Uno dei miei più lontani ricordi d’infanzia è il terrorista nero Mario Tuti che, dopo aver ucciso due poliziotti dalle parti di Empoli, fugge per le campagne toscane. E un altro, molto più lucido, è il giorno che ci rimandano a casa da scuola perché altri terroristi, rossi stavolta, hanno rapito Aldo Moro.
Anche se a quell’età non so cosa ciò realmente voglia dire, scopro dalla televisione di essere un bambino che vive in un Paese in piena emergenza.
Poi viene eletto presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Appunto perché siamo un Paese in piena emergenza.
Un altro mio ricordo di quegli anni è il terremoto in Irpinia: il presidente della Repubblica che va laggiù, fa un po’ di casino e però fa bene, è la risposta di un Paese in piena emergenza.
Negli anni Ottanta scopro che la scala mobile non è soltanto quella del grande magazzino Upim in città per salire al piano di sopra. Dice Bettino Craxi che c’è l’inflazione alta e noi dobbiamo combatterla perché siamo un Paese in piena emergenza. .
Sono all’università, sto preparando l’esame di diritto privato e, con la lira sotto attacco dei mercati internazionali (o questa dove l’ho già sentita?), il presidente del Consiglio Giuliano Amato vara la manovra lacrime e sangue: appello alla responsabilità, siamo un Paese in piena emergenza.
Finiti gli studi, mi cerco un lavoro e non è facile per chi si è laureato a una facoltà come la mia. Sono in treno, vado a seguire un corso post-laurea che spero mi serva a qualcosa (“macché!”, direbbe Vittorio Feltri) e leggo il giornale: il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, di ritorno dalla Spagna, han deciso di varare una finanziaria di quelle toste: spiegano che essendo il nostro un Paese in piena emergenza...
Lascio perdere gli ultimi sviluppi, tanto li conosciamo. Certo è che da quando sono nato vivo in un Paese in piena emergenza. Fino ad oggi ce la siamo sempre cavata e la speranza è che anche stavolta qualcosa ci inventeremo. Però dopo quarantadue anni mi sarei anche un po’ rotto le scatole: l’emergenza è l’emergenza, non la normalità. A forza di normalizzarci l’emergenza, il rischio è di normalizzarci anche la via d’uscita e quando arriveremo a quel punto allora sì che sarà finita. Finita male, però.
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