta parlo di cinema)
Americanata sentimentale
Lui e lei si conoscono e, da subito, si capisce che si innamoreranno. Però il film deve durare circa due ore e quindi la prima mezz’ora succede che i due baruffano allegramente. Verso la fine del primo tempo finalmente trombano, ma – considerato che c’è ancora un’ora di proiezione – all’inizio del secondo tempo uno dei due fa lo/a stronzo/a e la coppia si divide, con grande rammarico da parte di amici e parenti che approvavano il sodalizio. Fortunatamente, chi ha fatto lo/a stronzo/a dopo un po’ ci ripensa e, nella maniera più eclatante e teatrale possibile, esterna il suo amore al(la) partner, che cede, tra la commozione dei presenti e, in particolare, della migliore amica di lei, che versa circa un ettolitro di lacrime di gioia. A questo punto possono partire i titoli di coda.
Americanata catastrofica
Una grande calamità (invasione aliena, terremoto con tsunami ed eruzione vulcanica annessa, glaciazione, bomba atomica, aereo che cade con novecento passeggeri a bordo...) sta per abbattersi sugli Stati Uniti d’America. Le più grandi menti del Paese, nonché la Cia, l’FBI e il Governo Federale inizialmente sottovalutano il pericolo. L’unico a essere consapevole della situazione è un tizio, abbandonato dalla moglie e reietto dal resto del mondo, che sa tutto, ma proprio tutto, di quella calamità avendola studiata fin dai tempi della scuola materna. Quando le più grandi menti del Paese, nonché la Cia, l’FBI e il Governo Federale si rendono conto di quel che sta accadendo, non sanno cosa fare, se non organizzare briefing durante i quali bevono enormi tazze di caffé; alla fine, qualcuno concede credito al tizio abbandonato dalla moglie e reietto dal resto del mondo che, a tre nanosecondi dalla catastrofe, salva l’umanità americana da morte certa.
Americanata thriller
Il protagonista è un tizio under 30 (bello, atletico, ambizioso, vuole avere successo forte del suo talento inarrivabile e della sua laurea in una prestigiosa università americana) o over 30 (padre di famiglia, al mattino saluta il figlioletto preadolescente con un virile “ciao, campione!” e poi sale in auto per andare a lavoro – in ufficio, perché il protagonista di questo plot non è mai uno stradino, un muratore o un elettricista) che, com’è come non è, un brutto giorno si ritrova al centro di un complesso intrigo. A questo punto ha due opzioni di fronte a sé: la prima è semplice, lineare, razionale; la seconda è complessa, tortuosa, di dubbia efficacia. Ovviamente, sceglierà la seconda e i suoi guai aumenteranno a dismisura finché, al termine del film, ci sarà il redde rationem con il Nemico che verrà inevitabilmente sconfitto dopo un lungo corpo a corpo.
Americanata drammone
Il/la protagonista è gravemente ammalato/a. Nonostante i tentativi di parenti e amici e la grande forza di volontà del(la) protagonista, il quadro clinico peggiora in un crescendo di situazioni via via sempre più tristi e strappalacrime. Alla fine muore e lo spettatore che in due ore non abbia fatto nemmeno una volta ricorso al fazzoletto è giusto che si senta una merdaccia.
martedì 13 luglio 2010
Parla come mangi / Bruno Vespa
Stamani Bruno Vespa ha sentito l'esigenza di scrivere al Corriere della Sera a proposito della famosa cena di giovedì scorso a casa sua.
Riporto sia la lettera pubblicata sul Corriere, sia (in corsivo e caratteri amaranto) la versione originariamente scritta dal popolare conduttore televisivo che esprime al 100% il suo reale e inconfessabile pensiero.
Caro direttore,
in questi giorni molti giornali, tra cui il tuo, mi hanno chiesto di commentare la cena che si è tenuta giovedì scorso in casa mia. Ho rifiutato perché non è nelle abitudini di un padrone di casa parlare di quel che accade tra le sue mura domestiche. Se oggi accetto tuttavia il tuo cortese invito è perché continuo a leggere ricostruzioni fantastiche che, oltre a tradire la verità dei fatti, lasciano immaginare che alcuni degli ospiti abbiano avuto ruoli ai quali sono totalmente estranei.
Caro direttore,
in questi giorni molti giornali, tra cui il tuo, mi hanno chiesto di commentare la cena che si è tenuta giovedì scorso in casa mia. Ho rifiutato perché era mio interesse che montasse un po’ la curiosità mediatica e i quotidiani - e i loro retroscenisti - ne parlassero il più possibile. Non a caso ho scelto la sera di giovedì, il giorno prima dello sciopero. Mi si chiederà perché avevo tale preoccupazione.
La storia è questa. Il 7 luglio 1960 uscì sulla edizione aquilana de «Il Tempo» il mio primo articolo, come dire?, professionale. Gianni Letta aveva appena lasciato quella redazione per trasferirsi nella sede centrale del giornale. Lui aveva 25 anni ed era ormai un affermato professionista, io ne avevo 16. A cinquant’anni da quel giorno, ho programmato un mese fa una cena invitandovi alcune persone alle quali sono legato da antica amicizia e altre che mi onorano di un più recente rapporto di amichevole stima.
La storia è questa. Come saprai, ogni anno – in autunno, per la precisione – esce un mio poderoso libro che ripercorre tutto il chiacchiericcio politico dei dodici mesi precedenti, arricchito della mia personalissima visione del mondo (non manco di rileggere a modo mio pure grandi eventi della storia patria), nonché di ulteriori e imperdibili dettagli: per esempio, il menu assaporato durante una cena a casa di Caia, il modello della cravatta indossata da Tizio durante l’incontro con Sempronio e altre amenità del genere. Il volume vende parecchie migliaia di copie: pochi lo leggono veramente, quasi nessuno da cima a fondo, ma come regalo per Natale ad amici e parenti ai quali non si sa cosa regalare è perfetto. Allora mi sono detto: perché non invitare un bel po’ di bella gente a casa mia con la scusa dei miei 50 anni di attività? Rappresentanti dell’Italia di oggi: il 74enne presidente del Consiglio, il 76enne cardinale, il 75enne finanziere, il 63enne governatore della banca centrale, il 75enne potente sottosegretario... Personaggi ideali per potermi vantare le prossime settimane di fronte alla pseudovipperia italiana (Paolo Mieli è lì che rode, lo so) e scrivere almeno un capitolo del mio prossimo libro.
Durante la cena — erano presenti anche alcune signore — si è parlato di tutto, dalla situazione internazionale alla crisi economica e sono stati toccati anche temi meno impegnativi. Una conversazione piacevole, discreta e del tutto normale. Quando Berlusconi e Casini hanno avuto uno scambio di battute sulla situazione politica, nessuno degli altri ospiti (il cardinal Bertone, il governatore Draghi e il presidente Geronzi, oltre a Letta) ha pronunciato una sola sillaba. Non una che è una. Parlare perciò di «cena politica» e addirittura di pressioni della Santa Sede per un ipotetico ritorno dell’Udc al governo è irriguardoso prima che falso. Come è falso parlare di cena combinata per favorire l’incontro tra due leader politici.
Durante la cena, ovviamente, c’erano anche delle signore. E, come usava ai bei tempi andati, mentre esse parlavano dei temi meno impegnativi (le vacanze, i gioielli...), gli uomini conversavano circa la situazione internazionale e la crisi economica: il cardinale, infatti, si è lamentato che quest’anno il Vaticano ha incassato di meno; situazione, invero, deprorevole. Quando Berlusconi e Casini hanno avuto uno scambio di battute sulla situazione politica, la discussione si è animata assai: soprattutto il cardinal Bertone ha sollecitato Pier a entrare nel governo. Ma di questo ora non posso parlare, per un preciso impegno con i miei editori, la Mondadori e la Rai, nonché con i miei invitati. Qualcosa di più lo leggerete sul libro che sto scrivendo e che, ricordo, uscirà a novembre e non vedo perché dovrei svelarvelo ora. Comprate il libro, piuttosto!
Sono amico di Casini da 25 anni e sia lui che Berlusconi hanno incrociato costantemente la mia vita di cronista negli ultimi due decenni. C’erano tutte le ragioni, insomma, per invitarli entrambi.
Negli ultimi 25 anni ho votato sia Casini (ai tempi gloriosi della DC e in seguito quando era con il centrodestra) che Berlusconi (che, come si saprà, è il mio editore di riferimento, avendo io una rubrica su Panorama).
La cena doveva restare riservata non perché fosse «segreta», ma soltanto perché era una privatissima occasione. Capisco che chi aveva interesse a smentire un inesistente tête-à-tête Berlusconi-Casini abbia fatto trapelare i nomi degli altri ospiti. Ma mi spiace che personalità lontanissime dalla politica si siano viste attribuire ruoli ai quali sono totalmente estranee. Grazie e cordialità.
La cena, dunque, doveva essere resa nota, ma non nei suoi contenuti, almeno fintanto che non fosse uscito il mio libro (a novembre, lo ripeto per l'ennesima volta). Grazie e cordialità.
lunedì 12 luglio 2010
Quando si dice: "un'opposizione efficace" / 2
GRANDE COMUNICATORE (G.C.): “Vede, senatore Ucchielli... è sufficiente che il suo partito faccia cose semplici. Faccia capire agli italiani che Berlusconi non mantiene le promesse, per esempio”.
UCCHIELLI (U.): “Cioè, per esempio, la storia delle tasse?”
G.C.: “Esatto! Non ha abbassato le tasse? E lei faccia una bella campagna – con manifesti, volantini, comizi, un bel video da diffondere su You Tube, magari con una musichina di sottofondo di quelle che si scaricano gratis da internet – nella quale denuncia che Berlusconi ha alzato le tasse. Un po’ di numeri per confermare il tutto, ma pochi pochi, mi raccomando, la gente poi si perde con le percentuali, il PIL, queste robe qua. Dica: hanno messo più tasse et voilà, il gioco è fatto”.
U.: “Sembra semplice, in effetti”
G.C.: “Lo è!”
U.: “E io che fino ad oggi ero sempre indeciso se conveniva dire che Berlusconi è un mafioso e un piduista oppure... Però sa qual è il problema? Che ci manca una linea a livello nazionale e così andiamo un po’ a senso, come viene viene capisce? Nemmeno sappiamo proporre qualcosa di alternativo”
G.C.: “Guardi, io le propongo una roba semplice, giusto l’abc della comunicazione politica. Non si tratta di fare proposte: semplicemente, basta trasmettere l’idea che l’avversario politico non è in grado di fare le cose per le quali è stato eletto. Ora lei si rivolga a un’ottima agenzia pubblicitaria”.
U.: “Eh, e chi ce l’ha i soldi? Lo sa che tanti sindaci e tanti assessori e consiglieri comunali neanche versano la quota al partito?”
G.C.: “Ok, facciamo che va da un medio pubblicitario. Alla peggio può andare bene anche uno smanettone che sa usare un po’ di photoshop per una cosa in economia”.
U.: “Uhm... sì, forse ne conosco uno. E’ il grafico della tipografia che alle primarie mi fece i santini per farmi votare. Bene, la ringrazio per la consulenza”.
GRAFICO DELLA TIPOGRAFIA (G.T.): “Dunque, senatore... noi abbiamo rispettato le sue consegne e ci siamo letti tutto il programma del PdL alle elezioni del 2008. Non hanno mantenuto un sacco di promesse, in effetti. E così noi le proponiamo un bel manifestone. Guardi qua, che bello. Messaggi semplici, in cui si dice chiaramente dove Berlusconi non ha mantenuto le promesse elettorali. Come sfondo una bella bandiera italiana e poi il messaggio che si ripete è che il PD è per l’unità nazionale, mica come quei leghisti che vogliono la secessione, tzè”
U.: “Uhm, sa io non me ne intendo. Ma lei è sicuro che possa andar bene il tutto?”
G.T.: “E’ bellino, dài. Ci ho messo anche il cielo azzurro con le nuvolette”
U.: “Già... in fondo, il cielo con le nuvolette dietro la bandiera tricolore se ha funzionato con loro non vedo perché non dovrebbe funzionare anche con noi. D’accordo, ne stampi mille che così poi cominciamo ad attaccarli.
PEDONE SULLA STRADA 1: “Ehi, hai visto che brutti questi manifesti del PD?”
PEDONE SULLA STRADA 2: “Oh, che dicono?”
PEDONE SULLA STRADA 1: “Dicono che per colpa di Berlusconi e Bossi paghiamo più tasse e ci sono più immigrati”
PEDONE SULLA STRADA 2: “Ci sono più immigrati? E da quando in qua il PD non vuole gli immigrati?”
PEDONE SULLA STRADA 1: “Boh, quelli cambiano idea una volta la settimana”
PEDONE SULLA STRADA 2: “Sai che ti dico? Il Berlusca sarà quel che sarà, ma questi qua sono anche peggio”
PEDONE SULLA STRADA 1: “Io non mi fido. Io gli immigrati non è che non li voglio, ma se deve essere il PD a non volerli, la prossima volta voto Bossi. Ho sentito alla tele che sono diminuiti gli sbarchi”.
PEDONE SULLA STRADA 2: “Io ne vedo sempre tanti. E comunque Bossi e Calderoli ci hanno ragione. Bisogna dare una stretta, quando c’erano Prodi e la sinistra al governo ne hanno fatti entrare di quei tanti e ora son qui a dire che con il centrodestra ne entrano di più in Italia di immigrati? Ma vadano a farsi fottere.”
domenica 11 luglio 2010
Quando si dice: "un'opposizione efficace"
Manca la chiosa finale: 'sticazzi!
sabato 10 luglio 2010
E ti pareva che Beppe Grillo...?
Il delirio prosegue: “I giornali non vanno confusi con l'informazione. Giornali e informazione sono incompatibili. Dove ci sono i primi, non c'è la seconda. La vera informazione in questi anni l'hanno fatta i blogger, la Rete, i siti di controinformazione, non certo la Repubblica di Scalfari o il Corriere di De Bortoli o l'Unità del pdimenoelle”. Lungi da me difendere quei quotidiani, ma mi chiedo: i blogger, la rete, i siti di controinformazione da dove attingono le notizie? Se – come riconosce Grillo – al processo Mills alla prima udienza era presente un solo blogger, si è domandato per quale motivo? E, soprattutto, i blogger, la rete e i siti di controinformazione dicono sempre la verità? Se (in via puramente ipotetica, si intende) un blogger che ha decine di migliaia o, addirittura, centinaia di migliaia di contatti ogni giorno spara cazzate su una pallina che dovrebbe, a detta di quel blogger, funzionare meglio del detersivo e ciò non è vero, bisogna credergli comunque perché lui è un blogger, lui è la rete, lui è la controinformazione e non la Repubblica di Scalfari o il Corriere di De Bortoli o l’Unità del pdimenoelle?
Ma poi si capisce anche qual è il vero motivo del delirio: i soldi. Gira e rigira l’ex comico genovese cade sempre lì. Anche stavolta: “I giornali sono finanziati dalle nostre tasse, senza chiuderebbero. E' quindi corretto che al giorno di sciopero corrisponda una trattenuta di un 365simo del finanziamento anno”.
Ah, ecco. Mi pareva.
In ogni caso, la mia amarezza non è tanto per quello che scrive Grillo. E’ per i commenti dei suoi fedeli (riporto testuale, errori inclusi): “siiiiiiiiii chiudiamo i giornali!!!! e mandiamo lavorare i giornalai!” (Giuseppe A); “se ci fosse uno sciopero ogni 365 giorni l’anno come questo, nella gente, ma soprattutto negli italiani risuonerebbero molto meno certe s…e nei loro cervelli” (Alvise); “Beppe ha perfettamente ragione” (Maria Pia Caporuscio); “caro beppe, hai tutta la mia ammirazione!! sei un grande!! ogni post è giusto!” (Giuseppe F.); “io ti adoro...non lo posso nascondere quando leggo i tuoi commenti...scritte ,pensieri,mi trovo al 99/00 sempre d'accordo con te” (Marina B.); “Grande Beppe, poetico ma devastante come sempre. Vero vero maledettamente vero. Anzicche urlare allo scandalo i giornalisti si mettono piu alla pecorina di prima.. Ma si puo essere cosi deficenti?” (Rosario Pasanisi); “I giornalisti hanno fatto sciopero ? Almeno un giorno hanno riposato la lingua....” (Antonio Cataldi).
...e potrei continuare chissà quanto insozzando anche questo blog.
Che lo stato della stampa italiana sia quello che sia è noto. Ma da qui a invocare la chiusura dei giornali, per quante stronzate e falsità essi scrivano, ce ne corre. E' la stessa differenza che passa tra la democrazia e il fascismo. Comunque, poco da stupirsi: in fondo, l'Italia è il Paese di Mussolini e di Berlusconi.
giovedì 8 luglio 2010
Il risparmio di chi
La propensione al risparmio – ossia il rapporto tra risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile – è scesa al 13.4% nel primo trimestre del 2010, il livello più basso da anni: nel 2002 era al 17%, nel primo trimestre del 2009 era al 15%. Il rapporto è calato sia perché sono aumentati i consumi delle famiglie (della serie: puoi stringere la cinghia e rimandare l’acquisto delle scarpi e dei capi di vestiario, ma poi la spesa va fatta), sia perché è diminuito il reddito disponibile. Infatti, nei primi tre mesi del 2010 è diminuito pure il tasso di investimento delle famiglie, vale a dire gli acquisti di abitazioni e gli investimenti strumentali delle piccole imprese.
Il Governo, comunque, è attento e vigila e sicuramente il trend sarà presto invertito. Nell’attuale manovra, infatti, ci sono disposizioni che vanno incontro a tale esigenza di ridare fiato alle famiglie. L’emendamento 48.0.1000, al comma 18, prevede: “Nei procedimenti civili contenziosi aventi ad oggetto diritti disponibili che, alla data di entrata in vigore della presente legge, pendono dinanzi alla Corte d'Appello, il giudice, su istanza di parte, anche con decreto pronunziato fuori udienza, rinvia il processo per un periodo di sei mesi per l'espletamento del procedimento di mediazione”. E’ un dispositivo che permette infatti di non sentirsi con l’acqua alla gola. Mettiamo il caso – puramente ipotetico, ovviamente – che un’azienda sia stata condannata in primo grado a risarcirne un’altra per una cifra – chessò, butto là un numero a caso – di 750 milioni di euro a seguito di una grave corruzione: ecco, questo emendamento permette a chi deve pagare di rinviare il tutto e magari, nel frattempo, farla franca. Come dire: un emendamento che tutela la propensione al risparmio.
mercoledì 7 luglio 2010
Ma sì, continuiamo così... facciamoci del male! / 4
Step numero 1 – L’anima bella si fa coraggio
Alcuni senatori del Partito Democratico, capeggiati dal costituzionalista Stefano Ceccanti, propongono un emendamento al lodo Alfano. Una roba che, nelle intenzioni, vorrebbe essere di riduzione del danno – ferma restando la contrarietà al disegno di legge – nel caso un presidente della Repubblica si trovi ad essere indagato, magari da pm politicizzati. Un’ipotesi di scuola, ma che – in punta di diritto – ha molto a che fare con il ruolo del capo dello Stato. Ipotesi di scuola fino a un certo punto, comunque: se un domani fosse Berlusconi al Quirinale, si aprirebbe uno scenario davvero importante. Un bell’assist al centrodestra, bisogna riconoscerlo.
Step numero 2 – I duri & puri non ci stanno
Il Fatto Quotidiano, che da alcuni giorni porta avanti una battaglia – a volte pretestuosa – contro il Partito Democratico, coglie la palla al balzo e titola: “Scudo totale per il Quirinale. Lo chiede il PD. Perché?”. Nell’editoriale del direttore Padellaro, si insinua: “di cosa hanno avuto sentore i senatori del PD che possa minacciare l’inquilino del Colle?”.
Step numero 3 – Prime polemiche nel centrosinistra
A questo punto Ceccanti si sveglia dal torpore e ritira l’emendamento. Resta la figuraccia di un gruppo parlamentare che dà l’idea (difficile da contraddire, in effetti) di non sapere quello che fa.
Step numero 4 – Feltri ci marcia alla grande
Al Giornale stappano lo champagne. In una giornata di estrema difficoltà per il governo (rottura con le Regioni, comprese quelle guidate dal centrodestra; il PdL alla frutta; scandalo del trattamento riservato agli eritrei in Libia) possono fare il titolone quasi a tutta pagina riprendendo le insinuazioni del Fatto e di Padellaro: “Ma che ha combinato Napolitano? Il PD propone di dare al presidente l’impunità totale: un voltafaccia clamoroso. E ora ci si chiede quale sia l’inconfessabile segreto che va protetto anche al prezzo di una simile figuraccia”.
Step numero 5 – Ancora polemiche nel centrosinistra
Dopo una dura nota di Napolitano che se la prende con Il Fatto e con Il Giornale, il quotidiano diretto da Padellaro non trova di meglio che prendersela con Repubblica.
Ora, io già mi immagino quale possa essere lo step numero 6 (leggere domani Il Giornale per dettagli) e anche il 7 (quasi quasi vado alla Snai e mi gioco che l’emendamento ritirato sarà riproposto paro paro dal centrodestra). In ogni caso, mi chiedo dove possiamo andare con questa opposizione casinista, litigiosa, intenta solamente a curare un orticello o a cavalcare il cavillo giuridico. Tutto ciò mentre ai terremotati dell’Aquila si chiede di pagare le tasse, le cifre sulla disoccupazione giovanile sono impietose, i dati sui salari ci classificano agli ultimi posti in Europa, la manovra economica sarà pagata tutta dai ceti meno abbienti.
martedì 6 luglio 2010
Fenomenologia di Marco Travaglio / 2
E’ che a volte proprio non lo capisco. O meglio: ho come la sensazione che quando lo togli dal suo terreno preferito – la rievocazione delle malefatte penali di Tizio e la ricostruzione delle vicende giudiziarie di Caio – sia un pesce fuor d’acqua.
Un direttore di quotidiano che volesse bene a Travaglio dovrebbe prenderlo da parte e dirgli: “caro Marchino mio, tu da oggi lasci perdere la polemica politica e scrivi solamente di cronaca giudiziaria, perché in questo campo sei indubbiamente il più bravo che ci sia in Italia. Ti leggi i faldoni, spulci nelle intercettazioni (finché non approveranno la legge bavaglio), fai le indagini che credi di fare e siccome conosci il diritto penale, siccome hai un ottimo archivio, siccome sei un’ottima penna, vai tranquillo”.
Invece il Montanelli-boy (su 28 articoli da lui scritti presenti nella rassegna stampa della Camera dal 1° gennaio 2010 ad oggi, in ben 9 compare il nome del suo ex direttore) si è intestardito a parlare di politica. E finisce per pisciare spesso fuori dal vaso, perché la politica – soprattutto in Italia – è complessa, è machiavellica: spesso quel che a prima vista appare stupido in realtà tanto stupido non è e quel che appare intelligente spesso lo è meno di quel che sembra. Così, finisce che se uno non si adegua alle direttive di San Tonino da Montenero di Bisaccia è un inciuciatore. Giusto per fare il primo esempio che mi viene in mente: il referendum contro il Lodo Alfano può rivelarsi – per una serie di ragioni che ora non starò a richiamare – una boiata pazzesca? Non importa, nella strategia di lotta politica un tanto al chilo che piace a Travaglio, il referendum s’ha da fare e al più presto.
Poi succede che un giorno qualcuno propone uno sciopero contro la legge bavaglio. Quella stessa legge bavaglio per la quale non si scende a compromessi e se uno vota contro, ma en passant ha fatto passare un emendamento che ne limita i danni, è comunque un maledetto complice di Berlusconi. Improvvisamente, di fronte all'eventualità dello sciopero, Travaglio si desta e propone un ragionamento articolato e, per certi aspetti, parecchio condivisibile: “sicuri che la forma più efficace di protesta contro il bavaglio sia autoimbavagliarci per un giorno?” Tutto questo anche (ma non solo) sulla base di una constatazione non peregrina: “E non saranno un bello spettacolo nemmeno le edicole il 9 luglio, quando i lettori troveranno soltanto i giornali crumiri, cioè berlusconiani di destra (Il Giornale, Libero, Il Tempo, Il Foglio) e di sinistra (Il Riformista). Bel risultato, non c’è che dire. Avvertito in anticipo, il Banana ne approfitterà per intensificare le vergogne l’8 luglio, ben sapendo che l’indomani ne parleranno (anzi, non ne parleranno) solo i suoi house organ”.
In effetti, le osservazioni poste sono interessanti e spingono a una riflessione seria. Mi chiedo per quale motivo quando, invece di trattarsi di editoria e di quotidiani da vendere in edicola, si tratta di attività politica (soprattutto se dalle parti del Partito Democratico), Travaglio non riesca a sottilizzare, a distinguere, a valutare l’altra faccia della medaglia.
Fortunatamente, il basic istinct travagliesco riprende il sopravvento nel finale del suo articolo: “Non sarebbe meglio uscire tutti in edizione straordinaria, listata a lutto, in forma di dossier con le intercettazioni e gli atti d’indagine più importanti di questi anni che, col bavaglio in vigore, non avremmo potuto pubblicare?”
Però, che idea geniale! Così – per citare un noto giornalista – il Banana potrà intensificare le vergogne l’8 luglio, ben sapendo che soltanto i giornali a lui vicini (non) ne parleranno, mentre gli altri usciranno con notizie che hanno la freschezza di un uovo marcio. E con un unico quotidiano, tra quelli non filogovernativi, che, avendo un pubblico molto fidelizzato e molto radicale, più interessato alle opinioni (le solite) che ai fatti del giorno (a meno che non riguardino Dell’Utri, Previti e compagnia), venderà all'incirca il solito numero di copie.
lunedì 5 luglio 2010
Sembra ieri
Altero Matteoli, Il Giornale, 28 giugno 2006
"Temo un voto di fiducia, al quale noi reagiremo come abbiamo sempre fatto: denunceremo al Paese che il Senato è stato spogliato di qualunque funzione legislativa da un Governo che è troppo debole (...) Il Governo ricorre alla fiducia come metodologia abituale"
Renato Schifani, L'Opinione delle Libertà, 20 ottobre 2006.
"Il voto di fiducia è prima di tutto una sconfitta dei parlamentari della stessa maggioranza, a cui è stato impedito di presentare e discutere i propri emendamenti".
Sandro Bondi, Il Giornale, 19 novembre 2006
"Il governo non governa. A causa del ricorso alla fiducia parlamentare, l'opposizione non può fare il suo mestiere"
Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 21 giugno 2007
sabato 3 luglio 2010
Il Tafazzo quotidiano
Tuttavia, non me la sento di associarmi ad articoli e commenti come quelli che ho letto oggi sul Fatto Quotidiano online.
Articolo di Davide Vecchi. Titolo: “Bersani fa il Silvio e si dimentica bavaglio e Dell’Utri”. Svolgimento: “Pd e Pdl cominciano a somigliarsi. Hanno più di una cosa in comune. Cedimenti interni. Potenziali scissioni. E viva allergia dei leader ad affrontare alcuni temi d’attualità. Sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri, ddl intercettazioni, Lodo Alfano, scontro con il Quirinale. Tanto per citare le notizie degli ultimi giorni”.
Infatti Bersani parla di un argomento che non è di attualità: la crisi economica e lo sviluppo. Una cazzatella, mi rendo conto, che peraltro riguarda il passato, è "ormai alle nostre spalle" direbbe la Santanché. Riguarda pochissime persone (e di certo non i lettori del Fatto Quotidiano). Forse perché della legge sulle intercettazioni Bersani ne aveva parlato l’altro ieri, durante la manifestazione della FNSI, e dello scontro con il Quirinale ieri, quando aveva detto che Ghedini aveva superato ogni limite.
I commenti dei lettori del Fatto si sprecano e, ovviamente, sono per la maggior parte scandalizzati con Bersani. Così come sono infuriati con Franceschini che ha detto di esser pronto a votare gli emendamenti dei finiani alla legge sulle intercettazioni pur di limitare il danno e, comunque, ferma restando la contrarietà al disegno di legge.
Non capisco e non mi adeguo. Evidentemente ci sono persone – anche intelligenti – che pensano che se uno non dice sempre e comunque “Berlusconi piduista Dell’Utri mafioso legge vergogna” non fa reale opposizione, ma inciucia. E’ una logica un tanto al chilo che può fare la fortuna di personaggi come Di Pietro, Grillo, De Magistris che parlano alla pancia di quella parte di elettorato più incazzata, ma è pure una logica che finisce con il perpetuare il potere di Berlusconi.
Quando ho letto la dichiarazione di Franceschini anch’io son rimasto un po’ basito. Ma poi ho ragionato: in effetti, se i finiani presentano un emendamento e questo viene votato dall’opposizione, il governo va sotto e si potrebbero aprire scenari nuovi. Non intese politiche perché io non credo a un Fini che si accorda con il centrosinistra (e nemmeno lo auspico, il personaggio non mi piace per niente, come ho più volte scritto su questo blog), ma forse è più facile che Berlusconi sia costretto a dimettersi grazie a un voto parlamentare un po’ furbo che non gridandogli continuamente “mafiosopiduistananodimerda” come vorrebbero i duri e puri del Fatto Quotidiano. Duri e puri fintanto che Di Pietro non va a fare conferenze stampa con il ministro Calderoli (questa sì una vera anomalia): allora lì si chiudono entrambi gli occhi e si tappano le orecchie: gli inciuci son sempre quelli degli altri.
venerdì 2 luglio 2010
Tutto va ben, madama la Marchesa
Wow!
Un monumento a Silvio ci sta tutto.
E noi che pensavamo che, Berlusconi o non Berlusconi, i conti correnti fossero già garantiti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, le banche fossero già soggette a una disciplina speciale in caso di crisi, alcune tariffe fossero aumentate così come alcuni tributi locali, il nostro sistema di welfare fosse uno dei meno tutelanti per i lavoratori, il nostro debito pubblico fosse il più alto d'Europa, il nostro PIL crescesse meno che altrove, la disoccupazione giovanile la più preoccupante degli ultimi decenni...
giovedì 1 luglio 2010
Una grande performance di Ostellino al Tg1
Ora dove sta lo straw man argument?
Innanzitutto, nello slogan scelto. "Intercettateci tutti" non era lo slogan principale della manifestazione (anzi: l'articolo del Corriere della Sera online nemmeno lo riporta) e se qualcuno lo ha usato non era certo per chiedere di essere controllato come faceva la Stasi nella Germania Est. Più semplicemente, per ribadire che chi è innocente non ha niente da temere e, soprattutto, che le intercettazioni permettono di smascherare dei reati, non politici, ma penali.
Ma Ostellino aveva bisogno di demolire la manifestazione. E allora si è aggrappato a quello slogan, tra tutti il più discutibile, per produrre una successione logica sconcertante e mistificatoria.
Vogliamo ripercorrerla?
Passo numero 1: hanno urlato questo slogan Intercettateci tutti.
Passo numero 2: chi intercettava tutti erano i regimi fascisti. Meglio: comunisti. Ricordate i Paesi dell'est? Ecco, uguale.
Passo numero 3: si tira in ballo la polizia politica. Non i magistrati che indagano su mafiosi o tangentari, no: la polizia politica, quella che ti controlla per chi voti.
Passo numero 4: questi qua, dunque, son scesi in piazza per reclamare pratiche da stato totalitario, anche se sono democratici.
Passo numero 5: perché vogliono la dittatura? Per mandare a casa Berlusconi.
Passo numero 6: avete capito bene, cari telespettatori? Questi qua, pur di mandare a casa Berlusconi, sono disposti a instaurare una dittatura.
Et voilà, il ribaltamento della realtà è servito. All'ora di cena, con il Tg1 nei panni del fedele cameriere.
Quando dice una cosa...
"Riguardo alle tariffe autostradali, siamo d'accordo con il ministro dell'Economia che se dovessero esserci nuovi aumenti, questi andrebbero accordati soltanto alle concessionarie che abbiano reinvestito. Ne abbiamo parlato tante volte e siamo in perfetta sintonia".
Altero Matteoli, ministro per le infrastrutture, 1° luglio 2010, Quotidiano nazionale, pagina 9:
"Quello che chiediamo agli utenti dei raccordi autostradali è una sciocchezza rispetto ai vantaggi che avremo in termini di manutenzione delle strade Anas (...) Grazie all'aumento dei canoni e dei pedaggi, che va nelle casse dell'Anas, lo Stato riduce il finanziamento per la manutenzione".