Sono cresciuto con il mito del ciclismo. Da bambino, quando mi portavano da una mia zia materna, rimanevo incantato a guardare la bici da corsa di mio cugino, dilettante con Jorgen Marcussen e un tale, molto promettente, di Palù di Giovo. Del giorno della mia prima comunione ricordo che a un certo punto io e altri ci alzammo da tavola per andare a vedere la tappa del Giro d’Italia: una crono a Venezia, vinta da quel tale molto promettente di cui sopra, ora in maglia iridata. Già, Francesco Moser era il mio preferito; Saronni – che quando c’era da correre le classiche del nord gli veniva la cagarella – invece era una pippa.
Successivamente, mi sono appassionato a corridori non di primissima fascia: Silvano Contini, Marco Giovannetti, Stefano Della Santa (e tutta la Bianchi Piaggio in maglia biancoceleste con Prim, Paganessi, Piva, Pozzi, Parsani...). Mi piacevano i gregari come Bruno Leali, Luciano Loro e Palmiro Masciarelli.
Ricordo ancor oggi con gioia e commozione la mia prima volta al Tour de France: 1991, all’Alpe d’Huez, vinse Bugno. La sera prima ci divertimmo come matti, tifosi italiani e spagnoli contro francesi, fiamminghi e lemondiani a sfotterci in giro per le strade della cittadina montana. Fu bella pure l’ultima volta alla Grande Boucle: 2000, all’Izoard e una mega scritta sulla sede stradale, con vernice che ci facemmo prestare da un camperista belga, un “pisamerda” grande così a cinquanta metri dal gpm che attirava la curiosità degli stranieri e fu ripreso dall'elicottero in mondovisione.
Poi, gli scandali doping mi hanno progressivamente allontanato e non ho più tifato per nessuno. E che cavolo, non fai in tempo a seguire qualcuno che lo trovano positivo, non vale.
Negli ultimi tempi, però, mi sono riavvicinato a quel mondo, nei giorni scorsi la sera mi guardavo sul web le tappe del Tour e mi sono piaciute.
Ma ecco che quando l’antica fiamma sta per riaccendersi, arriva il colpo basso: il Giro della Padania. No, dico: si vedevano già da anni, soprattutto sulle strade del Giro, quelle bandiere con il fantomatico sole delle Alpi, ma insomma uno faceva finta di niente, si sopportavano come si sopporta il tipo che rovescia un gavettone sul corridore in fuga e l’altro che si avvicina troppo e fa cadere uno già in crisi di suo. Una volta quelle bandieracce brutte le notai ai mondiali su strada, ma ancora una volta non detti peso al fenomeno.
Non sapevo che saremmo arrivati al punto che una corsa sportiva di professionisti diventa una manifestazione di partito.
No, non è possibile.
Ditemi che non è vero.
Ditemi che la maglia verde è soltanto quella che viene assegnata al miglior scalatore al Giro d’Italia.
Tu sottovaluti troppo il potere del doping al cervello dell'homo padanus
RispondiElimina:-)
Ma il ciclismo è sempre stato una manifestazione di partito! Gli indipendentisti, poi, si dedicano solo a quello. Baschi, bretoni, catalani, fiandrescoli(?), etc.
RispondiElimina@ Giovanni
RispondiEliminaIntanto non confondiamo i baschi con i padani: dalle mie parti si direbbe "che c'entra il culo con le quarant'ore?"
poi: un conto è una squadra o singoli corridori che fanno scelte di un certo tipo. Se Ivan Basso vuol sfoggiare il fazzoletto verde dopo una vittoria, liberissimo di farlo. Altro conto una gara di professionisti (ripeto: professionisti) con finalità politiche.
Politica e sport sono sempre andati a braccetto.
RispondiEliminaCerto che l'assurdità è organizzare un evento sportivo "SOLO" con finalità politiche!
A perdere credibilità sarebbe veramente tutto il ciclismo.
Io mi appassionai al ciclismo dopo aver visto questa tappa : http://www.youtube.com/watch?v=y5wPEymv-oQ&feature=player_embedded
Gavia 1988.
Avevo 10 anni e Breuking vinse una tappa da leggenda!!!
Mi feci regalare una bicicletta e partecipare ad una gara di paese, arrivai ultimo, staccatissimo e non c'erano salite (non ce ne sono nel Salento).
Continuai col calcio, ma la lentezza del ciclismo è sempre lì in testa alle mie preferenze!
Il doping non ha scalfito la passione per Giro e Tour e grandi classiche e neanche la politica!
@ Fabio V.
RispondiEliminaChe tappa, quella tappa!
Johann Van der Velde fuggì di buon'ora, ma in cima al Gavia - nella bufera, ma anche nell'euforia dell'azione in solitaria e dell'impresa che stava per compiere - dimenticò di mettersi una giacca a vento. Di lui si persero le tracce nel corso della discesa. Lo ritrovarono mezzo congelato in casa di un pastore che lo rimise in sesto davanti al caminetto facendogli bere un quartino di acquavite.
Ecco, quando penso al ciclismo penso a quella tappa e tante altre come quella.
RispondiEliminaPenso ad Indurain stremato (Oropa 1993) che insegue Ugrumov e subito dopo il traguardo crolla per la fatica.
Penso ad Olano che non riesce a star dietro a Pantani sul Mortirolo.
Penso ad Armstrong che vince una tappa al Tour e la dedica a Casartelli.
Penso alle volate fra Cipollini e Abdujaparov con le gomitate conseguenti.
Penso a questo e la passione per questo bellissimo sport rimane inscalfibile!