martedì 26 luglio 2011

Questione morale e dintorni

Ripensando a quel che scrivevo due anni o due anni e mezzo fa, mi accorgo che all’epoca ero molto più caustico e intransigente rispetto ai vertici del Partito Democratico e alla necessità del ricambio della classe dirigente rispetto ad oggi. Se l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto Filippo Penati fosse venuta alla luce nel 2008, quanti fulmini e saette avrei indirizzato contro il partito che voto?
Cosa è successo, nel frattempo? Mi sono ammorbidito, mi sono rassegnato al peggio?
Non lo so.
Di certo, rispetto alla gestione veltroniana riconosco oggi una maggiore efficacia di azione e mi pare che, talvolta (non sempre, ma talvolta sì) emerga una più evidente attenzione ai problemi concreti a scapito dei temi prediletti fino a un paio di anni fa: alleanze, coalizioni, partiti leggeri, partiti pesanti, facciamo autocritica no se n’è già fatta abbastanza, and so on.
Quel che manca ancora è un cambiamento di mentalità, prima che di classe dirigente.
Leggo l’intervento di Bersani sul Corriere della Sera e mi viene in mente qualcosa che riguarda la mia città.
Cinque anni fa, il candidato sindaco del centrosinistra – ottima e degna persona, incensurata – accettò una consulenza dalla Regione molto, molto, molto ben pagata. Niente di illecito, niente che andasse contro uno qualsiasi dei codici etici prodotti dal partito in questi anni. Ma i cittadini non l’accettarono e la faccenda ebbe un suo peso alle elezioni, vinte dal centrodestra.
Faccio un salto temporale di quasi cinque anni. Il mese scorso, durante un incontro pubblico in piazza, un cittadino ha chiesto al futuro candidato sindaco piddino – per formazione culturale persona completamente diversa dal suo predecessore, anche se anagraficamente coetanea, a conferma che il punto dirimente non è l’età anagrafica, ma l’età politica – come si comporterebbe nel caso un imprenditore edile gli proponesse un contributo - lecito e alla luce del sole - alla campagna elettorale per 20mila euro. La risposta è stata netta: il candidato ha dichiarato che rifiuterà tali finanziamenti, perché non vuole avere cambiali da rispettare una volta eletto e ha anticipato che attiverà una sorta di azionariato popolare, 50mila euro per fare la campagna elettorale con donazioni massime di 100 euro a persona. Certo, una roba del genere è fattibile nella mia città perché non è Milano o Roma e la cifra complessiva da investire è relativamente bassa, in una metropoli sarebbe più difficile da realizzare e forse anche da noi alla fine penso verrà fatta qualche eccezione. Però l’idea è giusta, è intelligente, è diversa, è qualcosa che piace ai cittadini e se attuarla significa non poter tappezzare la circonvallazione di manifesti sei per tre con il faccione sorridente del candidato, amen: ce ne faremo una ragione.
Comunque, il problema esiste, eccome. Un imprenditore che decide di finanziare un partito o un candidato, pur lecitamente e dichiarando tutto al fisco, raramente lo fa per mecenatismo: la maggior parte delle volte si attende qualcosa di ritorno (magari anche soltanto orecchie particolarmente attente il giorno che verrà svolta una legittima attività di lobbying). D’altra parte, però, un politico che governa e amministra – per chi sceglie di stare a prescindere all’opposizione la vita è certamente più facile – non può non avere rapporti con le imprese del territorio, non può in qualche modo evitare di sporcarsi le mani. Quando dico “sporcarsi le mani” non intendo “commettere illeciti”, intendo “prendere atto con pragmatismo della realtà”. La famosa telefonata di Fassino “abbiamo una banca” non presupponeva una corruzione, ma una politica industriale e finanziaria che faceva leva su realtà imprenditoriali amiche o in qualche modo vicine e una serie di relazioni che potevano mettere in dubbio l’imparzialità e l’interesse al bene pubblico dell’uomo di governo. La stessa vicenda personale di Antonio Di Pietro che è sempre stato molto intransigente verso gli altri, ma che al momento di raccogliere soldi per sé e il suo partito non si è mai fatto grandi scrupoli (pur agendo sempre nel giuridicamente lecito e nell’eticamente corretto o almeno accettabile), dimostra quanto sia difficile tradurre in pratica certi buoni princìpi.
Insomma, fare politica è complesso; farla in modo eticamente inappuntabile lo è ancor di più; e fintanto che rimarrà a occupare ruoli che contano anche uno soltanto della leva politicamente formatasi in era pre-Tangentopoli sarà praticamente impossibile muoversi da dove siamo ora. La lettera di Bersani ne è un esempio clamoroso: niente di discutibile, niente di storto, anzi, tutto molto condivisibile. Però anche niente di radicalmente innovativo, niente di sorprendente, niente che scaldi il cuore di un popolo disilluso e distante. Qualità di cui invece avrebbero bisogno la politica italiana oggi e, soprattutto, il Partito Democratico.

4 commenti:

  1. Bei tempi quelli in cui i politici non si "arricchivano" in politica perché buona parte del loro compenso lo giravano al partito...

    RispondiElimina
  2. e quindi obama la raccolta di fondi non la dovrebbe fare, perchè son tutte cambiali da rispettare.

    per poterlo fare, dovrebbe avere alle spalle un partito all'italiana, strutturato, un po' ideologico, che non è semplice mediazione di interessi e comitato elettorale...
    ma mi sembra che si il modello che chi contesta la dirigenza PD vuole superare...

    decidersi : se comanda la società, la società compra.

    marco

    RispondiElimina
  3. @ Marco

    In USA funziona diversamente: i partiti non sono come quelli italiani, c'è una stretta sorveglianza del Parlamento sull'esecutivo, c'è una legge sulle lobby...

    RispondiElimina
  4. In Usa come in Italia la politica è fatta di interessi contrapposti .
    La distinzione fra imprenditore con megaassegno e "azionariato popolare " è la tipica fuffa italiana per mascherare questa banalità .

    Ormazad

    RispondiElimina