martedì 31 maggio 2011

Sconfitti al ballottaggio: Silvio Berlusconi e Beppe Grillo

Per certi aspetti può anche essere piacevole vedere lo spettacolo che offre il centrodestra dopo la disfatta elettorale. E’ qualcosa che a sinistra conosciamo bene: Cicchitto che chiede un serio dibattito interno mi ricorda Arturo Parisi, Formigoni che si produce nell’elogio dell’avversario fa pensare a Massimo Cacciari, la Polverini che rivendica la presenza della sua lista come unica chiave di vittoria per il centrodestra fa un po’ come i ben noti cespugli, Ferrara che pretende di risolvere tutto con le primarie recita la parte del rottamatore, Alemanno che prospetta di cambiare nome al partito mi sembra D’Alema... insomma, ieri a me oggi a te.
Io ritengo che il centrodestra sia a un punto tale che per risalire la china dovrà mettere da parte non tanto Berlusconi, quanto il berlusconismo (sempre che sia possibile scindere il soggetto dall’oggetto). In questa campagna elettorale ha infatti valicato un limite che non avrebbe dovuto superare. Quello della decenza.
In tutte le campagne elettorali, Berlusconi ha fatto promesse mirabolanti. Via via sempre di più. Nel 1994 e 1996 la rivoluzione liberale e un milione di posti di lavoro. Nel 2001 meno tasse per tutti e pensioni più alte. Erano parole, lo sappiamo, ma toccavano bisogni primari dei cittadini e gli italiani hanno abboccato. Negli ultimi tempi, per sopperire alla mancanza di un progetto vero, di una visione di Paese vera, le promesse sono diventate sempre più assurde, folli, paradossali: già l’anno scorso, alle regionali, il presidente del Consiglio si sbilanciò un po’ troppo (“sconfiggeremo il cancro in tre anni!”), ma gli andò di lusso, complici Beppe Grillo in Piemonte e Pierferdinando Casini in Lazio. Stavolta, c’è stato un crescendo, dai campi da golf di Lampedusa all’Ecopass di Milano e, nel momento stesso in cui la promessa (essendo il PdL una roba impostata sul berlusconismo, poco importa se la genialata viene pronunciata dall’eponimo o da un candidato) veniva pronunciata, tolti forse i fans più irriducibili, la reazione generale era “sì, vabbè...”. Ma non è – come hanno notato alcuni – che Berlusconi ha perso il tocco magico, la capacità di empatia con gli italiani. No, la sua è stata una involuzione necessaria, obbligata e ineludibile. Prometti oggi, prometti domani e senza mai riuscire a mantenere una sola delle tue trovate acchiappaconsensi: alla fine, poiché hai abituato male il tuo interlocutore, sei costretto non ad abbassare l’asticella, ma ad alzarla. Finché non l’alzi troppo in alto e la gente ti volta le spalle per manifesto distacco dalla realtà.

Sorte simile toccherà a Beppe Grillo, se continua così. Era partito benino, anni fa, denunciando le patologie dei partiti e dando espressione al mal di pancia di tanti italiani. Ma poi, schiavo del suo personaggio, è rimasto avvitato nelle spire dei deliri. Oggi l’ultimo esempio, che – mi si perdoni il paragone severo e ingiusto – mi ha fatto tornare in mente in alcuni passaggi certe robacce degli anni Settanta (sì, lo so: c’è un abisso, ma leggendo i toni apocalittici usati per la parola “Sistema” non ho potuto fare a meno di pensare allo “Stato Imperialista delle Multinazionali”).
Eppure, benché quindici giorni fa sia stato anch’egli tra i vincitori di contorno, uno degli sconfitti del ballottaggio è proprio Beppe Grillo. Dopo aver urlato e sbraitato che tutti i candidati di centrodestra e centrosinistra sono uguali, ha visto tanti suoi elettori tornare alle urne per dare un voto: evidentemente, per essi non tutti i partiti e non tutti gli schieramenti sono uguali e hanno disatteso le indicazioni fornite.

lunedì 30 maggio 2011

E ora che succederà?

Penso che domani tutti gli editorialisti di destra e buona parte di quelli cerchiobottisti rimarcheranno un aspetto di questo ballottaggio: ossia, la vittoria di candidati che essi definirebbero “di estrema sinistra”. Nel sottolineare questo aspetto non mancheranno di notare (con una punta di malcelata soddisfazione) che si tratta di un indebolimento per il Partito Democratico e il suo segretario.
Ma, prima di lasciarsi andare a un’analisi tanto immediata quanto superficiale, dovrebbero dare un’occhiata ai numeri assoluti. Al secondo turno questi pericolosi comunisti hanno raccolto parecchi voti in più rispetto a due settimane fa: Pisapia ben cinquantamila, il che significa che ha pescato non soltanto tra i grillini, ma pure tra i moderati del terzo polo; De Magistris ha più che raddoppiato; Zedda sembrerebbe aver fatto il pieno tra terzopolisti e liste civiche. Significa che loro – e la coalizione che li ha sostenuti – sono apparsi credibili (o più credibili dei loro avversari che in queste due settimane han dato triste spettacolo di sé stessi) agli occhi di un elettorato che non è proprio di sinistra.
Penso che se il centrosinistra è apparso credibile agli occhi di tanti elettori sia anche perché ha fatto... anzi, no, mi correggo: NON ha fatto. Gli errori commessi in passato.
Cinque anni fa, ai tempi dell’Unione prodiana, non fecero in tempo a chiudere il programma elettorale che già iniziarono i distinguo: e quelli non firmarono una parte perché in disaccordo, e quegli altri si smarcarono su un altro passaggio, e quegli altri ancora volevano la patrimoniale e, insomma, alla fine una baraonda inenarrabile che finì ben presto come era inevitabile che finisse.
Stavolta è andata diversamente. Qualcuno ha vinto le primarie, gli altri hanno evitato le polemiche, il programma era quello e nessuno ha fatto il brillante per guadagnarsi il quarto d’ora di celebrità e lo strapuntino sui giornali. Forse perché pensavano di perdere, chi lo sa, ma insomma han dato una bella prova di responsabilità. E anche a Napoli: dopo il primo turno, dalle parti del PD e di SEL nessuno ha detto “appoggeremo De Magistris se”, ma – a partire dai vertici nazionali – la parola d’ordine è stata “De Magistris”. Senza turarsi il naso. Chi se lo è turato, lo ha fatto in privato, senza farsi vedere. Non so se, a parti invertite, avrei visto lo stesso film, ma non importa: mi basta per auspicare che, una volta tanto, il centrosinistra abbia capito qualcosa dei suoi sbagli.

p.s.: a proposito del nuovo sindaco di Napoli. Fino ad oggi ha campato a base di slogan e proclami. Un Comune non è una Regione o una Provincia. Occuparsi di pattume e di buche nelle strade con il cittadino che lo vede subito se sei bravo oppure no, potrà essere l’occasione, anche per lui, per capire che in politica bisogna essere pragmatici e, talvolta, sporcarsi le mani (che non significa essere disonesti). Alla lunga, potrebbe essere anche questa una vittoria del riformismo.

p.p.s.: poi, certo, il centrodestra ci ha messo tanto del suo per l'affermazione del centrosinistra. Diciamo che c'era un limite che non avrebbe dovuto valicare. Lo ha valicato ed è stato punito. Ma di questo ne parliamo domani.

domenica 29 maggio 2011

Di sentieri, di santi, di leggende, di parassiti nei castagni

Oggi ho fatto una delle mie uscite montane. Due percorsi semplici, ma appaganti. Ricchi di storia e di leggenda. Come quella di San Pellegrino che resisteva alle tentazioni del diavolo finché questi, esasperato, gli mollò una sberla che lo fece roteare su sé stesso per tre volte prima di cadere a terra. San Pellegrino a quel punto perse la pazienza e rispose con un cazzottone ancor più potente che fece volare il diavolo fino al mare, non prima di aver forato un monte (che ancor oggi sotto la vetta è bucato) dalla parte di là della valle. Da allora, per secoli, tanti pellegrini si arrampicarono su per il monte, nel luogo dove c'era stata la lotta tra il santo e il diavolo, portando sulla spalla un sasso, tanto più grande quanto maggiori erano i peccati da espiare: e poi, giunti a destinazione, fatti tre giri attorno al luogo, lasciavano lì la pietra. Ne rimangono tantissime ancor oggi.

Sentieri che entrano nelle selve e ti fanno scoprire una realtà. Quella di un parassita che abbiamo, ahimè, importato dalla Cina e che sta rovinando tutti i nostri castagni: il dryocosmus kuriphilus è comparso alcuni anni fa in Piemonte e ora sta facendo danni anche nel resto d'Italia, impedendo lo sviluppo vegetativo e riducendo la fruttificazione. Ne derivano problemi per l'ambiente - ci sono zone in cui il castagno è l'albero prevalente - ma anche per l'economia: tante famiglie che producono miele e farina di castagne rischiano il tracollo finanziario. Stanno cercando di combattere la proliferazione del dryocosmus kuriphilus tramite un altro parassita, anch'esso importato dalla Cina: ma non sarà facile comunque.

Ecco, uno va per fare una passeggiata e scopre un bel po' di cose che non conosceva prima. E' la grandezza della montagna.

sabato 28 maggio 2011

Il futuro del PdL

C’è un aspetto che mi ha sempre incuriosito nell’evoluzione dei partiti italiani degli ultimi venti anni.
Quando essa ha riguardato partiti di centrosinistra, non è mai stata indolore: il PCI morì e dalle sue ceneri nacquero il PDS e Rifondazione e quest’ultima forza non era residuale, tutt’altro; DS e Margherita si sciolsero nel PD e componenti non secondarie non aderirono, altre uscirono in seguito e non per diverbi tra leader, ma per divergenze sulla linea politica; la stessa Margherita, che pure raccoglieva cocci di partiti senza più grandi capacità attrattive, ebbe la sua brava scissione appena nata. Insomma, in quest’area il cambiamento è sempre stato sostanziale e non soltanto formale.
Quando invece l’evoluzione ha riguardato i partiti di centrodestra, il passaggio è sempre stato indolore. Un cambiamento più formale che sostanziale in cui ha contato più la figura del leader da seguire che il rinnovamento delle idee e dei valori. Il vecchio MSI si sciolse in AN e, a parte quattro nostalgici, non ci furono grandi defezioni e grandi problemi; AN e Forza Italia dettero vita al PdL e, ancora una volta, senza particolari traumi. Gli allontanamenti sono stati casomai successivi e non in seguito a divergenze ideologiche e programmatiche, ma a causa di rancori personali e lotte di potere.
Per questo assisto senza grande sorpresa alle difficoltà odierne del PdL. Leggo certe ricette – il nome, l’organizzazione, il restyling – e penso che per un partito vero esse sarebbero secondarie, oppure affrontate all’inizio, non dopo tre anni. Leggo di Tizio e di Caia che stanno sulla porta, pronti a entrare o a uscire, ma anche no a seconda di come tira il vento, e mi viene da sorridere.
Dirò di più. Gli esponenti del centrodestra ironizzano spesso sul PD che in tre anni ha cambiato tre volte segretario, mentre loro – tzè – hanno sempre il solito da tre lustri: senza saperlo, enfatizzano la forza dell’avversario politico e non si rendono conto che proprio questo loro basarsi su un leader è una grande debolezza. Perché Max Weber ci ricorda una verità: nel momento in cui la fede nel leader carismatico vacilla, il suo potere può decadere rapidissimamente.

venerdì 27 maggio 2011

Vorrei essere cittadino milanese, domenica prossima

Vorrei essere un cittadino milanese, questo fine settimana.
Vorrei esserlo per dare il mio voto a Giuliano Pisapia: mi pare una brava persona. Può anche darsi che possa non essere all’altezza di guidare un grande Comune, ma sarà sicuramente un sindaco normale alla guida di uno schieramento normale, con i suoi pregi normali e i suoi difetti altrettanto normali: qualcuno avrà il mal di pancia perché non è diventato assessore, qualche lista si sentirà sottorappresentata, un’altra farà una sparata sopra le righe poi il giorno successivo ci metterà una toppa, ogni tanto litigheranno poi si riappacificheranno; insomma, quella che si chiama dialettica politica; e poi fra cinque anni si tireranno le somme e si vedrà se rivotarlo oppure no, senza viverla come un'ordalia.
Vorrei esserlo, cittadino milanese, per dare il mio voto a una persona che ha condotto una campagna elettorale normale, spiegando le cose che vuol fare e accusando l’avversario di non aver fatto altre cose, e, con il mio voto a Pisapia, premiare anche degli alleati che a novembre avevano perso le eliminatorie, ma poi hanno dato una gran bella lezione di democrazia sostenendo pancia a terra il candidato prescelto.
Vorrei essere cittadino milanese per dare il mio piccolo contributo (lo 0,000001% circa) all’affermazione di uno stile politico e alla condanna di un modo di fare troppo volgare per essere definito politico: per dimostrare che non tutti accettano l’esasperazione dei toni, la mediocrità dei contenuti, la maleducazione dei comportamenti.
Vorrei essere cittadino milanese e far vincere Pisapia per dare un segnale a tutti i cittadini di Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Belluno, Verona, Gorizia, Genova, La Spezia, Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia e degli altri capoluoghi che andranno al voto nel 2012: il segnale è che buttarla in caciara non premia e se il prossimo anno in una di queste città ci sarà un pandemonio come quello appena visto a Milano, chi lo avrà suscitato dovrà essere bocciato senza pietà.
Vorrei essere cittadino milanese perché i problemi delle famiglie a rischio povertà o dei lavoratori di Fincantieri (e altre aziende in crisi) non si possono risolvere a colpi di demagogia, o traslocando ministeri e dipartimenti a zonzo per l’Italia né, tantomeno, facendo finta che i problemi personali di un tizio che ha una carica importante a Roma siano quelli di altri sessanta milioni di individui.
Vorrei essere cittadino milanese perché i partiti politici e i loro schieramenti non sono tutti uguali e mi piacerebbe dimostrarlo mettendo una crocetta su una scheda elettorale.
Vorrei essere cittadino milanese per ricordare al sindaco uscente che al mercato a fare gli assaggini del formaggio doveva andarci questi anni addietro, non le ultime settimane di campagna elettorale; e per dire al suo sfidante che, vittoria o sconfitta non cambia niente, non sottovaluti la visita settimanale al mercato nel prossimo lustro.
Infine, vorrei essere cittadino milanese e far vincere Pisapia per dire anche al sindaco della mia città (quella in cui risiedo realmente, intendo dire) che flirtare con gli estremisti di destra – nel ruolo di attacchini ufficiali del candidato o di sdoganatori di discutibili personaggi in camicia nera – in passato qualcosa ha reso, ma ora i tempi son cambiati e si può finalmente tornare alla politica, quella vera.

giovedì 26 maggio 2011

Obama's thinking


I miei ventiquattro affezionati lettori sanno che ho inventato un software decriptatore dei discorsi dei politici: spesso essi ricorrono a bizantinismi e circonlocuzioni varie per non esprimere il loro vero pensiero, ma la mia applicazione bypassa i loro contorsionismi verbali e rende di pubblico dominio quel che passa per la loro mente.
Grazie all'ultima release del software, sono in grado di rendere noto a tutti ciò che Barack Obama pensava al G8 di Deauville quando Silvio Berlusconi gli si è avvicinato per parlargli dei giudici italiani di sinistra.
Di seguito, l'Obama pensiero in lingua originalissima.

Oh my..., but what fuck want now, this one?
If he told me one of his stupid barzellets, I swear that...
Judges?
One moment: I stand up, so I can see him from top to down... mmh, from up here I can appreciate his hair transplant. Bleah, it seems a carpet...
What a balls! Do you know a thing? Now I pretend to listen and I will say “yes” as we do with mad men, because he deserves to me to manage crisis in Middle East and then, in four and four eight, he comes back from he came!
But does he know how much I care of the italian courts?
Dictatorship of judges? But what are you stay to say? You got much complex than the first may concert!
Oh, but where is Cameron? He is still among my balls when I don’t need him, now I need and he isn’t...
Oh, Lord, do that the meeting starts immediately!!!

I senza cervello

E può anche darsi che sia come dice Berlusconi: gli elettori di sinistra sono senza cervello.
Ma gli elettori di destra che - lo ha detto lui per giustificare la débacle personale - prendono la scheda e mettono la ics sul simbolo del PdL pensando che il voto vada al capolista soltanto perché nel logo c'è il suo nome, beh... non è che si siano poi comportati come delle aquile!

mercoledì 25 maggio 2011

Chiesapia

Par di capire che settori (non proprio irrilevanti) della Chiesa italiana stiano sbilanciandosi verso Giuliano Pisapia.
Adesso – e mi rivolgo alla sinistra – mettiamo in chiaro una cosa. Non è che quando settori ecclesiastici si esprimono contro l’aborto allora è una indebita ingerenza e quando dicono qualcosa che fa comodo invece si può esultare. Se è ingerenza, è ingerenza sempre. Fermo restando che l’ingerenza non è attiva, ma passiva: non è, cioè, l’azione portata avanti dalla Chiesa (che fa semplicemente il suo mestiere), ma l’atteggiamento del politico che, per pavidità e/o interesse elettorale, la subisce.
Però aggiungo pure un’altra cosa – e stavolta mi rivolgo alla destra – e l’aggiungo da credente.
Non c’è niente di cristiano né di evangelico nell’agitare la paura dell’altro, sia costui un musulmano, un rom o un gay: chi non capisce questo semplice concetto, non ha capito una beata cippa né del termine “gentile” tanto usato da San Paolo nelle sue epistole, né di chi fossero i samaritani nel Vangelo. E quando, da destra, si tira fuori l'argomento della lotta all'aborto o del fine vita per sottolineare che loro attuano politiche di difesa della famiglia, credo che il rapporto Istat pubblicato nei giorni scorsi debba costringere a una riflessione non soltanto i ministri e i sindaci di tutto uno schieramento che si riempie la bocca di valori cristiani, ma pure il Vaticano e quelle gerarchie ecclesiastiche che, in cambio di una esenzione Ici o del finanziamento a una scuola privata, flirtano con certi politici. Non c’è niente di cristiano in una politica che ha costretto, in un solo biennio, 800mila donne a lasciare il lavoro a seguito di una gravidanza. E, di quei valori difesi solamente a parole, rimane ben poco pure in uno Stato che dimentica le politiche per i disabili e investe il meno possibile in asili nido, assegni familiari e politiche di lotta all’esclusione sociale.

Scrivo questo anche perché sono liberale e aperto a tutto e tutti, ma comincio davvero a essere intollerante alla lettura di articoli come quello di Mario Giordano oggi sul Giornale. Siam d'accordo che fra quattro giorni si vota e tutto fa brodo, ma insomma... un po' di dignità!

martedì 24 maggio 2011

Il quadratino con il pallino nel mezzo

Quando ero in terza elementare e venni dotato del sussidiario, per un certo periodo di tempo fui irresistibilmente attratto dalle pagine che il librone dedicava alla geografia. In particolare, mi piaceva la suddivisione dell’Italia con tutte le province. La mia era disegnata con il colore verde smeraldo. Risaltava bene e, diciamola tutta, era assai più bello dell’arancione, del marron-cacchetta (che, peraltro, si intonava bene con l’odiata cittàmerda rappresentata) e dell’ocra giallo delle province limitrofe. Anche il numero degli abitanti: a parte il capoluogo di regione, le altre stavano sotto la mia. Niente male pure la densità. E il monte più alto di tutta la regione dove stava? Ma nella mia provincia, ovviamente. Però c’era una cosa che non mi piaceva. Il capoluogo di regione accanto al nome aveva un quadratino, mentre le altre città avevano il cerchietto. La capitale d’Italia, poi, aveva il quadratino con il pallino nel mezzo ed era quello che la contraddistingueva. Pensavo che se la mia città fosse rimasta indipendente, come lo era stata per secoli, avrebbe avuto anch’essa il quadratino con il pallino nel mezzo.
Bastava davvero poco per entusiasmarmi, lo ammetto. Però avevo anche nove anni.
E’ un entusiasmo che ritrovo oggi nella foga con la quale uomini delle istituzioni (ebbene sì, sono uomini delle istituzioni) come Umberto Bossi e Roberto Calderoli perorano la causa dello spostamento di funzioni di governo (è improprio parlare di “ministeri”, poiché la novità riguarderebbe un paio di ministri senza portafoglio) a Milano. Mi chiedo a cosa si debba tanto calore. Forse che i problemi di lavoro e rischio povertà messi in risalto ieri dall’Istat potranno essere meglio risolti? Ma neanche per idea. Forse che si potrà dare lavoro a un po’ di persone? No, stiamo parlando di un numero modestissimo di collaboratori che dovranno spostarsi dal Lazio alla Lombardia. Forse che la mossa è desiderata dalla maggioranza dei milanesi e si vuol gettare un po’ di fumo nei loro occhi in vista del ballottaggio? Parrebbe di no, parrebbe che alla maggioranza degli elettori meneghini di questa cosa importi poco o niente.
Non resta che l’ultima ipotesi. Quella dell’entusiasmo di persone che hanno scoperto su un libro la possibilità di mettere il quadratino con il pallino nel mezzo accanto al nome di una città e e gli prende la fregola. Il problema è che queste persone non hanno più nove anni, ma un età variabile dai cinquantacinque a settanta. Cos’altro aggiungere? Niente. Purtroppo.

lunedì 23 maggio 2011

Stato asociale

Può darsi che uno di questi giorni riesca a trovare il tempo di leggermi tutto il rapporto annuale Istat presentato oggi. Alla prima veloce lettura, son rimasto sconcertato da alcuni dati riguardanti il capitolo sul lavoro. E da una tabella. Quella di pagina 198 sulla spesa per la protezione sociale nei paesi dell’Unione europea. Son dati che in parte conoscevo già, sapevo che in Italia la spesa è concentrata sulle pensioni e le altre voci vengono trascurate. Ma il confronto è impressionante.
Il sostegno a chi non lavora – in sussidi di disoccupazione o corsi di formazione e riqualificazione professionale – è bassissimo, soltanto la Romania investe meno, ed è un terzo di quanto previsto dalla legislazione francese e da quella tedesca.
Nel contrasto alla povertà siamo ultimi, investiamo due centesimi ogni cento euro di spesa sociale: un terzo di quanto spende la Germania, un quarto di quanto previsto in Regno Unito, un ottavo di quanto garantito in Francia.
Abbiamo un ministro per la famiglia – sì, quello che passa il tempo a prendersela con le coppie gay per far bella figura con il Vaticano –, ma non serve a niente: nella spesa per asili nido, assegni familiari e altri strumenti di supporto, solamente la Polonia è più avara, mentre Germania, Francia, Regno Unito (Paesi laici, che non hanno nemmeno voluto il riferimento alle radici cristiane nei trattati europei, quei miscredenti!) investono più o meno il doppio di noi. Se poi in famiglia c’è un invalido la situazione non migliora granché: tra pensioni di invalidità, contributi per l’inserimento lavorativo, strutture residenziali e servizi vari solamente Irlanda, Grecia e Cipro fanno peggio.
E lasciamo perdere le politiche abitative: un centesimo ogni cento euro di spesa sociale, quando in Francia sono 2.7 euro, in Germania 2.2 euro e in Regno Unito addirittura 5.4.
Insomma, quando non siamo ultimi pochi Paesi fanno peggio. Tutto questo perché la spesa sociale da noi è destinata, per la maggior parte, alle pensioni di vecchiaia e a quelle erogate ai familiari superstiti.

No, io non voglio una situazione di questo tipo.
Non mi interessa se andrò in pensione a 70 anni anziché a 60, ma voglio uno stato sociale vero. Voglio un sistema che mi dia non dico una tutela, ma una prospettiva, se perdo il lavoro o se mi infortuno seriamente e resto invalido o se ho un figlio down; che non mi sia ostile se voglio metter su famiglia o se non ho dei nonni a cui affidare il bambino piccolo.
Questo è lo schifo con cui dobbiamo fare i conti in Italia. E a quel governo che riuscirà – sindacati o non sindacati – a riformare lo stato sociale, che avrà il coraggio di redistribuire la spesa rendendola un po’ più razionale sono disposto a perdonare molto, anche le omissioni sul conflitto di interessi e le auto blu e gli atteggiamenti di casta e le leggi elettorali senza preferenze.

Le moschee di Stalingrado

Comunque, il centrodestra si deve mettere d'accordo con sé stesso. Perché, considerato il trattamento che l'Unione Sovietica riservava ai musulmani, se - come ha dichiarato oggi Berlusconi - Pisapia davvero trasformasse Milano in una nuova Stalingrado, di moschee non ce ne sarebbe l'ombra.

domenica 22 maggio 2011

Domenica di maggio

Un monte.
Uno dei miei monti.
Di fronte a me il mare. E altri monti, ricchi di storia e di storie: quel paesino lì, sul crinale, venne bruciato dai tedeschi nell’agosto del 1944. I suoi abitanti, però, si salvarono, a differenza – pochi giorni dopo – di quelli che abitavano nell’altro paesino di là del crinale e che da qui non si vede.
Alle mie spalle, la valle (la mia valle) e altri monti dalle cime più dolci e rotonde di queste qua.
Lontano, un cane che abbaia, i campanacci delle pecore, le campane di una chiesa che chiamano per l’inizio della messa, una motosega (mi son sempre chiesto per quale motivo in queste valli c’è sempre qualcuno che la domenica verso mezzogiorno sente l’impellente bisogno di tagliare la legna). Da qualche parte, nel bosco, c’è un cuculo. E un discreto numero di ortotteri.
Mi circondano una vespa e alcune mosche. Ma non mi infastidiscono, quassù.

E’ destino degli uomini trapassare, prima o poi. Probabile, dunque, che debba succedere pure a me. In tal caso, non mi dispiacerebbe avvenisse in cima al cocuzzolo di uno dei miei monti, in una giornata di sole, senza foschia.

sabato 21 maggio 2011

Poi le promesse vanno anche mantenute

Quattro anni fa, in una città di provincia che conosco, un centrodestra litigioso e in crisi di credibilità decise di candidare sindaco, riesumandolo dall’oblio, un anziano signore che aveva già ricoperto quel ruolo prestigioso trentacinque anni prima e, successivamente, vent’anni prima. Costui fece una campagna elettorale all’insegna del “la città ai cittadini, non a chi vien da fòri” e si produsse in una serie di mirabolanti promesse: parcheggi gratis, via il traffico pesante dalla circonvallazione, niente nuovo ospedale voluto da quei comunisti che governavano la Regione e così via.
Vinse.
Una volta insediatosi, però, dovette fare i conti con una realtà diversa da quella che si aspettava: le risorse economiche erano quelle che erano e, soprattutto, rispetto agli anni Settanta e Ottanta, anche le funzioni e l’organizzazione degli enti locali erano parecchio cambiati. E così non una delle mirabolanti promesse fu mantenuta: anzi, in qualche caso fu addirittura contraddetta (anziché parcheggi liberi per tutti furono messi a pagamento stalli di sosta in precedenza gratuiti).
Poi, si sa, le vie del popolo sono infinite e ancor più infinito è il tafazzismo del centrosinistra, per cui non sappiamo se alle amministrative del prossimo anno questo patrimonio di delusione verrà incamerato dall’attuale opposizione. Ma non è di questo che voglio parlare, bensì della vicenda milanese. Cosa c’entra la grande metropoli con il piccolo capoluogo da me citato? C’entra.
Perché vedo – parcheggi a parte – un’analogia. Un centrodestra che ricorre all’antica arte delle promesse a gogò e del richiamo identitario di pancia (gli zingari, i musulmani: nella cittadina di provincia non erano loro il babau, ma il paragone ci sta ugualmente) cerca di ribaltare una situazione sfavorevole. Nella città di provincia ci riuscì con i pessimi risultati da me ricordati.
E a questo punto, se la Moratti dovesse vincere a Milano, vorrei vederla a dover mantenere tutto quel che lei e chi l’appoggia stanno promettendo.

venerdì 20 maggio 2011

Grillo, Travaglio & c.: istruzioni per l'uso

Stamani in città, mentre andavo da un cliente, ho distinto, tra i rumori di sottofondo, la voce di una signora che parlava al telefonino: “Senti, tu sei in contatto con Tizio (candidato presidente della Provincia e sconfitto sonoramente, ndb), giusto? Sai, c’è mio figlio che non lavora da sei mesi, è sposato, lei lavoricchia, ma lui sta cercando e non trova... se Tizio potesse far qualcosa...”.
Rimuginavo su questo episodio minimo quando, in pausa pranzo, mi sono imbattuto in un articolo di Vania Lucia Gaito. Una frase, su tutte, mi ha colpito: “Grillo e il Movimento parlano a chi i bisogni primari li ha già soddisfatti, almeno in larga parte, a chi ha una qualità della vita perlomeno dignitosa, a chi non vive il dramma della sopravvivenza quotidiana e può dedicarsi a questioni più alte”.
La giornalista sostiene questa tesi riferendosi al mancato sfondamento al sud del Movimento 5 Stelle, ma credo che la questione possa essere affrontata su scala più larga, sia a livello geografico, sia a livello politico.
Il ragionamento sui bisogni primari è vero. Temo che alla signora che ho incrociato stamani del conflitto di interessi di Berlusconi e del wi-fi in tutta Italia interessi il giusto e che se quel politico a cui si rivolgerà troverà una sistemazione a suo figlio non le importerà se rimarrà in consiglio provinciale per due mandati oppure cinque.
Mi pare sia questa una differenza fondamentale che esiste tra i movimenti di protesta contro la politica in Italia e quelli in Spagna, anche se oggi qualcuno dall'Italia cerca di metterci il cappello. Perché altrove la contestazione nasce da un grande disagio sociale e al primo punto non ci sono i pannelli fotovoltaici da mettere sul tetto di casa o il limite di due legislature per i parlamentari. Al primo punto c’è la richiesta di politiche sociali diverse. E la delusione è quella di chi aveva creduto in un progetto politico che prometteva ben altro.
Beppe Grillo, Marco Travaglio, in misura minore anche Antonio Di Pietro (che però ha avuto l’astuzia di sposare molte cause della Cgil): politici e giornalisti (o giornali) che non parlano a chi ha lo stomaco vuoto e ha bisogno di pane, ma a chi lo stomaco lo ha già abbastanza pieno e ha il problema casomai di digerire un po’ meglio di quanto non riesca a fare attualmente. Legittimo, l’importante è non illudersi che tutto ciò possa tradursi in una proposta politica o civile in grado di attrarre chi ha lo stomaco vuoto e si fa catturare dalle sirene di chi (Berlusconi) propone un pane che soltanto dopo averlo mangiato si scopre essere avariato. Anche perché a loro non interessa: stanno così bene dove sono, il salto di qualità potrebbe costringerli a prendere posizioni scomode presso il target di riferimento, con il rischio concreto di perdere consensi e appeal.

p.s.: il PD? Quello deve ancora capire se parla a chi ha lo stomaco pieno o a chi ha lo stomaco vuoto. Par di capire che voglia parlare a quest'ultima categoria, ma non ha ancora trovato le parole giuste.

giovedì 19 maggio 2011

La legge "ad Umbertum"

In Italia vige una regola non scritta in base alla quale Umberto Bossi può dire qualsiasi castroneria, può lanciare il più estremista degli avvertimenti, la più pesante delle falsità e la sua sortita sarà comunque derubricata a “battuta”, a “folklore”, o addirittura a ruspante genuinità.
Solerti commentatori moderati che alzano il sopracciglio quando Bersani o Franceschini non sono educati, editorialisti cerchiobottisti pronti a rimbrottare Di Pietro che le sue sortite sul regime sono infondate, intellettuali liberal usi a pontificare sui vizi della sinistra in genere tacciono di fronte alle parole del leader della Lega Nord.
E’ un fenomeno interessante che esiste da vent’anni, da quando il personaggio in questione era soltanto uno dei trecentoquindici senatori italiani e aveva bisogno di mettersi in evidenza, altrimenti non lo avrebbe cagato nessuno. All’epoca poteva essere giustificato anche il carattere folkloristico, per quanto questa accondiscendenza abbia giocato un ruolo nell’affermazione di un movimento xenofobo e irresponsabile come la Lega Nord. Oggi no. Oggi è un ministro della Repubblica. Che ha giurato su quella Costituzione che all’articolo 54 comma 2 impegna chi ricopre una funzione pubblica ad adempierla “con disciplina ed onore”.
Ogni volta che i commentatori moderati, gli editorialisti cerchiobottisti e gli intellettuali liberal tacciono di fronte alle volgarità di Umberto Bossi, contribuiscono all’imbarbarimento del clima politico e il loro peccato di omissione vale più di mille altri commenti in prima pagina sul giornale della sera sul degrado delle istituzioni italiane. E non mi si venga a dire che “tanto non fa più notizia”: un ministro della Repubblica che invoca rivoluzioni o insulta o minaccia cortei armati è sempre una notizia.

mercoledì 18 maggio 2011

I numeri del terzo polo

Leggo da più parti commenti compiaciuti sulla scarsa prestazione del terzo polo alle amministrative. Da sinistra, perché si vuole che il PD la smetta di inseguire il centro; da destra, perché non hanno digerito le ultime scelte di Fini.
(Apro una parentesi e faccio outing: la mia prima reazione è stata “ben gli sta, così imparano a portare avanti la politica dei due forni”. Dalle mie parti l’UdC si è alleata con il centrodestra e, francamente, non so con quale faccia di tolla i suoi dirigenti locali abbiano guardato i manifesti che a un certo punto il PdL ha affisso in tutta la città, con la scritta “Grazie Matteoli”, quando la realtà è che il ministro sono anni che chiacchiera senza realizzare niente. Chiusa parentesi)
A un’analisi più approfondita, però, credo emerga una realtà un po’ più complessa.
In primo luogo, perché ho la sensazione che la presenza di numerose liste civiche abbia drenato voti che sarebbero stati intercettati proprio dal terzo polo.
In secon
do luogo, perché si giocherà da ora in poi una partita molto importante su una parte di elettorato: quella non pregiudizialmente ostile a Berlusconi né a Bersani, ma che non apprezza (non ha mai apprezzato o non apprezza più) l’uno e non è convinta (per i motivi più vari) dall’altro. E’ il bacino elettorale a cui attinge proprio il terzo polo.
Per come la vedo io, dunque, il successo di questa forza politica oggi come oggi è nelle mani soprattutto del PD e del PdL.
Se il PD ha un suo progetto politico forte, chiaro, autorevole e credibile tiene tutti i suoi voti e intercetta anche molti potenziali terzopolisti. Se non lo ha, invece del pieno dei consensi disperde i propri voti tra SEL, IdV e M5S e non ne chiappa uno che sia uno dal terzo polo.
Lo stesso, specularmente, vale per l’altro schieramento. Se il PdL abbandona le sue truci derive estremiste e torna a parlare di liberalismo, si riprende i voti in uscita e intercetta anche molti potenziali terzopolisti. Se continua a fare come ha fatto in questi ultimi due anni, non solo non conquista un voto dal terzo polo, ma ne perde a vantaggio proprio di Fini e Casini.

martedì 17 maggio 2011

A me Berlusconi mi fa caàre, completamente, ma...

Tra i vincitori di ieri c'è un bravo presidente di Provincia che la sera ha improvvisato un comizio in città di fronte a un manipolo di sostenitori e ha spiegato qual è stata la ricetta per l'affermazione (oltre le previsioni, nonostante sia una riconferma, considerato che si tratta di un'isola bianca in una regione cosiddetta rossa).
Riporto - fedelmente, comprese le parolacce - l'inizio del suo discorso perché lo condivido e, per certi aspetti, conferma anche il mio post di ieri:
"Potevo fare quello che si libera dai partiti, che è l'amministratore, che i partiti gli rompono i coglioni. Beh, io 'un l'ho mai fatto. Però lo so come si fa a vincere e infatti ho vinto (...) Allora: l’umiltà è il primo elemento per noi. L’umiltà soprattutto nei rapporti tra di noi. E poi una proposta programmatica seria. Ma poi anche la convinzione, la determinazione della nostra proposta. E’ lo stesso come vincere in Italia, perché a me Berlusconi mi fa caàre, completamente, ma non è solo colpa o merito di Berlusconi se non vinciamo noi. Evidentemente, a prescindere da Veltroni, da D’Alema, da Bersani, da vere o presunte rottamazioni noi non abbiamo una proposta a livello nazionale che è percepita come credibile e autorevole da parte dei cittadini italiani. Questo è un fatto che non si risolve secondo me a far la vocazione maggioritaria tout-court, né a fare l’accozzaglia tout court dei partiti la cui sommatoria dovrebbe stravincere".
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lunedì 16 maggio 2011

E' sempre una questione di credibilità

Magari è ancora troppo presto per commentare i risultati elettorali, ma voglio fare un ragionamento a grandi linee. Per dire: al momento in cui scrivo non so se a Bologna il centrosinistra vincerà al primo turno o dovrà ricorrere al ballottaggio, ma non mi interessa. Che il suo candidato prenda il 50.5% o il 49.5% cambia poco ai miei occhi.
Nei prossimi giorni si sprecheranno i commenti sulla Lega in sofferenza, sul referendum contro Berlusconi, sulla percentuale di questo o quel partito o movimento di protesta. E torneranno a farsi vivi quelli che “non si vince senza il centro” e quelli che “per vincere bisogna spostarsi a sinistra”, per tacer di quelli che “tutti insieme, altrimenti è una sconfitta”.
Per me, è ancora e soltanto una questione di credibilità.
Se a Bologna il PD fosse stato un po’ più (appena appena di più) credibile in quest’ultimo decennio, il Movimento 5 Stelle non avrebbe fatto l’exploit che ha fatto e il risultato sarebbe stato più netto.
Se a Napoli il PD non avesse fatto il macello che ha fatto – in generale: dalla spazzatura alle primarie – De Magistris non avrebbe avuto il risultato che ha avuto.
Se a Torino il PD avesse presentato un candidato meno credibile di Fassino avrebbe avuto problemi pure lì.
La credibilità, insomma. Gira e rigira si torna sempre lì. Se sei credibile, puoi allearti con l’UdC, puoi allearti con SEL, puoi allearti con chi ti pare, puoi presentare un candidato di sinistra, puoi prensentare un candidato di centro: in ogni caso, ottieni un buon risultato. Magari perdi anche, ma il risultato è buono. Se non sei credibile, qualsiasi alchimia tu ti inventi o bravissima e degnissima persona tu presenti, il risultato - anche in caso di vittoria finale - sarà mediocre o addirittura pessimo e i tuoi elettori prenderanno la direzione dell’antipolitica. Ed è una direzione che fa male, molto male, soprattutto alle elezioni politiche quando non ci sono i tempi supplement
ari dei ballottaggi.

EDIT: sulla questione della credibilità Marco Campione ha scritto varie volte in modo molto più lineare del mio.

sabato 14 maggio 2011

I sillogismi del Giornale

Leggendo l’articolo pubblicato oggi sul Giornale da Gian Micalessin mi è venuta in mente la barzelletta del carabiniere che impara i sillogismi.
Lo psicologo, per fargli capire di che si tratta, gli chiede se ha un acquario. Lui risponde di sì e, di collegamento in collegamento (l’acquario, l’acqua, il mare, l’estate, le donne in bikini) si conclude che al carabiniere piacciono le donne. Tutto contento, questi va da un commilitone e gli chiede se ha l’acquario. L’altro risponde di no e la conclusione del primo è che il collega è gay.
Torniamo dunque all’articolo di Micalessin.
Vauro ha disegnato la bandiera di Freedom Flotilla.
Freedom Flotilla l’anno scorso a maggio aveva a bordo un organizzazione turca sospettata di essere amica di Hamas.
Hamas è autrice di attentati terroristici.
Ergo, “ecco chi sono gli amici sanguinari di Vauro”.
Questo, però, è soltanto il sillogismo esplicito. Poi ce n’è un altro nascosto, ma neanche poi tanto visto che il titolo è "la Milano dei violenti". Perché il Giornale sente l’esigenza di prendersela con un disegnatore satirico?
Vauro ha amici sanguinari.
Vauro è di sinistra.
Essendo di sinistra appoggia il candidato sindaco di Milano Giuliano Pisapia.
Ergo...

In confronto il carabiniere della barzelletta è Einstein.

Ipocrisie pseudoliberali

Attratti e distratti da una delle più becere e chiassose campagne elettorali per le amministrative della storia repubblicana, rischiamo di non vedere alcuni grandiosi esempi dell’ipocrisia pseudoliberale della neodestra italiana.
Pochi giorni fa c’è stata una deputata pidiellina, Melania Rizzoli, che è intervenuta in maniera vomitevole sulle condizioni di salute di Lamberto Sposini assumendo come punto di partenza le opinione del giornalista Rai sul biotestamento.
Stamani è il turno del decano del giornalismo italiano, Mario Cervi, che cerca di tirare la volata alla candidata sedicente moderata Letizia Moratti sputando fiele su alcuni figli di vittime del terrorismo che hanno osato opporsi al giochino, tanto in voga in questi ultimi giorni, dell’equiparazione Pisapia / Brigate Rosse.
Gli editoriali astiosi e beceri di Rizzoli e Cervi sono soltanto la conferma della strumentalità delle parole del loro capopartito, quello che una settimana sì e l’altra pure nei comizi sproloquia di libertà di scelta e altre amenità varie. Sì, quello stesso capopartito che non più tardi di tre settimane fa ha scritto ai suoi deputati per ricordar loro che la legge non dovrebbe occuparsi di questioni più legate alla sfera intima e privata. La legge no, ma gli editorialisti di fiducia e le parlamentari rampanti evidentemente sì, loro possono giudicare e pontificare; possono permettersi di ignorare che il rispetto di una scelta personale (dal perdono alla capacità di distinguere caso per caso, fino al rifiuto di volgere i drammi familiari in propagande elettorali) è alla base di qualsiasi visione realmente liberale.
Nel migliore dei casi, questa gente non ha capito un cazzo di cosa sia davvero il liberalismo. E noi di sinistra vogliamo lasciare proprio a costoro quell’antica e nobile bandiera?

giovedì 12 maggio 2011

Caro militante grillino

Caro militante grillino,
è da tempo che io mi pongo una domanda. Passi l’elettrice anziana che guarda ReteQuattro e si fa condizionare, ma come è possibile che una persona giovane, che ha studiato, che si informa su internet, che ha basi culturali tali che se le chiedi del nucleare e del fotovoltaico ti risponde nel dettaglio sui joule, i gigahertz e i terawatt manco fosse un ingegnere, poi si faccia abbindolare in questa manie
ra?
Sì, capisco: l’antipolitica, son tutti uguali e via discorrendo. A parte che non è proprio così, ma, insomma, uno che ha le caratteristiche suddette qualche domanda se la dovrà pur essere posta.
Caro militante grillino, hai mai riflettuto sulle cazzate (specchietti per allodole) scritte nel programma del Movimento 5 Stelle?
Per esempio.
Ti sei mai accorto che quell’idea di “insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico” oltre che impraticabile (cosa succede se il rappresentante pubblico non passa l’esame?) non è poi così diversa da quella filosofia delle élites che ispirava, un secolo fa, l’antidemocratico Gaetano Mosca?
Hai mai pensato che quell’altra idea della “proibizione di costruzione di nuovi parcheggi nelle aree urbane” è un nonsenso in un programma a livello nazionale perché ogni area urbana ha le sue esigenze e quel che vale per Pistoia può non valere per Prato?
Ti sei mai soffermato su quell’altra proposta riguardante la sanità, quella sulle “liste di attesa pubbliche e online”, e sulle conseguenze in termini di privacy o anche soltanto sulle difficoltà che può avere un anziano (ossia, chi ne ha più bisogno) ad accedervi?
Ti sei mai chiesto a quanto ammonti il debito pubblico visto che il programma del Movimento prevede di diminuirlo semplicemente tagliando gli sprechi?
Ti sei mai domandato se “impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno” sia compatibile con l’appartenenza all’Unione europea?
Hai mai fatto mente locale sul fatto che un militante piddino – con tutti i suoi limiti e le sue arretratezze culturali – se il segretario del suo partito spara una cazzata non si arrampica sugli specchi per giustificare la gaffe, ma gli fa un culo così e, secondo come, potrebbe anche incazzarsi al punto di chiedere la convocazione di un congresso di partito?

Dico sul serio, caro militante grillino.
Io sono abbastanza preoccupato. Sono una decina di anni che a ogni campagna elettorale noto una crescente volgarità, superficialità e demagogia. Tutte le volte dico che si è toccato il fondo e poi, all’occasione successiva, devo ricredermi: se dieci anni fa un presidente del Consiglio avesse detto che avrebbe stoppato le demolizioni delle case abusive istituendo, di fatto, zone affrancate dalla legge, probabilmente il Paese gli si sarebbe rivoltato contro. Oggi è una notizia tra le tante. E’ una gara a chi la spara più grossa, gara che – come riportato sopra – coinvolge anche i movimenti che dieci anni fa non esistevano.

Ho sempre dato la colpa di tale deriva a Berlusconi, al suo modo di fare che non è fascista: è peggio, è subdolamente peggio. Però forse le cose non stanno così. Perché mi sembra che questo modo di fare si stia diffondendo. I nuovi attori che si sono affacciati sulla scena politica in questi ultimi venti anni potranno anche aver intercettato esigenze giuste e condivisibilissime, portato idee programmatiche diverse e anticonformiste, ma per quanto riguarda lo stile, la condotta, l’atteggiamento di fondo hanno contribuito solamente al declino. Berlusconi, Bossi, Di Pietro, Grillo: tutti leader di partiti personali, che basano il consenso non sulla forza delle loro idee, ma sul carisma e su un nemico ben identificabile (i comunisti, Roma ladrona, Berlusconi, i politici in genere). Gli attori politici – come il PD, SEL, l’UdC, gli stessi finiani – che sono eredi diretti e lineari di quelli che c’erano fino a vent’anni fa, magari hanno idee vecchie, sono proprio vecchi dentro, non hanno una visione d’Italia proiettata a cosa saremo e faremo fra vent’anni (e ciò è quasi imperdonabile), ma – porca miseria! – se voglio un minimo di moderatismo istituzionale e di sensatezza politica tocca rifarmi a loro, anche quando eticamente mi fanno venì l'aonco (espressione in uso dalle mie parti, ma onomatopeicamente comprensibile dal SudTirolo alle isole Tremiti).

Perciò, concludo, la mia delusione non si chiama Grillo o Di Pietro o Bersani o Berlusconi o Bossi o Fini o Casini. Essi fanno il loro mestiere. La mia delusione di questi giorni è invece l’elettore giovane e colto che rinuncia a riflettere e si lascia trascinare in questo vortice. L’elettore che avrebbe la capacità e la forza di dire ai nuovi protagonisti della politica “fermati, la tua buona causa sarà migliore se non oltrepassi quel limite, sarà un percorso più duro e lungo, ma è quello giusto” e non lo dice.

Perché non lo dice?
Perché, caro militante grillino, non lo dici?

mercoledì 11 maggio 2011

L'editoriale fintoterzista di Marcello Pera

Su Libero di oggi Marcello Pera ci offre un mirabile esempio di quegli editoriali fintoterzisti che, da sempre, sono una specialità di altre testate, come il Corriere della Sera.
Vale la pena leggerlo.
C’è un primo livello di lettura, quello immediato, quello da cui non puoi prescindere se vuoi fare il riassuntino superficiale: l’ex presidente del Senato se la prende con Berlusconi e Napolitano, rei di debordare dal ruolo che la Costituzione assegna loro ponendo così le condizioni dello scontro istituzionale.
Pari e patta?
No.
Perché c’è il secondo livello di lettura, molto meno immediato, ma che poi, alla fine, è quello che trasmette il messaggio che si vuole rimanga nel lettore.
Per comprenderlo nella sua pienezza e raffinatezza, bisogna partire dall’ultimo capoverso, il passaggio più fintoterzista dell’intero editoriale. Scrive: “si va avanti a duellare, l’uno, il presidente del Consiglio, contro una Costituzione che dovrebbe rispettare, l’altro il presidente della Repubblica, per favorire una politica da cui si dovrebbe astenere”.
Peccato che, qualche capoverso prima, nel nocciolo dell’intero editoriale, Pera abbia criticato la Costituzione che “parla il linguaggio del proporzionale”, mentre noi abbiamo un sistema elettorale maggioritario. A parte il fatto che l’assunto non è vero (casomai, parla il linguaggio della forma di governo parlamentare e non, come taluni vorrebbero, quella presidenziale), il punto è che esso finisce per dare una rilevanza completamente diversa alla chiosa finale. Così, Berlusconi riceve un buffetto sulla guancia (birichino, la Costituzione è sbagliata e un po’ ti ostacola, ma tu dovresti far buon viso a cattivo gioco e rispettarla), mentre Napolitano rimane l’unico reale bersaglio da colpire: dovrebbe astenersi dalla politica e invece non lo fa.
Guarda caso, esattamente il messaggio berlusconiano di questi ultimi giorni: diminuire i poteri del presidente della Repubblica e degli altri organi garanti delle istituzioni.
Et voilà, il fintoterzismo è servito.

martedì 10 maggio 2011

Parla come mangi / Francesco Pionati

Ormai lo sapete. Dispongo di un particolare software decriptatore che mi permette di attribuire a politici e giornalisti il loro reale pensiero, che non sempre - ahimè - corrisponde a quello espresso pubblicamente.
Oggi, per esempio, Francesco Pionati, del gruppo dei Responsabili, ha dichiarato al Tg2 quanto segue:
"Berlusconi non attacca tutta la magistratura, attacca quella minoranza agguerrita che da quindici anni cerca di rovesciare il voto degli italiani dandogli la caccia giudiziaria. La risposta deve essere ferma e seria: una grande riforma del sistema giustizia del nostro Paese".
In realtà voleva dire questo:
"Berlusconi, io la dichiarazione contro i magistrati politicizzati l'ho fatta e la commissione d'inchiesta te la voto. Ora tocca a te: alla prossima infornata di sottosegretari che ci sia pure il mio nome, altrimenti..."

Il Paese reale. E poi il Paese immaginato

Oggi sono entrato nel negozio di un mio cliente.
"E’ tutto fermo", mi ha detto il tizio riferendosi al corso degli affari.
E’ vero. Non è una scusa. Altre volte ero passato davanti a quel negozio e, poiché c’è un semaforo lì vicino, quando ero fermo in coda mi era capitato di dare un’occhiata dentro. Mai nessuno. Il titolare l’ho sempre visto leggere il giornale alla sua scrivania. Anche oggi, quando sono entrato.
Vende mobili. Anche piuttosto belli. Più che altro, diversi da quelli della concorrenza: per differenziarsi. Però in queste settimane non gli entra nessuno, nello show room.
Lui ha dato la colpa alla Pasqua.
Poi al fatto che domenica prossima da noi ci saranno le elezioni e, in questo periodo, chi non fa "l’acquisto di impulso" aspetta sempre, anche se si tratta di amministrative non si sa mai. Ma la sensazione è che non fosse tanto convinto nemmeno lui.

Alla fine mi ha detto: “o si riparte o sennò dopo l’estate chiudo”.

Un altro, titolare di un’azienda con dieci dipendenti, dopo aver firmato un piccolo contratto, ha preso la calcolatrice. Mi ha chiesto di pagare una fattura da millecentoottantotto euro a trenta sessanta novanta: “abbia pazienza, ma non sono abituato a rimandare indietro le ricevute bancarie. Devo stare attento, anche se si tratta di una piccola cifra, altrimenti rischio di non farcela”.
Non è il primo che mi fa una scena del genere, negli ultimi mesi.

Quando sono rientrato in ufficio ho dato un’occhiata ai quotidiani online. Dice Berlusconi che “se la sinistra torna al potere consentirebbe le intercettazioni a tappeto, utilizzandole contro gli avversari politici, e lascerebbe spalancate le porte agli immigrati clandestini per poi concedere loro il voto e spostare la bilancia elettorale”. Ah, beh!

lunedì 9 maggio 2011

Il precedente che diventa consuetudine

Su Pazzo per Repubblica ho avuto un’accesa discussione con Christian Rocca, giornalista del Foglio e del Sole 24 Ore. Uno che da New York si è spesso divertito a piluccare non soltanto gli svarioni, ma pure le virgole fuori posto degli inviati di Repubblica e Corriere della Sera.
L’oggetto del contendere era la guerra in Iraq del 2003.
La mia posizione – che poi è quella della stragrande maggioranza dei giuristi – è che quell’intervento fosse illegittimo per il diritto internazionale.
Questo per mille motivi, i primi dei quali sono la mancanza di un’autorizzazione (o delega o cos’altro) Onu all’azione militare e il non riconoscimento, da parte del diritto internazionale, del diritto di legittima difesa preventiva che all’epoca fu richiamato dagli Stati Uniti. Così come vacue e infondate sono le altre motivazioni giuridiche a cui, di volta in volta, qualcuno (Christian Rocca, per esempio) si è appigliato per giustificare l’operazione: la guerra del 2003 è in continuazione di quella del 1991; ci sono tutte le risoluzioni degli anni Novanta e primi anni Duemila a legittimare l’intervento; e così via, sommando le pere con le mele nel tentativo di quadrare il cerchio anche interpretando in maniera molto singolare la giurisprudenza.


Ora, se mi scaldo così tanto sul diritto internazionale c’è un motivo e deriva dal sistema delle fonti.
Nel diritto italiano esso è abbastanza semplice. C’è una scala gerarchica, in cima alla quale stanno la Costituzione e le leggi costituzionali; un gradino sotto ci sono le leggi ordinarie; un altro gradino più sotto i regolamenti; infine, laggiù in basso, usi e consuetudini a cui ci si rifà in mancanza d’altro.
Nel diritto internazionale pubblico la situazione è più complessa, a causa dell’anarchia che regna nella comunità internazionale. C’è il diritto pattizio e c’è il diritto consuetudinario. Entrambi i pilastri sono ugualmente importanti.
Il punto è: chi è che fa la consuetudine? Dopo quanti anni una pratica diventa lecita per consuetudine?
Prendiamo un caso di questi giorni. Gli Stati Uniti fanno un blitz in Pakistan e uccidono Osama bin Laden senza avvertire il governo pakistano. Così facendo violano la sovranità di uno Stato. Grave illecito. Tuttavia, il raid può essere – per una serie di ragioni che ora non starò a ricordare – equiparato a quelli compiuti da Israele nel corso degli anni per difendere propri cittadini da azioni terroristiche. Se erano legittimi quelli, può esserlo pure questo. O forse no. Si è già formata una consuetudine in tal senso? Ecco la domanda alla quale non è facile rispondere.
Ed ecco perché diventa importante mettere i puntini sulle i. Quel che si lascia correre oggi può diventare un precedente a cui richiamarsi domani: in particolare, se l'autore dell'azione non è lo Stato di Paperopoli, ma una megapotenza mondiale. Se si parte dal presupposto che “si interviene perché se si aspetta che si muova l’Onu campa cavallo”, il risultato sarà che, di eccezione in eccezione, si arriverà alla fine di un diritto internazionale che già oggi soffre l’inevitabile assenza di un potere sanzionatorio vero ed effettivo. E quello che oggi è illegittimo – ed è giusto che continui ad esserlo per evitare che al diritto si sostituisca la legge del più forte – diventerà legittimo. Certe forzature e violazioni dell’ultimo decennio – dal Kosovo all’Iraq – è bene che vengano considerate tali e non diventino precedenti da invocare la prossima volta che a qualcuno verrà in mente di regolare qualche conto in sospeso o rimediare così a difficoltà di politica interna.

domenica 8 maggio 2011

Tanto son tutti uguali. Ma anche no

Stamani, la notizia di apertura del Giornale online e del Fatto Quotidiano online, ossia, per singolare coincidenza, della testata più berlusconiana e di quella più antiberlusconiana d’Italia, era la medesima: un’indagine della magistratura su un amico di D’Alema, con tutto quel che ne deriva in termini di immagine per la fondazione Italianieuropei e soprattutto, a una settimana dal voto amministrativo, per il Partito Democratico.
La mia prima reazione è stata: ora speriamo che anche da queste parti non comincino a intonare il coro della giustizia a orologeria.
La seconda è stata: e meno male in Italia abbiamo le toghe rosse.
La terza, dopo aver letto l’articolo: ma in sostanza qual è l’ipotesi di reato nei confronti di D’Alema o altri politici? E infatti, ad oggi, non c’è, come riportato anche dagli organi di stampa che hanno dato grande risalto alla notizia. Anzi, sembrerebbe quasi di capire che qualcuno voleva appalti e invece l’ha presa in quel posto perché i dirigenti di partito avevano altro per la testa che dar ascolto a certe persone.
Infine, la mia attenzione è stata catturata da un commento alla notizia, sul sito del Fatto: Volete che commentiamo “sono tutti uguali?”, oppure “allora votiamo 5stelle?”.
Il commentatore, tal Loris, ha centrato il punto e credo valga la pena rifletterci su in maniera onesta.
Perché il luogo comune ha un fondamento di verità e, per certi aspetti, sì: sono tutti uguali. Nel senso che la politica costa. Per tutti. E – tolto probabilmente il partito di Berlusconi – non c’è una lista che trovi i soldi in mezzo alla strada. Ci sono state esagerazioni e illeciti in questi ultimi decenni e sarei un illuso se pensassi che Mani Pulite abbia estirpato il malaffare, l’approfitto, la corruzione dalla politica. Sarei un orbo se credessi che i disonesti son tutti da una parte e gli onesti tutti dall’altra. Sarei ingenuo se pensassi che non ci dovesse essere un ridimensionamento dei costi della politica, discreta parte dei quali serve non per fare politica, ma per portare avanti affari poco chiari (e questo è un eufemismo).
Ma la politica comunque costa.
Proviamo a chiedere a un consigliere comunale – anche di un piccolo capoluogo di provincia, non occorre andare a Milano o a Roma – quanto gli graverebbe economicamente esercitare in modo responsabile il mandato istituzionale se non riscuotesse un’indennità. Proviamo a chiedere al tesoriere di un partito se mandare in onda in campagna elettorale i messaggi autogestiti gratuiti e quelli a pagamento, fare manifesti e volantini, noleggiare una vela che gira per la città, affittare una sala per un’iniziativa pubblica ha un costo comunque importante oppure no. Chiediamo a chi vuol diventare sindaco di un piccolissimo comune – ma vuol diventarlo per davvero, non fare semplice presenza – se alla fine delle cinque o sei settimane, anche facendo le cose in modo onesto e assai morigerato, non ha speso comunque qualche migliaio di euro (e parlo di realtà locali davvero minime).
Io non credo a partiti che siano veramente onesti e trasparenti e chiari e, in particolare, immuni dalla disonestà e lo credo per i motivi di cui sopra: perché la politica, alla fine, ha dei costi. Però dico pure che non dobbiamo cadere nell’errore di fare un unico minestrone in cui stanno la pratica lecita e quella illecita, il comportamento eticamente censurabile e quello eticamente corretto o non scorretto. Anche chi, in queste settimane, sta facendo una campagna all’insegna del “io non faccio affissioni di manifesti” o del “se eletto, rinuncerò al tot per cento dell’indennità” e altre trovate retoriche del genere, in realtà può permetterselo perché, non avendo l’obiettivo di vincere le elezioni (ma soltanto di arrivare a un 4 o 5 per cento), gli basta il traino nazionale di qualcuno che invece investe soldi e ha entrate (lecite, sia chiaro) di tutto rispetto. Alcune campagne cosiddette fai-da-te in realtà son tutt’altro che fai-da-te e sono ispirate a tecniche di marketing molto raffinate ideate da consulenti che non lavorano certo gratuitamente.
Negli ultimi due decenni abbiamo assistito alla nascita di un modello: quello dell’elettrice anziana che, passando il tempo davanti a ReteQuattro, si fa abbindolare dalla propaganda dei programmi televisivi del pomeriggio. Non vorrei che a questo modello se ne aggiungesse un altro: quello dell’elettore giovane che, passando il tempo su internet, si fa abbindolare dalla propaganda di taluni blog e giornali dalla schiena dritta.

venerdì 6 maggio 2011

Cosa è il travaglismo

Mi sono riguardato il video dell’editoriale di Marco Travaglio ad AnnoZero e l’ho trovato emblematico di un certo modo di fare giornalismo in Italia.

C’è la saccenteria di chi intende dare lezioni di politica senza averne le competenze (si parla tanto di credibilità e la tua ricetta è: se il governo fa una cosa, tu sostieni il contrario così scavi un cuneo nella maggioranza. Caspita, che strategia lungimirante!).
C’è la presunzione di essere l’unico giornalista italiano con le palle (ed è questo il motivo per cui Travaglio si è sentito in dovere di bacchettare Bersani, presente in studio e seduto accanto a lui).

C’è l’autoreferenzialità (“domenica il Fatto Quotidiano si domanda se è vera questa telefonata” eccetera; “Bersani, proprio qua ad AnnoZero...” eccetera).

C’è l'approssimazione (“c’è l’articolo 11 che bandisce la guerra”).

E c’è anche la pretestuosità. E’ un difetto, questo, che veramente mi dà ai nervi ed è molto ricorrente negli articoli dalle parti del Fatto Quotidiano. Perché uno che vuole criticare il Partito Democratico non ha che l’imbarazzo della scelta. Invece, Travaglio e compagni hanno sempre bisogno di inventare un pretesto nuovo: quello che fa comodo a loro.

Insomma, puoi - giustamente! - criticare il PD perché non ha una linea precisa – chessò – sulla riforma del mercato del lavoro. O sulle pensioni. O sul biotestamento. O sui diritti civili. O sulla crescita economica. Ma criticare il PD di non avere una linea sulla Libia e sui bombardamenti e sull'appoggio eventuale a Gheddafi, beh, mi pare davvero una forzatura. Tantopiù in una circostanza dove i distinguo si son contati sulle dita di una mano.
Casomai, sarebbero da criticare altre forze politiche dell’opposizione che a marzo erano a favore dell’intervento e poi, a tre settimane dalle amministrative, si sono scoperte pacifiste: se la linea del PD sulla Libia è incerta, mi domando come definire la loro. Ma chiedere a SchienaDritta Travaglio di riconoscere tutto ciò forse è troppo.

giovedì 5 maggio 2011

Napolitano ha ragione

Mi chiedo come un partito o una coalizione possano essere credibili continuando a ragionare per categorie astratte e lontane dalle sfide del mondo di oggi.
Siamo di fronte a una complessità senza precedenti. In politica estera. In economia. Nel welfare state. Prendiamo, per esempio, la consultazione referendaria del mese prossimo sull’acqua. Io voterò sì e sarà un sì convinto, ma non sarei onesto con me stesso se pensassi che quel possa risolvere tutti i problemi o se fingessi di credere che una gestione pubblica dell’acqua è sempre e senza eccezioni sicuramente migliore per i cittadini.
Ecco, di fronte a tale complessità un partito credibile – moderato, riformista, conservatore, progressista che sia non ha importanza – elabora proposte fattibili, talvolta anche un po’ complesse da spiegare all’omino del bar, l’importante è che siano migliorative e praticabili.
Un partito credibile (come credo piacerebbe al mio amico Champ) di fronte al richiamo del Capo dello Stato si interroga se le sue proposte abbiano dunque certe caratteristiche.
I partiti di centrosinistra in Italia, invece, altro non fanno che auspicare alleanze con Tizio piuttosto che con Caio oppure mettono i paletti affermando che l’invito alla credibilità non è rivolto a loro perché sono iscritti all’Internazionale Liberaldemocratica.

E poi si chiedono perché continuano a perdere le elezioni.

EDIT: ho appena ascoltato l'editoriale di Marco Travaglio ad AnnoZero. Al di là delle tante imprecisioni, giuridiche e non, credo che se il principio davvero è "siccome siamo all'opposizione e bisogna mettere in difficoltà il governo, se il governo vuole una cosa, noi dobbiamo volere il suo contrario a prescindere", beh... il problema della credibilità rimarrà e si perpetuerà nel tempo.

mercoledì 4 maggio 2011

Quando dice una cosa lui...

"Il federalismo fiscale non comporterà maggiori costi per lo Stato e sarà attuato senza alcun aggravio della pressione fiscale complessiva, che sarà anzi destinata a diminuire progressivamente (…) l'obiettivo della maggioranza di Governo è ridurre la pressione fiscale e disboscare la grande giungla di un sistema fiscale che è praticamente rimasto invariato nelle sue parti fondamentali fin dalla riforma dei primi anni Settanta. Tenendo conto delle esigenze e delle compatibilità di bilancio pubblico, sulla base della lotta all'evasione fiscale e del dividendo della crescita, senza creare ulteriori deficit - senza creare ulteriori deficit - il Governo intende pervenire entro la legislatura al varo di norme che consentano una graduale riduzione della tassazione sulle famiglie, sul lavoro e sulla ricerca"
(Silvio Berlusconi, 29 settembre 2010)

"Non è possibile, per nessun Paese d'Europa, in questo momento introdurre o pensare di introdurre una riduzione della pressione fiscale"
(Silvio Berlusconi, 4 maggio 2011)

Piccolissimo cabotaggio

Ieri sera ho visto un pezzettino di Ballarò, giusto il tempo di veder battibeccare il ministro pidiellino e il sindaco leghista sulla Libia e poi spegnere.
Mi ha colpito una cosa. Le motivazioni con cui la Lega contesta l'intervento militare sull'altra sponda del Mediterraneo sono legate praticamente a due fattori: non vogliamo immigrati; non vogliamo pagare più tasse.
Ora - come ha pure rilevato Nadia Urbinati durante il programma - è chiaro che nelle scelte di politica internazionale pesino anche quelle interne ed elettorali. Ma, di solito, lo scenario di riferimento è un po' più spostato sul medio lungo periodo: sì, oggi dovremo fare i conti con un problema, ma domani ne trarremo questo e quest'altro beneficio, abbiate un po' di pazienza e vedrete che ci ringrazierete. L'anomalia italiana è che lo scenario interno di riferimento è invece non di breve, ma addirittura di brevissimo periodo.
Faccio il mio solito paragone cretino.
E' come se un governo avesse da investire un miliardo di euro e dovesse decidere se destinarli tutti al bonus rottamazione per le automobili oppure alla scuola, all'università e alla ricerca. Nel primo caso, darebbe una mano all'industria metalmeccanica oggi, ma finiti i soldi tornerebbero i soliti problemi; nell'altro caso, non avrebbe ritorni immediati, ma porrebbe le basi affinché fra dieci anni l'industria metalmeccanica non abbia bisogno di incentivi. Il guaio è - rimanendo all'esempio che ho portato - che le motivazioni del governo italiano, in questo momento, non sarebbero né le une, né le altre: deciderebbero il bonus rottamazione soltanto perché un sondaggio ha rivelato che qualche elettore leghista vuol cambiare l'automobile.

martedì 3 maggio 2011

L'importante è esserne convinti

Ieri ero lì che mangiavo e la tv ha mandato in onda uno spot governativo.
Diceva così:
"
Lampedusa
Un’isola da scoprire
Un mondo di emozioni
Lampedusa
Scopri la tua magica Italia
"
Un testo così inconsapevolmente fuori dall’attualità e dalla cronaca di questi mesi che la sua stupidità lo fa sembrare geniale. O forse così geniale da sembrare stupido, non so. Poi mi sono ricordato che il ministro del turismo è Michela Vittoria Brambilla e non ci ho più pensato.


Oggi invece ho letto che Lega Nord e Popolo delle Libertà hanno trovato l’accordo per la mozione sulla Libia convenendo di impegnare il governo a quanto segue:
"in accordo con le Organizzazioni Internazionali ed i Paesi alleati fissare un termine temporale certo, da comunicare al Parlamento entro cui concludere le azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico"
Dunque, per la prima volta nella storia dell’umanità si stabilisce preventivamente e per risoluzione parlamentare quando terminerà un’azione militare. Non so se ci saranno anche i minuti di recupero a causa delle perdite di tempo (già me lo vedo Gheddafi che avverte i miliziani: “forza ragazzi, ché se resistiamo fino a mercoledì otto si pareggia!”), però anche questo testo devo dire che è talmente stupido da sembrare geniale. O forse talmente geniale da sembrare stupido.


Due indizi non sono ancora una prova. Però mi sto convincendo sempre più che forse è proprio tutta la coalizione che da tre anni governa l’Italia a essere così stupida da sembrare geniale o talmente geniale da sembrare stupida. E noi italiani che da diciassette anni continuiamo a dare fiducia a certa gente cosa siamo, stupidi o geniali?

lunedì 2 maggio 2011

Il proiettile in fronte

E’ da stamani che mi interrogo sulla notizia del giorno, del mese e forse dell’anno: hanno ucciso Osama bin Laden.
Mi hanno dato fastidio le manifestazioni di giubilo, lo dico chiaro e tondo.
Primo, perché può anche essere la persona più stronza del mondo, ma è pur sempre un essere umano che muore ammazzato. E noi, che ci riteniamo democratici e migliori, se veramente crediamo nella cultura della vita e nel diritto, dobbiamo avere un atteggiamento sobrio di fronte a un epilogo del genere. Tanto più che le teste di cuoio non son andate là per catturarlo e, nel casino, c’è scappato il morto: no, avevano intenzione dall’inizio di farlo fuori. Secondo, perché non è che ora finisce il terrorismo internazionale, così come non è bastata la morte di Hitler o quella di Stalin o quella di Mussolini per mettere la parola fine al nazismo, al comunismo più deteriore o al fascismo. Né una volta catturati Riina e Provenzano, Cosa nostra ha cessato di far danni.
Mi ronza nella testa quel che un amico – nonché bravo e autorevole esponente politico della mia città – ha scritto su facebook al termine di un articolato e per molti versi condivisibile ragionamento: “sarebbe l’ora di rivedere il principio, obsoleto, equivoco ed ipocrita, di un diritto internazionale che considera legittimo attaccare gli stati, e così le popolazioni, e non i leader politici, i loro rappresentanti, i primi e veri responsabili di tante brutalità. La metto giù secca e brutale. Considero molto più etico (nonostante il precetto biblico del non uccidere), il comportamento di Obama, che fa piantare un proiettile in fronte a Osama, piuttosto che questi bombardamenti sul territorio libico, che fanno finta di scansare Gheddafi ed, inevitabilmente, causano anche vittime civili”.
E’ un ragionamento che mi attrae e, al tempo stesso, mi lascia perplesso.
Mi attrae perché fa male sapere di civili innocenti che rimangono vittime di bombardamenti: non è giusto, non è tollerabile. Molto meglio prendersela direttamente con chi ha causato tanti dolori.
Mi lascia perplesso in primo luogo perché, portando il ragionamento alle estreme conseguenze, si dovrebbe accettare la pena di morte e francamente questo non mi va.
Ma, soprattutto, se è vero – ed è vero – il ragionamento che ho svolto all’inizio, non sarà uccidendo lo stronzo che ci libereremo della stronzaggine che egli ha seminato. E allora c’è il rischio che quella del piantare un proiettile in fronte al dittatore o al terrorista di turno sia soltanto una finta soluzione, né migliore né peggiore di quella in altri casi escogitata dai grandi cervelli che comandano nel mondo, ossia scendere a patti con il nemico.
Insomma, non se ne esce. Ancora una volta mi trovo impotente a cercare, vanamente, di pesare pro e contro di una vicenda troppo grande e a constatare la mia inutilità, la mia piccolezza di fronte a simili eventi.

domenica 1 maggio 2011

Perché siamo una Repubblica "fondata sul lavoro"

L’articolo 1 della Costituzione afferma che la nostra Repubblica è “fondata sul lavoro”.
Questo passaggio non è un lascito della cultura comunista, come qualcuno in questi ultimi tempi sembrerebbe paventare.
Al contrario.
Il 6 febbraio 1947 Meuccio Ruini, relatore del progetto di Costituzione repubblicana, spiega: “Bisogna poi essere ciechi per non vedere che è oggi in corso un processo storico secondo il quale, per lo stesso sviluppo della sovranità popolare, il lavoro si pone quale forza propulsiva e dirigente in una società che tende ad essere di liberi ed eguali. Molti della Commissione avrebbero consentito a chiamare l'Italia «repubblica di lavoratori» se queste parole non servissero in altre costituzioni a designare forme di economia che non corrispondono alla realtà italiana. Si è quindi affermato, che l'organizzazione politica, economica e sociale della Repubblica ha per fondamento essenziale — con la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori — il lavoro: il lavoro di tutti, non solo manuale ma in ogni sua forma di espressione umana”.
Si richiama il lavoro (e il lavoro in ogni sua forma di espressione umana: quindi, non soltanto il manovale o l’artigiano, ma pure l’imprenditore o l’artista o il prete) anziché i lavoratori proprio per sottolineare che l’Italia non avrà un’organizzazione comunista. E anche per un altro motivo: se si sancisce che è una Repubblica di lavoratori, che ne sarebbe di coloro che invece non lavorano, dei disoccupati, degli oziosi, di coloro che vivono di rendita? Non avrebbero diritto di cittadinanza? Il primo a sollevare il problema è Piero Calamandrei, ma anche il liberale Orazio Condorelli insiste sulla questione e lo fa in termini molto più critici: “Che cosa vuol dire, dicevo, che il lavoro è il fondamento della Repubblica? Si osservava: una Repubblica senza lavoro non può esistere. Indubbiamente. Ma ciò non vale ad identificare la Repubblica, perché non solo la Repubblica ma nessuna associazione umana si regge senza lavoro, soprattutto la società economica, la famiglia, il comune, la società internazionale di tutti gli uomini. Nessuna di queste forme si reggerebbe senza il lavoro. Dunque il lavoro non identifica l'essenza della Repubblica in modo da poterne essere il fondamento. Ma poi, soprattutto, è da osservare che non si può dire che il lavoro sia da solo il fondamento della repubblica (…) la repubblica è la res populi, la res dunque di tutti i cittadini, nessuno escluso”. Condorelli contesta che il lavoro sia “fondamento” nel senso “di titolo che dà diritto a partecipare alla Repubblica”, ma non osteggia che di per sé il richiamo al lavoro sia presente. In effetti, quando il 22 marzo cominciano le discussioni sugli emendamenti al testo dell’articolo 1 i deputati liberali non mettono in discussione il lavoro, anzi: Francesco Caroleo propone che alla parola "lavoro" venga sostituita l’espressione “solidarietà del lavoro umano”. Questo perché “col concetto di solidarietà si superano tutti gli interrogativi e le dubbiezze di coloro che vedono nella sola parola «lavoro» delle lacune; e con la qualifica di «umano» si supera anche l'interrogativo riferentesi alla particolare natura del lavoro, che dovrebbe essere il fondamento della Repubblica”. Il repubblicano Ugo La Malfa, da parte sua, precisa che “fondata sul lavoro è una frase di assai scarso contenuto. Da un punto di vista costituzionale vuol dire assai poco: introduce questo concetto del lavoro, ma l'introduce con una genericità che si presta a molti equivoci. Il giorno in cui votassimo questa dizione, e potremmo votarla tutti quanti, non avremmo detto molto. Ciascuno, votandola potrebbe riempirla del contenuto ideologico e politico che gli è più proprio”. Perciò propone che sia sostituita dalla formula “fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro” e – come riassume bene Meuccio Ruini – “non perché contraddica, ma perché completi ed equilibri; riunisca il passato e l'avvenire; e stabilisca i due piloni, sui quali si deve edificare la nuova civiltà”.


La portata dell’enunciato “Repubblica fondata sul lavoro” è però ben spiegata da tre costituenti che provengono da culture diverse.
Il primo è Giuseppe Saragat, del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: “Può darsi benissimo che dal punto di vista giuridico questa formulazione non sia tra le più felici; ma io ritengo che la sostanza di questa affermazione sia storicamente esatta, e che anzi su di essa poggi tutta quanta la struttura di questo progetto relativamente a diritti sociali. Ciò che caratterizza il nostro testo è appunto il dilatarsi della nozione di responsabilità da quella unicamente verso se stessi, che è il fondamento dei diritti di libertà, a quella più vasta di responsabilità verso i propri simili, che è il fondamento dei diritti sociali”.
Il secondo è Aldo Moro, democristiano: “Questo il senso della disposizione: un impegno cioè del nuovo Stato italiano di proporsi e di risolvere nel modo migliore possibile questo grande problema, di immettere sempre più pienamente nell'organizzazione sociale, economica e politica del Paese quelle classi lavoratrici, le quali, per un complesso di ragioni, furono più a lungo estromesse dalla vita dello Stato e dall'organizzazione economica e sociale (…) nessun significato di esclusione; soltanto un impegno della nuova democrazia italiana in questa strada di elevazione morale e sociale. E io credo che nessun uomo onesto, che segga in questa Assemblea — e, quindi, penso, nessuno tra noi — potrà respingere il significato di questa affermazione. Si potrà chiarire la sua portata, si potranno fare delle aggiunte, allo scopo di rendere indubbio che la cittadinanza democratica è cosa indipendente dalla qualifica di lavoro; ma non si potrà negare che il compito storico che sta dinanzi alla democrazia italiana, in quanto essa persegue il potenziamento della dignità umana, sia di immettere nella pienezza della vita del Paese le classi lavoratrici”.
Il terzo è il segretario repubblicano Randolfo Pacciardi: “La Repubblica deve essere fondata sul lavoro, deve onorare il lavoro, deve essere presidiata e difesa dalle classi più numerose e più benemerite della popolazione, che sono le classi lavoratrici, e deve portare i lavoratori alla ribalta della nostra storia. Votando così, onorevoli colleghi, noi siamo certi di interpretare il pensiero della Scuola repubblicana italiana e del suo più degno e conosciuto alfiere: Giuseppe Mazzini