domenica 31 ottobre 2010

Fini strategie / 11

Cioè, a questo punto basta. O Fini stacca la spina e fa cadere il governo o da ora in poi è meglio che stia zitto, altrimenti saremo legittimati a urlare che sta pure lui prendendo tutti per il culo.

A costo di essere ripetitivo...

...vorrei segnalare altri esempi di come al Fatto Quotidiano non siano affatto prevenuti nei confronti del Partito Democratico.
Articolo di Marco Travaglio, 30 ottobre. Parlando delle ultime vicende berlusconiane, scrive che una politica degna di questo nome dovrebbe lasciar perdere le questioni moralistiche sullo stile di vita e invece parlare innanzitutto dell'abuso di potere commesso con la telefonata in Questura, quindi del ruolo della Minetti, dell'esercito delle persone che possono chiedere qualsiasi cosa in cambio del silenzio e così via. Per cui se la prende con chi? Forse con chi ha già iniziato ad attaccare manifesti sul bunga bunga? Ma no, dài, siamo seri! Quelli sono gli unici che fanno vera opposizione in Italia! Se la prende ovviamente con Bersani e con D'Alema. Cioè proprio con colui che ha detto chiaro e tondo "a noi non interessa la sua vita privata" e con colui che ha invitato a guardare all'etica pubblica.
Articolo di Furio Colombo, 31 ottobre. Non deve aver letto la risposta con cui Travaglio qualche giorno fa vantava che al Fatto sanno distinguere tra la classe dirigente decrepita e tutto il resto. E così porta avanti un attacco superficialissimo e pretestuosissimo contro Renzi che vuol rottamare la classe dirigente del PD.
Articolo di Giampiero Calapà, 31 ottobre. Anche lui non deve aver letto la risposta di Travaglio, ma l'affondo di Colombo sì, lo segnala pure. E, alla figura di Renzi e Civati, contrappone quella luminosissima di Emma Bonino. Chissà se gli hanno detto che l'esponente radicale (bravissima, per carità) è stata tra i più grandi sostenitori di uno dei provvedimenti che un giorno sì e l'altro pure quelli del Fatto imputano al PD: il famoso indulto del 2006. Ma, si sa, vale la regola dei due pesi e due misure, quel che si dimentica per l'uno non si perdona all'altro.

P.S.: e poi ci si stupisce se il PD è al 24%.

sabato 30 ottobre 2010

Ancora sulla questione morale in Italia

Non so se qualche giorno fa ho scritto una cavolata oppure no. Forse sì, ma non è questo il punto. Certo che alcune notizie che ho letto in questi ultimi giorni in un Paese normale scatenerebbero una rivolta etica e morale.
Politici pluririciclati che fanno falsificare titoli di studio per avere un lavoro (ma "tanto è un ente privato").
Sindaci piddini che fanno avere ingiustificate pensioni di invalidità.
Concorsi per notai truccati.
Presidenti del Consiglio che fanno valere la propria posizione istituzionale per sovvertire le normali procedure di polizia.
Invece siamo qua che assistiamo quasi rassegnati, con l'aria di chi sa che tanto in Italia le cose son sempre andate così e sempre andranno così.

venerdì 29 ottobre 2010

Il problema non è la percentuale

Da giorni leggo di polemiche tra quello che dice che la disoccupazione è all’11%, quell’altro che risponde affermando che invece è soltanto all’8%, uno ribatte che vanno inclusi i cassintegrati e così via.
Sono ragionamenti tipici di chi non ha mai provato in vita sua cosa significhi disoccupazione, mobilità, precariato. Di chi non sa cosa significa partecipare a un’assemblea aziendale con l’amministratore che dice “dal mese prossimo inizieremo le procedure per i contratti di solidarietà: questo significa che ognuno di voi per un anno e mezzo guadagnerà dai cento ai centoventi euro in meno ogni mese per evitare di essere licenziato” (il che, detto a gente che prende stipendi da millecento-milleducento euro al mese, non è proprio il massimo della vita). Di chi non sa cosa significhi inviare decine di curriculum e non essere presi in considerazione perché hai trent’anni e sei troppo giovane oppure ne hai quaranta e sei troppo vecchio. Di chi non sa cosa significhi dover stringere la cinghia perché l’azienda è consapevole che dovrebbe pagarti di più, ma in questo momento proprio non può perché i clienti non pagano e allora forse il mese prossimo ti diamo il premio di produttività che ti spetta per contratto e che va a integrare la parte fissa della tua busta paga. E ho citati casi tra i meno peggiori.
In Italia ci sono oltre 600mila cassintegrati e oltre 2 milioni di disoccupati. A questi aggiungiamoci un altro paio di milioni di precari (e non conto le finte partite IVA, veri dipendenti travestiti). In totale, ci sono quasi cinque milioni di persone – uno su dodici, compresi bambini e ultraottantenni – che non sanno se da qui a sei mesi riceveranno uno stipendio. E invece di ragionare seriamente sull’enormità di questa cifra, tocca sorbirci il ministro Sacconi che dice che il trend è positivo e noi stiamo meglio degli altri Paesi, passando il tempo a confutare i dati percentuali forniti dalla Banca d'Italia.

giovedì 28 ottobre 2010

Mica vero che al Fatto ce l'hanno con il PD

Qualche giorno fa mi è stato segnalato su questo blog un articolo di Travaglio che diceva, riassumo alla buona, né io né il Fatto Quotidiano odiamo il PD; semplicemente, critichiamo certe vecchie carcasse che lo dirigono. Bene. Proprio in quei giorni, Il Fatto, per merito di Marina Boscaino, attacca una di queste vecchie carcasse: Beppe Fioroni. Reo, a suo parere, di amorosi sensi con il ministro Gelmini. Ora, a parte che per il giornale di Padellaro tutti coloro che quando parlano del centrodestra non iniziano il discorso con Berlusconipiduistamafiosostallierediarcore sono degli orridi inciuciatori, però questo è il classico caso di attacco pretestuoso. Di quelli che i fans di Travaglio e Di Pietro si ostinano a non vedere.
Scrive dunque Boscaino: “Fioroni è stato il ministro del centrosinistra che ha favorito nella maniera più esplicita le scuole paritarie (la legge per integrarle a pieno titolo nel sistema scolastico nazionale fu il tributo del centrosinistra – eravamo nel 2000 – alla collaborazione degli allora Popolari); che ha bloccato definitivamente il percorso scolastico a 16 anni; che ha svitato alcuni ingranaggi della riforma Moratti subito riavvitati da Gelmini & soci”. Prendiamo per buona l'accusa sulle paritarie (benché nel 2000 Fioroni non fosse ministro; casomai si occupava di sanità nel PPI); sorvoliamo pure sulla curiosa attribuzione di responsabilità a Fioroni per quel che ha fatto successivamente la Gelmini; il punto è che è del tutto falso che sia lui ad aver bloccato il percorso scolastico a 16 anni: basterebbe leggersi il decreto 139 del 22 agosto 2007, con il quale si introduceva l’obbligo, da attuarsi, una volta a regime, all’interno delle scuole (mentre il ministro Moratti prevedeva la possibilità di scegliere tra istruzione e formazione professionale).
Boscaino continua la sua invettiva: “chiediamoci perché il PD, incapace di produrre una visione originale, ripropone strade che altri sanno percorrere con maggiore convinzione. Gli elementi imprescindibili non sono più i valori di sinistra – inclusione, cultura, emancipazione, Costituzione – che pure vengono utilizzati strumentalmente con certe platee. Ma valutazione e merito, nella imperdonabile dimenticanza che non basta pronunciare quelle parole né preparare soluzioni improvvisate per dotare la nostra scuola di un sistema di valutazione equo ed efficace”.
A questo punto uno va a rileggersi le proposte sulla scuola elaborate dal PD. Non c’è bisogno di andare tanto indietro nel tempo, sono state ufficializzate tre settimane fa. In effetti, sono cose tecniche, per addetti ai lavori che un profano come me fatica a leggere. Però c’è una parte, nel preambolo nel quale si spiega quali sono i capisaldi delle proposte, in cui si precisa: “difendere il diritto universale all’istruzione, rendere il sistema scolastico italiano più efficace e più equo, torniamo a investire sulla conoscenza per garantire a tutti pari opportunità di apprendimento e di educazione. La scuola, per garantire uguaglianza e libertà, come ci chiede la nostra Costituzione”. Cioè, riassumendo, inclusione, cultura, emancipazione, Costituzione: esattamente quei valori che secondo Boscaino il PD non userebbe più per parlare solo di “valutazione e merito”. Nel documento elaborato, dopo aver parlato degli asili nido, di tempo pieno, di autonomia scolastica, di precari, di organici funzionali, di dispersione scolastica, di edilizia (appunto: inclusione, cultura, emancipazione, Costituzione) si parla anche di valutazione e merito. E giusto stamani Francesca Puglisi, responsabile scuola del PD, scrive un piccolo bignamino a uso e consumo di Boscaino per ribadire il concetto: non so se la giornalista abbia recepito il messaggio (a legger la risposta, sembrerebbe di no) e in effetti nell'intervento di Puglisi manca la formula magica del Berlusconipiduistamafiosostallierediarcore.


Il problema è sempre il solito: ormai le opinioni e le passioni politiche contano più dei fatti - anche sui giornali che ai fatti dicono di ispirarsi - e per il giornalismo militante non importa se la realtà viene rovesciata in modo pretestuoso. Il merito delle questioni è roba di importanza pari a zero, quel che conta è urlare. Solo urlare.

mercoledì 27 ottobre 2010

Troppi in ogni caso / 2

Raccolgo volentieri la sollecitazione di Filippo Santore sulle guerre nel mondo.

Partendo da una premessa però: se ogni Stato fosse realmente democratico e “di diritto” non esisterebbero guerre: ne deriva che, sotto questo aspetto, ogni guerra è ingiusta e illegittima. Tuttavia, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una evoluzione del concetto, per cui sono notevolmente diminuiti i casi di guerra classica (il Paese X invade il Paese Y), sostituiti da altre situazioni (il Paese X viola i diritti umani di una tal minoranza etnica presente in una regione del suo territorio minacciando così anche la pace e la sicurezza mondiale; il Paese Y foraggia terroristi e così via) e la comunità internazionale interviene usando la forza per risolvere il conflitto.

Norberto Bobbio sosteneva che “la guerra è una procedura giudiziaria in cui il maggior male è inflitto non a chi ha più diritto ma a chi ha più forza, onde si verifica la situazione in cui non già la forza è al servizio del diritto ma il diritto finisce per essere al servizio della forza. In sintesi: una qualsiasi procedura giudiziaria è istituita allo scopo di far vincere chi ha ragione. Ma il risultato della guerra è proprio l’opposto: è quello di dar ragione a chi vince(N. Bobbio, La guerra nella società contemporanea, Milano 1976, pag. 52). Anche sulla base di queste considerazioni, il filosofo sosteneva che non ha senso chiedersi se la guerra è giusta o meno. Semmai, bisognerebbe chiedersi se un intervento militare è o meno conforme al principio di legalità.
Io – che non sono un filosofo – mi riallaccio a questa impostazione. Quindi mi pongo il problema di quale sia il principio di legalità da rispettare. Non certo quello di uno Stato coinvolto in una controversia che minaccia la pace e la sicurezza internazionale. L’unico punto di riferimento che trovo è il diritto internazionale. Con i suoi difetti e i suoi limiti, primo tra tutti la mancanza di un reale potere sanzionatorio. Ma pure con la capacità di piantare dei paletti ben precisi, quali:
* il principio di autodeterminazione dei popoli;
* l’articolo 2.4 della Carta Onu, che prevede l’obbligo di astenersi dall’uso della forza per risolvere le controversie internazionali;
* il principio della domestic jurisdiction;
* il principio di legittima difesa.
Non rispettare questi princìpi ci farebbe cadere nell’anarchia.
Giusto per fare un esempio: che la legittima difesa debba essere sempre successiva è pacifico. Nel momento in cui uno Stato – e magari uno Stato importante come gli USA – interviene invocando l’autotutela preventiva crea un precedente pericoloso, perché uno dei pilastri del diritto internazionale è la consuetudine. Giusto per fare un altro esempio, l’intervento del 1990 contro l’Iraq fu un intervento nel rispetto del diritto internazionale, ancorché fosse dibattuta la fattispecie dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza all’uso della forza da parte di un contingente come quello che fu organizzato in tale circostanza. Possiamo poi discutere sull’efficacia di queste azioni; possiamo dibattere sulle motivazioni che hanno portato a intervenire lì anziché in altri posti; possiamo chiamarle “operazioni di polizia internazionale”, “peacekeeping” o chissà quale altro eufemismo per nasconderci la cruda realtà, ma tanto quanto la prima guerra contro l’Iraq era conforme al diritto internazionale, così la seconda era in aperta violazione e sia Bush, sia chi lo ha aiutato (compresa l’Italia, relativamente al diritto di sorvolo) hanno commesso un crimine internazionale.

Quando leggo di un intervento militare in qualche zona del mondo mi chiedo pertanto: è stato fatto nel rispetto del diritto internazionale, sì o no?
Purtroppo, il più delle volte tocca rispondermi di no. Anche perché spesso succede come nel caso della guerra in Kossovo: si interviene e si giustifica a posteriori, si dice che il diritto internazionale va modificandosi con la consuetudine e che anche la Carta Onu deve dunque adeguarsi ai tempi. E invece bisognerebbe intervenire sulla base della legge che c’è già.
Dico anche che spesso si rinuncia a intervenire con altri mezzi che non siano bellici per risolvere una controversia che minaccia la pace e la sicurezza internazionale. Ma di questo ho già scritto qualche giorno fa.

martedì 26 ottobre 2010

Troppi in ogni caso

Sul blog dell'ottimo Francesco Costa si discute sul numero complessivo delle vittime della guerra in Iraq. Si fanno calcoli statistici anche complessi per dimostrare che i morti sono stati centoventimila, centocinquantamila, duecentomila...
Francamente, mi pare una discussione assurda e fine a sé stessa.
Il punto è: quella guerra fu legittima sotto il profilo del diritto internazionale?
Se la risposta è no, anche un solo morto - senza arrivare a centocinquantamila o cos'altro - sarebbe di troppo.
E, purtroppo, la risposta è no.
Perché la Carta ONU parla chiaro. Ai sensi dell'articolo 2.4 ("I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite") e articolo 51 ("Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale") alla luce della ris. 3314/74 (che non prevede l'istituto della legittima difesa preventiva), nonché praticamente di tutto il Capo VI, quell'intervento era illegittimo.

lunedì 25 ottobre 2010

Complessità e semplificazione

Credo che ci sia parecchio di vero in quel che scrive oggi Francesco Piccolo sull'Unità: ..."quello che rimane a fare la differenza, e a rendere debole il partito più forte del centro sinistra, è un dato di fatto che Bersani fa solo finta di non sapere: ai suoi possibili alleati, Di Pietro e Casini, non importa vincere. Anzi, in qualche modo perdere consente loro di continuare a rappresentare qualcosa di concreto. Perché la differenza vera tra il Pd e gli altri partiti di opposizione, è che il Pd, ed è questa l’unica sua virtù palese e incontrastabile, è un partito di governo. È nato per governare. È naturalmente propenso a dare battaglia alle elezioni per vincere (anche se spesso perde). Gli altri, no. Quindi, solo il Pd ha da perdere. Gli altri, se perdono, sono contenti".

Però poi ho letto qualche commento sul Post e mi son detto che forse Piccolo ha descritto solo un lato della medaglia. Ce n'è un altro da considerare e che probabilmente è alla base della grande antipatia che il PD suscita in una parte di elettorato che non dovrebbe essergli ostile. Ossia, la ricerca della complessità in una società che invece è alla costante ricerca non tanto di semplicità, quanto di semplificazioni. Oh, intendiamoci, non è una mia convinzione, ma un tarlo che si fa strada nel mio piccolo cervellino quando leggo commenti - che non sono tanto rari, basta leggersi i blog del Fatto Quotidiano - che attribuiscono al PD posizioni che non ha ("se il pd è a favore del nucleare, dell’acqua privata, cosa bisogna fare, turarsi il naso e votarlo?"). Non sono frutto di malafede, né di ignoranza. E' che non abbiamo più voglia di approfondire le questioni. In fondo, nella ricetta del successo dei Grillo, dei Di Pietro, dei Berlusconi stesso, questa voglia quasi manichea di semplificazione è un ingrediente fondamentale.

sabato 23 ottobre 2010

Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Il Visco rottamato

Resto sempre affascinato, quasi ammirato, dal modo con cui al Giornale riescono a stravolgere la realtà. Un esercizio intellettuale, quello compiuto dai redattori del quotidiano di Feltri e Sallusti, degno di ben altri scenari.
Stamani, sulla rassegna stampa, leggo un pezzo breve, ma polemico, intitolato “Il PD rottama Visco e gli scontrini”. Si parla dell’onorevole Pedoto che fa un’interrogazione a Tremonti “con la quale si chiede di abolire gli scontrini fiscali per le piccole imprese commerciali e artigiane”. L’anonimo scrivano del pezzettino prosegue: “difficile non riconoscere una stilettata ai vecchi governi del centrosinistra. Chi sa cosa ne pensa di tutto questo, nello specifico, l’ex viceministro dell’economia Vincenzo Visco, che durante l’ultimo esecutivo retto da Romano Prodi aveva fatto dello scontrino fiscale lo strumento simbolo della sua lotta all’evasione fiscale”.
Se l’articolista avesse letto l’interrogazione – meglio: se l’avesse riportata in maniera integrale e onesta – avrebbe saputo cosa ne pensa Visco. Si dà il caso infatti che l’interrogazione faccia riferimento al decreto 223 / 2006 (firmato Prodi, Padoa Schioppa e Bersani: una delle famose lenzuolate) e a un protocollo d’intesa con le associazioni di categoria portato avanti ancora da Prodi, Padoa Schioppa e Bersani che prevedevano la trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri. L’interrogazione precisa “l’impegno a superare la valenza fiscale dello scontrino, e della ricevuta fiscale, con l'eliminazione delle relative sanzioni, in correlazione all'attuazione del sistema telematico di comunicazione dei corrispettivi all'Amministrazione finanziaria” per le piccole imprese commerciali e artigianali, così come già previsto – dal 2004, governo Berlusconi – per la grande distribuzione. Una riforma che era pensata per semplificare gli adempimenti fiscali e che è stata smantellata da Tremonti nel novembre 2008. L’interrogazione, dunque, chiede di fatto il ripristino della precedente normativa prodiana (altro che "stilettata ai vecchi governi del centrosinistra").
Dice: cosa ne penserà Vincenzo Visco? Visco non può che pensarne bene, visto che era uno dei promotori di quella riforma richiamata esplicitamente nell’interrogazione. Ma, nel caso uno avesse ancora dubbi, basterebbe andasse su un qualsiasi motore di ricerca, digitasse tre paroline e leggesse l’articolo pubblicato su http://www.lavoce.info/ lo scorso 28 maggio: conoscerebbe il viscopensiero sulla trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri dei commercianti.

venerdì 22 ottobre 2010

L'acqua

Ne avevo lamentato la mancanza più volte in passato e finalmente è arrivata: la proposta del Partito Democratico sull’acqua.
Era indispensabile per un motivo semplice: la principale forza di opposizione ha guardato con simpatia al referendum per abrogare il decreto Ronchi, ma senza sostenerlo ufficialmente. Anzi, più di un suo dirigente – soprattutto a livello locale – è nel comitato per il no.
Insomma, era l’ora di finirla di tenere il piede in due staffe. Non sono un esperto, ma mi pare che – per certi aspetti – esso ci sia ancora (tant’è che la proposta è stata criticata sia dal comitato promotore del referendum, sia dal governo). Ma, insomma, meglio che niente.
Personalmente, questo è uno di quei casi in cui mi viene da dare ragione un po’ agli uni e un po’ agli altri. Un po’ per ignoranza e un po’ perché ho presente cosa siano, dalle mie parti, gli ATO e le società che gestiscono il servizio idrico. Parlo al plurale, perché nella mia piccola e ridente provincia ce ne sono più di una e la caratteristica dominante non è l’efficienza, ma la politica e la presenza di arrivisti di entrambi gli schieramenti. A dirla tutta, la società più carrozzona è interamente pubblica, mentre quella che mi sembra vada meglio (o meno peggio) è partecipata. Quindi, il mio giudizio è anche un po’ influenzato da questa visione.

Quello che ho capito – e spero di non aver preso fischi per fiaschi, nel qual caso mi auguro che qualcuno mi corregga – è quel che segue.
I promotori del referendum dicono: con la nuova legge voluta da questo governo, è vero che l’acqua resta pubblica, ma la sua gestione viene privatizzata. Tanto più che un decreto firmato da Calderoli sopprime gli ATO.
Chi osteggia (nel merito) la consultazione popolare ribatte: in Italia sulla gestione dell’acqua c’è tanta inefficienza, si prelevano 165 litri d’acqua per erogarne 100 e i costi vengono scaricati sulla fiscalità generale. Chi vince la gara per il servizio idrico (per poi non soltanto raccoglierla, ma pure potabilizzarla, farla arrivare al rubinetto di casa e smaltirla) deve fare profitto riducendo gli sprechi e quindi rende il sistema più efficiente e solido.
Poi c’è la posizione di Federutility, che riunisce le aziende di servizi pubblici locali. Contraria ai referendum perché – se approvati – impedirebbero investimenti (circa 60 miliardi per intervenire sulle perdite degli acquedotti ed evitare sanzioni dell’Unione europea) e gestione industriale, ma possibilista sui quesiti presentati in luglio dall’Italia dei Valori perché non prevedono la ripubblicizzazione forzata del servizio idrico e lasciano che un ente locale decida secondo le proprie esigenze.
Ora sto cercando di capire in cosa consista la proposta del PD. Parte dal presupposto che l’acqua è un bene pubblico, così come le strutture del servizio idrico integrato: l’uso dell’acqua per il consumo umano deve essere prioritario rispetto agli altri, ammessi soltanto quando ce n’è a sufficienza. Rimangono gli ATO che assumono le decisioni fondamentali su investimenti, uso dell’acqua e così via. Il servizio idrico deve rispondere a criteri industriali di economie di scala ed efficienza e viene istituita un’Authority che verifica i piani d’ambito e la congruità delle tariffe anche sanzionando i gestori. A gestire nel concreto l’erogazione del servizio possono essere o società a capitale interamente pubblico (a condizione che l’ente pubblico eserciti sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con quell’ente pubblico), o società partecipate (a patto che la scelta del privato sia fatta con procedure a evidenza pubblica), oppure anche società di capitali (a patto che siano individuate tramite gara con procedure a evidenza pubblica sulla base dei Trattati UE).
Infine, viene prevista l’introduzione di una tariffa sociale a vantaggio dei nuclei familiari più numerosi e meno abbienti: vabbè, questo mi sa di demagogia, ma rispetto alle demagogie presenti in altri lidi è il problema minore. Così, a naso, invece, mi pare che la creazione dell’Authority – per quanto sia l’ennesima – sia un passo da fare.

giovedì 21 ottobre 2010

Il travaglio di Marco si chiama PD

Magari i miei ventiquattro lettori non ci crederanno, ma se c’è una cosa che mi scoccia è difendere il Partito Democratico da Marco Travaglio. Un po’ perché il PD non se lo merita (di essere difeso, intendo), un po’ perché il vicedirettore del Fatto è un ottimo giornalista e mi spiace (dico sul serio) che sprechi il suo grande talento all’inseguimento di un facile consenso.
Però oggi, nella foga del consueto compitino settimanale sul lodo Alfano, ne ha scritte tre, una di seguito all’altra, che lasciano perplessi.
La prima è quella segnalata pure da Francesco Costa: ossia la frase “i presunti oppositori del PD che menano scandalo per la retroattività perché non osano dire chiaro e forte che la legge è uguale per tutti”. Travaglio ha sostenuto una cosa assolutamente non vera, perché dichiarazioni nel senso da lui desiderato, proprio con quelle paroline lì, sono state rese in questi giorni sia da Donatella Ferranti, capogruppo in commissione giustizia alla Camera, sia da David Sassoli, capodelegazione all’europarlamento. E, un mese fa – quindi non a buoi scappati, ma prima che il recinto venisse aperto –, fu lo stesso segretario Pierluigi Bersani a parlar così. A tali dichiarazioni potremmo poi aggiungere quelle che, pur non usando la formula richiesta da Travaglio, esprimono comunque il solito concetto (“la legge è uguale per tutti”): la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, il responsabile giustizia Andrea Orlando, il capogruppo in commissione affari costituzionali Enzo Bianco e così via. Se poi il problema è la mancanza dell’urlo chiaro e forte nei comunicati stampa, forse basterebbe riascoltare il discorso di Bersani stesso al comizio di chiusura della Festa Democratica a Torino quando parlò dell’impegno per una “riforma della giustizia fatta per i cittadini e non per uno solo”. D’accordo: non disse “legge uguale per tutti”, ma il senso è quello.

Prosegue Travaglio: “infatti Bersani e Violante e altri hanno più volte ripetuto di non essere affatto contrari a uno scudo per le alte cariche dello Stato, o addirittura per tutti i parlamentari, mentre Letta jr s’è detto convinto che B. abbia tutto il diritto di difendersi dai processi”.
Leggendola così – con quell’inciso, “infatti” –, si è portati a pensare che Bersani e Violante e altri siano stati o siano tuttora favorevoli allo scudo per Berlusconi. E invece no, nessuno di loro ha mai parlato in questi termini. Violante, in una pur discutibile intervista al Corriere della Sera dell’8 febbraio scorso, precisò: “Il cosiddetto lodo è inutile e dannoso”. Inutile e dannoso: meno male che non era affatto contrario. Proseguiva poi: “E se la maggioranza forzasse la mano noi chiederemo il referendum previsto dalla Costituzione, che non ha quorum. La maggioranza deve scegliere. Nello schema del presidente Bongiorno sono accettabili i paletti posti intorno all’immunità: deve valere soltanto per un mandato, non può coprire i reati commessi prima dell’assunzione dell’incarico e può essere concessa solo a maggioranza qualificata, ferma la possibilità della magistratura di ricorrere alla Consulta, come accade oggi”. Insomma, pare chiaro che a tutto faceva riferimento fuorché a parare il culo a Berlusconi, come lascia supporre Travaglio nel suo articolo.

Andiamo avanti. Scrive il giornalista: “Nessuna democrazia al mondo conosce la sospensione dei processi al premier, ma solo ad alcuni Capi di Stato e solo per delitti funzionali, cioè collegati con la carica”.
E’ vera la prima parte della frase (la sospensione dei processi non riguarda i Capi di Governo), è falsa la seconda. Perché, per esempio, in Francia i procedimenti che riguardano il presidente della Repubblica sono sospesi in pendenza del mandato presidenziale anche se riguardano atti compiuti al di fuori dell’esercizio delle funzioni (legge costituzionale 2007/238). E in Grecia (art. 49 co. 1 Cost.) “per gli atti che non hanno alcun rapporto con l’esercizio delle funzioni presidenziali, l’incriminazione è sospesa fino alla scadenza del mandato presidenziale”.
Qual è la morale della storia?
A me pare che ci sia qualcuno che, per distinguersi in durezza e purezza, parta dal presupposto che o si dice ogni tre per due che Berlusconi è un mafiosopiduistacorruttoreavevalostallieremafioso oppure non si fa opposizione. Mi chiedo, però (me lo sono sempre chiesto e continuerò a chiedermelo), se ciò sia davvero indispensabile in un Paese come il nostro nel quale si è visto quale sia la sensibilità del cittadino medio a certi argomenti. Può scaldare il cuore e la pancia di noi che siamo convinti, ma poi? Dopo che i nostri cuori e le nostre pance sono caldi?
Mi chiedo pure se l’opposizione all’attuale presidente del Consiglio si possa fare spargendo falsità su altri che fanno opposizione – male quanto vogliamo, per carità, nessuno lo nega – anche sostenendo tesi che possono essere facilmente contestate e smentite, semplicemente usando (come ho fatto io) un motore di ricerca chiamato Google e digitando tre parole.
Mi permetto di dare un consiglio a Travaglio: da oggi impieghi cinque minuti in meno a elaborare calembour e giochi di parole (peraltro riciclati; anzi, doppiamente riciclati) per stupire i suoi lettori e torni a quello che fa(ceva) ottimamente: cinque minuti in più ad approfondire le notizie. Vedrà che potrà fare molto, molto più male a Berlusconi. E pure al PD, visto che ci tiene tanto.

P.S.: confesso che quando, poco fa, ho letto la dichiarazione di Di Pietro sul referendum costituzionale obbligatorio in caso di mancato raggiungimento della maggioranza qualificata, per trenta secondi ho pensato che le mie antiche nozioni di diritto costituzionale fossero errate. Ma poi ho capito che son giorni un po' così, che non c'è soltanto il PD a non crescere nei sondaggi e quindi certe sortite rientrano in questa filosofia della politica in cui non conta mandare a casa l'avversario, ma rubacchiare lo zero virgola all'alleato. Certo che se qualcuno continua di questo passo bisognerà cominciare ad arrampicarsi sugli specchi per non dare ragione a Casini...

mercoledì 20 ottobre 2010

Gli italiani che precipitano

Ieri sera ho provato a seguire Ballarò, ma mi sono arreso dopo pochi minuti: una narrazione talmente caotica e incomprensibile che al confronto l'ultima fatica giornalistica di Adriano Celentano è razionale e lineare.
L'unica cosa che ho capito, grazie ai sondaggi di Pagnoncelli, è la conferma, l'ennesima conferma, che all'Italia del Grande Fratello i guai giudiziari di Berlusconi e delle sue società offshore - ammesso che ne sappia qualcosa - interessano una emerita cippa. Con buona pace di quella parte di sinistra sempre più autoreferenziale che, fingendo che quest'Italia non esista, gioca a portarsi via voti facendo a chi è più duro e puro.

martedì 19 ottobre 2010

Fini strategie / 10

...e meno male che ci sono quelli di Futuro e Libertà a tenere alta la bandiera della legalità in Italia!
(e non aggiungo altro perché non mi piace autocitarmi, ma - chissà perché - il voto di oggi e la successiva presa di posizione di Adolfo Urso non mi hanno assolutamente sorpreso. Ma proprio niente, eh!)

P.S.: per approfondimenti e chiarimenti, citofonare Pietro Lunardi.

La declinazione autonoma di Stefano Fassina

Caro Stefano Fassina,
ho letto con interesse il tuo intervento sul Manifesto circa la presenza (presenza?) del Partito Democratico alla manifestazione Fiom di sabato scorso. Diciamo che, in linea di massima, concordo con te. A partire da quella chiosa finale: “a differenza di quei movimenti leaderistici ansiosi di superare la soglia elettorale del 5%, il PD non può permettersi il lusso di lasciare ad altri il gravoso compito della costruzione dell’unità dei lavoratori”.
Più ancora, la penso come te quando scrivi: “Un partito serio non è collezione di adesioni a piattaforme altrui. Un partito serio è declinazione autonoma, sintesi possibilmente alta, di interessi parziali e rivendicazioni tematiche intorno a una visione orientata all’interesse generale”.
E allora, caro Fassina, facciamola questa declinazione autonoma.

Dici che c’è già, che ha torto Valentino Parlato quando sostiene che il PD non sa cosa dire?
Bene, esponila.
Invece di fare la filosofia politica e di discettare sul perché e percome Bersani non c’era e Fassina sì, spiega una volta per tutte e con parole comprensibili anche agli ignoranti come me qual è la posizione del partito sul contratto unico di inserimento, sui passi concreti da fare affinché il costo del lavoro di un precario non sia più basso di quello di un lavoratore a tempo indeterminato, sui diritti acquisiti. Non lo voglio più sentire Bersani che dice “la facciamo una riflessione per un nuovo patto sociale?”: voglio, invece, che il segretario del principale partito di opposizione passi dalle dichiarazioni di intenti ai fatti e prenda lui, in prima persona, l’iniziativa mettendo sul tavolo la sua proposta di nuovo patto sociale.

Ho quarantuno anni, quindi lavoro già da qualche annetto e nella mia vita professionale ho incontrato i sindacati soltanto negli ultimi mesi. Non perché non li ho cercati, ma perché è verissima la critica che viene loro fatta di occuparsi solamente di metalmeccanici, di grandi aziende e di impiegati statali. Il mondo della piccola impresa – parlo di quella con meno di quindici dipendenti –, delle partite Iva travestite da dipendenti, dei contrattisti a progetto, dei lavoratori di aziende di servizi alle imprese è sconosciuto ai Landini, sicuramente anche agli Angeletti e ai Bonanni (altrimenti si sarebbero comportati diversamente negli ultimi anni) e, temo – spero di no, ma non metterei la mano sul fuoco –, pure agli Epifani. La mia – e pure la tua, caro Fassina – generazione andrà in pensione a settant’anni, avrà una rendita più bassa dell’attuale minima dei nostri genitori e per molti di noi sarà impossibile anche costruirsi una previdenza integrativa perché gli stipendi e il costo della vita sono quelli che sono. Questi sono i problemi reali con cui fare i conti e né i sindacati, né il PD (tantomeno gli altri partiti) stanno dando risposte decenti in merito. Come l’altra sera ad AnnoZero, quando l’imbarazzo di Bersani di fronte alle lavoratrici dell’Omsa era palpabile e non perché, da esponente dell’opposizione, fosse impotente, ma perché non aveva non dico una proposta, ma nemmeno un motivo di speranza da poter trasmettere a quelle persone.

Caro Fassina, c’è tutto un mondo là fuori – qua fuori – dalla sede nazionale del PD che non aspetta altro che tre-proposte-tre sul nuovo welfare state. Ebbene, fatele. E non parlate d’altro per un mese. Niente chiacchiere su primarie, alleanze, nuovi Ulivi, correnti interne, berlusconimerda. Solo le tre-proposte-tre. Senza paura di scontentare qualcuno, ché tanto a non prendere posizione ne scontentate ancora di più. Poi vedrete che anche la presenza o meno ai cortei diventerà una questione secondaria, buona tutt'al più per la polemica di giornata del Di Pietro di turno, ma subito dimenticata.

lunedì 18 ottobre 2010

Osservatorio minzoliniano / 10

No, ragazzi. Troppo facile (e scontato) prendersela con Minzolini per aver taciuto la notizia che le edizioni online di quotidiani filocomunisti come Il Sole 24Ore e Il Corriere della Sera riportano con grande evidenza.
Quello che fa specie sono i 7 servizi per un totale di 13 minuti e 2 secondi dedicati a un delitto - atroce, nessuno lo nega - avvenuto in Puglia. Fa specie perché il garantista (lo ha detto lui in quell'intervista a Libero) Minzolini, quello che voleva "ridurre la distanza che spesso divide la realtà virtuale che emerge dai media, a volte autoreferenziale, dalla vita reale", in questa vicenda si dimostra ben poco garantista e sguazza alla grande nella realtà virtuale dell'autoreferenzialità televisiva.

La regola della sputtanocrazia

Poi succede che il ministro manda gli ispettori ministeriali. O che un finanziere viene arrestato per aver ficcato il naso dove non avrebbe dovuto. Ma in realtà il problema è a monte. E' che quando questi del centrodestra vengono sgamati su qualcosa, cominciano ad arrampicarsi sugli specchi, a cercare qualcosa che "anche di là" hanno fatto. Quello della scuola materna di Livorno con la bandiera comunista - da tutt'altra parte della strada, come ha ben mostrato Alessandro Capriccioli - è soltanto il secondo tentativo di pareggiare la faccendaccia brutta di Adro: un paio di settimane fa, Il Giornale, con l'ineffabile Paolo Granzotto, ci aveva provato già con un liceo di Padova che avrebbe avuto la forma di falce e martello. Ovviamente, la realtà è ben diversa (come dimostra la foto che pubblico).

L'importante è fare un po' di casino e chi se ne importa se, per raggiungere l'obiettivo si fa a cazzotti con il buonsenso visivo e con la storia.

E' l'evoluzione del meccanismo di proiezione - quello strumento psicologico che consente di allontanare dal Sé ogni elemento negativo o critico attribuendolo al nemico - che Berlusconi, da quando è in politica, riesce a far valere così efficacemente. Oggi è la scuola, come ieri erano le querele (Berlusconi agisce contro Concita De Gregorio e se qualcuno protesta, invece di affrontare nel merito la questione, si richiamano precedenti dalemiani con Forattini) o le indagini fuorilegge sul privato di Di Pietro, Travaglio e Grillo (ma anche della famiglia Agnelli, che non ha fatto niente contro Berlusconi, ma è un ottimo diversivo) o le cucine di Fini.

Certo, mi chiedo cosa succederà ora a Milena Gabanelli. Mi auguro per lei che abbia pagato il bollo auto nel 2007, che non abbia fatto forca al liceo quel giorno di primavera dell'anno scolastico 1972-73, che non abbia cognati che nel 1995 aderirono al concordato fiscale.

domenica 17 ottobre 2010

Un uomo, un perché: Augusto Minzolini

Mi era sfuggita l'intervista concessa ieri a Libero da Augusto Minzolini. Già Wil ne ha trattato (argutamente, as usual), ma mi pare giusto sottolineare un paio di aspetti.

Il primo. Il berlusconianissimo direttore afferma che Mentana non ha dato grande fastidio al Tg1, casomai al Tg3, e che "i Simpson ci hanno fatto ballare parecchio a settembre. Non so nemmeno da dove sbucassero, ma sono stati l'avversario più insidioso del Tg1".
Ora, non so se Minzolini si è reso conto di quel che ha detto oppure no, se ha compreso che ciò che per lui dovrebbe essere un'attenuante, in realtà è un'aggravante. Io gli credo, intendiamoci bene. Perché Mentana ha puntato a un pubblico già attento, che legge quotidiani come l'Unità o il Fatto o Repubblica. Ma se fossi io a dirigere la testata più importante della tv pubblica entrerei in crisi esistenziale a sapere che perdo pubblico non a causa di un programma che dà il mio stesso prodotto, ma di uno che propone qualcosa di completamente diverso. Come se la Barilla dicesse che ha venduto meno rigatoni perché la gente ha acquistato la Nutella. E se la Rai fosse un'azienda seria, interverrebbe subito. Non perché il Tg1 perde telespettatori, intendiamoci. Che è una cosa che ci sta e poi è stupido, diciamolo una buona volta, misurare la bontà di un prodotto con i dati di ascolto. No, la Rai dovrebbe intervenire perché la gente preferisce un cartoon satirico (e non proprio per bambini) a un telegiornale. E' il segnale più evidente che qualcosa non funziona.

Il secondo aspetto che mi ha fatto sobbalzare è un'altra frase di Minzolini. Alla domanda per quale motivo riempie il Tg1 di cronaca bianca e rosa, risponde così: "Quei servizi sono ripresi quasi sempre dai giornali del mattino". Ohibò, io pensavo che una pratica del genere ormai non la facessero che pochi notiziari sgarrupati di alcune tv locali che, per mancanza di giornalisti, danno alla sera una o due notizie da conferenze stampa e per il resto riprendono le cronache cittadine dei quotidiani usciti la mattina. Ma come? Una testata nazionale che ha (dati presi dal sito ufficiale) 1 direttore, 4 vicedirettori, 3 segretari di redazione, 8 coordinatori, 14 redattori di cronaca, 9 di cultura, 11 di economia, 16 di esteri, 12 di interni, 17 di società, 15 dediti agli speciali, 9 inviati e 44 collaboratori è costretto a riprendere le notizie dai giornali del mattino come il più scalcinato dei notiziari di provincia? E il direttore lo dice pure pubblicamente?

sabato 16 ottobre 2010

La società multietnica

In Esercizi di stile, Raymond Queneau presenta lo stesso episodio in novantanove modi differenti. E' chiaro che ognuna di queste modalità enfatizza un aspetto anziché un altro e, quindi, la percezione stessa che dell'episodio si ha all'esterno.

Un uomo colpisce una donna, questa cade e, dopo giorni di sofferenza, muore.
Messa così, si tratta di un episodio che può trovare spazio in prima pagina sulla cronaca cittadina di un quotidiano locale (e nelle pagine interne di qualche giornale a diffusione nazionale - qualche, non tutti) esaurendosi nel giro di pochi giorni.

Un uomo romeno colpisce una donna italiana, questa cade e, dopo giorni di sofferenza, muore.
C'è un elemento nuovo: la nazionalità dell'aggressore e quella della vittima. Elementi di per sé inutili. Però, c'è chi ha interesse a valorizzarli per motivi ideologici e politici. E così una notizia da cronaca cittadina, finisce sulle prime pagine nazionali e nei telegiornali Rai e Mediaset per giorni e giorni, con interpellanze parlamentari, polemiche di questo o quel partito, interventi di alti prelati vaticani, sondaggi dedicati e così via.

Un uomo italiano colpisce una donna romena, questa cade e, dopo giorni di sofferenza, muore.
E' lo stesso caso, ma a ruoli invertiti. Inverso sarà anche il risalto che troverà sui giornali, che tenderanno a "dimenticare" la nazionalità della donna (o quella dell'uomo).

In una stazione del metrò, un uomo colpisce una donna, questa cade nell'indifferenza dei passanti che continuano a farsi gli affari loro. Dopo giorni di sofferenza, la donna muore.
Lo stesso fatto è depurato degli elementi della nazionalità, ma con l'aggiunta di una seconda notizia: i passanti che si disinteressano di quanto avvenuto. La vicenda, perciò, va oltre la cronaca cittadina e finisce sui quotidiani nazionali, dove i tuttologi avranno la possibilità di sbizzarrirsi sui temi delle liti per futili motivi e sul cieco individualismo della società contemporanea.

Concludendo?
Una società multietnica avanzata, matura e consapevole non è quella nella quale si finge che culture e tradizioni diverse non abbiano problemi a fondersi, né - tantomeno - quella nella quale si parte dal presupposto che l'integrazione è impossibile e ognuno deve tornarsene a casa sua. E' quella nella quale un uomo e una donna saranno un uomo e una donna a prescindere dalla nazione di provenienza. E' quella nella quale a una persona che non sta in coda - ammesso che davvero non la voglia rispettare - si rinfaccia la sua maleducazione e non la sua etnia (e su questo noi italiani avremmo molto da imparare, basterebbe andare a Londra e salire le scale mobili in una stazione dell'Underground o aspettare in coda alla fermata del pullman).

venerdì 15 ottobre 2010

Continuano ad attaccare la Corte Costituzionale

Nella sua foga di trovare sempre e comunque un nemico, Silvio Berlusconi ha individuato come bersaglio la Corte costituzionale. Composta, a suo dire, da una maggioranza di giudici di sinistra, questa istituzione sarebbe lì per abrogare le leggi che lui scrive. Si tratta di fandonie, ovviamente, come già ampiamente sottolineato.
Ultimamente, però, il governo sta pensando di compiere il passo successivo: le decisioni della Corte costituzionale verrebbero prese non più a maggioranza semplice, ma a maggioranza qualificata (probabilmente due terzi).
Qual è l’anomalia della proposta?
La Consulta non è il Parlamento. In essa non siedono – o non dovrebbero sedere – i fans di uno schieramento o di un altro, che nella valutazione di una norma sono guidati da considerazioni di tipo politico (le richieste degli elettori, la riconferma alle successive elezioni, l’ideologia...) e quindi, à la guerre comme à la guerre, si scannano ben bene e se un provvedimento passa di un voto, magari grazie al franco tiratore o all’astensione dell’ultimo secondo, si applaude e si urla come in un’arena. Leggo sul sito stesso della Corte costituzionale: “Ad un voto formale si arriva solo quando non si manifesta un'unanimità di vedute (ad esempio, nel senso della proposta del relatore) né una nettissima maggioranza di opinioni convergenti, oppure se comunque qualche giudice lo chiede (...) La pratica della Corte, pur essendo variabile a seconda dello stile della Presidenza e degli orientamenti dei giudici, è fondamentalmente orientata nel senso della ricerca, fin quando è possibile, di una convergenza, se non unanime, il più possibile larga di opinioni. Per questo, talvolta, la discussione si prolunga per approfondire l'ipotesi di eventuali soluzioni di compromesso o che, comunque, siano in grado di evitare divisioni laceranti all'interno del collegio”.
E’ il motivo per cui, per esempio, non esiste nella Corte costituzionale italiana l’istituto della cosiddetta “opinione dissenziente”. L’impostazione filosofica è che i singoli giudici non mettano sé stessi sopra la giurisprudenza. Ed è anche il motivo in base al quale (come ci ricorda Gustavo Zagrebelsky in Princìpi e voti, Einaudi, 2005) non esistono lavori preparatori con gruppi di giudici che elaborano qualcosa da produrre poi al momento del voto.

Dunque, se questa è la condotta dei lavori in seno alla Consulta, per quale motivo avanzare la proposta della maggioranza qualificata dei due terzi? I casi sono due. O il ministro della giustizia Alfano e il suo braccio operativo Ghedini non conoscono le procedure della Corte costituzionale – e francamente l’ipotesi è sconfortante – oppure il provvedimento è soltanto l’ennesimo specchietto per le allodole. Giusto per gettare fango su un’istituzione statale della massima importanza, accreditando l’idea che sia un covo di pericolosi sovversivi di sinistra che son lì soltanto per fare gli interessi di un partito politico.
Sarò pessimista, ma temo che questa seconda ipotesi sia quella giusta.

giovedì 14 ottobre 2010

Parla come mangi / Roberto Maroni

Come sapete, il vostro amato blogger ha un particolare software di sua invenzione che decripta e rende comprensibili agli umani i pensieri dei politici. I quali spesso fanno una dichiarazione, ma in realtà pensavano tutt'altro.

Ecco, dunque, cosa ha detto oggi il ministro dell'Interno Roberto Maroni:
"Domani incontrerò i responsabili della Fiom e sono certo che, essendo questo un grande sindacato, eviteranno con il loro servizio d'ordine che gruppetti di violenti possano fare danniIl rischio di infiltrazioni nel corteo della Fiom di sabato è elevato, come hanno detto anche le analisi dei nostri servizi, ma la nostra attenzione sarà massima. Il rischio è che alcuni gruppetti, non certo le 20 o 40mila persone che sfileranno pacificamente, staccandosi vadano a spaccare vetri. L'occasione è troppo ghiotta per l'infiltrazione nella manifestazione anche da parte di gruppetti stranieri".

Ed ecco quello che realmente avrebbe voluto dire:
"La speranza mia e del governo è che sabato, alla manifestazione della Fiom, ci sia un po' di casino. Chessò, un cassonetto rovesciato, una bandiera americana bruciata, una vetrina del McDonald's sfondata. Alle brutte, può bastare uno slogan truculento contro Berlusconi. Vi assicuro che al ministero - e non soltanto lì - stiamo lavorando per questo. E' ora di tornare ad agitare lo spettro dei comunisti cattivi, così almeno la smetterete di parlare delle liti dentro la maggioranza. Nel frattempo, lanciamo qualche allarme, hai visto mai che qualcuno si spaventa e invece di andare alla manifestazione resta a casa: che tanto, per quanti possano essere, per noi non saranno comunque più di 20 o 40mila persone".

mercoledì 13 ottobre 2010

Noi non siamo mica come loro, macché

Ha ragione Franco Ordine, sul Giornale di oggi, a scrivere - a proposito di quanto avvenuto ieri sera a Genova per la partita della nazionale - che "c’è bisogno non certo di una sentenza esemplare ma di un provvedimento che impedisca, come accaduto per gli hooligan dopo la tragedia dell’Heysel, a questi nuovi barbari di attraversare i confini del loro paese al seguito di una nazionale di calcio. Forse si può estendere la sanzione anche ai club della Serbia visto che quei galeotti in libertà di solito si fanno notare per incidenti quando di mezzo finisce la Stella Rossa di Belgrado".
Questi nuovi barbari, galeotti in libertà, che girano per l'Europa sono davvero un grave problema. Ma a noi italiani la cosa non riguarda, per fortuna. Noi non esportiamo barbari, né galeotti in libertà. Al massimo, dei bulldog già sottoposti a Daspo: "Fra gli ultrà fermati dalla polizia bulgara sabato scorso per gli incidenti di Sofia in occasione della partita della Nazionale c'é anche un ventottenne di Lucca, indicato come uno dei capi del gruppo di tifosi della Lucchese Bulldog. E' quanto si apprende da fonti investigative lucchesi. Il tifoso è stato rinviato a giudizio a Lucca, il 19 marzo scorso, con l'accusa di associazione a delinquere, per alcuni episodi di violenza con connotazioni politiche di estrema destra. Con lui sono imputati altri 19 tifosi. Tutti erano stati sottoposti al daspo, misura, però, che non gli impedisce di assistere ad eventi sportivi all'estero. A Sofia, il tifoso lucchese è stato fermato, assieme ad altri italiani - poi tutti rilasciati - con l'accusa di vilipendio alla bandiera nazionale bulgara" (notizia Ansa del 13 ottobre 2008, giusto giusto due anni fa).

martedì 12 ottobre 2010

Osservatorio minzoliniano / 9

Il direttorissimo (cit.) si adegua alla nuova società italiana: siamo tutti cittadini, perché sottolineare se un tizio è nato in Italia o in Romania o in Bophutswana?
Quindi: un uomo molla un pugno a una donna e quasi la uccide nella stazione del metrò a Roma.
Inutile stare a specificare che l'aggressore è italiano e la vittima romena.

Magari son io che penso male, ma chissà cosa avrebbe detto il Tg1 delle ore 20 se a colpire fosse stato un romeno e a rimanere in coma fosse stata un'italiana...

Cose buone e giuste

Io non so se guardando i dati dei sondaggi con tutta quella massa di astenuti possibili (ma no, dài, come sono ingenuo: ci pensano Di Pietro e Grillo a recuperarli) Bersani si è spaventato o cosa.
So soltanto che negli ultimi giorni ha fatto cose che mi son piaciute.
Un bel po' di proposte concrete su fisco, immigrazione, scuola, agricoltura (oh, questa sì che è una notizia... l'aspettavo da tempo). Manca giusto quella cosuccia sull'acqua annunciata a maggio, ma sul resto le idee non mancano.
E oggi un incontro con Nichi Vendola non per litigare, ma per piantare dei paletti sulle cose da fare insieme.
Ancora due passi - mandare in giro per il mondo D'Alema, Latorre e Veltroni; cominciare a comunicare le proprie idee in modo più semplice e immediato - e poi ci siamo. Forse.

lunedì 11 ottobre 2010

Osservatorio minzoliniano / 8

Al Tg1 delle 20 di stasera il conduttore Francesco Giorgino si è preoccupato di informare gli italiani che su un muro a Torino è comparsa una scritta contro i quattro militari italiani morti in Afghanistan. E si è preoccupato anche di sottolineare che c'era la firma: falce e martello.
Attendo che ci informi anche di altre scritte su altri muri torinesi e, magari, pure milanesi o bresciani. Magari contro Saviano. O i napoletani. O i musulmani. Firmati da un bel sole delle Alpi.

Armare gli aerei?

Verso la fine degli anni Ottanta, maturai la convinzione che avrei potuto dare un contributo alla pace dichiarandomi obiettore di coscienza al servizio militare. All’epoca, il servizio civile non era un diritto soggettivo (come successivamente riconosciuto da una illuminata sentenza della Corte costituzionale), ma una concessione che il ministero faceva in modo del tutto discrezionale. Così, fui convocato dal maresciallo dei carabinieri. Dopo circa un quarto d’ora – un po’ in ritardo sulla tabella di marcia – di interrogatorio mi pose la più classica delle domande: “sei in città che passeggi con la fidanzata e lei viene aggredita da un bruto che la vuole violentare. Che fai, un sit-in?”
Una questione che non è stupida, ma che tradisce pigrizia mentale. La stessa pigrizia mentale che induce politici di varia estrazione a reagire a un attentato in Afghanistan contro militari italiani chiedendo che vengano armati i nostri aerei.

La pace è difficile. Sempre. Perché spesso succede che di fronte non si hanno persone ragionevoli. Oppure, ragionevoli e meno ragionevoli non sono comunque disposti a riconoscere alla controparte se non un minimo di ragione, quantomeno le cause profonde dell’esistenza di quel conflitto.
Mi viene in mente quanto accaduto negli anni Novanta nella ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Era una polveriera non meno della Bosnia Erzegovina, con venticinque etnie per due milioni di abitanti, gli appetiti e le rivendicazioni di lunga data di Stati come l’Albania, la Bulgaria, la Serbia e la Grecia, un discreto numero di rifugiati a complicare la situazione e, buona ultima, una crisi economica accentuata dalla guerra nei Paesi limitrofi. In quella circostanza, però, la comunità internazionale non si limitò a rispondere alzando la voce delle armi. No, tentò la strada – più ardua e lunga – della diplomazia preventiva. La Organizzazione sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) intervenne sia con una presenza militare (la Spillover Monitor Mission), sia con un forte intervento diplomatico dell’Alto Commissario per le Minoranze Nazionali, che all’epoca era Max van der Stoel. In realtà, fu proprio il lavoro di quest’ultimo a fare la differenza, intervenendo a sopire le tensioni che via via si sviluppavano, cercando di far ragionare chi ne aveva poca voglia, dando motivi di speranza alle etnie più bistrattate.
Le cose poi finirono abbastanza bene perché anche da parte del governo di Skopje c’era la volontà di farle finire così.
Non ho seguito la vicenda afghana come quella macedone, per cui mi chiedo: c’è davvero la volontà da parte di quel governo (e non è che Karzai si sia insediato a dispetto di noi occidentali) di far andare le cose in una certa direzione anziché un’altra? E’ attiva e si fa sentire da quelle parti una figura civile indipendente come quella del van der Stoel che lavorò in FYROM?

Soltanto “se” e “dopo” che avremo risposto affermativamente a queste prime due domande, allora potremo – a mio modesto avviso – pensare anche di armare gli aerei italiani lì presenti.

sabato 9 ottobre 2010

La retorica del silenzio (che silenzio poi non è)

Mi rendo conto che con tutti i cinquecentomila problemi che abbiamo in Italia questo è il quattrocentonovantanovemillesimo. Però questo blog non segue le logiche dei giornali.

Da quando è ricominciato il campionato di calcio è stato osservato un minuto di silenzio per la morte di Cossiga, per l'uccisione di questo o quel militare più - sui vari campi di calcio - per la morte di personaggi locali più o meno noti.
Ora, la prima domanda che io mi pongo è questa: non è che a forza di minuti di silenzio se ne sminuisce il valore simbolico?
E poi perché per il soldato italiano in missione in Afghanistan sì e - putacaso - l'operaio che lavora a una grande infrastruttura e cade dall'impalcatura no? Entrambi sono morti sul lavoro ed entrambi - sì, anche il manovale - portavano avanti un'attività per il bene italiano (sull'utilità degli interventi dell'esercito ci sarebbe tanto da discutere, almeno a mio parere, ma ai fini del concetto che voglio esprimere partiamo pure dal presupposto che).
Oppure: perché Cossiga sì e Fanfani no?
Infine, un'ultima cosa. Il minuto deve essere di silenzio, non di applausi. L'applauso è una roba che abbiamo mutuato dagli spettacoli, dalla televisione. Si applaude cosa? La dipartita del personaggio? Quel che ha fatto in vita? O il minuto di silenzio stesso?

venerdì 8 ottobre 2010

In italiano sarebbe "il tartaruga"

Non sto scherzando, né - tantomeno - voglio fare dell'ironia su una vicenda triste e dolorosa che da ben ventisette anni coinvolge una famiglia.
Però mi ha colpito il fatto che servizi segreti, poliziotti, magistrati possano essere stati tenuti in scacco, circa il destino di Emanuela Orlandi, da un tale noto come "er Gnappa". Secondo me, la dice lunga su che cavolo di Paese siamo e su come funzionano le istituzioni che dovrebbero garantire la nostra sicurezza.

giovedì 7 ottobre 2010

Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Emma Marcegaglia

Non so come andrà a finire questa inchiesta che riguarda i vertici del Giornale, se finirà anch’essa in una bolla di sapone (come non raramente succede quando c’è di mezzo il pm Woodcock) oppure no.
Però la mia curiosità mi ha spinto a fare una piccola indagine con l’aiuto di quella fantastica fonte di notizie che è la rassegna stampa della Camera.
L’atteggiamento del quotidiano di Feltri nei confronti della presidente degli industriali fino al settembre 2010 è sempre stato più che benevolo. Le sue proposte piacciono al punto che si rimarca che Berlusconi la vuole come vicepresidente del Consiglio (14 ottobre 2009) oppure ne viene elogiato “il coraggio di fare un accordo separato dalla Cgil, con innanzitutto Cisl e Uil, sulla contrattazione nazionale, così da spingere il mondo delle imprese e del lavoro a fare il proprio mestiere sindacale, invece d’immergersi nei giochetti politi cisti subordinati alla Cgil tipici della precedente gestione confindustriale” (22 dicembre 2009). La figura di Emma Marcegaglia viene peraltro spesso contrapposta a quella di Luca di Montezemolo, freddino nei confronti del più grande presidente del Consiglio degli ultimi centocinquant’anni: “I pasticci combinati dalla Confindustria pro-Fiat e pre-Marcegaglia” (19 gennaio 2010) non ci sono più, secondo i solerti giornalisti del quotidiano fratello. Anzi, “l’energica presidente degli industriali italiani (…) non ci fa rimpiangere proprio nessuno” (11 aprile 2010). Quando Berlusconi tenta di irretirla con l’offerta del ministero dello Sviluppo economica e la numero uno di viale Astronomia risponde picche, Nicola Porro cerca di capirne le ragioni: “è difficile capire cosa sia oggi la Confindustria: stretta tra una rappresentanza delle grandi imprese, con un grande peso delle ex partecipazioni statali, e la voglia di rappresentare anche le piccole. La Marcegaglia ha intuito che deve dare un segno, il 90 per cento, dei più piccoli” (16 maggio 2010). Però il rifiuto brucia e lo stesso Porro lancia il segnale: “La Marcegaglia predica bene, ma… / Il presidente degli industriali invoca responsabilità sui conti. Eppure nel suo giornale fa il contrario” (titolo del 28 maggio 2010). Nei mesi immediatamente successivi, comunque, torna un cielo abbastanza sereno, anche perché l’ufficio studi di Confindustria rivede al rialzo le stime di crescita sì da poter titolare “Confindustria: recessione finita, l’Italia riparte” (25 giugno 2010) e la sua presidente riconosce che le richieste degli imprenditori sono state accolte nella manovra finanziaria (6 luglio 2010).
Ma il 15 settembre accade qualcosa: Emma Marcegaglia sottolinea che i conflitti interni all’esecutivo non aiutano la crescita del Paese e il governo stesso forse non ha più la maggioranza. Il giorno successivo è quello dell’intercettazione woodcockiana e dell'sms di Nicola Porro. La presidente degli industriali rilancia il 25 stroncando uno dei tormentoni governativi (“quando si dice che siamo andati meglio di altri Paesi, non è vero: siamo stati fortemente colpiti dalla crisi”, afferma a Viareggio) e poi di nuovo il 26 settembre: “la pazienza è finita, il governo lavori”. Ed ecco che Il Giornale parte lancia in resta. La “energica presidente degli industriali italiani” diventa più semplicemente e sprezzantemente “la signora Marcegaglia”, mentre la crisi della politica altro non è che lo specchio di tutta una classe dirigente: per dirla con Marcello Veneziani “mi guardo intorno e vedo che cos’è oggi la magistratura, cosa sono i giornali, cos’è la cultura, cos’è l’imprenditoria signora Marcegaglia” (27 settembre 2010). Peggio: “Emma copia Bersani” (28 settembre 2010) dicendo che la pazienza è finita. Colei che sembrava una superfan di Berlusconi – e quindi andava trattata bene – ha saltato il fosso. La manager che stava dando un segno ai piccoli imprenditori è svanita d’incanto: “La Confindustria da un po’ di tempo è diventata ancor più l’associazione delle grandi imprese, parapubbliche” (26 settembre 2010).

Al di là dei possibili sviluppi giudiziari, al di là che ci siano o meno reati (e non spetta certo a me stabilirlo), quel che emerge è un giornalismo che non è nemmeno più fazioso, non è nemmeno più giornalismo. Ogni giorno vengono pubblicate trenta, quaranta, cinquanta pagine e vendute in edicola non per informare, raccontare e anche esprimere delle opinioni condivisibili o non condivisibili, ma per fare una lista dei buoni e dei cattivi. I primi da elogiare e premiare, i secondi da sputtanare e denigrare.
Una deriva confermata dalla celebrità che sta abbracciando giornalisti che, in altri tempi, sarebbero rimasti nel limbo dell'anonimato e oggi invece assurti a star televisive soltanto grazie a interventi sempre sopra le righe e provocatori, specializzati nell'alzare polveroni.

mercoledì 6 ottobre 2010

I motivi di una lite

Mi sono appena guardato e riguardato il video dello scontro tra il ministro Bondi e il viceministro Urso a Otto e mezzo. Nella mia ingenuità pensavo di assistere a un duello ruspante, sì, ma nel quale venisse fuori pure qualche contenuto. Che si capisse, insomma, l’oggetto del contendere.
Invece, in quei due minuti e cinquantasei secondi di triste spettacolo, ho assistito a due esponenti dello stesso governo che fanno quanto segue:
* uno si rivolge all’altro dandogli del “lei”, l’altro gli dà del tu;
* uno dice che Fini è stato espulso dal PdL, l’altro nega che ciò sia avvenuto;
* uno accusa l’altro di criticare il governo di cui fa parte, l’altro rinfaccia al primo di avere un doppio incarico;
* uno lamenta che l’altro è aggressivo e questi ribatte che di fronte ha un ipocrita;
* uno dice che l’altro non ha un pensiero suo e l’altro conclude che non parteciperà più a un dibattito in cui sia presente quella persona.
A un certo punto lo scontro sembrerebbe prendere una piega più dignitosa, con il discorso che scivola su Sarkozy e le politiche sull’immigrazione. Ma è soltanto un attimo e il capitolo – in realtà soltanto un pretesto per brandire una clava qualsiasi contro il proprio interlocutore – viene chiuso quando uno dei due afferma di essere cattolico: non sappiamo cosa c’entri l’essere cattolici in un contesto del genere, ma lo dice.

Ho scritto che ho guardato e riguardato il video. Dopo la prima volta ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di anomalo in quel battibecco. Riguardandolo, ho capito cosa: l’assenza non soltanto della politica, ma pure – e questo è il peggio – della passione politica. E’ la degenerazione di una degenerazione, quella che i francesi chiamano la “politique politicienne”: qui siamo a un gradino ancora più basso.
Bondi e Urso non hanno niente da condividere, perché non hanno niente da offrire in termini di contributi di idee e di soluzioni ai problemi dei cittadini. Non hanno baruffato per passione per la politica (al massimo, per la passione per un politico). Il loro è stato un litigio fine a sé stesso, quasi come se soltanto litigando e insultando avessero una loro ragion d'essere. E se da Bondi non mi aspetto, tutto sommato, niente più di questo, devo dire che i finiani confermano, ogni giorno che passa, che la loro proposta politica attualmente è soltanto una scatola vuota, che riscuote consensi giusto perché oltre che a sinistra e al centro, adesso pure a destra qualcuno (non abbastanza, per la verità) comincia a non poterne più di Berlusconi e dei cortigiani che gli ronzano intorno.

lunedì 4 ottobre 2010

Al nuovo ministro

Il vispo Romani
Scelto nel gruppo
Con poca sorpresa
Andò allo Sviluppo
E tutto giulivo
Sentendosi vivo
Gridava disteso:
“L’ho preso! L’ho preso!”

A lui bofonchiando
Berlusca svelò:
“Le antenne e frequenze
Per ora ti do
Ma fai le mie preferenze
Tu sei un maggiordomo
E se non mi assecondi
Vedrai poi che culo ti fò”

“Tranquillo, Silvietto
Siam sempre andati a braccetto”
Il fido Paolino gli disse raggiante
“Il Paese è un po’ mesto
Il destino è funesto
E le cose da fare son tante
Ma a noi cosa importa?
Assaggia ‘sta fetta di torta!”

domenica 3 ottobre 2010

Il clima è questo

Non voglio fare illazioni, lanciare sospetti, fare dietrologie. Tantomeno minimizzare episodi che sono avvenuti l'altra notte a Milano.
Dico soltanto che il clima è talmente avvelenato - e ad avvelenarlo hanno provveduto pure quelli che dicono che bisogna abbassare i toni, oltre a quelli che attribuiscono, ingiustamente e strumentalmente, la colpa a Di Pietro o a Fini - che:
* se si scopre che Maurizio Belpietro ha subito veramente un agguato, ci sarà sempre una parte che crederà che in realtà si tratti di un finto attentato, magari architettato da lui stesso;
* se si scopre che l'uomo della scorta si è inventato tutto o che il tipo dell'identikit era lì per fare soltanto una rapina, ci sarà sempre una parte che crederà che i magistrati di sinistra (Spataro! Spataro! Al lupo! Al lupo!) non indagano come dovrebbero per ostilità verso il direttore di Libero.

venerdì 1 ottobre 2010

Osservatorio minzoliniano / 7

Non credo che Augusto Minzolini legga questo blog, ma qualcuno deve averlo informato che non va bene celare ai telespettatori le notizie provenienti dall'Istat sull'andamento della disoccupazione in Italia. E così stasera ha dedicato agli ultimi dati un bel servizio di approfondimento con tanto di intervista al ministro Sacconi: giusto, un calo dello 0.2% dei senza lavoro nel mese di agosto andava celebrato degnamente.

Non tutti abbiamo la stessa reazione

Io li ho visti i video di Berlusconi che racconta barzellette (a quando quella sulla gara mondiale di scopatori all'Empire State Building?*) e attacca i magistrati in maniera vergognosa. Io mi sono indignato. Sono arrossito al pensiero che costui è la quarta istituzionale dello Stato. Ho immaginato che questo tizio solamente poche ore dopo si sarebbe vantato pubblicamente di aver salvato il sistema bancario statunitense.
Però il punto è che la gente intorno a lui - che non aveva l'aria di essere un gruppo di zotici ignoranti venuti giù dai monti - non aveva di queste reazioni. Anzi. E non era cortesia istituzionale, no!

*esiste veramente, questa barzelletta.