giovedì 31 marzo 2011
Scarsi? Sono ma dei dilettanti allo sbaraglio!
Ma a me il governo italiano sembra che si stia muovendo a livello internazionale con un’arroganza e una supponenza che non è seconda a nessuno, nemmeno alla Francia di quel Sarkozy che improvvisamente è diventato il Capo di Stato più stronzo del mondo.
I nostri ministri e il loro presidente sono assenti alle riunioni della Nato perché devono votare il decreto milleproroghe e pretendono però l’ombrello della Nato sulle operazioni militari; se ne strafottono dell’Unione europea da anni e pretendono però che l’Unione europea si accolli la questione degli immigrati; se ne sbattono di impostare una politica seria sull’immigrazione – e per seria intendo coerente, foss’anche di soli respingimenti – e pretendono però che gli Stati confinanti, che criticano compulsivamente da due settimane, facciano altrettanto perché altrimenti non sanno come gestire il tutto; annunciano piani con la Germania ai giornali prima ancora che ai tedeschi, pencolando tra appoggio pieno a Gheddafi e condanna senza appello di Gheddafi, e pretendono però di non essere snobbati nei vertici internazionali.
Insomma, altro che scarso: il governo italiano sta facendo la figura del dilettante allo sbaraglio.
I nostri esponenti di governo che in questi giorni sono più esposti a livello internazionale (fossero una popband li definiremmo “i frontmen”) sono il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e il ministro della Difesa. Ora, il primo gode della reputazione internazionale di cui al minuto 3.46 dell’intervista del giornalista BBC Jeremy Paxman a Franco Frattini; questi, palesemente, conta quanto il due di picche quando briscola è bastoni; e il terzo ama soprattutto baruffare con l’opposizione, forse perché lo riporta ai bei tempi di quando era giovane.
Nessuno dei tre è consapevole della propria mediocrità come uomo di governo.
E il guaio è che l'opposizione che ci ritroviamo non è in grado di farlo capire agli italiani.
mercoledì 30 marzo 2011
Disgustosa ostentazione di plutocratica sicumera *
La prima, in ordine temporale, riferita ai nordafricani arrivati a Lampedusa: “Sono poveri cristi, la loro è una fuga da un mondo senza libertà, democrazia e benessere. E' proprio ciò che vanno cercando da noi”.
La seconda, relativa al suo nuovo status di lampedusano: “Io stesso mi sono appena comprato una villa, per una cifra inferiore ai due milioni di euro”.
C’è qualcosa che stona ed è molto evidente. E’ una stonatura talmente evidente da essere uno dei cardini del successo politico di Berlusconi da diciassette anni a questa parte.
*frase pronunciata da Paperino nella storia "Paperinik il diabolico vendicatore" (dal genio di Guido Martina) dell'8 giugno 1969.
martedì 29 marzo 2011
Fanno cose, vedono gente
La realtà, infatti, è ben diversa.
E’ peggiore di quanto avessi capito.
Poi magari mi sbaglio, forse sono io a essere antico, ma, se non ho capito male, da quel che mi ha risposto questa persona - molto convinta, peraltro - par di capire che quelle nel programma del movimento e che io avevo bollato come proposte demagogiche e populiste, alcune irrealizzabili, altre troppo superficiali, in realtà sono un semplice specchietto per le allodole. Soltanto slogan buttati lì. Tutto dovrà essere definito nei forum di discussione, nei laboratori dove competenze diverse discutono tra loro.
Insomma, anch’io posso fondare un partito, butto là quattro o cinque idee (“luce elettrica gratis per tutti”, “milletrecento euro al mese di stipendio minimo garantito per tutti i lavoratori”, “benzina verde a 0,50 euro”, “un personal computer in dotazione gratuita a ogni studente di scuola media superiore”), ma non dico come realizzarle, a quali risorse attingere. Bensì, organizzo un po’ di forum tematici e spetterà ai partecipanti spremersi le meningi e quadrare il cerchio. Loro saranno contenti, perché hanno entusiasmo da vendere, sono arrabbiati (come non esserlo?) con questa classe politica e gli sembrerà di far qualcosa di veramente ganzo, di attuare la democrazia partecipata che hanno sempre sognato. Può darsi che un giorno rimarranno delusi perché qualcuno gli dirà che democrazia partecipata non è uno dall’alto che decide, putacaso, che nei centri urbani non si fanno parcheggi e poi spetta ai militanti perdersi in lunghe discussioni su come trovare il modo di risolvere il problema della sosta in città. Ma, nel frattempo che loro vedono gente e fanno cose e prima che si rendano conto che la democrazia partecipata è qualcos'altro, io sarò diventato famoso. Wow!
Se Grillo scopre l'immigrazione
p.s.: motivare il tutto dicendo che l'Italia ha una densità di popolazione più alta della Cina è una cazzata. Primo, perché l'Italia ha una densità minore di altri 54 Paesi, tra cui la Germania e il Regno Unito (e il Giappone e l'India); secondo, perché mettere a confronto due realtà come l'Italia e la Cina significa non conoscere la geografia.
lunedì 28 marzo 2011
Altero, il ripetente
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domenica 27 marzo 2011
Rifugiati politici, richiedenti asilo e clandestini
sabato 26 marzo 2011
I pretesti di Belpietro
Dico sul serio.
Prendiamo l'editorialone di stamani di Maurizio Belpietro su Libero. Quello intitolato: "La guerra dei clandestini / I centri di asilo? Tutti in aree amministrate dal centrodestra. Fa eccezione la Puglia, dove però alzano le barricate contro i disperati in arrivo da Lampedusa. E poi parlano di accoglienza".
In realtà, la posizione della Puglia non sta nei termini descritti da Belpietro, come si può facilmente appurare. E lo stesso direttore di Libero nell'articolo - a differenza di quanto si legge nel sommario - scrive che in effetti le regioni di centrosinistra con centri di accoglienza sono due: oltre alla Puglia, c'è pure l'Emilia Romagna. Ma non vale, secondo Belpietro, perché i posti letto sono pochi. E poi si passa all'elenco di queste povere regioni martoriate da quelle di sinistra. C'è la Calabria, c'è il Lazio, c'è il Piemonte... Un momento: ma come? Ma un anno fa di questi tempi la Calabria, il Lazio e il Piemonte da chi erano amministrate?
Insomma, quella di Belpietro è una cazzata.
Anzi, una doppia cazzata. Perché quello degli immigrati nei centri di asilo è soltanto un problema, il primo in ordine temporale con cui si scontrano quelle persone che vengono dal nord Africa in cerca di una vita migliore. Poi viene il secondo problema, che non conosce confini di regione, né distinzioni di governo politico: ossia, il momento in cui queste persone scopriranno che la loro ricerca di una vita migliore in Italia è soltanto un'illusione.
venerdì 25 marzo 2011
Ma l'Italia ce l'ha una politica estera?
Già, perché con il centrosinistra, nonostante le liti, le beghe, le divisioni e i comunisti, il progetto era chiaro: sostegno allo sviluppo istituzionale europeo, fedeltà atlantica, valorizzazione (magari per motivi strumentali, la classica foglia di fico) dell’attività delle organizzazioni internazionali. Insomma, continuità con quanto avvenuto in un cinquantennio di Democrazia Cristiana.
Con Berlusconi le cose sono andate un po’ diversamente. E non mi riferisco alle gaffes, alle corna, ai cucù. Nemmeno all’appoggio dato a qualsiasi governante incontrato in vertici bilaterali, foss’anche di dubbia o dubbissima reputazione. Mi riferisco a questioni più sostanziali.
Prendiamo, ad esempio, la politica europea. I governi Berlusconi si sono, a mio parere, distinti perché a una componente (minoritaria) filoeuropeista, nel solco della tradizione, se ne sono aggiunte altre due: una antieuropeista, la Lega (o ci siamo già dimenticati l’avversione all’euro, forcolandia, l’Europa dei banchieri e tutto il contorno?), e una agnostica, di cui fa parte proprio il presidente del Consiglio. In più di una circostanza egli si è fatto promotore di iniziative non soltanto estemporanee, ma addirittura nocive – o potenzialmente tali – per le istituzioni comunitarie. Penso alla famosa lettera degli otto sull’appoggio agli Stati Uniti nel gennaio 2003; o, ancor di più, alla forte sponsorizzazione della Russia dentro l’Unione europea: Berlusconi non ha desiderato soltanto un accordo di partenariato, ma addirittura ha brigato perché entrasse a pieno titolo nella UE. Se attuato, un piano del genere avrebbe destabilizzato sia le istituzioni comunitarie (si valuti un Parlamento composto per un quarto da russi; o alla formazione della Commissione), sia il mercato interno (l’approvigionamento energetico su tutto). Non è che Berlusconi, così facendo, volesse la fine della Ue: magari, almeno una motivazione seria ci sarebbe stata. No, semplicemente non si è nemmeno posto il problema delle conseguenze. Il che, dal mio punto di vista, è molto peggio: cosa c’è di più nefasto di un governante che non si pone il problema degli effetti pubblici delle proprie azioni?
Ancora. La gestione delle crisi internazionali. Il governo italiano, quando non ha potuto andare a rimorchio degli Stati Uniti, ha ballato tra l’improvvisazione e l’inerzia. Nel primo caso (improvvisazione), non di rado sono state date letture sbagliate: su tutti, l’appoggio dato a Putin, nel novembre 2003, sulla regolarità delle elezioni in Cecenia successivamente censurato dal Parlamento europeo. Nel secondo caso (inerzia), abbiamo un’Italia che è rimasta ferma, mentre gli altri si davano da fare. E qui la casistica è ricca e coinvolge anche qualche ministro: focolai di guerra in Ossezia, i ministri degli Esteri europei si riuniscono d’urgenza, ma Frattini resta in vacanza alle Maldive; scoppia un macello in Libia, la Nato si riunisce a Budapest, ma La Russa rimane in Parlamento a votare la fiducia al milleproroghe, mentre presidente del Consiglio e altri ministri un po’ non vogliono disturbare, un po’ sì, un po’ no, un po’ sì e, insomma, mentre essi tergiversano qualcun altro prende l’iniziativa e loro se ne lamentano pure; gli egiziani insorgono contro Moubarak, ma Frattini – ancora lui – non rimanda le sciate in programma sul Cimone.
Per intendersi: allo scatto d'orgoglio di Frattini che dice a Sarkozy che pure noi "abbiamo delle idee" un Paese serio non dovrebbe nemmeno arrivarci.
Io non sono un esperto di politica estera. Però mi chiedo se quella portata avanti dall’Italia nell’ultimo decennio possa definirsi “politica” (dal greco “politiké”, che attiene alla città).
giovedì 24 marzo 2011
Suggerimento all'Istat
1. percentuale di aziende che portano in banca le fatture per farsi intanto anticipare i soldi che riscuoteranno dopo 30 o 60 giorni;
2. percentuale delle suddette fatture che saranno insolute dai clienti;
3. periodo di tempo che passa dall'insoluto alla effettiva riscossione;
4. moccoli e madonne più ricorrenti quando la banca chiama l'azienda per ricordare che siccome aveva anticipato la fattura e i soldi non sono ancora entrati...
(potremmo anche aggiungere: 5. reazioni degli uffici commerciali quando vengono a sapere che tra i non pagatori figurano associazioni di categoria, enti e organizzazioni sindacali)
Mi è sorto un dubbio
mercoledì 23 marzo 2011
Parla come mangi / La mozione del centrodestra sulla Libia
Poiché oggi il centrodestra (PdL, Lega, Responsabili) ha approvato una mozione sulla Libia da sottoporre poi al voto parlamentare, ho deciso di sottoporre al vaglio del mio grande software anche questo documento.
In caratteri normali, il testo approvato;
in blu e corsivo, quel che ogni singolo punto vuol dire realmente.
La mozione impegna il Governo italiano:
ad adoperarsi per far emergere in tutte le sedi opportune il punto di vista dell'Italia e le circostanze che rendono possibile il suo sostegno all'intervento internazionale;
ad adoperarsi affinché quello italiano non sia visto all’estero solamente come il governo del bunga bunga;
a garantire, nell'ambito di un rigoroso rispetto della risoluzione Onu anche attraverso iniziative politico diplomatiche e alla intimazione del cessate il fuoco, il ritorno più rapido possibile a uno stato di non conflittualità;
a evitare – considerato che fra un mese e mezzo si andrà a votare per le amministrative e già i sondaggi son quelli che sono – che la partecipazione ad attività belliche possa far diminuire i consensi al governo Berlusconi: quindi, finiamola in fretta e cercando di sparare il meno possibile;
a rappresentare nelle sedi proprie la necessità di assegnazione alla Nato del comando e del controllo delle operazioni militari e al fine di giungere a un coordinamento degli sforzi alleati;
a far sì che non sia soltanto la Francia a trarre beneficio dai possibili sviluppi geopolitici dell’intervento in Libia;
a riattivare, non appena le circostanze e le tensioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu lo renderanno possibile, gli accordi bilaterali, in particolare quelli in materia energetica, stipulati dall'Italia con la Libia;
a rompere le scatole in tutte le sedi internazionali possibili affinché le forniture di gas e tutti gli interessi economici libici in Italia e tutte quelle altre attività per le quali Berlusconi si è speso in baciamani e paraculate varie non risultino vane;
ad insistere, così come stabilito dai punti 6 e 7 del Consiglio Affari Esteri dell'Ue del 21 marzo 2011, affinchè l'Ue renda immediatamente operativa un'azione di pattugliamento del Mediterraneo in funzione di deterrenza e di contrasto alle organizzazioni criminali legate anche a gruppi terroristici e dedite al traffico di esseri umani, nonchè in funzione di prevenzione migratoria e di assistenza umanitaria;
a ottenere dai partner europei e dalla Commissione un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l'onere della gestione degli sbarchi di immigrati, secondo quanto stabilito nelle conclusioni del Consiglio europeo straordinario dell'11 marzo scorso;
ad attivarsi nelle sedi proprie affinchè l'Europa si doti al più presto di un sistema unico di asilo che fin da subito preveda un sistema di burden sharing teso a ridistribuire la presenza degli immigrati tra i paesi membri e fornisca una maggiore assistenza nelle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane.
ad insistere presso gli altri Paesi europei affinché i nordafricani in fuga non si stabiliscano tutti da noi, ché sennò poi Bossi potrebbe far cadere il governo. A questo proposito, insistere molto sul fatto che gli immigrati sono soprattutto islamici, ossia potenziali terroristi e quelli che non sono potenziali terroristi sono scafisti trafficanti di clandestini.
lunedì 21 marzo 2011
Grillo e Travaglio alla guerra di Libia
Partiamo dal colonnino scritto dall’ex comico. Scrive: “No Fly Zone in italiano vuol dire una zona in cui non si può volare. La risoluzione 1973 dell'ONU si riferisce a questo. La sua applicazione in Libia è per lo meno estesa, presa un po' alla larga. Il primo intervento francese infatti ha colpito dei carri armati volanti vicino a Bengasi”.
Ora. E’ vero che – l’ho scritto anch’io – ci sono molti dubbi su come potrà essere interpretata la risoluzione 1973 ed è vero che certe azioni che già ci sono state in questi primi due giorni lasciano molto, molto, molto perplessi (davvero erano necessarie?): la vita umana è la vita umana, sia essa di un italiano, di un libico anti Gheddafi o di un libico filo Gheddafi. Ciò premesso, però, la considerazione di Grillo è falsa e fuorviante. Perché la risoluzione 1973 non prevede soltanto la no fly zone, ma pure la protezione dei civili ed è in tale contesto che autorizza gli Stati ad adottare tutte le necessarie misure per proteggere le popolazioni civili sotto minaccia di attacco.
E andiamo a Travaglio. Il quale prende in esame il Trattato di amicizia Italia Libia firmato nel 2008. Scrive il giornalista: “noi stiamo facendo una guerra a un regime con il quale abbiamo un trattato di amicizia, di alleanza e di mutua assistenza anche militare che non è mai stato disdettato (…) pensate a Gheddafi che ha firmato questa roba, che si vede bombardare da Berlusconi che ha firmato questa roba, si è impegnato a astenersi da ogni forma di ingerenza diretta o indiretta, bombardare secondo voi è un’ingerenza diretta o indiretta? (…) noi membri della Nato ci impegnavamo a non dare il nostro territorio a chiunque, Nato compresa, volesse compiere degli atti ostili contro la Libia, adesso noi stiamo prestando non solo il nostro territorio, ma stiamo pure usando i nostri aerei per atti ostili contro il regime libico che ci eravamo impegnati a lasciare fare come cazzo gli pareva”.
E’ il caso – credo – di mettere un po’ di puntini sulle i, perché Travaglio sarà anche bravo a fare il cronista giudiziario, ma in questo caso prende fischi per fiaschi.
Il Trattato di amicizia Italia-Libia prevede, tra le tante cose, il non ricorso alla minaccia o all’impiego della forza “contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta Onu” (art. 3), la non ingerenza negli affari interni (art. 4 co. 1), il non uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia nel rispetto dei princìpi della legalità internazionale (art. 4 co. 2), la soluzione pacifica delle controversie (art. 5), il rispetto dei diritti umani (art. 6). Sono tutti princìpi basici nei rapporti internazionali: addirittura norme di jus cogens, come l’astensione dall’uso della forza, la non ingerenza negli affari interni, il rispetto dei diritti umani. Anzi, si fa esplicito riferimento alla Carta Onu e ai princìpi di legalità internazionale. Per quale motivo? Si suppone perché il tutto deve essere subordinato al rispetto del diritto internazionale. In parole povere: non è vero che, in base al trattato, l’Italia non può aggredire la Libia; semplicemente, si specifica un obbligo già sancito – come norma fondamentale e intangibile: jus cogens – dal diritto internazionale. Esso è prevalente. Se, putacaso, la Libia avesse sganciato un missile sulla Spagna, Paese membro della Nato, non è che l’Italia avrebbe dovuto rimanere a guardare, ma, in virtù del trattato Nato e in virtù della violazione del diritto internazionale messa in atto dalla Libia, avrebbe potuto agire a difesa dello Stato iberico. Il problema, casomai, si sarebbe posto se il Trattato avesse previsto un obbligo da parte dell’Italia a non intervenire nemmeno in caso di attacco da parte della Libia a un Paese membro della Nato.
Lo stesso discorso vale per il rispetto dei diritti umani. L’articolo 6 fa specifico riferimento non soltanto agli obiettivi e ai princìpi della Carta Onu, ma pure alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (pare sia un tantino più stringente della legislazione libica…). Quindi si torna al solito discorso di cui sopra: se la Libia non rispetta queste norme, l’Italia in virtù del trattato di amicizia non è tenuta a star zitta. Può intervenire. E tra le possibilità di intervento c’è pure questa. Certo, ci devono essere dei presupposti. Se, per esempio, l’Italia avesse unilateralmente deciso che la Libia non ha rispettato i diritti umani e perciò l'avesse bombardata, allora avrebbe avuto ragione Travaglio. Ma qui c’è una risoluzione Onu e possiamo essere contro l’intervento per i più svariati motivi, ma esso non è contro il diritto internazionale (per ora!).
Un’ultima considerazione. Sembra di capire che, secondo Travaglio (che parrebbe far sua la posizione dell’Italia dei Valori e questa dell’allineamento del giornalista al partito di Di Pietro è davvero una novità), il trattato avrebbe dovuto essere “disdettato”. Non si capisce cosa significhi; non è che un Paese di punto in bianco può dire “oh, bene, allora io disdetto il trattato e così siamo a posto”. Per quale motivo lo “disdetta”, per di più con decisione unilaterale? Il recesso in diritto internazionale è previsto sì, ma per mutamenti sostanziali delle circostanze (clausola rebus sic stantibus). Se in questo caso ci sono stati (e ci sono stati), non si vede perché non si possa intervenire in base a risoluzione Onu. Insomma, il ragionamento di Travaglio (e di Di Pietro con lui) fa acqua, perché dimentica che i trattati internazionali si fanno con gli Stati, i governi sono soltanto dei tramiti. Quando questa crisi sarà terminata non sappiamo chi ci sarà alla guida della Libia (se ci sarà ancora una Libia come la conosciamo oggi), se Gheddafi o Pinco Pallino (o tutti e due). Chiunque sia, il trattato sarà ancora lì e dovrà essere rispettato da ambo le parti.
Iraq 2003 e Libia 2011
In questi giorni ho letto interventi che equiparano la situazione in Iraq nel 2003 a quella attuale in Libia. In genere, lo si fa per contestare alla sinistra due orientamenti diversi. Mi riferisco, in particolare, a due episodi: ieri sera al Tg1 è stata la domanda capziosa di Attilio Romita a Pier Ferdinando Casini sulla sinistra che si allinea agli Stati Uniti solamente se le guerre le decide un presidente Democratico; oggi sul Corriere della Sera è Pierluigi Battista a rilanciare: “Saddam Hussein forse non massacrava il suo popolo e forse ancora peggio di Gheddafi, non gasava i curdi, non sterminava gli sciiti del Sud?”. Le due vicende hanno in effetti un punto in comune: minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e gross violations dei diritti umani.
Dunque, cosa successe in Iraq? Successe che sì, Saddam faceva cose brutte ed esecrabili contro il suo popolo e minacciava la pace e la sicurezza internazionale. Nel novembre 2002 l’Onu approvò la risoluzione 1441 che poneva al regime iracheno un ultimatum per ottemperare ai propri obblighi sul disarmo. L’Iraq accettò la risoluzione che prevedeva di istituire un regime potenziato di ispezioni allo scopo di portare a compimento completo e verificato il processo di disarmo istituito dalla risoluzione 687 (1991). Ci fu la missione guidata dal diplomatico svedese Hans Blix che, pur tra mille difficoltà e ostacoli, stava facendo il suo lavoro, arrivando a definire che tutte queste armi di distruzione di massa forse, probabilmente, chissà, magari non c’erano. Gli Stati Uniti, da parte loro, aggrappandosi al concetto di “legittima difesa preventiva” non aspettarono la conclusione della missione e intervennero militarmente. Il punto è che la legittima difesa preventiva in diritto internazionale non è riconosciuta. L’articolo 51 della Carta Onu (“Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”) e la risoluzione 3314/74 parlano chiaro: la legittima difesa deve essere necessaria, proporzionale, immediata e, soprattutto, successiva. Gli Stati Uniti e i loro alleati – compresi quelli che si limitarono a concedere diritto di sorvolo sul proprio spazio aereo – commisero quindi una violazione del diritto internazionale iniziando quella guerra. Soltanto successivamente ci fu una risoluzione Onu che riconobbe l’intervento e sanò la situazione sotto il profilo giuridico.
Cosa sta succedendo, invece, in Libia? Succede che sì, Gheddafi fa cose brutte ed esecrabili contro il suo popolo e minaccia la pace e la sicurezza internazionale. L’Onu ha prima adottato la risoluzione 1970 che fa riferimento all’articolo 41 della Carta Onu (misure non implicanti l’impiego della forza armata) e poi la risoluzione 1973 che, riferendosi genericamente a tutto il Capo VII, prevede anche l’uso della forza. Ed è sulla base di questa risoluzione che si è costituita la coalizione che sta agendo in Libia: non c’è violazione del diritto internazionale. Almeno per ora. Poi magari ci sarà nei prossimi giorni o nelle prossime ore, perché vai a sapere te come la Francia o chi per essa interpreterà l’inciso “con tutti i mezzi necessari”.
Quindi, a me pare che la differenza tra le due vicende sia evidente: una situazione di illegalità internazionale nel 2003, una situazione di legalità internazionale nel 2011. E’ una differenza anche sostanziale, a mio avviso, perché da chi vuol affermare le ragioni della democrazia e del diritto io mi attendo il rispetto del diritto, non una sua violazione. La critica che si può fare – anzi, no: mi correggo – la critica che si deve fare stavolta è che l’Onu non ha, come fece invece nel 2002, approvato una risoluzione che prevedesse un’inchiesta, una mediazione, una conciliazione, un arbitrato, qualcosa insomma che cercasse di evitare l’intervento militare. Diciamo che l'opzione bellica è giunta in modo che lascia perplessi e molto dubbiosi circa lo svolgimento, la conclusione e tutto quel che avverrà dopo la conclusione.
EDIT: stasera al Tg1 la domanda fatta ieri sera a Casini è stata ripetuta a Bersani. Si vede che il punto sta loro particolarmente a cuore (domani sera a chi lo chiederanno, a Gasparri?). Mi fa piacere che il segretario piddino abbia risposto nel senso indicato dal mio post (wow!!!).
domenica 20 marzo 2011
Altri pensieri sulla guerra
Sbaglierò, ma io vedo la situazione come un calderone di fattori e di considerazioni che mischiano il giusto e l’ingiusto, l’equità e l’iniquità, l’accettabile e l’inaccettabile. Trovo ripugnanti le frasi di Bossi che dice che non avremmo dovuto intervenire perché questo causerà un’ondata di immigrazione sul nostro territorio (punto primo: è questo il problema? punto secondo: qualcuno spieghi al ministro – già, Bossi è ministro! – la differenza tra esule politico e immigrato), trovo limitate ed egoiste le obiezioni di Beppe Grillo in base alle quali l’Italia non avrebbe dovuto prender parte all’attacco perché “un missile libico potrebbe colpire in ogni momento una nostra città” (punto primo: e perché, i missili che colpiscono i libici, quelli non fanno male? punto secondo: se è legittimo e giusto intervenire, il problema della ritorsione deve passare in subordine), trovo risibili e troppo strumentalmente elettorali le motivazioni con cui l’Italia dei Valori appoggia la risoluzione Onu, ma sostiene che il nostro Paese non deve impegnarsi direttamente.
Quello che, però, non mi va giù è questa brutta abitudine – chiamiamola così – per la quale si passa dall’accettazione diplomatica di tutto alla guerra. Ieri amici, oggi nemici. Il caso Italia-Libia è probabilmente il più eclatante degli ultimi decenni, ma non è il primo e non sarà l’ultimo.
Che poi, la comunità internazionale non manca di strumenti, di vie di mezzo tra l’accettazione passiva e la guerra. L’articolo 33 della Carta Onu da solo ne prevede almeno sette: negoziati, inchiesta, mediazione, conciliazione (la differenza tra questi due istituti sta nel ruolo del “terzo”: nella conciliazione è più forte e diretto), arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad organizzazioni o accordi regionali. Ci sono poi le varianti sperimentate a questi istituti, come la med-arb (si avvia una mediazione partendo dal presupposto che, in caso di fallimento, si dovrà ricorrere ad arbitrato), la advisory arbitration (l’arbitrato non dirime la controversia, ma serve per conoscere l’esito di un eventuale arbitrato in caso di stallo della mediazione), la final offer arbitration (ogni parte avanza una proposta di soluzione della controversia e la sottopone ad arbitrato) e così via.
Ci sono organizzazioni, come la OSCE (Organizzazione sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa: comunque con la Libia non avrebbe potuto farci niente), che più volte in passato sono intervenute con azioni, anche efficaci, di prevenzione dei conflitti tramite proprie istituzioni, come l’Odhir (Office for Democratic Institutions and Human Rights) e l’Hcnm (High Commissioner on National Minorities), e missioni in cui il personale diplomatico e civile è stato affiancato da quello militare. Per dire: se non ci fosse stata l’OSCE, anche la Repubblica di Macedonia sarebbe stata teatro di una guerra civile, forse non meno sanguinosa di quella in altre regioni della ex Jugoslavia.
Certo, in tutti questi casi ci vuole il consenso degli Stati coinvolti e con personaggi come Gheddafi mi rendo conto che non sarebbe stato – e non sarà – facile, basta vedere come ha trattato l’Alto Commissario ONU per i rifugiati. Ma almeno provarci. Ecco perché pur capendo le motivazioni del conflitto attuale in Libia, faccio una fatica enorme – enorme! – a dire che si tratta di una guerra giusta.
Infine, mi pongo tante domande su come sarà interpretato quell’inciso presente nella risoluzione 1973: “to take all necessary measures, notwithstanding paragraph 9 of resolution 1970 (2011), to protect civilians and civilian populated areas under threat of attack in the Libyan Arab Jamahiriya, including Benghazi”.
P.S.: questa della prevenzione dei conflitti è una cosa che mi sta particolarmente a cuore e mi fa soffrire da sedici anni. Per questo ne scrivo e continuerò a scriverne, a costo di risultare palloso.
sabato 19 marzo 2011
Una guerra legittima. Una guerra giusta?
Sotto il profilo giuridico, mi pare che dal 1945 ad oggi questo sia uno dei casi che presenta meno dubbi. C’è una situazione di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, nonché gross violation dei diritti umani (non saprei come altrimenti definire il bombardamento di civili da parte del proprio governo), il che rende del tutto inutile il richiamo alla non ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano di cui all’articolo 2.7 Carta Onu. Il Consiglio di Sicurezza prima ha adottato una risoluzione, la 1970 del 26 febbraio 2011 con la quale, agendo espressamente in virtù dell’articolo 41 Carta Onu (“Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri delle Nazioni Unite ad applicare tali misure”), è stato chiesto, attraverso una serie di misure, “an immediate end to the violence and calls for steps to fulfil the legittimate demands of the population”. Poiché le misure previste si sono rivelate inutili, è stata approvata un’altra risoluzione, la 1973, che fa riferimento alla precedente e sancisce nuove azioni in virtù del Capo VII Carta Onu in generale. In particolare – anche se il riferimento non è esplicito – all’articolo 42: “Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite”. E, in effetti, la risoluzione prevede una serie di azioni: no fly zone, embargo, chiusura dei collegamenti aerei e così via.
Chi è che può mettere in pratica tali atti? Quando fu redatta, la Carta Onu – all’articolo 43 – prevedeva che “al fine di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, tutti i Membri delle Nazioni Unite si impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza, a sua richiesta ed in conformità ad un accordo o ad accordi speciali, le forze armate”. Non i caschi blu, attenzione; non una semplice forza multinazionale; bensì un vero e proprio esercito Onu comandato dall’Onu. Ma, ahimè, non è mai stato formato. Quindi, nella risoluzione 1973 c’è l’autorizzazione agli Stati membri “that have notified the Secretary-General acting nationally or through regional organizations or arrangements, and acting in cooperation with the Secretary-General, to take all necessary measures, notwithstanding paragraph 9 of resolution 1970 (2011), to protect civilians and civilian populated areas under threat of attack in the Libyan Arab Jamahiriya, including Benghazi, while excluding a foreign occupation force of any form on any part of Libyan territory, and requests the Member States concerned to inform the Secretary-General immediately of the measures they take pursuant to the authorization conferred by this paragraph which shall be immediately reported to the Security Council”.
Insomma, stavolta non ci sono dottrine Bush, non ci sono difese preventive, non ci sono contorsioni verbali per giustificare giuridicamente l’uso della forza (che, val la pena sottolineare, in questo caso esclude l’occupazione del territorio). Pure per quanto riguarda il nostro ordinamento, il richiamo all’articolo 11 della Costituzione per negare in punta di diritto l’intervento italiano mi pare parecchio forzato: non c’è il ricorso alla guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali” e, anzi, questo potrebbe essere il tipico caso in cui si ricorre all’esercito per consentire “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
Quindi, non mi sembra ci siano dubbi sulla legittimità della guerra.
Ma è anche guerra giusta? Io è un paio di giorni che me la pongo questa domanda. Una risposta definitiva non l’ho ancora, ma mi sto avvicinando.
Ho cercato di sgomberare il campo dalle obiezioni più comode. Per esempio, trovo irritante l’atteggiamento della Lega Nord che non ha problemi ad appoggiare un intervento militare in Iraq (quello sì, illegittimo), ma non questo perché si corre il rischio di rappresaglie da parte di Gheddafi. Se tale deve essere il criterio (muoiano pure, basta che siano lontani da casa), certa gente non dovrebbe nemmeno potersi fregiare del titolo di “onorevole”. Né concordo con chi dice: “una scelta necessaria per mantenere il nostro ruolo in Europa”. Non si inizia una guerra e non si espone la popolazione a ritorsioni per mantenere un ruolo: la si fa se è giusta e legittima. Altrimenti, non siamo tanto diversi da Mussolini quando attaccò una Francia ormai allo stremo nel 1940.
Infine, non mi chiedo: perché in Libia sì e – putacaso – in Bahrein no. Con tutte le risposte retoriche che ne deriverebbero: e gli Stati Uniti, e il petrolio, e la Francia, e la Gran Bretagna, e la Russia…
Faccio invece un altro ragionamento. Fino ad oggi, anche a sinistra, ci siamo sempre “nascosti” dietro lo scudo dell’Onu. Ora lo scudo dell’Onu c’è.
La guerra mi fa vomitare e l’esercito, con i suoi riti e le sue mentalità, pure. Vorrei tanto che gli insegnamenti di Gandhi e Capitini trovassero attualità pratica. Tuttavia, in mancanza di strumenti migliori, e pure di Gandhi e Capitini – e lo dico ricordandomi bene di essere stato uno dei primi obiettori di coscienza al servizio militare nella mia piccola città di provincia –, in un caso come questo (minaccia alla pace internazionale; violazione di diritti umani; riconoscimento da parte della comunità internazionale della legittimità della domanda della popolazione libica; risoluzione dell’Onu che rende legittimo l’uso della forza escludendo l’invasione territoriale; costituzione di un panel che controlli il rispetto della legalità internazionale) sono costretto a dire anch’io: a mali estremi, estremi rimedi.
venerdì 18 marzo 2011
Innalzare il livello del dibattito
io sono uno che per passatempo, quando la sera rientra a casa da lavoro, scrive su un blog letto da quattro gatti. Lei, invece, è l’organo apicale di un’importante associazione che riunisce migliaia di magistrati, ossia coloro che, in modo diffuso, esercitano uno dei tre poteri dello Stato.
Perché sottolineo questo?
Perché io potrei anche essere d’accordo con Lei (non lo sono, per motivi bene espressi da altri, ma fa niente): il Pdl ha definito gli uffici giudiziari di Milano avanguardia rivoluzionaria, per cui non ha la legittimazione storica, politica, culturale e anche morale per affrontare il tema della riforma della magistratura. Ma quegli esponenti politici che non hanno legittimazione storica, politica, culturale e anche morale non aspettavano altro che un magistrato importante dicesse loro che non hanno legittimazione storica, politica, culturale e anche morale. E sa perché? Per poter così intonare la loro canzone preferita, la “Canzone della Vittima” (ha presente? Quella che ha quel ritornello che fa “toghe rosse, toghe rosse”). Così come, meno di una settimana fa, non aspettavano altro che un pubblico ministero partecipasse a una manifestazione antigovernativa e dicesse cose pure giuste e sensate, ma che in quel contesto passavano in secondo piano.
A volte non capisco, evidentemente io son corto di cervice. Vedo gente degna e onesta e brava e preparata che sembra lo faccia apposta di offrire argomenti a chi le vuole male. Sappiamo quali sono i trucchetti retorici preferiti dal centrodestra. Quello più utilizzato è “buttarla in caciara”. Oh, fanno presto da quelle parti, perché dalle nostre non manchiamo di offrir loro dei pretesti. Un Flores d’Arcais, un Travaglio, un Di Pietro che, per fare quello più duro e puro di tutti, la spara grossa lo si trova sempre. Se ad essi si aggiungono anche i magistrati, però, siamo fritti.
Gentile Giuseppe Cascini,
io sono nessuno ed è senza modestia che mi permetto di avanzarLe un suggerimento. Faccia sì che l’Associazione Nazionale Magistrati comunichi ai cittadini le motivazioni che la portano a osteggiare la riforma Alfano. Sono, a mio avviso, ottime ragioni: dall’obbligatorietà dell’azione penale alla responsabilità civile, dalla separazione delle carriere al rapporto con la polizia giudiziaria le cause di preoccupazione per quel che potrà avvenire – con legge ordinaria, perdipiù – non mancano. Illustratele bene, concentratevi sul merito, innalzate il livello del dibattito, fate in modo di parlare non soltanto ai molti cittadini che sono dalla Vostra parte, ma pure a quelli più sensibili alla propaganda di governo. So che non è facile, ma almeno provateci, porca trota! E lasciate a noi blogger da quattro soldi, ai polemisti di professione e ai tecnici da bar le polemiche più rudi sulla legittimazione di chi sostiene la riforma Alfano.
EDIT: questo post è stato scritto un'ora e mezzo prima dell'ultima puntata del comizio di Giuliano Ferrara su Raiuno.
giovedì 17 marzo 2011
Ignorare i leghisti
Ma basta!
E' quello che vogliono loro.
Più ci si concentra sulle loro idiote provocazioni e meno si parla del fallimento della loro politica: sulle tasse, sugli sprechi e sui costi della politica, sul malgoverno di tante amministrazioni locali da essi guidate, sui famosi lacci e lacciuoli, sui provvedimenti per le piccole imprese. Sono stati al governo nazionale per otto degli ultimi dieci anni, non hanno ottenuto un risultato significativo che sia uno e l'opposizione, invece di dirlo, ridirlo, ribadirlo in tutte le salse (come hanno fatto loro per vent'anni con lo slogan "Roma ladrona"), sta lì ad alzare il sopracciglio perché hanno disertato la seduta parlamentare straordinaria del 17 marzo.
Se proprio bisogna parlare delle loro provocazioni, beh, allora prendiamoli per il culo facendo risaltare i loro paradossi e l'insulso velleitarismo delle loro rivendicazioni: tipo quella del deputato piemontese che sulla Padania di oggi scrive un articolo pomposamente intitolato "Diventeremo un grande Paese quando sarà salva la nostra identità culturale e la sua lingua". La lingua a cui questo tizio fa riferimento è il piemontese (che poi: lingua...). E il paradosso è che l'articolo è scritto in italiano. Perché sennò col piffero che in Lombardia e in Veneto lo avrebbero letto o capito.
Feste nazionali
Stamani sono andato in città.mercoledì 16 marzo 2011
Discorsi da bar
Per dire.
Se fanno una centrale nucleare tra Spilimbergo e Latisana (Friuli Venezia Giulia), ma proprio nel giorno dell’incidente che manda tutto a catafascio spira la bora o la levantera, a farne le spese non sono (soltanto) quelli di Udine, ma (soprattutto) i trevigiani conterranei di Luca Zaia e gli altri abitanti del Veneto. Se l’incidente avvenisse a Fidenza e tirasse vento da sud, avrebbe voglia Roberto Formigoni di dire che la sua Regione è autosufficiente sotto il profilo energetico. Se poi succedesse qualcosa alla centrale svizzera di Lucens in presenza di tramontana, fossi in Roberto Cota mi preoccuperei e anche assai…
martedì 15 marzo 2011
E il Giovanardi passa la mano
Ora. Io ho sempre considerato Giovanardi un “democristiano dentro”. Chi fa parte di questa categoria non è il pretoriano alla Sandro Bondi, ma nemmeno il leghista che punta i piedi e minaccia sfracelli se non gli dai il federalismo. Al contrario, il “democristiano dentro” è il classico finto-tranquillone che conosce bene i meccanismi della politica e, al tempo stesso, crede in quello che dice (anche quando spara cazzate) e in quello che fa (pure se si tratta di iniziative velleitarie). Ma, soprattutto, è uno che nasce con la cadrega appiccicata al deretano a mo’ di cisti e non ha grandi alzate d’ingegno. Infine, non è uno sprovveduto e neppure il tecnico prestato alla politica, quello che un giorno scopre che lo stanno prendendo per il culo e allora, sdegnatosi, abbandona la compagnia al suo destino e torna all’amata cattedra in facoltà.
Per cui uno si chiede: è successo qualcosa? Perché non è che i fondi a Giovanardi – l’unico uomo del centrodestra imbronciato pure quando ride – glieli han tolti ieri. Bastava che lui leggesse la finanziaria. Anzi: le finanziarie. Quelle dal 2008 ad oggi. Gli stanziamenti iniziali di competenza per il sostegno alla famiglia erano nel 2010 185,3 milioni di euro: sono scesi a 51,5 nel 2011 e per il 2013 è previsto che arrivino a 31,4. Per la lotta alle dipendenze si prevedono 10 milioni di euro l’anno, per il terzo settore nemmeno 2 milioni.
Le briciole, insomma.
L’unica spiegazione che riesco a darmi è la raggiunta consapevolezza che qualcuno prima o poi gli chiederà conto delle grandi promesse di cui si era fatto portavoce in questi tre anni di (mal)governo. Nel programma con cui il Popolo delle Libertà aveva vinto le elezioni del 2008 stavano scritti dei gran bei proponimenti sulla famiglia: graduale e progressiva introduzione del quoziente familiare, reintroduzione del bonus bebé per sostenere la natalità, graduale e progressiva riduzione dell’Iva su latte, alimenti e prodotti per l’infanzia, assegnazione di libri di scuola gratuiti per le famiglie meno agiate estesa al 18° anno di età, attuazione del piano straordinario per le persone non autosufficienti, revisione del sistema di assistenza sociale in base al principio di sussidiarietà e tante altre belle cosine. Che il popolino magari dimentica in fretta – se mai le ha lette –, ma il sacerdote della Caritas, il dirigente dell’associazione di volontariato, il delegato del Consiglio pastorale probabilmente no. Oggi il piatto piange. E pure Giovanardi. Che, in tempi di rimpasto, deve aver sentito puzza di capro espiatorio e ha pensato bene di chiamarsi fuori.
Oh, io altre spiegazioni al suo gesto non so dare. Ma magari mi sbaglio.
lunedì 14 marzo 2011
No al nucleare, sì alla ricerca
Da un lato quelli che, forti di quanto è avvenuto in Giappone a seguito del terremoto, son lì a dire “ve l’avevamo detto!”, come se un sisma di magnitudo 8.9 capitasse tutti i giorni.
Dall’altro quelli che minimizzano a oltranza fino ad arrivare, per giustificare la scelta nucleare, ad argomenti paradossali e paragoni idioti.
Possibile che non si riesca a imbastire un dibattito serio e laico? Tanto più che proprio in questi giorni stiamo facendo i conti con un provvedimento governativo che potrebbe incidere profondamente sulle aziende e sulle famiglie che, negli ultimi anni, hanno investito in altre fonti di energia rinnovabile (e, se è concessa la notazione personalissima, sta incidendo anche sul mio lavoro, visto che ho diversi clienti nel ramo: il più importante di essi dichiara di aver perso, nell’ultima settimana, un paio di milioni di euro in commesse già quasi definite).
Insomma, a me il nucleare non convince. Per i tempi di realizzazione delle nuove centrali in Italia. Per i costi. Per la questione dello smaltimento delle scorie. Per la sicurezza.
Ciò non significa, comunque, che non si debba investire nella ricerca nucleare. La ricerca non può e non deve avere di queste limitazioni: magari, ricerca e ricerca, si arriva se non alla fusione nucleare, a costruire centrali sicure o a costi economici, sociali e ambientali che possano valere la candela. Il punto è che se continuiamo con questo approccio ideologico, quasi da guerra di religione, anche fare ricerca diventa impossibile. E mi riferisco a tutte e due le parti, non soltanto a quelle anti-nucleare.
domenica 13 marzo 2011
Il 30% in più della Gelmini
Sono pertanto andato a guardare le cifre del bilancio statale. Il documento da cui attingo è quello ufficiale del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato.
Nel 2009, gli stanziamenti furono 44.016,3 milioni di euro per l’istruzione scolastica e 8.552,3 milioni di euro per quella universitaria.
Nel 2010, essi ammontarono a 44.183,7 milioni di euro per l’istruzione scolastica (+ 0,38% rispetto al 2009) e 7.908,4 milioni di euro per quella universitaria (- 7,53% rispetto al 2009).
Per il 2011 gli stanziamenti iniziali di competenza sono 42.063,6 milioni di euro per l’istruzione scolastica (- 4,8% rispetto al 2010) e 8.006 milioni di euro per quella universitaria (+ 1,23% rispetto al 2010).
La variazione percentuale degli stanziamenti iniziali di competenza per la legge di bilancio 2011 rispetto al 2010 sono, nel dettaglio, i seguenti: - 0,75 % all’istruzione prescolastica, -21,2% alle iniziative per lo sviluppo del sistema istruzione scolastica e per il diritto allo studio, -31,44% alle istituzioni non statali, -71,76% al sostegno all’istruzione, -5,69% all’istruzione primaria, -1,85% all’istruzione secondaria di primo grado, -5,88% all’istruzione secondaria di secondo grado. Gli unici aumenti riguardano voci secondarie, come l’istruzione post-secondaria degli adulti e formazione professionale (+ 515,73%, ma si tratta di neanche 3 milioni di euro su un bilancio di 42mila) e la programmazione e il coordinamento dell’istruzione scolastica (+ 49,25%, ma pure qui si tratta di 66 milioni di euro).
Il trend non sarà diverso nei prossimi anni: nel 2012 gli stanziamenti iniziali di competenza dovrebbero scendere da 42.063,6 milioni di euro a 40.946 e arrivare, nel 2013, a 40.580,7 per l’istruzione scolastica, e la diminuzione sarà, dagli attuali 8.006 milioni di euro a 7.522,6 nel 2012 e a 7.468,8 nel 2013 per quella universitaria.
Nel 2009 rispetto al totale generale lo stanziamento per l’istruzione scolastica era il 5,84% (1,13% quello per l’universitaria), nel 2010 era il 5,51% (0,98% università) e nel 2011 sarà il 5,66% (1,07% università).
Non so, quindi, dove spunti fuori il 30% in più di spesa per la scuola. A voler essere buoni, si può riconoscere soltanto che, rispetto al 2010, nel 2011 le spese per l’istruzione scolastica sono state tagliate meno di altre. Ma sempre di tagli si tratta.
Sigarette a fissione nucleare
sabato 12 marzo 2011
Altre cosucce che non mi quadrano nella riforma Alfano
Penso, in definitiva, che sia abbastanza corretta l’interpretazione che di tutto questo ambaradan messo su da Berlusconi ha dato il direttore di Europa Stefano Menichini: “Né Berlusconi né Alfano mirano a portare a casa la riforma. Più semplicemente, un enorme carico di lavoro viene finalmente depositato su un parlamento fin qui nullafacente, al quale si dà da fare per almeno un anno e mezzo di legislatura. Un piccolo capolavoro di agenda setting, più che una riforma epocale. Che servirà a Berlusconi a presentarsi nelle aule del processo Ruby e degli altri, ponendo a difesa non più le variazioni anagrafiche marocchine, le fidanzate stabili e tutte le altre castronerie inventate in questi mesi, bensì il proprio ruolo di vittima designata della corporazione che non vuole farsi riformare”.
Quindi, potremmo anche piantarla qui e parlare di cose più serie. Se non fosse che ci sono altre due cosucce sulle quali riflettere e che sono filosoficamente sbagliate. Attenzione: il fatto che lo siano “filosoficamente” non significa che nel concreto siano irrilevanti. Anzi, a mio avviso tradiscono sia l’atteggiamento negativo nei confronti di un potere dello Stato che caratterizza, da anni, il centrodestra italiano, sia lo spirito della riforma.
E’ stato detto e ripetuto che la responsabilità civile diretta dei magistrati è giustificata dal fatto che essi sono cittadini come tutti gli altri. In tal senso pure lo stesso Alfano: “Il principio di responsabilità esprime un principio di uguaglianza. Se sbaglia il medico è responsabile e il cittadino può citarlo. Così potrà avvenire anche per il magistrato. Si attua il principio della legge uguale per tutti”. Bene: se il pm è come un medico, così come ci sono chirurghi che continuano a esercitare in sala operatoria pur essendo parlamentari, non vedo perché uno Spataro o un Nordio (due nomi a caso) non possano fare i senatori o i deputati continuando a vestire la toga. Tanto, se sbagliano, pagano di tasca loro.
Infine, se – come ha detto ancora Alfano nella stessa circostanza – “questo nuovo sistema prevede il giudice in alto, con il pm e il cittadino allo stesso livello. Finora i piatti della bilancia erano sbilanciati a favore dei magistrati: da una parte c’erano giudici e Pm, dall’altra il cittadino solo. Ora invece i piatti sono stati messi su un unico piano. In una condizione di parità”, allora che parità ci sia effettivamente: non capisco perché il cittadino che è stato condannato può ricorrere in appello, mentre il pm che vede assolto l’imputato deve accettare la sentenza e zitto, senza possibilità di ricorso. O tutti possono fare ricorso o parità non c’è.
P.S.: in ogni caso, se fossi l’amministratore delegato di una compagnia assicurativa comincerei a studiare una polizza “responsabilità civile magistrati”. I fondi? Semplice: intanto, alziamo di uno zic il bonus malus della RC auto…
venerdì 11 marzo 2011
Ma la bozza Boato era ben diversa dalla riforma Alfano
Andiamo per punti.
Separazione delle carriere
Il testo della Bicamerale affermava che “la funzione giurisdizionale è unitaria” (art. 118), mentre la riforma Alfano prevede che “i magistrati si distinguono in giudici e pubblici ministeri. La legge assicura la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri” (art. 5 ddl Alfano).
Il testo Bicamerale aggiungeva che “tutti i magistrati ordinari esercitano inizialmente funzioni giudicanti per un periodo di tre anni, al termine del quale il Consiglio superiore della magistratura ordinaria li assegna all'esercizio di funzioni giudicanti ovvero inquirenti, previa valutazione di idoneità. Il passaggio tra l'esercizio delle funzioni giudicanti e del pubblico ministero è successivamente consentito a seguito di concorso riservato, secondo modalità stabilite dalla legge. In nessun caso le funzioni giudicanti penali e quelle del pubblico ministero possono essere svolte nel medesimo distretto giudiziario” (art. 124) e “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni” (art. 125).
CSM
Il progetto prevedeva un unico CSM composto però “di una sezione per i giudici e di una sezione per i magistrati del pubblico ministero”.
Il ddl Alfano prevede due CSM: uno per la magistratura giudicante (art. 6) e uno per la magistratura requirente (art. 7).
Nel progetto bicamerale “i componenti di ciascuna sezione sono eletti per tre quinti rispettivamente dai giudici e dai magistrati del pubblico ministero tra gli appartenenti alle varie categorie e per due quinti dal Senato della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio” (art. 120).
Nel ddl Alfano, i componenti del CSM-giudicante sono eletti “per metà da tutti i giudici ordinari previo sorteggio degli eleggibili e per metà dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio”. Stesse regole per il CSM-requirente, con la differenza che sono i pm a eleggerli.
Inoltre, nella bozza della Bicamerale le due sezioni potevano "esprimere pareri sui disegni di legge di iniziativa del Governo prima della loro presentazione alle Camere, quando ne venga fatta richiesta dal Ministro della giustizia” (art. 121). Nel ddl Alfano questa facoltà non è prevista. E' un'altra variazione sostanziale, direi.
Provvedimenti disciplinari
Il testo Bicamerale prevedeva una Corte di Giustizia, formata da nove membri eletti tra i propri componenti dalle due sezioni del CSM (art. 122).
L’art. 9 del ddl Alfano, invece, prevede una Corte di disciplina – con una sezione per i giudici e una per i pm – i cui componenti sono eletti per metà dal Parlamento (attingendo a docenti e avvocati) e per metà dai giudici e pm (attingendo a loro colleghi, previo sorteggio degli eleggibili).
La differenza è notevole, mi pare.
Obbligatorietà dell’azione penale
Il progetto Bicamerale statuiva che “il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale e a tal fine avvia le indagini quando ha notizia di un reato” (art. 132), mentre il ddl Alfano precisa che “l’ufficio del pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge” (art. 15).
Il cambiamento - per quanto rimandi alla legge ordinaria - è potenzialmente forte, anzi: devastante.
Polizia giudiziaria
Secondo la Bicamerale (art. 127) “L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria. La legge ne stabilisce le modalità”, mentre il ddl Alfano prevede (art. 12) che “il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge”.
Pure qui, la differenza salta agli occhi e non c'è bisogno di esegeti particolarmente esperti.
Responsabilità civile dei magistrati
La Bicamerale lasciava tutto invariato rispetto al dettato costituzionale, mentre il ddl Alfano (art. 16) introduce il principio in base al quale “i magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato. La legge espressamente disciplina la responsabilità civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale”.
Conclusioni
La bozza bicamerale non prevedeva la separazione delle carriere, il ddl Alfano sì.
La bozza bicamerale prevedeva un unico CSM diviso in due sezioni, il ddl Alfano prevede due CSM.
La bozza bicamerale prevedeva che il CSM potesse esprimere pareri legislativi, il ddl Alfano no.
La bozza bicamerale stabiliva che i provvedimenti disciplinari venissero adottati da una Corte di Giustizia i cui componenti erano membri del CSM e indicati dallo stesso, il ddl Alfano prevede che tali funzioni siano affidate a una Corte composta per metà da docenti e avvocati eletti dai parlamentari.
La bozza bicamerale lasciava invariate le disposizioni sull'obbligatorietà dell'azione penale, il ddl Alfano rimanda tutto alla legge ordinaria.
La bozza bicamerale prevedeva che i magistrati disponessero direttamente della polizia giudiziaria, il ddl Alfano no.
La bozza bicamerale non prevedeva la responsabilità civile diretta dei magistrati, il ddl Alfano sì.
In definitiva, dire che ci sono "molti punti in comune" o "il PD non ne vuole sapere, ma gli allora DS votarono a favore di quella riforma", come ho sentito dire stasera al Tg1 dal solerte intervistatore di Marco Boato è una grande cazzata.
I minuti e i secondi dei politici in tv
Ora, io sono uno di quelli che continua a guardare il Tg1. Non perché gli dia retta o perché abbia fame di notizie (per quelle mi servo di internet e giornali), ma perché all’ora di cena mi torna comodo.
Ebbene, sono sempre più convinto che queste polemiche con la clessidra che misura quanti secondi parla Tizio e quanti Caio siano insulse. Infatti, se io fossi il direttore di un telegiornale e volessi farlo subdolamente schierato, l’ultimo dei miei problemi sarebbe il minutaggio da dedicare a questa o quella forza politica.
Cosa farei, invece?
Innanzitutto, metterei in rilievo alcune notizie a scapito di altre. Mettiamo il caso che un parente di un sindaco della mia parte politica avesse fatto un abuso edilizio: fotonotizia, venti secondi e alé, si passa alla prossima. Che, guarda caso, è un approfondimento – anzi, no: uno scoop – su una vicenda che riguarda sempre la casa (benché sotto il profilo giuridico sia tutto in regola, al massimo un po' di malcostume e di approfitto), ma in un Comune amministrato dall’altra parte politica.
In secondo luogo, girerei bene il coltello nella piaga una volta individuato un punto debole nel partito che io osteggio. Per esempio, potrei mandare in onda due o tre volte nell’arco di poche sere un’intervista a un tizio che denuncia – senza prove, ma questo è un dettaglio e, comunque, io mi limito a intervistare – certe pratiche poco trasparenti nel circolo di un Comune periferico in quella forza politica e, magari, fare un collegamento un po’ subdolo con vecchie vicende, anch’esse mai chiarite né in una direzione né in quell’altra. Ovviamente, tacendo beghe ben peggiori in casa dei miei referenti.
Infine, last but not least, chiederei opinioni sui temi del giorno a editorialisti della mia stessa area ideologica. Oppure a cittadini che, guarda caso, sono tutti per la riforma di - putacaso - quell'articolo costituzionale di cui fino all'altro ieri ignoravano l'esistenza e che oggi indicano come la causa di tutti i mali nazionali.
Se poi il direttore generale mi chiedesse di riequilibrare i tempi di permanenza in video non avrei problemi: una bella intervista a un maggiorente del partito politico in questione, ma tutta incentrata sulle magagne che il suo gruppo sta attraversando; se poi costui fosse della minoranza interna e, durante l’intervista, gli scappasse una bella frecciatina contro il segretario, beh, tanto meglio.
Ecco quello che farei se io fossi un direttore (fazioso) di telegiornale. E andrei tranquillo: l’Osservatorio di Pavia il monitoraggio lo fa sui secondi di parlato. Per fortuna siamo in Italia e uno fazioso come me non andrebbe mai a dirigere le news, soprattutto in una televisione pubblica.
giovedì 10 marzo 2011
La riforma epocale del ministro Alfano come la vedo io
L'amministratore delegato ci pensa su e alla fine presenta il suo piano di rilancio: verranno cambiati gli orari all'ufficio paghe e il direttore del personale verrà affiancato da un consulente esterno che vigilerà su quel che fa.
Gli azionisti si guardano perplessi perché, in tutto ciò, il magazzino non viene minimamente sfiorato e i tempi di consegna rimarranno smisurati. L'amministratore delegato risponde che la sua è una riforma epocale perché l'ufficio paghe sarà strutturato secondo i canoni teorici così ben descritti dal grande docente di organizzazione industriale Paul D. Smithson.
Stando alle voci di corridoio, però, l'amministratore delegato ha così agito perché gli sta molto sugli zebedei il direttore del personale (che, per motivi vari che non starò a descrivere, non può licenziare: mannaggia!), mentre del calo del fatturato gli importa il giusto: tanto lui fra un anno andrà in pensione e quel che gli interessa ora è sistemare quella vecchia diatriba con il dirigente a lui inviso.
mercoledì 9 marzo 2011
Perché spero che il centrosinistra perda a Napoli
Se lo merita il Partito Democratico, incapace di rinnovarsi dopo l'esperienza Bassolino: il pasticcio delle primarie è soltanto la punta dell'iceberg. Mi spiace per Morcone che, a quanto ho capito, non c'entra niente, ma credo che se il PD vuol combinare qualcosa di decente in quella città ha bisogno di perdere alla grande, in modo che la sua attuale classe dirigente venga spazzata via definitivamente (e per via politica).
Se lo merita il partito di Di Pietro, sempre insensibile al gioco di squadra perché in quel movimento l'unica cosa che conta è poter distinguersi intonando il refrain "noi dell'Italia dei Valori...": e lo aveva già dimostrato l'anno scorso alle regionali.
Se lo merita Luigi De Magistris, che oggi ha lamentato di aver già iniziato la campagna elettorale e non poter tornare indietro: che ci spenda un patrimonio, in questa sua avventura, e poi arrivi terzo, lontano dai primi due, così li avrà buttati via quei soldi e forse imparerà la lezione.
lunedì 7 marzo 2011
Se Grillo scopre l'articolo 71 della Costituzione
Voglio invece concentrarmi sulla riforma dell’articolo 71. Grillo vorrebbe rendere obbligatoria la discussione pubblica delle proposte di legge di iniziativa popolare entro sei mesi dal deposito delle firme e cita l’esempio di quella da lui presentata (“non è ancora stata presa in esame dal Senato dopo più di tre anni”: affermazione non vera, in quanto è in corso di esame in Commissione affari costituzionali).
E’ la classica trovata populista demagogica alla Grillo: non sai se la sostiene per ignoranza dei meccanismi costituzionali o per il gusto di prenderci tutti per il culo.
Innanzitutto, una premessa. Non è che il Parlamento prende in esame le proposte di legge dei deputati e dei senatori ignorando quelle di iniziativa popolare. Ci sono proposte – presentate anche da politici importanti – assegnate alle varie Commissioni e, tra una cosa e l’altra, lì giacciono da anni. Ne prendo una a caso, l’istituzione dell’autorità per i servizi e l’uso delle infrastrutture di trasporto: presentata da alcuni eletti nelle file dell'opposizione il 15 maggio 2008, l’esame in commissione è iniziato il 7 aprile 2009 (dopo undici mesi) e, a distanza di quasi due anni, ne abbiamo perse le tracce. Di casi come questo ce ne sono migliaia: secondo una ricerca di Openpolis, dei 6.018 testi a iniziativa parlamentare dal 2008 ad oggi sono diventati legge solamente 34, ossia lo 0,56%. La domanda è: per quale motivo la proposta di legge di iniziativa popolare dovrebbe avere una corsia preferenziale rispetto alle altre? Perché la richiedono cinquantamila cittadini? Ma allora si introduce una nuova fattispecie di legge: la legge costituzionale, la legge di iniziativa popolare e la legge ordinaria. Una roba che non ha senso sotto il profilo della filosofia del diritto, un mostro giuridico. Se la ratio è la spinta del popolo, non si vede perché non dovrebbe – con la stessa insulsa e assurda motivazione – anche essere approvata. Pensiamoci bene: è il solito criterio propagandistico usato da Berlsconi quando dice che i sondaggi sono dalla sua parte ed è la stessa argomentazione a cui ricorre Gasparri quando, nei pastoni telegiornalistici, sostiene che l’opposizione deve stare zitta perché è il centrodestra ad aver vinto le elezioni ("la gente è con noi!" "un milione di persone in piazza? e le altre cinquantanove milioni che sono rimaste a casa?" e così via).
Poi: cosa significa “discussione pubblica”? Una volta che una proposta va all’esame della commissione parlamentare (come nel caso di quella presentata da Grillo) la discussione è già pubblica. La si vuole in Aula entro sei mesi? E con quale ragione? E perché l’assemblea dovrebbe discuterla entro quella data, magari preferendola a questioni più stringenti? Senza contare che se la maggioranza è ostile a quel progetto, questo non passa comunque. Se il problema è che il calendario dei lavori è troppo condizionato dal Governo in carica, allora esso riguarda non soltanto l’iniziativa popolare, ma – come ho scritto poc’anzi – anche l’iniziativa parlamentare, specialmente se di opposizione, e si può risolvere emendando non la Costituzione, ma il Regolamento di Camera e Senato.
Il punto che Grillo non afferra è che il problema del Parlamento non è la produzione legislativa. Anche in questi ultimi tre anni, periodo del quale tutti diciamo che i nostri rappresentanti non fanno niente, non sono mancate le nuove leggi, 197 in tutto: sembrano poche, ma sono una ogni cinque giorni. L’apparato normativo italiano è immenso, nessuno lo sa quantificare precisamente (150mila, 200mila leggi in vigore?), ma è accertato che è almeno dieci volte superiore rispetto a quello francese o tedesco.
Casomai, il problema del Parlamento è che le due assemblee hanno le stesse attribuzioni e che, rispetto pure a quanto avviene in altri Paesi, si concentrano sull’attività legislativa ignorando quella di controllo dell’esecutivo e di indirizzo: ancora il rapporto Openpolis evidenzia come ci siano ministri (Alfano, Maroni, Fazio, Tremonti, Brambilla...) che rispondono poco o niente alle interrogazioni: in altri Paesi il loro comportamento sarebbe oggetto di critiche ferocissime, l’opinione pubblica non glielo perdonerebbe; da noi invece non ci facciamo caso.
Da qui si dovrebbe partire. Poi, una volta stabilito come vogliamo organizzare Camera e Senato, anche con le opportune modifiche ai rispettivi regolamenti, potremo discutere cosa fare delle proposte di iniziativa popolare. Senza corsie preferenziali, però.
domenica 6 marzo 2011
Due faziosissime riflessioni sulla riforma della magistratura
Epperò…
Quanti casi abbiamo letto, negli ultimi cinque o dieci anni, di medici che hanno abusato dei pazienti, disposto analisi inutili per spillar loro soldi, prescritto medicinali al solo fine di avere bonus economici per sé stessi, litigato con lo staff in sala operatoria, dimenticato bisturi e altri ferri del mestiere nelle viscere dei pazienti in sala operatoria? Dunque, mettiamo che un ministro, non importa di quale schieramento, per ovviare a tutto ciò decidesse – putacaso – di privatizzare gli ospedali. Nessuno nega che abbiamo avuto troppi casi di malasanità in Italia, che ci siano tanti aspetti da migliorare o da modificare anche profondamente, che ci siano sprechi di risorse enormi. Ma forse che i medici, con la nuova strutturazione sanitaria, non dimenticherebbero più i bisturi nelle pance o non abuserebbero più dei loro pazienti?
Ho fatto questa riflessione mentre guardavo il servizio del Tg2, perché in questi giorni Il Giornale ha lanciato una nuova campagna contro la magistratura, raccogliendo casi, anche abbastanza eclatanti e sorprendenti, di magistrati che hanno avuto condotte, come dire?, riprovevoli. Per quanto mi riguarda, possono continuare per giorni, settimane, mesi, anni, ma non mi convinceranno che una magistratura con le carriere separate o un’Alta Corte al posto del CSM possa far cessare simili condotte. Per lo stesso motivo per cui una sanità organizzata diversamente non impedirà che medici disonesti o incapaci possano continuare a fare danni.
Sempre a proposito di giustizia, leggo su Repubblica del piano di riforma del ministro Alfano. Uno dei punti caratterizzanti è la responsabilità civile dei magistrati. Liana Milella, in genere molto ben informata su queste faccende, presenta il caso dei pm che devono “pure mettere mano al portafoglio per risarcire l’imputato che hanno intercettato senza successo”. Mi sono chiesto come reagirei se l’azienda per la quale lavoro mi rimborsasse le spese di viaggio da me sostenute solamente nel caso di stipula del contratto da parte del cliente. Salirei in auto soltanto se avessi la certezza della firma oppure se il gioco valesse la candela (ad esempio, la sede da raggiungere fosse a dieci chilometri dal mio ufficio o il contratto da firmare fosse talmente alto da correre il rischio di fare anche un viaggio più lungo) e, per il resto, attenderei calmo alla scrivania (sia mai detto che poi anche le spese telefoniche…). In altre parole, sarei inefficiente e l’azienda, anziché risparmiare, ci rimetterebbe un sacco di quattrini. Mi si dirà che il lavoro del magistrato non è quello di un funzionario commerciale. Verissimo. Ma pure un magistrato prima ancora di essere tale è un essere umano. E, ugualmente, temo che la norma che prevede di far pagare direttamente di tasca propria i pm rischierà di tramutarsi in una disposizione che renderà efficaci soltanto le indagini contro i ladri di polli colti in flagrante.
sabato 5 marzo 2011
Le sedi romane del PD
Sarebbe stato, a mio avviso, molto più trasparente e intellettualmente onesto dire: a differenza di altri partiti, non abbiamo in dote i miliardi del fondatore e abbiamo pensato bene di approfittare delle tariffe agevolate concesse alle associazioni creandone di nuove o sfruttandone di esistenti. Ci rendiamo conto che ciò non è stilisticamente bello e, visti i tempi che corrono, eticamente non è il massimo; magari, invece di tappezzare Roma di manifesti spesso brutti, inutili e sbagliati, avremmo potuto investire in sedi di circolo. Ma la politica è anche questo: avere dei luoghi dove riunirsi. E i soldi a nostra disposizione sono quelli che sono.
venerdì 4 marzo 2011
Cosa fare di dieci milioni di firme
Non so cosa ne faranno, né so quali fossero le reali intenzioni di chi ha promosso l'iniziativa.
Però io una mia idea ce l'ho. E dico che la raccolta è servita a qualcosa partendo dalla mia esperienza personale.
Nella democristianissima (sì, lo so: la DC come partito non esiste più, ma resiste ancora come modo di essere e di pensare) cittadina in cui vivo, i partiti generalmente escono allo scoperto in campagna elettorale. E' vero che, ormai, tra elezioni politiche, comunali, provinciali, regionali, europee e primarie ormai si va alle urne tutti gli anni, ma è anche vero che in quel periodo l'offerta non manca: vai al mercato e torni con la sporta piena di volantini, dépliant, santini e giornalini di forze politiche di tutto l'arco parlamentare ed extraparlamentare. Nelle settimane scorse, invece, è successo che per ben quattro sabati consecutivi uno che passava per la via che porta in piazza Grande si imbatteva nel gazebo del PD. E poteva fermarsi a firmare per le dimissioni di Berlusconi o per la proposta di legge sulle ricostruzioni post-disastri ambientali (a seguito di certe emergenze locali, dalle mie parti il partito si sente abbastanza vicino agli aquilani). Poi, per carità, il materiale distribuito era mediocre oppure ti fermavi a chiedere informazioni e le risposte erano quelle che erano ("scusi, mi saprebbe spiegare la proposta fiscale del PD?" "Ehm... er... scusi un attimo... Alessandro, puoi venire un attimo che c'è qui una signora?"), ma per quattro sabati il cittadino medio che andava in città a guardare le vetrine (il mio concittadino non è soltanto democristiano, è pure tirchio: guardare e non comprare, è una cosa da imparare) ha avuto modo di scoprire che c'è un partito che si chiama PD che, ogni tanto, esce fuori dalle sue stanzine e non parla soltanto di candidature e di alleanze. E, spero, i militanti del PD hanno avuto l'occasione di ascoltare. Ascoltare, già. La politica non è soltanto parlare e dire la propria. E' innanzitutto ascoltare. Io credo sia anche (e sottolineo anche) questo il famoso "rapporto con il territorio".
giovedì 3 marzo 2011
Vuoi mettere la soddisfazione di dire "solo io faccio la vera opposizione"?
In effetti, così è stato. Il realismo duro&puro ha avuto ragione.
Mi chiedo, dunque, dove pensavano di andare i soliti realisti duri&puri quando hanno raccolto firme per il referendum sul legittimo impedimento e pretendevano – ah, gli illusi! – pure l’election day.
(in realtà, più ci penso e più mi convinco che abbia ragione Francesco Piccolo)
mercoledì 2 marzo 2011
Stiamo meglio noi che nel resto d'Europa?
Per la prima volta da mesi, telegiornali e quotidiani non hanno insistito sulla solita solfa del ministro Sacconi. Sì, quella che dice che in Italia le cose vanno meglio che nel resto d'Europa.
C'è un motivo e per scoprirlo è sufficiente guardare i dati Eurostat.
Nel gennaio 2010 la media della disoccupazione nella Ue era al 9.5. In Italia era all'8.3%. Oggi la media nella Ue è sempre al 9.5%, mentre in Italia è cresciuta all'8.6%. In Francia, nel solito periodo, è diminuita dal 9.9% al 9.6%, in Germania dal 7.3% al 6.5%, in Regno Unito (dato al novembre 2010) dal 7.9% al 7.8%.
Se prendiamo i dati sulla disoccupazione giovanile, poi, il confronto è ancor più inquietante.
La media Ue era al 20.7% a gennaio 2010 e dopo un anno è al 20.6%. In Italia era al 26.6% e oggi è al 29.4% (+ 2.8%). In Francia, nel solito periodo, è diminuita dal 23.5% al 23.2%, in Germania dal 9.9% all'8.3% ed è aumentata invece nel Regno Unito (novembre 2010) dal 19.8% al 20%.
L'unico grande Paese che sta messo peggio dell'Italia è la Spagna, in cui i dati sulla disoccupazione - soprattutto giovanile - sono a livelli drammatici e continuano ad aumentare. Gli altri Paesi sono in convalescenza, stabili o tendenti alla guarigione pressoché definitiva. L'Italia? L'Italia è lì, si balocca con le leggi sulle intercettazioni, con le bandierine pseudofederaliste e con gli insegnanti comunisti.
