sabato 12 febbraio 2011

I racconti nel cassetto

Come tante persone, anch'io ho i miei racconti nel cassetto. Fino ad oggi non ho mai avuto il coraggio di renderli pubblici, soltanto pochissimi intimi (si contano sulle dita di una mano monca) hanno avuto questo, ehm, "onore".
Vabbè, oggi ne metto in rete uno. E' molto breve ed è stato scritto di getto. Chiedo a chiunque lo legga di rispondere in maniera sincera e spassionata alla seguente domanda: alla luce di questa roba che pubblico, cosa faccio degli altri racconti: ci lavoro un po' su, oppure li lascio nel cassetto chiudendolo a chiave per evitare di cadere in tentazione?

(il racconto è senza titolo. Se vi piace, magari suggeritemene uno)

Ieri ho rivisto Alberto ai giardinetti.
Accidenti, io avrò i capelli brizzolati e radi, ma anche lui è irriconoscibile. Infatti è stato lui a chiamarmi.
Dopo due minuti che chiacchieravamo, mi fa: “Oh, ma te la ricordi quella parte di merda che mi fece la maestra Benucci sulla sindrome influenzale?”
E come no?
Andò così. Dovevamo essere in quarta o quinta elementare e Alberto era stato assente qualche giorno. Al rientro, la maestra gli chiese di cosa si era ammalato e, mostrando il certificato, lo sventurato rispose: “Il dottore ha detto che ho avuto la sindrome influenzale”. Al che la Benucci cominciò a sbraitare: “Ma che sindrome influenzale e sindrome influenzale! Influenza! Si chiama influenza!” E giù una tiritera sui medici che parlano complicato e sulle persone che pensano di apparire più colte utilizzando i paroloni dei medici. E il bello è che se la prese con l’incolpevole Alberto che rimase lì, con il suo certificato in mano: “Eppure il medico ha detto che è una sindrome influenzale” E vai con una seconda scarica di invettive dalla maestra.
Certo che ricordarsi di un episodio del genere a distanza di oltre trent’anni è significativo.
Beh, chi non ha avuto la maestra Benucci come insegnante non può capire.
Il nostro era un po’ il quartiere bene della città abitato da una pletora di primari ospedalieri, politici democristiani, dirigenti di banca. Non mancava il ceto operaio, ovviamente, perché era pure il quartiere dello stabilimento manifatturiero più grande della zona: “Sai, Tizio lavora alla Pontoni” “Ehilà, si è sistemato, allora”. Oggi la Pontoni non esiste più, ma questa è un’altra storia.
Anche la nostra classe scolastica rifletteva un po’ questa suddivisione. Nel senso che la Benucci aveva creato quattro categorie di alunni. Nella prima i rampolli dell’assessore, del direttore di banca, dell’industriale (e di una professoressa), di un’altra insegnante, di un’alta funzionaria della pubblica amministrazione e di un altro imprenditore: a loro era permesso praticamente tutto. Nella seconda i figli di operai e artigiani e piccoli commercianti che però erano bravi a scuola e quindi si salvavano grazie alle loro qualità sui libri. Nella terza i figli di operai e artigiani e piccoli commercianti che invece erano un po’ più duri di comprendonio. Nella quarta tre ragazzi con situazioni familiari molto problematiche. Alberto, figlio di un portantino all’ospedale e di un’operaia alla Pontoni, faceva parte della terza categoria. Io della seconda. Intendiamoci: non che quelli come me fossero proprio al sicuro. Tutt’altro.
Era il 6 gennaio 1979. I governi dell’epoca avevano abolito la festività dell’Epifania e quindi quel giorno si andava a scuola. Le maestre avevano deciso di festeggiare comunque la ricorrenza: tutti nell’atrio, con noi di quinta che avremmo dovuto distribuire caramelle, noccioline, torroncini e mandarini ai bambini più piccoli. A un certo punto, Raffaele – il bulletto di turno – ebbe l’intuizione geniale: “Ma non è più divertente se andiamo su alla balconata e lanciamo tutta questa roba dall’alto invece di distribuirla così?” “Bello, la pioggia di caramelle!” “Sì, vai!” E andammo su in quattro o cinque. Al secondo mandarino che cadde giù, le insegnanti ci fermarono e ci rimandarono in classe: in effetti, se un frutto colpiva un bambino di prima in testa avrebbe anche potuto fargli del male. Per gli altri bambini fu un rimprovero e finì lì.
Per me no.
Io ero atteso dalla maestra Benucci.
La quale, dopo una bella sgridata davanti a tutti i miei compagni di classe, mi fece fare un tema in classe intitolato “il mio comportamento durante la festa della Befana a scuola”. Non era una punizione casuale: sapeva che, una volta a casa, mia madre avrebbe guardato il quaderno e sapeva pure che lei era una sorta di generale Patton dei poveri. Nonostante ciò, assolsi il mio dovere fino in fondo scrivendo nel dettaglio quanto ripugnante fosse stata la condotta da me tenuta quella mattina. Portai il compito alla maestra e lei: “Bene. Anzi, no: male. E visto che hai finito così presto, ora ci fai il disegno”. Completai la mia catarsi ritraendomi con uno sguardo truce mentre lanciavo, a mò di granata anticarro, una sorta di mandarino grosso come un pompelmo mirando bene un indifeso e gracile fanciullino di sei anni. Lo feci vedere alla maestra e lei stavolta approvò.
In realtà, dell’umiliazione subita in classe mi interessava il giusto e, tornando a casa, pensavo a come evitare le ire materne.
Il piano prese forma nella mia testa durante il pranzo quando mi resi conto che in fondo il quaderno con il tema incriminato (per tacer del disegno) era appena iniziato.
Quel giorno mia madre sarebbe rientrata a lavoro e io avevo la lezione di catechismo in parrocchia. Di soldi in casa nostra ne giravano pochi, ma ogni settimana i miei destinavano cinquecento lire per certe mie esigenze: quattrocento erano per l’acquisto di Topolino e le rimanenti cento per la razione settimanale di due (dico: due) pacchetti di figurine dei calciatori. Sapevo dove erano tenuti quei soldi: in un cassetto della credenza di cucina. Così, prima di uscire presi di soppiatto un paio di monetine da cento lire – come reintegrarle non era la priorità in quel momento, ci avrei pensato poi –, le misi in tasca e andai. Terminata la seduta in parrocchia, passai velocemente dalla cartoleria e acquistai un quaderno. Arrivato in casa m’inventai in tutta fretta un altro tema: “come hai passato le vacanze di Natale”. Ci misi pure un paio di errori strategici che poi segnai con la penna rossa. E poi ci feci una B., abbreviazione che di tanto in tanto la maestra usava a mò di iniziale del suo cognome e invece di scrivere “Bene”. Aveva una forma particolare, la B. della maestra Benucci, e in classe un po’ tutti avevamo imparato ad imitarla, anche se nessuno aveva mai osato tanto come me quella volta.
La sera mia madre prese il quaderno e lesse il tema. Non fece commenti, come capitava tutte le volte che non trovava interessanti i miei elaborati, e me lo restituì. La stessa B. era lì a testimoniare la banalità del mio scritto. Il mattino successivo nascosi il quaderno taroccato in fondo all’armadio – lo avrei poi ripreso nel pomeriggio per replicare il lavoro della mattina e svolgere quindi una sorta di didattica parallela fino al completamento del quaderno – e a scuola usai quello vero. La maestra quando arrivò in classe mi guardò con un sorrisino ironico. Si vedeva lontano un miglio che aveva voglia di sapere come era andata, quale punizione corporale mi era stata inflitta. Riuscì a resistere fino all’ora di ricreazione.

“Allora, mamma lo ha letto il tema?”
Io feci il musino mogio, il labbrino pendulo e l’occhietto spento: “Sì”.
“E che ti ha detto?”
“Eh, sapesse, signora maestra…”

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