lunedì 31 gennaio 2011
Il giornalismo ai tempi di Berlusconi / Giancarlo Perna
Oggi è stata la volta di Giancarlo Perna.
Costui è un po' l'equivalente di quel che Alberto Statera è per Repubblica. Nell'ultimo anno, la sua penna al vetriolo non ha risparmiato Vendola né don Antonio Sciortino, se l'è presa con Gianni Agnelli buonanima, ma pure con il viventissimo Bocchino, ha sistemato ben bene Gianfry e Perferdy, ha ironizzato da par suo su Bersani e Di Pietro e insomma la casistica è abbastanza ampia.
Poiché il suo giorno è il lunedì, pure ieri - domenica della merla - deve essersi messo alla scrivania a pensare con chi prendersela. Fini o Bocchino? No, ne parla (male) una settimana sì e l'altra pure. Vendola? Mmmh, gli ha già dato del cialtrone mesi fa e a metà gennaio gli ha urlato di andare a lavorare. La Boccassini? Macché, il machete dei giorni scorsi sui suoi amorazzi di trent'anni fa si è rivelato un mezzo boomerang.
Ma ecco, all'improvviso, l'illuminazione: Concita! Concita De Gregorio!
Prende l'ultimo suo editoriale - ambientato al premio Nonino e in piazza della Scala a Milano per dire che c'è un'Italia che guarda avanti - e decide di smontarlo. Per farlo, ricorre a un trucco che, in genere, dà buoni risultati: ossia, ogni volta che un esponente di sinistra (sia esso un politico o un giornalista) invece di uscire di casa con le pezze al culo e a braccetto di un giovane dei centri sociali con la kefiah al collo, esce con il vestito buono lo si accusa di essere salottiero e chic e snob. Il concetto da trasmettere è: "Mentre Beatrice Borromeo, la marchesa Sandra Verusio e altri nobili lettori dell’ Unità avranno seguito con diletto la gita di Concita, mi chiedo la reazione del metalmeccanico di Terni, del marmista delle Apuane, del pescatore del lago di Massaciuccoli e altri presumibili lettori delle Regioni rosse. Per chi abbia scritto la direttrice non è chiaro". Inutile dire che nell'editoriale di De Gregorio non c'è traccia di Beatrice Borromeo né della marchesa Verusio, ma non importa. Quel che conta è far credere che la direttrice viva in un mondo elitario, lontano dai problemi della gggente.
Ora, niente da dire sul fatto che Perna non abbia capito (o non abbia voluto capire) il vero senso dell'editoriale di De Gregorio. Il problema, per lui, è che stavolta l'arrampicata sugli specchi è davvero ardita. E prima di accusare la giornalista di scrivere un racconto che "fa a pugni con le necessità di chi non arriva a fine mese" dovrebbe rivolgersi al fratello del suo editore. Sì, quello che distribuisce pacchi di banconote da cinquecento euro, regala foulard firmati e orologi del Milan e collier e farfalle di brillanti e paga affitti e bonifica di qua e di là. A favore di chi? Del metalmeccanico di Terni, del marmista delle Apuane, del pescatore di Massaciuccoli? No, no: di ragazzotte belle e disponibili, sempre alla ricerca di una scorciatoia per la celebrità. Il guaio dell'Italia è che chi davvero "fa a pugni con le necessità di chi non arriva a fine mese" non è il direttore del quotidiano l'Unità, ma il presidente del Consiglio dei ministri.
domenica 30 gennaio 2011
Un post non politico
Poter leggere uno spartito musicale sentendo la musica che ne promana.
Capire e carpire i segreti dell’oboe, del controfagotto, del basso tuba, dell’eufonio, del violoncello.
Poter godere fino in fondo dell’ascolto – e anche dei virtuosismi – del concerto per pianoforte e orchestra n. 15 K450 di Mozart che oggi metto in auto quando ho bisogno di rilassarmi.
Esaltarmi più di quanto non faccia ora con l’ouverture del Ratto del Serraglio.
Interpretare a modo mio il primo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven o l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni.
Suonare con uno dei miei strumenti – perché sarò anche polistrumentista, ovviamente – La Gazza Ladra di Rossini.
E la domenica, grazie alla mia infinita polivalenza, cambiare completamente genere, prendere la Rickenbacker e darci dentro con And Your Bird Can Sing dei Beatles.
Vabbè, questione di qualche decennio ancora.
venerdì 28 gennaio 2011
Ecco perché deve dimettersi
Le ragioni per rimuoverlo in fretta sono note: il presidente non solo è stato colto in una situazione imbarazzante, ma in seguito il suo comportamento è stato tutt'altro che limpido. Sin dall'inizio di questa storia egli ha cercato di confondere le acque fornendo versioni di comodo che non trovano riscontri e che ora gli inquirenti stanno cercando di verificare. Sarà ovviamente la magistratura a stabilire se le cose sono andate come Berlusconi ha raccontato e a verificare se riguardo ai soldi e ad altro ha detto la verità o se invece il suo modo di fare nasconde qualcosa. Resta comunque il fatto che dopo quanto è accaduto, e per come è accaduto, è impresentabile.
Ora sostituite la parola "zoccole" con la parola "viado", la parola "Berlusconi" con la parola "Marrazzo", la parola "presidente del Consiglio" con la parola "governatore del Lazio", la parola "PdL" con la parola "PD" e avrete il sagace editoriale di Maurizio Belpietro comparso su Libero il 27 ottobre 2009.
giovedì 27 gennaio 2011
Una storia vera
“Caro Raffaello, il Santo Padre, nella sua infinita bontà, ci ha particolarmente raccomandato la salvezza di molti nostri simili che soffrono e corrono grandissimi pericoli”.
Tra la gente semplice, un prete che parla a nome del Santo Padre fa una immensa impressione. Non che all’altro venga in mente: perché hanno pensato proprio a me? Ma certo le antenne si drizzano, l’animo si predispone. Il viso rugoso del vecchio ora è disteso, l’occhio attende.
L’altro riprende: “Vi sono dei poveretti, fuggiti dalle loro case lasciando tutto, il lavoro, gli averi. Sono perseguitati dalle autorità, braccati come belve fuggite, o come criminali evasi. Rischiano la pelle, caro Raffaello, rischiano la pelle, la deportazione in Germania. Non hanno scampo”
“Ho già sentito di prigionieri in fuga per i monti… Ma quelli perché non si arruolano con i partigiani? E poi raccontano che sono pericolosi e anche miscredenti”
“No, no… che pensate! Quelli che dico io sono gente come noi, colle famiglie, i figli, i nipotini. Sono anche donne e bambini, vecchi, giovani”
“E allora cosa hanno fatto…”
“Sono, ebrei, Raffaello, sono ebrei. Braccati, ricercati, fucilati per il solo fatto che la loro razza è un po’ diversa dalla nostra. O meglio, da quella dei tedeschi. Perché sono loro che hanno ordito questa strage. I nostri eseguono ordini per interesse politico o per altro, cosa volete che ne sappia io, povero parroco di montagna!”
Il vecchio ha un moto del capo: ebrei! Ne ha conosciuti tanti in America, quando era andato a lavorare nelle carbonaie di non so quale Stato. Ne ha conosciuti soprattutto nelle città, proprietari di negozi piccoli e grandi. Ma ne ha letto anche sui giornali, su qualche libro. E, soprattutto, pensa, non gli hanno mai dato fastidio. E la Bibbia, la Bibbia, non ne parla sempre? E’ sul comò in camera. Poi andrà a controllare…
“Signor priore, ma io, povero montanaro, che ci potrei fare?” e poi scherza: “Non vorrete mica che vada a parlare coi tedeschi!”
Don Lino è disteso. Ora sa che il ghiaccio è rotto, che l’animo è disponibile. Forse anche buono. Chissà cosa nasconde quella crosta. Si alza, gira attorno al tavolo e va a sedersi accanto al vecchio. Gli pone una mano leggera sulla spalla, lo guarda fisso negli occhi: “Tanto, Raffaello, tanto. Possiamo fare tutti tanto”.
(…)
“Caro Raffaello, ieri sono venuti in canonica due uomini giovani. Erano in fuga, assai spaventati, e mi hanno chiesto aiuto senza tanti complimenti. Soprattutto senza paura. Il mio nome glielo hanno fatto al piano certi fuggiaschi che avevo aiutato in precedenza. Ma questo conta poco. Avrete capito che si tratta di due ebrei. Non sono soldati disertori o prigionieri in fuga dai campi di concentramento. Sono italiani come noi, fino a qualche mese fa ad un normale lavoro. Poi hanno abbandonato tutto, si sono rifugiati con le famiglie in alcuni conventi. Ora anche lì le cose si complicano, i tedeschi stanno facendo irruzioni, arresti. Il pericolo è gravissimo. Solo qui, tra i nostri monti, possono essere sicuri. Avevo pensato ad alcune case isolate del nostro paese, qui che volete che venga a vedere, fuori dal mondo… e poi tra poco la neve chiuderà il passo. Ma qui al Pergolaio mi dicono di aver l’unica camera attrezzata già prenotata da una famiglia di sfollati che giungerà da un momento all’altro. Raffaello, sono nelle vostre mani!”
Il tono solenne del sacerdote, la fermezza della sua voce, la convinzione che trasuda dall’anima hanno lasciato una traccia. L’idea di lottare per la libertà, per qualsiasi libertà, di razza, di religione, di pensiero ha acceso una fiammella. Ma il vecchio ha delle difficoltà e, a poco a poco, ad una ad una, le tira fuori.
“Signor priore… quali rischi si corre… voglio dire, mi perdoni, io e la mia famiglia…”
Eccola, la prima domanda, la prima vera terrificante domanda.
“Figliolo, non ci nascondiamo dietro un dito. Tutti, tutti i rischi di questo mondo. Se i tedeschi, o chi per essi, scoprono i rifugiati, deportano tutti, fucilano tutti, senza scampo. Non ci facciamo illusioni”.
tratto da
R. Cabib, “Un cane chiamato Libe”, Pacini Fazzi editore, 2001
Un elettorato laico e maturo? / 2
mercoledì 26 gennaio 2011
Un elettorato laico e maturo?
Tuttavia, riconosco che non è mai banale e, anzi, è utile approfondire i suoi editoriali.
Oggi ha scritto: “l’elettorato progressista deve amaramente constatare che il maggior partito della sinistra non è in grado di battere politicamente Berlusconi”. E su questo siamo d’accordo. Prosegue: “e perciò ci prova con le armi di sempre: magistratura e scandali”. Qui ci sarebbe da fare qualche distinguo che ora ci porterebbe lontano, ma è una critica giusta. E’ invece l’assunto seguente quello che mi fa venire l'orticaria: “senza avvedersi che, su questo, l’elettorato è molto più avanti, molto più laico e maturo del ceto politico. Contrariamente a quanto pensano gli osservatori stranieri, l’elettorato italiano non è indifferente agli scandali, ma semplicemente evita di politicizzarli oltre un certo limite”.
Può darsi che io sia bacchettone e sicuramente sono retrogrado, ma non capisco dove stia la laicità e la maturità nell’adeguarsi agli insulti telefonici di un presidente del Consiglio, ai diti medi di un sottosegretario, alle bugie televisive di un capogruppo parlamentare. Mi chiedo se è un elettorato laico e maturo quello che non reagisce a un ministro che dichiara che con i soldi delle intercettazioni milanesi si poteva rintracciare una ragazza scomparsa. Mi domando cosa ci sia di laico e maturo in un elettorato che, di fronte al vittimismo di un politico (per quanto possa essere alimentato dalle scelte strategiche sbagliate dello schieramento avversario), invece di porsi domande si beve tutte le sue pseudogiustificazioni e, come nota Ricolfi, “non si sta rifugiando nei partiti alleati, esenti dagli scandali (Lega Nord e Futuro e Libertà), ma semmai sta rientrando nel PdL, quasi a serrare le fila”. Peraltro, se questa conclusione fosse vera, bisognerebbe dedurne che esistono due elettorati: uno, tendenzialmente di centrodestra, laico e maturo; un altro, perlopiù di centrosinistra – che non perdonerebbe a un Bersani un terzo di quel che sta facendo Berlusconi e la vicenda Marrazzo insegna –, è immaturo e non è laico.
Poiché Ricolfi è uno studioso intelligente e la sa più lunga di me, parto dal presupposto che le mie argomentazioni del precedente paragrafo siano corollario, anzi: siano proprio infondate.
Bisogna allora capire qual è lo scandalo vero in tutta la vicenda che sta da giorni occupando le prime pagine dei giornali. Torno a ripetere quanto scritto qualche giorno fa. Non mi addentro in giudizi etici, perché non sono nessuno per giudicare qualcun altro; e non spetta a me ravvisare se ci sono reati o meno. Però una cosa è certa ed emerge chiaramente anche (non soltanto) dalle intercettazioni, ossia lo scandalo di un presidente del Consiglio che, invece di occuparsi dei problemi degli italiani, è notte e giorno in tutt’altre faccende affaccendato: i suoi processi giudiziari, la sua umanissima paura di non essere adorato abbastanza da chi lo circonda, i suoi passatempi antisenilità. I risultati li stiamo vedendo e pagando sulla nostra pelle: siamo il Paese meno competitivo d’Europa, con una disoccupazione giovanile alle stelle e con i ministri competenti che cercano alibi e propongono palliativi; con tutte le questioni che rimangono lì, non soltanto irrisolte, ma spesso nemmeno affrontate; con uno dei due partiti di governo costretto un giorno sì e l’altro pure a invocare il federalismo altrimenti si svela tutto il bluff e l’altro partito capace solamente di produrre provvedimenti ad hoc per il suo leader oppure disegni di legge da tirar fuori nel momento in cui c’è la possibilità di mettere in difficoltà l’opposizione o una parte di essa. Non è, come ai tempi di De Gaulle, "l'intendance suivra": oggi, in Italia, l'intendance ne suit pas un bel niente. Questo è il vero scandalo ed è il più politico che potessimo immaginare. E io mi chiedo: un elettorato che non lo vede – ma vede benissimo le pur gravi e reali deficienze di chi si propone in alternativa – è laico e maturo?
martedì 25 gennaio 2011
Il muratore, la mancanza di umiltà, la disoccupazione...
Pensavo a queste cose e poi, tornato a casa, ho letto della conferenza stampa in cui ci si sono messi addirittura in tre ministri a dire che sì, insomma, se c’è disoccupazione è colpa dei ragazzi che invece di essere umili e accettare lavori manuali aspirano a chissà che cosa.
E’ davvero un bell’alibi.
Scaricano la propria coscienza delle proprie incapacità e inefficienze.
La realtà è, a mio avviso, un po’ diversa. Perché, come mi spiegava il tizio, il problema esiste, eccome se esiste, ma se fosse nei termini in cui lo raccontano i nostri governanti l’alternativa alla calcina sarebbe la scrivania, non la cartiera (o il McDonald’s, che quanto a stress non è proprio il top delle nuove professioni).
I dati Istat confortano questa mia teoria. I giovani dai 15 ai 34 anni che entrano nel mondo del lavoro sono per il 3.5% imprenditori, dirigenti o esercenti; il 6.2% professionisti; il 17.3% tecnici; l’11.6% impiegati, il 21% addetti ai servizi e alle vendite (commessi, camerieri, parrucchieri e così via), il 30.6% artigiani e operai e poi c’è un 9.7% di professioni non qualificate. Il 46.4% dei laureati maschi e il 50.8% delle laureate femmine è sottoccupato, così come il 50.1% dei diplomati maschi e il 41.5% delle diplomate femmine.
Questo per dire come questa “mancanza di umiltà” contro cui hanno puntato il dito tre ministri della Repubblica che vogliono lavarsene le mani sia in gran parte infondata. Ma ci sono altri dati che dimostrano come sia anche un comodo alibi. Secondo l’Istat “le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro sono, almeno in parte, determinate dalla scarsità dei canali di informazione e soprattutto delle inefficienze del sistema pubblico di intermediazione. La maggior parte dei primi ingressi nel mercato del lavoro avviene, infatti, grazie al ricorso a forme tradizionali di comunicazione che sfruttano le conoscenze dirette: circa il 55% dei giovani trova la prima occupazione attraverso le segnalazioni di parenti e amici”.
Infine, l’Istat conferma un dato che potrebbe sembrare ovvio e lapalissiano: “l’opportunità di migliorare il proprio curriculum formativo è più accentuata nei contesti familiari con livelli di istruzione più elevati (…) circa il 9% dei giovani con i genitori in possesso al più della licenza superiore tenta di proseguire gli studi universitari e l’incidenza sale fino quasi al 31% quando almeno uno dei genitori è laureato”. Bene, ora prendiamo questo assunto – ovvio e lapalissiano, come si è scritto prima – e confrontiamolo con la propaganda pro lavoro manuale del ministro Sacconi, del ministro Gelmini e del ministro Meloni. Non so, magari sbaglio, ma fiuto odor di vecchia società classista, dove i figli dei ricchi vanno all’università, mentre gli altri grasso che cola se arrivano al diploma.
P.S.: tra i suggerimenti offerti dal trio delle meraviglie anche quello, rivolto ai genitori, di non comprare l’automobile al figlio laureato e utilizzare quei soldi, invece, per riscattare i contributi relativi agli anni dell’Università. Beh, certo che con la pensione da fame che prenderanno (prenderemo: anch’io sono entrato tardi nel mondo del lavoro regolare, dopo il 1996), quei quattro anni da riscattare gli cambieranno la vita, eccome. Fermo restando che quando mi sono laureato io l’automobile nessuno me l’ha comprata perché non c’era la possibilità e i (tanti) soldi necessari per riscattare i contributi io – figlio di un operaio e di una colf – non li ho avuti né all’epoca, né più tardi. Ancora una volta, temo che la visione di questa gente sia quella di una società dove l’università e la carriera sono roba da ricchi.
lunedì 24 gennaio 2011
Le primarie: istruzioni per l'uso / 2
Ne avevo già parlato tempo fa, spero di non doverci tornare su.
Per il futuro, trovo comunque sensata la proposta di Marco Campione: sono annullati tutti i voti dei seggi dove vengono a votare più cittadini di quanti furono gli elettori del pd (o della coalizione, in caso di primarie di coalizione) nelle elezioni precedenti.
Nel frattempo, mi chiedo quanti di quelli che non hanno votato Cozzolino a Napoli e in queste ore polemizzano sul modo in cui ha vinto lo appoggeranno quando si tratterà di confrontarsi con il centrodestra. In ogni caso, al centrosinistra una sconfitta nel capoluogo campano non potrà che fare del bene dopo questi anni. Spero, anzi, sia una sonora sconfitta, una vera e propria batosta che faccia arrossire di vergogna i vertici del partito a livello comunale, provinciale e regionale.
sabato 22 gennaio 2011
I Beatles sapevano già tutto su Berlusconi!
Nel 1969 si diffuse la voce che Paul McCartney era morto. I fans di tutto il mondo cominciarono a scandagliare i testi delle canzoni dei Beatles alla ricerca di tracce e indizi vari su tale sconvolgente rivelazione.In realtà, i Fab Four erano avanti con i tempi. Molto avanti. Così avanti che nei loro testi più che le prove della morte prematura del loro bassista si trovano parecchi riferimenti a quel che sarebbe successo quarant’anni più tardi in Italia. Disseminarono dunque le loro canzoni di profezie che, oggi, sono illuminanti. Roba che al confronto Nostradamus è un dilettante e tutte le storie sui templari a Rennes le Chateau finiscono nel dimenticatoio. Quando leggeranno quello che sto per scrivere, sicuramente Roberto Giacobbo imbastirà una puntata di Voyager, Paolo Attivissimo chiuderà il suo blog e Piero Angela si dimetterà dal Cicap.
Dunque, vediamo cosa cantavano i Beatles negli anni Sessanta a proposito delle vicende nostrane di questi giorni.
Nel 1963, è McCartney a spiegare le motivazioni di base di tutta la storia raccontando nel dettaglio il primo incontro con Ruby Rubacuori:
Beh, lei aveva solo diciassette anni
tu sai cosa intendo
e il modo in cui si poneva
era oltre ogni paragone
egli scrive in “I Saw Her Standing There”.
Due anni dopo, aggiunge particolari alla vicenda narrando dell’amica di Ruby (quella sulla cui rubrica telefonica è stato ritrovato il numero di “Papi Silvio Berluscone”):
Michelle, ma belle
Sont le mots qui vont très bien ensemble
Très bien ensemble
ti voglio, ti voglio, ti voglio,
penso che ormai tu lo sappia,
ti raggiungerò in qualche modo
canta senza troppi riguardi in Michelle.
Ancora McCartney spiega nel 1964 come funzionano le serate in casa di Berlusconi e, soprattutto, come si concludono:
Ti comprerò un anello di diamanti, amica mia
Ti prenderò qualunque cosa, amica mia
Perché non mi importa troppo del denaro
racconta in Can't Buy me Love.
Lennon, dal canto suo, prova nel 1965, in Help, a dare una giustificazione a tutta questa deriva dei sensi:
Quando ero giovane
Molto più giovane di oggi
Non avevo bisogno dell'aiuto di nessuno
In nessun modo
Ma ora quei giorni sono passati
E non sono così sicuro di me
Ora, come tutti sappiamo, Berlusconi nega. Ma è Harrison, sempre nel 1965, in Think for Yourself, a consigliare a tutti di non credere alla versione del PresdelCons:
Ho una parola o due
Da dire a proposito delle cose che fai
Racconti tutte quelle bugie
Ancora McCartney, nel 1967, riferisce – in Lovely Rita, canzone dedicata non a caso a una donna di facili costumi – in maniera molto esplicita la vicenda delle gemelle Eleonora e Imma De Vivo, due assidue frequentatrici delle serate arcoriane:
Ci divertimmo e dopo cena
Le dissi che avrei proprio voluto rivederla
Seduto sul divano con una o due sorelle
Un anno più tardi, Lennon svela con quali parole Berlusconi si rivolgerà quarant’anni dopo alle sue ospiti nei momenti più intimi:
Dài dài dài dài
Dài è una tale gioia
Dài prendila con calma
Tutti hanno qualcosa da nascondere tranne me e la mia scimmia
segnala in Everybody's Got Something To Hide Except for Me and my Monkey.
Ma è il 1968 e Lennon abbandona ogni giustificazionismo per perorare la causa della giustizia, prendendosela con il Cavaliere di Arcore che rifiuta di dare spiegazioni ai magistrati:
cos'hai fatto
Hai coperto tutti di ridicolo
hai infranto le regole
L'hai fatta così grossa che tutti l'hanno vista
per quanto grande tu creda di essere
alla fine avrai quel che ti meriti
canta in Sexy Sadie.
Contemporaneamente, Harrison predice - in Piggies - la linea difensiva seguita dai media compiacenti: così fan tutti, scriveranno i Feltri e i Belpietro e i Sallusti:
Dappertutto ci sono moltissimi porcellini
che vivono vite porcine
Da parte sua, sempre nel solito anno, McCartney compone il suo testo più, ehm, politico - Back in the USSR - e svela il vero motivo dell’amicizia di Berlusconi con Putin:
Beh le ragazze ucraine mi mettono proprio ko
Fanno dimenticare l'Occidente
E le ragazze moscovite mi fanno cantare e gridare
Che la Georgia è sempre nella mia mente
(mi si dirà che Paul non è in grado di prevedere anche il dissolvimento dell’Unione Sovietica: ma, onestamente, sarebbe stato pretendere troppo)
Nel 1969, persino il placido Ringo Starr, che in sette anni di militanza beatlesiana compone la miseria di due canzoncine, utilizza una di queste due - Octopus's Garden - per ironizzare su Berlusconi con una fin troppo chiara ed evidente allusione al Bunga Bunga:
Staremmo al caldo sotto la tempesta
Nel nostro piccolo rifugio
Appoggiando la testa sul letto
Canteremmo e balleremmo qua e là
Sapendo di non poter essere trovati.
venerdì 21 gennaio 2011
Anche l'aria e il sole sono cose da conquistare dietro le barricate
Perché tutta questa gente ha lottato anche per darci la possibilità di tollerare ai dibattiti televisivi Daniela Santanché, di far conoscere agli italiani il numero di telefono privato del presidente del Consiglio grazie alle rubriche di due prostitute, di titolare i giornali sul bunga bunga anziché sul motivo per cui la produttività oraria in dieci anni è calata paurosamente sotto la media europea.
Libertà e democrazia significano pure questo. Però fa girare le palle osservare come tanta gente preferisca proprio questa opzione all’altra.
Anche l’aria e il sole sono cose da conquistare dietro le barricate.
(Vasco Pratolini, "Il Quartiere")
La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica.
(Ignazio Silone, "Uscita di sicurezza")
Avrebbe voluto avere una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c'era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi.
(Elio Vittorini, "Conversazione in Sicilia")
Si senti investito in nome dell'autentico popolo d'Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente piú inebriante la coscienza dell'uso legittimo che ne avrebbe fatto.
(Beppe Fenoglio, "Il partigiano Johnny")
giovedì 20 gennaio 2011
E mentre lui faceva bunga bunga...
mercoledì 19 gennaio 2011
Eccolo, quello che ha mangiato pane e volpe
Eh già, il grande stratega che soltanto un mese fa evidentemente era sul pianeta Marte a scandagliarne la geomorfologia. E l’uomo politico che a lui gli fanno un baffo i sondaggi che mostrano – casomai ce ne fosse ancora bisogno – che il centrosinistra senza il terzo polo va da nessuna parte. Ma quel che conta, per certi politici, non è avere risultati veri. L’importante è gonfiare il petto e sentirsi dire “bravo, tu sì che gliele canti giuste a quello là” dallo zoccolo duro (molto duro, soprattutto di comprendonio) del proprio elettorato.
Il senso della vita
(Il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, Panorama, 10 settembre 2010)
“«Quando ha voglia ci chiama, quando non ha voglia non ci chiama, sospira una ragazza che da Berlusconi dice di «essere stata raccomandata all’università in Calabria». E che alla Minetti, in una telefonata simile a una seduta di psicoterapia, ruotante attorno alla frustrata richiesta al premier di avere in regalo «uno stabile a Milano da poter vendere», espone i suoi crucci: «Tu bene o male hai il tuo lavoro, guadagni tot... (12 mila euro al mese di stipendio da consigliera regionale lombarda, ndr), non te lo leva nessuno. A me, se non mi mette, che cavolo faccio? Sto in Comune per altri 5 anni a guadagnare 600 euro? E quante cose possono capitare in 2 anni? Lui può sparire... può succedergli qualcosa... sta cambiando il governo... Se mi dice di aspettare, gli dico che ho aspettato 5 anni (...) Ma basta! Ma che, siamo sceme, ma bisogna farglielo capire a ’sto uomo ehh, cioè ma poi per dirti, Fini lo fa con la moglie eh... capito, o con le fidanzate o con le amanti...». Le buste con 2 mila euro a volta o i regali volanti non arginano più la disillusione dei prosaici obiettivi della ragazza: «Basta! Poi sì, per l’amor del cielo, (Berlusconi, ndr) ci sta costruendo una carriera, però bisogna vedere se poi va in porto ’sta carriera! E se non va in porto? Rimango con la laurea e un calcio nel sedere come tanti altri ragazzi...»”.
(Intercettazione sulle frequentazioni del capo del governo di cui fa parte il ministro Sacconi, Corriere della Sera, 19 gennaio 2011)
martedì 18 gennaio 2011
Si dimetta e basta
Reato o non reato, quel che emerge dalle carte della Procura di Milano su Berlusconi va comunque oltre la sfera privata. Abbiamo un presidente del Consiglio che ha una visione completamente distorta sia dei rapporti umani, sia dei valori civici di convivenza. Abbiamo un presidente del Consiglio che nei comizi e negli interventi pubblici parla di liberalismo e di cultura del fare e che però è intimamente convinto - e in tale direzione all'atto pratico si muove - che, per affermarsi nella vita o quantomeno avere risultati, il liberalismo e la cultura del fare non servono.
Personalmente, posso anche essere indignato e scandalizzato (e lo sono) per la vita dissoluta di un capo di Governo, ma non è questo il punto. Il punto politico è che ci sono dei problemi gravi da risolvere nella comunità dei cittadini italiani e chi è chiamato a risolverli non è in grado non dico di affrontarli, ma nemmeno di capirli.
Come può un governante che inquadra una persona solamente dal genere sessuale e dalla bellezza capire il dramma dell'immigrazione?
Come può un governante che concede un appartamento in comodato d'uso a una ragazza purché bella e disponibile capire il dilemma di un operaio Fiat che si trova a dover scegliere se rinunciare a qualche diritto in cambio di duecento euro che gli serviranno per pagare la bolletta della luce e la rata del frigorifero?
Come può un governante che distribuisce banconote da cinquecento euro come niente fosse soltanto perché una fanciulla si è vestita da infermiera capire il problema finanziario di una piccola azienda che si vede rimandata indietro impagata una ricevuta bancaria di diecimila euro da un cliente e a causa di quell'insoluto non sa come pagare lo stipendio a quattro dipendenti?
Il guaio è che non soltanto il governante è prigionierio di questa distorsione di pensiero. Egli è circondato da uno stuolo di personaggi che, in cambio delle briciole, lo assolve lo protegge lo incentiva ad andare sempre oltre.
Non stupiamoci, dunque, se il governo non affronta i tanti problemi che ci assillano. Il castellano e la sua corte sono lontani anni luce da essi.
lunedì 17 gennaio 2011
Osservatorio minzoliniano / 14
Mentre gli altri media berlusconiani navigano a vista (Il Giornale oggi segue due linee: divagare sulla presunta fidanzata e dare la colpa a Repubblica, mentre Il Tempo prefigura scenari da brivido), il Tg1 si comporta con grande nonchalance.
Le prove generali c'erano state venerdì sera. Il servizio su Berlusconi indagato per il caso Ruby era stato piazzato dopo la Tunisia (ma ci poteva anche stare, quel giorno) e Mirafiori (...e vabbè) e prima di una triade comprendente rinvio a giudizio di Luigi De Magistris (Italia dei Valori? Prrrrrr!!!!), scandalo assunzioni facili in Sicilia (traditori del centrodestra? Prrrrrr!!!!) e indagini su giunta Bassolino (Partito Democratico? Prrrrrr!!!!).
Stasera, il capolavoro. Apertura di nuovo sulla Tunisia (ieri confinata nelle retrovie, ma c'era il videomessaggio da Arcore che aveva diritto di precedenza), poi - così, come niente fosse - il servizio sul "dossier Ruby". Dossier, sì: neanche si trattasse di un memoriale o una raccolta di testimonianze portata avanti da un quotidiano anziché un'inchiesta giudiziaria tra le più umilianti per un capo di governo. Nel servizio di un minuto e diciotto secondi firmato Valentina Di Virgilio nessun cenno ai capi d'accusa, né al quadro di profonda desolante miseria umana che emerge dalle intercettazioni, si parla genericamente di "ragazze che avrebbero partecipato alle cene" (cene... e che sarà mai?), ma spazio alle raccomandazioni del garante della privacy e poi vai con le dichiarazioni dei politici per un minuto e trentacinque secondi.
Segue, calato come un liscio a briscola, il colpo di genio: due minuti e nove secondi - più della notizia del giorno - sul rogo di Primavalle, con tanto di servizio vintage firmato Bruno Vespa, Achille Lollo in procura e dopo trentotto anni, come opportunamente ricorda la grafica in primo piano, "nessuno ha pagato": eccola qua, la magistratura che invece di acciuffare e mettere in galera (al gabbio, direbbe Alessandro Sallusti) i veri delinquenti si accanisce sul povero Silvio.
domenica 16 gennaio 2011
Madamina, il catalogo è questo
"Sua passion predominante è la giovin principiante
non si picca se sia ricca
purché porti la gonnella
voi sapete quel che fa"
(Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni - atto I, scena V - libretto di Lorenzo Da Ponte, musica di Wolfgang Amadeus Mozart, 1787)
venerdì 14 gennaio 2011
A due passi dall'Italia
...ma una denuncia per procurato allarme?
Poi voglio vedere se il giudice archivia o mi denuncia ai sensi dell'articolo 568 del codice penale: "Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l'autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda da euro 10 a euro 516".
giovedì 13 gennaio 2011
It's a real nowhere party
Marco Campione, che è persona intelligente e lucida, non è affatto preoccupato e per certi aspetti mica ha torto: a parte il fatto che se la direzione del Partito Democratico si fosse conclusa all’unanimità, domani avremmo dovuto sorbirci la solita requisitoria di Arturo Parisi contro il finto unanimismo che sopisce la discussione e il confronto (e francamente...), c'è da dire che il partito, se vuol essere democratico, non deve spaventarsi dalle divisioni interne. In fondo, anche le primarie cos’altro sono se non la certificazione che non tutti la pensano allo stesso modo?
Ma, premesso questo, quel che mi preoccupa sono due aspetti.
Il primo, immediato, è il senso di allontanamento dalla realtà che la lettura degli articoli di giornale sulla direzione piddina mi ha dato: di cosa hanno parlato oggi Bersani, Fioroni, Gentiloni, Bressa, D'Alema, Veltroni? Di come affrontare future mirafiori, forse? Di come combattere la disoccupazione giovanile al 29%? Di nuovi modelli di tutele sociali? Non ho ben capito di cosa abbiano discusso e su cosa abbiano litigato, ma di questi importanti argomenti non mi pare proprio.
Il secondo motivo di preoccupazione è quel che seguirà alla direzione di oggi. Perché è inutile nasconderci dietro un dito, sappiamo già cosa ci aspetta nei prossimi giorni: paginate di quotidiani con lunghe interviste al dirigente di turno che ci indicherà la Giusta Direzione da Seguire e ci illuminerà sulla Vera Ricetta per Risolvere i Problemi dell’Italia Contemporanea e ci illustrerà il Cammino da Fare per Sconfiggere Berlusconi. Ognuno tirerà fuori dalla propria tasca la Verità di cui è in possesso (ed essendo Verità non ammetterà posizioni alternative) senza però che il partito assuma un suo profilo culturale, valoriale, programmatico preciso. E, mentre il mondo andrà avanti con i suoi problemi irrisolti e Berlusconi continuerà a prenderci per il culo, l’unica forza politica in Italia che avrebbe le potenzialità per poter fare qualcosa di diverso da chi ci governa attualmente, sarà impegnata invece in uno sterile dialogo interiore che parte dal niente per arrivare al niente, “sitting in his nowhere land, making all his nowhere plans for nobody”
mercoledì 12 gennaio 2011
Il solito Tremonti
Bah. Sarò un retrivo, un conservatore della peggior specie, un sinistrorso, un comunista, ma a me pare il solito finto obiettivo messo lì per parlar d'altro. Tipico del centrodestra italiano, tipico - in particolare - di Giulio Tremonti.
Ne avevo già parlato tempo fa e lo ridico: non è certo un articolo della Costituzione a impedire lo sviluppo economico del nostro Paese, soprattutto se economie ben più solide della nostra hanno prescrizioni ancor più rigide.
Se fossi un elettore pugliese
Lo dico senza per questo accettare la retorica mussoliniana della luce accesa nello studio (sempre, anche di notte, per dare l'impressione a chi guarda giù dalla piazza che la massima autorità istituzionale sia lì alla sua scrivania a lavorare, anche quando in realtà è dalla ganza a spassarsela). Diciamo che se il bravo Nichi aveva tutta questa voglia di fare qualcos'altro che non governare una Regione poteva anche dirlo un anno fa.
martedì 11 gennaio 2011
Il metodo Minzolini / 2
Ecco come il metodo Minzolini ha colpito stavolta (riporto il servizio di Carolina Casa): "Alfonso Sabella è stato per anni sostituto procuratore a Palermo, ora fa il giudice a Roma ed è uno che di mafia se ne intende. Da lui e dalle confidenze avute da un altro magistrato arriva la conferma di quel che l'ex guardasigilli Giovanni Conso aveva già ammesso davanti alla commissione antimafia. Nel 93 - governo Ciampi, Scalfaro presidente della Repubblica - la presunta trattativa Stato mafia ci fu. Chi e perché dava ordini non so, ribadisce Sabella, quel che è certo è che secondo quanto mi disse anche l'ex pm della DDA Chelazzi lo Stato tentò in quegli anni di dare un segno di disponibilità a Cosa Nostra con la revoca o il mancato rinnovo da parte dell'allora ministro della Giustizia Conso del 41 bis per centinaia di boss".
Se facciamo l'analisi dettagliata di questa parte del servizio, ne risalta la strumentalità.
Si parte con questo pm Sabella. Non è famoso, per cui la giornalista ci dice che è "uno che di mafia se ne intende". Se ne intende a tal punto che l'ipotesi da lui avanzata di un Provenzano che tradisce Riina viene smentita, nella solita sede, dal capitano Ultimo. Ma questo, per la cronista del Tg1 (che pure riporta questa notizia nel prosieguo del servizio), è un dettaglio su cui è possibile sorvolare.
Poi prosegue citando che la trattativa ci fu nel 1993 "governo Ciampi, Scalfaro presidente della Repubblica". Che la trattativa ci sia stata non si sa, men che meno che i due sunnominati ne sapessero qualcosa, ma intanto vengono nominati: così, giusto per.
Subito dopo la perla del servizio: "la presunta trattativa Stato Mafia ci fu". Eh no, cara Carolina Casa: se ci fu, non è presunta. Ci fu e basta. Se è presunta, non puoi dire che ci fu.
Se fossi un operaio Mirafiori
E non per certe condizioni che magari appaiono - o lo sono realmente - penalizzanti: io non sono mai stato a una manovia della Fiat e quindi posso soltanto immaginare, ma ho visto (e anche provato, perché c'erano dei periodi che eravamo tutti precettati) cosa può succedere in una piccola azienda dove i sindacati non riescono a entrare, con il titolare che ti sta con il fiato sul collo otto ore su otto e se prendi un caffè, altro che dieci minuti di pausa: non fai in tempo a buttarlo giù che ti arriva quello e te ne chiede conto.
Comunque, il punto non è questo.
E' il metodo. E' il ricatto.
Ieri sera, in auto, sentivo un programma radiofonico. Hanno telefonato varie persone dell'indotto Fiat: gente che lavora non in officina, ma, per esempio, per aziende che collaudano le auto e che guadagna mille euro al mese senza che la Fiom se ne interessi e senza nemmeno sperare di poter portare a casa qualcosa di più in cambio di un mazzo tanto così. In genere non ci pensiamo a queste persone. Eppur ci sono.
L'odiosità della domanda a cui sono chiamati a rispondere i dipendenti Fiat è che l'alternativa non è tra un modello buono e un modello cattivo. E' tra una minore tutela dei lavoratori e un vero e proprio dramma sociale che coinvolgerebbe sia quei lavoratori (che a quel punto di tutele ne avrebbero non meno, ma proprio zero) che parteciperanno al referendum, sia tanti altri che hanno a che fare con il fatto che costoro vadano a timbrare un cartellino.
p.s.: non c'entra niente. O forse c'entra. Poco più di un anno fa ho comprato l'auto nuova. Ero indeciso tra una Fiesta e una Punto. A parità di prezzo la prima mi dava in più i comandi dell'autoradio sul volante, i fendinebbia e cinque porte. Al concessionario Fiat - che conosco da anni, è bravo e preparato avendo anche fatto il meccanico - ho chiesto un motivo, uno solo, per cui avrei dovuto, a quel punto, scegliere Fiat anziché Ford. Risposta: "perché è italiana!". Ah, beh!
Osservatorio minzoliniano / 13
In compenso, largo spazio (con un servizio ancor più lungo) al referendum organizzato dal PD di Caltagirone contro l'appoggio alla giunta regionale siciliana Lombardo.
domenica 9 gennaio 2011
Il metodo Minzolini
Il primo è il cosiddetto “metodo Boffo”. Rozzo e violento, è una clava da usare contro l’obiettivo prescelto e le sue frequentazioni, le sue parentele, le sue amicizie per sputtanarlo definitivamente. E’ quello preferito per far montare “l’aggressività dei moderati” contro esponenti di destra o vicini alla destra che però hanno osato non allinearsi del tutto ai voleri del Capo.
Il secondo è il cosiddetto “metodo Signorini”. Filippo Ceccarelli, su Repubblica, lo ha così descritto: “consiste sempre nel chiamare e inquadrare il nemico nel campo delle umane debolezze, ma invece di assestargli una gragnola di cazzotti o un fracco di legnate, gli si spruzza addosso un flacone di fetida malignità”. Basato sul gossip e su bischerate assurde, è ottimo per sputtanare esponenti di sinistra (il cui elettorato ha per tradizione una spiccata tendenza a indignarsi quando non ce ne sarebbe bisogno).
La novità delle ultime settimane è però il “metodo Minzolini”. Si prende una notizia che colpisce (anche indirettamente) il centrosinistra, la si dà in pasto ai telespettatori, la si ripete la sera dopo, quella dopo ancora, quella successiva e così via per almeno cinque o sei giorni, nel caso qualcuno se la fosse persa in precedenza. Ne avevamo avuto un assaggio con il caso “accordo segreto Stato – mafia”: tra novembre e dicembre, la solita notizia era stata ripetuta parecchie volte cambiando un po’ l’ordine dei fattori (una sera toccava a Ciampi, quella dopo a Scalfaro, quella dopo ancora a Violante, ma con una forte preferenza per Ciampi, vera e propria icona della sinistra e dei governi tecnici) senza, ovviamente, variare il prodotto (dichiarazione finale di Gasparri o Bonaiuti o Alfano che rimarcava quanto fatto dal centrodestra che per davvero ha combattuto la criminalità organizzata, mica come la sinistra parolaia). Poi è stata la volta della Sicilia: da quando è venuto fuori lo scandalo delle assunzioni facili coltivate dalla giunta Lombardo – definitivamente rinnegata dal governo Berlusconi dopo l’appoggio piddino – per diverse sere è stato ripetuto il mantra di questa grande ingiustizia. Intendiamoci: non che il presidente della regione siciliana e i suoi assessori non se lo meritassero di essere sputtanati (tutt’altro!), ma è curioso che a farlo sia stato proprio il telegiornale che mette la sordina ai dati sulla disoccupazione giovanile e che su uno scandalo analogo – la parentopoli romana che coinvolge il sindaco Alemanno – non ha certo suonato la grancassa alla stessa maniera. Insomma, il metodo Minzolini è efficacissimo perché si basa su dati reali, ma colpisce a senso unico in un contesto nel quale il messaggio di fondo non è neanche più “io sono meglio di te”, ma è “tu sei peggio di me”: è la nuova frontiera della faziosità nel servizio pubblico, che megafona e ripete le magagne di una parte nascondendo quelle dell’altra.
Quale sarà la prossima campagna effettuata con il metodo Minzolini? Per saperlo, non occorre che attendere il futuro scoop di Libero o del Giornale: scommetto una pizza & birra che sarà ripreso con dovizia di particolari e per più sere dal Tg1.
sabato 8 gennaio 2011
La strumentalità dell'agenda politica italiana
Oppure: il testamento biologico. Non è che entra nell'agenda politica perché in effetti ci sarebbe bisogno di.
No, se ne parla perché potrebbe essere un argomento che scompagina avversari vecchi e nuovi.
In questo modo è poi inevitabile che anche le soluzioni prospettate siano di basso - o infimo - livello. Per tacere del dibattito che ne scaturisce. Che tutto è fuorché orientato a trovare soluzioni reali e pragmatiche a problemi veri.
Sul federalismo sono abbastanza rassegnato a soluzioni estemporanee che porteranno, ahimè, a un aumento del debito pubblico nei prossimi decenni.
Quanto al testamento biologico, spero tanto - ma, obiettivamente, non sono fiducioso - che le prossime settimane ci risparmino perlomeno certi richiami strumentali alla fede cristiana già sentiti un paio di anni fa di questi tempi. Quanto mi piacerebbe che una questione così importante venisse affrontata laicamente, dove per "laicamente" non intendo "accogliere le posizioni dei laici", ma "assumere una prospettiva laica", cioè di bene comune, evitando che la Chiesa vesta i panni di una lobby qualunque e facendo sì che i non credenti sappiano cogliere le qualità di servizio all'uomo di certe istanze dei credenti.
La Gaudium et Spes, emanata dal Concilio Vaticano II nel 1965, afferma al punto 74 (i neretti sono miei): "nella comunità politica si riuniscono insieme uomini numerosi e differenti, che legittimamente possono indirizzarsi verso decisioni diverse. Affinché la comunità politica non venga rovinata dal divergere di ciascuno verso la propria opinione, è necessaria un'autorità capace di dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, non in forma meccanica o dispotica, ma prima di tutto come forza morale che si appoggia sulla libertà e sul senso di responsabilità". E, al punto 76, aggiunge: "La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini".
Mi paiono princìpi ai quali un buon dibattito su una tematica tanto importante dovrebbe attenersi e valgono per tutti, laici e credenti.
venerdì 7 gennaio 2011
Pierluigi Bignami
Il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani ha scritto una torrenziale lettera al Messaggero. 1.733 parole e 11.437 caratteri per dire cosa?
Siccome non tutti possono avere il coraggio e la pazienza per arrivare in fondo alla lettura - in particolare noi ormai abituati all'assioma "fare opposizione = dire Berlusconi mafiosopiduistacorruttoreamicodimangano" - ecco il servizio Bignami Express gentilmente offerto da Nonunacosaseria in collaborazione con la maestra elementare dell’attuale segretario piddino, la stessa che all’epoca si dimenticò di insegnargli a fare i riassunti.
Davanti all’Italia c’è una prospettiva più fragile, più difficile e incerta rispetto a quella di paesi con i quali siamo stati fin qui in compagnia. Anche altri Paesi sviluppati hanno vissuto il trauma della globalizzazione e della crisi finanziaria ed hanno conosciuto la difficoltà di trovare strumenti efficaci per rispondere. Si sono evidenziati fenomeni di spaesamento, di incertezza, di ripiegamento e sono emerse correnti di opinione difensive o apertamente regressive. In nessun caso, tuttavia, queste tendenze hanno preso il comando nei grandi Paesi europei. In Italia, berlusconismo e leghismo hanno, ciascuno per la sua parte, suscitato una “aggressività dei moderati” che ha fatto da traino ad una cultura di delegittimazione dello Stato, di individualismo, di complicità fiscale, di corporativismo sociale e territoriale, di xenofobia. Si è così alimentato un consenso per adesione in virtù del quale governare significherebbe interpretare e rappresentare piuttosto che risolvere. I problemi vengono scagliati di volta in volta contro un nemico o vengono semplicemente occultati dalla retorica e dal controllo della comunicazione. Il meccanismo è dunque tale da produrre decisioni minime ma a forte carica simbolica e da drammatizzare tutto ciò che riguardi direttamente il Capo. Gli interventi strutturali sono assolutamente sporadici e consentiti solo se capaci di colpire e scompaginare gli universi sociali e politici dell’altro campo. Una simile descrizione della nostra ultradecennale vicenda politica potrebbe apparire unilaterale e faziosa se non fosse confermata da un onesto bilancio dei fatti. Dal 2000 ad oggi è aumentata la quota di italiani con un reddito pro capite al di sotto della media UE, siamo agli ultimissimi posti al mondo per crescita, la produzione industriale è diminuita, la disoccupazione giovanile e femminile è alle stelle, il debito pubblico è salito senza aver dovuto salvare alcuna banca. Quanto al futuro, non c’è previsione che non indichi per noi uno scenario di sostanziale stagnazione con una crescita potenziale inferiore alla metà di quella dei principali Paesi europei. E’ ovvio che l’ultimo decennio poggia su problemi antichi e precedenti a Berlusconi. E’ altrettanto ovvio che nell’ultimo decennio i problemi non hanno avuto rimedio ma si sono disastrosamente aggravati. Se non ci convinciamo a guardare in faccia i problemi, non ne usciremo bene. Per di più, essere il grande Paese che in Europa cresce di meno e che ha il debito più alto ci espone inevitabilmente a pericolose ondate speculative. E’ realistico prevedere che nei prossimi anni il debito e il suo costo ci metteranno di fronte ad una serissima difficoltà. Chi riconosce l’emergenza, chi ne è davvero consapevole deve prendersi le sue responsabilità e suscitare una riscossa che mobiliti le energie e le risorse economiche, morali e civili di cui il Paese dispone. Per parte nostra, adempiamo a questo compito rivolgendoci innanzitutto alle forze dell’opposizione di centrosinistra e di centro. Riconosciamo le loro diversità, perfino nelle prospettive politiche. Ma se queste diversità prevalessero, potrebbe venirne per il Paese un altro decennio di deriva populista e di ulteriore scivolamento. Chi si oppone a Berlusconi sa che oggi bisogna guardare oltre Berlusconi. Questo guardare oltre contiene in modo ineludibile degli aspetti costituenti. Qui non si parla semplicemente di una alternanza in un sistema che funziona. Qui si parla di una riorganizzazione della democrazia parlamentare. Qui non si parla di un semplice programma economico. Qui si parla di un nuovo patto fondamentale in campo economico e sociale su terreni fondativi come quelli della fiscalità e delle relazioni sociali. E’ questa la ragione profonda di un appello che vuole coinvolgere forze progressiste e moderate. Nessuno dovrebbe prendersi la responsabilità di negare il suo contributo ad una transizione costituente in nome di prospettive più limitate, personali o di partito. Ci sono forse altre strade? E’ su una simile piattaforma che il PD sta lavorando, ed è questa la proposta che avanzerà nelle prossime settimane. La nostra proposta politica è difficile e forse utopica nelle condizioni date, ma la politica non si fa con il calcolo delle probabilità; la politica deve avere una idea di che cosa sia meglio per il Paese e sostenerla. In ogni caso quindi, a prescindere dalle risposte che avremo, e dagli esiti che proporrà la contingenza politica, questa sarà la nostra ispirazione.
Fatto il riassunto, ecco il servizio di decriptazione dal bersanianpolitichese:
Ragazzi, siamo in un mare di cacca fino al collo. E allora, per la trecentonovantaduesima volta da tre mesi a questa parte, lancio una proposta (io lancio e annuncio, poi un giorno o l'altro può darsi che per sbaglio faccia anche qualcosa). Invece di aspettare l’onda che ci travolga, alleiamoci tutti insieme mettendo da parte i personalismi e gli interessi di bottega e, per la prima volta da trent’anni a questa parte, mettiamo al primo posto gli interessi del Paese. Qualcuno ci sta?
mercoledì 5 gennaio 2011
Il governo dello struzzo
Non sono un sindacalista, non ho mai lavorato a una catena di montaggio, nelle aziende in cui sono stato impiegato - eccezion fatta per l'ultima e limitatamente a una circostanza congiunturale - i sindacati non li ho mai visti. Eppure una cosa ho capito di tutta la vicenda legata all'accordo Fiat-Mirafiori: c'è l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, riformato da referendum popolare quindici anni fa, che recita così: "Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito: […]; delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva".martedì 4 gennaio 2011
Un gran senso di desolazione
Di un sindaco - anche bravo per carità - e dei suoi assessori - giovani e bravi pure loro, che tra l'altro sanno come replicare alle provocazioni di Castelli ad Anno Zero - che però, talvolta, pensano che l'universo ruoti attorno a loro. E così capita che decisioni anche intelligenti e giuste si perdano nel marasma delle diatribe con il Comune limitrofo, delle accuse al presidente del Consiglio comunale che abita in un certo luogo, delle polemiche contro il presidente della Provincia che si appresta a iniziare la campagna elettorale. Tutto all'interno dello stesso schieramento politico, anzi: del solito partito.
E non c'entrano niente la scelta di allearsi con tizio piuttosto che con caio, l'atteggiamento su primarie sì primarie no, l'appartenenza a una corrente piuttosto che un'altra o la visione di fondo sulle cose da fare. E' soltanto un malinteso senso di cosa significhi "leadership chiara e forte".
Per la precisione
Dunque, quando leggete sul sito Giornalettismo dei pezzi firmati "nonunacosaseria" sappiate che non li ho scritti io.
E gliel'ho anche già detto con una mail di una settimana fa. Poiché vedo che continuano a firmare pezzi come nonunacosaseria, ora mi sarei anche un po' rotto le scatole. Pazienza per quelli già usciti mesi fa, ma non per quelli datati dopo che mi sono accorto della cosa...
lunedì 3 gennaio 2011
Sulle primarie (ancora?) e sull'omino del bar (ancora?)
A me colpisce di più un dato. Gli elettori di centrosinistra che ritengono indispensabili le primarie sempre sono circa uno su tre, non di più. E mi viene in mente quell’episodio a cui più volte ho accennato anche in questo blog e che ho citato tante e tante volte negli incontri che si svolgono nella mia città, tanto da diventare un tormentone mio ormai quasi palloso (senza quasi, ma ne sono consapevole).
Campagna elettorale 2002.
Comunali.
Vado al bar e sul tavolo c'è il quotidiano locale. Lo sbircio mentre un tizio accante a me, che conosco, lo sfoglia più o meno distrattamente. Un articolo firmato da un esponente del locale centrosinistra racconta di quanto sia cattivo e arrogante il sindaco (di centrodestra) uscente e ricandidato, uno che non ascolta la gente, che fa sempre come gli pare, un presuntuoso che non ti immagini; invece, il candidato sindaco del nostro schieramento – prosegue l’articolo – è andato a Porto Alegre e farà il bilancio partecipato e la campagna di ascolto e la concertazione. Il tipo sfoglia il giornale e passa senza soffermarsi: di una polemica del genere non gliene può importare di meno. Va alla pagina dopo. Titolone: il sindaco annuncia un cavalcaferrovia nella zona sud della città. Il tipo mi fa: “eh, questa sì sarébbe una 'osa che ci vorébbe. Tutte le vorte che devo andà a V. dal tu' sòcero a comprà ir granturco per il pastone alle galline, ci metto mezz’ora per fà cinque chilometri perché c'è du' passaggi a livello, porc... (bip). Oh, se ir sindaco fa il cavarcaferovia ir voto nielo do, mi spiace per te che la pensi diversamente”.
Ecco, con questo dibattito sulle primarie – strumento che, come ho scritto più volte, io sostengo perché è bellissimo e positivissimo e modernissimo e "mito fondativo" dell'Ulivo – non vorrei che poi si finisse per guardare il dito anziché la luna.
domenica 2 gennaio 2011
Parla come mangi / Mario Monti
Quel che è stato pubblicato:
Esistono in Italia due illusionismi. Essi sono riconducibili, sia detto senza alcuna ironia, alla dottrina di Karl Marx e alla personalità di Silvio Berlusconi.
Marx ha alimentato a lungo un sogno sul futuro: la classe operaia un giorno avrebbe vinto il capitalismo e avrebbe governato come classe egemone in un sistema più equo. Fallito quel sogno, in quasi tutti i Paesi le rappresentanze della classe operaia e delle nuove fasce deboli hanno modificato le loro azioni e rivendicazioni, ispirandole all' esigenza di tutelare al meglio e pragmaticamente tali interessi nel contesto di economie di mercato che devono affermarsi nella competizione internazionale. Solo così possono creare lo spazio per dosi maggiori di socialità (adeguati servizi sociali, sistema fiscale redistributivo, ecc.) che, per essere effettivamente conquistate, richiederanno appunto quelle azioni e rivendicazioni.
In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell' opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.
Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L'abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po' ridotto l'handicap dell'Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.
Ma in molti altri casi, basta pensare alle libere professioni, il potere delle corporazioni ha impedito che le riforme andassero in porto o addirittura venissero intraprese. E lì non si tratta di tenaci fiammelle rivendicative fuori tempo (ma che almeno vorrebbero tutelare fasce deboli della società), bensì di corposi interessi privilegiati che, pur di non lasciar toccare le loro rendite, manovrano un polo contro l'altro: veri beneficiari del bipolarismo italiano!
Se Marx ha alimentato un sogno sul futuro, del quale in Italia sopravvivono tracce significative, Berlusconi ha fatto di più. Egli è riuscito ad alimentare, in moltissimi italiani, un sogno sul presente, per il quale la verifica sulla realtà dovrebbe essere più facile. Molti credono che oggi, in Italia, ci sia davvero un pericolo comunista (non solo quell'eredità di cui si è detto sopra, che ostacola le riforme). Molti credono che i governi Berlusconi abbiano davvero portato una rivoluzione liberale (come avevo sperato anch'io, incoraggiandolo da queste colonne ad un «Liberismo disciplinato e rigoroso», 8 maggio 1994).
Soprattutto, di fronte al magnetismo comunicativo del premier, molti credono che l'Italia — oltre ad avere, anche per merito del governo, riportato indubbiamente meno danni di altri Paesi dalla crisi finanziaria — davvero non abbia gravi problemi strutturali irrisolti, anche per insufficienze di questo e dei precedenti governi.
Ma, come ha detto il presidente Napolitano, «non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo». L'illusionismo berlusconiano non fa sentire al Paese la necessità delle riforme, che comunque l'illusionismo marxiano e il cinismo delle corporazioni provvedono a rendere più difficili. Eppure, la riforma dell’università e la riforma della contrattazione indicano la strada, mostrano che è possibile percorrerla. Se si procederà così, le gravi tare dell'Italia elencate da Ernesto Galli della Loggia (Corriere, 30 dicembre) potranno essere rimosse in cinque o dieci anni, senza cedere al «disperato qualunquismo».
Quel che era in origine l'articolo:
Ragazzi, sono disponibilissimo (anzi: mi piacerebbe un mondo!) a guidare un governo di transizione. Ho le caratteristiche giuste: sono antiberlusconiano, ma senza pregiudizi (si legga il mio editoriale dell'8 maggio 1994) e posso raccogliere consensi anche a destra perché appoggio la legge Gelmini, in modo che alle prossime elezioni almeno questa la possano sbandierare come riforma.
Parla come mangi / Mario Giordano
Di seguito, in corsivo, l'editoriale come è stato pubblicato; poi, in blu e carattere arial, quello che Giordano aveva inviato alla redazione.
Con questo editoriale Mario Giordano, direttore di News Mediaset ed ex direttore del Giornale, riprende la sua collaborazione con il nostro quotidiano.
Caro direttore, volevo ringraziarti. Tornare a scrivere sul Giornale, per me,è un’emozione. Ho cominciato da corrispondente di provincia (i più vecchi se ne ricordano: dettavo al telefono le brevi di sport...), poi sono stato redattore ordinario, inviato, editorialista e quindi sono arrivato a dirigerlo, l’ho sempre considerato casa mia e ho sempre sentito, in ogni momento, forte l’affetto dei suoi lettori.
Ricordo ancora oggi con commozione l’accoglienza di una sala di Genova, in un momento per me particolarmente difficile: sembrava che i muri dell’hotel venissero giù, tanto era il calore sprigionato. E alla fine dell’incontro una lettrice volle farmi il regalo più bello: «Ho qui la prima copia del Giornale, è la cosa per me più cara. Finora non l’ho chiesto a nessuno: vorrei che lei ci mettesse la sua firma...».
Ho sentito che Vittorio Feltri, appena uscito da via Negri, ha dichiarato: «Sono via da un giorno e già il Giornale mi sta sui c...». Questione di stile. A me, te lo posso garantire, il Giornale mai è stato né mai potrà stare sui c... Nemmeno quando me ne sono dovuto temporaneamente allontanare. Anzi, ogni volta che lo sfoglio lo faccio con un sussulto al cuore e con un rispetto speciale perché penso che il Giornale , prima che tuo, di Paolo Berlusconi, dei giornalisti, è dei lettori. Perché sono loro che l’hanno difeso, anche nei momenti più cupi, anche a costo del sacrificio personale. Quante volte me l’hanno ricordato. E sono loro che – ne sono sicuro - continueranno a difenderlo, perché questo Giornale è qualcosa di più di un’impresa editoriale, è più di un titolo o di una campagna di stampa.
Questo Giornale è la nostra bandiera. Le bandiere, caro direttore, non possono stare sui c... Mi spiace per Feltri, che non l’ha capito. Le bandiere si possono mostrare dalla finestra o si possono riporre per un po’ nell’armadio, si possono sventolare con orgoglio o nascondere dietro la schiena, ma non si possono cancellare dal cuore. Mai. E se uno non h a una bandiera nel cuore, se uno non si sente a casa sua d a nessun a parte, beh, caro direttore, quello è un problema suo. Io, per fortuna, quel problema non ce l’ho. Quando nei giorni scorsi qualcuno mi ha chiesto «perché torni al Giornale?» mi sono accorto che mi veniva da rispondere solo «perché devo tornare lì».
Non ci sono spiegazioni razionali. È come quando un figlio si allontana da casa. Se lo chiamano e gli dicono: torna, la tua famiglia ha bisogno di te, ebbene, quel figlio molla tutto e corre, quale che sia l a ragione per cui s e n’era andato. E, nel momento in cui torna, sa che, stretti attorno alla famiglia, troverà tutti quelli che le vogliono bene davvero. E che sono tanti. E che sanno benissimo che cosa vuol dire affrontare le sfide difficili. Ma sanno anche che cosa vuol dire vincerle.
Versione originale:
A me sta sui coglioni Vittorio Feltri.
sabato 1 gennaio 2011
Che mi tocca fare per accontentare i miei ventiquattro lettori!
Comunque, visto che è il primo dell'anno e in omaggio a Raymond Queneau e agli Esercizi di Stile (nonché all'Oulipo), dirò che un mio passatempo è quello di prendere testi e riscriverli con stili diversi.
Per esempio, la storia della nascita di Gesù può assumere una forma poco evangelica, ma comunque molto interessante, riscrivendola - come feci un anno fa - con un tautogramma in P:
Peppe, poverissimo prossimo papà, porta partoriente presso perduto pagliaio (per pecore? Pure!). Post parto, pietosi pastori portano poveri presenti per piccolo, peraltro piuttosto paffuto. Portano pacchi – però parecchio più preziosi: pepite, penetranti profumi… – pure poliedrici patrizi pagani provenienti Persia (pare). Paranoico pagliardo primo pontefice, preoccupato, paonazzo, predispone pluriomicidio piccoli palestinesi portanti pène. Perciò Peppe, puerpera più piccolo partono palpitanti per Paese più pacifico.
Oppure, si può prendere una poesia famosa e la si riscrive usando le parole contrarie rispetto a quelle utilizzate dall'autore per poi vedere di nascosto l'effetto che fa.
Giusto per dare l'idea: "L'infinito" di Giacomo Leopardi diventa
da così:
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare
a così
Mai odiato ti sarà quell’affollato pianoro,
né quel prato, che da poca vastità
il primo panorama ti fa mirar.
E rialzandoti a occhi chiusi, definite
angustie qui nel prato, e naturali
rumori e altissimo turbamento
tu nell’azion t’inveri; quando, per tutto ciò,
il cervel s’inquieta. Ma variando dall’aria ferma
che vedi immobil sopra il deserto, tu questo
determinato baccano a quel mutismo
vai distinguendo: e ti dimentichi l’effimero,
e le vive giornate, e il futuro
e il morto, e il silenzio di lui. Invece, su tal
esiguità s’emerge il gesto tuo:
e il salpar t’è amaro in quel torrente.