Caro 2011,
non ti chiedo di essere un anno memorabile. Di far scomparire le guerre o la fame nel mondo o la disoccupazione. No, sarebbe troppo.
Mi basterebbero poche cose.
Non so. Per esempio, che il governo italiano, invece di dirci che i giovani devono imparare a fare i falegnami anziché andare all'università, iniziasse a scrivere (poi magari l'approva nel 2012, ma intanto se ne occupa...) una normativa sulla rappresentanza sindacale adeguata ai tempi e alle esigenze. Oppure che il nostro presidente del Consiglio la smettesse di dire "entro dieci giorni (o "due settimane", "un mese", "tre giorni") risolvo tutto a Napoli".
Che il Partito Democratico la smettesse di litigare sulle alleanze e sulle regole interne. Che Di Pietro la finisse di dire, tutte le volte che apre bocca, "noi dell'Italia dei Valori...". Che Vendola finisse la sua narrazione e ci dicesse finalmente cosa vuole fare per i precari e il debito pubblico. Che Fini e Casini si decidessero, una volta per tutte, a dire chiaramente con chi stanno.
Mi piacerebbe aprire un giornale e trovarci delle notizie anziché delle ricostruzioni carine quanto vogliamo, ma pur sempre ricostruzioni ("D'Alema e Veltroni si sono incrociati in Transatlantico a Montecitorio e non si sono parlati, ma la rapida occhiata che hanno scambiato era un inequivocabile segnale per Bersani") o, peggio ancora, pseudonotizie messe lì per minacciare qualcuno che non si allinea.
Mi piacerebbe che quando qualcuno lancerà un petardo contro una sede di partito o sveglierà (così, tanto per rompere gli zebedei...) nella notte un rappresentante delle istituzioni, il giorno dopo questi episodi saranno trattati per quello che sono e non alla stregua di un dramma epico.
Mi piacerebbe che i telegiornali parlassero di quello che succede in Italia e nel mondo con un minimo di sobrietà: per esempio, se a Briga Novarese o a Popiglio di Piteglio ci sarà un fatto di sangue che coinvolgerà, in qualche maniera, una persona di sesso femminile sotto i trent'anni, non si andasse a scavare nella vita privata di costei alla ricerca del particolare scabroso (potrebbe bastare l'assenza di plastici della villetta in cui ha abitato la persona in questione). E, sempre a proposito di telegiornali nazionali, mi piacerebbe che riportassero le notizie giuste: se poi in fondo al notiziario, per dar modo a quelli della cronaca di far vedere che esistono anche loro, vogliono metterci il pezzo di folklore sulla foca monaca dello zoo di Pistoia che ha partorito due gemelli, lo facciano, ma che sia un servizio solo e della durata di trenta secondi in un programma che dura trenta minuti.
Basta, mi fermo qui. Ho già chiesto troppo, non vorrei sembrare troppo esigente.
...
...esigente?
p.s.: e poi mi piacerebbe che il nuovo disco dei REM - che uscirà il 7 marzo 2011 - fosse all'altezza di quelli prodotti negli anni Ottanta o, quantomeno, nei primi anni Novanta.
giovedì 30 dicembre 2010
martedì 28 dicembre 2010
Un buon motivo per litigare
Leggo su Repubblica che nel Partito Democratico ci sono posizioni divergenti sull'accordo Fiat Mirafiori. Fioroni è favorevole, Vita è contrario, Damiano ha un'opinione molto articolata, Fassino fosse un operaio voterebbe sì, Fassina invece no.
Ecco, io a un partito che si accapiglia su una questione del genere il mio voto lo do volentieri. Segno che c'è attenzione a un problema vero. Se un partito è democratico e riformista non ha posizioni precostituite quando si trova di fronte a situazioni complesse che presentano sia criticità che opportunità. Le dibatte, le sviscera, si accapiglia. Alla fine troverà magari un compromesso che non sarà capito da parecchi elettori in cerca di semplicità e ricette banali, ma intanto le affronta. Ed è così che si costruisce un profilo, un'identità.
Il problema è che questo capita una volta l'anno. In genere, invece, il partito litiga di alleanze, di regolamenti interni, di tattiche, di poltrone...
Ecco, io a un partito che si accapiglia su una questione del genere il mio voto lo do volentieri. Segno che c'è attenzione a un problema vero. Se un partito è democratico e riformista non ha posizioni precostituite quando si trova di fronte a situazioni complesse che presentano sia criticità che opportunità. Le dibatte, le sviscera, si accapiglia. Alla fine troverà magari un compromesso che non sarà capito da parecchi elettori in cerca di semplicità e ricette banali, ma intanto le affronta. Ed è così che si costruisce un profilo, un'identità.
Il problema è che questo capita una volta l'anno. In genere, invece, il partito litiga di alleanze, di regolamenti interni, di tattiche, di poltrone...
Poi ci si chiede perché i giornali sono in crisi
Provenendo da una terra nota per la taccagneria dei suoi abitanti, ho l'abitudine di informarmi gratuitamente on line. La rassegna stampa della Camera è fonte di preziose considerazioni.
Oggi, per esempio.
Un quotidiano riprende una sorta di notizia - non verificata né verificabile - sparata il giorno prima; il suo diretto concorrente alza la posta con una roba abbastanza simile; altri due politicamente avversari la trattano criticamente; un altro - né di qua né di là, né carne né pesce - fa un richiamo in prima pagina; un altro ancora - di là, ma conservando una sua dignità - invece pure.
Cioè: una roba che alle scuole di giornalismo insegnano (o, probabilmente, insegnavano...) a scartare a prescindere merita, di riffe o di raffe, la prima pagina.
Ma comunque uno va oltre, sorvolando i vari editoriali e le interviste sulla vicenda. Così, si arriva alle notizie di vera politica interna: i tormenti di Pier, posti per i centristi, Berlusconi corteggia l'UdC ma è tensione con la Lega, i responsabili adesso si preparano alle poltrone promesse da Berlusconi, dietro il caso Bondi il pressing su Tremonti... Notizie? Zero. Solamente boatos, voci di corridoio. Pseudonotizie sulle quali oggi si versano fiumi di inchiostro o si intervistano ministri e vicesegretari dell'opposizione e che domani saranno nel dimenticatoio.
Andiamo agli approfondimenti. Ieri il decano dei direttori - il Direttore per eccellenza! - ha pubblicato un'omelia delle sue partendo da un presupposto immaginario (facciamo finta che il 14 dicembre il governo fosse stato sfiduciato): oggi quattro editorialisti di altrettanti quotidiani di destra si premurano di interpretare l'articolone.
Poi c'è l'approfondimento sul legittimo impedimento. La decisione della Corte costituzionale ci sarà fra due settimane. I tre principali quotidiani italiani si sbizzarriscono sulle ipotesi (sì; no; decide il giudice caso per caso; la riscrive di fatto la Consulta) salvo poi dire che chi lo sa, ogni strada è aperta. Insomma, un'altra non-notizia.
Si arriva così ai retroscena, ossia l'acme delle non-notizie. Quotidiano numero uno, la regina dei retroscenisti svela che nel PD si è già rotta la tregua interna e Veltroni affila le unghie contro Bersani; quotidiano numero due, il principe dei retroscenisti spiega che Veltroni e Bersani sono in avvicinamento.
A questo punto, sempre più spaesato, uno decide di finire di perder tempo quando è in ferie e prosegue la lettura dell'ultimo libro di Roddy Doyle.
Oggi, per esempio.
Un quotidiano riprende una sorta di notizia - non verificata né verificabile - sparata il giorno prima; il suo diretto concorrente alza la posta con una roba abbastanza simile; altri due politicamente avversari la trattano criticamente; un altro - né di qua né di là, né carne né pesce - fa un richiamo in prima pagina; un altro ancora - di là, ma conservando una sua dignità - invece pure.
Cioè: una roba che alle scuole di giornalismo insegnano (o, probabilmente, insegnavano...) a scartare a prescindere merita, di riffe o di raffe, la prima pagina.
Ma comunque uno va oltre, sorvolando i vari editoriali e le interviste sulla vicenda. Così, si arriva alle notizie di vera politica interna: i tormenti di Pier, posti per i centristi, Berlusconi corteggia l'UdC ma è tensione con la Lega, i responsabili adesso si preparano alle poltrone promesse da Berlusconi, dietro il caso Bondi il pressing su Tremonti... Notizie? Zero. Solamente boatos, voci di corridoio. Pseudonotizie sulle quali oggi si versano fiumi di inchiostro o si intervistano ministri e vicesegretari dell'opposizione e che domani saranno nel dimenticatoio.
Andiamo agli approfondimenti. Ieri il decano dei direttori - il Direttore per eccellenza! - ha pubblicato un'omelia delle sue partendo da un presupposto immaginario (facciamo finta che il 14 dicembre il governo fosse stato sfiduciato): oggi quattro editorialisti di altrettanti quotidiani di destra si premurano di interpretare l'articolone.
Poi c'è l'approfondimento sul legittimo impedimento. La decisione della Corte costituzionale ci sarà fra due settimane. I tre principali quotidiani italiani si sbizzarriscono sulle ipotesi (sì; no; decide il giudice caso per caso; la riscrive di fatto la Consulta) salvo poi dire che chi lo sa, ogni strada è aperta. Insomma, un'altra non-notizia.
Si arriva così ai retroscena, ossia l'acme delle non-notizie. Quotidiano numero uno, la regina dei retroscenisti svela che nel PD si è già rotta la tregua interna e Veltroni affila le unghie contro Bersani; quotidiano numero due, il principe dei retroscenisti spiega che Veltroni e Bersani sono in avvicinamento.
A questo punto, sempre più spaesato, uno decide di finire di perder tempo quando è in ferie e prosegue la lettura dell'ultimo libro di Roddy Doyle.
lunedì 27 dicembre 2010
This is the modern world, sad but true
Sono sicuro che taluni miei commentatori, recenti e meno recenti, siano completamente favorevoli al contratto di lavoro sottoscritto alla Fiat Mirafiori. Io, invece, ho tante perplessità...
Parla come mangi / Arturo Parisi
Oggi il Corriere della Sera ha ospitato un intervento firmato da alcuni parlamentari del Partito Democratico capeggiati da Arturo Parisi.
I lettori di vecchia data di questo blog sanno che ho a disposizione un particolare software che decripta in italiano quel che scrivono politici e giornalisti.
Di seguito il testo della missiva di Parisi. Poi, in blu e corsivo, quel che realmente stavano pensando al momento della stesura della lettera.
Caro Bersani,
quasi tutte le parole che negli ultimi diciotto anni hanno accompagnato, e guidato, il nostro cammino comune hanno perso il loro senso. Progetto, democrazia governante, scelta maggioritaria, alternativa, bipolarismo, vecchio ulivo, nuovo ulivo, primarie, democrazia di partito, categoria di partito e, soprattutto, partito nuovo: queste sono le più importanti ma non le uniche. Dire che abbiamo perso il bandolo della matassa è il minimo ma, assieme a questa asserzione, ci pare fondamentale riconoscere la necessità di aprire una fase di ricerca, di una ricerca che non possa essere più contenuta nei rituali e nelle procedure di partito ma debba svolgersi, invece, in un clima di assoluta libertà tra i cittadini.
Nel corso del tempo si è affermato, per di più per iniziativa dei principali dirigenti del partito, un modo di «essere» partito e di «stare» nel partito che non corrisponde più alle forme evocate in passato dal termine «partito» e, allo stesso tempo, promesse in nome di un partito nuovo per il futuro. Sono talmente tanti gli episodi di questa mutazione che non ci si fa più caso. La costituzione di associazioni con propria autonoma e formale membership, il rifiuto di riconoscere le sedi ufficiali come primo e fondamentale luogo di analisi e valutazione dei principali passaggi politici ed elettorali, la remissione del mandato di segretario nazionale fuori dagli organi ufficiali, i coordinamenti extrastatutari sono solo alcuni episodi di questo lungo commiato. Non meno rilevanti sono poi gli episodi che hanno segnato la vita parlamentare. Valga per tutte la clamorosa dissociazione dall’indicazione del gruppo di un’intiera filiera della dirigenza, a cominciare da te, in occasione dell’emendamento sul finanziamento pubblico dei partiti. Senza la forza assicurata alla struttura di comando dal controllo delle risorse messe a disposizione dal finanziamento pubblico e senza il potere che viene ai vertici dirigenti dal conferimento di incarichi e posizioni, del partito resterebbe ben poco.
In questo contesto non sorprende, per fare un esempio, leggere di patti decisivi per la vita del partito stretti durante un pranzo, e poi di una loro messa in causa in una successiva intervista, né dell’illustrazione sui media della linea di partito da parte di dirigenti pur autorevoli che non rivestono, tuttavia, nel presente responsabilità formali. Piuttosto che attardarci, come è capitato in passato, a recriminare sul mancato rispetto di forme ormai superate e di cambiamenti promessi, tanto vale prenderne atto. Siamo perciò arrivati alla conclusione di concorrere, d’ora innanzi, alla vita del partito valutando occasione per occasione, cominciando dalla prossima riunione della Direzione Nazionale, in relazione alla possibilità di prendere decisioni fondate su un trasparente confronto sufficientemente approfondito e assunte in contradditorio su documenti riconoscibili. Non riteniamo infatti produttivo continuare con la pratica di riunioni che precipitano in frettolosi voti unanimistici chiamati a confermare decisioni già assunte.
Con amicizia,
Arturo Parisi (e altri sei)
Caro Bersani,
da quando Veltroni ha fondato quel suo movimento - come si chiama?, quello dei settantacinque, dài, ci siamo intesi - non passa settimana che i giornali non lo intervistino o che non vada a Ballarò o ad Anno Zero. Una roba...
E me non mi caga più nessuno.
Ma ti pare giusto?
E allora sai che c'è?
Fondo anch'io una corrente di partito e alzo la posta: da qui in avanti, voto secondo le linee del partito se e quando mi pare.
Oh!
Saluti
Arturo Parisi
p.s.: Floris, il mio numero di cellulare è sempre il solito... chiama quando vuoi!
I lettori di vecchia data di questo blog sanno che ho a disposizione un particolare software che decripta in italiano quel che scrivono politici e giornalisti.
Di seguito il testo della missiva di Parisi. Poi, in blu e corsivo, quel che realmente stavano pensando al momento della stesura della lettera.
Caro Bersani,
quasi tutte le parole che negli ultimi diciotto anni hanno accompagnato, e guidato, il nostro cammino comune hanno perso il loro senso. Progetto, democrazia governante, scelta maggioritaria, alternativa, bipolarismo, vecchio ulivo, nuovo ulivo, primarie, democrazia di partito, categoria di partito e, soprattutto, partito nuovo: queste sono le più importanti ma non le uniche. Dire che abbiamo perso il bandolo della matassa è il minimo ma, assieme a questa asserzione, ci pare fondamentale riconoscere la necessità di aprire una fase di ricerca, di una ricerca che non possa essere più contenuta nei rituali e nelle procedure di partito ma debba svolgersi, invece, in un clima di assoluta libertà tra i cittadini.
Nel corso del tempo si è affermato, per di più per iniziativa dei principali dirigenti del partito, un modo di «essere» partito e di «stare» nel partito che non corrisponde più alle forme evocate in passato dal termine «partito» e, allo stesso tempo, promesse in nome di un partito nuovo per il futuro. Sono talmente tanti gli episodi di questa mutazione che non ci si fa più caso. La costituzione di associazioni con propria autonoma e formale membership, il rifiuto di riconoscere le sedi ufficiali come primo e fondamentale luogo di analisi e valutazione dei principali passaggi politici ed elettorali, la remissione del mandato di segretario nazionale fuori dagli organi ufficiali, i coordinamenti extrastatutari sono solo alcuni episodi di questo lungo commiato. Non meno rilevanti sono poi gli episodi che hanno segnato la vita parlamentare. Valga per tutte la clamorosa dissociazione dall’indicazione del gruppo di un’intiera filiera della dirigenza, a cominciare da te, in occasione dell’emendamento sul finanziamento pubblico dei partiti. Senza la forza assicurata alla struttura di comando dal controllo delle risorse messe a disposizione dal finanziamento pubblico e senza il potere che viene ai vertici dirigenti dal conferimento di incarichi e posizioni, del partito resterebbe ben poco.
In questo contesto non sorprende, per fare un esempio, leggere di patti decisivi per la vita del partito stretti durante un pranzo, e poi di una loro messa in causa in una successiva intervista, né dell’illustrazione sui media della linea di partito da parte di dirigenti pur autorevoli che non rivestono, tuttavia, nel presente responsabilità formali. Piuttosto che attardarci, come è capitato in passato, a recriminare sul mancato rispetto di forme ormai superate e di cambiamenti promessi, tanto vale prenderne atto. Siamo perciò arrivati alla conclusione di concorrere, d’ora innanzi, alla vita del partito valutando occasione per occasione, cominciando dalla prossima riunione della Direzione Nazionale, in relazione alla possibilità di prendere decisioni fondate su un trasparente confronto sufficientemente approfondito e assunte in contradditorio su documenti riconoscibili. Non riteniamo infatti produttivo continuare con la pratica di riunioni che precipitano in frettolosi voti unanimistici chiamati a confermare decisioni già assunte.
Con amicizia,
Arturo Parisi (e altri sei)
Caro Bersani,
da quando Veltroni ha fondato quel suo movimento - come si chiama?, quello dei settantacinque, dài, ci siamo intesi - non passa settimana che i giornali non lo intervistino o che non vada a Ballarò o ad Anno Zero. Una roba...
E me non mi caga più nessuno.
Ma ti pare giusto?
E allora sai che c'è?
Fondo anch'io una corrente di partito e alzo la posta: da qui in avanti, voto secondo le linee del partito se e quando mi pare.
Oh!
Saluti
Arturo Parisi
p.s.: Floris, il mio numero di cellulare è sempre il solito... chiama quando vuoi!
venerdì 24 dicembre 2010
La telefonata di Natale
driiin
"Alessandro?"
"No, non sono Alessandro. Sono Feliciano! Ha sbagl..."
click
driiin
"Alessandro!"
"No, signora... ha sbagliato numero. Sono quello di prima"
"Ma mi prende in giro?"
"No, signora. Non la prendo in giro, mi chiamo Feliciano!"
"Ma io ho fatto il 347eccetera eccetera"
"Sì, il mio numero è quello, ma non corrisponde a chi vuol chiamare lei. Io mi chiamo Feliciano"
"Uhm... sarà, speriamo bene!"
"Mi sp..."
click
driiin
"Signora, sono il solito di prima..."
"Ma hai la stessa voce di tuo padre! Sei Alessandro!!!"
"No, signora. Sono Feliciano, davvero!"
"Ma mi prende per il culo? Io faccio il 347eccetera eccetera!"
"Sì, ma come le dicevo poc'anzi il numero non corrisp..."
click
driiin
"Plonto, è Alessandlo?"
"No, sono Feliciano!"
"Sì, ho capito. Ma volevo sapele pel la signola... io fatto numelo tle quattlo sette eccetela eccetela"
"Sì, e come spiegavo prima alla signora il numero corrisponde al mio, ma evidentemente o lei lo ha riportato sbagliato oppure hanno fatto confusione quando glielo hanno dato"
"Capisco!"
click
driiin
"...pronto"
"Alessandro, sei te?"
"Signora, mi spiace, sono sempre Feliciano, non Alessandro!"
"Ma allora perché io ho questo numero?"
"Non lo so, signora! Si saranno sbagliati. Comunque, le faccio tanti aug..."
click
(questa serie di telefonate è avvenuta oggi. Ma anche il 24 dicembre di un anno fa. E anche il 24 dicembre di due anni fa. Io non so quale triste storia familiare si celi dietro questa ricerca di Alessandro, però auguro all'anziana signora un Natale migliore di quello dell'anno scorso e di due anni fa).
"Alessandro?"
"No, non sono Alessandro. Sono Feliciano! Ha sbagl..."
click
driiin
"Alessandro!"
"No, signora... ha sbagliato numero. Sono quello di prima"
"Ma mi prende in giro?"
"No, signora. Non la prendo in giro, mi chiamo Feliciano!"
"Ma io ho fatto il 347eccetera eccetera"
"Sì, il mio numero è quello, ma non corrisponde a chi vuol chiamare lei. Io mi chiamo Feliciano"
"Uhm... sarà, speriamo bene!"
"Mi sp..."
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"Signora, sono il solito di prima..."
"Ma hai la stessa voce di tuo padre! Sei Alessandro!!!"
"No, signora. Sono Feliciano, davvero!"
"Ma mi prende per il culo? Io faccio il 347eccetera eccetera!"
"Sì, ma come le dicevo poc'anzi il numero non corrisp..."
click
driiin
"Plonto, è Alessandlo?"
"No, sono Feliciano!"
"Sì, ho capito. Ma volevo sapele pel la signola... io fatto numelo tle quattlo sette eccetela eccetela"
"Sì, e come spiegavo prima alla signora il numero corrisponde al mio, ma evidentemente o lei lo ha riportato sbagliato oppure hanno fatto confusione quando glielo hanno dato"
"Capisco!"
click
driiin
"...pronto"
"Alessandro, sei te?"
"Signora, mi spiace, sono sempre Feliciano, non Alessandro!"
"Ma allora perché io ho questo numero?"
"Non lo so, signora! Si saranno sbagliati. Comunque, le faccio tanti aug..."
click
(questa serie di telefonate è avvenuta oggi. Ma anche il 24 dicembre di un anno fa. E anche il 24 dicembre di due anni fa. Io non so quale triste storia familiare si celi dietro questa ricerca di Alessandro, però auguro all'anziana signora un Natale migliore di quello dell'anno scorso e di due anni fa).
giovedì 23 dicembre 2010
Il 5 per mille e l'altra faccia della medaglia
E così nel decreto milleproroghe varato oggi dal Consiglio dei Ministri han trovato posto anche gli stanziamenti destinati al 5 per mille. Bene. Ottima notizia.
Quel che va meno bene è che ciò vada a scapito anche dei finanziamenti per l'editoria (50 milioni) ed emittenza radiotelevisiva (45 milioni). Magari la notizia farà piacere a qualche demagogo molto popolare tra gli internauti italiani che dell'abolizione di questi contributi ha fatto una battaglia nel nome, credo (spero), del liberismo. Senza pensare che a far le spese di questi tagli non sarebbero (non saranno) De Benedetti, Confindustria, Berlusconi, Riffeser e Tronchetti Provera. Ma le piccole testate giornalistiche locali o le emittenti televisive provinciali che già stanno frugandosi in tasca per il passaggio - oneroso - al digitale terrestre e che potrebbero aver (anzi: avranno) difficoltà, a causa di questi tagli, a pagare gli stipendi ai dipendenti.
Comunque, se stiamo parlando di una battaglia di tipo liberale o liberista e allora non vanno bene i contributi che evitano a certi editori di andar falliti, io vorrei che la sfida venisse raccolta: d'accordo, niente più soldi all'editoria e alle emittenti radiotelevisive locali. A una condizione, però. Mai più bonus rottamazione auto. Stop agli sgravi per chi acquista un elettrodomestico nuovo o mette i pannelli solari sul tetto. Fine con i finanziamenti (magari a fondo perduto) all'imprenditoria giovanile o femminile. Basta agevolazioni a chi punta sulle produzioni locali. E che la legge liberista sia uguale per tutti. Però poi non lamentiamoci, eh...
Quel che va meno bene è che ciò vada a scapito anche dei finanziamenti per l'editoria (50 milioni) ed emittenza radiotelevisiva (45 milioni). Magari la notizia farà piacere a qualche demagogo molto popolare tra gli internauti italiani che dell'abolizione di questi contributi ha fatto una battaglia nel nome, credo (spero), del liberismo. Senza pensare che a far le spese di questi tagli non sarebbero (non saranno) De Benedetti, Confindustria, Berlusconi, Riffeser e Tronchetti Provera. Ma le piccole testate giornalistiche locali o le emittenti televisive provinciali che già stanno frugandosi in tasca per il passaggio - oneroso - al digitale terrestre e che potrebbero aver (anzi: avranno) difficoltà, a causa di questi tagli, a pagare gli stipendi ai dipendenti.
Comunque, se stiamo parlando di una battaglia di tipo liberale o liberista e allora non vanno bene i contributi che evitano a certi editori di andar falliti, io vorrei che la sfida venisse raccolta: d'accordo, niente più soldi all'editoria e alle emittenti radiotelevisive locali. A una condizione, però. Mai più bonus rottamazione auto. Stop agli sgravi per chi acquista un elettrodomestico nuovo o mette i pannelli solari sul tetto. Fine con i finanziamenti (magari a fondo perduto) all'imprenditoria giovanile o femminile. Basta agevolazioni a chi punta sulle produzioni locali. E che la legge liberista sia uguale per tutti. Però poi non lamentiamoci, eh...
Una questione di credibilità
Il mio lavoro (commerciale, settore servizi) mi impone di essere credibile. Per essere credibile non è necessario fare chissà cosa, può essere sufficiente rispettare certe regole: andare dai clienti vestiti in modo decente, essere educati nei loro confronti, ascoltarli, sapere quello che si dice, fare quello che si sa, credere in quello che si fa.
In generale, presentarsi ai propri interlocutori nella maniera più onesta possibile: se uno non è credibile, può proporre anche il miglior servizio o prodotto dell'intero universo, ma non batterà chiodo.
Per quanto mi riguarda, poi, io so di avere grandi problemi a esprimere verbalmente il mio pensiero e quindi so già che - a differenza di certi miei colleghi - non riuscirò mai a intortare con le parole chi mi sta di fronte: però ne sono consapevole e mi regolo di conseguenza, adottando un certo modo di fare e puntando molto sull'ascolto.
Insomma, non venderò mai un frigorifero a un esquimese, però nessuno ha mai potuto ragionevolmente lamentarsi della mia produttività.
Tutto questo cappello per dire cosa?
Io non pretendo che il partito che voto sia il migliore del mondo o stravinca le elezioni facendo man bassa di voti. Mi basta che sia credibile. E per essere credibile, è sufficiente che si presenti ai propri elettori litigando il meno possibile, ascoltando quello che essi chiedono, facendo quello che annuncia di fare in modo appena appena onesto (perché poi si sa che la politica impone qualche compromesso). C'è un minimo sindacale da rispettare. Per dire, se firmi una mozione di sfiducia, anche se la trovi stupida e l'hai sottoscritta soltanto perché il tuo alleato sennò riparte con la solfa del PiDimenoElle, vai in Aula e la voti. Se sai di avere problemi di comunicazione, quando rilasci un'intervista centellini le parole e se invece non condividi l'intervista del tuo segretario, prima di iniziare il fuoco di fila per far contenti i tuoi fans conti fino a dieci e prima cerchi di capire come stanno esattamente le cose.
Ecco, non mi pare di chiedere chissà cosa: un minimo di credibilità. Altrimenti, anche le buone - se non ottime - proposte del partito che voto restano lì, sospese, e nessuno le considera, magari a tutto vantaggio di altre parecchio più insulse.
In generale, presentarsi ai propri interlocutori nella maniera più onesta possibile: se uno non è credibile, può proporre anche il miglior servizio o prodotto dell'intero universo, ma non batterà chiodo.
Per quanto mi riguarda, poi, io so di avere grandi problemi a esprimere verbalmente il mio pensiero e quindi so già che - a differenza di certi miei colleghi - non riuscirò mai a intortare con le parole chi mi sta di fronte: però ne sono consapevole e mi regolo di conseguenza, adottando un certo modo di fare e puntando molto sull'ascolto.
Insomma, non venderò mai un frigorifero a un esquimese, però nessuno ha mai potuto ragionevolmente lamentarsi della mia produttività.
Tutto questo cappello per dire cosa?
Io non pretendo che il partito che voto sia il migliore del mondo o stravinca le elezioni facendo man bassa di voti. Mi basta che sia credibile. E per essere credibile, è sufficiente che si presenti ai propri elettori litigando il meno possibile, ascoltando quello che essi chiedono, facendo quello che annuncia di fare in modo appena appena onesto (perché poi si sa che la politica impone qualche compromesso). C'è un minimo sindacale da rispettare. Per dire, se firmi una mozione di sfiducia, anche se la trovi stupida e l'hai sottoscritta soltanto perché il tuo alleato sennò riparte con la solfa del PiDimenoElle, vai in Aula e la voti. Se sai di avere problemi di comunicazione, quando rilasci un'intervista centellini le parole e se invece non condividi l'intervista del tuo segretario, prima di iniziare il fuoco di fila per far contenti i tuoi fans conti fino a dieci e prima cerchi di capire come stanno esattamente le cose.
Ecco, non mi pare di chiedere chissà cosa: un minimo di credibilità. Altrimenti, anche le buone - se non ottime - proposte del partito che voto restano lì, sospese, e nessuno le considera, magari a tutto vantaggio di altre parecchio più insulse.
martedì 21 dicembre 2010
Osservatorio minzoliniano / 12
Ecco come il Tg1 ha presentato la notizia della bagarre oggi in Senato.
Per l’inviata Alessandra Di Tommaso “le opposizioni protestano per la velocità delle votazioni. La vicepresidente di turno Rosi Mauro nel caos dichiara approvato uno o più emendamenti dell’opposizione. Questione non di poco conto visto che in caso di reale approvazione di emendamenti la riforma dell’università dovrebbe tornare alla Camera. Si vota per alzata di mano. A Palazzo Madama si sta facendo una corsa contro il tempo per approvare la riforma in tempo utile e anche in coincidenza con le manifestazioni di domani degli studenti. Ma torniamo alla cronaca. Dopo le parole di Rosi Mauro scoppia la bagarre in aula. La seduta viene sospesa. Alla ripresa, dopo un consulto con i capigruppo, è Schifani a provare a mediare: invita a evitare la contrapposizione che c’è già fuori dal palazzo, poi l’annuncio: le votazioni contestate si ripetano. No dalle opposizioni”.
Insomma, una sorta di manovra ostruzionistica da parte del PD e dell’IdV contro la rapida approvazione di una legge. Il problema, per il Tg1, era la velocità delle votazioni e la povera Rosi Mauro si sarebbe come impappinata tra un’alzata di mano e l’altra dicendo "approvato" anziché "non approvato".
Non una parola, non un cenno né al principale motivo di protesta dell’opposizione (ossia, il testo arrivato al Senato ha dei commi che si contraddicono l’un con l’altro e questo provocherebbe problemi interpretativi: il governo stesso aveva annunciato che avrebbe provveduto successivamente con decreto a modificare; l'ostruzionismo è un corollario della situazione creatasi), né all’impazzimento di Rosi Mauro preoccupata più di dar contro al centrosinistra che a gestire decentemente i lavori d’aula.
Per l’inviata Alessandra Di Tommaso “le opposizioni protestano per la velocità delle votazioni. La vicepresidente di turno Rosi Mauro nel caos dichiara approvato uno o più emendamenti dell’opposizione. Questione non di poco conto visto che in caso di reale approvazione di emendamenti la riforma dell’università dovrebbe tornare alla Camera. Si vota per alzata di mano. A Palazzo Madama si sta facendo una corsa contro il tempo per approvare la riforma in tempo utile e anche in coincidenza con le manifestazioni di domani degli studenti. Ma torniamo alla cronaca. Dopo le parole di Rosi Mauro scoppia la bagarre in aula. La seduta viene sospesa. Alla ripresa, dopo un consulto con i capigruppo, è Schifani a provare a mediare: invita a evitare la contrapposizione che c’è già fuori dal palazzo, poi l’annuncio: le votazioni contestate si ripetano. No dalle opposizioni”.
Insomma, una sorta di manovra ostruzionistica da parte del PD e dell’IdV contro la rapida approvazione di una legge. Il problema, per il Tg1, era la velocità delle votazioni e la povera Rosi Mauro si sarebbe come impappinata tra un’alzata di mano e l’altra dicendo "approvato" anziché "non approvato".
Non una parola, non un cenno né al principale motivo di protesta dell’opposizione (ossia, il testo arrivato al Senato ha dei commi che si contraddicono l’un con l’altro e questo provocherebbe problemi interpretativi: il governo stesso aveva annunciato che avrebbe provveduto successivamente con decreto a modificare; l'ostruzionismo è un corollario della situazione creatasi), né all’impazzimento di Rosi Mauro preoccupata più di dar contro al centrosinistra che a gestire decentemente i lavori d’aula.
Siamo tutti sondaggisti
Voglio anch’io baloccarmi con l’ennesimo sondaggio di IPR Marketing per Repubblica. Premetto che trovo fuorviante l’impostazione di analizzare le percentuali di voto ai partiti anziché i seggi che essi potrebbero avere in Parlamento, ma ad oggi è inevitabile che sia così, perché sono ancora troppe le variabili da definire e, comunque, il sistema elettorale per il Senato renderà aleatorio fino all’ultimo l’esito delle urne.
Due aspetti, però, balzano agli occhi.
Il primo è l’incapacità di Sinistra Ecologia Libertà, Italia dei Valori e – sembrerebbe in misura lievemente minore – Partito Democratico di intercettare le aspettative di quei cittadini che nel 2006 e nel 2008 non sono andati a votare o hanno votato per il centrodestra. Zero virgola più, zero virgola meno, i voti che queste tre forze possono prendere sono quelli e lo sono da due anni e mezzo a questa parte. Diciamo che se li distribuiscono diversamente a seconda dell’ultima polemica o manifestazione di piazza o dichiarazione dalemiana, ma non diminuiscono, almeno per ora, e nemmeno crescono.
Il secondo aspetto – conseguenza del primo – è che, volenti o nolenti (io sono tra i nolenti), se l’obiettivo è rottamare Berlusconi, bisogna che con il partito di Casini e Rutelli il centrosinistra – tutto il centrosinistra, non soltanto il PD – ci faccia i conti prima o poi. Anzi, più prima che poi. Innanzitutto, perché sarebbe deleterio illudersi che basti iniziare la competizione anche soltanto con un 1% di vantaggio (e ora il centrosinistra è sotto di 3-4 punti): Berlusconi non è capace di governare, ma le campagne elettorali quelle le sa condurre alla grande. In secondo luogo, se si aspettasse a dopo le elezioni, il valore marginale e il potere di ricatto dei centristi sarebbero di gran lunga superiori.
Soffro ad ammettere tutto ciò, perché a me Casini fa abbastanza schifo e Rutelli ogni volta che lo sento parlare sono tentato di cambiare canale, ma questa è l’amara realtà. Rimango, però, della mia opinione dei giorni scorsi: vista l’ineluttabilità di questo accordo, gradirei un PD molto più assertivo, che proponga una sua idea d’Italia a chi ci sta ci sta. Se poi Casini vorrà fare il doroteo fino all’ultimo o Di Pietro il duro&puro, saranno affari loro e si porteranno sul groppone la responsabilità di aver affondato l’Italia affidandola per l’ennesima volta a Berlusconi e alla sua compagnia; altrimenti, questa responsabilità sarà tutta di Bersani. Non fare questo passaggio programmatico, qui e ora, sarebbe esiziale nel caso di vittoria elettorale: dopo dovresti trattare con chi non ha posizioni proprio analoghe alle tue in materia di nucleare, per esempio, o di ordinamento giudiziario (per tacere di bioetica e scuola). Penso, insomma, sia questo l’unico modo per presentarsi da una posizione di forza a chi, si presume, eserciterà il potere di ricatto del suo manipolo di senatori pronti a saltare sul carro del vincitore.
A proposito di piccoli gruppetti che possono condizionare l’esistenza di un governo: nel sondaggio IPR si considerano tra i partiti di sinistra Lista Bonino, Verdi e Partito Socialista. Ora, a meno che questi tre non si uniscano in un cartello elettorale, come già in passato è avvenuto, solamente una di tali liste entrerà in Parlamento (grazie al recupero del migliore che non arriva al quorum). E potrebbe risultare pure decisiva, pensa un po’. Mi sto chiedendo chi, tra di esse, possa essere la meno rompicoglioni. Forse i radicali, che nel 2006-2008 tutto sommato, al netto delle chiacchiere e dei digiuni pannelliani, una volta incassato l’indulto se ne stettero abbastanza tranquilli.
Due aspetti, però, balzano agli occhi.
Il primo è l’incapacità di Sinistra Ecologia Libertà, Italia dei Valori e – sembrerebbe in misura lievemente minore – Partito Democratico di intercettare le aspettative di quei cittadini che nel 2006 e nel 2008 non sono andati a votare o hanno votato per il centrodestra. Zero virgola più, zero virgola meno, i voti che queste tre forze possono prendere sono quelli e lo sono da due anni e mezzo a questa parte. Diciamo che se li distribuiscono diversamente a seconda dell’ultima polemica o manifestazione di piazza o dichiarazione dalemiana, ma non diminuiscono, almeno per ora, e nemmeno crescono.
Il secondo aspetto – conseguenza del primo – è che, volenti o nolenti (io sono tra i nolenti), se l’obiettivo è rottamare Berlusconi, bisogna che con il partito di Casini e Rutelli il centrosinistra – tutto il centrosinistra, non soltanto il PD – ci faccia i conti prima o poi. Anzi, più prima che poi. Innanzitutto, perché sarebbe deleterio illudersi che basti iniziare la competizione anche soltanto con un 1% di vantaggio (e ora il centrosinistra è sotto di 3-4 punti): Berlusconi non è capace di governare, ma le campagne elettorali quelle le sa condurre alla grande. In secondo luogo, se si aspettasse a dopo le elezioni, il valore marginale e il potere di ricatto dei centristi sarebbero di gran lunga superiori.
Soffro ad ammettere tutto ciò, perché a me Casini fa abbastanza schifo e Rutelli ogni volta che lo sento parlare sono tentato di cambiare canale, ma questa è l’amara realtà. Rimango, però, della mia opinione dei giorni scorsi: vista l’ineluttabilità di questo accordo, gradirei un PD molto più assertivo, che proponga una sua idea d’Italia a chi ci sta ci sta. Se poi Casini vorrà fare il doroteo fino all’ultimo o Di Pietro il duro&puro, saranno affari loro e si porteranno sul groppone la responsabilità di aver affondato l’Italia affidandola per l’ennesima volta a Berlusconi e alla sua compagnia; altrimenti, questa responsabilità sarà tutta di Bersani. Non fare questo passaggio programmatico, qui e ora, sarebbe esiziale nel caso di vittoria elettorale: dopo dovresti trattare con chi non ha posizioni proprio analoghe alle tue in materia di nucleare, per esempio, o di ordinamento giudiziario (per tacere di bioetica e scuola). Penso, insomma, sia questo l’unico modo per presentarsi da una posizione di forza a chi, si presume, eserciterà il potere di ricatto del suo manipolo di senatori pronti a saltare sul carro del vincitore.
A proposito di piccoli gruppetti che possono condizionare l’esistenza di un governo: nel sondaggio IPR si considerano tra i partiti di sinistra Lista Bonino, Verdi e Partito Socialista. Ora, a meno che questi tre non si uniscano in un cartello elettorale, come già in passato è avvenuto, solamente una di tali liste entrerà in Parlamento (grazie al recupero del migliore che non arriva al quorum). E potrebbe risultare pure decisiva, pensa un po’. Mi sto chiedendo chi, tra di esse, possa essere la meno rompicoglioni. Forse i radicali, che nel 2006-2008 tutto sommato, al netto delle chiacchiere e dei digiuni pannelliani, una volta incassato l’indulto se ne stettero abbastanza tranquilli.
lunedì 20 dicembre 2010
Il senatore leghista e il viso ieratico di TPS
Una particolarità di noi italiani che mi ha sempre fatto amaramente sorridere è l'ipocrisia con cui cambiamo opinione su una persona dopo che questa è morta.
L’attuale senatore della Lega Nord Massimo Garavaglia, oggi al Senato ha così ricordato Tommaso Padoa-Schioppa: “Il primo DPEF firmato da Padoa-Schioppa, nel 2006, conteneva un'analisi molto profonda e lucida dei problemi del nostro Paese, nonché lucide analisi su ciò che si sarebbe dovuto fare (...) Pertanto, Tommaso Padoa-Schioppa, o TPS, come lo chiamavamo tutti per semplicità e anche con un certo affetto per la brava persona, per come si mostrava in Parlamento, sicuramente non ha fatto mancare la sua capacità di fare, sotto questo aspetto, analisi profonde e lucide delle cose da fare. La serietà e la concretezza dell'approccio, quel viso ieratico e lo sguardo fermo facevano capire fino a che punto egli comprendesse i problemi economici del nostro Paese. Da qui anche il rigore spesso annunciato, che il Ministro all'epoca ha tentato di portare avanti, pur in una situazione complessa e fragile, spesso prendendosi colpe che non erano poi neanche tutte sue e critiche che non erano tutte rivolte solo a lui. Sicuramente, di Tommaso Padoa-Schioppa rimarrà la sua visione e il suo messaggio di sana e corretta gestione dei conti pubblici, assolutamente necessaria in un'ottica europea”.
L’allora deputato della Lega Nord Massimo Garavaglia, tre anni fa su La Padania così commentava la possibilità che Tommaso Padoa-Schioppa diventasse presidente del Fondo Monetario Internazionale: “Probabilmente quello è il suo posto ideale: un burocrate seduto nella stanza dei bottoni della burocrazia mondiale. Finora non ha fatto nulla di ciò che ci si aspettava: doveva essere il ministro del rigore e del controllo della spesa pubblica. Bene, abbiamo ormai superato la soglia del 50% nel rapporto tra spesa pubblica e PIL. Per non parlare poi del fatto che ha approntato una finanziaria da 35 miliardi di euro per poi ritrovarsi, dopo qualche mese, con un extragettito consistente. Forse mandarlo all’FMI non sarebbe una brutta operazione. Quali sono gli interventi migliori del ministro? Guardi, non riesco a salvare proprio nulla. Ha portato la pressione fiscale a livelli insostenibili. Ha peggiorato il buco della spesa pubblica. Ha avallato operazioni tappabuchi scandalose. Ha nuovamente consentito di allargare i cordoni della borsa per il contratto del pubblico impiego (…) Peggio di così non era proprio possibile fare”.
L’attuale senatore della Lega Nord Massimo Garavaglia, oggi al Senato ha così ricordato Tommaso Padoa-Schioppa: “Il primo DPEF firmato da Padoa-Schioppa, nel 2006, conteneva un'analisi molto profonda e lucida dei problemi del nostro Paese, nonché lucide analisi su ciò che si sarebbe dovuto fare (...) Pertanto, Tommaso Padoa-Schioppa, o TPS, come lo chiamavamo tutti per semplicità e anche con un certo affetto per la brava persona, per come si mostrava in Parlamento, sicuramente non ha fatto mancare la sua capacità di fare, sotto questo aspetto, analisi profonde e lucide delle cose da fare. La serietà e la concretezza dell'approccio, quel viso ieratico e lo sguardo fermo facevano capire fino a che punto egli comprendesse i problemi economici del nostro Paese. Da qui anche il rigore spesso annunciato, che il Ministro all'epoca ha tentato di portare avanti, pur in una situazione complessa e fragile, spesso prendendosi colpe che non erano poi neanche tutte sue e critiche che non erano tutte rivolte solo a lui. Sicuramente, di Tommaso Padoa-Schioppa rimarrà la sua visione e il suo messaggio di sana e corretta gestione dei conti pubblici, assolutamente necessaria in un'ottica europea”.
L’allora deputato della Lega Nord Massimo Garavaglia, tre anni fa su La Padania così commentava la possibilità che Tommaso Padoa-Schioppa diventasse presidente del Fondo Monetario Internazionale: “Probabilmente quello è il suo posto ideale: un burocrate seduto nella stanza dei bottoni della burocrazia mondiale. Finora non ha fatto nulla di ciò che ci si aspettava: doveva essere il ministro del rigore e del controllo della spesa pubblica. Bene, abbiamo ormai superato la soglia del 50% nel rapporto tra spesa pubblica e PIL. Per non parlare poi del fatto che ha approntato una finanziaria da 35 miliardi di euro per poi ritrovarsi, dopo qualche mese, con un extragettito consistente. Forse mandarlo all’FMI non sarebbe una brutta operazione. Quali sono gli interventi migliori del ministro? Guardi, non riesco a salvare proprio nulla. Ha portato la pressione fiscale a livelli insostenibili. Ha peggiorato il buco della spesa pubblica. Ha avallato operazioni tappabuchi scandalose. Ha nuovamente consentito di allargare i cordoni della borsa per il contratto del pubblico impiego (…) Peggio di così non era proprio possibile fare”.
domenica 19 dicembre 2010
Garantisti nei giorni dispari
Già giovedì scorso non mi era andata giù la reazione dei tre politici (Casini, La Russa, Di Pietro) e dei tre giornalisti (Meli, Porro, Travaglio) presenti in studio ad Anno Zero dopo il reportage di Sandro Ruotolo dalla manifestazione di piazza svoltasi martedì 14 dicembre a Roma. Nessuno di quei sei - nemmeno i quattro che si autoproclamano o scrivono su giornali "garantisti" - ha avuto niente da ridire vedendo le immagini dei manifestanti presi e portati via dalle forze dell'ordine. Oh, intendiamoci: non dico che fosse giusto o non giusto, dico che c'è una regoletta nel codice deontologico dei giornalisti che recita così: "salvo rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di giustizia e di polizia, il giornalista non riprende né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell'interessato. Le persone non possono essere presentate con ferri o manette ai polsi, salvo che ciò sia necessario per segnalare abusi". Insomma, per quanto fossero delinquenziali e criminali le azioni commesse da quei giovani, trovo ingiusto trasmettere in tv le immagini del loro fermo (così come trovo ingiusta certa produzione audio-video su quella disgraziata famiglia di Avetrana). Ma nessuno in studio, forse perché i protagonisti di quelle riprese erano sconosciuti e non noti manager o politici, ha detto peh (così come non ha mai detto peh sulle notizie riguardanti quella famiglia avetranese di cui sopra).
Mi son detto: un caso, una distrazione.
Nei giorni successivi due ministri della Repubblica, quello dell'Interno e quello della Giustizia, si sono poi espressi duramente contro la magistratura per il rilascio dopo una notte in cella dei manifestanti arrestati: a loro avviso, avrebbero dovuto rimanerci di più, in guardina.
E io mi son detto: vabbè, son preoccupati per una possibile reiterazione del reato.
Poi oggi c'è stato il capogruppo del principale partito italiano, già ministro della Repubblica in un passato non abbastanza remoto, che ha chiesto l'arresto preventivo di cittadini che intendono manifestare nei prossimi giorni.
E a questo punto è tutto chiaro: non più caso, non più distrazione, non più legittima preoccupazione. A questi manca proprio l'abc dello stato di diritto. Parlano di garantismo senza sapere cosa sia.
Mi son detto: un caso, una distrazione.
Nei giorni successivi due ministri della Repubblica, quello dell'Interno e quello della Giustizia, si sono poi espressi duramente contro la magistratura per il rilascio dopo una notte in cella dei manifestanti arrestati: a loro avviso, avrebbero dovuto rimanerci di più, in guardina.
E io mi son detto: vabbè, son preoccupati per una possibile reiterazione del reato.
Poi oggi c'è stato il capogruppo del principale partito italiano, già ministro della Repubblica in un passato non abbastanza remoto, che ha chiesto l'arresto preventivo di cittadini che intendono manifestare nei prossimi giorni.
E a questo punto è tutto chiaro: non più caso, non più distrazione, non più legittima preoccupazione. A questi manca proprio l'abc dello stato di diritto. Parlano di garantismo senza sapere cosa sia.
venerdì 17 dicembre 2010
Se proprio di alleanze bisogna parlare...
Ieri ho scritto il mio post più intempestivo da quando un anno e mezzo fa ho aperto il blog. Oggi la politica parla di alleanze e ne parla nella maniera più astratta e infruttuosa possibile. Non mi sento di crocifiggere Bersani per quel che ha dichiarato sulle primarie nell'intervista rilasciata a Repubblica: un po’ perché non vedo dove stia la novità nella possibilità di non fare primarie nel caso di alleanza con chi di primarie non ne voglia sentir parlare (e fino a un anno e mezzo fa tra i nemici delle primarie c’era pure Sinistra e Libertà; poi Vendola spopolò in Puglia e il suo partito è diventato pasdaran di questo strumento di partecipazione), un po’ perché – come ho già scritto in passato – a livello amministrativo le primarie più che per investire un candidato vengono brandite per demolirne altri; infine, perché è vero che le primarie interessano tanto a noi malati di politica, ma all'omino del bar importano il giusto.
Invece, critico Bersani per il suo inseguimento a Casini (e probabilmente anche a Fini). No, dico: sei il segretario del partito di opposizione più organizzato e forte e lasci che a recitare il ruolo della principessa sul baccello sia il co-leader di uno pseudoschieramento che alla prossima votazione parlamentare - la legge Gelmini - si presenterà già diviso?
Al contrario, Bersani - e meno male che sembra aver corretto la rotta in una successiva intervista a Sky Tg24 - dovrebbe sempre più insistere e porre l'accento sull'iniziativa del PD, affinché sia chiaro che è il PD che presenta una sua proposta d’Italia. Chi ci sta, ci sta. Senza pregiudizi. Si può limare, correggere, rivedere, ma non stravolgere, perché altrimenti il progetto perde valore e, una volta perso valore, tempo tre mesi e risiamo daccapo a spianare la strada a Berlusconi e stavolta in una via senza ritorno verso la perdizione. Chi non ci sta, affari suoi.
Mi trovo, in definitiva, abbastanza d’accordo con Massimo Donadi (uno dei pochi, nell’Italia dei Valori, che cerca di proporre ragionamenti politici e non demagogici) quando scrive “ho ben chiaro come si può uscire, non nel giro di qualche mese, ma di qualche anno, da questa fase insopportabile della nostra vita politica. Cominciando ad abbattere gli steccati fasulli. Cominciando a parlarsi tra persone che la pensano allo stesso modo, costruendo relazioni e rapporti fatti di idee e di progetti per il futuro e non di tifoserie contrapposte. Mettendo al centro la necessità di servire il paese e la consapevolezza di essere solo pedine temporanee di questo progetto”.
P.S.: sarò retorico, ma forse oggi i fiorentini più che le primarie reclamavano gli spalaneve...
Invece, critico Bersani per il suo inseguimento a Casini (e probabilmente anche a Fini). No, dico: sei il segretario del partito di opposizione più organizzato e forte e lasci che a recitare il ruolo della principessa sul baccello sia il co-leader di uno pseudoschieramento che alla prossima votazione parlamentare - la legge Gelmini - si presenterà già diviso?
Al contrario, Bersani - e meno male che sembra aver corretto la rotta in una successiva intervista a Sky Tg24 - dovrebbe sempre più insistere e porre l'accento sull'iniziativa del PD, affinché sia chiaro che è il PD che presenta una sua proposta d’Italia. Chi ci sta, ci sta. Senza pregiudizi. Si può limare, correggere, rivedere, ma non stravolgere, perché altrimenti il progetto perde valore e, una volta perso valore, tempo tre mesi e risiamo daccapo a spianare la strada a Berlusconi e stavolta in una via senza ritorno verso la perdizione. Chi non ci sta, affari suoi.
Mi trovo, in definitiva, abbastanza d’accordo con Massimo Donadi (uno dei pochi, nell’Italia dei Valori, che cerca di proporre ragionamenti politici e non demagogici) quando scrive “ho ben chiaro come si può uscire, non nel giro di qualche mese, ma di qualche anno, da questa fase insopportabile della nostra vita politica. Cominciando ad abbattere gli steccati fasulli. Cominciando a parlarsi tra persone che la pensano allo stesso modo, costruendo relazioni e rapporti fatti di idee e di progetti per il futuro e non di tifoserie contrapposte. Mettendo al centro la necessità di servire il paese e la consapevolezza di essere solo pedine temporanee di questo progetto”.
P.S.: sarò retorico, ma forse oggi i fiorentini più che le primarie reclamavano gli spalaneve...
giovedì 16 dicembre 2010
Letterina natalizia
Cari Pigi, Tonino e Nichi
mi rendo conto che, dopo il voto di fiducia dell'altro giorno, l'ipotesi elezioni è da prendere seriamente in considerazione e, con essa, anche la questione delle alleanze. Ma, chissà, magari se invece di partire da un presupposto astratto (il centro, la sinistra, il riformismo, il moderatismo...) o dai pregiudizi ("mai con Tizio!", "o me o Caio!") partite dai programmi, forse è più semplice e può darsi che qualche elettore vi segua anche.
Quindi, per Natale fateci un regalo: smettetela di parlare di alleanze e cominciate a parlare di problemi e soluzioni (ché qua peraltro la tredicesima mi sa che fa presto a evaporare)
Grazie
mi rendo conto che, dopo il voto di fiducia dell'altro giorno, l'ipotesi elezioni è da prendere seriamente in considerazione e, con essa, anche la questione delle alleanze. Ma, chissà, magari se invece di partire da un presupposto astratto (il centro, la sinistra, il riformismo, il moderatismo...) o dai pregiudizi ("mai con Tizio!", "o me o Caio!") partite dai programmi, forse è più semplice e può darsi che qualche elettore vi segua anche.
Quindi, per Natale fateci un regalo: smettetela di parlare di alleanze e cominciate a parlare di problemi e soluzioni (ché qua peraltro la tredicesima mi sa che fa presto a evaporare)
Grazie
mercoledì 15 dicembre 2010
Vai a sapere te
Secondo me, ad oggi è tutta una questione di punti di vista.
Vedendo il bicchiere mezzo pieno, il Partito Democratico ha tutto da gioire per il voto di fiducia di ieri alla Camera: ha votato compatto, nessun assente tra le sue fila, leader e leaderini e sedicenti tali han preso tutti la parola in Aula e se hanno avuto da brontolare l’han fatto più nelle segrete stanze che davanti ai taccuini e se un anno fa di questi tempi la maggioranza era sopra di cinquanta o sessanta parlamentari, ora è sopra appena di tre (e il Fistarol ha lasciato il partito solo oggi).
Vedendo il bicchiere mezzo vuoto, il Partito Democratico ha di che riflettere: il centro della scena è stato occupato da altri attori e la principale forza di opposizione ancora una volta ha giocato un ruolo del tutto marginale; trattandosi poi di mozione di sfiducia – quindi, di iniziativa dell’opposizione – non avendo raccolto i voti necessari si tratta di una chiara e inequivocabile e sonora sconfitta e hai voglia di rammentare Pirro (e comunque ha perso il Fistarol, in avvicinamento al terzo polo).
Dalla visuale della pancia, inoltre, ha fatto bene Dario Franceschini a ricordare piccato che le defezioni ci sono state altrove, in quei gruppi che amano dare lezioni agli altri (e che ora invitano, con buona dose di faccia tosta, a non aprire polemiche nel campo dell’opposizione).
Dalla visuale della testa, però, ha fatto male Dario Franceschini a ricordare piccato che le defezioni ci sono state altrove, perché è insulso che un partito come il PD si metta a rincorrere la polemicuccia con qualche alleato dalla relativa consistenza.
Non ha tutti i torti Massimo Franco sul Corriere della Sera a notare che “si è aperta una fase nuova, che il centrodestra sente di poter gestire in tutta tranquillità, nonostante tutto”.
Ha ragione, però, anche Ezio Mauro a rilevare che il “margine precario, appeso a mille promesse impossibili, nel giorno per giorno non consentirà al Premier di fare approvare più nulla”.
E’ fondato quel che sostiene Francesco Costa quando sottolinea che è inutile continuare a chiedere un governo di transizione che non ci sarà e, nel caso, farebbe la fine del governo Prodi.
E’ altrettanto fondato quel che ribatte il mio amico Scirocco quando argomenta che un governo di unità nazionale avrebbe i numeri per rendere sempre più innocue le piccole velleità di partito.
Insomma, oggi 15 dicembre 2010 e domani, dopodomani, fra una settimana e anche fra due settimane o tre, possiamo dire tutto e il contrario di tutto. La politica italiana attuale è, al tempo stesso, noiosa e brillante, sconcertante e rassicurante, ripetitiva e imprevedibile, tutto e il contrario di tutto. Non potrebbe essere altrimenti, considerata la mediocrità della nostra classe dirigente.
Vedendo il bicchiere mezzo pieno, il Partito Democratico ha tutto da gioire per il voto di fiducia di ieri alla Camera: ha votato compatto, nessun assente tra le sue fila, leader e leaderini e sedicenti tali han preso tutti la parola in Aula e se hanno avuto da brontolare l’han fatto più nelle segrete stanze che davanti ai taccuini e se un anno fa di questi tempi la maggioranza era sopra di cinquanta o sessanta parlamentari, ora è sopra appena di tre (e il Fistarol ha lasciato il partito solo oggi).
Vedendo il bicchiere mezzo vuoto, il Partito Democratico ha di che riflettere: il centro della scena è stato occupato da altri attori e la principale forza di opposizione ancora una volta ha giocato un ruolo del tutto marginale; trattandosi poi di mozione di sfiducia – quindi, di iniziativa dell’opposizione – non avendo raccolto i voti necessari si tratta di una chiara e inequivocabile e sonora sconfitta e hai voglia di rammentare Pirro (e comunque ha perso il Fistarol, in avvicinamento al terzo polo).
Dalla visuale della pancia, inoltre, ha fatto bene Dario Franceschini a ricordare piccato che le defezioni ci sono state altrove, in quei gruppi che amano dare lezioni agli altri (e che ora invitano, con buona dose di faccia tosta, a non aprire polemiche nel campo dell’opposizione).
Dalla visuale della testa, però, ha fatto male Dario Franceschini a ricordare piccato che le defezioni ci sono state altrove, perché è insulso che un partito come il PD si metta a rincorrere la polemicuccia con qualche alleato dalla relativa consistenza.
Non ha tutti i torti Massimo Franco sul Corriere della Sera a notare che “si è aperta una fase nuova, che il centrodestra sente di poter gestire in tutta tranquillità, nonostante tutto”.
Ha ragione, però, anche Ezio Mauro a rilevare che il “margine precario, appeso a mille promesse impossibili, nel giorno per giorno non consentirà al Premier di fare approvare più nulla”.
E’ fondato quel che sostiene Francesco Costa quando sottolinea che è inutile continuare a chiedere un governo di transizione che non ci sarà e, nel caso, farebbe la fine del governo Prodi.
E’ altrettanto fondato quel che ribatte il mio amico Scirocco quando argomenta che un governo di unità nazionale avrebbe i numeri per rendere sempre più innocue le piccole velleità di partito.
Insomma, oggi 15 dicembre 2010 e domani, dopodomani, fra una settimana e anche fra due settimane o tre, possiamo dire tutto e il contrario di tutto. La politica italiana attuale è, al tempo stesso, noiosa e brillante, sconcertante e rassicurante, ripetitiva e imprevedibile, tutto e il contrario di tutto. Non potrebbe essere altrimenti, considerata la mediocrità della nostra classe dirigente.
martedì 14 dicembre 2010
Quel che resta di un giorno
Alla fine, quel che resta del 14 dicembre 2010 - tra scontri di piazza e scontri dell'Aula - è il senso di profondo degrado del nostro Paese.Non è soltanto il deputato che, per fare il salto della quaglia e andare a sostenere un governo che propaganda tolleranza zero ai clandestini, assolda un gruppetto di immigrati disoccupati affinché reggano uno striscione a suo favore.
Non è soltanto il capopartito che, vittima di un circolo vizioso da lui innescato, ogni volta che prende la parola alla Camera è costretto a rivolgersi a Berlusconi in una maniera più facinorosa rispetto alla volta precedente altrimenti i suoi elettori non pensano che è l'unico che fa opposizione.
Non è soltanto la rissa tra parlamentari perché una deputata ha votato in modo inaspettato, né il dito medio del capogruppo al presidente della Camera.
Non è soltanto l'imprenditore sbarcato a Montecitorio per fare la parte del pragmatico e concreto sui problemi delle aziende e che alla fine si riduce al giochino doroteo di non rispondere alla prima chiamata per vedere intanto come va.
Non è soltanto la gestione di una piazza vittima di opposte follie, quella dei black bloc e quella dei governanti che non gli par vero che esistano i black bloc.
E' tutto questo insieme e qualcos'altro ancora.
L'immagine dell'Italia di oggi è quella del suo presidente del Consiglio che si muove sempre a suo agio nel pantano, nel losco, nel casino. I risultati sono pessimi, ma quello è il suo ambiente ideale.
lunedì 13 dicembre 2010
Lo strafalcione storico
Stamani al Senato Silvio Berlusconi ha detto: "forse si è dimenticato che l'Italia è entrata nella crisi in condizioni assai più difficili di altri Paesi, perché ha dovuto affrontare la crisi finanziaria, la crisi economica globale, con un debito pubblico imponente, il più alto tra i Paesi in Europa. Un debito - non dimentichiamocelo mai - ereditato dai Governi del compromesso storico".
Ora, io non so chi glieli scrive i discorsi a quest'uomo. Di certo, non uno storico, né un economista.
Allora, facciamo un po' d'ordine?
Tanto per cominciare, è inesatto parlare di "governi del compromesso storico". Berlinguer propose, in tre articoli pubblicati su Rinascita nel settembre-ottobre 1973, un aggancio tra comunisti e cattolici nella politica italiana al fine di recuperare l'esperienza antifascista che aveva dato origine alla Repubblica e ribadendo la vocazione del PCI come "partito dell'ordine" in difesa delle istituzioni democratiche. Ma questa proposta non si esplicò in particolari governi.
Casomai, possiamo parlare di "governo di solidarietà nazionale" o della "non sfiducia". Alle elezioni del 1976, il risultato, considerate anche le scelte annunciate dai partiti in campagna elettorale, avrebbe reso difficile - se non impossibile - la formazione di un esecutivo come quelli dell'epoca. E così nacque un governo Andreotti monocolore DC con l'astensione del PCI (oltre che del PSI, del PSDI e del PRI) che rimase in carica dal 29 luglio 1976 all'11 marzo 1978. Poi, il 16 marzo 1978 ci fu il rapimento di Moro, ci fu il voto di fiducia al quarto governo (monocolore) Andreotti votata pure dal PCI senza ottenere ministeri (quando oggi sentiamo Casini o Fini parlare di "appoggio esterno"...). L'esecutivo rimase in carica fino al 20 marzo 1979, poi si andò a elezioni anticipate e fu messa la parola fine all'esperienza del PCI astenuto o favorevole ai monocolore DC.
Dunque, il periodo cui fa riferimento Berlusconi è, al massimo, il triennio 1976-1979.
Vediamo la dinamica del debito pubblico in quegli anni, allora, sia in valori assoluti, sia percentuali rispetto al PIL.
1975: 41.899 milioni di euro, pari al 60% del PIL.
1976: 52.317 milioni di euro, pari al 58,5% del PIL.
1977: 62.459 milioni di euro, pari al 58,3% del PIL.
1978: 79.091 milioni di euro, pari al 63,3% del PIL.
1979: 94.800 milioni di euro, pari al 62,4% del PIL.
Insomma, in quegli anni il debito pubblico pur aumentando in termini assoluti, in rapporto al PIL era mantenuto sotto controllo. Anzi, per un certo periodo diminuì pure.
Ma, allora, quando è aumentato?
Qualche annetto più tardi.
Nel 1981 il debito pubblico era ancora al 61,5% del PIL. Un anno dopo era salito di ben cinque punti arrivando al 66,6%, record dal dopoguerra (per inciso, il ministro delle finanze dell'epoca era Francesco Forte, oggi editorialista economico di punta del Giornale di proprietà di Paolo Berlusconi).
Al termine del 1984, governo Craxi, il debito era al 77,4%. Un anno dopo all'83,9%, nel 1986 all'88,1% e alla fine del 1987 chiuse al 92,5% del PIL.
In quattro anni di governo Craxi e di pentapartito - con il PCI all'opposizione, quindi - il debito pubblico era cresciuto, rispetto al PIL, di ben 20 punti percentuali. E nel 1990, con ancora Andreotti al governo, toccò quota 99,1%. E poi 103,1 nel 1991 e su su, sempre più su, come la grappa Bocchino. Fino al record del 124,5% di fine 1994: governo Berlusconi. E così il cerchio si chiude. Non quindi di compromesso storico dobbiamo parlare, ma di strafalcione storico.
Ora, io non so chi glieli scrive i discorsi a quest'uomo. Di certo, non uno storico, né un economista.
Allora, facciamo un po' d'ordine?
Tanto per cominciare, è inesatto parlare di "governi del compromesso storico". Berlinguer propose, in tre articoli pubblicati su Rinascita nel settembre-ottobre 1973, un aggancio tra comunisti e cattolici nella politica italiana al fine di recuperare l'esperienza antifascista che aveva dato origine alla Repubblica e ribadendo la vocazione del PCI come "partito dell'ordine" in difesa delle istituzioni democratiche. Ma questa proposta non si esplicò in particolari governi.
Casomai, possiamo parlare di "governo di solidarietà nazionale" o della "non sfiducia". Alle elezioni del 1976, il risultato, considerate anche le scelte annunciate dai partiti in campagna elettorale, avrebbe reso difficile - se non impossibile - la formazione di un esecutivo come quelli dell'epoca. E così nacque un governo Andreotti monocolore DC con l'astensione del PCI (oltre che del PSI, del PSDI e del PRI) che rimase in carica dal 29 luglio 1976 all'11 marzo 1978. Poi, il 16 marzo 1978 ci fu il rapimento di Moro, ci fu il voto di fiducia al quarto governo (monocolore) Andreotti votata pure dal PCI senza ottenere ministeri (quando oggi sentiamo Casini o Fini parlare di "appoggio esterno"...). L'esecutivo rimase in carica fino al 20 marzo 1979, poi si andò a elezioni anticipate e fu messa la parola fine all'esperienza del PCI astenuto o favorevole ai monocolore DC.
Dunque, il periodo cui fa riferimento Berlusconi è, al massimo, il triennio 1976-1979.
Vediamo la dinamica del debito pubblico in quegli anni, allora, sia in valori assoluti, sia percentuali rispetto al PIL.
1975: 41.899 milioni di euro, pari al 60% del PIL.
1976: 52.317 milioni di euro, pari al 58,5% del PIL.
1977: 62.459 milioni di euro, pari al 58,3% del PIL.
1978: 79.091 milioni di euro, pari al 63,3% del PIL.
1979: 94.800 milioni di euro, pari al 62,4% del PIL.
Insomma, in quegli anni il debito pubblico pur aumentando in termini assoluti, in rapporto al PIL era mantenuto sotto controllo. Anzi, per un certo periodo diminuì pure.
Ma, allora, quando è aumentato?
Qualche annetto più tardi.
Nel 1981 il debito pubblico era ancora al 61,5% del PIL. Un anno dopo era salito di ben cinque punti arrivando al 66,6%, record dal dopoguerra (per inciso, il ministro delle finanze dell'epoca era Francesco Forte, oggi editorialista economico di punta del Giornale di proprietà di Paolo Berlusconi).
Al termine del 1984, governo Craxi, il debito era al 77,4%. Un anno dopo all'83,9%, nel 1986 all'88,1% e alla fine del 1987 chiuse al 92,5% del PIL.
In quattro anni di governo Craxi e di pentapartito - con il PCI all'opposizione, quindi - il debito pubblico era cresciuto, rispetto al PIL, di ben 20 punti percentuali. E nel 1990, con ancora Andreotti al governo, toccò quota 99,1%. E poi 103,1 nel 1991 e su su, sempre più su, come la grappa Bocchino. Fino al record del 124,5% di fine 1994: governo Berlusconi. E così il cerchio si chiude. Non quindi di compromesso storico dobbiamo parlare, ma di strafalcione storico.
domenica 12 dicembre 2010
Il corteo, la piazza
E’ stata una bella piazza quella di ieri. Riporto alcune immagini e riflessioni che mi sono rimaste una volta tornato a casa.La positività della mia amica Lucia, che non vota e – così almeno dice – mai voterà il Partito Democratico perché la fa "stracacare", ma che non ha esitato a partecipare al corteo, ha apprezzato senza pregiudizi il comizio di Bersani e, addirittura, non ha avuto remore a reggere per alcuni minuti lo striscione del PD della sua città. Mi ha ricordato il grande bacino potenziale di elettori a cui il principale partito di opposizione potrebbe e dovrebbe rivolgersi. E invece non lo fa perché ha altro di meno importante a cui pensare. C’è un patrimonio di persone che, a forza di venire ignorate, alla fine diventano loro malgrado uno dei segreti del successo di questa destra indegna di governare e che, giorno dopo giorno, ci sta mandando tutti alla rovina.
La presenza nel corteo di qualcuno di mia conoscenza che nelle settimane scorse ha passato il tempo a ironizzare sulla manifestazione e su chi l’ha organizzata – e pure a fare del sarcasmo su chi vi avrebbe partecipato. Mi ha ricordato che il PD è un partito più contestato che compreso e un buon 40% delle critiche che riceve (soprattutto quelle che giungono dal suo interno o, comunque, da chi grazie ad esso ha di che mangiare) sono ingiuste e strumentali.
Il comizio di Bersani. Mi ha ricordato che la narrazione evocativa e suggestiva è fondamentale in politica per conquistare il consenso, ma non è sufficiente. Arriva un momento in cui bisogna prendere di petto i problemi delle persone e l’emozione da sola non risolve niente. Ieri, per buona parte del corteo, avevamo dietro un gruppo di Bracciano che protestava contro Renata Polverini per la chiusura del locale ospedale. Non so se avessero ragione oppure no, ma questa è la classica situazione in cui l’ideologia (qualsiasi ideologia) e gli slogan (pure quelli nostri) contano zero.
La frase – sicuramente retorica, ma pure la più democratica che potesse essere detta ieri – “noi non dobbiamo suscitare passione per una persona, ma per la nostra Repubblica”. Mi ha ricordato che nessun leader politico al mondo sarebbe diventato tale senza l’ambizione di diventarlo, e anche senza una certa dose di presunzione e di cattiveria, ma deve conservare un obiettivo più grande da centrare che va oltre la propria persona e le proprie legittime ambizioni. Mi ha ricordato che pure a sinistra ci siamo fatti invece abbindolare troppe volte dalla deriva berlusconiana dell’eccessiva passione per una persona e sono sorti, complice l’incapacità del PD di allearsi con i suoi elettori e con quelli che potrebbero esserlo, movimenti e partiti non meno personali dei due o tre (sì, tre) oggi al governo.
L’indifferenza con cui, durante il viaggio di andata in pullman, ho saltato le pagine di giornale che raccontavano i maneggi parlamentari in vista del voto di fiducia di martedì prossimo alla Camera. Mi ha ricordato che c’è un’altra Italia. Ed è per quell’Italia che c’erano tante persone ieri a Roma.
venerdì 10 dicembre 2010
Un partito di ex
Questo post mi è stato suggerito dall’amico Scirocco ed è dedicato a quelli che “il PD è un partito di mestieranti della politica, tutti appartenenti alla casta, oggi si candidano in Lombardia e domani in Puglia”, a quelli che “la moglie di Fassino è in Parlamento perché è la moglie di Fassino”, a quelli che “i burocratosauri della nomenclatura democratica”, a quelli che “Berlusconi si salva sempre grazie al PDmenoL”.
Dunque, c'è un partito di opposizione che dal 2006 ad oggi ha candidato e fatto eleggere in Parlamento – tra gli altri – i seguenti personaggi:
Fabio Evangelisti: ex segretario provinciale del PCI, ex deputato del PDS per tre legislature nel secolo scorso.
Giuseppe Astore: nel 2010 lascia il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per aderire al gruppo misto.
Francesco Barbato: ex sindaco PSI a Camposano in piena Tangentopoli.
Felice Belisario: cresciuto nella DC, è presidente di Provincia per il PPI. Eletto nel 2006 in Sicilia e nel 2008 in Basilicata.
Antonio Borghesi: ex Lega Nord, ex Liga Veneta Repubblica (movimento indipendentista).
Stefano Pedica: cresciuto nella DC, ex CCD, ex UdR, ex Cristiano Democratici Europei, ex Patto Segni Scognamiglio. Eletto nel 2006 in Lombardia e nel 2008 in Lazio.
Aurelio Salvatore Misiti: ex PCI, ex assessore tecnico nella giunta di centrodestra in Regione Calabria. Nel 2010 ha lasciato il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per aderire al Movimento per le Autonomie.
Silvana Mura: amica di famiglia di Antonio Di Pietro.
Leoluca Orlando: ex sindaco DC di Palermo, ex Rete Movimento per la Democrazia, ex Margherita. Eletto nel 2006 in Sicilia e nel 2008 nel Lazio.
Giuseppe Ossorio: ex PRI. Nel 2007 lascia il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per passare al PD.
Pino Pisicchio: cresciuto nella DC, ex sottosegretario con Amato (1992) e Ciampi (1993), ex Rinnovamento Italiano, ex Margherita, ex Udeur. Nel 2009 lascia il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per aderire ad Alleanza per l’Italia.
Antonio Razzi: lascia nel 2010 per aderire a Noi Sud.
Federica Rossi Gasparrini: ex Forza Italia, ex sottosegretario nel primo governo Prodi. Eletta nel 2006 in Lazio (pur essendo di Cremona), dopo pochi mesi passa con l’Udeur.
Gabriele Cimadoro: cognato di Antonio Di Pietro. Ex CCD, ex UdR, ex UdC.
Augusto Di Stanislao: ex sindaco DS di Colonnella, ex Udeur.
Aniello Formisano: ex PCI, ex Margherita.
Domenico Scilipoti: ex PSDI. Lascia nel 2010 per aderire al gruppo misto.
Jean Leonard Touadi: ex assessore a Roma con Veltroni. Lascia nel 2009 per aderire al PD.
Americo Porfidia: lascia nel 2009 per aderire al gruppo misto.
Giuseppe Giulietti: lascia nel 2009 per aderire al gruppo misto.
Luigi Li Gotti: ex segretario provinciale MSI, ex AN.
Giacinto Russo: lascia nel 2009 per aderire ad Alleanza per l’Italia.
Sergio De Gregorio: ex PSI, ex Forza Italia, ex DC per le Autonomie. Lascia a settembre 2006 per aderire al gruppo misto.
Il partito in questione è l'Italia dei Valori.
Riepilogando, nelle ultime due legislature l’IdV ha avuto, in tutto, 51 parlamentari. Di questi:
15 (pari al 29%) sono prima transitati da altri partiti ricoprendo in essi incarichi elettivi o di responsabilità;
12 (pari al 23,5%) hanno lasciato il gruppo parlamentare. Di essi: 2 passano al PD (e uno di questi non viene però rieletto); 1 al Movimento per le Autonomie; 2 ad Alleanza per l’Italia, 5 al gruppo misto, 1 a Noi Sud, 1 all’Udeur. I cambiamenti di schieramento sono stati, in totale, 3 (particolare non irrilevante: tutti decisivi o potenzialmente tali), più un altro ancora incerto e almeno 3 che però, chissà, se Berlusconi il 14 dicembre venisse sfiduciato….
13 (pari al 33% di quelli rimasti) hanno alle spalle due o più mandati;
3 (pari al 6%) sono stati rieletti in un collegio diverso da quello del primo mandato.
2 (pari al 4%) sono parenti o amici di famiglia del leader.
Antonio Di Pietro, commentando la compravendita di deputati da parte del PdL in vista del voto di fiducia della prossima settimana, ha annunciato di rivolgersi alla magistratura. Io dico che se uno imbarca ex comunisti di lungo corso, ex missini di vecchia militanza, ex mastelliani arrapati, ex democristiani ondivaghi, ex berlusconiani più o meno convinti, ex socialisti dei tempi di Craxi, ex indipendentisti della Lega Nord alla fine ha poco da stupirsi se prima o poi costoro cedono al richiamo della foresta. E quindi, più che rivolgersi alla magistratura uno dovrebbe rivolgersi ai propri elettori. Come? Per esempio, organizzando quelle primarie che ad altri vengono - sottolineo: giustamente! - richieste come condizione essenziale per “mettere in campo volti e storie di persone diverse”. Anche perché se la regola “non c’è terzo mandato parlamentare” deve valere per qualcuno, è giusto che valga anche per qualcun altro: e, considerata la percentuale di secondi mandati dentro l’IdV, si presume che al prossimo giro ci sarà un bel rinnovamento, a partire proprio dall'attuale nomenclatura. O no?
Dunque, c'è un partito di opposizione che dal 2006 ad oggi ha candidato e fatto eleggere in Parlamento – tra gli altri – i seguenti personaggi:
Fabio Evangelisti: ex segretario provinciale del PCI, ex deputato del PDS per tre legislature nel secolo scorso.
Giuseppe Astore: nel 2010 lascia il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per aderire al gruppo misto.
Francesco Barbato: ex sindaco PSI a Camposano in piena Tangentopoli.
Felice Belisario: cresciuto nella DC, è presidente di Provincia per il PPI. Eletto nel 2006 in Sicilia e nel 2008 in Basilicata.
Antonio Borghesi: ex Lega Nord, ex Liga Veneta Repubblica (movimento indipendentista).
Stefano Pedica: cresciuto nella DC, ex CCD, ex UdR, ex Cristiano Democratici Europei, ex Patto Segni Scognamiglio. Eletto nel 2006 in Lombardia e nel 2008 in Lazio.
Aurelio Salvatore Misiti: ex PCI, ex assessore tecnico nella giunta di centrodestra in Regione Calabria. Nel 2010 ha lasciato il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per aderire al Movimento per le Autonomie.
Silvana Mura: amica di famiglia di Antonio Di Pietro.
Leoluca Orlando: ex sindaco DC di Palermo, ex Rete Movimento per la Democrazia, ex Margherita. Eletto nel 2006 in Sicilia e nel 2008 nel Lazio.
Giuseppe Ossorio: ex PRI. Nel 2007 lascia il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per passare al PD.
Pino Pisicchio: cresciuto nella DC, ex sottosegretario con Amato (1992) e Ciampi (1993), ex Rinnovamento Italiano, ex Margherita, ex Udeur. Nel 2009 lascia il gruppo parlamentare in cui è stato eletto per aderire ad Alleanza per l’Italia.
Antonio Razzi: lascia nel 2010 per aderire a Noi Sud.
Federica Rossi Gasparrini: ex Forza Italia, ex sottosegretario nel primo governo Prodi. Eletta nel 2006 in Lazio (pur essendo di Cremona), dopo pochi mesi passa con l’Udeur.
Gabriele Cimadoro: cognato di Antonio Di Pietro. Ex CCD, ex UdR, ex UdC.
Augusto Di Stanislao: ex sindaco DS di Colonnella, ex Udeur.
Aniello Formisano: ex PCI, ex Margherita.
Domenico Scilipoti: ex PSDI. Lascia nel 2010 per aderire al gruppo misto.
Jean Leonard Touadi: ex assessore a Roma con Veltroni. Lascia nel 2009 per aderire al PD.
Americo Porfidia: lascia nel 2009 per aderire al gruppo misto.
Giuseppe Giulietti: lascia nel 2009 per aderire al gruppo misto.
Luigi Li Gotti: ex segretario provinciale MSI, ex AN.
Giacinto Russo: lascia nel 2009 per aderire ad Alleanza per l’Italia.
Sergio De Gregorio: ex PSI, ex Forza Italia, ex DC per le Autonomie. Lascia a settembre 2006 per aderire al gruppo misto.
Il partito in questione è l'Italia dei Valori.
Riepilogando, nelle ultime due legislature l’IdV ha avuto, in tutto, 51 parlamentari. Di questi:
15 (pari al 29%) sono prima transitati da altri partiti ricoprendo in essi incarichi elettivi o di responsabilità;
12 (pari al 23,5%) hanno lasciato il gruppo parlamentare. Di essi: 2 passano al PD (e uno di questi non viene però rieletto); 1 al Movimento per le Autonomie; 2 ad Alleanza per l’Italia, 5 al gruppo misto, 1 a Noi Sud, 1 all’Udeur. I cambiamenti di schieramento sono stati, in totale, 3 (particolare non irrilevante: tutti decisivi o potenzialmente tali), più un altro ancora incerto e almeno 3 che però, chissà, se Berlusconi il 14 dicembre venisse sfiduciato….
13 (pari al 33% di quelli rimasti) hanno alle spalle due o più mandati;
3 (pari al 6%) sono stati rieletti in un collegio diverso da quello del primo mandato.
2 (pari al 4%) sono parenti o amici di famiglia del leader.
Antonio Di Pietro, commentando la compravendita di deputati da parte del PdL in vista del voto di fiducia della prossima settimana, ha annunciato di rivolgersi alla magistratura. Io dico che se uno imbarca ex comunisti di lungo corso, ex missini di vecchia militanza, ex mastelliani arrapati, ex democristiani ondivaghi, ex berlusconiani più o meno convinti, ex socialisti dei tempi di Craxi, ex indipendentisti della Lega Nord alla fine ha poco da stupirsi se prima o poi costoro cedono al richiamo della foresta. E quindi, più che rivolgersi alla magistratura uno dovrebbe rivolgersi ai propri elettori. Come? Per esempio, organizzando quelle primarie che ad altri vengono - sottolineo: giustamente! - richieste come condizione essenziale per “mettere in campo volti e storie di persone diverse”. Anche perché se la regola “non c’è terzo mandato parlamentare” deve valere per qualcuno, è giusto che valga anche per qualcun altro: e, considerata la percentuale di secondi mandati dentro l’IdV, si presume che al prossimo giro ci sarà un bel rinnovamento, a partire proprio dall'attuale nomenclatura. O no?
giovedì 9 dicembre 2010
Matteo, Pippo, Nichi e altri
Al netto della dialettica di partito (“critico Renzi così impara!”), mi chiedo quanti, tra coloro che contestano la visita del sindaco di Firenze alla dimora privata del presidente del Consiglio per perorare la causa fiorentina, sanno veramente chi è, cosa vuole, cosa fa Matteo Renzi. Chi ora si stupisce di certe sue affermazioni – tipo “vado oltre le ideologie” – rivela di non sapere cosa diceva il primo cittadino in campagna elettorale. Chi ora grida all’intelligenza col nemico dimostra di non sapere quale base sociale lo ha appoggiato all’epoca sia delle primarie, sia delle amministrative. Se una settimana fa avessimo fatto un sondaggio su cosa gli elettori di centrosinistra non fiorentini che ammira(va)no Renzi sapessero circa le sue posizioni riguardanti – chessò – i termovalorizzatori, forse avremmo trovato qualche discrasia tra ciò che è e ciò che a noi piacerebbe che fosse.
Ma io non voglio criticare Matteo Renzi che, anzi, rimane figura tra le più interessanti (nel bene e nel male) del panorama piddino attuale. Dico soltanto che dobbiamo, noi elettori, passare dalla fase “soggettiva” alla fase “oggettiva”. La nostra – dico nostra perché è anche mia – voglia di rottamare una classe dirigente incapace, avvitata da vent’anni sui soliti problemi, arrogante al punto da reiterare i soliti errori senza mettersi in discussione e presuntuosa da pensare di essere ancora, nonostante tutto, la meglio che ci sia in circolazione (al massimo, a voler essere generosi e giusto perché siamo sotto Natale, diciamo che non è la peggiore) non deve accecarci al punto di dimenticare che istanze giuste possono venire da chi ci ha rotto le scatole e, parimenti, istanze sbagliate possono giungere da chi vorremmo ne prendesse il posto.
Questo passaggio, però, è molto difficile e i media non ci aiutano. Perché presuppone imparare ad approfondire le questioni, i temi all’ordine del giorno. Invece cosa succede? Succede che critichiamo tanto i politici perché sono staccati dai problemi della quotidianità e però poi siamo noi i primi a inseguire – e a subire dal quotidiano o dal giornalista o dal blogger di riferimento – il chiacchiericcio, il gossip politico, il pregiudizio nei confronti di Tizio o di Caio disinteressandoci di certe questioni. A meno che non ci riguardino direttamente.
Vogliamo l’energia pulita e rinnovabile. Certo, ma questo – nel concreto – cosa comporta? Fino a dove possiamo spingerci realisticamente?
Vogliamo la raccolta differenziata. Ottimo, ma ancora una volta – nel concreto – cosa comporta? Quali sono i passi da fare e in quanto tempo, quali i costi iniziali che i cittadini devono sostenere?
Vogliamo abolire la legge Biagi. Giusto e condivisibile, ma – nel concreto – dopo lasciamo un vuoto legislativo o la vogliamo rimpiazzare con qualcos’altro e, nel caso, con cosa?
Vogliamo più moralità pubblica. Sacrosanto. Ma basta per risolvere tutti gli enormi problemi sociali ed economici che abbiamo in Italia?
Il punto è che, tra gli effetti collaterali del berlusconismo, c’è anche questa banalizzazione estrema della politica alla quale ci siamo adeguati anche noi che un giorno sì e l’altro pure critichiamo il berlusconismo. Ci fermiamo allo slogan. Poiché ci fermiamo allo slogan, siano più vulnerabili di fronte all’aura del personaggio che lo lancia. Pure nella vasta e complessa galassia che non si riconosce in Berlusconi i personaggi più ammirati sono quelli che hanno saputo lanciare gli slogan migliori e pochi sono andati a scavare se a quegli slogan sono accoppiati anche atti concreti. Magari sì, ma non ha importanza. Quanti, tra gli adepti al suo movimento, si chiedono se le proposte di Beppe Grillo sul risanamento del bilancio statale sono fattibili oppure no? Quanti, tra i suoi sostenitori, sono interessati a valutare qual è il progetto concreto di riforma del welfare state sollecitato da Nichi Vendola? Quanti, tra i presenti alla Leopolda, si sono interrogati se Pippo Civati e Matteo Renzi la pensano alla stessa maniera sulla bioetica o sulla scuola privata? Quanti, tra i suoi fans, si sono presi la briga di approfondire come la pensa Antonio Di Pietro in materia di infrastrutture?
Infine, last but not least, quanti. tra i suoi critici, hanno letto le proposte avanzate dal Partito Democratico negli ultimi sei mesi e sono arrivati alla conclusione che quel partito è meglio non votarlo non perché Bersani è vecchio e da rottamare ed espressione di una casta, ma perché quelle proposte sono inadeguate e poco valide?
Ma io non voglio criticare Matteo Renzi che, anzi, rimane figura tra le più interessanti (nel bene e nel male) del panorama piddino attuale. Dico soltanto che dobbiamo, noi elettori, passare dalla fase “soggettiva” alla fase “oggettiva”. La nostra – dico nostra perché è anche mia – voglia di rottamare una classe dirigente incapace, avvitata da vent’anni sui soliti problemi, arrogante al punto da reiterare i soliti errori senza mettersi in discussione e presuntuosa da pensare di essere ancora, nonostante tutto, la meglio che ci sia in circolazione (al massimo, a voler essere generosi e giusto perché siamo sotto Natale, diciamo che non è la peggiore) non deve accecarci al punto di dimenticare che istanze giuste possono venire da chi ci ha rotto le scatole e, parimenti, istanze sbagliate possono giungere da chi vorremmo ne prendesse il posto.
Questo passaggio, però, è molto difficile e i media non ci aiutano. Perché presuppone imparare ad approfondire le questioni, i temi all’ordine del giorno. Invece cosa succede? Succede che critichiamo tanto i politici perché sono staccati dai problemi della quotidianità e però poi siamo noi i primi a inseguire – e a subire dal quotidiano o dal giornalista o dal blogger di riferimento – il chiacchiericcio, il gossip politico, il pregiudizio nei confronti di Tizio o di Caio disinteressandoci di certe questioni. A meno che non ci riguardino direttamente.
Vogliamo l’energia pulita e rinnovabile. Certo, ma questo – nel concreto – cosa comporta? Fino a dove possiamo spingerci realisticamente?
Vogliamo la raccolta differenziata. Ottimo, ma ancora una volta – nel concreto – cosa comporta? Quali sono i passi da fare e in quanto tempo, quali i costi iniziali che i cittadini devono sostenere?
Vogliamo abolire la legge Biagi. Giusto e condivisibile, ma – nel concreto – dopo lasciamo un vuoto legislativo o la vogliamo rimpiazzare con qualcos’altro e, nel caso, con cosa?
Vogliamo più moralità pubblica. Sacrosanto. Ma basta per risolvere tutti gli enormi problemi sociali ed economici che abbiamo in Italia?
Il punto è che, tra gli effetti collaterali del berlusconismo, c’è anche questa banalizzazione estrema della politica alla quale ci siamo adeguati anche noi che un giorno sì e l’altro pure critichiamo il berlusconismo. Ci fermiamo allo slogan. Poiché ci fermiamo allo slogan, siano più vulnerabili di fronte all’aura del personaggio che lo lancia. Pure nella vasta e complessa galassia che non si riconosce in Berlusconi i personaggi più ammirati sono quelli che hanno saputo lanciare gli slogan migliori e pochi sono andati a scavare se a quegli slogan sono accoppiati anche atti concreti. Magari sì, ma non ha importanza. Quanti, tra gli adepti al suo movimento, si chiedono se le proposte di Beppe Grillo sul risanamento del bilancio statale sono fattibili oppure no? Quanti, tra i suoi sostenitori, sono interessati a valutare qual è il progetto concreto di riforma del welfare state sollecitato da Nichi Vendola? Quanti, tra i presenti alla Leopolda, si sono interrogati se Pippo Civati e Matteo Renzi la pensano alla stessa maniera sulla bioetica o sulla scuola privata? Quanti, tra i suoi fans, si sono presi la briga di approfondire come la pensa Antonio Di Pietro in materia di infrastrutture?
Infine, last but not least, quanti. tra i suoi critici, hanno letto le proposte avanzate dal Partito Democratico negli ultimi sei mesi e sono arrivati alla conclusione che quel partito è meglio non votarlo non perché Bersani è vecchio e da rottamare ed espressione di una casta, ma perché quelle proposte sono inadeguate e poco valide?
martedì 7 dicembre 2010
Lettera aperta a Bersani
Caro Pierluigi,
io sabato sarò in piazza con il Partito Democratico.
Per tante ottime ragioni.
La prima è che non ne posso più di un governo tanto solerte quando si tratta dei problemi del Capo quanto inerte quando si tratta dei problemi di quelle decine di milioni di italiani che hanno un reddito (reale, non quello dichiarato al fisco) sotto i centomila euro annui.
La seconda è che non ho perso la speranza in un governo meno peggiore di quello attuale.
La terza è che il PD mi fa arrabbiare un giorno sì e l'altro pure, ma nonostante tutto continua a essere il meno impresentabile tra i partiti in circolazione in Italia, non foss'altro perché non è basato sul potere carismatico, e penso che vada sostenuto, aiutato a crescere, a diventare adulto (e non si diventa adulti senza commettere errori e imparare da questi).
E poi tanti altri motivi, sui quali non mi dilungherò.
Però.
Però, occhio a non fare scherzi!
Se il 14 dicembre, al voto di fiducia alla Camera, il gruppo parlamentare del PD non sarà al gran completo io m'incazzo di brutto. Guarda, giustifico soltanto Federica Mogherini perché potrebbe partorire in questi giorni, ma se vengo a sapere che qualcuno è rimasto a casa solo perché ha tre linee di febbre o perché c'è un'iniziativa nel collegio elettorale e a causa di queste assenze il governo si salva, io ti inondo la posta elettronica e il profilo facebook di una scarica tale di insulti che te la ricordi finché campi.
Non ho finito. Occhio, ché se dopo il 14 dicembre al PD viene in mente di appoggiare, anche esternamente, un governo presieduto da Gianni Letta o Angelino Alfano o Giulio Tremonti - ossia: l'operazione più gattopardesca che si possa concepire in questo momento in Italia - io ritorno a Roma. E stavolta non per dirti che ti sostengo anche quando sbagli.
P.S.: dirai: "ma sono raccomandazioni inutili!". Sì, lo so. Ma il PD in questi anni ci ha abituati a tutto e io metto le mani avanti.
io sabato sarò in piazza con il Partito Democratico.
Per tante ottime ragioni.
La prima è che non ne posso più di un governo tanto solerte quando si tratta dei problemi del Capo quanto inerte quando si tratta dei problemi di quelle decine di milioni di italiani che hanno un reddito (reale, non quello dichiarato al fisco) sotto i centomila euro annui.
La seconda è che non ho perso la speranza in un governo meno peggiore di quello attuale.
La terza è che il PD mi fa arrabbiare un giorno sì e l'altro pure, ma nonostante tutto continua a essere il meno impresentabile tra i partiti in circolazione in Italia, non foss'altro perché non è basato sul potere carismatico, e penso che vada sostenuto, aiutato a crescere, a diventare adulto (e non si diventa adulti senza commettere errori e imparare da questi).
E poi tanti altri motivi, sui quali non mi dilungherò.
Però.
Però, occhio a non fare scherzi!
Se il 14 dicembre, al voto di fiducia alla Camera, il gruppo parlamentare del PD non sarà al gran completo io m'incazzo di brutto. Guarda, giustifico soltanto Federica Mogherini perché potrebbe partorire in questi giorni, ma se vengo a sapere che qualcuno è rimasto a casa solo perché ha tre linee di febbre o perché c'è un'iniziativa nel collegio elettorale e a causa di queste assenze il governo si salva, io ti inondo la posta elettronica e il profilo facebook di una scarica tale di insulti che te la ricordi finché campi.
Non ho finito. Occhio, ché se dopo il 14 dicembre al PD viene in mente di appoggiare, anche esternamente, un governo presieduto da Gianni Letta o Angelino Alfano o Giulio Tremonti - ossia: l'operazione più gattopardesca che si possa concepire in questo momento in Italia - io ritorno a Roma. E stavolta non per dirti che ti sostengo anche quando sbagli.
P.S.: dirai: "ma sono raccomandazioni inutili!". Sì, lo so. Ma il PD in questi anni ci ha abituati a tutto e io metto le mani avanti.
lunedì 6 dicembre 2010
Italo, l'omeopata
Stamani Italo Bocchino, in una intervista a Repubblica, ha detto: “è Berlusconi stesso che può precludersi il bis se si fa sfiduciare. Noi non vogliamo elezioni perché la crisi economica è grave. E non vogliamo ribaltoni: no a un governo di responsabilità che mandi all’opposizione chi ha vinto le elezioni; sì, se è con PdL e Lega. Se Berlusconi indica un suo nome – Letta, Tremonti o Alfano – va benissimo”.
Quel che mi colpisce, di questo passaggio, è la povertà di visione politica di questi futuristi, la loro incapacità, al di là delle parole spesso roboanti degli ultimi mesi, a sganciarsi davvero dalla cultura berlusconiana. Riflettiamoci un attimo. Proprio Bocchino, che è indicato come il falco finiano per eccellenza (o, al massimo, secondo al solo Fabio Granata) non esclude un reincarico a Berlusconi e utilizza i canoni comunicativi della retorica antiribaltonista cara al PdL (e non mi si venga a dire che è tattica pre-elettorale per non inimicarsi definitivamente una parte di elettorato). Ma, soprattutto, accetta che a guidare il futuro governo sia un berlusconiano di stretta osservanza come Letta o Alfano, oppure quello stesso Tremonti che più di tutti si è opposto in questi anni a quella “nuova agenda economico sociale” che proprio Bocchino reclama come base per il nuovo esecutivo.
Non so. Forse quella che i finiani hanno in mente per uscire dal pantano in cui – con il loro decisivo contributo – l’attuale governo ci ha infilato è una cura omeopatica.
Quel che mi colpisce, di questo passaggio, è la povertà di visione politica di questi futuristi, la loro incapacità, al di là delle parole spesso roboanti degli ultimi mesi, a sganciarsi davvero dalla cultura berlusconiana. Riflettiamoci un attimo. Proprio Bocchino, che è indicato come il falco finiano per eccellenza (o, al massimo, secondo al solo Fabio Granata) non esclude un reincarico a Berlusconi e utilizza i canoni comunicativi della retorica antiribaltonista cara al PdL (e non mi si venga a dire che è tattica pre-elettorale per non inimicarsi definitivamente una parte di elettorato). Ma, soprattutto, accetta che a guidare il futuro governo sia un berlusconiano di stretta osservanza come Letta o Alfano, oppure quello stesso Tremonti che più di tutti si è opposto in questi anni a quella “nuova agenda economico sociale” che proprio Bocchino reclama come base per il nuovo esecutivo.
Non so. Forse quella che i finiani hanno in mente per uscire dal pantano in cui – con il loro decisivo contributo – l’attuale governo ci ha infilato è una cura omeopatica.
domenica 5 dicembre 2010
Siamo tutti scienziati della politica
Uno legge questo articolo - uscito sul Sole 24Ore, hai detto niente - e pensa una cosa.
Poi legge quest'altro articolo - scritto dall'ex ghostwriter di D'Alema, hai detto il primo che passa per la strada - e ne pensa una completamente diversa.
Nell'attesa di capire chi dei due abbia ragione (a me ricordano entrambi un celebre racconto di Stefano Benni) e se Bersani sia un furbacchione di tre cotte oppure un idiota totale, non posso che prendere atto dell'apertura di Pierferdinando Casini a un governo guidato da Gianni Letta, da Giulio Tremonti o addirittura da Angelino Alfano: cioè, tutto 'sto casino da mesi e mesi...?
Poi legge quest'altro articolo - scritto dall'ex ghostwriter di D'Alema, hai detto il primo che passa per la strada - e ne pensa una completamente diversa.
Nell'attesa di capire chi dei due abbia ragione (a me ricordano entrambi un celebre racconto di Stefano Benni) e se Bersani sia un furbacchione di tre cotte oppure un idiota totale, non posso che prendere atto dell'apertura di Pierferdinando Casini a un governo guidato da Gianni Letta, da Giulio Tremonti o addirittura da Angelino Alfano: cioè, tutto 'sto casino da mesi e mesi...?
sabato 4 dicembre 2010
Il senso dello Stato del presidente della Camera
Ho appena letto un articolo su un quotidiano antigovernativo che si conclude così:
"Senso dello Stato? Chi rimprovera oggi il Presidente della Camera, dovrebbe farsi un profondo esame di coscienza e riconoscere che non è il senso che manca, ma lo Stato stesso. E' stato liquidato da quanti lo hanno usato, occupato, stuprato facendone una gigantesca dependance delle loro bramosie. E muore ogni giorno nell'ospedale di Vibo Valentia; nelle montagne di immondizia che assediano la Campania; nella ferocia di giovani delinquenti che nessuno ha educato al rispetto della vita; nelle nostre esistenze violate da banditi che vi s'insinuano illecitamente".
.
..
...
....
.....
No, no... è inutile che lo cerchiate nella rassegna stampa di oggi.
L'articolo è uscito il 7 dicembre 2007 su Libero, quotidiano all'epoca antigovernativo.
L'autore è Gennaro Malgieri.
Il presidente della Camera a cui si riferisce - e che difende - è Fausto Bertinotti, quando disse che il governo Prodi era moribondo, dandogli - scrive l'editorialista - "preavviso di sfratto".
Chi volesse conoscere cosa pensa, a tre anni di distanza, lo stesso Malgieri dell'attuale presidente della Camera che si sta comportando più o meno come si comportò tre anni fa Bertinotti, può leggere l'articolo pubblicato oggi dal quotidiano diretto da Maurizio Belpietro.
"Senso dello Stato? Chi rimprovera oggi il Presidente della Camera, dovrebbe farsi un profondo esame di coscienza e riconoscere che non è il senso che manca, ma lo Stato stesso. E' stato liquidato da quanti lo hanno usato, occupato, stuprato facendone una gigantesca dependance delle loro bramosie. E muore ogni giorno nell'ospedale di Vibo Valentia; nelle montagne di immondizia che assediano la Campania; nella ferocia di giovani delinquenti che nessuno ha educato al rispetto della vita; nelle nostre esistenze violate da banditi che vi s'insinuano illecitamente".
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No, no... è inutile che lo cerchiate nella rassegna stampa di oggi.
L'articolo è uscito il 7 dicembre 2007 su Libero, quotidiano all'epoca antigovernativo.
L'autore è Gennaro Malgieri.
Il presidente della Camera a cui si riferisce - e che difende - è Fausto Bertinotti, quando disse che il governo Prodi era moribondo, dandogli - scrive l'editorialista - "preavviso di sfratto".
Chi volesse conoscere cosa pensa, a tre anni di distanza, lo stesso Malgieri dell'attuale presidente della Camera che si sta comportando più o meno come si comportò tre anni fa Bertinotti, può leggere l'articolo pubblicato oggi dal quotidiano diretto da Maurizio Belpietro.
venerdì 3 dicembre 2010
Trovate le differenze
3 dicembre 2010: il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è salito al 9.8%, ai massimi da aprile scorso quando fu al 9.9% e dal 9.6% di ottobre. Afferma la Casa Bianca: "Il tasso di disoccupazione è inaccettabilmente alto, dimostra come sia importante procedere a un taglio delle tasse alla classe media e all'estensione dell'assicurazione sulla disoccupazione".
1 dicembre 2010: il tasso di disoccupazione in Italia è salito all'8.6%, ai massimi dal 2004. Afferma il ministro Sacconi: "I dati Istat ci dicono che fortunatamente più persone si offrono sul mercato del lavoro, evidentemente incoraggiate dalla ripresa. Ora si tratta di insistere con le politiche concordate con regioni e parti sociali per facilitare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro e di investire sulla formazione che avvicini le competenze delle persone a quelle che sono richieste dalle imprese".
1 dicembre 2010: il tasso di disoccupazione in Italia è salito all'8.6%, ai massimi dal 2004. Afferma il ministro Sacconi: "I dati Istat ci dicono che fortunatamente più persone si offrono sul mercato del lavoro, evidentemente incoraggiate dalla ripresa. Ora si tratta di insistere con le politiche concordate con regioni e parti sociali per facilitare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro e di investire sulla formazione che avvicini le competenze delle persone a quelle che sono richieste dalle imprese".
giovedì 2 dicembre 2010
Ognuno ha le sue fisse
Oggi la Camera ha approvato quasi all'unanimità il disegno di legge di conversione del decreto sicurezza.
L'Italia dei Valori ha votato a favore, il Partito Democratico si è astenuto.
Sarò fissato, ma mi chiedo che casino sarebbe successo a parti invertite (PD favorevole e IdV astenuta).
L'Italia dei Valori ha votato a favore, il Partito Democratico si è astenuto.
Sarò fissato, ma mi chiedo che casino sarebbe successo a parti invertite (PD favorevole e IdV astenuta).
mercoledì 1 dicembre 2010
Poi si chiedono come mai non hanno credibilità e la gente non li vota
Ci sono parecchi motivi per cui il Partito Democratico resta fermo al palo anche quando il centrodestra arranca. Uno è l'antipatia viscerale verso il gruppo dirigente, certo. Ma un altro è anche l’incapacità di tenere la barra dritta quando il mare è poco meno che piatto. La controprova ci viene proprio in questi giorni, dal dibattito parlamentare sulla riforma dell’università.Per mesi, il PD ha sostenuto una strategia d’aula intelligente e produttiva: quella di far approvare piccoli emendamenti volti a limitare i danni per poi, al momento del voto finale sull’insieme del provvedimento (fosse esso sugli enti lirici o sulla giustizia), esprimersi contro. Con la legge Gelmini si è comportato diversamente fino a votare contro un emendamento che era stato una sua vittoria nei lavori al Senato. E questo soltanto perché Berlusconi è in difficoltà e il 14 c’è la fiducia e l’11 c’è la manifestazione e Di Pietro incalza e Vendola incalza e, insomma, se non si sale sui tetti poi chissà che succede.
Oppure. Il mite Tabacci propone un emendamento populista quanto vogliamo e di fin troppo facile presa, ma che sarebbe di grande significato simbolico e darebbe tutto un altro senso alle scalate sui tetti: niente da fare, il PD si esprime a favore, ma poi una quarantina tra big e peones proprio non ce la fanno a far qualcosa di intelligente (anche sotto il profilo mediatico) e votano contro o si astengono.
Insomma, ancora una volta quello che, volenti o nolenti, rimane il principale partito di opposizione non coglie un’occasione per far vedere il proprio profilo riformista e valorizzare le proprie proposte. Perché, cavolo!, di proposte intelligenti ne ha sfornate il PD sull’università. E ben prima che il dibattito entrasse nel vivo.
Ma c’è qualcuno, tra Bersani Letta Bindi Migliavacca Finocchiaro Franceschini Marino, insomma loro lì (Veltroni e D’Alema non li prendo neanche più in considerazione), che è consapevole che, continuando così, Silvio Berlusconi succederà a Silvio Berlusconi e dopo Giulio Tremonti avremo ancora Giulio Tremonti e il posto di Maria Stella Gelmini sarà preso da Maria Stella Gelmini?
Vergogniamoci per loro
Stamani, alla Camera.
Rita Bernardini (Radicali): "Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei in pochi secondi chiedere a quest'Aula di riflettere sul modo con il quale il maestro Monicelli ha scelto di lasciare la vita. Per porvi fine - evidentemente egli non riteneva più di dover continuare - ha scelto il suicidio, ha scelto di buttarsi dal balcone. Ebbene, vorrei dire che quest'assemblea dovrebbe riflettere su come alcune persone che non ce la fanno veramente più sono costrette a lasciare la vita anziché poter morire, magari con i propri cari accanto, con il metodo della dolce morte".
Fabio Evangelisti (Italia dei Valori): "Signor Presidente, la vita non è sempre degna di esser vissuta: se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Con queste parole Mario Monicelli commentò il suicidio del padre, il grande Tommaso, morto lui stesso suicida (...) Lui, che ha sempre diretto, non ha accettato l'idea di un destino superiore, che decidesse per lui il momento di uscire di scena".
Paola Binetti (Unione di Centro): "Non credo però che si possa assumere ora questo episodio, ovvero la morte di una persona anziana e sola,come era in questo momento Monicelli. (...) aveva interrotto i rapporti con familiari e amici (...). Monicelli è morto solo, perché lo abbiamo lasciato solo e perché lo hanno lasciato solo i suoi amici. Quel gesto di disperazione è un gesto di solitudine, maturato in ospedale, un grande ospedale romano, dove era ricoverato per problemi di tipo probabilmente clinico, urologico. Forse, non ci si è accorti di quanto era depresso, di quanto fosse profondo questo senso di smarrimento esistenziale (...) Questi sono uomini disperati, non è un gesto di libertà! E' un gesto di solitudine, di smarrimento e che condanna tutti noi".
Erica Rivolta (Lega Nord Padania): "Il maestro Monicelli nella libertà ha scelto quella fine che, tuttavia, non penso debba diventare un manifesto, non deve esserlo, è stata una sua scelta e la trovo tristissima. Egli ha rinunciato alla cosa più preziosa che ha avuto, in una quantità enorme, ha avuto 95 anni di vita (...) La vita e la dignità delle persone vanno difese sempre e comunque".
Enrico La Loggia (Popolo delle Libertà): "E' la nostra società che deve interrogarsi sull'emarginazione alla quale può arrivare anche un uomo di quel livello".
Rita Bernardini (Radicali): "Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei in pochi secondi chiedere a quest'Aula di riflettere sul modo con il quale il maestro Monicelli ha scelto di lasciare la vita. Per porvi fine - evidentemente egli non riteneva più di dover continuare - ha scelto il suicidio, ha scelto di buttarsi dal balcone. Ebbene, vorrei dire che quest'assemblea dovrebbe riflettere su come alcune persone che non ce la fanno veramente più sono costrette a lasciare la vita anziché poter morire, magari con i propri cari accanto, con il metodo della dolce morte".
Fabio Evangelisti (Italia dei Valori): "Signor Presidente, la vita non è sempre degna di esser vissuta: se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Con queste parole Mario Monicelli commentò il suicidio del padre, il grande Tommaso, morto lui stesso suicida (...) Lui, che ha sempre diretto, non ha accettato l'idea di un destino superiore, che decidesse per lui il momento di uscire di scena".
Paola Binetti (Unione di Centro): "Non credo però che si possa assumere ora questo episodio, ovvero la morte di una persona anziana e sola,come era in questo momento Monicelli. (...) aveva interrotto i rapporti con familiari e amici (...). Monicelli è morto solo, perché lo abbiamo lasciato solo e perché lo hanno lasciato solo i suoi amici. Quel gesto di disperazione è un gesto di solitudine, maturato in ospedale, un grande ospedale romano, dove era ricoverato per problemi di tipo probabilmente clinico, urologico. Forse, non ci si è accorti di quanto era depresso, di quanto fosse profondo questo senso di smarrimento esistenziale (...) Questi sono uomini disperati, non è un gesto di libertà! E' un gesto di solitudine, di smarrimento e che condanna tutti noi".
Erica Rivolta (Lega Nord Padania): "Il maestro Monicelli nella libertà ha scelto quella fine che, tuttavia, non penso debba diventare un manifesto, non deve esserlo, è stata una sua scelta e la trovo tristissima. Egli ha rinunciato alla cosa più preziosa che ha avuto, in una quantità enorme, ha avuto 95 anni di vita (...) La vita e la dignità delle persone vanno difese sempre e comunque".
Enrico La Loggia (Popolo delle Libertà): "E' la nostra società che deve interrogarsi sull'emarginazione alla quale può arrivare anche un uomo di quel livello".
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