lunedì 28 febbraio 2011
La scuola e la questione di libertà
Sul Giornale brilla l’editoriale di Mario Giordano. Un classico esempio di come non dovrebbe essere il giornalismo, visto che cita e cita, ma senza mai riportare la fonte (quale sarebbe il manuale su cui studiano abitualmente gli studenti che definirebbe Berlusconi “un delinquente che porta l’Italia nel caos”?). Segnalo l'articolo perché, nella foga di difendere il presidente del Consiglio, Giordano sostiene una tesi paradossale. Questa: “qual è il punto, dunque? Semplice: garantire a tutti la libertà di scegliere. Dare, cioè, alle famiglie la possibilità di decidere quale formazione impartire ai figli, un argomento troppo delicato e troppo importante per essere lasciato al caso o alle fumerie d’oppio ideologico. Vuoi che tuo figlio tutte le mattine intoni Avanti Popolo? Prego, vai alla scuola media di Torino. Vuoi che tuo figlio reciti l’Ave Maria? C’è la scuola cattolica. Preferisci un’ode ad Hare Krishna? Vai alla scuola degli arancioni. Una volta che le scuole rispettano gli standard stabiliti dal ministero, l’unico problema è mettere in condizione le famiglie di optare per l’educazione che ritengono più opportuna. E chi ha paura di dare quest’opportunità, evidentemente, o non ama le famiglie oppure non ama la libertà. E dunque preferisce mantenere il monopolio dell’indottrinamento per continuare a inculcare all’infinito le solite menzogne: i gulag non esistono, le BR erano fasciste, Stalin era giusto”.
Tralascio sia la riduzione a macchiette del corpo insegnante, sia tutta la parte che riguarda quella bazzecola prevista dall’articolo 33 della Costituzione (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”) che nell’editoriale viene allegramente ignorata. L’aspetto su cui voglio richiamare l’attenzione è invece un altro: Giordano non si rende conto che quello che lui auspica è l’esatto contrario del liberalismo.
Una vera educazione liberale, infatti, parte dal presupposto che se io sono cattolico l’Ave Maria me la insegnano a casa (e al catechismo) e fuori di casa casomai mi spiegano ("mi spiegano" e non: "mi insegnano") sia l’Ave Maria, sia Avanti Popolo, sia l’ode ad Hare Krishna (riprendo l'insulsa triade giordaniana) in modo da farmi un’idea e darmi gli strumenti di base per decidere poi liberamente quando ne avrò coscienza.
Come sosteneva* Norberto Bobbio "rispetto agl'insegnanti essere liberi vuol dire non essere obbligati a seguire certe dottrine a preferenza di altre, ad adottare certe interpretazioni piuttosto che altre, a sostenere certe tesi ad esclusione di altre, e non essere impediti dal manifestare certe idee, dal professare certe convinzioni, dal sostenere certe tesi; rispetto agli allievi, esser liberi vuol dire non essere costretti a ricevere acriticamente, imperativamente, categoricamente, dommaticamente, le idee del maestro, e non essere impediti dal discutere dottrine, interpretazioni, tesi che vengono loro proposte"
Quello che Giordano descrive è invece un sistema in cui davvero i valori vengono inculcati ai bambini e si ha paura di dare loro un’opportunità: quella di conoscere. Non c’è niente di laico in quel che vuole Giordano, c’è molto di indottrinamento integralista. E’ una visione del mondo col paraocchi, in cui le scuole non assumono insegnanti in virtù delle loro competenze, ma sulla base della loro ideologia e in cui anche la storia, la geografia, il diritto vengono illustrati in base non ai dati oggettivi, ma alle finalità ideologiche che quell’istituto scolastico si pone.
Personalmente, sono parecchio preoccupato che a sostenere certe cazzate siano i (sedicenti) liberali di casa nostra.
*citazione tratta da: "Libertà nella scuola e libertà della scuola", in C. Ocone e N. Urbinati (a cura di) "La Libertà e i suoi limiti", Bari 2006, pagg. 132 e ss.
Prima considerazione a caldo sulle primarie a Torino
Però voglio esprimere umana solidarietà a quei giornalisti (del Corriere della Sera, del Giornale, di Libero, financo del Tg1) che nei giorni scorsi, nella malcelata speranza che il Partito Democratico vivesse qualche giorno di polemica interna, si erano dati assai da fare per pompare la candidatura Gariglio e, ancora ieri, si erano sbilanciati sul flop fassiniano.
sabato 26 febbraio 2011
Grandi statisti / Ignazio La Russa
Dunque, abbiamo il Parlamento che vota la fiducia. Cosa fa il governo? Precetta parlamentari assenteisti che pure ieri non si sono smentiti? Chiede all'avvocato più famoso d'Italia di lasciar perdere per un giorno la difesa dell'imputato più famoso d'Italia e presentarsi in Aula perché c'è bisogno anche di lui? No, blocca a Roma un ministro che, invece, dovrebbe essere a Budapest a una riunione della Nato. La quale, secondo il ministro stesso, avrebbe dovuto essere "di scarso rilievo". Già, che importanza può avere, nel bel mezzo di una crisi a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, un incontro della più importante organizzazione regionale di difesa comune alla quale l'Italia aderisce? Robetta, dài. Vuoi mettere l'arrapamento ad ascoltare Cicchitto che se la prende con Fini?
E chi se lo aspettava che il segretario generale della Nato Rasmussen fosse a Budapest? Infatti, non era nemmeno scritto nel comunicato stampa emesso il giorno precedente dall'organizzazione stessa.
Stranamente, però - ma chi l'avrebbe mai detto? - il ministro La Russa scopre che la riunione è diventata importante. O vedi un po' i casi della vita. Via, mandiamo un ambasciatore che poi riferirà.
E mentre l'ambasciatore si prepara a riferire, le cancellerie proseguono i loro colloqui ad alto livello, i quotidiani internazionali resocontano ignorando il Paese che, in teoria, dovrebbe essere capofila, il presidente statunitense congela i beni di un dittatore nordafricano...
venerdì 25 febbraio 2011
Osservatorio minzoliniano / 17
Personalmente, trovo più preoccupante - sotto il profilo della creazione e manipolazione del consenso - quel che fa già oggi Minzolini nella mezz'ora precedente: in fondo, la stragrande maggioranza delle persone che guarderanno il programma di Ferrara sapranno già chi è, quali sono i suoi obiettivi, da che parte sta. Diciamo che sono vaccinate.
Invece io credo che sia molto più efficace il modo in cui il Tg1 propone le notizie. Perché è spiazzante. Cioè, tu accendi il televisore verso le 20 per sapere quel che succede nel mondo e un po' ti viene detto, un po' ti viene nascosto, un po' ti viene raccontato in una certa maniera e poi, quando meno te lo aspetti, ti compare l'opinionista che fino a ieri nessuno conosceva e che, però, non è mai scelto a caso.
Stasera, per esempio, è stata la volta di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino. Perché proprio lui e non, chessò, il cardinale di Firenze o di Milano? Perché lui - che fino a stasera manco sapevo chi fosse, anzi: ignoravo che San Marino (e Montefeltro!) facesse diocesi - si era già espresso esplicitamente contro la magistratura nel caso Ruby, contro i manifestanti del 13 febbraio, contro chi si indigna per certi comportamenti che, ehm, diciamo a cose normali la Chiesa non giudica poi così benevolmente.
giovedì 24 febbraio 2011
Le priorità nella questione libica
Dall’altra parte del Mediterraneo alcune migliaia – o decine di migliaia – di persone stanno morendo, ma i due principali quotidiani italiani filogovernativi dedicano le principali notizie di prima pagina ad Affittopoli, al calendario delle fan di Prodi, a Telekom Serbia (Libero); a Umberto Eco che paragona Berlusconi a Hitler, al padre di Saviano processato per truffa, alla Boccassini che voleva arrestare Garibaldi (Il Giornale). Nei giorni scorsi, ho visto prime pagine di giornali di sinistra che invece concentravano l’attenzione sulle amicizie pericolose – leader stranieri oggi deposti o per quella via – di Berlusconi. Si tratta delle due facce della stessa medaglia: l'incapacità di leggere i fatti internazionali per quelli che sono e per le conseguenze che avranno sulle nostre vite legandoli, invece, alle contingenze del momento. E' il solito motivo che spinge un ministro della Repubblica a lanciare allarmi di migrazioni bibliche non perché siano fondate (per quanto non impossibili), ma perché fa comodo in chiave pre-elettorale. In Italia è quasi sempre stato così dagli anni Cinquanta ad oggi.
Stamani, mentre ascoltavo la radio in automobile, ho provato a elencare i motivi per i quali quel che avviene in Libia è importante, ci riguarda direttamente e deve farci riflettere:
* l’atteggiamento nei confronti della democrazia e delle istituzioni statali da parte delle popolazioni nordafricane e mediorientali;
* la strategia della “esportazione di democrazia” portata avanti nello scorso decennio;
* le possibilità che questi cambi di regime conducano non all’instaurazione di sistemi democratici, ma di altri ordinamenti autoritari (o addirittura fondamentalisti);
* le possibilità che i nuovi governanti adottino scelte di politica estera diverse (in un senso o nell’altro) nei confronti di Israele;
* il ruolo delle organizzazioni internazionali, in particolare dell’Onu, nei confronti della crisi libica e la possibilità di un loro intervento militare o diplomatico;
* le possibili ondate migratorie e l'arrivo in Europa di profughi che chiedono asilo politico;
* la certezza che tutti i punti appena ricordati sono ipotesi aperte a tutti gli sbocchi possibili: abbiamo sbagliato con la dottrina Bush oppure no? Boh, saperlo; i civili che affollano le strade e protestano chiedono davvero tutti la stessa cosa oppure no? Eh, ci andrei cauto; vincerà la democrazia o trionferanno nuovi ayatollah? Già, bella domanda; quanti immigrati arriveranno e quanti di loro saranno profughi e quanti clandestini? Mah, per ora impossibile prevederlo con certezza; e così via.
Come si vede, son tutte domande molto più importanti di quelle che la polemica tra partiti rilanciata dai giornali più schierati ci propone. Poi, certo, noi italiani siamo pure particolarmente sfigati, perché il governo Berlusconi non soltanto non capisce una mazza di politica estera, ma in questi anni ha dimostrato al massimo di saper gestire in qualche modo un emergenza nel brevissimo periodo, ma di essere totalmente incapace di pensare al mediolungo termine.
mercoledì 23 febbraio 2011
I poteri di Berlusconi
Ora. Si potrebbero derubricare queste frasi nella categoria “le solite sparate di un tizio che non ha mai letto Montesquieu” e stendere un velo pietoso. Ma poiché sono sicuro che a partire da domani tutti gli editorialisti di destra, parecchi tra quelli equivicini e financo qualcuno di sinistra (i pierisansonetti e gli antoniopoliti per intendersi) inizieranno a dibattere sul rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, allora mi piace mettere qualche puntino sulle i.
Intanto, Berlusconi per sottolineare l’abnormità (secondo lui) della situazione ci tiene a precisare che “da imprenditore invece avevo dei poteri: potevo assumere, licenziare, anche se non ho mai licenziato nessuno”. Bisognerebbe dunque che qualche editorialista gli spiegasse che da imprenditore, Berlusconi non si confrontava con i piccoli azionisti, né con la Borsa (dalla quale anzi stava ben lontano, come molti suoi colleghi imprenditori) ed è per questo che si alzava la mattina e faceva quel che gli pareva, ben assecondato dallo stuolo di yesman che lo circondavano.
Ma non è questo il punto. E’ che proprio tutto il suo ragionamento non sta in piedi.
Mettiamo che il Governo voglia concludere un trattato internazionale di amicizia con la Libia.
In Italia, l’esecutivo guidato da un tale che dichiara di non avere alcun potere, si presenta in Parlamento il quale, a maggioranza semplice (art. 80), ratifica l’accordo.
Negli Stati Uniti, l’esecutivo guidato da un tale che nella nostra visione provinciale può fare quel che vuole, ha la necessità dei due terzi dei senatori (art. II, sez. II, 2).
Quello citato è soltanto un esempio, ovviamente. Avrei potuto farne altri, citando casi concreti come la difficile approvazione della riforma sanitaria voluta da Barack Obama. Già, perché anche in quell’ordinamento democratico il capo dell’esecutivo non è che può fare come cappero gli pare. Deve, appunto, confrontarsi con qualche altro potere che lo bilanci.
Lo Stato non è un’azienda. Se Berlusconi vuol guidare l’apparato statale come se fosse un’azienda deve prima avere ben chiaro che il presidente del Consiglio non è l’azionista unico e nemmeno di maggioranza: lo Stato è la public company perfetta, nella quale tutti, ma proprio tutti tutti, gli azionisti (denominati “cittadini”) detengono la stessa quota di capitale. Per questo esistono organi come il Presidente della Repubblica, il Parlamento e la tanto odiata Corte Costituzionale: non sono intoppi al buongoverno e al decisionismo, ma le strutture con le quali i cittadini-azionisti tutelano il proprio piccolo capitale. Costituito non da soldi o titoli di credito, ma dai valori di libertà e democrazia.
martedì 22 febbraio 2011
Professori dei miei stivali / Alberto Quadrio Curzio
Il suo editoriale di ieri è in puro stile equivicino e mi ha lasciato parecchio perplesso.
Quadrio Curzio chiede il varo di una “convenzione (pre)costituente analoga a quelle utilizzate in passato dalla Ue”, al fine di varare riforme costituzionali nel settore economico. Per motivare la sua proposta parte dalla riforma annunciata degli articoli 41, 97 e 118 della Costituzione. Che lui approva. Con queste argomentazioni: “gli articoli 41, 42 e 43 e altri ancora, dopo aver affermato che l’iniziativa economica privata è libera e che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, hanno compresso il tutto dentro programmi, controlli, espropri e socializzazione di beni e di imprese senza mai trattare il mercato e di concorrenza operanti dentro regole. La condivisibile valenza sociale e comunitaria è diventata per un certo periodo postbellico statalismo economico”.
E’ sorprendente che pure uno studioso come Quadrio Curzio attribuisca la responsabilità di scelte politiche alla Costituzione. Non è colpa dell’articolo 41 se - faccio un esempio tra i tanti che potrei fare – Nenni, Moro e Fanfani con legge ordinaria (la 1643 del 1962) nazionalizzarono l’Enel e se Bersani con decreto legislativo (79 del 1999) ne introdusse la privatizzazione. Sono scelte di politica economica, punto. Potevano essere fatte meglio, potevano essere fatte peggio: ma a prescindere dal dispositivo dell’articolo 41 della Costituzione. Pesarono di più altri fattori: gli anni del boom, la necessità di avere i socialisti nel governo oppure il risanamento del debito pubblico, la necessità di fare cassa e così via. Lo stesso Quadrio Curzio lo riconosce scrivendo che “quando il nostro Paese si è orientato alle privatizzazioni la Costituzione non è stata di impedimento, né lo è stata per le liberalizzazioni”. Peccato che otto righe più tardi l’economista torni a chiedere una riforma della Costituzione per articoli “che per anni non hanno avuto quelle leggi di regolamentazione a tutela degli utenti fruitori di servizi essenziali che pure hanno dei diritti di cittadinanza”.
Insomma, poiché il legislatore ordinario non ha regolamentato l’articolo 39 sui sindacati e l’articolo 40 sullo sciopero, invece di fare le leggi di regolamentazione, si riscrivono gli articoli costituzionali. Senza pensare che, una volta riscritti, avranno anch’essi bisogno delle relative leggi di regolamentazione.
A volte io questi professori mica li capisco tanto. A meno che certi raffinati ragionamenti non siano semplici giri di parole per arrivare a un obiettivo che non si può dire: riscrivere tutta la prima parte della Costituzione per smantellare, nel nome del liberismo più estremo, il sistema di garanzie che in quei Titoli sono previste. Obiettivo lecito e legittimo quanto vogliamo, ma che meriterebbe parole chiare e un dibattito serio e vero nel Paese, senza infingimenti equivicini e professorali.
lunedì 21 febbraio 2011
Il diritto internazionale e la Libia
Ci sono alcune norme di jus cogens da rispettare, ossia tutte quelle poste a tutela di valori che la comunità internazionale ritiene fondamentali e intangibili.
La prima di esse è stabilita dall’art. 1 par. 2 della Carta Onu (nonché in una serie di risoluzioni e dichiarazioni solenni dell’Assemblea Generale) e prevede il rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli. Esso prevede che il governo che controlla un territorio non suo deve consentirne l’indipendenza o l’associazione ad un altro Stato.
La seconda è l’art. 2 par. 7 della Carta Onu: la cosiddetta domestic jurisdiction, in virtù della quale la Comunità internazionale non può interferire “in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato”. Grosso modo tutte le materie libere, in linea di principio, da obblighi internazionali.
Messa così, dunque, potremmo dedurre che per quel che avviene in Libia l’Italia e gli altri Paesi europei o extraeuropei dovrebbero stare alla finestra e guardare.
E invece no. Perché c’è un ma grosso come una casa.
Il principio di domestic jurisdiction non pregiudica le azioni coercitive che l’Onu può mettere in atto in caso di “minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”.
La prassi, soprattutto quella più recente, prevede come deroga all’art. 2 par. 7 anche la competenza Onu in materia di diritti umani e, in particolare, quando si è in presenza di gross violations, ossia di violazioni gravi e generalizzate (apartheid, genocidi, esecuzioni di massa e così via).
In definitiva, il mio pensiero è che quanto sta avvenendo in Libia – più ancora che in Egitto e in Tunisia – sia materia per la quale debba essere investita l’Onu. Penso che questo sia un caso abbastanza chiaro di quel che dovrebbe essere fatto. Ossia, innanzitutto dovrebbe essere abbandonata la realpolitik esasperata che – vuoi per le possibili ondate migratorie, vuoi per i capitali investiti in imprese quotate in Borsa nei Paesi occidentali, vuoi per il petrolio – prevede di chiudersi gli occhi e tapparsi le orecchie e “non disturbare” chi in questo momento ha delle grane da risolvere. In secondo luogo, sarebbe il caso che il Consiglio di Sicurezza Onu, visto che siamo in presenza di una grave minaccia alla sicurezza e alla pace internazionale, nonché di gross violation (non saprei come altrimenti definire la situazione in cui l'aviazione bombarda i civili), prendesse tutte le decisioni del caso. Il che non significa scatenare una guerra: con un po’ di buona volontà da parte degli Stati si potrebbe giungere a una soluzione diplomatica.
Se in Italia ci fosse un governo serio, visti i rapporti instaurati con la Libia e, soprattutto, considerata la vicinanza con quel Paese, prenderebbe in mano la situazione e farebbe da guida agli altri Stati mediterranei (e non) verso una risoluzione pacifica della crisi. Non sarebbe un’impresa impossibile, tutt’altro. Il problema è che il presidente del Consiglio italiano è in altre faccende affaccendato, il suo ministro degli Esteri in questi anni non ha mai dato prova di grande competenza nelle questioni internazionali e l’altro titolare di dicastero proiettato verso l’esterno, il ministro della Difesa, dà troppo spesso l’impressione di pensare che il suo compito sia giocare ai soldatini.
domenica 20 febbraio 2011
Lo zero virgola ventisei per cento
Periodicamente, il sottoscritto scrive un post per sottolineare quanto tale motivazione sia ridicola e infondata (e tralasciando il fatto che la Consulta non valuta se la legge è giusta o giustissima, ma semplicemente se è in linea con la Costituzione oppure no; e comunque non abroga una legge, ma la dichiara incostituzionale).
Facciamolo anche stavolta sulla base dei dati del 2010.
Innanzitutto c’è da dire che nell’anno appena trascorso le decisioni sono state 376: un po’ di più rispetto al 2009 (342), ma meno degli altri anni (nel 1995 furono 541, nel 2000 furono 592 e nel 2005 furono 482). Negli ultimi venti anni, le decisioni adottate mai sono state così basse come negli ultimi due.
Nel 2010, i giudizi in via incidentale, ossia quelli sollevati dai magistrati (di sinistra, ovviamente!), sono stati 211, ossia il 56% del totale delle decisioni, in diminuzione del 9% rispetto al 2009 e del 18% rispetto al 2008. In termini assoluti, è il dato più basso degli ultimi trent’anni: bisogna tornare indietro al 1981 per avere un numero inferiore (172 decisioni). Insomma, il trend delle toghe rosse brutte e cattive che impugnano le leggi giuste e giustissime del governo Berlusconi per farle abrogare dalla Corte costituzionale è in costante diminuzione. E’ in aumento, invece, il giudizio in via principale, ossia quello sollevato dalle Regioni o dallo Stato stesso.
Quanto alle questioni di legittimità costituzionale sollevate per via incidentale, nel 2010 quelle che hanno avuto ad oggetto fonti legislative statali sono state 177 (31 hanno riguardato leggi regionali, 2 leggi regionali e 1 congiuntamente legge regionale e statale).
Ci sono stati 33 dispositivi di inammissibilità, 87 pronunce di manifesta inammissibilità, 32 di manifesta infondatezza, 40 di non fondatezza: non è quindi vero che il giudice impugna e la Corte abroga.
Sono state pronunciate in tutto l’anno 42 sentenze che contengono una o più declaratorie di illegittimità costituzionale. Quindi, se diamo retta a Berlusconi, l’ipotesi da lui raccontata del magistrato di sinistra a cui non piace una legge e la Consulta lo asseconda sarebbe avvenuta 42 volte. Diventa interessante guardare quante di queste 42 volte l’oggetto è stata una legge del governo Berlusconi.
Dunque, 16 volte il provvedimento è stato su leggi di Regioni o Province autonome, colpendo sia quelle di sinistra (Toscana, Liguria, Puglia con Vendola, Friuli con Illy), sia quelle di destra (Puglia con Fitto, Veneto). In 8 circostanze l’oggetto è stata una norma statale scritta prima che Berlusconi si impegnasse in politica: si parla di un regio decreto del 1942, di atti degli anni Cinqunta o Sessanta, di alcuni commi di articoli del codice di procedura civile.
Rimangono diciotto sentenze ancora. Di queste – sorpresa! – ben cinque riguardano i due esecutivi guidati da Prodi e una il governo Amato del 2000. Sei, ossia un terzo di diciotto: considerando che il centrosinistra ha governato per circa un terzo degli ultimi diciotto anni, la proporzione è giusta.
Ne rimangono dodici: sei di esse sono imputabili alla legislatura 2001-2006 e altre sei a quella attuale. Undici di esse riguardano solamente singoli articoli di leggi più complesse o disposizioni residuali, spesso per questioni non di grande interesse strategico per le sorti della nazione (come la fotocopia della carta di circolazione da tenere in auto o la giurisdizione del giudice ordinario per le acque reflue). Una sola legge dell’attuale governo Berlusconi è stata dichiarata incostituzionale nel 2010: la 94 del 2009, quella che introduceva il reato di immigrazione clandestina.
Riepilogando:
376 decisioni; di queste, 211 sono per questioni sollevate dai giudici; di queste, 42 sono dichiarate incostituzionali; di queste, 1 è l'incostituzionalità di una legge emanata dell’attuale governo.
Cazzo, una su trecentosettantasei! Ma è lo 0,26% del totale! Toghe rosse, datevi da fare...
sabato 19 febbraio 2011
Pulitzer non era italiano
Ora, io mi chiedo: bene, queste erano le motivazioni, ma davvero era necessario montare un ambaradan del genere? Non c’era già un’evidenza dei fatti di fronte a tutti noi?
Quando si parla di Libero, si parla di quel giornale che aveva pubblicato una falsa intervista a Philip Roth senza chiedersi per quale motivo uno dei più grandi scrittori viventi avesse rilasciato dichiarazioni per lui incredibili su Obama (per intenderci: come se Eco parlasse bene di Berlusconi) a uno sconosciuto giornalista free lance italiano.
Ma il problema non è Libero. Libero è soltanto una parte del problema.
Quanto è semplice montare un caso giornalistico o distruggere mediaticamente alcune persone? Ma quando vengono pubblicate intercettazioni che non riguardano imputati o reati (il che non significa che non siano legittime o non debbano essere raccolte, significa semplicemente che non riguardano imputati o reati e quindi non dovrebbero essere pubblicate) cosa viene fatto se non montare un caso giornalistico, spesso distruggendo mediaticamente alcune persone?
Il più autorevole editorialista politico del quotidiano più diffuso d’Italia non soltanto non sa che il principale partito di opposizione ha delle proposte sul fisco (e vabbè, conoscendo l’efficienza dell’ufficio stampa di quella forza politica…), non soltanto non sa che tali proposte sono state discusse e votate in Parlamento (e vabbè un’altra volta), ma addirittura confessa candidamente che basa i suoi giudizi su ciò che legge su tre o quattro giornali, senza curarsi di approfondire ulteriormente.
Abbiamo giornalisti pronti a criticare gli operai della Fiom nel nome della modernità e della flessibilità, salvo poi scendere in sciopero loro stessi quando gli viene chiesto qualcosina in più (un qualcosina ben lontano dai turni alla manovia).
Abbiamo giornalisti dai cognomi uguali a quelli di altri giornalisti di una generazione precedente o successiva che pontificano senza problemi sulla meritocrazia negata, sulla casta, sul liberalismo.
Abbiamo giornalisti che sprecano il loro talento (ché l’avrebbero, sì) passando la metà del tempo a dire che loro sono indipendenti e hanno la schiena ritta e l’altra metà a ricicciare il solito pezzo già scritto e letto dozzine di volte. E altri giornalisti che si rifanno una verginità passando tranquillamente dal giornale più berlusconiano a quello più antiberlusconiano e così ora ti chiedi se quello che prima criticava le manifestazioni di piazza è un omonimo di quello che ora le esalta (stroncando chi non ci va).
Abbiamo paginate di resoconti su cosa si sono detti davanti a un caminetto due politici di una corrente di partito, ma, salvo rare eccezioni (Rizzo e Stella, Caporale, Gatti), mancano le inchieste e quelle poche che vengono fatte hanno motivazioni politiche: la più importante del 2010 non sarebbe stata nemmeno pensata se Fini non avesse rotto con Berlusconi.
Abbiamo fiumi d’inchiostro sulle polemiche e polemichette e dichiarazioni e controdichiarazioni sull’unità d’Italia, ma se un comico non andava al Festival di Sanremo a spiegare perché si dice “stringiamci a coorte” e non “stringiamoci a corte”…
ecco, questo è il giornalismo italiano negli anni Duemila.
venerdì 18 febbraio 2011
La politica dell'autografo
La seconda reazione è il disagio che si prova a causa di chi oggi dovrebbe opporsi a questo signore. Fossi un americano, non potrei non domandarmi: “ma se il Presidente del Consiglio italiano è così, per quale motivo l’opposizione non riesce a elaborare un minimo di strategia per mandarlo a casa?”.
Infine, subentra una terza considerazione. La più importante. Emerge, da questi documenti, la differenza tra un Paese che sa cosa vuole e un Paese che tira a campare.
Gli Stati Uniti ragionano così: “è fondamentale essere alleati con quella nazione perché ci serve per i nostri interessi in quell’area”.
L’Italia ragiona così: “faccio questa attività di politica estera così mi accredito di fronte a Tizio Governante Straniero o di fronte alla mia opinione pubblica”.
Intendiamoci: succedeva anche prima di Berlusconi.
Di suo, l’attuale presidente del Consiglio ci ha aggiunto il provincialismo e la beata ignoranza. Quando i telegiornali fanno i resoconti dei vertici internazionali, dei summit bilaterali, dei G8 e dei G20 ai quali partecipa, Berlusconi mi ricorda un po’ noi da ragazzini, quando andavamo a chiedere l’autografo al calciatore famoso per poi sventolare entusiasti di fronte agli amici il prezioso pezzetto di carta. Lo stesso infantile entusiasmo per l'effimero.
p.s.: ho ripristinato i commenti. Ma da oggi saranno moderati.
giovedì 17 febbraio 2011
Di Pietro non inciucia mai
Si votava la proposta di legge Lussana (Lega Nord) e altri sulla inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell'ergastolo. Oltre alle forze di maggioranza di centrodestra, ha votato a favore pure l'Italia dei Valori.
Non entro nel merito di questo atto, ossia se le ragioni addotte, in sede di dichiarazione di voto, da Antonio Di Pietro fossero più o meno giuste di quelle di Donatella Ferranti o Lorenzo Ria.
Però mi segno l'episodio. Così, a futura memoria, per la prossima volta che sentirò un duro&puro lamentare gli inciuci degli altri.
(già, a proposito: chissà stasera Travaglio ad Annozero come si incazza se gli dicono che una parte dell'opposizione ha votato insieme alla Lega e al PdL)
Barattare dopodomani con ieri
Cosa è cambiato nel frattempo?
Forse le misure messe in campo per la crescita economica? Ma per favore!, si tratta - nelle migliori delle ipotesi - di provvedimenti mille volte annunciati e mille volte rimandati o di intendimenti programmatici a medio lungo termine.
Forse l'attività sull'immigrazione? Ma dài, siamo seri!
Forse il caso Ruby? Nemmeno, visto che lo scenario da dicembre ad oggi è casomai pure peggiore.
Non so, ci sta che quel senatore Pontone che intervenne in Aula l'11 novembre scorso e disse peste e corna della politica dei tagli alla cultura di questo governo, sia un omonimo di quello che oggi, con Bondi latitante al ministero da mesi, sta per tornare nella maggioranza.
Probabilmente l'onorevole Guzzanti che il 14 dicembre voleva far cadere il governo perché seguitava "a promuovere lo schiacciamento maggioritario delle diversità politiche del Paese" ha trovato nelle iniziative di questi ultime settimane la promozione delle diversità (magari negli atti di indirizzo sui talk show della Rai?).
E chissà che cosa il senatore Saia che il 13 dicembre dichiarò in Aula di non volere il governo Berlusconi per le delusioni che gli aveva arrecato sul comparto sicurezza, ha visto di tanto positivo dopo quel giorno sul tema da lui richiamato.
Cambiare idea è lecito. E ognuno è libero anche di barattare dopodomani con ieri: però poi deve mettere in conto anche i cattivi pensieri di Fini...
mercoledì 16 febbraio 2011
La coalizione (im)possibile
In linea di massima sono d'accordo. Più che altro perché se Di Pietro e Casini sono davvero incompatibili, meglio lasciare a terra il primo dei due. Mi riallaccio, quindi, ai motivi già scritti due mesi fa su questo blog, ossia che - vigente l'attuale legge elettorale - il risultato del Senato è del tutto aleatorio (sono troppe le variabili: per esempio, in una delle regioni incerte vien fuori uno scandaletto, anche piccolo) e perciò con Casini i conti prima o poi li devi fare. Ed è meglio farli prima. Ma devo aggiungere anche un altro motivo richiamato da Marco: fare un'alleanza senza Di Pietro significherebbe smontare il 50% della propaganda di destra, ossia la parte sull'accozzaglia antiberlusconiana che vuole far fuori il povero Silvio grazie ai pm politicizzati.
Certo, come ho già avuto modo di scrivere, mi vien l'aonco* al solo pensiero di una campagna elettorale in cui, invece di parlare di problemi importanti, ci sarebbe da sorbirsi la razione quotidiana di bugie e insulti nel nome della purezza dei valori (bugie e insulti che andrebbero ad aggiungersi a quelli, già preventivati, da destra). E questa sarebbe la seconda incognita: ossia, l'alleanza PD-SEL-Terzo Polo non perderebbe solamente quel 5 o 6 o 8% che raccoglierebbero Di Pietro e Grillo, ma potrebbe perdere molto di più in termini di astensionismo indotto (gente che non vuol mettere la crocetta su IdV o M5S, ma che a forza di sentire certe robe si rifiuterebbe anche di votare l'alternativa).
Dall'altro lato, però, a estendere l'alleanza a tutte le forze antiberlusconiane si intravede lo spettro dell'Unione. Sì, perché anche partendo dal presupposto che alla fine trovino una quadra sul programma (ossia, Buttiglione non alza barricate sul fine vita o sull'aborto e Vendola comincia a ragionare sulle richieste della Fiom), io già ce lo vedo, un attimo dopo che si è formato il governo, Di Pietro che litiga con Casini solamente per marcare il territorio.
Insomma, è un bel garbuglio.
*aonco: lemma vernacolar-onomatopeico in uso dalle mie parti che descrive lo sforzo compiuto da un essere umano quando espelle rapidamente e violentemente materiale gastrointestinale per via orale.
martedì 15 febbraio 2011
Ringraziamenti e altro
Ringrazio anche chi mi ha criticato sostenendo che “chi non ha il coraggio di combattere per le proprie idee, o non vale niente, o le sue idee non valgono niente”. A questo lettore credo sia doverosa una spiegazione aggiuntiva. Parlo ora in generale, senza riferirmi al caso in questione (per il quale non c’era niente da combattere, visto che non condivido il commento incriminato, ora giustamente rimosso: casomai, ho sbagliato a non cassarlo all’epoca; il caso, peraltro, lo ritengo chiuso, visto che la controparte, alla quale rinnovo le mie scuse, si è dichiarata soddisfatta e non eserciterà nei miei confronti alcuna azione legale). Vedi, caro M., il blog è un mio passatempo e tale deve rimanere. Lo aggiorno o in pausa pranzo o quando rientro a casa la sera. Ma il mio lavoro – dipendente, non autonomo – e il mio stipendio non mi permettono di imbarcarmi in una causa che non sia fondamentale per la mia vita, il mio lavoro, la mia dignità o il mio futuro. Conosco chi, da consigliere comunale, per una critica politica come tante se ne fanno, ha subìto un’azione penale ed è stato rinviato a giudizio: so cosa ha provato, ho condiviso il sentimento di ingiustizia per un simile provvedimento, mi sono immedesimato in questa persona e so anche valutare la differenza tra un blogger e un rappresentante delle istituzioni.
Dice il solito lettore: “sia gli avvocati di Grillo che quelli di Di Pietro hanno sempre dato disponibilità ad aiutare i blogger a difendersi”. Chiedo: lo fanno gratis (tanto perché sia chiaro, io non ho un settimanale o un quotidiano che mi coprono le spalle perché il quinto dello stipendio se ne va in spese legali)? E, anche se lo facessero gratis, vale la pena tutto ciò per un blog? La mia risposta, per i motivi sopra indicati, è: no!
Francamente, non me ne importa un fico secco se qualcuno pensa che questo sia un modo per piegarsi a novanta gradi di fronte al potere. Nella mia vita non ho esitato a criticare vis à vis chi ha il potere e questo non è stato certo a costo zero. Nella mia vita per non piegarmi al potere mi è capitato di fare scelte lavorative non eccezionali. Voglio aggiungere, un po' polemicamente, che nella mia vita non ho nemmeno mai avuto bisogno di inventarmi una parola cambiando l’iniziale a un insulto, né di farmi passare per uno che fa satira quando è evidente che non lo è, ma con ciò non giudico chi eventualmente avesse fatto ricorso a sì bassi espedienti per evitare una condanna (magari andando poi in giro a fare il duro e puro), perché fare i froci con il culo degli altri è sempre molto facile.
Discorso diverso sarebbe se invece di essere un blogger il cui vero nome e cognome è conosciuto sì e no da dieci persone, fossi un rappresentante delle istituzioni. Credo che, in tale posizione, reagirei diversamente. Perché sarei chiamato a una funzione pubblica, il mio sarebbe un servizio che farei alla comunità e non un semplice hobby di un pincopalla qualunque che, tornato a casa da lavoro, invece di mettersi in cucina a cercar di preparare la pastafrolla, accende il computer e scrive quel che gli passa per la mente.
E ora, avanti con i post come sempre ho fatto...
lunedì 14 febbraio 2011
Una doverosa precisazione
Nel fare una ricerca di archivio credo si riferisca a un commento postato da un lettore nell'ottobre 2010, che - peraltro - riprendeva i contenuti di un organo di stampa. Non mi sembra ci siano altri riferimenti alla vicenda, né - tantomeno - al suo nome (o a quello della sua consorte), che mi era sconosciuto fino ad oggi.
Vorrei dire che io non condivido quei contenuti, ho provveduto a rimuoverli dal blog, non è mia intenzione diffamare nessuno, tantomeno l'avvocato Mottola che non conosco, così come non conosco nei dettagli la vicenda Why Not.
Chiedo quindi scusa all'avvocato Mottola, certo che questa mia precisazione e la mia pronta rimozione dal sito dei commenti da lui ritenuti lesivi valgano a dimostrare la mia buona fede.
Detto questo, aggiungo:
* questo blog è per me un passatempo: l'ho aperto perché ho bisogno di esprimere i miei pensieri, non ci riesco a parole e quindi li scrivo. Il blog non deve diventare un secondo lavoro, né tantomeno un motivo per impelagarmi in cause legali, soprattutto se queste derivano da cose scritte dai lettori (che magari nemmeno condivido, come nel caso in questione).
* come sta scritto nel disclaimer a lato, non sono responsabile delle opinioni espresse da chi commenta sul blog, né dai blogger che linkano i miei post o mi hanno inserito nel loro blogroll.
* per evitare che in futuro si ripetano situazioni del genere, ho eliminato tutti i commenti postati in quasi due anni di vita di questo blog e ho tolto la possibilità di postarne altri. Mi dispiace, perché per me erano spesso un motivo di crescita, soprattutto quelli che criticavano le mie considerazioni. Ma così è. Se qualcuno desidera comunicare con me, ha la possibilità di farlo tramite mail, il cui indirizzo è pubblicato qui a lato.
sabato 12 febbraio 2011
I racconti nel cassetto
Vabbè, oggi ne metto in rete uno. E' molto breve ed è stato scritto di getto. Chiedo a chiunque lo legga di rispondere in maniera sincera e spassionata alla seguente domanda: alla luce di questa roba che pubblico, cosa faccio degli altri racconti: ci lavoro un po' su, oppure li lascio nel cassetto chiudendolo a chiave per evitare di cadere in tentazione?
(il racconto è senza titolo. Se vi piace, magari suggeritemene uno)
Ieri ho rivisto Alberto ai giardinetti.
Accidenti, io avrò i capelli brizzolati e radi, ma anche lui è irriconoscibile. Infatti è stato lui a chiamarmi.
Dopo due minuti che chiacchieravamo, mi fa: “Oh, ma te la ricordi quella parte di merda che mi fece la maestra Benucci sulla sindrome influenzale?”
E come no?
Andò così. Dovevamo essere in quarta o quinta elementare e Alberto era stato assente qualche giorno. Al rientro, la maestra gli chiese di cosa si era ammalato e, mostrando il certificato, lo sventurato rispose: “Il dottore ha detto che ho avuto la sindrome influenzale”. Al che la Benucci cominciò a sbraitare: “Ma che sindrome influenzale e sindrome influenzale! Influenza! Si chiama influenza!” E giù una tiritera sui medici che parlano complicato e sulle persone che pensano di apparire più colte utilizzando i paroloni dei medici. E il bello è che se la prese con l’incolpevole Alberto che rimase lì, con il suo certificato in mano: “Eppure il medico ha detto che è una sindrome influenzale” E vai con una seconda scarica di invettive dalla maestra.
Certo che ricordarsi di un episodio del genere a distanza di oltre trent’anni è significativo.
Beh, chi non ha avuto la maestra Benucci come insegnante non può capire.
Il nostro era un po’ il quartiere bene della città abitato da una pletora di primari ospedalieri, politici democristiani, dirigenti di banca. Non mancava il ceto operaio, ovviamente, perché era pure il quartiere dello stabilimento manifatturiero più grande della zona: “Sai, Tizio lavora alla Pontoni” “Ehilà, si è sistemato, allora”. Oggi la Pontoni non esiste più, ma questa è un’altra storia.
Anche la nostra classe scolastica rifletteva un po’ questa suddivisione. Nel senso che la Benucci aveva creato quattro categorie di alunni. Nella prima i rampolli dell’assessore, del direttore di banca, dell’industriale (e di una professoressa), di un’altra insegnante, di un’alta funzionaria della pubblica amministrazione e di un altro imprenditore: a loro era permesso praticamente tutto. Nella seconda i figli di operai e artigiani e piccoli commercianti che però erano bravi a scuola e quindi si salvavano grazie alle loro qualità sui libri. Nella terza i figli di operai e artigiani e piccoli commercianti che invece erano un po’ più duri di comprendonio. Nella quarta tre ragazzi con situazioni familiari molto problematiche. Alberto, figlio di un portantino all’ospedale e di un’operaia alla Pontoni, faceva parte della terza categoria. Io della seconda. Intendiamoci: non che quelli come me fossero proprio al sicuro. Tutt’altro.
Era il 6 gennaio 1979. I governi dell’epoca avevano abolito la festività dell’Epifania e quindi quel giorno si andava a scuola. Le maestre avevano deciso di festeggiare comunque la ricorrenza: tutti nell’atrio, con noi di quinta che avremmo dovuto distribuire caramelle, noccioline, torroncini e mandarini ai bambini più piccoli. A un certo punto, Raffaele – il bulletto di turno – ebbe l’intuizione geniale: “Ma non è più divertente se andiamo su alla balconata e lanciamo tutta questa roba dall’alto invece di distribuirla così?” “Bello, la pioggia di caramelle!” “Sì, vai!” E andammo su in quattro o cinque. Al secondo mandarino che cadde giù, le insegnanti ci fermarono e ci rimandarono in classe: in effetti, se un frutto colpiva un bambino di prima in testa avrebbe anche potuto fargli del male. Per gli altri bambini fu un rimprovero e finì lì.
Per me no.
Io ero atteso dalla maestra Benucci.
La quale, dopo una bella sgridata davanti a tutti i miei compagni di classe, mi fece fare un tema in classe intitolato “il mio comportamento durante la festa della Befana a scuola”. Non era una punizione casuale: sapeva che, una volta a casa, mia madre avrebbe guardato il quaderno e sapeva pure che lei era una sorta di generale Patton dei poveri. Nonostante ciò, assolsi il mio dovere fino in fondo scrivendo nel dettaglio quanto ripugnante fosse stata la condotta da me tenuta quella mattina. Portai il compito alla maestra e lei: “Bene. Anzi, no: male. E visto che hai finito così presto, ora ci fai il disegno”. Completai la mia catarsi ritraendomi con uno sguardo truce mentre lanciavo, a mò di granata anticarro, una sorta di mandarino grosso come un pompelmo mirando bene un indifeso e gracile fanciullino di sei anni. Lo feci vedere alla maestra e lei stavolta approvò.
In realtà, dell’umiliazione subita in classe mi interessava il giusto e, tornando a casa, pensavo a come evitare le ire materne.
Il piano prese forma nella mia testa durante il pranzo quando mi resi conto che in fondo il quaderno con il tema incriminato (per tacer del disegno) era appena iniziato.
Quel giorno mia madre sarebbe rientrata a lavoro e io avevo la lezione di catechismo in parrocchia. Di soldi in casa nostra ne giravano pochi, ma ogni settimana i miei destinavano cinquecento lire per certe mie esigenze: quattrocento erano per l’acquisto di Topolino e le rimanenti cento per la razione settimanale di due (dico: due) pacchetti di figurine dei calciatori. Sapevo dove erano tenuti quei soldi: in un cassetto della credenza di cucina. Così, prima di uscire presi di soppiatto un paio di monetine da cento lire – come reintegrarle non era la priorità in quel momento, ci avrei pensato poi –, le misi in tasca e andai. Terminata la seduta in parrocchia, passai velocemente dalla cartoleria e acquistai un quaderno. Arrivato in casa m’inventai in tutta fretta un altro tema: “come hai passato le vacanze di Natale”. Ci misi pure un paio di errori strategici che poi segnai con la penna rossa. E poi ci feci una B., abbreviazione che di tanto in tanto la maestra usava a mò di iniziale del suo cognome e invece di scrivere “Bene”. Aveva una forma particolare, la B. della maestra Benucci, e in classe un po’ tutti avevamo imparato ad imitarla, anche se nessuno aveva mai osato tanto come me quella volta.
La sera mia madre prese il quaderno e lesse il tema. Non fece commenti, come capitava tutte le volte che non trovava interessanti i miei elaborati, e me lo restituì. La stessa B. era lì a testimoniare la banalità del mio scritto. Il mattino successivo nascosi il quaderno taroccato in fondo all’armadio – lo avrei poi ripreso nel pomeriggio per replicare il lavoro della mattina e svolgere quindi una sorta di didattica parallela fino al completamento del quaderno – e a scuola usai quello vero. La maestra quando arrivò in classe mi guardò con un sorrisino ironico. Si vedeva lontano un miglio che aveva voglia di sapere come era andata, quale punizione corporale mi era stata inflitta. Riuscì a resistere fino all’ora di ricreazione.
“Allora, mamma lo ha letto il tema?”
Io feci il musino mogio, il labbrino pendulo e l’occhietto spento: “Sì”.
“E che ti ha detto?”
“Eh, sapesse, signora maestra…”
venerdì 11 febbraio 2011
Cosa sarebbe successo se davvero Ruby fosse stata nipote di Mubarak
Cosa sarebbe successo?
Drrrrriiiinnnn
SB: “Sì, pronto!”
HM: “Silvio, sono Mubarak!”
SB: “Uè, presidentissimo! Come la va?”
HM: “Sono incazzato nero, testa di rapa!”
SB: “Cribbio, cosa ho combinato stavolta?”
HM: “No, dico… io mando mia nipote in vacanza studio in Italia e tu me la rovini così?”
SB: “Ma no, ma erano cene innocenti…”
HM: “Ma va là, ma va là, ma va là. ‘ste cazzate raccontale agli italiani, a coso là, come si chiama, Minzolini, alla Santanché, ma non a me!”
SB: “Guarda, giuro sulla testa dei miei figli che…”
HM: “Seeee, ancora con ‘sta storia del giuramento. Oh, ma io son trent’anni che governo un Paese come l’Egitto avendo a che fare con emiri, petrolieri e fondamentalisti islamici, mica son nato ieri, pistola!”
SB: “…quelle erano cene innocentissime e io tua nipote non l’ho sfiorata nemmeno con un fiore. Il presidente del consiglio italiano è un galantuomo”.
HM: “Per Nefertiti, ma che m’importa se non l’hai sfiorata nemmeno con un fiore! Io la mando in Italia per studiare alla Bocconi e me la ritrovo che va alle feste con un branco di zoccole che fanno le orge! Non mi interessa se lei non partecipava. Ha diciotto anni, è una ragazzina…”
SB: “A me ha detto di averne ventiquattro!”
HM: “E cosa cambia, razza d'imbecille? Sempre una ragazzina è! Ma vatti a fidare degli amici. Io son tranquillo, so che ci pensa Silvio: e certo che ci pensa! Anvedi come ci pensa: capace che se la voleva pure trombare!"
SB: "No, scusa... non mi dire che anche a te non piacerebbe andare con una bella ragazza giovane. Non è forse la tua religione quella delle 72 vergini..."
HM: "Non tirare in ballo la religione e non essere blasfemo! Quello è tutto un altro discorso. Quante alle belle ragazze, certo che piacciono anche a me. Ma mica voglio portarmi a letto le figlie o le nipoti dei miei amici!"
SB: "Ma io non me la sono portata a letto, la Ruby. E, ripeto, erano cene..."
HM: "E comunque non cambia niente se non partecipava alle orge, capisci? Il problema è che era lì. La mia nipotina… l’ho vista crescere, ricordo ancora il suo stupore quando, in terza elementare, tornò dalla gita scolastica alle piramidi”
SB: “Ma ora è maggiorenne, sa giudicare da sé cosa è giusto e cosa non lo è. Era libera di non venire! Chi predica una Repubblica della virtù, con toni puritani e giacobini, ha in mente una democrazia autoritaria. Il contrario di un sistema fondato sulla libertà e su una vera coscienza morale pubblica e privata”
HM: “Vabbè, questa te l'ha scritta Giuliano Ferrara e suona anche bene, ma permetti che mi girino i coglioni? E poi, abbi pazienza, mia nipote si trova nei guai e tu a chi la affidi? A una puttana!”
SB: "Ma veramente…”
HM: “Ma veramente un par di palle!”
SB: “Io l’ho affidata a una ragazza seria, madrelingua inglese, laureata con centodieci e lode…”
HM: “Senti, si sarà anche laureata con centodieci e lode, ma è un’idiota perché se gli affidi la nipote di un capo di Stato straniero poi non la doveva lasciare a una puttana: doveva portarla a casa e ospitarla con i dovuti riguardi”
SB: “Sì, ho capito, la dottoressa Minetti ha sbagliato, però è stata una leggerezza, è giovane, va capita, non è esperta di relazioni internazionali...”
HM: “Forse non ci siamo intesi: dovevi essere tu a spiegarle a modo la situazione. Che poi, a quanto ho capito, mia nipote questa puttana Michelle già la conosceva. Per quale motivo, eh?”
SB: “Ma, così su due piedi, non saprei dirti…”
HM: “Te lo dico io, perché, porca Cleopatra! Perché tu conosci soltanto gente di quel rango! Io sono molto offeso. Primo, perché hai introdotto mia nipote in un certo giro…”
SB: “Ma veramente era già introdotta…”
HM: “Ah sì? E perché non mi hai avvisato, allora? Bell'amico, che sei! E non soltanto non mi hai avvisato, ma non hai fatto niente per scoraggiarla, anzi!”
SB: “Ma, ripeto, erano cene innocenti…”
HM: “Aridaje! Oh, stai parlando con Mubarak, non con coso là… Gasparri. Sai che c’è? Da oggi i rapporti diplomatici con l’Italia sono interrotti!”
Click
SB: “Cribbio, ha riattaccato… Lettaaaaaaaaaaaa!!!"
giovedì 10 febbraio 2011
Il ministro Meloni e il 25 aprile
Stamani, sul Giornale, ha voluto dire la sua sulla festa per l’Unità d’Italia. A un certo punto scrive: “Non vorrei che il 17 marzo si celebrasse a scapito di altre date, sia chiaro. Eppure avrebbe maggior senso festeggiare il giorno dell’unità degli italiani anziché momenti in cui gli italiani si sono divisi, come quando prevalse nel referendum l’ordinamento repubblicano sull’ordinamento monarchico. E sono colpevole di apologia del fascismo se ritengo che la data di nascita della nazione italiana si collochi nel Risorgimento e non nella Liberazione?”
Non so se, ai tempi della scuola, il ministro Meloni amava le lezioni di storia oppure no. Di certo ha dimenticato qualche particolare. Per esempio, che la festa principale in Francia è il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, ossia della Rivoluzione francese, ossia dell'inizio di un periodo di fortissime divisioni e tragedie. Però oltralpe ricordano quella data e non, per esempio, il 14 febbraio (giuramento di Strasburgo, atto fondativo della Francia). E un motivo c’è. Perché la Francia contemporanea basa i propri valori su quelli scaturiti dalla Rivoluzione e non su quelli dei merovingi, dei carolingi e dei capetingi. Lo stesso vale per l’Italia. Che, certo, ricorda il Risorgimento eccetera eccetera. Ma il nostro ordinamento istituzionale si basa non sui valori e sui princìpi dello Statuto albertino, bensì su quelli della Costituzione repubblicana.
Si torna, insomma, alla famosa distinzione di Costantino Mortati su Costituzione formale e Costituzione materiale (di cui ho già parlato mesi fa): il nostro ordinamento e le nostre istituzioni promanano dall’incontro del pensiero liberale, del pensiero socialcomunista, del pensiero cattolico e dalla comune visione antifascista che ebbe il suo culmine il 25 aprile 1945 (senza, con questo, negare che quel giorno fu preceduto e seguito da mesi in cui a far cose brutte non fu soltanto una parte).
Il ministro Meloni poi si infervora al punto da contraddire sé stessa. Sostiene infatti: “la verità è che per troppi anni abbiamo riempito l’assenza di una giornata dedicata all’unità del nostro popolo (come avviene per tutti gli altri popoli del mondo) con altre, importanti certamente, ma non altrettanto unificanti. Si dirà, ma il giorno dell’unità d’Italia non unisce affatto, semmai divide. E’ proprio per questo che abbiamo un disperato bisogno di festeggiare il 17 marzo”. Ecco, appunto. E’ proprio questo il motivo per cui abbiamo un disperato bisogno di festeggiare, prima ancora del 17 marzo, il 25 aprile: perché ci sono persone, anche in ruoli istituzionali, che a distanza di tanti anni faticano a capire il motivo per cui è così importante questa data.
Certo che è proprio vero: a destra preferirebbero un brufolo sul sedere piuttosto che fare festa il 25 aprile. Vai a sapere tu perché!
mercoledì 9 febbraio 2011
Liberalizzazioni made in Arcore
E se un parafarmacista non può vendere alcuni farmaci da bancone
o un avvocato non può praticare le tariffe che vuole
o un pincopalla qualunque non può aprire un esercizio alimentare se non ha esercitato attività per almeno due anni negli ultimi cinque
o un imprenditore non può aprire una grande distribuzione in centro storico se il regolamento urbanistico glielo impedisce,
la colpa non è dell’articolo 41, ma della legge ordinaria. E anche la nuova formulazione ci potrà far poco, dal momento che se qualcosa è espressamente vietato dalla legge (vedi esempi di cui sopra) non si potrà comunque fare. La riprova di quanto la riforma sia strumentale la offre la Germania, la cui Legge fondamentale prevede – relativamente all’iniziativa economica – una formulazione ancor più restrittiva rispetto a quella italiana (“la proprietà impone degli obblighi. Il suo uso deve al tempo stesso servire al bene della collettività”) senza aver bisogno di frustate per favorire la crescita. Insomma, invece di prendersela con la Costituzione, Berlusconi dovrebbe arrabbiarsi con il suo ministro della semplificazione legislativa Roberto Calderoli, che pasticcia con i regi decreti e lascia al loro posto le norme che davvero impediscono la liberalizzazione dell’economia.
Ma quel che più mi ha incuriosito sono i due emendamenti agli articoli 97 e 118 della Costituzione che l’esecutivo ha intenzione di far approvare. Nel primo, dedicato alla Pubblica amministrazione, si afferma che “le pubbliche funzioni sono al servizio del bene comune”; nell’altro si aggiunge che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono e garantiscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Quando ho letto, la prima reazione è stata: che bisogno c’è di specificare che le pubbliche funzioni sono al servizio del bene comune? Chi diamine dovrebbero servire se non il bene comune? Ma, soprattutto, cosa è questo “bene comune”? E lo stesso vale per quella parolina – garantire – aggiunta all’articolo 118. Ce n’era davvero bisogno per liberalizzare l’economia e sbloccare la crescita?
Poi ho capito tutto leggendo un articolo su Repubblica che riporta un esempio tra i tanti di cosa evidentemente intende il centrodestra italiano quando parla di liberalizzazioni.
Allora, mettiamola in questi termini. Faccio un esempio generale, intendiamoci, anche perché è soltanto uno tra i tanti che potrebbe avvenire, non ho in mente situazioni particolari e reali (o forse sì? Chi lo sa?). Nella ridente cittadina di Cialtronia, la locale squadra di calcio non va tanto bene in campionato. Poi, si sa, i costi di gestione sono alti, allo stadio vien poca gente perché preferisce guardarsi le partite in tv e insomma la proprietà vuol vendere. Si fa avanti un gruppo di imprenditori i quali non sono dei mecenati, ma vogliono – legittimamente, sia chiaro – fare del business. Come? Sfruttando lo stadio. Rileveranno la società a un patto: faranno un nuovo impianto sportivo multifunzionale. Gli abitanti di Cialtronia andranno lì non soltanto per guardare la partita della Cialtronese, ma avranno la possibilità di entrare in una multisala cinematografica, accedere a un beauty fitness center (o come cavolo si chiamano), mangiare al ristorante, comprare un paio di scarpe… Insomma, un progettino da qualche decina di milioni di euro. Però c’è tutta una miriade di procedure e concessioni e autorizzazioni. E il consiglio comunale dovrebbe prima fare una variante al piano urbanistico. E poi c’è la sovrintendenza alle belle arti che vorrà dire la sua. Insomma, lungaggini e rotture di zebedei. La cordata mica può aspettare anni, ha bisogno di risposte: se le ha, bene; altrimenti, che la Cialtronese retroceda e tanti saluti. In città ci sono un po’ di polemiche, ma alla fine il Comune decide di fare una forzatura. Qualcuno si opporrà, ma l’amministrazione ribatterà nel nome del “servizio al bene comune” e del principio che deve “favorire e garantire l’autonoma iniziativa dei cittadini”. Poco importa se quei ditinculo di ambientalisti lamenteranno che non c’è la valutazione di impatto idrogeologico e se, in effetti, il piano urbanistico prevedeva che quella parte di città fosse adibita a zona residenziale e non commerciale e lo sviluppo territoriale sarà quindi un po’ schizofrenico. La morale della favola è che qualcuno – che non sarà un commerciante, né un giovane imprenditore volenteroso, né un artigiano, ma sarà nella migliore delle ipotesi un grosso impresario in vena di speculazioni e nella peggiore un avventuriero senz'arte né parte – avrà portato a termine un buonissimo affare per sé. Per la collettività non sappiamo, ma per sé sicuramente sì.
Il modello "stadio nuovo" a questo punto lo replichiamo con il modello "quartierino residenziale", il modello "ristrutturazione dell'ex fabbrica", il modello "strada con ponte" e avremo un'idea delle liberalizzazioni made in Arcore.
Penso male? Può darsi. Ma temo di no.
martedì 8 febbraio 2011
Piazze piene, urne vuote
Dice: “ma come, non sappiamo farle? Ma se c’erano ventimila persone, centomila persone, trecentomila persone” Figuriamoci! Fosse questo il problema. Il punto è che il giorno dopo i media e i cittadini devono parlare dei contenuti di quella manifestazione e non del contorno, come invece accade sempre più spesso da un po' di tempo a questa parte.
E' che per demolire anche la più bella tra le manifestazioni di piazza basta veramente un niente: un comico che sale sul palco e piscia fuori dal vaso; quattro imbecilli che, per mettersi in mostra, bruciano una bandiera o cominciano a far casino in qualche modo; un ragazzino tredicenne che prende la parola quando proprio in quella circostanza sarebbe il caso che parlasse un adulto; un giornalista che per dimostrare di essere il più duro e puro di tutti sbrocca alla grande prendendosela anche con chi non c’entra niente; e via di questo passo.
La manifestazione perfetta non esiste. Ma, tra le manifestazioni imperfette, quelle di sinistra spiccano per autolesionistica stupidità.
lunedì 7 febbraio 2011
La previdenza piddina
Il male è quando si scrivono documenti copiosi e seriosi, difficilissimi da leggere, che però non entrano nel dettaglio. O c’entrano lasciando le cose a metà.
Io, per esempio, non ci ho capito granché in quello sullo stato sociale, pomposamente intitolato “Persone e famiglie al centro di una società più giusta, libera e solidale”.
L’idea di fondo è la seguente: “la nostra è una visione radicalmente diversa da quella teorizzata dal governo di destra: non la ritirata dello stato, sperando nella supplenza contrattuale delle categorie forti e nella compassionevole carità del dono per gli “ultimi”; ma uno stato che sia programmatore e regolatore forte di un complesso di prestazioni cui tutti hanno diritto ad accedere e che promuova una imprenditorialità diffusa nei soggetti di offerta pubblici, privati, non profit in funzione dei bisogni dei cittadini”. Messa così, sembra quasi la quadratura del cerchio.
Nello specifico, mi ha incuriosito la parte sulla previdenza futura. Quella di chi oggi ha venti, trenta o quarant’anni, che andrà in pensione a settanta o giù di lì e si ritroverà con una rendita da fame. I provvedimenti che ho estrapolato dal lungo documento sono i seguenti:
* copertura con contributi figurativi dei periodi di interruzione involontaria del lavoro e ricongiunzione senza oneri dei contributi versati a diverse gestioni (totalizzazione) in modo da sostenere la costruzione da oggi di carriere contributive che garantiscano ai giovani una pensione adeguata da anziani; forme di integrazione dei trattamenti pensionistici futuri finanziate dalla fiscalità generale ma coerenti con la logica del sistema contributivo;
* garanzia di un livello minimo decoroso della pensione anche per quanti non fossero in grado di costruirsi una pensione dignitosa, assicurando che comunque i contributi versati contribuiscano a migliorare il trattamento pensionistico;
* valorizzazione dei periodi di maternità e di cura ai fini pensionistici;
* promozione di orari flessibili e di part time misto a pensione, per accompagnare l’allungamento della vita lavorativa con una transizione graduale dal lavoro alla pensione.
Non sono un esperto di previdenza, ma nemmeno sono un semianalfabeta: posso dire che non ci ho capito niente e che il tutto mi dà una sensazione di supercazzola? Soprattutto, qualcuno mi sa dire con quali mezzi e con quali risorse economico-finanziarie si intende coprire un progetto di previdenza del genere?
domenica 6 febbraio 2011
La scuola dei dittatori
Ignazio Silone scrisse "La scuola dei dittatori" nel 1938, durante l'esilio in Svizzera. In esso, immagina che un americano, Mr Doppio Vu, e il suo ideologo, Prof. Pickup, siano in viaggio in Europa per imparare l'arte della dittatura. Incrociano così un fuoruscito antifascista italiano, Tommaso il Cinico, che li aiuta a capire alcuni concetti chiave sulla conquista del potere.venerdì 4 febbraio 2011
Un paio di riflessioni sull'imposta patrimoniale
Però ci sarebbero dei miti da sfatare e voglio fare un discorso generale, che prescinde dal dibattito sulle proposte abbozzate da economisti e politici. Proposte che, oltre a essere poco dettagliate, lasciano campo a controindicazioni economico-finanziarie pesanti: il forte rischio di esportazione di capitali e l’iniquità di colpire non tanto i veri grandi patrimoni (che sono ben protetti da holding con sede nei paradisi fiscali), quanto quelli medi o medioalti.
Cosa è una patrimoniale? E’ una imposta che è calcolata non sul reddito, ma su un patrimonio.
Alcune patrimoniali sono il massimo del liberalismo. Per esempio, l’imposta di successione. Sì, quella quasi abolita negli ultimi anni in Italia (vige solamente per le eredità sopra il milione di euro). Un grande filosofo liberale come John Stuart Mill era ad essa favorevole perché promuoveva l’uguaglianza delle condizioni di partenza per la competizione economica: se Tizio e Caio hanno la stessa idea imprenditoriale e lo stesso talento, ma Tizio riceve in eredità case, gioielli, soldi e un Picasso, è chiaro che la competizione è falsata in partenza. Niente vieta che ciò accada, ma il prezzo che deve pagare Tizio per avere comunque un vantaggio competitivo è l’imposta di successione. Discorso analogo potremmo farlo per l’Ici, compresa quella sulla prima casa (a prescindere da tutte le valutazioni sulla fiscalità municipale). Non a caso, gli Stati Uniti – ossia la democrazia liberale più grande del mondo – hanno importanti aliquote sia per le proprietà immobiliari che per le successioni.
Ragionamenti di questo genere, però, da noi sono vietati. Soprattutto ora che siamo alla vigilia di una probabile campagna elettorale. Pigrizia mentale, superficialità, egoismo fanno sì che soltanto gli studiosi possano baloccarsi con le ipotesi di scuola sulle imposte patrimoniali. I sedicenti liberali impegnati in politica o negli editoriali pubblicati dai quotidiani terzisti, da parte loro, sembrano pensare che liberalismo sia soltanto diminuire le tasse e i servizi che ne derivano.
giovedì 3 febbraio 2011
Osservatorio minzoliniano / 16
Al Tg1 la politica estera è funzionale al barometro berlusconiano: se la giornata ha buttato male per il presidente del Consiglio si apre con la Tunisia, con l'Albania o con l'Egitto. Se la giornata ha buttato bene o se c'è un videomessaggio (o pseudo-intervista equiparabile) le notizie internazionali scivolano in terza o quarta posizione, anche se sono più gravi rispetto ai giorni precedenti. E' quel che, per esempio, è avvenuto stasera all'edizione delle 20.
Ma i dettagli... i dettagli, quelli sono importanti. E Laura Chimenti, nella sua intervista al segretario della Cisl Raffaele Bonanni, ha dimostrato di avere capito benissimo la lezione, con una domanda che - a modo suo, ovviamente - è perfetta nella formulazione: "La preoccupa il clima politico con l'opposizione che rifiuta la proposta di collaborazione del premier sui temi economici?"
Capito? Il clima politico avvelenato è tutto di responsabilità dell'opposizione che "rifiuta" la collaborazione. Accidenti, proprio ora che l'economia va male questi stronzi pensano soltanto ad alzare le barricate. E sì che Berlusconi è stato così buono con loro: voleva collaborare, lui!
Professori dei miei stivali / Ernesto Galli della Loggia
Premesso che sull’efficacia e sull’efficienza dell’ufficio stampa del PD (e di tutto il settore comunicazione di questa forza politica) potremmo parlar male per ore e ore e non sarebbe comunque mai abbastanza, è forse il caso di aiutare il professor Galli della Loggia.
Oh, intendiamoci: neanch’io dispongo di canali privilegiati, a meno che il web non rientri in questa categoria. A questo punto, però, mi chiedo se l'insigne editorialista eserciti la professione di storico con la stessa profondità di ricerca, meticolosità e scrupolosità con le quali fa l’analista politico. A lui basta leggere i giornali. E chi se ne importa se tutti i quotidiani, a partire dal più diffuso in Italia, alle pallosissime proposte programmatiche di un partito preferiscono i sapidi retroscena di una Maria Teresa Meli. Tuttavia, visto che Galli della Loggia si rifornisce solamente a queste fonti, mi chiedo come possa essergli sfuggita la lettera aperta di Bersani a Tremonti riguardante le proposte piddine sul fisco di cui anche il Corriere ha dato conto il 19 ottobre scorso. E la replica del ministro, riportata dal quotidiano il 23 ottobre.
E quanto alla mozione alla Camera, qualcuno informi Galli della Loggia – il quale a novembre doveva essere sul pianeta Marte a fare rilevazioni geologiche insieme al mio amico Andrea – che il 22 novembre iniziò una discussione proprio su una mozione fiscale, primo firmatario Pierluigi Bersani, che riprendeva la proposta approvata dal PD un mese e mezzo prima. L'atto fu poi messo ai voti il 22 dicembre - giorno in cui l'illustre politologo, rientrato dal pianeta Marte, era impegnato con l'allestimento dell'albero di Natale e del presepe -: presenti 538, votanti 240, astenuti 298, maggioranza 121, hanno votato sì 230, hanno votato no 10, la Camera approva.
mercoledì 2 febbraio 2011
Osservatorio minzoliniano / 15
Dunque, un passo - un passettino - indietro. Ieri sera il Tg1, nel parlare della trovata propagandistica berlusconiana sulla crescita, ha attribuito al PD una proposta inesistente: quella sulla patrimoniale. Certo, ne hanno parlato illustri esponenti come Amato, Veltroni, Morando e Ichino. Ma più come case study e senza che ciò si sia tradotto in una proposta formale del partito che, sul fisco, resta ancorato all'idea 20-20-20 dell'ottobre scorso. Per cui oggi dal PD si sono dati da fare in parecchi - da Enrico Letta a Matteo Orfini, da Maurizio Migliavacca a Stefano Fassina - a dire che la trasmissione di Minzolini ha detto una falsità.
Parole al vento.
Domanda di Michele Renzulli a Berlusconi: "Lei ha fatto una proposta di collaborazione all'opposizione che ha risposto che non è credibile. Ma dietro questo rifiuto, secondo lei aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che per risolvere i nodi della nostra economia punta sempre sulla scorciatoia dell'aumento della pressione fiscale?"
Chapeau!
No, per favore!
E' che ormai mi sono rassegnato a una campagna elettorale basata non certo sulle proposte per diminuire la disoccupazione giovanile o favorire la crescita, bensì sull'orientamento sessuale di Vendola, sulle toghe brutte rosse & cattive e sul bunga bunga. Ma se a tutto questo per cinque o sei settimane dobbiamo aggiungerci anche la razione quotidiana su Cuffaro e su quella volta nel 2002 in cui Violante si alzò in Parlamento e parlò di conflitto di interessi... no, ragazzi: per favore, no. Risparmiamoci uno scenario del genere.
martedì 1 febbraio 2011
Eh no, l'Italia non è l'America
Vero.
Peccato che l'Italia non sia l'America. Nessuno, per esempio, si è mai sognato di ignorare l'inquilino della Casa Bianca durante una grave crisi internazionale, né l'inquilino della Casa Bianca ha mai - mai, nemmeno durante i pompini nello studio ovale - dimenticato la scaletta delle priorità, come invece sta accadendo in questi giorni da noi. L'America è l'America, certo, ma è anche vero che tutti i governanti - eccetto i nostri - sanno che, stagista o non stagista, ci sono momenti in cui non si va a sciare, né ai centri Messegué, né alla sala Bunga Bunga.
I fondamentali, qua bisogna ripartire dai fondamentali...
Parla come mangi / Maurizio Sacconi
"Le incertezze che permangono sulla ripresa contraggono le nuove assunzioni e inducono a consolidare anche attraverso gli ammortizzatori sociali i rapporti di lavoro in essere. Per i giovani il Piano del Governo, anche con misure specifiche di incentivazione, si rivolge soprattutto all'investimento nelle competenze e, in particolare, ai contratti di apprendistato che integrano apprendimento e esperienza lavorativa"
Grazie al software decriptatore in mio possesso sono in grado di tradurre quel che realmente Maurizio Sacconi intendeva dire:
"Tarapia tapioca come se fosse antani la supercazzola brematurata condomino bisobiscunblinda... tarapia supercapsula scappellamento a destra o sinistra?... antibodi!"