martedì 30 novembre 2010

Ma basta! Fatela finita!

Magari quelli di De Marchis su Repubblica e Imarisio sul Corriere della Sera di stamani sono i soliti articoli di retroscena che lasciano il tempo che trovano.
Ma magari no.
E purtroppo temo che sia "magari no".
Ecco, il prossimo dirigente del Partito Democratico che si chiede per quale cacchio di motivo anche se il PdL arretra l'opposizione rimane ferma al palo, bisognerebbe che si leggesse questi due articoli. Pure se le cose stessero diversamente, perché lo scenario descritto è comunque credibile. Davvero non se ne può più di D'Alema, di Veltroni e anche di Chiamparino: ci fosse in Italia un sondaggista serio, valuterebbe quante decine di migliaia di voti recupera Berlusconi ogni volta che uno di loro rilascia un'intervista o elabora una strategia politica.

lunedì 29 novembre 2010

L'ineffabile Granzotto

Sul Giornale di oggi l’ineffabile Paolo Granzotto commenta il referendum svizzero sui reati degli immigrati. Lo fa in pieno stile feltrisallustiano. Un quarto dell’editoriale serve così a spiegare la sua idea, ossia che è giusto che se uno è immigrato e commette un reato, sia espulso e rinchiuso nelle patrie galere, le quali – sottolinea Granzotto – “a confronto di molte delle nostre, di galere, assomigliano più a un grand hotel”. I restanti tre quarti dell’editoriale sono invece soltanto una scusa per definire in vario modo coloro che si sono opposti alla proposta di espellere dalla Confederazione gli immigrati condannati in via definitiva. Le definizioni sono le seguenti: predicatori della fulgida bellezza della società multiculturale; paladini dell’integrazione forzosa; apostoli del buonismo (il buonista, nella scala dei disvalori feltrisallustiani, è una sorta di coglione antiliberale e si colloca, in ordine di nefandezza, subito dopo il distributore di copie gratuite di “Lotta comunista” e subito prima del serial killer); frisson terzomondisti (il terzomondista, invece, viene immediatamente dopo il serial killer e appena un gradino sopra il pedofilo). Nel dare atto a Granzotto che la fantasia non gli manca, forse sarebbe il caso di ricordargli qualche fondamentale – per niente fantasioso – dello Stato di diritto.
Dicesi “Stato di diritto” quell’ordinamento giuridico dove la legge è uguale per tutti.
Dicesi “garantista” colui che ha a cuore l’insieme delle garanzie costituzionali a tutela della libertà dell’individuo (sia esso un poveraccio o un presidente del Consiglio) contro tutti i possibili arbitrii, a partire da quelli dell’autorità costituita.
Dicesi “articolo 27 comma 3 di una moderna Costituzione democratica” quel principio in base al quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Ora, per quale cacchio di motivo ci debba essere una pena aggiuntiva per una persona solamente perché essa ha il passaporto diverso e ci si debba anche compiacere che essa ne soffra, non l’ho ancora capita.
Sai cosa? Mi piacerebbe che il primo delinquente a far le spese della nuova normativa svizzera per poi scontare la pena nella patria galera, possibilmente gettando via la chiave, fosse un tizio di Cassano Magnago (Varese) o di Calcinate (Bergamo) o, meglio ancora, di Adro (Brescia).

sabato 27 novembre 2010

Se Grillo scopre il made in Italy

Grillo oggi se la prende con la delocalizzazione.
Problema importante, per carità. Soltanto che la sua ricetta per superare gli effetti negativi è la seguente: "quante aziende italiane hanno delocalizzato la produzione all'estero in nome della globalizzazione e continuano a vendere con il marchio "Made in Italy"? Il "Made in Italy" non è di proprietà delle aziende, ma del nostro Paese. Chi lo usa deve produrre in Italia. Se emigra utilizzi per i vestiti, le auto, i caschi per le moto, le caffettiere, i marchi "Made in China" o "Made in Romania" e vediamo chi comprerà i suoi prodotti (...) E' necessaria subito, per bloccare l'emorragia, una legge che tolga il diritto dell'uso del "Made in Italy" alle aziende che non ne hanno diritto. Oltre al danno della disoccupazione non possiamo subire anche la beffa del marchio abusivo".
Ora. A parte il fatto che l'utilizzo del marchio "made in" è regolato da norme internazionali (cfr. Reg. CEE 382/63 del 27/6/68) e non è che uno lo può cambiare così, perché si sveglia uno da Genova e dice che si cambia; ma il punto vero è che per ovviare alle distorsioni denunciate da Grillo è già da anni attivo il consorzio "100% Made in Italy".
E, caro Grillo, occhio!, perché la legge che tu reclami - peraltro in ottemperanza a una sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità europee che tu denigri -... esiste già: è la 166/2009.

Parla come mangi / Massimo Franco (o: "della difficile vita dell'editorialista al Corriere della Sera")

Come i miei ventiquattro lettori sanno, dispongo di un sofisticato software che mi permette di tradurre in italiano discorsi di politici e articoli di giornalisti che non sempre rispecchiano il reale pensiero dei loro autori o vengono inviati in stampa diversamente da come erano stati concepiti.
Oggi ci occupiamo di un caso umano, Massimo Franco, notista politico del Corriere della Sera, il cui ultimo articolo è stato partorito con grande tormento.
In corsivo, quel che è stato pubblicato.
In blu, il pensiero dell'editorialista.

L’evocazione da parte del governo di un complotto internazionale contro l`Italia è durata poche ore. Ha avuto il sapore di una mossa preventiva e insieme diversiva, ridimensionata da precisazioni imbarazzate. Ma è servita a trasmettere la preoccupazione per le inchieste giudiziarie che riguardano Finmeccanica, azienda strategica per l`economia; e l`agitazione per la pubblicazione di documenti riservati raccolti e mandati in rete dal sito web svedese Wikileaks.
Ferruccio De Bortoli mi ha chiesto il solito editoriale cerchiobottista sull’allarme del governo di un complotto mondiale contro l’Italia. E’ un bel problema… Comunque iniziamo.

È evidente il tentativo di depotenziare l`impatto delle notizie scottanti che potrebbero schizzar fuori da quel frullatore di fango. L`ambasciata statunitense a Roma ha già preavvertito Palazzo Chigi, per evitare malintesi se non veri e propri incidenti diplomatici.
Fanno bene a dire che c’è un complotto.

Ma l`idea di far entrare la divulgazione di questi rapporti in una strategia di delegittimazione del nostro Paese ha subito lasciato perplessi. Primo: si tratta di notizie che promettono di mettere in imbarazzo anche altre nazioni. Secondo: in passato il sito svedese ha pubblicato documenti riservati che hanno creato guai alla stessa America, rivelando segreti militari sulla guerra in Afghanistan.
E comunque, non si capiva come potessero essere ascritti ad un complotto.
Però, a pensarci bene, fanno male a dire che c’è un complotto.

Non si può sfuggire all`impressione che in un momento delicato, col centrodestra in bilico, Palazzo Chigi abbia messo insieme cose molto diverse per togliersi il peso di qualche responsabilità e scaricarla all`esterno.
Sì, dài: fanno male a dire che c’è un complotto.

Ma l`inquietudine per i contraccolpi dell`iniziativa della magistratura su Finmeccanica, con dieci persone accusate di corruzione, è genuina. Il coro del Pdl a difesa di un`azienda che viene identificata con il Paese riflette il timore di perdere colpi rispetto alla concorrenza internazionale: anche se ieri la Borsa ha fatto registrare un aumento del titolo del 2 per cento. Berlusconi definisce l`industria di tecnologie militari «un asset straordinario», e si augura «che le indagini non portino a nulla».
Tuttavia, è comprensibile se parlano di complotto.

Le sue parole provocano la reazione risentita del segretario dell`Anm, Giuseppe Cascini, che difende la magistratura ed invita a non criticarla senza prima conoscere «motivazioni e contenuti» delle indagini.
Benché non è detto che questo complotto ci sia realmente.

Cauto, Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, fa sapere di tenere a Finmeccanica ma anche alla chiarezza. E mentre la tesi del complotto sfuma, assumendo contorni più ragionevoli...
Diciamolo: il complotto è una cazz… è un’ipotesi azzard… è una tesi che sfuma, ecco.

...il premier si concentra sull`emergenza dei rifiuti a Napoli. Stavolta parla di un paio di settimane per rimuoverli dalle strade. Ma soprattutto, annuncia che i governatori leghisti di Piemonte e Veneto non si rifiuteranno più di aiutare il capoluogo campano: smaltiranno una parte dell`immondizia nelle loro regioni. Berlusconi dice di averli chiamati al telefono e convinti.
Probabilmente, è questa l`unica vera arma per sventare presunti attentati all`immagine italiana.
A questo punto dell’articolo mi accorgo che forse mi sono sbilanciato un po’ troppo per cui devo riequilibrare. Vediamo come. Ecco, ci sono: tranquilli, Berlusconi ora risolverà per l’ennesima volta il problema dei rifiuti a Napoli!

p.s.: che faticaccia, lavorare al Corriere!

venerdì 26 novembre 2010

Se Grillo scopre il cuneo fiscale

Mi capita spesso di criticare su questo blog Beppe Grillo. Come ho avuto modo di scrivere anche recentemente, lo faccio mica perché le sue proposte siano talebane o terroristiche. Tutt’altro. Però sono fuorvianti, questo sì. Inculcano concetti che non sono veri. Banalizzano in modo fallace problemi complessi, facendo pensare che essi possano essere risolti in una certa maniera quando invece non è così. Prendiamo le proposte sull'istruzione del Movimento 5 Stelle: tutte interessanti e affascinanti e pure innovative, per carità, ma assolutamente insufficienti se vogliamo rendere più efficiente e meglio organizzata la scuola.
Oggi leggevo questo post sul blog di Grillo: in Italia, “il costo del lavoro è il più alto in Europa. Se il costo del lavoro è altissimo e in busta paga arriva una miseria bisogna chiedersi "Dove finiscono i soldi?". "Chi intasca parte degli stipendi dei lavoratori al loro posto?". La forbice tra quanto incassa lo Stato e quanto riceve il lavoratore dipendente è enorme. Questo pozzo senza fondo serve a far vivere strutture inutili come le Province, a finanziare cani e porci (tra cui i giornali), a comprare cacciabombardieri. Un milione di persone a vario titolo vive di politica o grazie alla politica. Il lavoratore riscuote un terzo del reddito prodotto. I due terzi vanno alla macchina del magna magna, ai parassiti del Paese. Neppure Al Capone chiedeva tanto. Al confronto, il pizzo mafioso del 10% è generosità allo stato puro”.
Ora. Il problema che Grillo pone è reale e fa bene a denunciarlo: il costo del lavoro in Italia è eccessivamente alto e abbiamo estremo bisogno di diminuirlo. Non è una novità, intendiamoci: la campagna elettorale di Prodi del 2006 fu in gran parte incentrata su tale questione.
E’ il seguito di quel che scrive che non sta in piedi.
Perché se anche diamo per vero che il lavoratore riscuota un terzo del reddito prodotto (ma non è così. E il cuneo fiscale – cioè la differenza tra il costo del lavoro e il reddito netto percepito – varia a seconda del tipo di lavoro, di contratto, di settore), è falso che i restanti due terzi vadano “alla macchina del magna magna, ai parassiti del Paese”. Scrivere questo significa essere dei bugiardi oppure dei disinformati. Perché una bella fetta del cuneo fiscale è composta da contributi sociali e previdenziali. Ossia, nel primo caso: soldi che i lavoratori versano per coprirsi se si ammalano o se si infortunano mentre svolgono la loro attività professionale, o ancora se l’azienda li mette in mobilità o in cassa integrazione. Nel secondo caso: soldi che i lavoratori versano per la propria pensione. Che per la generazione di coloro che leggono il blog di Grillo sarà miserrima. Togli loro (anzi: toglici, ci sono anch’io tra costoro) pure quei versamenti e siamo alla fine.

Poi: che il sistema debba essere razionalizzato e ci siano sprechi da eliminare, nessuno lo nega.
Infine, c’è una parte che è fiscalità in senso vero e proprio: Irap e, soprattutto, Irpef. L’Irap è un’imposta regionale e, in quanto tale, non va a finanziare giornali, né cacciabombardieri: casomai, la sanità. Quanto all’Irpef, certo che andrebbe ridotta. Vorremmo tutti pagare meno tasse. Il giorno che Grillo ci spiegherà in maniera esauriente come farà a ridurre in modo sensibile il costo del lavoro senza toccare i servizi ai cittadini e senza incidere negativamente su deficit e debito pubblico, avrà il mio voto. Propagandare che basta eliminare le province e risparmiare un miliardo e trecentotrenta milioni di euro tra rimborsi elettorali ai partiti e contributi all’editoria per risanare i conti dello Stato, significa però raccontare che è possibile vuotare l’Oceano Pacifico con un cucchiaino.
Mi si dirà: intanto Grillo ha posto il problema. Sì, ma se i dati sono falsi...
(immagine tratta dal blog di Stefano Superina)

giovedì 25 novembre 2010

Scusi, lei è favorevole o contrario?

In questi giorni il Parlamento sta cancellando una delle lenzuolate bersaniane, quella che aboliva le tariffe minime per gli avvocati. Verranno reintrodotte.
Ovviamente, non tutti sono d’accordo. Per esempio, quel tizio che stamani ha dichiarato al Corriere della Sera: “Questa è una piccola grande guerra tra le corporazioni, detto nel senso positivo per carità, e i processi di liberalizzazione. Personalmente, penso che sarebbe meglio rimanere con il vecchio regime”. Cioè con la riforma Bersani. Ora, si dà il caso che questo tizio non sia un bischero qualunque che gira per le strade: è il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, ossia colui che ha la diretta competenza sulle liberalizzazioni e sulla regolamentazione dell'attività degli ordini professionali.
E' che le corporazioni, in senso positivo per carità, non è proprio possibile ignorarle, specialmente ora che il 14 dicembre si avvicina minaccioso. Per cui, lui personalmente pensa una cosa, ma pubblicamente lascia che se ne voti un'altra.
La sua dichiarazione, metà fatalista e metà menefreghista, è il miglior riassunto di due anni di governo: tutto quel che non riguarda direttamente le aziende di Berlusconi e i processi di Berlusconi e le convenienze di Berlusconi è emendabile, superabile, contrattabile.

mercoledì 24 novembre 2010

La sai l'ultima? Barack Obama è un piduista (e pure Zapatero)

Un anonimo, che ha mal digerito una mia critica a Beppe Grillo (una delle tante e nemmeno la più forte) stamani ha postato un commento su questo blogghettino. A un certo punto ha scritto:
"Sappi solo che il bipolarismo (centro-destra/centro-sinistra) era ed è una tappa del piano di rinascita democratica della P2 (Licio Gelli). Definito anche Golpe dolce".
Mi sto chiedendo: mi sta prendendo in giro, è un troll o in Italia ci sono persone che veramente credono a certe robe?

martedì 23 novembre 2010

Sotto la monnezza

Io della vicenda rifiuti a Napoli ne so e ne comprendo il giusto (cioè poco). Quindi lascio la parola a chi, in tempi non sospetti, ne sapeva da par suo.

Un altro fatto importante è la soluzione dell’emergenza rifiuti in Campania. Non c’era nessuno disposto a scommettere sul nostro successo. Eppure oggi Napoli e la Campania non hanno più rifiuti in strada, dopo mesi in cui l’irresponsabilità del governo Prodi aveva trasformato una intera regione in una discarica a cielo aperto e aveva così prodotto il più grave danno di immagine internazionale che mai l’Italia avesse subito”.
Vinceremo le regionali. E ciò grazie all’impegno di Berlusconi per risolvere in tempo record l’emergenza rifiuti. I napoletani e i campani gli sono grati".
Il governo ha risolto l’emergenza rifiuti”.
Il popolo ha ammirato la gestione dei rifiuti a Napoli”.
Azione del governo molto efficace specialmente sull’emergenza rifiuti a Napoli”.
Berlusconi ha risolto l’emergenza rifiuti con idee del governo Prodi, solo che Prodi era un pappamolle, neanche è mai andato a Napoli”.
"Ha un che di deliziosamente grottesco l'esternazione di Romano Prodi, quella secondo cui il suo governo avrebbe ripulito Napoli e quello di Berlusconi si sarebbe limitato a lucidarla"

Se pensate che queste cose le abbia dette Bertolaso o Bondi siete fuori strada.
Solo la prima dichiarazione è attribuibile a Silvio Berlusconi.
Le altre sono, rispettivamente, di Mara Carfagna, Italo Bocchino, Fabio Granata, l'editorialista del Sole 24 Ore Stefano Folli, il giornalista Rai Michele Santoro e il giornalista del Fatto Quotidiano Luca Telese.

lunedì 22 novembre 2010

Una classe dirigente all'altezza

In questi giorni sto cercando di inquadrare meglio quel che accade al governo e dintorni. Ma non è mica facile.
Prendiamo Casini, per esempio. Prima era Berlusconi che lo voleva nel Governo e lui faceva il prezioso; poi era Fini e a fare il prezioso a questo punto era Berlusconi; ora è Casini stesso che si dice possibilista (a patto che...), ma pare che sia Bossi a nicchiare.
O la vicenda Carfagna. Prima è stata lei a minacciare le dimissioni quando è stata attaccata da Alessandra Mussolini. Poi è stata Alessandra Mussolini che, sentendosi offesa, ha minacciato di non votare la fiducia.
Montezemolo critica per settimane e settimane, poi se ne esce dicendo che spera che il governo ottenga la fiducia e possa governare.
Leggo i giornali e ogni retroscenista ha la sua personalissima rappresentazione da proporre a noi spettatori sciocchi. Cerco pure di orientarmi tra un termovalorizzatore da costruire e una manovra finanziaria da approvare, ma ogni giorno è sempre più difficile.
Il mio timore è che ormai sia sempre più complicato capire e distircarsi non soltanto per me, povero bischero di provincia, ma pure per chi ha la presunzione di essere qui e ora, in Italia nel 2010, classe dirigente.
Anzi, più che un timore è una quasi certezza.
(questo post è stato modificato per qualche errore di troppo, credo figlio di un ponce al mandarino fuori orario e un po' troppo carico)

venerdì 19 novembre 2010

Sempre più in alto!

Se dieci anni fa mi avessero detto che Mara Carfagna sarebbe diventata ministro mi sarei scompisciato dalle risate.
Ma se dieci anni fa mi avessero detto che tutto il governo si sarebbe mobilitato per evitare che Mara Carfagna si dimettesse da ministro...

EDIT: ...e se un anno fa di questi tempi mi avessero detto che sarebbe stata lei un'altra vittima della campagna di fango del Giornale...

Sembra oggi

Gli ultimi fatti della vita italiana ripropongono il problema di una esegesi del Risorgimento svelandoci le illusioni e l'equivoco fondamentale della nostra storia: un disperato tentativo di diventare moderni restando letterati con vanità non machiavellica di astuzia, o garibaldini con enfasi tribunizia.
La libertà di cui qui si discute contro i sogni di assolutismo dei nuovi Signori, non deve dunque confrontarsi con le verbose passioni dei radicali che offrono nel mazzinianismo la misura della loro impotenza.
L'Italia politica deve cercare nella libertà una virtù di Stato meno volgare della servile disciplina imposta da una milizia. Il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità: il vizio storico della nostra formazione politica consisterebbe nell'incapacità di pesare le sfumature e di conservare nelle posizioni contraddittorie un'onesta intransigenza suggerita dal senso che le antitesi sono necessarie e la lotta le coordina invece che sopprimerle.
La dignità di questi metodi liberali repugna alla filosofia dei dittatori, teorici di un governo polemista e ignoranti delle recondite doppiezze dell'arte demiurgica.
Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l'assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l'ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un'attività economica moderna e di una classe tecnica progredita (lavoro qualificato, intraprenditori, risparmiatori): che dovevano essere le condizioni e le premesse di una lotta politica coraggiosa, strumento infallibile per la scelta e il rinnovamento della classe governante.

(Piero Gobetti, "Problemi di Libertà", in La Rivoluzione Liberale, 24 aprile 1923, p. 45)

giovedì 18 novembre 2010

Il rischio che corro

Anche Marco Travaglio ha commentato la lista “dei bolliti” Fini e Bersani. Ovviamente, la sua requisitoria è molto più interessante della mia. Soprattutto perché ha preso in considerazione anche il segretario del Partito Democratico e i suoi commenti sono un po’ un’antologia degli artifici retorici utilizzati, anche da lui, ma non soltanto da lui, contro quel partito: il doppiopesismo, l’effetto parafulmine e la menzogna pretestuosa.

Doppiopesismo
Quando si vuol criticare il PD è d’obbligo rinfacciare ai suoi dirigenti errori che, talvolta, si perdono nella notte dei tempi: nel 1994 Violante fece... nel 1998 D’Alema dichiarò... nel 2005 Fassino disse. Il tutto con una severità sconosciuta quando si tratta di giudicare altri leader del centrosinistra: difficile che qualcuno rinfacci a Vendola, per esempio, di aver votato contro il governo Prodi nel 1998 facendolo cadere. O all’Italia dei Valori di essersi astenuta su Schifani presidente del Senato (comportamento invece più volte rimproverato al PD).
Tale artificio retorico ha comunque una motivazione facilmente comprensibile: c’è tutto un gruppo dirigente piddino talmente screditato che non viene proprio dal cuore difenderlo. Altri leader dell’opposizione – a torto o a ragione – hanno ancora una base di credibilità tale che siamo disposti a perdonargli anche le conferenze stampa congiunte con i ministri della Repubblica per sostenere provvedimenti governativi.

Effetto parafulmine
Di chi è la colpa se Mastella è diventato ministro della giustizia? Ma del PD, ovviamente. Oppure: che importa se nel biennio 2006-2008 i rapporti di forza al Senato erano tali che era un calvario approvare le leggi facili, figuriamoci quelle difficili? E’ chiaro che se la norma sul testamento biologico non fu approvata la colpa fu del PD e non di altri.
Ma anche questo artificio retorico ha una motivazione comprensibile, benché un po’ forzata. Ed è la solita di prima: ci sono esponenti politici (da D’Alema in giù) che sono talmente antipatici e hanno combinato talmente tanti pasticci in questi ultimi tre lustri, che viene quasi spontaneo addossare a loro pure le colpe che non hanno.

Menzogna pretestuosa
Ecco, qui il terreno si fa più scivoloso. Perché se io, elettore di centrosinistra, compro – chessò – Il Fatto Quotidiano e, leggendo l’articolo del suo vicedirettore, deduco che il PD vuole “riempire l’Italia di inceneritori e centrali a carbone”, nonché privatizzare l’acqua “e magari anche l’aria”, beh, il discorso cambia. Perché se non vado a informarmi altrove per capire se ciò corrisponde a realtà, poi non scopro che le cose non stanno proprio esattamente così.
Ora, se una roba del genere la leggessi su Libero o su Il Giornale, non mi stupirei. Si sa quali sono i metodi che circolano in certe redazioni. Mi fa un po’ specie leggerla su quotidiani di sinistra. Perché, escludendo l’ipotesi della malafede, resta in piedi soltanto quella del pressapochismo, della superficialità, delle cose scritte tanto per sentito dire senza prendersi la briga di verificarle. Non esattamente il meglio che uno si aspetta da giornalisti sedicenti liberali, democratici e indipendenti.

O da blogger che pensano di essere i migliori del globo terracqueo e che, proprio oggi, offrono un perfetto esempio di menzogna pretestuosa (pure doppia: perché, per distinguersi, se la prendono con tutto il centrosinistra, ma addossando la colpa al solo PD. Anzi: PDmenoL, come dicono loro).

Mi chiedo dove finiscano le colpe dei comunque indifendibili dirigenti piddini e dove inizino altri fattori: certo, se continuiamo a far così ci sarà da stupirsi se il PD riuscirà a tornare sopra il 25% dei voti.
Però, più che di questo, io mi preoccupo di un’altra cosa. Poiché mi conosco ho una grande paura. Davvero, un timore enorme. Che continuando di questo passo, a forza di leggere certe stronzate, alla fine mi diventino simpatici pure D’Alema e Latorre.

martedì 16 novembre 2010

Io non sono di destra

Dopo l’enunciazione dei valori di destra letti da Gianfranco Fini ieri sera a Vieni via con me, oggi ho letto varie persone – sia su facebook che sui blog – che dicono: “ehi, ma sono di destra anch’io, allora!”.
Mi sono chiesto se è la solita storia della suggestione per il personaggio appena appena carismatico (quel che Bersani non è) che il sistema mediatico ci propone, oppure se le cose stanno realmente così. Così me lo sono riletto tutto, il discorso di Fini.

Per la Destra è bello, nonostante tutto, essere italiani. E’ un piccolo privilegio, perché la nostra Patria, a Palermo come a Milano, ha un patrimonio culturale e paesaggistico che il mondo intero ci invidia.
A me, di essere italiano perché abbiamo un patrimonio culturale e paesaggistico che il mondo intero ci invidia, importa francamente un fico secco. Mi pare una frase retorica che, in quanto tale, suona bene, ma non ha senso.
A me, anzi, essere italiano a volte fa abbastanza schifo: ieri sera, per esempio, mi è successo quando ho sentito Saviano raccontare dei bunker della criminalità organizzata (attiva a Palermo come a Milano), ma anche quando la ragazza precaria ha fatto la lista dei no che ha ricevuto sul lavoro e quando Fazio ha ricordato certe frasi di parlamentari – per niente onorevoli – su Eluana Englaro. Insomma, sarà bello per Fini essere italiani, ma vada a dirlo a tutti quei giovani e meno giovani che per trovare un lavoro degno della loro intelligenza e del loro talento sono stati costretti ad emigrare all’estero.

Anche per questo, essere di Destra, vuol dire innanzitutto amare l’Italia, e aver fiducia negli italiani, nella loro capacità di sacrificarsi, di lavorare onestamente, di pensare senza egoismi al futuro dei propri figli, di essere solidali e generosi.
Mi spiace, ma se essere di Destra significa aver fiducia negli italiani e nella loro capacità di pensare senza egoismi al futuro dei propri figli, io sono di sinistra. Personalmente, ho fiducia negli italiani quanta ne ho nei francesi, nei tedeschi e negli inglesi. E forse anche Fini tutta questa fiducia nell'onestà degli italiani non l’ha, se ha votato – e più di una volta – lo scudo fiscale nei termini in cui lo ha votato.

Perchè, per la Destra, sono generosi i nostri militari che in Afghanistan ci difendono dal terrorismo, come lo sono le centinaia di migliaia di donne e di uomini che ogni giorno e gratis fanno volontariato per aiutare gli anziani, gli ammalati, i più deboli.
L’accostamento mi pare azzardato. Se non lo è, che la Destra proponga di fare un minuto di silenzio allo stadio la prossima volta che uno del volontariato muore mentre sta andando ad aiutare un anziano.

E, per la Destra, sono solidali, e meritevoli di apprezzamento, le tante nostre imprese e le tante famiglie che danno lavoro agli immigrati onesti, i cui figli, domani, saranno anch’essi cittadini italiani.
Francamente, non trovo niente di particolarmente meritevole (né di biasimevole, intendiamoci) in un'azienda che assume un immigrato onesto: se il lavoratore ha voglia di lavorare, è onesto, è professionale, all'azienda (e al politico di destra) dovrebbe essere del tutto indifferente che sia nativo italiano o immigrato. Però, mi rendo conto che una frase del genere, detta in televisione dal coautore della legge sull'immigrazione, la sua porca figura la fa.

Ma oggi, nel 2010,per crescere insieme, per essere davvero unito, per sentirsi comunità nazionale il nostro popolo non può confidare solo sulla sua generosità. Ha bisogno di Istituzioni politiche autorevoli, rispettate, giuste.
E quindi, nel rispetto del principio che una istituzione politica sia autorevole, rispettata e giusta, la terza carica dello Stato (e pure la seconda, a onor del vero) è tutto fuorché neutrale.

Per questo, Destra vuol dire senso dello Stato, etica pubblica, cultura dei doveri.
E io che pensavo che senso dello Stato, etica pubblica e cultura dei doveri fossero valori di tutti, dal Centro alla Sinistra alla Destra, senza distinzioni.

Per la Destra lo Stato deve essere efficiente ma non invadente, spendere bene il danaro pubblico senza alimentare burocrazia e clientele.
Già: peccato che da Destra non si sia alzata una voce contro i tagli all’Università e alla scuola pubblica, mentre le risorse per la privata si son sempre trovate. No, così, giusto per ricordare che non vanno alimentate le clientele (e taccio sui tassisti romani).

Per la Destra, è lo Stato che deve garantire che la legge è davvero uguale per tutti, che deve combattere gli abusi e il mal costume, che deve valorizzare l’esempio degli italiani migliori.
Ecco, su questo sono d’accordo. Sì, su questo sono di Destra anch’io. Ma mi chiedo dove era la destra quando venivano votati il lodo Schifani, la ex Cirielli e un’altra decina di leggi ad personam.

Per questo, ad esempio, per la Destra, si dovrebbe insegnare fin dalla scuola, ai più giovani, che due magistrati come Falcone e Borsellino sono davvero degli eroi perché sarà grazie al sacrificio loro e di tanti altri umili servitori dello Stato che un giorno la nostra Italia sarà più pulita, più bella, più libera.
Nessuna obiezione su questo valore. Però se la Destra - e la Sinistra e il Centro - si battesse davvero per la legalità, forse non avremmo bisogno di magistrati eroici.

Perché sarà un’Italia più responsabile, più attenta al bene comune, più consapevole della necessità di garantire che chi sbaglia paga e chi fa il proprio dovere viene premiato. La Destra sa che senza la autorevolezza e il buon esempio delle Istituzioni, senza la autorità della legge, senza una democrazia trasparente ed equilibrata nei suoi poteri non c’è libertà ma solo anarchia, prevalenza della arroganza e della furbizia a tutto discapito della uguaglianza dei cittadini.
Per la Destra, l’uguaglianza dei cittadini deve essere garantita nel punto di partenza, al Nord come al Sud. Per gli uomini come per le donne. Per i figli dei datori di lavoro come per i figli degli impiegati e degli operai.
Da questa vera uguaglianza, l’uguaglianza delle opportunità, la Destra vuol costruire una società in cui il merito e le capacità siano i criteri per selezionare la classe dirigente. La Destra vuole L’Italia un Paese in cui chi lavora di più, e meglio guadagna di più, in cui chi studia va avanti, in cui chi merita ottiene i maggiori riconoscimenti.
Beh, cosa dire? Il tempo in cui i valori di Destra erano che gli insegnanti gay non potevano esercitare quella professione, che Mussolini era il più grande statista del secolo e altre facezie del genere sembrerebbero lontani. Ora siamo al riconoscimento dell'uguaglianza. Quell'uguaglianza che secondo Bobbio era il vero discrimine tra Destra e Sinistra. Il filosofo ricordava anche che "se poi oggi, di fronte a risultati acquisiti e recepiti costituzionalmente (l'articolo 3 co. 2 della Costituzione, il voto alle donne, ndb), non c'è più ragione di distinguere la destra dalla sinistra, non vuol dire affatto che destra e sinistra vi abbiano egualmente contribuito, né che una volta resa illegittima una discriminazione, destra e sinistra vi consentano con la stessa forza di convinzione" (Destra e Sinistra, pag. 133, Roma 1995). Bene ricordarlo, soprattutto in questi giorni in cui lo specchietto per le allodole è molto utilizzato da certi personaggi.

lunedì 15 novembre 2010

Le elezioni si avvicinano

Leggo su Repubblica che l'Italia dei Valori ha iniziato una campagna contro la Lega Nord, per "smascherare le bugie e i falsi spot" che il partito di Bossi "ha raccontato ai cittadini in questi otto anni di governo".
Iniziativa, devo dire, meritoria e giusta, con manifesti appropriati ed anche efficaci.
Eh già, sembra passato un secolo e invece son soltanti sei mesi che il leader dell'Italia dei Valori inciuciava in conferenza stampa congiunta con un ministro della Lega Nord.

E' un segnale anche questo

Che nel bel mezzo di una crisi di governo scoppiata nel bel mezzo di una crisi economica della quale non si intravede la fine, un ministro della Repubblica non trovi di meglio che prendersela con il presidente di una scuderia di Formula Uno rea di aver perso il mondiale (la scuderia; il presidente è reo di aver criticato il governo in tempi non sospetti), la dice lunga sullo stato di degrado civile in cui versa il Paese.

domenica 14 novembre 2010

Come noi da bimbetti

Prima che le fantasiosissime e personalissime interpretazioni della Costituzione prendano definitivamente il sopravvento - e anche per evitare che succeda, come tre mesi fa, di discutere sul niente - sarebbe bene ricordare che sì, in Italia è possibile sciogliere una solo dei due rami del Parlamento (i padri costituenti, inizialmente, avevano addirittura previsto che avessero una durata diversa: Camera dei Deputati cinque anni e Senato della Repubblica sei). Ma si dà pure il caso che quello italiano sia un bicameralismo perfetto in una forma di governo parlamentare. Questo significa che se il Governo viene sfiduciato anche da una sola delle due Camere, è obbligato a dimettersi. E, a quel punto, o se ne forma un altro che ottiene la fiducia di entrambi i rami del Parlamento o si va a votare.
E' l'abc del diritto costituzionale.
Tutto questo per spiegare per quale motivo l'atteggiamento di Berlusconi che vuol sciogliere solamente la Camera che gli fa comodo mi riporta a quando avevo undici anni. Quell'estate, in vacanza da mia nonna in un minuscolo paesino di montagna, scoprimmo il gioco della bottiglia. Eravamo cinque maschietti con due sole ragazze e funzionava così: "se viene Chiara, bacetto; se viene Ettore un calcio nel sedere". Chi girava la bottiglia non perdeva mai. Ecco, uguale. Solo che Berlusconi non ha undici anni.

sabato 13 novembre 2010

Il cielleenne del duemila

Oggi pomeriggio, in città, ho incrociato il mio amico C., mente politica raffinata (non a caso stretto collaboratore di un parlamentare).
Mi fa: "bisognerebbe mettersi nella testa che, ora come ora, l'unica è metter su una sorta di CLN: tutti d'accordo per ricostruire questo Paese dalle macerie berlusconiane".
Ribatto: "pensi che sia possibile? Bisognerebbe che il governissimo assumesse decisioni impopolari".
Lui: "sai, se c'è consenso forte, se tutti sono d'accordo... Come nel 1946, quando ci fu la Costituente"
Ho convenuto con lui.
Poi sono tornato a casa e mi sono ripassato i nomi dei costituenti: Lelio Basso, Arrigo Boldrini, Aldo Bozzi, Piero Calamandrei, Giovanni Carignani, Epicarmo Corbino (pur essendo un liberale, Togliatti non voleva mai perdersi un suo intervento), Benedetto Croce, Giuseppe Di Vittorio, Giuseppe Dossetti, Luigi Einaudi, Vittorio Foa, Antonio Giolitti, Giorgio La Pira, Luigi Longo, Emilio Lussu, Concetto Marchesi, Aldo Moro, Costantino Mortati, Francesco Saverio Nitti, Sandro Pertini, Giuseppe Romita, Meuccio Ruini, Emilio Sereni, Ignazio Silone, Umberto Terracini, Leo Valiani, Ezio Vanoni, Benigno Zaccagnini...
Sarò retorico, ma non vedo abbastanza gente all'altezza di costoro (che pure erano uomini che fecero i loro bravi errori).
Mi è venuto in mente anche quanto racconta spesso un'anziana politica delle mie parti. Quando, nel 1950, fu varata la riforma agraria, De Gasperi disse ai suoi: "amici, questa legge ci farà perdere due milioni di voti. Però va fatta".
Ecco. Temo che manchi questa convinzione.
Al punto in cui siamo, non posso che concordare con Alessandro Gilioli.

(vignetta tratta dal blog di Massimo Bucchi)

venerdì 12 novembre 2010

Primo baratro a destra, questo è il cammino

Sto leggendo un po' di articoli che riguardano il collegamento tra l’evento A (approvazione della finanziaria) e l'evento B (votazione della fiducia al governo).
Davvero: è una roba appassionante e anche, a suo modo, istruttiva. Perché poi, se caliamo nel contesto le varie posizioni – i richiami di Napolitano, le minacce di guerra civile da parte di Berlusconi, le tattiche dei centristi, i retroscena giornalistici sul numero di peones democratici che in caso di elezioni non verrebbero ricandidati – e le possibili conseguenze (se si approva la finanziaria e poi cade il governo; se il governo cade prima della finanziaria; se non si approva la finanziaria né cade il governo; se si approva la finanziaria e non cade il governo) si potrebbe costruire, chessò, un grafico tridimensionale, un algoritmo, qualcosa da farci impazzire anche Piergiorgio Odifreddi o da sovvertire i modellini teorici di Luca Ricolfi.
Mi chiedo anche qual è il luogo comune migliore per descrivere la situazione che si è venuta a creare: maionese impazzita, forse?
Intanto, mentre lo stato dell'economia italiana - ossia, ciò su cui il governo dovrebbe realmente lavorare - è ben descritto in questo articolo sulla Voce, mi pare che la campagna elettorale sia già iniziata (ammesso che quella del 2008 fosse terminata):
la finanziaria ha trovato i soldi per le paritarie – 253 milioni di euro: qualcuno potrebbe obiettare che potevano essere destinati ai precari della scuola pubblica, ma evidentemente quelli son dati per persi alla causa –, la Rai ha già iniziato il periodo di par condicio (valido solamente per il prossimo lunedì su Raitre), Di Pietro prima scrive che “l’ultimo errore da fare è dividerci tra noi” e poi, tre righe sotto, si smarca affermando che “l’Idv non farà parte del governo tecnico, ma lo appoggerà solo dall’esterno e per un tempo limitato di 90 giorni, necessari ad approvare la nuova legge elettorale perché noi non vogliamo entrare in un governo fasullo che pretende di avere il potere senza il consenso dei cittadini”, Grillo se la prende con Nichi Vendola; e insomma gli ingredienti indispensabili per una buona campagna elettorale all’italiana ci sono quasi tutti. Manca soltanto il ritornello sulle tasse e poi siamo a posto per la quarta vittoria in diciassette anni di Silvio Berlusconi.

(anche il grafico è tratto da un articolo della Voce)

giovedì 11 novembre 2010

Nota bene

In questa strana euforia che mi sembra stia contagiando parecchi tra quelli che non vedono l'ora che il governo cada, temo che stiano sfuggendo due particolari.
Il primo è che quando si tratta di Berlusconi, non bisogna mai vendere la pelle dell'orso troppo presto: la rimonta in campagna elettorale 2006 io non l'ho ancora dimenticata.
Il secondo è che quand'anche quest'uomo e la sua corte di yesman incapaci di governare vadano a casa definitivamente, avranno lasciato talmente tante macerie (non soltanto metaforiche) che davvero non vorrei essere nei panni di chi governerà dopo di loro.

mercoledì 10 novembre 2010

Uomini al governo

Ieri sera ho guardato distrattamente Ballarò per un quindici venti minuti. E’ una trasmissione che mi ha stancato da tempo perché generalmente non mi dice niente. Però stavolta ho notato due cose a mio avviso interessanti.
La prima è che erano presenti due esponenti non soltanto della stessa maggioranza, ma proprio del solito governo: uno – Sandro Bondi – è ministro, l’altro – Adolfo Urso – è viceministro. Non so se nel prosieguo della trasmissione abbiano baruffato, come successo tempo fa in altra circostanza (e forse è stato questo il motivo principale per cui sono stati invitati), ma in quello spezzone che sono riuscito a seguire prima che mi venisse l’orchite, si sono comportati come due estranei pur seduti vicini, senza nemmeno il buongusto o il coraggio di guardarsi negli occhi. Mi domando: ma è così anche quando fanno i consigli dei ministri? Se il finiano Ronchi dice una cosa, qual è l’atteggiamento di Bondi e Alfano? Si voltano dall’altra parte, si tappano le orecchie, giocano a filetto con Calderoli?

E poi un’altra cosa mi ha incuriosito. Una volta a parlare di neofascisti al governo erano Il Manifesto, Liberazione, Avvenimenti. Oggi è il direttore del Tempo. E l’aspetto ancor più curioso è che, quando parla di neofascisti che grazie a Berlusconi hanno assunto cariche istituzionali, non si riferisce né a La Russa, né a Matteoli.
(la vignetta l'ho "rubata" ad Albertogianfranco Baccelli)

martedì 9 novembre 2010

Quel che non fece il Vesuvio, l'ha fatto Bondi

Non mi intendo di beni culturali, ma così per curiosità mi sono fatto un giretto sulla rassegna stampa degli ultimi anni. Basta digitare le parole “Bondi” e “Pompei”: si trovano cosucce interessanti.

La prima, che da sola basterebbe per scrivere la più argomentata delle mozioni di sfiducia individuali contro il ministro dei Beni culturali, è datata 5 luglio 2008. Dice Bondi: "Voglio lavorare su Pompei come il presidente Berlusconi sta lavorando su Napoli".
E questo ci spiega il motivo del crollo della casa dei gladiatori.

Poiché sono ostinato, proseguo la lettura. 19 luglio 2008: Pompei – precisa il ministro – “è un posto unico al mondo, anzi è patrimonio dell’umanità e il governo deve trattarlo come tale (…) regolarizzeremo gli abusi intorno e dentro gli scavi (…) la nostra è un’assunzione di responsabilità che inizia oggi, non si esaurisce certo. E’ un percorso lungo e difficile. Ma stiamo dando il segnale che non ci rassegniamo all’esistente. Questa Pompei rappresenta l’immagine dell’Italia nel mondo”.
E tre giorni dopo, a proposito della scelta di insediare un commissario per Pompei, Bondi commenta: “non possiamo dire di puntare sul turismo se lasciamo le vetrine culturali dell’Italia nelle condizioni di Pompei. Nessuno ha mai fatto niente, io non mi sono rassegnato e ho preso un provvedimento unico nella storia del nostro Paese (…) Credo che il provvedimento per Pompei possa diventare un modello”.
Ora. Uno può dire: ma i soldi sono quelli che sono. Vero. E allora sentiamo ancora Bondi cosa ha da dire in proposito. 8 agosto 2008: “Ritengo che la diminuzione delle risorse statali debba spingere anche il mio ministero a trovare soluzioni nuove ai problemi della tutela e del sostegno alla cultura. In sostanza, i tagli possono diventare l’occasione per togliere la cultura dalle mani dello Stato, per coinvolgere i privati e gli enti locali nella gestione dei beni culturali”. E, a proposito di Pompei, dichiara: “all’estero hanno compreso che in Italia c’è qualcuno che ha cura del nostro patrimonio storico e che prende sul serio lo sviluppo del turismo. Voglio che Pompei diventi il simbolo di un nuovo impegno per la valorizzazione e una più efficace gestione dei nostri beni culturali”.
A questo punto si potrebbe ancora obiettare: non son cose che si risolvono in tre mesi. Verissimo. Il 27 agosto 2008, sempre a proposito di Pompei, spiega però che “il commissario sta operando con efficacia, e credo che in poco tempo l’area archeologica sarà riportata in condizioni di piena efficienza. Questa è la condizione essenziale per affrontare la fase successiva che prevede una gestione più manageriale del sito e della sua migliore valorizzazione turistica”.
Il ministro che valorizza Pompei non teme nemmeno i rischi dovuti al degrado dei resti archeologici: “In realtà Pompei non si sta affatto sbriciolando (…) sono decine le ville già restaurate che si dovrebbero rendere disponibili al pubblico”.
Okay, d’accordo. Ma i soldi... “Non è un problema di soldi. Questo è un alibi”.
Il 5 ottobre 2008 prosegue l’ottimismo bondiano: “Ritengo che Pompei possa diventare un modello per l’Italia di gestione e di valorizzazione economica e turistica del nostro patrimonio artistico”.
E dopo questa dichiarazione definitiva ammetto che ho interrotto la mia piccola ricerca sulla rassegna stampa.

lunedì 8 novembre 2010

Un uomo in confusione

L'inadeguatezza di Sandro Bondi a qualsiasi ruolo politico amministrativo di rilievo è evidente dalla lettera pubblicata ieri da Il Giornale.
Il contenuto della missiva non riguardava il crollo nel sito archeologico di Pompei, unico argomento sul quale uno che di professione fa (dovrebbe fare) il ministro dei Beni culturali, considerato il modo in cui ha gestito la situazione in questi anni, avrebbe avuto il dovere civico di intervenire per esprimere un solo concetto: "scusate tanto, mi dimetto".
Tutt'altro.
Come se niente fosse, il più grafomane dei ministri della Repubblica dal 1946 ad oggi ha deciso che ieri era il giorno giusto per pontificare di leggi elettorali. L'aspetto paradossale è che lo fa in modo insulso e, addirittura, controproducente per la sua parte.
C'è un passaggio illuminante: "se dovessimo tornare infine ai vecchi e già sperimentati collegi uninominali, l'Italia rischierebbe davvero la spaccatura della propria unità nazionale, dividendosi in tre aree di influenza politica: il nord della Lega, il centro della sinistra e il meridione dei notabili locali e dei movimenti secessionisti". Insomma, senza farla troppo lunga, il partito italiano più votato è talmente poco radicato sul territorio che una sola modifica alla legge elettorale ne sancirebbe la subalternità ad altre forze politiche più organizzate.
Dico davvero: fossi un militante di quel partito, venendo a sapere che esso si trova in una tale situazione, chiederei le dimissioni del suo coordinatore.

sabato 6 novembre 2010

Voler essere altrove

Stamani sono qui a casa mia, a scrivere su questo cacchio di blog, ma avrei voluto essere altrove: a Firenze, alla stazione Leopolda. Ho dato forfait per motivi personali, ma mi sarebbe piaciuto partecipare: un po' per dare continuità alla mia precedente esperienza lo scorso mese di aprile, un po' perché in quella circostanza ci furono ottimi contributi di idee e proposte e a me piace ascoltare idee e proposte (e, seguendo in diretta streaming, mi pare neanche stavolta manchino).
Penso poi che il principale partito di opposizione abbia bisogno di crescere e questo processo non può non passare da un ricambio forte dell'attuale classe dirigente di questa forza politica. Non tanto e non solo per gli errori del passato di certi personaggi (ché se si ragionasse in questi termini, non dovremmo salvare nessuno dei leader dell'attuale opposizione parlamentare, nemmeno Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, che invece vanno per la maggiore), ma per quello che propongono oggi, per la loro autoreferenzialità, per l'incapacità di andare oltre (appunto!) problemi che si trascinano da un ventennio, ormai: il titolo del numero 1 di Cuore, 4 febbraio 1991, potrebbe andare benissimo oggi non soltanto per il PD, ma per tutto il centrosinistra.

Ciò premesso, il mio timore è che l'evento fiorentino abbia corso il rischio di sfuggire di mano ai suoi organizzatori. Che avrebbero - in particolare Matteo Renzi - dovuto evitare come la peste certe polemiche e certe dichiarazioni che non rendono merito a quello che questa iniziativa è realmente. Vedendo anche chi, per esempio dalla mia città, ha partecipato e con quale spirito temo che alla Leopolda sia andato non soltanto chi vuol dare un proprio contributo in termini di idee nuove, ma pure chi vuol sgambettare Bersani per logiche che con il rinnovamento hanno poco o niente a che fare. Come se il rinnovamento fosse una questione di allearsi con tizio piuttosto che con caio (o con caio piuttosto che con tizio).

venerdì 5 novembre 2010

Green economy, qualcosa di molto concreto (e di sinistra)

Oggi, per lavoro, sono stato all’inaugurazione di un campo fotovoltaico. Sono circa 16milamq che produrranno quasi 1.300 kwh all’anno che si andranno ad aggiungere a un altro campo adiacente di dimensioni e produzione analoghe: un risparmio totale di circa 560 TEP (Tonnellate Equivalenti di Petrolio, ossia quanta energia viene rilasciata dalla combustione di una tonnellata di petrolio grezzo) e 1.700 tonnellate di anidride carbonica in meno nell’aria all’anno.
Lo ha realizzato un’azienda privata, anche se a beneficiarne saranno circa 800 famiglie del territorio. Mi guardavo attorno, durante la cerimonia: c’erano i tizi della ditta che ha realizzato l’impianto, quelli dell’altra ditta di installazioni elettriche, quelli dell’azienda di impianti idraulici, quelli della società che ha prodotto i pannelli. Insomma, di riffe o di raffe, un ambaradan che, al di là del risparmio energetico, dà da mangiare a un bel po’ di persone.
Mi è venuto in mente quel che mi raccontava qualche settimana fa un cliente: la sua ditta negli ultimi tre anni ha triplicato il fatturato – alla faccia della crisi – puntando sulle energie rinnovabili e, in particolare, sui pannelli solari sui tetti delle case.
Certo, costruire un campo fotovoltaico non dà a chi ci governa tutto il lustro che può dare una comparsata in televisione da Bruno Vespa a dire che si fa il ponte sullo Stretto di Messina. Però, bisognerebbe che qualcuno (non soltanto Beppe Grillo) nei partiti dell’opposizione lo dicesse chiaro e tondo e con parole più semplici possibili che la scelta delle energie rinnovabili non fa bene soltanto all’ambiente, ma anche all’economia di tante famiglie.
Già, l’opposizione. Oggi all’inaugurazione erano presenti parecchi amministratori. Regionali, provinciali e comunali. Tutti di centrosinistra. Uno solo era di centrodestra. Si guardava attorno un po’ stranito ed è andato via quasi subito: non so se perché per lui certe cose erano arabo ostrogoto o perché si sentiva in imbarazzo in mezzo a tutti quei “comunisti”.

giovedì 4 novembre 2010

Come ti spenno il forestiero

In una ridente cittadina di mia conoscenza, la locale associazione commercianti periodicamente – diciamo una volta ogni venti giorni, di media; picchi a inizio luglio, quando inizia la stagione delle sagre, e a settembre, quando impera la Grande Fiera coi Botti – occupa le pagine dei giornali per prendersela con organizzatori di sagre, porchettari notturni e diurni, kebabbari e affini.
Concorrenza sleale!
Sono scorretti!
Abbassano la qualità, mentre noi ci diamo da fare!
La nostra competenza, la nostra cortesia, la nostra professionalità!
I prodotti che noi diamo!
E così via.
Insomma, è successo che la scorsa settimana la ridente cittadina è stata invasa da decine di migliaia – parecchie decine di migliaia – di visitatori per una grande rassegna internazionale. L’evento dell’anno, da quelle parti: si sa che per l’ultimo fine settimana di ottobre e per il ponte di Tutti i Santi è così e sempre sarà così.
E cos’è successo? A parte i parcheggi malissimo organizzati, da più parti si sono levate critiche sul cibo nei bar trattorie e ristoranti. Già. E’ successo – strano a dirsi – che, a una certa ora, questa marea di gente venuta da fuori avesse fame e quindi sia andata per locali cittadini in cerca di qualcosa da mettere nello stomaco (perdipiù, pioveva e anche forte). Si sono trovati di fronte un’accoglienza di questo tipo: carne da mangiare col cucchiaio, cibi avanzati dal giorno prima, prezzi eccessivamente alti (diciamolo: rincarati per l’occasione), camerieri che litigavano con i clienti e via discorrendo.
Tutto sommato, però, non do la colpa a questi negozianti. In fondo, loro non fanno altro che proseguire una tradizione culturale che in tutta Italia, e non soltanto nella ridente cittadina, prevede l’ignoranza del termine “libera concorrenza”, un concetto che presupporrebbe rendere un servizio migliore al solito prezzo – o il solito servizio a un prezzo migliore.

mercoledì 3 novembre 2010

Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Francesco Forte

Tempi duri per chi lavora come editorialista dalle parti del Giornale. Anche perché mica tutti son capaci di prestazioni da Uomo Ragno Granzotto (stamani, per giustificare le frequentazioni berlusconiane ha chiamato in causa Eugenio di Savoia, Carlo V d'Asburgo ed Elisabetta I d'Inghilterra).
Prendiamo dunque il caso di Francesco Forte, specialista in arrampicate sugli specchi per il comparto Economia del quotidiano milanese. Il suo articolo odierno comincia così: "Mentre si sta discutendo su quali siano i meriti e i demeriti del governo italiano di fronte alla crisi e se sia vero che esso è immobile o, addirittura, allo sbando, come sostengono alcuni commentatori, giungono tre pagelle positive. La prima è quella dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, che si conclude con il voto sul debito pubblico italiano, a cui viene confermata la «A+» per le emissioni a lunga scadenza". Esultate, genti, esultate: Standard&Poor's ci ha promossi. Meglio: "Standard & Poor’s nota che l’economia italiana è relativamente prosperosa e diversificata". Ammazza quanto semo forti, aò!
Uhm...
Mumble mumble...
Francesco Forte e le agenzie di rating...
Ma...?
Ma sì! Ora ricordo! Un articolo del 7 maggio scorso, dopo un giudizio negativo di Moody's. Francesco Forte scrisse, a proposito delle società di rating, "...grosse preoccupazioni riguardo all'attendibilità di queste agenzie private. Si presenta la necessità di poter disporre al più presto di una agenzia di rating europea, dotata di piena affidabilità affinché il risparmiatore possa sentirsi tranquillo". E rincarò due giorni dopo sottolineando che tale struttura avrebbe rotto "il monopolio delle due e mezzo americane che fanno il bello e il cattivo tempo, cioè Moody's, Standard & Poor's e Fitch".
Hai capito, il Forte! Se l'agenzia ti boccia, va eliminata perché fa il bello e il cattivo tempo pur non essendo attendibile; se ti promuove (o ti rimanda a settembre), merita un bell'editoriale in prima pagina che ne esalta il giudizio.

martedì 2 novembre 2010

Osservatorio minzoliniano / 11

"E non manca l'ironia: meglio guardare le donne che essere gay". Così il conduttore del Tg1 delle 20, Attilio Romita, ha annunciato, dopo un lungo servizio su Edmondo Bruti Liberati che smentisce comportamenti scorretti di magistratura e polizia sul caso Ruby, la frase che campeggia su tutte le edizioni online dei quotidiani italiani (compresi quelli di destra).
Il servizio che segue è in linea con l'annuncio.
Soltanto ironia, dunque.
E noi che pensavamo. E noi che ci scandalizzavamo.

Storiella

Tizio e Caio stanno passeggiando in città e incontrano Sempronio.
Tizio: “Ehilà, Sempronio! Come stai?
Sempronio: “Eh, guarda... ho un mal di denti... tre notti che non dormo!

Caio: "Scommetto non usi il filo interdentale e non segui le regole basilari di una buona igiene dentale!"
Sempronio: "Ma vaff..."
Caio: “Sei andato dal dentista?
Sempronio: “Mi ha dato l’appuntamento per la prossima settimana. Ma intanto mi tengo il dolore. Ohi, ohi! E poi chissà quanti soldi mi chiederà!
T: “Già. Ma lo sai che nel mondo muoiono ogni anno tantissime persone a causa dell'Aids?
S: “Eh?
T: “Sì. Come se non bastasse, lo Stato taglia i fondi alla ricerca sull'Aids, uno scandalo che...
S: “Ooooh, che dolore! ...questo molare!
C: “...e comunque c’è da dire, caro Tizio, che anche la prevenzione dovrebbe essere pubblicizzata di più
T: “Beh, certo è un altro probl...
S: “Sentite, io vi saluto... ohi, ohi che dolore!
C: “Ma no aspetta!
T: “Dicevo che hai ragione, Caio: la prevenzione, bisogna insisterci. Fermo restando che bisognerebbe puntare sulla ricerca di una cura efficace. Ma lo sai, Sempronio, quanta gente muore di Aids ogni anno nel mondo?”.
C: “C’è ancora tanta gente che ha dei pregiudizi grandi così e bisognerebbe parlarne, informare...
S: “Ahi, ahi... il dente! Via, io vado. Alla prossima...
Arriva in quell’istante Vattelapesca
Vattelapesca: “Uei, ragazzi... come va?
Sempronio: “Dicevo a loro: ho un mal di denti....
V: “Ah sì? Guarda, ho una cura io che vedrai te lo fa passare in un batter d’occhio!
S: “Di che si tratta? Dimmi, dimmi
V: “Allora, tu prendi uno stuzzicadenti, a un’estremità ci metti un batuffolino di cotone imbevuto di grappa e cognac e poi lo poggi sul dente malato. Vedrai che non sentirai più dolore
T: “Ma che rimedio del cavolo è?
C: “Ah ah... neanche ai tempi di mia nonna!
S: “Davvero dici che mi passerà il mal di denti?
V: “Sicuro!

T: “Ma dài, non gli dar retta... è un cialtrone!
C: “Un ciarlatano!

V: “Meglio ciarlatano che finocchio!
T: “Ehi, ma come ti permetti? Siamo nel 2010 e ancora di questi pregiudizi!
C: “Roba da matti!
S: “Beh, però tentar non nuoce. Grappa e cognac, hai detto?
V: “Sì, in abbondanza. Lo metti sul dente malato e vedrai che ti scompare il dolore
T: “Ancora con ‘sta storia? Non gli dar retta, Semprò... Ti prende in giro! E' soltanto un ciarlatano omofobo
V: “Ma no che non ti prendo in giro, Sempronio. Io lo faccio sempre e guardate che bel sorriso che ho
C: “Parliamo di cose serie. Stavamo dicendo che in Italia ogni anno muoiono tante persone di malattie gravissime come l'Aids e...
S: “Senti, Vattelapesca... ma ci devo mettere più grappa o più cognac? Loro dicono che mi stai prendendo per il culo!
V: “Ma no che non ti prendo per il culo! Sono soltanto invidiosi del mio sorriso. Vedrai che se segui il mio consiglio lo avrai pure tu
T: “Invidiosi noi? Di uno come te, omofobo...
C: “...che non rispetta i diritti dei LGTB
S: “Dei... che? Ohi, il mio dente? Via, vado a casa a curarmi con quel rimedio... stuzzicadenti e batuffolino, hai detto?
V: “Sì, ti accompagno

T: "Ma è un ciarlatano!"
C: "Un razzista!"
Sempronio si allontana con Vattelapesca
T: “Tu guarda che roba! Dà retta a quel cialtrone razzista
C: “Già! ...dicevi sulla prevenzione dell'Aids? Comunque, secondo me il problema reale è informare sulla prevenzione
T: “Ma no! Il discorso è che bla bla bla e poi bla bla bla

lunedì 1 novembre 2010

Riguardo a Ruby e tutta la vicenda di contorno

...sto elaborando un pensiero, magari stupido e infondato, non so. Nasce da una rilevazione pratica. Non è il fatto che un anziano signore – che temporaneamente riveste un importantissimo ruolo pubblico – reagisca come reagisca ai problemi della terza età. Nemmeno l’altro fatto: che questo anziano signore faccia valere il proprio peso istituzionale per compiere abusi di potere. E neppure il fatto che l’anziano signore che compie abusi di potere sia circondato da cortigiani che invece di frenarne gli istinti primordiali lo coprono nei suoi comportamenti infischiandosene di tutto e di tutti.
Quel che mi dà da pensare sono due aspetti, diversissimi e scollegati tra loro, ma che a ben pensarci sembrano avere la stessa motivazione di fondo: l’indagine partita con qualche settimana di ritardo e la reazione della Lega Nord.
Allora, stando a quel che abbiamo letto nei giorni scorsi, una sera di fine maggio è successo un pateracchio in Questura a Milano. Il giorno seguente pare che in quegli uffici ne parlassero un po’ tutti, ma nessuno ha preso carta e penna per fare un esposto. Ciò è avvenuto qualche tempo dopo e, stando a quanto ha scritto il Corriere della Sera, non sappiamo se per tardivo scrupolo di coscienza (improbabile), per confezionare qualche polpetta avvelenata (già più credibile) o per pararsi il culo prima che la vicenda venisse fuori pubblicamente (ecco, ora ci siamo). In sostanza, c’era qualcuno che aveva un interesse personale e così ha finalmente preso l’iniziativa. Quindi, non coscienza civica (perché altrimenti la vicenda sarebbe emersa subito), ma interesse personale.

Mi ha incuriosito pure il fatto che, tra i partiti dell’attuale maggioranza, la reazione più netta di condanna di questa indecenza l’abbia avuta la Lega Nord, ossia la forza politica che tra tutte quelle presenti sul panorama europeo – non soltanto italiano – ha meno sensibilità istituzionale. Per quale motivo? Perché l’affaire tange le competenze di un suo ministro e va a impattare contro uno dei suoi elettorali cavalli di battaglia. Insomma, ancora una volta: non coscienza civica, ma interesse personale.
Vengo al dunque. Io temo che questa vicenda finisca con l’essere, al solito, ininfluente ai fini di una auspicabile caduta politica di Silvio Berlusconi. Sì, oggi ne parliamo e magari domani sera Pagnoncelli ci dirà che il PdL è sceso al 25%. Poi passerà il tempo, la vicenda sarà sostituita sui media da altre questioni e tutto finirà ancora una volta a tarallucci e vino. Perché la coscienza civica degli italiani è quella che è, purtroppo; e chi non ha un interesse personale da difendere in questa vicenda tenderà a dimenticare. Oggi si scandalizza, domani normalizza, dopodomani rivota Berlusconi.
Sono un inguaribile pessimista, me ne rendo conto. Spero di sbagliarmi, ovviamente.
Il centrosinistra, l’opposizione? Bene fanno a suonare la grancassa, a insistere sulla dimensione dell’etica pubblica. Ma se non fanno il passo ulteriore, ossia riuscire a convincere la maggioranza degli italiani maggiorenni che un Berlusconi al governo oltre a violare l’etica pubblica, danneggia i loro interessi personali nella vita di tutti i giorni (e gli esempi non mancano: ora si ribellano anche i concessionari di automobili), c’è il rischio che l’indignazione per certi comportamenti duri lo spazio di una settimana. Insomma, ha ragione il grande Massimo Bucchi quando ci indica la vita interiore.