martedì 31 agosto 2010

Il fuorviante dibattito sulla legge elettorale

Era inevitabile che si scatenasse il dibattito sulla legge elettorale.
Così – mi par di capire e rimanendo solamente alle posizioni dei big del Partito Democratico – D’Alema è per il proporzionale alla tedesca, Franceschini e Bindi per il doppio turno alla francese, Marino per l’uninominale (che, messa così, vuol dire tutto e niente), Civati per il mattarellum, Bersani non si sa.
E’ una discussione che trovo assai squilibrata, che parte da presupposti sbagliati, perché dà troppa importanza al sistema elettorale, come se fosse risolutivo di tutti i problemi, dimenticando che l’assetto istituzionale si basa anche, quando non soprattutto, su altri pilastri.
Mi spiego con un esempio.
Come sarebbe se oggi in Italia ci fosse, oltre l’attuale legge elettorale, pure l’istituto della sfiducia costruttiva, ossia quel meccanismo presente nell’ordinamento tedesco che impedisce di far cadere un governo se contemporaneamente le forze politiche che lo fanno cadere non danno vita a un altro esecutivo? Credo che tutto l’indegno spettacolo politico dell’ultimo mese non ci sarebbe stato.

Niente giochetti dei finiani per lasciare il cerino in mano a Berlusconi.
Niente vertici di maggioranza con i famosi cinque punti (di cui quattro di pura accademia).
Niente discussioni teoriche su esecutivi di transizione.
Niente “Napolitano non va tirato per la giacca”, “noi non abbiamo paura di andare al voto subito” e “secondo la Costituzione materiale siamo già in una Repubblica presidenziale”.
Niente lettere ai giornali da parte dei dirigenti piddini.
Oggi, 31 agosto, invece di discettare in linea puramente teorica di legge elettorale, di Nuovo Ulivo e di grande alleanza democratica, saremmo qui a parlare del problema dei precari della scuola pubblica o delle distorsioni del nostro welfare state o della disoccupazione giovanile ai livelli massimi in Europa mentre il ministro Sacconi ripete lo slogan "la crisi la sentiamo meno che in altri Paesi".

Comunque, visto che bisogna disquisire di sistemi elettorali, parliamone.
La prima cosa da fare sarebbe non dire: “facciamo come in Francia”, “facciamo come in Germania”.

La domanda giusta da porsi è: "qual è il valore predominante, quello della governabilità o quello della rappresentatività delle forze politiche?"
Se la risposta è governabilità, la strada da percorrere è quella del maggioritario (temperato come si vuole: doppio turno o un 25% di eletti con il proporzionale); se la risposta è rappresentatività, la strada è quella del proporzionale (corretto come si vuole: soglia di sbarramento e così via).
Non esiste il sistema elettorale perfetto, altrimenti tutti i Paesi lo avrebbero già adottato. Esistono sistemi elettorali razionali rispetto allo scopo e al valore che essi si prefiggono. Per esempio, il Porcellum non rientra in questa categoria: non assicura governabilità (perché la composizione del Senato, a causa del premio di maggioranza attribuito su base regionale, è del tutto aleatoria) e non assicura pluralismo ideologico (a causa della soglia di sbarramento e a causa dell'abolizione del voto di preferenza). Infatti, l’unico motivo per cui quella legge fu approvata nella forma in cui fu approvata – come ci ricorda oggi Michele Ainis in un editoriale da incorniciare – era limitare i danni per il centrodestra alle elezioni politiche del 2006 (scopo raggiunto alla grande).

lunedì 30 agosto 2010

I danni irreversibili di Berlusconi al mondo del calcio

Iniziai a seguire il calcio nel 1976-77 e lo feci tifando Milan. Ci giocava Gianni Rivera, di cui sentivo spesso parlare. E poi alcuni dei miei migliori amici dell'epoca erano rossoneri e questo era un ottimo motivo, benché la squadra quell'anno lì andasse male, ma male parecchio. Ricordo ancora l'undici titolare: Albertosi, Anquilletti, Maldera (figurina Panini abbastanza importante per la mia formazione di milanista), Morini, Bet, Turone (vedi Maldera), Gorin, Capello, Bigon, Rivera e Calloni. Seguirono anni di passione, con gioie e dolori, alcuni di questi ultimi piuttosto forti. Poi arrivò Berlusconi e la prospettiva cambiò. La squadra cominciò a vincere scudetti e Coppe dei Campioni. All'inizio era divertente e appagante. Poi il giochino cominciò a piacermi sempre meno. C'è da dire che altre vicende personalprofessionali mi portarono a seguire il calcio con crescente distacco, ma questo è un altro discorso. Il giochino si spezzò perché quel che succedeva in campo era funzionale a qualcosa che doveva accadere fuori dal campo. Ma se io quel che accade fuori dal campo non lo condivido? Uno cerca di scindere i due livelli, ma poi arriva a un punto tale che non se la gode più. Non è questione di essere antiberlusconiani. E' che non c'è proprio gusto - opinione personale - se i grandi giocatori li acquisti solamente all'ultimo tuffo per avere maggiore risonanza mediatica e soltanto perché sei in crisi di consenso (perché se non scoppiava tutto 'sto casino di Fini, col kaiser che Berlusconi metteva mano al portafogli). Sì, certo, da milanista mi fa piacere che sia arrivato Ibrahimovic e se verrà ingaggiato pure Robinho sarò ancor più contento. Ma, come dire?, non c'è quella gioia, quel piacere, quell'esaltazione che in passato provavo per giocatori pure meno decisivi. Godevo di più quando la mia squadra del cuore acquistava Hateley e Wilkins e Gerets e Jordan.
Non è giusto che mi sia stato tolto quel piacere. Quel sogno.

Mi piacerebbe che il calcio italiano acquisisse un po' della mentalità che c'è nella NBA, il campionato di basket statunitense. Lì, c'è un complesso meccanismo, sul quale non starò a dilungarmi (basato sui tetti salariali e sugli ingaggi dei migliori giovani da parte delle squadre più deboli), che ha come conseguenza una sorta di finestra temporale, dentro la quale anche la più sfigata delle franchigie - se gestita in modo oculato - ha la propria chance se non di conquistare l'anello quantomeno di fare la sua porca figura; e, fuori di questa finestra temporale, anche il club più blasonato è grasso che cola se arriva ai playoff. Ecco, è un meccanismo che penso faccia bene non soltanto allo spettacolo o agli incassi, ma pure alla cultura sportiva. Perché il tifoso è costretto a entrare nell'ottica che non tutti gli anni si può vincere e il Grande Capo della tua Squadra del Cuore può essere potente quanto vuole, può utilizzare lo sport come strumento di consenso personale quanto vuole, ma più in là di tanto non può prendere per il culo gli appassionati. Ma temo che ormai sia troppo tardi, perché il berlusconismo applicato al calcio ormai è talmente degenerato che indietro non si torna.

Gheddafi e l'Unione europea

Trovo molto divertenti gli editoriali dei giornali di destra sulla visita di Gheddafi in Italia. Più che altro, sono interessanti le motivazioni con le quali giustificano l'atteggiamento iperconciliante dell'Italia: bisogna farci affari, tanto è tutto folklore, e che sarà mai.
No, è interessante perché sono i soliti che, per anni, ci hanno detto che il centrosinistra sbagliava a essere prono con l'Unione europea e, insomma, un po' di orgoglio nazionale ci vuole con le istituzioni comunitarie, bisogna farsi valere, cribbio, piuttosto avere uno scatto di orgoglio e mica permettergli tutto a quei burocrati del menga che vorrebbero comandare in casa nostra.

sabato 28 agosto 2010

Le primarie: istruzioni per l'uso

Oggi vorrei parlare di primarie, soprattutto dopo l’editoriale di ieri di Concita, ripreso pure da qualche blogger. Che condivido, intendiamoci.
Prima di parlarne è doveroso fare una premessa: io alle primarie ci tengo. A me piacciono. Le voglio.
Però…
Però, soprattutto a livello locale, non sempre si risolvono per quello che devono essere. In particolare, penso che dovremmo liberarci dalla retorica che le primarie le vince chi è più bravo o magari l’outsider fuori dai giochi di partito che però gode della stima della società civile e così prevale sui soliti noti che la gente non sopporta più.

Dalle mie parti ne abbiamo fatte parecchie, anche grazie a una legge sull’elezione dei consiglieri regionali. Magari è che da noi siamo un po’ strani – un po’ assai, forse – ma insomma non sempre è andata come doveva andare. E questo non significa che debba andare sempre così, ci mancherebbe. Anzi, scrivo quel che è accaduto in passato per due motivi: perché ho la speranza che non ricapiti e perché le primarie sono un bello strumento, bellissimo anzi, ma va maneggiato con cura, altrimenti sortisce l’effetto contrario a quello desiderato.

Nel 2005 facemmo le primarie per il consigliere regionale. Stravinse non il più nuovo o il più preparato, ma il più vecchio e più organizzato e più organico alla nomenclatura di partito: un solito noto, insomma. Si narrò, in Valle, di automobili e minivan – voci incontrollate riferivano addirittura di Apecar e furgoncini – che partivano a caricare le vecchiette per portarle ai seggi a votare per lui.
Nel 2007 ci furono le primarie per il sindaco. Si presentarono Tizio e Caio. Caio disse: “Sulle cose da fare per la città la penso esattamente come Tizio. Ma dovete votare per me, perché io sono il nuovo, l’esponente della società civile, mentre lui rappresenta la Casta”. Seguirono un paio di mesi di polemiche su questa cosa: Tizio era il vecchio, l’uomo per tutte le stagioni, quello che campava di politica. Tuttavia, proprio per quello, essendo più organizzato e sostenuto dal partito, vinse. Di poco, ma vinse. Cosa successe dopo? Successe che in campagna elettorale, quella vera, quella amministrativa, il problema non fu convincere gli indecisi di centrodestra. Fu convincere quelli di centrosinistra che alle primarie avevano votato per Caio. Come se non bastasse alcuni degli argomenti contro Tizio portati da Caio alle primarie furono ben rispolverati dai berlusconidi. Che difatti vinsero le amministrative. Non soltanto per colpa delle primarie, sia chiaro, ma insomma diciamo che un contributo forte…
Nel 2009 ci furono altre primarie, ancora per le regionali. Si presentarono il solito noto di cinque anni prima e un altro solito noto, ognuno con le proprie automobili e minivan per portare a votare le vecchiette: forti della loro posizione dominante – roba da denuncia all’Antitrust elettorale, se esistesse – si sapeva fin dall’inizio che avrebbero occupato i primi due posti in lista, quelli che garantivano il seggio in Regione. Però provenivano entrambi dalla Valle. Così, dal comune capoluogo e da quello limitrofo sorsero altre candidature. Due donne, una per comune. Le due unioni comunali piddine dettero vita a tre settimane di feroci polemiche per arrivare ad avere la prima dei non eletti. Ripeto: la prima dei non eletti. Le polemiche non erano sulle cose da fare o sul ruolo della Regione, ma beghe personali e battibecchi della serie “capite una sega voi di politica, noi invece siamo ganzi” e “siete soltanto una banda di presuntuosi, speriamo che quell’indagine della Corte dei Conti vi faccia un culo così”.

Potrei raccontarne altre – per esempio di quel piccolo comune di provincia dove la richiesta di primarie per il candidato sindaco era soltanto un pretesto per regolare diatribe di livello non politico (rapporti di vicinato e lavorativi) –, ma mi fermo qui.
La morale della favola? Pure un bellissimo strumento di partecipazione democratica, qualcosa di cui andare fieri e in cui credere, non è la panacea di tutti i mali, ma può facilmente trasformarsi in una roba completamente diversa.

venerdì 27 agosto 2010

Su Di Pietro, Bersani e sul modo di fare opposizione

Tutto mi aspettavo, meno che di dover dare ragione a Filippo Facci. Che oggi, su Libero, fa un’analisi perfetta di quella che è la comunicazione politica nel centrosinistra.
Riporto gran parte dell’articolo perché ne vale la pena:
Il 10 agosto il PD ha diffuso un misconosciuto documento che voleva essere sintetico (12 pagine) in cui spiegava che loro in Parlamento si sono fatti il mazzo, altroché. Date, cifre, circostanze: si poteva leggere di tutte le volte che hanno collaborato alla stesura di buone o cattive leggi, di tutte le volte che hanno lasciato l’aula eccetera. Sono stati, tra gli oppositori, i più presenti. E il governo ne è uscito battuto 53 volte. La morale in sostanza sembrava: noi sì che facciamo opposizione, piantatela di rompere.
La faranno pure, ma non se n’è accorto nessuno: perché? Certo anche per lo sbrigativo modus di questo Governo: ben 65 decreti legge, la fiducia chiesta 36 volte, qualcosa come 175 leggi approvate di cui 150 di iniziativa prettamente governativa.
E questo dimostra, indubbiamente, che cosa s’intende quando si dice che il Parlamento è stato svuotato delle sue prerogative e insomma conta di meno: l’abbiamo scritto cinquanta volte.
Infatti: ormai i meccanismi di opposizione filtrano attraverso una comunicazione diversificata e soprattutto extraparlamentare. Mentre il PD si faceva il mazzo in emiciclo, cioè, corpulenti figuri come Antonio Di Pietro gridavano “unica opposizione” e sparavano spettacolari idiozie tipo “fascismo, nazismo, regime, mafiosi”. E finivano, loro sì, sui giornali. Non era molto, ma al resto provvedevano piccoli o grandi eventi – sempre extraparlamentari – che altri soggetti organizzavano e a cui il PD si accodava per ultimo e sempre con il fiatone: manifestazioni, santorate, tutto quanto fa spettacolo e opposizione oggi.
Sta succedendo anche in questi giorni. Mentre il Partito Democratico si arrovella attorno a trovate sensazionali e soprattutto mai viste (il nuovo Ulivo) uno che in Parlamento fa solo sceneggiate, Antonio Di Pietro, organizza appunto manifestazioni. A esser precisi, come da tradizione, mette il cappello su quelle altrui: dopodiché – ha cominciato ieri – pretenderà di dettare regole e dirà che certo, il PD può venire “a patto che”. A quel punto il PD farà una serie di distinguo e i vari Di Pietro e popoli viola lo ripeteranno: unica opposizione
”.
Non credo gli obiettivi di Facci siano gli stessi miei. Però quello che dice è assolutamente vero. E per averne conferma è sufficiente pensare alla reazione pavloviana di giornalisti e lettori del Fatto Quotidiano a ogni intervento – o non intervento – di Bersani.
E’ un po’ il motivo – altrimenti inspiegabile – per il quale ci sono persone (ne conosco anch’io) che criticano il PD di scarsa democrazia interna e, pure per questo motivo, appoggiano l’Italia dei Valori: è un partito molto meno democratico del PD, ma un mese sì e l’altro pure scende in piazza o raccoglie firme referendarie e agli occhi di costoro è ciò che conta.


Questo modo schizofrenico, iperaccelerato, superficiale di fare politica attrae e distrae. Prendiamo le seguenti due dichiarazioni in evidente contrasto l’una con l’altra:
1. “E' giunta l'ora di dividere il campo in due: da un lato il partito dell'illegalità a struttura e vertice piduista, dall'altro il partito della legalità. Il mio è un invito a Bersani e Fini: facciamo una coalizione nuova”;
2. “L’ultima cosa che si deve fare è rincorrere situazioni impossibili perché altrimenti da Mastella passiamo a Casini e Fini e il risultato non cambia“.
La prima è di Antonio Di Pietro ed è stata pubblicata il 24 luglio scorso sul Riformista.
La seconda è di Antonio Di Pietro ed è stata pubblicata oggi, 27 agosto, sull’Unità.
Entrambe le dichiarazioni attraggono giocando l’una sul fattore legalità, l'altra sul fattore unità; e distraggono dalla complessità del momento e dei problemi, ma pure dalla vacuità di cui esse stesse trovano ragion d’essere. Sono parole buttate lì, che tutti dimenticheremo velocemente e di cui nessuno chiederà conto. Nessuno taccerà di incoerenza Di Pietro per aver cambiato così sfacciatamente opinione nel giro di un mese.

Faccio un ulteriore esempio, citando ancora l’intervista del leader dell’Italia dei Valori:
Non ci sto a dare vita a un governo tecnico che in realtà si occupa di tutto. Sarebbe un trucco da prima Repubblica”.
Che significa questa richiesta? Sotto il profilo istituzionale niente. Un governo che goda della fiducia del Parlamento è legittimato a occuparsi di tutto. Pure sotto il profilo squisitamente politico son parole insulse: un governo tecnico che si sia presentato al Parlamento con un solo punto programmatico (legge elettorale) non può sottrarsi ad affrontare le altre mille questioni che sarà tenuto ad affrontare: giusto per citarne una, il governo Dini si presentò con un mandato limitato, eppure si occupò di interventi straordinari per la Fenice, di ricapitalizzazione dell'Alitalia (!), di riorganizzazione del CNR e di tante altre cosucce non previste al momento dell'insediamento. Eppure, la frase di Di Pietro fa effetto. Attrae, appunto, e distrae dalla complessità della realtà.

giovedì 26 agosto 2010

La versione di Pigi

Lo sapevo. Lo temevo. Ne avevo accennato un paio di giorni fa, pronosticando un D’Alema sulla Stampa. Invece: Bersani su Repubblica. Ma il senso è il solito. I dirigenti piddini ormai comunicano mediante lettere aperte ai quotidiani. Non parlano di cosa vogliono fare sulla scuola o sul lavoro o sull’ambiente. Ci mancherebbe! Parlano di alleanze. Ognuno con lo stile proprio, chiaramente. L’altro giorno tra una Cappella Palatina e un John Kampfner, abbiamo capito che Veltroni non vuole coalizioni troppo ampie; stamani, tra una regressione dello spirito civico e una degenerazione corruttiva (prima di finire in bellezza con la mitica piattaforma), l’ottimo Bersani ci ha informato che invece serve l’esatto contrario della ricetta veltroniana.

Sarò sincero. Ero lì, stamattina, navigando sui siti web dei quotidiani e quando ho visto quello strillo su Repubblica era forte la voglia di andare di là dove mi attendevano il tè con le Macine e i crackers (ebbene sì, crackers salati nel tè: qualcosa in contrario?). “Nuovo Ulivo e un’Alleanza democratica”: mezzo titolo è bastato a scoraggiarmi. Ma come, mi sono detto, siamo ancora alle categorie di uno o due lustri fa? Ricordate la GAD, Grande Alleanza Democratica? Ecco, quella. Sfociò nell’Unione. No, non è possibile.
Poi, sfidando i crackers, mi sono studiato il bersanipensiero.
Allora, se non ho capito male (e già qui ci sarebbe da lamentarsi, perché quando si comunica bisogna esser chiari), il segretario del Partito Democratico propone un percorso in tre step.
Il primo: tutte le forze progressiste – lui si riferisce proprio ad esse, quindi direi che esclude Unione di Centro e Alleanza per l’Italia, che ci tengono a essere inquadrate nella categoria “moderati” – si stringano in un’alleanza forte su alcuni punti programmatici: lavoro, civismo, equità, innovazione. Un nuovo Ulivo, insomma.
Il secondo: questo nuovo Ulivo si coalizza poi con “forze contrarie al berlusconismo” – le definisce così, ma non dice quali sono, quindi è da capire se comprende i finiani oppure no – che in un contesto politico normale sarebbero avversarie, per portare avanti in una legislatura costituente quelle due riforme (legge elettorale, federalismo) che servono per uscire definitivamente da quest’ultimo tremendo quindicennio di storia patria.
Il terzo: chiusa l’esperienza berlusconiana, riscritte le regole del gioco, nuovo Ulivo ed ex alleati rivaleggiano, mentre Berlusconi è a svernare alle Bahamas insieme a Minzolini e Dell’Utri.
Mi sembra di aver capito questa cosa, leggendo e rileggendo le vaghe indicazioni bersaniane che, per giusta tattica politica, non include né esclude nessuno, vuoi per il nuovo Ulivo, vuoi per l’Alleanza democratica. Ma potrei anche sbagliarmi, magari ho completamente frainteso.

Tutto molto bello e condivisibile, per carità. Ma partendo da un presupposto: che le forze politiche suddette siano disponibili a lasciar perdere l’ideologia e l’orticello di casa a tutto vantaggio di un sano pragmatismo che prenda di petto i problemi del nostro Paese, risolvendoli per il meglio.
Ho i miei dubbi.
Temo che poi alla fine prevarrà, proprio per la provvisorietà di questa Alleanza democratica, il richiamo della foresta del settarismo e dello zero virgola in più alle elezioni successive. Constatare che tra i primi a plaudire alla proposta ci siano Angelo Bonelli e Paolo Ferrero alimenta ulteriormente il timore. Insomma, prevedo lo scenario con Di Pietro che avrà come prima preoccupazione quella di distinguersi da Casini, con Casini che avrà come prima preoccupazione quella di distinguersi da Vendola, con Vendola che avrà come prima preoccupazione quella di rimarcare di essere più a sinistra di qualcun altro, con qualcun altro che avrà come prima preoccupazione... e alla fine si tornerà ai compromessi perennemente al ribasso che caratterizzarono il biennio 2006-2008, ai litigi sulle poltrone e, in una parola sola, alla resurrezione di coloro che non vogliono il bene dell’Italia.

E allora?
Allora non lo so.
Io sarei perché il Partito Democratico, in virtù e forza del suo essere principale partito di opposizione, andasse da Sinistra Ecologia Libertà e da Italia dei Valori e dicesse loro, più o meno, “questo è quello che vogliamo riguardo a lavoro, ambiente, scuola, fisco, welfare state, infrastrutture, liberalizzazioni: a voi va bene? Non è un prendere o lasciare, ma siamo disposti a rivedere qualcosa, anzi: qualcosina e, sia ben chiaro, senza stravolgere l’impianto” (che poi è quello che fece Veltroni nel 2008 con l’Italia dei Valori e con i radicali). Quindi, una volta concordato il piano comune, fare la stessa cosa con “chi ci sta ci sta”.
Fattibile?

Non lo so. So però che oggi, mentre a sinistra disquisivamo di nuovo Ulivo e di ingegneria elettorale, Sergio Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione ha parlato di patto sociale, di rapporti di lavoro, di globalizzazione.

mercoledì 25 agosto 2010

Visto che van di moda le lettere

Caro Nichi,
stamani, prima di fare colazione, leggevo la tua ennesima intervista di autocandidatura a leader del centrosinistra. Bene. Sappi che io sono disponibile anche a votarti. Per tutta una serie di motivi, non ultimi il riuscire a proporti come volto nuovo della politica italiana pur essendone un protagonista da circa due decenni e il riscuotere la fiducia – nonostante certi pasticci in campo sanitario di cui si sono resi protagonisti esponenti della tua giunta – di quei travagliati talebani che per molto meno in Campania hanno massacrato De Luca.
Ho detto: sono disponibile. Non ho detto: ti voterò.
Qual è la differenza?
La differenza è che a me va bene il racconto, la narrazione che tu proponi, le suggestioni che tu evochi. Ma ancora non ho capito come intenderai muoverti all’atto pratico su una serie di questioni che io ritengo abbastanza importanti.
Per dire.
Questione Fiat. Non basta dire “ha ragione la Fiom” o “ha ragione la Cisl”. La questione è più ampia e io voglio sapere da te cosa pensi dell’attuale sistema di relazioni industriali: va lasciato così com’è, va cambiato e, nel caso, in quale direzione? Come si muoverebbe un governo da te guidato a tal proposito?
Referendum su gestione dell’acqua. Mi sta bene andare e votare sì, ma voglio sapere: e dopo? Qual è la tua idea in proposito?
Liberalizzazioni. Sei d’accordo con le sei proposte avanzate a giugno dal Partito Democratico e che riguardano la separazione proprietaria del trasporto della rete del gas dall’operatore dominante, la libertà di approvigionamento dei gestori della rete dei carburanti, la liberalizzazione della vendita di tutti i medicinali a carico dei cittadini e la riforma degli ordini professionali?
Fisco. Al di là della Tobin tax e della Carbon tax – e della lotta all’evasione fiscale –, quali sono le proposte concrete? Pensi che sia possibile diminuire la pressione fiscale in modo equo senza incidere sui conti pubblici, intendi lasciarla ai livelli attuali migliorando il livello dei servizi e se sì in quale maniera?
Lavoro. Cosa pensi della proposta di Contratto Unico di Inserimento? Sei favorevole, sei contrario, hai qualche idea alternativa per favorire l’occupazione, specialmente quella giovanile, e se sì quale?

Ecco, non mi interessa sviscerare cinquantamila punti programmatici e nemmeno fare le pulci su questioni assai delicate, che potrebbero creare non pochi imbarazzi in una coalizione come quella di centrosinistra, allargata o meno che sia ai centristi (politica estera, bioetica, unioni civili). Mi basta una risposta a queste domande perché già indicherebbero una strada da percorrere, un’idea di Paese che vogliamo. E, intendiamoci, non pretendo che tu la pensi come me su tutto affinché io possa votarti: sarebbe presuntuoso da parte mia. Mi basta sapere che hai un'idea d'Italia e quell'idea mi piace. Però voglio conoscerla, perché ad oggi non me lo hai ancora mica detto, ti sei limitato a trasmettermi qualche frame, qualche emozione, un racconto ben impostato.

martedì 24 agosto 2010

A volte ritornano

La lettera che Walter Veltroni ha scritto al Corriere della Sera suscita in me sentimenti contrastanti. Mi piace e mi lascia perplesso. E più mi piace e più mi lascia perplesso.
Ho dovuto sforzarmi per non cadere nella solita dietrologia: perché ha scritto che ci vogliono le primarie per legge? Non bastava riaffermare il ritorno alla preferenza unica? Non lo ha fatto in polemica con Bersani e per strizzare l’occhio a quella parte di elettorato che vorrebbe le primarie anche per decidere se accendere o tenere spento il condizionatore durante la riunione di circolo?
Ho dovuto sforzarmi per separare i concetti espressi da chi li ha espressi: non è che fra un paio di giorni ci toccherà leggere sulla Stampa una missiva con la quale Massimo D’Alema ci illuminerà sulle sue posizioni, magari sottolineando che invece del maggioritario e le primarie per legge ci vogliono il proporzionale e la preferenza multipla?
Ho dovuto sforzarmi per non far prevalere l’aspetto formale da quello sostanziale: in fondo, dall’ex segretario piddino cos’altro ti aspetti se non l’artificio retorico con cui inizia la lettera (“scrivo al mio Paese...”, “scrivo agli italiani...”, “scrivo ai nuovi poveri...”) e le immagini evocative con cui la conclude (la Cappella Palatina, la Galleria di Diana: attenzione, non il Colosseo o la Torre di Pisa, sarebbe stato troppo facile); le citazioni colte (John Kampfner, Alessandro Colombo) e quelle più popolari sì, ma comunque sorprendenti in un articolo di politica (Agatha Christie); i doverosi richiami ai totem della sinistra (la lotta alla criminalità organizzata e Roberto Saviano; si è dimenticato l’agendina rossa di Borsellino, ma è sottintesa) e un’infarinatura di quel che accadde nella storia patria (Risorgimento, Resistenza, Ricostruzione rigorosamente con la R maiuscola)?

Poi, alla fine, ho capito perché questa lettera mi piace e perché mi lascia perplesso.

Mi piace perché esprime concetti che condivido e in un modo che comunica pure alla mia pancia, non soltanto al mio cervello. Un modo che è del tutto assente quando sento ragionare quelli, nel PD, che ho sentito ragionare nelle ultime settimane: Penati, Latorre, Fioroni, Letta. Ma anche la stessa Bindi e lo stesso Bersani. Rileggendo Veltroni capisco perché dalle nostre parti subiamo il fascino dei Di Pietro, dei Grillo, dei De Magistris.
Mi piace perché vorrei che certe parole fossero pronunciate da chi, nel PD, ha maggiore visibilità mediatica.

Mi lascia perplesso perché richiama all’ordine il mio cervello: quando abbiamo (io per primo, io che l’ho votato alle primarie del 2007 e che ho apprezzato la campagna elettorale dell’anno successivo, una campagna durante la quale era impossibile fare meglio) dato fiducia a Veltroni, poi ce ne siamo pentiti, perché un conto sono i discorsi belli e le manifestazioni di piazza belle, altro conto i partiti che non sono organizzati, con i militanti abbandonati a sé stessi ad aprire praterie per le scorribande di leghisti e berlusconiani.
Mi lascia perplesso perché dice tutte cose condivisibili nella misura in cui non dice niente di realmente concreto sul lavoro, sulle utilities, sulla ricerca scientifica, sull'immigrazione, sulle tasse.

La lettera di Veltroni, al di là dei contenuti e degli obiettivi che il suo autore si era prefisso, ha dunque un merito. Quello di metterci, noi che ci riteniamo parte di una sinistra non settaria e non scientemente minoritaria, di fronte alle nostre contraddizioni. Vorremmo un partito che parlasse al cuore dei cittadini, ma al tempo stesso senza mai neanche sfiorare i richiami del populismo. Vorremmo un partito capace di elaborare politiche serie (ché noi mica siamo come quelli che vanno in giro a promettere “meno tasse per tutti”), ma al tempo stesso ci lasciamo attrarre dalle più facili suggestioni e rifiutiamo di guardare in faccia la realtà quando è più complessa.
Per adesso, siamo sempre al “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Il guaio è che, a sinistra, la parola troppo spesso la chiediamo proprio per quello.

lunedì 23 agosto 2010

Agosto, cervello mio non ti conosco / 2

Intanto, mentre Bocchino propone un governo senza Lega, ma con dentro PdL, UdC, ApI e delusi del PD per ridare vigore a Berlusconi (un’idea così spudoratamente tattica che nemmeno il suo ideatore ci crede sul serio), mentre Franceschini rilancia l’Unione, mentre Di Pietro si dice straconvinto di poter vincere alleandosi soltanto con PD e SEL e mandando a quel paese tutti gli altri, mentre qua e là spuntano i supporters di questo o quel leader che farà risorgere il centrosinistra (dopo Di Pietro, Vendola, De Magistris è ora la volta di Zingaretti), mentre la Gelmini si preoccupa di precisare che il PdL è il partito più vicino ai cattolici, intanto – dicevo – la Fiat prosegue la sua strategia di muro contro muro con un sindacato, alcuni precari della scuola, esasperati, fanno lo sciopero della fame e la crescita del PIL è la più bassa d’Europa.
Ma va bene così, noi continuiamo pure a discutere se ha ragione Chiamparino oppure Bersani.

sabato 21 agosto 2010

Agosto, cervello mio non ti conosco

Succede che gli organizzatori del Partito Democratico non invitano alla festa nazionale il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota. Il motivo è che essendoci un ricorso sulla validità della sua elezione, il partito non ha ritenuto opportuno invitarlo.
Succede che Cota si incavola per il mancato invito, accusando peraltro il PD di "scarsa democrazia" (già: la Lega che accusa altri partiti di scarsa democrazia, ma sorvoliamo).
Succede che il PD risponde che però hanno invitato Maroni e Calderoli, oltre a Tremonti, che è del Popolo delle Libertà ma vicino alla Lega. Costoro, per ritorsione contro il mancato invito a Cota, rinunciano a partecipare ribadendo l'accusa di "scarsa democrazia" (già: Tremonti, esponente del PdL, che accusa altri partiti di scarsa democrazia, ma ri-sorvoliamo).
Succede che il sindaco di Torino Sergio Chiamparino sente la necessità impellente di polemizzare con gli organizzatori della Festa Democratica, affermando che Cota andava invitato.
Succede che il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti non ha di meglio da fare che prendersela, oltre che con i ministri suddetti, anche con Chiamparino.
Succede che Chiamparino polemizza con Zingaretti sempre sulla solita questione, dicendo che lui a Ferragosto ha parlato con persone che lavorano, mica ha perso tempo a battibeccare con il vicino di ombrellone.

Io resto basito dal livello di polemica politica in Italia. Fermo restando che uno a casa propria invita chi gli pare e non è che uno che viene da fuori può pretendere, fermo restando che la motivazione del mancato invito è stupida, ma qualcuno, nel PD e del PD, sentiva l'esigenza di una bel litigio interno sul niente - sul niente! lo ripeto: sul niente! - in un momento, perdipiù, come questo?
Ragazzi, che palle! Così non lo manderemo mai a casa, Berlusconi!

p.s.: poiché io NON sono malizioso, non scriverò mai che anche l'anno scorso gli esponenti del centrodestra si appigliarono a un pretesto assurdo (quello sui festini berlusconiani) per disertare i faccia a faccia ai quali avevano inizialmente aderito. E non scriverò mai che l'arrabbiatura di Chiamparino è legata alla presentazione di un libro che ha appena scritto.
Anzi, visto che sono così buono e ingenuo dirò che è tutta una manovra del grande e astutissimo marketing piddino (l'ufficio propaganda del partito è notoriamente efficiente e non sbaglia mai un manifesto o una campagna di comunicazione) per attirare l'attenzione dei media sulla festa.

venerdì 20 agosto 2010

La Costituzione materiale, questa sconosciuta

Continuo a leggere sproloqui, frutto della fantasia non soltanto di esponenti di governo e della maggioranza di centrodestra, ma pure di commentatori sedicenti liberali e – per la vulgata – pure autorevoli.
E invece i termini usati, i concetti, le parole sono importanti come mi insegnò quel professore di scienza della politica di cui raccontavo qualche giorno fa.

Allora, cominciamo.

Prima Repubblica e Seconda Repubblica
Da anni si parla, a sproposito, di questo passaggio. Come se fosse già avvenuto in virtù di una legge elettorale approvata nel 1993 e del semplice sblocco del bipolarismo imperfetto italiano. Niente di più falso.
Questa idea della numerazione è mutuata dall’esperienza francese, dove sono arrivati alla Quinta Repubblica. Ma per quale motivo? Perché ogni volta c’è stata una rivoluzione o una guerra che ha portato a una profonda crisi del sistema e dalla quale i cugini d’Oltralpe ne sono usciti riscrivendo la loro Costituzione. Talora modificando la forma di Stato (da monarchia a repubblica), talaltra la forma di Governo (presidenziale, parlamentare, semipresidenziale). E’ il caso dell’Italia? Direi proprio di no. Quindi, evitiamo di parlare di Seconda Repubblica. Siamo ancora nella Prima.

Costituzione formale e Costituzione materiale
Ecco un’altra distinzione che viene richiamata ad minchiam. Si contrappone alle disposizioni – spesso inequivocabili – della Costituzione vigente un’immaginaria e non ben definita Costituzione materiale (o sostanziale) che prevederebbe un assetto istituzionale completamente diverso, presidenzialista o quasi.
Allora. La definizione di “Costituzione materiale” la dobbiamo a un grande giurista che si chiamava Costantino Mortati (il severo personaggio in foto). Non era un pericoloso sovversivo comunista: era membro dell’Assemblea costituente nel gruppo della Democrazia Cristiana. Egli, rifacendosi alle teorie di Carl Schmitt, partì dai gruppi politici dominanti portatori di taluni valori e princìpi. Per gruppi politici dominanti non intendeva “chi ha vinto le elezioni”, bensì “chi ha vinto le elezioni, ma pure chi le ha perse e che però si riconosce in quel novero di valori e princìpi, in quella visione del mondo”: una sorta di weltaschauung giuridico-politica. Da qui, la “Costituzione materiale”: ossia, l’insieme di quei valori e princìpi suddetti che danno identità a un ordinamento e dai quali promana la Costituzione formale.
Dunque, la Costituzione materiale italiana del 2010 sono i valori e i princìpi che i partiti di orientamento cattolico, liberale e social comunista, all’indomani della seconda guerra mondiale, posero a fondamento della Carta Costituzionale oggi vigente. Valori e princìpi che possono servire, oggi, per orientare l’interpretazione delle singole norme costituzionali, riempirne eventuali lacune, capirne le consuetudini, rafforzare certi altri valori e princìpi che magari, sotto il profilo formale, non sono stati inseriti nel testo della Carta non foss’altro perché il modo di ragionare del 2010 non è il modo di ragionare del 1948 (pensiamo, per esempio, al diritto alla privacy).
Insomma, chi invoca la Costituzione materiale per individuare tradimenti della volontà popolare se Napolitano non dovesse sciogliere le Camere, denunciare improbabili golpe se si formasse un esecutivo di transizione, annunciare al mondo che siamo in un presidenzialismo di fatto e così via, spara una grande cazzata che non ha riscontro né in diritto costituzionale, né in filosofia del diritto. Anzi, sono proprio questi bei personaggi a disconoscere la Costituzione materiale (oltre che quella formale, ossia la Carta costituzionale).

giovedì 19 agosto 2010

Un altro folgorato sulla via di Damasco / 2

Caro Filippo Rossi,
intanto buongiorno. Come si sta da folgorati? Bene, vero?
Quando ho letto il Suo ultimo editoriale su FareFuturo WebMagazine la prima cosa che mi è venuta in mente è quella celebre poesia di Martin Niemoller, spesso attribuita a Brecht:
Prima sono venuti a prendere i comunisti,
ed io non ho alzato la voce perché non ero un comunista.
Poi sono venuti a prendere i sindacalisti,
ed io non ho alzato la voce perché non ero un sindacalista.
Poi sono venuti a prendere gli ebrei,
ed io non ho alzato la voce perché non ero un ebreo.
Poi sono venuti a prendere i cattolici,
ed io non ho alzato la voce perché non ero un cattolico.
Poi sono venuti a prendere me,
ma non era rimasto nessuno per alzare la voce in mia difesa.
Beh, capirà che mi sembrava abbastanza appropriata, no? In fondo, anche voi quando i diktat, i killeraggi mediatici e i ricatti riguardavano altri - da Stefania Ariosto a Enzo Biagi, da Romano Prodi a Dino Boffo, da Antonio Di Pietro a Michele Santoro, da Marco Travaglio a Piero Fassino, da Raimondo Mesiano a Massimo D'Alema - siete stati ben zitti e soltanto ora che i dossieraggi riguardano Voi, siete partiti lancia in resta.

In un secondo momento, sono subentrati altri due sentimenti.
Il primo è di conforto e ammirazione. Sì, perché non è da tutti riconoscere i propri errori e chiedere scusa. Soprattutto, è rarissimo in politica. Quindi, bravi!
Il secondo sentimento è, invece, del tutto contrario. E' di diffidenza. Dirà: ma come, ma allora hai pregiudizi? Probabilmente sì. Però, vede Rossi: cosa significa "politica"? Per Aristotele era l'arte di amministrare la polis per il bene di tutti. Non del proprio bene, ma quello di tutti. La buona politica si riconosce dalla cattiva politica perché - al di là dei provvedimenti che vengono adottati in virtù di una certa ideologia che può anche essere sbagliata - mantiene un obiettivo: il bene comune. La buona politica non aspetta che uno sia colpito nei propri interessi per scegliere.
E allora mi chiedo e Le chiedo. Questa esperienza Vi ha insegnato - oltre che a diffidare di Berlusconi - pure che la politica è muoversi prima che siano toccati gli interessi personali oppure no? Se sì, non avete che da compiere un passo. Un piccolo passo per l'umanità, ma un grande passo per la politica italiana: revocate la fiducia a questo Governo. Se veramente il berlusconismo è così come Voi dite (e lo è!), perché continuare a sostenerlo? Se veramente avete capito che bisogna muoversi anche prima di essere toccati nei propri interessi e provate vergogna per non aver alzato la testa anni fa, fregatevene (uso un verbo che dovrebbe esserVi familiare, così ci intendiamo) delle tattiche pre-elettorali (della serie: "deve essere Berlusconi che apre la crisi, noi non dobbiamo dargli pretesti") e gettate il cuore oltre l'ostacolo.
Chiedo troppo?
No, chiedo quel che è giusto chiedere a chi oggi si propone di costruire una destra finalmente europea, civica, legalitaria. Altrimenti... tutte chiacchiere e distintivo.

mercoledì 18 agosto 2010

What if Napolitano...? (ricordo - senza retorica - di Cossiga)

In Italia, Paese di memoria corta e ondivaga, quando una persona muore viene sempre assolta dai suoi peccati, i lati oscuri vengono presto dimenticati e inizia una sorta di processo di beatificazione. Sta succedendo anche per il povero Francesco Cossiga. Certamente, personaggio straordinario che ha segnato gli ultimi quattro decenni della storia patria.
Però forse tendiamo a dimenticare cosa furono gli ultimi due anni del suo settennato da presidente della Repubblica.
Per rinfrescarci la memoria, proviamo a immaginare cosa potrebbe succedere se domani il tranquillo Giorgio Napolitano…
* ritirasse per un giorno la delega di vicepresidente del CSM a Michele Vietti e disponesse che il Consiglio non può discutere di un procedimento sul pm De Magistris;

* polemizzasse con l'intera ANM su questioni che riguardano la vita associativa e con il presidente della Corte costituzionale;
* dicesse che alcuni pm palermitani – tipo quelli che stanno portando avanti il lavoro che coinvolge Spatuzza e Ciancimino – sono inadeguati al ruolo, spediti lì in prima linea, ma in realtà non capiscono un accidente;
* che sì, il PCI prese un bel po’ di rubli da Mosca, ma nel mondo bipolare dell’epoca tutto ciò aveva una sua logica, tant’è che lui stesso si incaricò, in talune circostanze, di passare la dogana con bauli pieni di soldi;
* dichiarasse che la separazione delle carriere dei magistrati non deve avvenire e guai se il governo mettesse mano all’obbligatorietà della legge penale;

* dicesse che la Gelmini non merita di fare il ministro dell'Istruzione perché di scuola non capisce una sega e ha dovuto andare in Calabria per passare l'esame da avvocato.
A prescindere dalla giustezza o meno di simili iniziative e dalla condivisibilità di taluni giudizi, il punto sarebbe: un presidente della Repubblica potrebbe dire certe cose o travalicherebbe (al di là che ci siano o meno gli estremi di una messa in stato d'accusa ai sensi dell'articolo 90 della Costituzione) i suoi poteri? La domanda è, ovviamente, retorica. E certi aedi di regime - penso a Vittorio Feltri che ieri sera al Tg1 ha detto che Cossiga aveva sempre ragione - forse ci penserebbero due volte prima di esaltare le celebri "picconate".

(nessuno degli esempi sopra citato è casuale, ma ricalca una qualche iniziativa e/o esternazione cossighiana nell'ultimo periodo del suo mandato presidenziale: lascio ai miei cinque lettori il divertimento di andare a scoprire i reali riferimenti dell'epoca)

martedì 17 agosto 2010

Se lo dice lui

Chi aveva dei dubbi su Giorgio Napolitano si rilassi pure. Paolo Guzzanti dixit: “Nel dossier Mitrokhin nessun membro del Partito Comunista Italiano era compromesso, perché c’era una direttiva precisa del KGB, per prudenza: nessun membro del PCI poteva essere assunto nel KGB. Quindi nessuno ha mai cercato spie russe nel PCI o cose simili, nonostante il mantra della vulgata. Mai stato nulla su Napolitano, e se non c’era qualcosa nel dossier Mitrokhin è già una prova al contrario, perché l’avremmo saputo”.
Bene, ora posso apparecchiare e pranzare tranquillo. Nel dossier Mitrokhin, che nella visione guzzantiana dell’universo è il Sole attorno al quale ruotano tutte le vicende storico-politico-economiche italiane degli ultimi cinquant’anni, il nome dell’attuale Capo dello Stato non figura. Meno male che Guzzanti mi ha illuminato, altrimenti avrei potuto sospettare di quel pericoloso sovversivo che - da sempre! - è stato Giorgio Napolitano.
Ricordo che:

* Guzzanti è quello che l’aereo di Ustica cadde per una bomba (araba, ovviamente) a bordo.
* Guzzanti è quello che Falcone e Borsellino morirono per mano del KGB che stava riciclando i soldi del PCUS in Italia nel silenzio assenso del PCI (ebbene sì: ed è una storia tanto incredibile che val la pena leggere, dopodiché possiamo telefonare a Giulietto Chiesa e chiedergli scusa di tutte le volte che lo abbiamo preso per il culo per le sue teorie sull’11 settembre).
* Guzzanti è quello di Prodi our man. Sì, perché il KGB – per chi non lo sapesse – non arruolava comunisti. Troppo facile: si serviva di "agenti d'influenza" democristiani tramando con centri studi economici da loro presieduti.

p.s.: ricordo che questo blog è un passatempo e non un lavoro. Sono ben accetti tutti i commenti, salvo quelli che riportano insulti, offese and so on.

lunedì 16 agosto 2010

La democrazia del pallottoliere

Mi piacerebbe regalare un pallottoliere anche a tutti quegli strateghi che dicono: sì a un governo tecnico, ma a patto che oltre alla legge elettorale si faccia una legge sul conflitto di interessi (alcuni, particolarmente lungimiranti, aggiungono: e un’altra legge sulla televisione).
Certo, sarebbe bello.
L’ideale.
Peccato, però, che…
Ora, al di là del fatto che l’attenzione sulla porcata di Calderoli viene quasi sempre puntata sulla mancanza di poter votare i candidati in lista – aspetto fondamentale, si badi bene – e quasi mai sui meccanismi realmente distorsivi che sono il premio di maggioranza a livello regionale per il Senato e le varie soglie di sbarramento (che possono permettere a chi prende il 30% o poco più dei voti validi di avere il 54% dei seggi alla Camera), la domanda che questi strateghi dovrebbero porsi è: per quale motivo chi suggerisce il governo tecnico parla di legge elettorale, di riforme economiche e non di conflitto di interessi?
Le risposte che essi si danno sono generalmente due: perché hanno da fare gli inciuci; perché sono pavidi.
Beh, io non nego che queste siano componenti possibili e addirittura reali.
Ma c’è un altro aspetto che vorrei richiamare all’attenzione di costoro.
I numeri in Parlamento.
Il fronte non-berlusconiano, compresi i finiani, è ancora minoranza (al Senato, contando pure Cossiga in gravi condizioni di salute, Pininfarina che ha sempre votato con Berlusconi e l’MPA di Lombardo arriva a quota 161) o risicatissima maggioranza (facendo leva sulle assenze altrui), lo vogliamo ricordare oppure no? Bisogna che qualcuno di là passi di qua. E come lo convinci quel qualcuno? Facendogli fare il pasdaran antiberlusconiano?
Poi ricordiamoci un altro aspetto. Camera e Senato devono votare lo stesso testo.
E qui – se non ci siamo dimenticati del biennio 2006-2008 – ci vuole una compattezza fuori dall’ordinario. Questi strateghi del conflitto di interessi hanno messo in conto che basta un emendamento del piffero per mandare tutto a monte?
Mettiamo che un ramo del Parlamento voti un disegno di legge nel quale si prevede, per esempio, che “non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per concessioni”. Mettiamo che l’altro ramo approvi un emendamento e il testo di cui sopra diventa: “non sono eleggibili coloro che in proprio e in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per concessioni”.
Uguale? No, c’è una congiunzione copulativa “e” al posto di una disgiuntiva “o”. Il testo deve tornare alla Camera.
Ipotesi di scuola? Mica tanto. Basta che un giorno in aula manchi un senatore e la frittata è fatta. E mi immagino già le polemiche che si scatenerebbero e che verrebbero poi rialimentate nella campagna elettorale immediatamente successiva.
Insomma, i numeri sono quelli che sono.
Una maggioranza parlamentare che scriva una nuova legge elettorale e poche misure sull’economia la puoi anche formare, raccogliendo tutti – e sottolineo tutti – quelli che si muovono sulla linea di confine (i Guzzanti, le Poli Bortone, i Pistorio, i Latteri, le Melchiorre, i Villari… questa gente qui) più qualche berlusconiano attento al dialogo (penso a Pisanu) e assicurandosi la non belligeranza di qualche altro pidiellino realista. Una maggioranza parlamentare che arrivi a produrre una legge sul conflitto di interessi no. Significherebbe affossare l’esperimento prima ancora di farlo nascere.
Forse la mia è realpolitik spinta all’eccesso. Forse sono pavido. Ma l’alternativa è tot anni di berlusconismo. No, no… preferisco la realpolitik.

domenica 15 agosto 2010

Nelle forme e nei limiti della Costituzione

Ai tempi dell’Università – parlo del 1992-93 –, il professore di Scienza della Politica ci fece studiare (anche) su un volumetto da lui curato intitolato Piccolo Thesaurus Politico. Era un utile compendio, anzi: una bussola. Serviva per non smarrirci, per non perdere il senso delle parole, dei termini spesso usati a sproposito dai giornali e dalle televisioni in un’epoca, peraltro, in cui ancora non esisteva il berlusconismo politico come lo conosciamo oggi.
Il PTP sarebbe ancor più importante oggi e servirebbe parecchio a certi politici d’alto rango che straparlano.
Per esempio, stamani il ministro della Giustizia – quindi, in teoria, uno che la legge la dovrebbe conoscere – ha detto: “La Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo quindi un governo che vede all’opposizione chi ha vinto le elezioni viola la Carta costituzionale”.
Allora, mettiamo i puntini sulle i.
L’articolo 1 della Costituzione dice che sì, la sovranità appartiene al popolo, il quale, però, “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
La forma, dunque. Qual è la forma?
Ce lo spiega l’articolo 94 della Carta: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.
La forma di governo è parlamentare. Ossia, la maggioranza dei senatori e dei deputati deve votare la fiducia a un governo; qualsiasi esecutivo, guidato da chicchessia, riceva la fiducia dalla maggioranza dei senatori e dei deputati è legittimo.
Così è stato – sempre! – dal 1948 ad oggi.
Dice: ma la volontà popolare deve essere rispettata e la volontà popolare si è espressa inequivocabilmente a favore di Berlusconi presidente del Consiglio.
Vero solo in parte. Perché è giusto che la maggioranza degli italiani ha voluto Berlusconi presidente del Consiglio, ma sulla base di cosa? Di una legge elettorale. La legge elettorale è di tipo ordinario, quindi gerarchicamente è un gradino sotto la legge costituzionale. Ne deriva che tra “il governo deve avere la fiducia delle due Camere” e “sulla scheda elettorale c’era scritto Berlusconi presidente” prevale il primo assunto.
Ancor più importante. In realtà, i cittadini eleggono non un governo (perché, come si è visto, esso promana da una qualsivoglia maggioranza parlamentare), ma i loro rappresentanti in Parlamento: ossia, eleggono Denis Verdini, Massimo D’Alema, Antonio Di Pietro e così via. Saranno poi Denis Verdini, Massimo D’Alema e Antonio Di Pietro e così via a votare o meno la fiducia a un governo. Dicesi, per l’appunto, “democrazia rappresentativa”. E giova ricordare che Denis Verdini, Massimo D’Alema e Antonio Di Pietro e così via nel votare o meno la fiducia sono assolutamente liberi perché – in base all’articolo 67 della Costituzione, “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Senza vincolo di mandato.
Significa che un elettore non può dire a un eletto “ti ho votato perché tu sostenga Berlusconi”. O, meglio, glielo può anche dire, ma l’eletto ha tutto il diritto – costituzionale! – di votare come vuole, pure contro Berlusconi. Altrimenti non esisterebbe l’articolo 94 della Costituzione: ossia, il voto di fiducia e la possibilità (art. 94 co. 4) di votare contro le proposte del Governo.
Di più. L’articolo 68 sancisce che “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere (…) dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni”.

Mi è parso giusto scrivere queste noterelle di semplice diritto costituzionale perché nelle prossime settimane e, temo, nei prossimi mesi il tormentone dell’attuale maggioranza sarà quello ampiamente prevedibile: un governo tecnico sarebbe un golpe, sarebbe illegittimo, la legge elettorale prevede il nome sulla scheda… e tutto il repertorio della più becera propaganda.
Il ministro Alfano farebbe bene a rileggersi le discussioni in Assemblea costituente. In particolare, cosa dissero il liberale Aldo Bozzi il 5 settembre 1946 circa il voto di fiducia, il liberale Luigi Einaudi il 27 settembre 1946 a proposito della sovranità popolare e tutta la discussione sviluppatasi il 19 settembre 1946 sul mandato dei parlamentari.
E dopo essersi riletto questi passaggi di storia costituzionale del nostro Paese, Alfano potrebbe prendere un pallottoliere e cominciare a contare se ci sono 316 deputati e 162 senatori disposti a sostenere un governo guidato da qualcuno che non sia Silvio Berlusconi. Se ci sono, si metta l’animo in pace perché quell’esecutivo sarà legittimo. Spetterà poi ai cittadini elettori, alle successive politiche, condannare (o, perché no?, approvare) il comportamenti degli eletti che si ripresentano al giudizio delle urne: la sovranità appartiene al popolo!


UPDATE. Maroni ha chiosato: "è senso comune che siamo in un regime presidenziale". Ecco, questa frase è sintomo di un'ignoranza dell'abc giuridico (e il ministro dell'Interno faceva pure l'avvocato) molto grave per un uomo delle istituzioni. Nel diritto costituzionale non esiste un senso comune che possa andar contro le disposizioni scritte della Carta. Dicesi "Costituzione rigida" quel testo che può essere emendato o modificato o abrogato solamente da legge avente pari rango. La gerarchia, nell'ordinamento giuridico italiano, è: 1. legge costituzionale; 2. legge ordinaria; 3. usi e costumi.
Altrimenti, è senso comune che Maroni è un incompetente.

sabato 14 agosto 2010

Un altro folgorato sulla via di Damasco

Tra i folgorati sulla via di Damasco mi ero dimenticato l'ottimo Filippo Rossi, di FareFuturo WebMagazine. Il periodico è un po' il pensatoio dei finiani, quindi quel che scrive il suo direttore responsabile è da prendere bene in considerazione.
Oggi - dopo appena sedici anni - si è accorto che la destra esisteva prima di Berlusconi e che, udite udite!, essa può esistere senza confondere politica e imprenditoria, senza scadere nel populismo, senza disconoscere la divisione dei poteri.
Ullallà!
Ma non basta. Rossi arriva a evocare una destra antiberlusconiana e propone sé stesso come prossimo bersaglio mobile di Feltri facendo il nome di Indro Montanelli.
Al massimo della folgorazione arriva a biasimare l'amicizia di Berlusconi con Putin, quella con Gheddafi e le leggi ad personam.
Chissà se qualcuno lo ha avvertito di come hanno votato talune leggi vergogna i vari Granata, Perina, Briguglio, Bocchino. Chissà se prima di scrivere a proposito dell'ex presidente russo si è andato a rileggere certi vecchi articoli sul Secolo d'Italia circa il ruolo avuto da Fini quando era ministro degli Esteri nei rapporti con la Russia.
A Rossi suggerisco di guardare anche qualcos'altro di più attuale e di ragionarci un po' su: la crescita dell'indebitamento delle famiglie italiane, per esempio. Hai visto mai, magari si accorge pure che il governo che lui e i finiani continuano, nonostante tutto, a sostenere, sta facendo pena.

venerdì 13 agosto 2010

Sputtanocrazia / 2

Oggi mi son messo lì e, di buzzo buono, ho cercato di fare il punto giornaliero su Sputtanopoli, questo strano Paese abitato da gente folgorata sulla via di Damasco che all'improvviso scopre chissà che.
Dunque - e meno male c'è la tregua perché sennò chissà che succedeva - oggi ho letto questo:
* Fini sapeva della casa di Montecarlo (Il Giornale)
* Ma anche Berlusconi quando acquistò villa San Martino la fece sporca (l'Unità)
* E comunque è la Tulliani la pietra dello scandalo, visto che è riuscita con Fini laddove aveva fallito con Berlusconi (L'Espresso)
* Non soltanto con Berlusconi: anche con Sgarbi (A)
* Dice, però, che dietro tutto ci sia Previti (Il Secolo d'Italia)
* Ma che dico, Previti: i servizi deviati, sono loro che spiano (Briguglio)

Bene.
Ora la speranza è che questi folgorati sulla via di Damasco scoprano anche qualcos'altro. Non so: per esempio che nel 2009 a far le spese della recessione economica sono stati soprattutto i giovani (l'80% del calo dell'occupazione ha colpito proprio loro). Oppure che la spesa media mensile delle famiglie per generi alimentari e bevande è diminuita del 3% in un anno e questo perché il reddito disponibile è diminuito nell'ultimo trimestre del 2009 del 2.8% rispetto al solito periodo del 2008.
Ecco, io attendo fiducioso che si sveglino pure su questi punti. Magari, chissà...

giovedì 12 agosto 2010

Ora scoprono anche il conflitto d'interessi

Non passa praticamente giorno senza che io m'incazzi con il partito che comunque voto, il partito più antipatico, odioso e odiato d'Italia: il Partito Democratico.
Eppure, c'è qualcosa che - quando ci penso, ché in effetti bisogna pensarci un po' - mi rende orgoglioso di questa forza politica. Che il suo gruppo dirigente, questo vecchio, politicante, incomprensibile gruppo dirigente del PD, quando ha avuto da litigare lo ha fatto mantenendo la dignità delle idee. Magari di fondo c'era qualche poltrona da contendersi o addirittura soldi, ma non sono mai volati gli stracci come sta accadendo nel Popolo delle Libertà.
Ripenso alla scissione del 1991 che portò alla nascita di Rifondazione Comunista, ripenso a quella volta che se ne andarono Mussi e Angius e Fava, ripenso alle ultime defezioni, quelle di Rutelli & company. Ripenso pure a quelle due volte in cui, per difendere rendite di posizione, son stati fatti cadere i governi Prodi.
Robe incomprensibili quanto vogliamo, portate avanti con la tipica saccenteria della sinistra che ritiene di avere la verità in tasca, ma senza arrivare ai livelli di quelli che oggi scoprono che Tizio è stato in conflitto di interessi per sedici anni e ha fatto fortuna con le società offshore e quegli altri che scoprono che Caio era fascista.
Ipocrita il centrosinistra e, in particolare, il PD?
Sicuramente.
Ma mai quanto sono stati ipocriti per tutti questi anni - e continuano a essere ipocriti - coloro che hanno tappato occhi, bocca e orecchie perché conveniva far così. Ora che non conviene più scoprono gli altarini. E si ricattano a vicenda.

mercoledì 11 agosto 2010

La campagna d'estate del PD

Se c'è una cosa che mi fa rabbia (no, ce ne sono tante... ma oggi parlo di questa) nella crisi di governo e istituzionale in corso è l'assenza dell'opposizione.
Dove accidenti è il Partito Democratico? Il 19 giugno scorso Bersani al Palalottomatica disse: "questo non e' il punto di arrivo, ma l'inizio, gambe in spalla inizia la campagna d'estate" sui temi della democrazia e del sociale. Dove è questa benedetta campagna d'estate?

Ma porca miseria, non posso stare qui a pensare come sarebbe diverso - e migliore - lo scenario se, contrapposta allo sfracellamento del Popolo delle Libertà ci fosse un'opposizione e, in particolare, un Partito Democratico che facesse sentire alta e forte e chiara la propria voce.
Ma niente... questi qua se non si sbattono la bottigliata sugli zebedei non son contenti.

lunedì 9 agosto 2010

La teoria e la pratica

Ilvo Diamanti è un commentatore assennato e intelligente, le cui opinioni spesso mi ritrovo a condividere. L’editoriale pubblicato stamani su Repubblica, però, mi lascia parecchio perplesso.
Il concetto di base è che il Partito Democratico non deve aver paura di andare al voto. Su questo siamo d’accordo, non foss’altro perché – come scrive Francesca Fornario sull’Unità – “Vincono solo quelli che pensano di poter vincere”.
E’ lo svolgimento del tema che non mi entusiasma. Sostiene Diamanti: “il Pd si prepari alle elezioni. Senza scorciatoie. Con le attuali regole. E dica, quindi, come e con chi le intenda affrontare. Da solo o con pochi amici: non può. Perderebbe. Insieme all'IdV, oggi, il Pd potrebbe giungere intorno al 35%. Il Pdl, con la Lega, otterrebbe almeno 8 punti percentuali in più. Poi c'è l'incognita dell'astensione, che ha colpito pesantemente anche il centrosinistra, negli ultimi anni. Il Pd, per questo, deve chiarirsi e chiarirci. Con chi intende presentarsi? Quali formazioni e quali leader? L'esperienza del passato suggerirebbe la ricerca di intese molto larghe, senza pregiudizi. A sinistra e al centro. Attorno ad alcuni obiettivi di programma. Pochi e precisi. Relativi all'economia e al lavoro, alla legalità, alle regole istituzionali, al rispetto dell'unità nazionale, alla legge elettorale. Insomma: proponendo il programma delineato per il governo istituzionale alla verifica elettorale”.
Io condivido il 70% di quel che è riportato in questo passaggio, ma il 30% che non condivido azzera tutto.
Sono d’accordo con Diamanti che il PD insieme soltanto all’IdV non vince.
Sono d’accordo con Diamanti che il PD deve chiarirsi e chiarirci.
Non sono d’accordo, invece, sul fatto di ricercare intese molto larghe e senza pregiudizi e con quelle presentarsi a elezioni con pochi e precisi punti di programma. I due presupposti (intese larghe, programma corto) non possono coesistere. Servono per vincere le elezioni, nella migliore delle ipotesi, non per governare.
Per due motivi.
Il primo è che se vuoi mettere insieme Nichi Vendola ed Emma Bonino, Antonio Di Pietro e Francesco Rutelli, Angelo Bonelli e Pierferdinando Casini per quanto corto e delimitato sia il programma, esso sarà comunque generico. Le coppie che ho citato non sono a casaccio. Sul lavoro il governatore della Puglia e i radicali la pensano alla stessa maniera? Sulle riforme per la giustizia l’ex pm e l’ApI possono, oggi come oggi, andare d’accordo? E sul nucleare certe posizioni del leader dell’UdC sono compatibili con il resto dell’alleanza e, in particolare, la componente verde? Chi, tra costoro, è disposto a fare un passo – anzi: un mezzo passo – indietro rispetto alle proprie convinzioni di partenza?
Secondo motivo. Mettiamo che sul programma si trovi un accordo. Vinci le elezioni. A questo punto ti arriva il Marchionne di turno che scombina tutto. Oppure: Ahmadinejad attacca Israele. O ancora: una Regione non è più in grado di sostenere il debito sanitario e lo Stato centrale deve intervenire. Io già ce li vedo: e quel ministro che dà ragione alla Fiom e l’altro alla Cisl, e quel ministro che dice niente al di fuori dell’Onu e l’altro che invoca l’assunzione di responsabilità, e quel ministro che dice che bisogna tagliare e l’altro che propone la patrimoniale. Mi fermo qui e non prendo nemmeno in considerazione l’ipotesi, ahimè, più probabile, ossia il Buttiglione (o chi per lui) che il primo giorno di legislatura presenta un disegno di legge sulla bioetica.
Tutti questi problemi Diamanti li risolve con una frasetta buttata lì: “D’altronde, questa legge elettorale non l'abbiamo voluta noi”. Vera quanto vogliamo, ma insostenibile di fronte a un elettorato incazzato – stavolta definitivamente – di fronte a una coalizione incapace di non litigare.
Dice: preferisci allora perdere le elezioni? No. Dico che ha ragione chi sostiene che il Partito Democratico non deve aver paura di andare a elezioni e organizzarsi come se ci dovessero essere fra tre mesi. Ossia: individui il leader tramite primarie e una base programmatica chiara e definita e poi chi ci sta ci sta: si può cambiare qualche punto secondario, ma senza avviare trattative su tutto, facendo valere la legittimazione popolare del candidato che ha vinto le primarie. Ma al tempo stesso il Partito Democratico non deve nemmeno aver paura di non andare a votare: un governo di transizione che faccia una legge elettorale appena appena più decente di quella attuale e prenda un paio di iniziative coraggiose di politica economica e di bilancio sarebbe, con questi chiari di luna, molto molto opportuno.

venerdì 6 agosto 2010

Pallino rosso = io

Un test interessante per conoscere il proprio posizionamento politico: ognuno lo può fare cliccando qui.
Io sono il pallino rosso, nel quadrante verde. Mi piace, anche perché da quelle parti - stando agli ideatori del test - ci stanno Gandhi (vicinissimo), il Dalai Lama e Nelson Mandela.
Chi volesse conoscere il posizionamento di Prodi, Berlusconi, Zapatero, Ratzinger e Bush non ha che da fare il test.

giovedì 5 agosto 2010

Fantaelezioni (o anche "del pessimismo")

Siccome pare che anche a sinistra si stia allargando il fronte dei favorevoli al voto subito, forse è il caso di richiamare alcuni punti fondamentali.
La legge elettorale è una porcata non soltanto per l’assenza del voto di preferenza, ma anche e soprattutto per il meccanismo previsto al Senato, che rende del tutto aleatorio l’esito della consultazione. Il premio di maggioranza, infatti, è attribuito non su base nazionale, ma su base regionale. Uno scarto di poche migliaia di voti in Puglia o in Piemonte, può decidere le sorti dell’intera votazione anche se uno dei due schieramenti ha stravinto a livello nazionale.
E poi c’è un altro aspetto da considerare: la soglia di sbarramento. In ogni regione restano fuori le coalizioni che non arrivano a prendere il 20% dei voti o i partiti non coalizzati che non raggiungono l’8% dei voti.

Allora, innanzitutto dobbiamo analizzare i possibili schieramenti.
Da un lato PdL più la Lega Nord.
Dall’altro il PD con l’IdV e SeL.
E i centristi?
Se fanno la minicoalizione, UdC + ApI + FLI devono superare la soglia del 20%. Tutto può succedere in Italia, ma – francamente – la vedo dura.
Per cui, al terzo polo non restano che tre possibilità.
La prima: si alleano con PD, IdV e SeL. E si può ribadire il concetto di cui sopra: tutto può succedere in Italia, ma sarebbe davvero singolare vedere in un’unica coalizione Casini, Vendola e Di Pietro (e lascio fuori Fini). Una roba del genere ci riporterebbe indietro di quattro anni: ci farebbe, forse (e sottolineo forse) vincere le elezioni, ma non governare.
La seconda: i centristi si alleano con il PdL e la Lega. Ancora: tutto può succedere in Italia, ma tutto questo ambaradan allora per cosa l’hanno fatto?
Resta quindi un’unica strada percorribile per loro: fare un cartello elettorale, un minipartito come ne abbiamo già visti in passato, creato al solo scopo di presentarsi alle elezioni e poi il giorno dopo alleati, ma ognuno con la propria identità. Questo partito potrebbe aspirare all’8%? Stando agli ultimi sondaggi, sì.

Allora, abbiamo fatto gli schieramenti: il centrosinistra (come sopra), il centrodestra (come sopra) e i centristi. E facciamo che si va a votare domani.

Ora vediamo la possibile distribuzione dei seggi.
Il centrodestra si aggiudica sicuramente i 30 seggi della Lombardia, i 18 della Campania, i 15 del Veneto e della Sicilia.
Il centrosinistra si aggiudica sicuramente i 12 dell’Emilia Romagna, gli 11 della Toscana, i 4 dell’Umbria, i 5 delle Marche (ebbene sì, deve vincere in quattro regioni per pareggiare il successo della destra in Lombardia).
Facendo un po’ di calcoli e approssimando per difetto quelli relativi al centrodestra (ossia, facendo finta che perda in Puglia, Lazio e Piemonte) e approssimando per eccesso quelli relativi al centrosinistra (ossia, facendo finta che vinca in Puglia e Piemonte), avremmo che nessuno di questi due schieramenti avrebbe la maggioranza assoluta al Senato: entrambi, si attesterebbero sui 145-148 seggi. Gliene mancherebbero almeno 12 per aggrapparsi all’ultimo senatore eletto in Patagonia e iniziare con lui estenuanti trattative ogni volta che ci sarebbe da approvare una legge appena appena controversa. Sbaglio o è un film già visto? Ma, ripeto, ho dato per scontato che il PdL ottiene un pessimo risultato e fa soltanto lui le spese di un buon risultato centrista. E’ l’ipotesi migliore per il centrosinistra. Poi ci sono gli scenari intermedi. Ad esempio, che Fini non vada con i centristi ma, alla fine, rimanga alleato di PdL e Lega. Che poi è quello che, ad oggi, dice di voler fare e che elettoralmente sarebbe per lui più conveniente: manterrebbe la propria identità e avrebbe la certezza di accedere al Senato. Converrebbe anche a Berlusconi, che a quel punto avrebbe molte più chances di avere la maggioranza relativa in Lazio, in Puglia e in Piemonte. Ossia, di vincere le elezioni.

Pessimista? Può darsi. Però non ho preso ancora in considerazione altri piccoli problemini che potrebbero attanagliare il centrosinistra: per esempio, chi candidano come presidente del Consiglio?

mercoledì 4 agosto 2010

Facciamo due conti (o anche: "ce ne vuole di pelo sullo stomaco")

Alla Camera la situazione è la seguente:
Partito Democratico: 206 deputati.
Italia dei Valori: 24 deputati.
Totale: 230. Ne servono altri 86 per mandare in minoranza Berlusconi.
Dove li troviamo?
8 dall'Alleanza per l'Italia e siamo a 238.
Altri 38 dall'Unione di Centro e arriviamo a 276.
Ancora 40.
I 3 delle minoranze linguistiche ce la facciamo a convincerli e siamo a 279.
I sudisti di Lombardo sono in 6, compreso l'assenteista per eccellenza Gaglione: 285.
31, ne servono 31: quanti sono i finiani? Ehi, sono 31!

Al Senato la situazione è questa:
Partito Democratico: 113 senatori.
Italia dei Valori: 12 senatori.
Totale: 125. Ne servono altri 36 per mandare in minoranza Berlusconi.
Alleanza per l'Italia: 4 senatori.
L'Unione di Centro con le minoranze linguistiche e le autonomie sono 13, compresi Andreotti, Cossiga e Cuffaro.
Ancora 19
Mettiamocene 9 tra sudisti di Lombardo e altri senatori a vita.
10, ne servono 10: quanti sono i finiani? Ehi, sono 10!

No, faccio questo calcolo perché fino ad ora tutti abbiamo fatto il calcolo di quanti sono i pidiellini meno i finiani. Ma non abbiamo fatto i conti chi l'opposizione deve mettere insieme per formare un esecutivo di transizione, anche soltanto per fare una legge elettorale.
Resto dell'idea che ogni tanto si debba ingoiare il rospo, perché andare a elezioni ora significherebbe, al di là della propaganda di partito, consegnare l'Italia per cinque anni a Berlusconi.
Ma questi sono coloro con i quali bisognerebbe scendere a un compromesso.
Un'altra legge elettorale ci vuole, un paio di provvedimenti per stabilizzare il quadro economico e poi si va a votare, però.
E senza Tremonti a fare il premier pro tempore, però.

Inusitato attacco del capogruppo PdL a Vittorio Feltri

...si afferma così il network della sorveglianza e anche - permettetemi l'espressione - dello «sputtanamento» personale, che alimenta a sua volta una comunità di voyeur e di moralisti da quattro soldi. Al netto delle vite delle famiglie, così devastate, poi viene anche diffusa la sentenza anticipata, il mostro viene sbattuto in prima pagina, distrutto come immagine, nei rapporti familiari e nella rispettabilità. Non parliamo poi dell'eventuale ruolo e prestigio politico.

(dall'intervento in Aula, oggi alla Camera, di Fabrizio Cicchitto)

martedì 3 agosto 2010

...però Tremonti no, eh

Premesso che andare a nuove elezioni, ora, con l’attuale legge elettorale significherebbe consegnare il Paese per altri cinque anni a Berlusconi, non credo che in Italia manchino i nomi, magari non sgraditi al centrodestra, che dall’alto della loro serietà, del loro senso del dovere e delle istituzioni, possano guidare un esecutivo di transizione. La classe dirigente italiana è quella che è, poca roba e anche abbastanza in là con gli anni, ma qualche nome c’è.
Mario Draghi, per esempio.
Mario Monti.
Un economista conosciuto all’estero e apprezzato pure a destra come Francesco Giavazzi, per quanto misconosciuto alle masse.
Visto che bisogna fare una riforma elettorale, un costituzionalista non sgradito ai moderati confindustriali come Michele Ainis, sebbene ancor più ignoto di Giavazzi al grande pubblico.
Scendendo di livello – anche parecchio –, mettiamoci pure Emma Marcegaglia o Luca di Montezemolo.
Insomma, qualcuno c’è. Volendo.
Ma, porca miseria, evitiamo personaggi che fanno parte di questo governo.
Soprattutto se di esso son stati protagonisti di primissimo piano, veri artefici di una politica economico-finanziaria improntata alla macelleria sociale. No, dico: ci lamentiamo di un governo che fa pagare il risanamento del bilancio pubblico ai poveri e salva i ricchi, che fa tagli indiscriminati a interi settori dell’apparato statale mandando a catafascio la scuola, che mette in crisi le Regioni e i Comuni e poi siamo disposti ad accettare che proprio Giulio Tremonti sia a capo di questo esecutivo di transizione?
Ma Giulio Tremonti. Quello dello scudo fiscale che basta pagare il 5% per pararsi il culo dagli illeciti commessi in passato?
No, ragazzi: non ci siamo. Capisco tutto, capisco che pur di far cadere Berlusconi siam pronti a tutto, ma non ci siamo.

La speranza è l'ultima a morire e quindi spero che Bersani abbia fatto il suo nome solamente per bruciarlo. Lo scrivo, ma non ne sono tanto convinto che l'abbia detto con quell'intenzione. Secondo me, ci crede. E' questo che mi preoccupa.

A buon intenditor... / 2

Corriere della Sera, 2 agosto 2010

Corriere della Sera, 3 agosto 2010

(questa stampa asservita alle sinistre...)

lunedì 2 agosto 2010

Il ministro grafomane

Da quando è diventato ministro della Cultura, Sandro Bondi ha cominciato a scrivere in modo compulsivo ai giornali. Sulla rassegna stampa della Camera compaiono, dal giorno della sua nomina ad oggi, ben 189 interventi. Di cosa parla il ministro? Di tutto. Recensisce libri, difende l’operato e la leadership del presidente Silvio Berlusconi, polemizza con gli intellettuali, fa il punto sulla situazione politica, critica la sinistra, elogia la destra, discetta di cinema e teatro, ma anche di religione, di magistratura, di politica estera, di cosa dovrebbe fare il PD...
L’ultima sua fatica è convincere il Corriere della Sera a occuparsi delle case monegasche di Gianfranco Fini. Ora, non sappiamo se nei prossimi giorni prenderà carta e penna per ordinare ai giornali di “non pubblicare foto di Carnera a terra” o di “non interessarsi mai di nessuna cosa che riguardi Einstein” come fece fare un suo noto predecessore. Di certo, la missiva al quotidiano di via Solferino ha un che di simile alla celebre velina del 13 giugno 1939: “Ignorare la Francia. Non scrivere nulla su questo paese. Criticare invece sempre e comunque l’Inghilterra. Non prendere per buono nulla che ci venga da quel paese”.
Ma non è di questo che voglio parlare (rimando a R. De Felice, "Autobiografia del fascismo", Torino, 2004, pp. 359 e ss. per alcune delle disposizioni di Achille Starace). E nemmeno dell’ennesimo richiamo retorico al centrodestra votato dagli italiani e al centrosinistra perdente che si allea con generici “poteri” (forti o meno che siano) per rovesciare il governo: ormai ci siamo abituati, è il ritornello che sentiamo una sera sì e l’altra pure ai telegiornali nazionali dalle bocche di Bonaiuti, Capezzone e Gasparri.
Mi soffermo, invece, sul linguaggio aulico e forbito del ministro.
Sandro Bondi: tanto è sintetico nelle sue poesie (poesie... vabbè), così è prolisso nelle sue prose.
Il coraggioso che volesse interpretare il bondipensiero sarebbe costretto a sorbirsi frasi come questa: “Anche il Corriere della Sera, in sostanza, in questi anni ha scandagliato ogni aspetto della vita privata e pubblica del Presidente del Consiglio e di altri uomini politici, con una spiccata preferenza per quelli di centrodestra, onde trarne ragioni per irrobustire e suffragare la campagna di condanna morale prima ancora che politica decretata nei confronti di quella parte politica rea di ottenere il consenso degli italiani senza avere ottenuto una patente di legittimità democratica rilasciata dalla sinistra e da tutti i poteri ad essa alleati”.
Per comunicare un concetto che si poteva esprimere in tredici parole (“perché non indagate su tutti i politici, invece di concentrarvi solo su Berlusconi?”), Bondi ne ha utilizzate ottantacinque. Ha fatto come certi studenti delle scuole medie, sicuri che il tema che stanno scrivendo più è lungo e più sarà apprezzato dall’insegnante. O forse, visto che è ministro della Cultura, ha voluto fare come certi intellettuali italiani emuli di Benedetto Croce, erroneamente convinti che un testo sarà tanto più colto quanto meno sarà comprensibile.