giovedì 30 giugno 2011

Can che abbaia non morde

Dunque, il governo vara un decreto sulla spazzatura napoletana e i ministri della Lega Nord votano no. Il decreto può essere comunque varato, ma prima o poi dovrà pur arrivare in Aula ed essere votato. Cosa faranno a quel punto i 59 deputati della Lega Nord senza i quali il centrodestra non arriva a 260 parlamentari? Se voteranno no, il decreto decadrà e con esso la possibilità di trasferire i rifiuti fuori regione, con tutto quel che ne deriva: a termini di Costituzione, se non verrà posta la fiducia il governo potrà anche rimanere in sella, ma - insomma - negli anni ci sono stati esecutivi che si sono dimessi per molto meno. Se voteranno sì, fossi un elettore padano con il fazzoletto verde all'occhiello... beh, penso che mi incavolerei un tantinello per l'ennesimo can che abbaia non morde dei parlamentari da me votati.
In entrambi i casi: che pena mi fanno!

Un Paese immobile

Confesso la mia insana passione per tutto ciò che sa di vintage (passerei ore a vedere le vecchie pubblicità sulle riviste degli anni Settanta). Ultimamente, mi capita di riguardare su YouTube o sul portale Rai vecchi programmi televisivi. Mi sono rivisto lo sceneggiato Gamma e pure Canzonissima, ma anche varietà come quelli di Vianello e Mondaini, contenitori come Blitz e L'Altra domenica, Discoring. In questi ultimi giorni, invece, è la volta di Indietro tutta (1987-88).
Ora, mentre la roba andata in onda tra la fine dei Settanta e l'inizio degli Ottanta sente un po' (in certi casi un po' assai) il peso del tempo che passa, e non soltanto per la tecnologia usata o la tecnica di narrazione, ma proprio per il contenuto, il programma di Renzo Arbore - che pure è successivo solamente di pochi anni rispetto agli altri che ho citato - è ancora estremamente attuale e godibile. Andasse in onda oggi esattamente come ventitré anni fa, potrebbe tranquillamente fare il pieno di ascolti in prima serata e, probabilmente, verrebbe pure premiato per l'originalità.
Bravi Arbore e gli altri, certo. Ma anche, a mio avviso, la prova tangibile e sconfortante che il Paese a un certo punto si è fermato. Non ha saputo evolversi, migliorarsi. Osare. E' rimasto lì, con i suoi pregi e, soprattutto, i suoi difetti sui quali ancor oggi potremmo ironizzare.

martedì 28 giugno 2011

Se Marco Travaglio tratta tutti allo stesso modo...

...dopo l'ennesima apertura al governo da parte di Di Pietro, ci attendono, nei prossimi giorni, editoriali con i quali il vicedirettore del Fatto Quotidiano ci farà sbellicare dalle risate con i suoi celebri giochi di parole: Dipietroni o, forse, Dipietronti (omaggio al ministro dell'economia). E se lo chiamasse semplicemente DP? L'IdV potrebbe diventare il PdV (ah ah ah! questa sì che è buona!). Quanto a Belisario, sarà il Cicchitto dei poveri o Cicchittario? Donadi - sulla falsariga di Al Fano - potrebbe diventare Don Adi.
Chissà quanti pezzulli in cui si leggerà che "Di Pietro, che ormai parla come Totò, è segnalato negli States, forse per contribuire al crollo della popolarità di Obama. Né lui, né Don Adi, per non disturbare, han detto una parola chiara su Bisignani. Anzi, Tonino s'è precipitato in soccorso di B. con la proposta di un bell'accordo di larghe intese sulla finanziaria. Al punto che non si comprende perché mai B. voglia rimpiazzare Fini con Scilipoti quando c'è il PdV a disposizione. Gratis" (ridere, prego).
Vabbè, questione di giorni e lo sapremo.

Parla come mangi / Antonio Martino

In una lettera aperta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pubblicata sul quotidiano Il Tempo, l’ex ministro della difesa Antonio Martino ha scritto:

Faccio riferimento alla riforma Bassanini e alle sue, anche se non intenzionali, conseguenze. Come ho avuto modo di scrivere, il nostro governo non è più un organo collegiale ma monocratico.
Accentrando nella stessa persona i poteri del ministro del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni Statali e del Mezzogiorno, ha di fatto sancito che il governo è il ministro dell'Economia, gli altri, presidente del Consiglio incluso, sono solo superflue comparse.
Non si muove foglia che il ministro dell'Economia non voglia. Le dichiarazioni dell'onorevole Guido Crosetto, persona di notevole spessore culturale, anche se appaiono rivolte più alla persona che alla carica, sono in realtà la conferma che lo strapotere accentrato nelle mani di una sola persona è incompatibile col corretto funzionamento delle nostre istituzioni.
Senza una dialettica fra il ministro delle spese e quello delle entrate, la sintesi che dovrebbe essere fatta dal Consiglio nella sua collegialità e l'indirizzo che ne dovrebbe dare il suo Presidente sono superflui. La collegialità dell'organo svanisce: la politica dell'esecutivo investe la responsabilità del suo capo ma è, in effetti, decisa da altri che non ne risponde.
Mi permetterei, quindi, di suggerirLe di esercitare, con la discrezione che Le è propria, pressioni sui leader di maggioranza e di opposizione perché procedano allo "spacchettamento" del ministero dell'Economia, ripristinando la separazione fra i ministri della spesa e dell'entrata e rinvigorendo il ministero dello Sviluppo economico, cui quello dell'economia ha sottratto poteri che erano prima del ministero dell'Industria e poi di quello delle Attività produttive.

Ho sottoposto il testo al vaglio del software decriptatore in mio possesso e ne è risultato che Martino in realtà voleva scrivere questo:

Se c’è una cosa che non ho mai digerito è che io, laureato in economia, specializzato a Chicago, docente alla Luiss e autore di pubblicazioni varie, son qua a fare il peone in parlamento e quel tributarista da strapazzo di Sondrio è là a fare il ministro... di cosa, poi? Del mio settore! Dell’economia, porca troia! Mica soltanto delle finanze, eh no! Anche del bilancio, del tesoro, delle partecipazioni statali, del mezzogiorno... Fa tutto lui, si crede di essere chissà chi soltanto perché ogni tanto cita questo o quel filosofo dell’Ottocento, ma la realtà è che di economia non ne capisce granché, quello è soltanto uno che fa le dichiarazioni dei redditi conto terzi.
Io questa cosa l’ho detta un sacco di volte a Berlusconi, ma lui non mi caga più come una volta e quindi a chi posso rivolgermi? Beh – mi sono detto – proviamo con Napolitano...

lunedì 27 giugno 2011

Il fattore S

Una delle argomentazioni che più leggo e sento in giro quando si critica il grillismo / dipietrismo / movimentismo in genere è che queste correnti esprimono istanze giuste che il centrosinistra in generale e il Partito Democratico in particolare farebbero bene a raccogliere.
E’ un’obiezione che è fondata e che in parte condivido. Del resto, il PD – o meglio: la sua classe dirigente – è uso muoversi con la velocità del bradipo e la leggerezza dell'elefante, per cui certe sollecitazioni male non gli fanno.
Però c’è qualcosa che non mi torna in queste considerazioni. Perché quel che lascia perplessi non sono tanto le istanze - che in effetti il più delle volte sono giuste o addirittura ineccepibili -, quanto le risposte di chi è lesto a raccoglierle, quelle istanze.
L’esempio che mi viene in mente è la spazzatura a Napoli.
De Magistris, a mio avviso, ha fatto bene, benissimo, a recepire un desiderio non soltanto di legalità, ma proprio di educazione civica e a volare alto con il suo obiettivo di arrivare a un 70% di riciclato. Ma sbaglia quando non dice cosa ne farà del restante 30% - lo brucia, lo mette in discarica, lo nasconde sotto il tappeto, lo rivende, lo lascia lì dov’è? – e, soprattutto, come si muoverà durante il percorso che lo porterà a quella percentuale. Perché non è che ci arrivi in una settimana e nemmeno in un anno, anche senza camorra.
Ecco quindi che entra in gioco il fattore S.
E’ il fattore della semplificazione dei problemi e delle istanze. Quello che vuole un sì o un no dimenticando le ipotesi mediane, quello che vuole tutto bianco o tutto nero senza guardare i toni di grigio. Applicato alla politica, alla buona politica, il fattore S può produrre disastri epocali. E a me sembra – ed è l’aspetto che più mi rode – che non soltanto io, ma pure tante persone pensanti che conosco siamo attratte da questo fattore S.

Sulla pubblicizzazione delle intercettazioni

Fermo restando che i magistrati devono avere la massima libertà di intercettare chiunque essi decidano sia necessario o anche soltanto opportuno ai fini delle loro indagini, ritengo che in qualche caso siano stati commessi degli errori relativamente alla pubblicazione - meglio sarebbe dire: pubblicizzazione - delle trascrizioni di telefonate.
E non mi riferisco tanto al diritto di cronaca o a quello alla privacy. Mi riferisco alle reazioni di un'opinione pubblica malata di superficialità e antipolitica.
Nella mia città, un'indagine scaturita da intercettazioni ha portato all'arresto di assessore (di centrodestra), dirigente comunale e liberi professionisti. Poi i quotidiani hanno pubblicato tutte le telefonate dell'inchiesta e nel calderone son finite anche persone (di centrosinistra) che non hanno fatto niente di male: politici che, soltanto per aver sostenuto idee magari non condivisibili, ma comunque legittime e lecite si ritrovano sul banco degli imputati - il banco degli imputati dell'opinione pubblica, intendo, perché per la magistratura nemmeno sono indagati - insieme agli arrestati e costretti a rilasciare lunghe interviste per chiarire, precisare, sottolineare; altri che in questi anni si sono sempre opposti a talune scelte urbanistiche al centro delle indagini devono difendersi dalle accuse di inciucio ("son tutti uguali!" "eran d'accordo!") soltanto perché, a suo tempo, non hanno firmato un esposto alla magistratura.
E' giusto tutto questo? Secondo me no. E, sempre secondo me, quelle forze politiche di centrosinistra che molto pelosamente hanno in questi giorni ufficialmente difeso i personaggi loro alleati di cui sopra, ma al tempo stesso fomentato sotto traccia un certo atteggiamento e certa vox populi contro costoro, dovrebbero riflettere bene: la ricerca del vantaggio marginale (marginalissimo) oggi serve veramente a poco quando si tratta di governare in un arco temporale anche soltanto di cinque anni.
Ho parlato di una vicenda piccola e cittadina. Però temo che si possa estendere a chissà quanti altri casi in Italia. Non mi fanno paura i magistrati, né mi fanno arrabbiare. Non mi fanno paura i giornali. Mi fa paura la superficialità dell'opinione pubblica e mi fanno arrabbiare certi politici che ci marciano nella speranza di conquistare alla loro causa lo zero virgola in più al prossimo sondaggio elettorale.

sabato 25 giugno 2011

Programmi a confronto: PD e IdV

Come ho scritto nei giorni scorsi, credo che Antonio Di Pietro abbia perfettamente ragione nel dire che il centrosinistra deve dotarsi, quanto prima, di un progetto politico credibile. Poiché l’altro giorno in Parlamento lui ha scaricato tutta la responsabilità del ritardo sul Partito Democratico, ho colto l’occasione per fare una breve ricerca sugli aspetti programmatici sia del PD, sia dell’IdV.
Nessuno dei due partiti ha, ad oggi, un vero e proprio programma articolato dal quale emerga un’idea di Paese. Entrambi, però, hanno elaborato alcune proposte programmatiche.
I due leader del partito, poi, sono primi firmatari di una serie di progetti di legge. Bersani ha una produzione legislativa meno intensa, ma più varia (8 progetti, che spaziano dalla riforma delle province all’imposta sulle transazioni finanziarie, dalla gestione delle risorse idriche alla riforma della Rai, dal fondo rotativo di garanzia per l’anticipazione dei crediti di lavoro alle norme in materia di riciclaggio di denaro sporco), mentre Di Pietro arriva a quasi sessanta progetti come primo firmatario, la maggior parte dei quali rientranti nei temi cari alla sua area di riferimento: magistrati e Casta.

Ma veniamo alle proposte programmatiche di partito.
Sul sito web dell’Italia dei Valori c’è un’unica paginetta divisa in undici capitoli: lavoro, impresa, giustizia e sicurezza, immigrazione, famiglia e diritti della persona, sanità, ambiente, informazione, provvedimenti anti-casta, politica estera, formazione e ricerca. Gli argomenti sono sviluppati per punti sintetici: “aumentare il tempo scuola”, “riformare l’Onu, liberandone l’azione da condizionamenti e veti”, “ridurre i tempi di approvazione delle leggi, salvaguardando i diritti delle minoranze”, “favorire le assunzioni a tempo indeterminato abbattendo il costo del lavoro”. Non viene detto in quale maniera si finanziano tali provvedimenti, né specificato cosa si vuole di preciso (aumentare il tempo scuola: quante ore settimanali? riformare l'Onu: come? e così via). Viene semplicemente lanciata l’idea. Sono, per la maggior parte, proposte alle quali è difficile dire di no. Tutte portano la data del 24 gennaio 2011.
Sul sito web del Partito Democratico la ricerca è più confusa, così come più ardua l’individuazione delle proposte programmatiche. Perché sì, esistono. Ma poi ci sono anche gli interventi di Tizio e di Caio, del responsabile in segreteria nazionale e del coordinatore del forum e poi del presidente di commissione parlamentare e di questo e di quello. Le pagine sono tante perché le proposte sono tante e riguardano quasi l’intero scibile umano. Concentrando la ricerca alla sezione “proposte programmatiche” troviamo sedici aree tematiche: riforme e pubblica amministrazione / enti locali, cultura, salute, sicurezza, famiglia e politiche sociali, sud, scuola, economia, infrastrutture e trasporti, immigrazione, agricoltura, Europa e mondo, ambiente, università e ricerca, giustizia, lavoro. Le proposte sono state approvate a più riprese dall’Assemblea nazionale in un periodo che va dal maggio 2010 al febbraio 2011. Gli argomenti non sono sviluppati per punti sintetici, ma sono estremamente articolati e, in taluni casi, traspare un’opera di mediazione tra posizioni di partenza parecchio diverse. Quasi sempre c’è una lunga analisi della situazione esistente, spesso si ricorre a terminologie tecniche inesistenti nel programma dell’IdV (“i dati OCSE Pisa”, Lep e Leac) e a riferimenti normativi (“...l’art. 64 della legge 133 del 2008”). Di tali documenti talora esiste sia una versione lunga, sia un bignamino che però è ben lungi dalla sinteticità del programma dell’IdV. Una buona parte delle proposte piddine sono assolutamente condivisibili, ma spesso si vede anche il tentativo di andare oltre la semplice propaganda e talora si spiega pure il percorso di massima per certe riforme (es.: “integrazione delle pensioni delle future generazioni di lavoratori e lavoratrici attraverso una quota a carico della fiscalità generale, determinata in relazione alla contribuzione versata”).

Per dare un’idea migliore della differenza di impostazione tra PD e IdV, basti citare lo slogan 20-20-20. Il partito di Bersani è il primo a lanciarlo, con una proposta sul fisco assai articolata, alla quale è dedicata un’intera sezione programmatica. Il partito di Di Pietro ha pure lui il suo 20-20-20 (differisce il terzo 20, che non è legato alla fiscalità delle imprese, ma – più demagogicamente – all’aumento di stipendi e pensioni minime), ma sono appena tre righe di obiettivi generali.

Infine, da notare che il PD ha portato alcune delle sue proposte al voto in Parlamento. In particolare, è riuscito a far approvare la mozione sul fisco 20-20-20. Nella solita circostanza, anche l’IdV ha portato la sua mozione sul fisco, un po’ diversa da quella del PD, che però è stata bocciata.

Quali conclusioni trarre?
La prima è che se c’è – e c’è – davvero la necessità di un progetto organico del centrosinistra, più che polemizzare tra loro in Parlamento, PD e IdV dovrebbero dialogare fuori: trovare convergenze non credo sia difficile, alla luce di quel che hanno scritto nei loro programmi. E’ sufficiente un minimo di volontà di guardare oltre il proprio orticello.
La seconda conclusione è che – forse –, alla luce delle idee programmatiche che i due partiti hanno reso note, avrebbe più ragione Bersani ad incalzare Di Pietro che non quest’ultimo a rimproverare al segretario piddino di non sapere qual è il progetto che vuol portare avanti.

venerdì 24 giugno 2011

Dimmi con chi vai e ti dirò se vengo anch'io

Il Fatto Quotidiano, arrapato dall'ultimo show parlamentare di san Tonino dalla schiena dritta, lancia le primarie del centrosinistra: voi per chi votereste, per Bersani, Di Pietro o Vendola?, chiede.
I lettori si appassionano al giochino.
Io no.
Come faccio a dire oggi chi voterò se non so con quale programma i tre si presenteranno? Con quali alleanze? Ma che facciamo, votiamo per simpatia o appartenenza politica? O vogliamo fare le primarie su basi un po' decenti? Ha senso criticare il leaderismo del centrodestra se poi dalla parte di qua ci si espone al buio e, in sostanza, si fa lo stesso?
Le primarie del Partito Democratico del 2009, quelle che portarono alla segreteria Bersani, si contraddistinsero perché i tre candidati avevano ognuno una propria piattaforma. E furono partecipate anche per quello.
Ad oggi, dei tre potenziali candidati del centrosinistra, quello di cui sappiamo perlomeno qualche punto programmatico è Bersani. Degli altri due, conosciamo una bellissima narrazione non accompagnata ancora da proposte concrete e una serie di raccomandazioni generali. Quando tutti e tre definiranno la loro proposta, vedremo chi votare. O no?

p.s.: il titolo è una frase rubata al grande Marcello Marchesi.

Il PdL come la ex Jugoslavia

Ma davvero dobbiamo stupirci di quel che emerge dalle intercettazioni bisignaniane sulla realtà del Popolo delle Libertà? Sì, tutti questi ministri e sottosegretari e capigruppo che si dànno addosso l’un l’altro.
A me non stupisce.
Il PdL è un’accozzaglia di gente venuta da ogni dove: l’ex comunista, l’ex democristiano, l’ex piduista, l’ex liberista a tutto tondo, l’ex socialista... sì, è vero, anche il Partito Democratico è una roba del genere, ma c’è una differenza fondamentale: che il PdL è basato sul potere carismatico di un leader, il PD no. Nel momento in cui il potere carismatico viene meno – o anche soltanto scalfito, come da un po’ di mesi a questa parte – la struttura che da esso promana implode miseramente. Fatte le debite proporzioni: avete presente la Jugoslavia di Tito? Morto lui, il finimondo.

Tutti quei personaggi di varia estrazione di cui sopra hanno un solo collante: non è un progetto di Paese o una visione ideologica (anche vaga), ma una persona, un nome e un cognome.
Lo confesso: aspetto questo momento di implosione da tre lustri. Non ne siamo mai stati tanto vicini come oggi. Nel giorno in cui si realizzerà del tutto potremo avere l’embrione di una destra normale, con i liberali che si ritroveranno con i liberali e la smetteranno di nascondersi dietro il dito dell’anti-antiberlusconismo; i post-democristiani in cerca di potere si riuniranno con i loro pari; i leghisti saranno trattati per quello che sono: dei pazzi scatenati che giocano ai vichinghi sdoganando razzismo, il più becero individualismo e idee che con la democrazia non c’entrano nemmeno di straforo; gli altri – i miracolati senza arte né parte – finiranno nell’oblio, al massimo potranno aspirare a un posto da peone parlamentare, ma non ce li ritroveremo ministri o sottosegretari in ruoli chiave dell’amministrazione pubblica, a far danni nel nome del grande capo al quale essere riconoscenti vita natural durante.

giovedì 23 giugno 2011

Di Pietro che fa opposizione all'opposizione

Dico subito che quanto detto da Antonio Di Pietro ieri alla Camera è, nella sostanza, giustissimo e sacrosanto.
Quel che non mi convince è il modo, il tempo e il luogo.
Cerchiamo di rimettere i tasselli al loro posto. C’è una seduta parlamentare convocata perché il governo in difficoltà ha modificato radicalmente la propria composizione. Il presidente del Consiglio, in evidente imbarazzo, fa le sue considerazioni e una di queste, una delle più importanti, è, grosso modo, la seguente: “sì, noi siamo quel che siamo, ma l’opposizione è messa peggio”. A quel punto lì uno dei leader dell’opposizione cosa fa? Dice più o meno che “sì, è vero... voi siete quel che siete, ma noi siamo messi peggio”.
Applausi dalla maggioranza.
Non basta. Costui, affinché sia chiaro che se l’opposizione è messa peggio la colpa non è certo sua, chiama in causa un altro leader, quello che negli ultimi mesi è risalito nei sondaggi in modo sorprendente, quello che ha azzeccato le previsioni sulle comunali milanesi, quello che ha scommesso su un treno in corsa (i referendum) e alla fine ha avuto ragione. E quest’altro leader, nelle intenzioni, dovrebbe rimanere lì, con il cerino in mano. A fare la parte di quello che se niente si sblocca è colpa sua e se qualcosa succede è merito di chi lo ha incalzato in Parlamento.
Udito ciò, a un importante esponente della maggioranza non resta che attendere la fine del discorso per poi alzarsi e congratularsi personalmente con il collega dell’opposizione.

Se io fossi Bersani non so se resisterei alla tentazione di convocare una riunione invitando soltanto Vendola e lasciando platealmente fuori Di Pietro. Mica per rompere l’alleanza, intendiamoci. Giusto per far capire che ci sono toni, modi e luoghi e che se fai parte di un’alleanza, se vuoi veramente un’alleanza, il mondo non finisce dove finisce il tuo orticello. Un po’ lo farei anche per rimarcare che fino a ieri la necessità di concentrare il dibattito sui temi concreti e di strappare elettori al centrodestra l’ho sostenuta io e tutte le volte - 'orco boia! - mi dovevo scontrare con uno che tirava fuori l’equazione Berlusconi uguale Belzebù, finendo per complicarmi la vita.
Per fortuna io non sono Bersani.
Spero che questo brutto atteggiamento, che dura dall’inizio della legislatura, di un leader della minoranza parlamentare che fa l’opposizione all’opposizione (anziché al governo) cessi quanto prima. Altrimenti, lo spettro dell’Unione tornerà in mezzo a noi - anche se invece di fare l'accozzaglia tutti dentro saranno solamente tre forze politiche - e saranno cavoli amarissimi per tutti quanti.

mercoledì 22 giugno 2011

Ogni riferimento a san Tonino dalla schiena dritta è puramente casuale

Stanotte ho sognato un consulente di marketing che suggeriva a un leader politico di cambiare registro: "Vedi - gli diceva - questi sondaggi ci dicono che il Paese comincia a essere stanco di quel che hai fatto fino ad oggi. Anche perché è venuto fuori qualcuno che lo fa anche meglio di te e, guarda caso, lo seguiamo noi. Tu comincia a fare così e cosà" "Ma è quello che ho sempre rimprovato a Tizio e Caio, che in teoria sono i miei alleati" "Che t'importa? Vai e non temere! Anzi, incalzali e chiamali in causa direttamente e pubblicamente: scaricherai sul partito di Tizio e Caio tutte le inadempienze che fino ad oggi hai contribuito a creare. Loro sono in ripresa, tu sei in difficoltà, ma così facendo vedrai che riguadagnerai il terreno perduto, dài retta" "Uhm... Vado?" "Vai!"
Poi mi sono svegliato: era soltanto un sogno, per fortuna. Cose del genere non esistono nella realtà.

Cambia qualcosa se non hanno commesso reati? No!

Confesso che in tutta questa vicenda Bisignani io non riesco a orientarmi granché. Io ci provo a leggere le intercettazioni, a capirne di più sui meccanismi, ma più in là di tanto non riesco ad andare, forse per un limite mio.
Il punto è che a me non interessa un fico secco se quel che fanno Bisignani & c. è reato oppure no, come si affannano a sotilizzare i quotidiani di destra. Se la loro attività è semplice lobbying o qualcosa di più.
Magari costoro non hanno fatto niente di male - non spetta a me deciderlo, perché ci penserà la magistratura -, ma quel che mi colpisce e mi schifa è la veridicità dello scenario di fondo, quello peggiore. Quello di un sistema che non si regge sul merito delle persone ed entra nel merito delle cose, ma si basa sullo sputtanamento, sull’intimidazione, sulla vicinanza a un certo gruppo piuttosto che a un altro per premiare o punire. Nel quale il metro per decidere cosa è meglio fare non è l’informazione oggettiva, ma quella soggettiva. E’ un sistema che ormai ha preso campo dall’ambito nazionale a quello locale – dal direttore di giornale che sputtana un collega soltanto perché ha osato contestare il capo del governo, al sindaco che querela il consigliere comunale sperando di renderlo più accondiscendente – e che ha trovato terreno particolarmente fertile negli ultimi quindici anni.
Il fallimento del berlusconismo politico si vede anche da questo. Benché scesi in campo per fare la rivoluzione liberale, durante i loro troppi anni di malgoverno l’attuale presidente del Consiglio e chi lo circonda hanno finito per assecondare solamente chi si comporta in maniera tutt’altro che liberale. La conseguenza pratica è che siamo un Paese fermo e ingessato: non ci può essere sviluppo in una polis nella quale le energie migliori vengono prevaricate da altre che, lecitamente o meno non mi interessa, hanno il solo merito di sapersi muovere meglio in una zona grigia dove tutto – legale e illegale, etico e immorale – si confonde.

martedì 21 giugno 2011

Berlusconi e le elezioni amministrative

Se allarghiamo lo sguardo alle grandi Nazioni occidentali, vediamo che né le opposizioni, né i media, né l'opinione pubblica reclamano le dimissioni di Presidenti e Capi di Governo in seguito a risultati elettorali di medio termine nelle elezioni locali.
Silvio Berlusconi, 21 giugno 2011, discorso al Senato

Il risultato delle elezioni amministrative è un ciclone che si è abbattuto sul governo. La disfatta dell’Unione, da Verona a Alessandria, da Reggio Calabria a Palermo, non può restare senza conseguenze politiche perchè dalle urne è uscito un responso inequivocabile (...) A questo si aggiunge il disastroso consuntivo del governo delle tasse guidato da Prodi al quale chiediamo di dimettersi.
Silvio Berlusconi, 31 maggio 2007, comunicato stampa

E stica...!

Stamani alla Camera la seduta è iniziata con questa comunicazione da parte del presidente dell'Assemblea:
"Comunico che il presidente gruppo parlamentare «Iniziativa Responsabile (Noi Sud-Libertà ed Autonomia, Popolari di Italia Domani-PID, Movimento di Responsabilità Nazionale-MRN, Azione Popolare, Alleanza di Centro-AdC, La Discussione)», con lettera pervenuta in data 16 giugno 2011, ha reso noto che il gruppo ha modificato la propria denominazione in «Iniziativa Responsabile Nuovo Polo (Noi Sud-Libertà ed Autonomia, Popolari d'Italia Domani-PID, Movimento di Responsabilità Nazionale-MRN, Azione Popolare, Alleanza di Centro-AdC, La Discussione)»".

lunedì 20 giugno 2011

La strategia internazionale del governo Berlusconi

A febbraio non si presentò a Budapest a un’importante riunione di ministri della Nato sulla Libia, facendosi sostituire da un ambasciatore, perché lui doveva essere in aula a votare un decreto sul quale era stata posta la fiducia.
Nei giorni scorsi è arrivato con sei ore di ritardo a un altro appuntamento della Nato, stavolta a Bruxelles, organizzato per importanti decisioni sui centri di controllo degli spazi aerei.
E’ Ignazio La Russa.
Quello che, alla sua prima intervista da ministro, dichiarò al Giornale: “cercherò di ridare lustro alle nostre missioni all’estero. Ritengo che siano un motivo di orgoglio per il nostro Paese perché rappresentano un impegno a difesa della pace”. Quello che, sei giorni dopo aver giurato da ministro, spiegò a Repubblica: “questa in Libano è l’operazione delle Nazioni Unite in cui l’Italia ha assunto un ruolo propulsivo decisivo (…) non possiamo rinunciare ad esercitare il nostro ruolo di equilibrio e responsabilità, che se svolto bene accresce le possibilità di moderazione in tutto il Mediterraneo”.
A distanza di tre anni, il lustro alle missioni internazionali e i ruoli di moderazione equilibrio e responsabilità vengono sacrificati all’altare delle richieste leghiste di fare economia o all’esigenza di presenziare a un voto in Aula.
La politica estera italiana è sempre stata sottomessa alle esigenze della politica interna e degli equilibri di coalizione, ma mai come in questi anni berlusconiani. Quel che è cambiato rispetto al passato è che un tempo si salvavano almeno le forme. Ora i nostri (s)governanti non ci badano neanche più. Peccato che, invece, nelle relazioni internazionali le forme contino. E che ministri e capi di governo stranieri non ci pensino due volte a far pesare la loro presenza quando i loro colleghi sono assenti. Ma ai nostri cosa importa? Per il centrodestra italiano le istituzioni internazionali sono quelle cose che si ignorano bellamente quando si tratta di decidere e si tirano in ballo quando c'è da scaricare le proprie responsabilità su qualcun altro.
Il giorno che l'esecutivo Berlusconi cadrà, chi lo sostituirà non dovrà soltanto rimettere insieme i cocci dell’economia, ma anche riposizionare il nostro Paese sullo scacchiere delle relazioni internazionali.

Il declino dell'impero padano

Mentre la Grecia a un passo dalla bancarotta potrebbe trascinarci in un tunnel senza uscita e le agenzie di rating ci avvertono che la situazione potrebbe essere assai pericolosa anche per noi italiani, il secondo partito di governo in Italia trascorre la domenica su un pratone, travestendosi da guerriero vichingo per ascoltare meglio quattro ministri della Repubblica che, invece di ragionare seriamente sui problemi all'ordine del giorno, urlano (quelli che possono: uno di loro è troppo malato per farlo, ma ci prova lo stesso) le prime cazzate che gli passano per la testa.

domenica 19 giugno 2011

Quando l'antipolitica si allea con il peggior democristianume

Nella mia città si sta verificando una situazione curiosa. A seguito di un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto la giunta comunale (di centrodestra) stiamo assistendo a un ritorno di certi vecchi democristiani che sembrano caduti dal pero. Quel che è ancor più spettacolare è che le loro argomentazioni (alcune giuste, va riconosciuto) trovano terreno sempre più fertile anche grazie all’antipolitica movimentista: il risultato è che chi stato coprotagonista, in tempi remoti o recenti, di scelte urbanistiche scriteriate fa la bella figura a scapito di chi tali scelte ha sempre contrastato. Non scendo nei particolari perché annoierei i miei ventidue lettori non concittadini (la ventitreesima e la ventiquattresima lo sono ed è inutile aggiornarle).
Mentre riflettevo su questo fenomeno sono incappato in un articolo di Luca Ricolfi – non certo il mio editorialista preferito – pubblicato su Libero – non certo il mio quotidiano preferito – e ho avuto una chiave di lettura interessante.

Scrive Ricolfi, a proposito dei referendum: “su quattro quesiti diversissimi, la percentuale di sì è sostanzialmente la stessa. Come è possibile se l’opinione pubblica è critica, informata, riflessiva, capace di valutare i pro e i conto delle varie scelte?” Domanda giustissima. E la risposta è acuta: “Al posto dell’opinione pubblica classica ci sono invece una maggioranza di cittadini che, di norma, non si occupano della cosa pubblica, e una cospicua minoranza che se ne occupa sì, ma secondo un modello di democrazia diverso da quello classico. Un modello che definirei romantico, per cui il voto ha un valore identitario, di affermazione di determinati principi, a prescindere da un’analisi delle conseguenze. E’ questo genere di opinione pubblica che tipicamente si esprime nei referendum, talora portando dalla propria parte un pezzo della maggioranza indifferente. Ed è proprio per questo, perché ci sono solo gli apatici e i romantici, che l’Italia va a fondo, senza riuscire mai a parlare delle cose stesse, senza ideologizzare tutto”.
In effetti è proprio così che stanno andando le cose.
E’ il motivo per cui, ad esempio, faticano a imporsi le ragioni del contratto unico d’inserimento sul lavoro. Perché, semplificando e ideologizzando, quella proposta finisce con l’essere una sorta di machete sull’articolo 18 ossia, semplificando e ideologizzando ulteriormente, sulle tutele per i lavoratori: spariscono d’incanto i milioni di lavoratori che l’articolo 18 se lo sognano, vuoi perché lavorano in aziende minuscole, vuoi perché hanno contratti da cocoprò o sono a partita Iva.
E’ il motivo per cui è più comodo credere alle favole di un Beppe Grillo che straparla di diminuire il debito pubblico semplicemente tagliando gli sprechi e semplificando la burocrazia (riforme necessarie, per carità), che non alla triste realtà di un’Italia sull’orlo del baratro a causa del suo debito pubblico e dei cavoli amarissimi che dovremo mangiare per rimetterci in carreggiata e non fare la fine della Grecia.
Infine, è il motivo per cui la giusta indignazione contro gli eccessi della politica e dei politici si trasforma spesso in una sorta di minestrone dove tutti sono uguali, dove (come sta succedendo nella mia città) i colpevoli di ieri riescono oggi a rifarsi una verginità per domani, dove il comportamento illecito è equiparato a quello lecito, ma eticamente discutibile, e quest’ultimo è equiparato a quello politicamente sbagliato, per quanto lecito e pure eticamente corretto.
E’ come se qualcuno ci facesse vedere una medaglia e ci accontentassimo di vederne solamente una faccia, disinteressandoci, per pi
grizia o per approccio culturale, dell’altra.

sabato 18 giugno 2011

L'affaire Concita De Gregorio

Premesso che:
* Concita De Gregorio è stata ed è un ottimo direttore di giornale e meriterebbe di rimanere all'Unità per come ha sviluppato la testata in questi tre anni;
* un editore ha tutto il diritto di rimuovere e nominare i direttori e, in particolar modo, se i conti non tornano o se la linea editoriale non è quella che vorrebbe lui;
* uno dei punti di forza dell'Unità in questi anni - e, di riflesso, di un gruppo politico che nella propria denominazione ha la parola "democratico" - è stato il non essersi appiattita sulla linea del segretario del partito di riferimento;
premesso tutto questo
mi piacerebbe sapere quanti di quelli che oggi si stracciano le vesti perché Concita De Gregorio deve lasciare il proprio incarico all'Unità erano tra coloro che tre anni fa gridavano al complotto mondiale ed evocavano inciuci con il centrodestra e normalizzazioni varie per la rimozione di Antonio Padellaro a vantaggio proprio della bravissima Concita.

venerdì 17 giugno 2011

I referendari della legge elettorale

Stefano Passigli e un altro po’ di bella gente ha iniziato una raccolta di firme per abrogare varie anomalie dell’attuale legge elettorale.
Secondo il comitato promotore i quesiti sono orientati a un risultato di questo genere: “la Camera eletta con metodo proporzionale, senza premio di maggioranza e con una soglia di sbarramento al 4%. Gli eletti non sarebbero più nominati dai segretari di partito ma scelti tra i candidati attraverso la preferenza unica. Il Senato verrebbe eletto su base regionale con metodo proporzionale, senza premio di maggioranza in collegi uninominali, con una soglia di sbarramento determinata dall’ampiezza delle Circoscrizioni”.
Come ho scritto ieri, qualsiasi sistema democratico diverso dalla porcata calderoliana mi va bene ed è migliorativo dell’attuale situazione.
Ciò premesso, la proposta referendaria ha anch’essa qualche importante controindicazione che merita una valutazione. E mi va di scriverlo perché non mi piace che il dibattito si concentri solamente su proporzionale versus maggioritario, tralasciando altri aspetti a mio avviso non meno esiziali ai fini del pluralismo e della governabilità. Uno di questi è proprio l’ampiezza delle circoscrizioni.
Oggi in Italia le circoscrizioni sono ventisei per la Camera e venti per il Senato e quindi sono quasi tutte molto grandi, in parecchi casi coincidono con i confini regionali. Reintroducendo il voto di preferenza unica, o si ridisegnano i distretti oppure ogni candidato dovrà galoppare su un territorio molto, molto ampio per poter essere eletto. In Parlamento, quindi, andrebbero sicuramente i candidati meno nuovi e più pompati dal partito che li sosterrà (ossia: di fatto, non cambierebbe niente rispetto a oggi) e quelli con maggiori risorse economiche a disposizione. Poi avranno una chance in più i candidati delle città più popolose. Faccio l'esempio della circoscrizione Toscana. Tizio è molto conosciuto a Grosseto dove ha lavorato benissimo, è stimato e rispettato da tutti, anche grazie al suo impegno nel mondo del volontariato, ma fuori della sua provincia in pochi sanno chi è e cosa ha fatto. Caio è di Firenze, stimato e conosciuto pure lui. Pur correndo entrambi per il solito partito e circoscrizione, il primo ha un bacino elettorale molto più basso e quindi per lui le possibilità di elezione sono inferiori. E’ vero che, molto probabilmente, Tizio sarà l’unico candidato grossetano della sua lista, mentre Caio avrà in lista con lui altri dieci fiorentini e quindi più concorrenza interna, ma se il partito sarà appena appena organizzato farà in modo che un certo numero di fiorentini siano lì soltanto per fare numero.
In ogni caso, con circoscrizioni così ampie il rapporto tra eletto e territorio sarà molto flebile, soprattutto per quanto riguarda le zone periferiche del distretto (di-largo, sarebbe meglio definirlo).
Mi si obietterà che già con le europee si verifica una situazione del genere: il territorio nazionale in quel caso è suddiviso in appena cinque maxicollegi. Vero. Ma è anche vero che al Parlamento europeo vanno 72 rappresentanti, non 630 o 315. Ed è altrettanto vero che il rapporto tra essi e il territorio da cui provengono spesso è quello che è: nullo. Nella mia provincia, nessuno degli eletti del 2009 – di qualsiasi partito, non mi riferisco solamente a quello da me votato – si è più fatto vedere dopo quella campagna elettorale.
Mi si obietterà ancora che il parlamentare esercita la sua funzione senza vincolo di mandato (art. 67 Cost.): e pure questo è giusto. Ma la ratio del voto di preferenza è proprio la possibilità di valutare l’operato dell’eletto anche in funzione di come ha lavorato sul suo territorio.
Al contrario, riducendo l’ampiezza delle circoscrizioni elettorali si garantisce la proporzionalità del sistema, ma si tempera in modo naturale: un candidato molto conosciuto e stimato a livello locale avrà comunque buone possibilità di ottenere un buon numero di voti ed essere eletto anche se la lista per cui corre prende pochi voti a livello nazionale; al tempo stesso, statisticamente tenderanno a imporsi i partiti più grandi che saranno costretti a presentare non anonimi funzionari venuti da chissà dove o vip acchiappacitrulli, ma personalità radicate sul territorio.
In definitiva, la proposta dei referendari mi pare che per raggiungere veramente gli scopi che si prefigge debba passare prima per una modifica delle vigenti circoscrizioni elettorali. Alla luce di chi ci governa oggi, ci credo poco che possa essere attuata.

giovedì 16 giugno 2011

Si torna a parlare di legge elettorale

Si torna a parlare di legge elettorale. E’ dagli anni Ottanta, dai tempi del povero Roberto Ruffilli, che in Italia, un anno sì e uno no, si pensa di riformare il sistema di elezione dei parlamentari sperando che serva a migliorare la politica, ad avvicinarla ai cittadini, a dare stabilità al sistema istituzionale.
Macché.
Io penso che il sistema elettorale perfetto non esista.
Si dice che i sistemi maggioritari garantiscano la governabilità a scapito del pluralismo e quelli proporzionali il pluralismo a scapito della governabilità. Ma è vero soltanto in parte: l’esperienza tedesca e quella spagnola – ossia i due ordinamenti europei che hanno avuto meno capi di governo (quattro) negli ultimi trent’anni – ci insegnano che a fare la differenza sono casomai la ripartizione dei voti di lista, l’organizzazione dei collegi elettorali o altri meccanismi costituzionali successivi, come la sfiducia costruttiva.
In Italia, poi, sono in tanti a sentirsi emuli di Giovanni Sartori e quindi a passare tempo nelle ingegnerie elettorali e nelle elucubrazioni sui vantaggi del sistema ungherese rispetto a quello tedesco o francese.
Infine, c’è un altro aspetto che va sottolineato. Possiamo anche darci la legge più bella del mondo, ma contestualmente deve cambiare la mentalità dei politici. Ai tempi dell’Ulivo prima maniera, seconda metà anni Novanta, c’era il Mattarellum che era prevalentemente maggioritario: ma i Bertinotti e i D’Alema e i Boselli e i Marini e i Cossiga ragionavano in base al 25% di proporzionale e il governo Prodi ebbe vita breve.
Ciò detto, è vero che il nostro attuale sistema elettorale presenta parecchie anomalie.
La prima, in ordine di importanza, è il premio di maggioranza innestato su un sistema proporzionale con sbarramento. Credo che quella italiana sia l’unica legge elettorale al mondo che prevede la compresenza di due meccanismi distorsivi (premio e sbarramento).
La seconda anomalia, sempre per importanza, è il premio di maggioranza su base regionale al Senato: checché ne dica il nome, rende aleatoria la formazione proprio di una maggioranza in quel ramo del Parlamento, tanto aleatoria che poche migliaia di voti in tre regioni popolose (per esempio: Campania, Piemonte e Lazio) possono decidere le elezioni a livello nazionale e le sorti del governo. E’ un’anomalia che, peraltro, va in direzione contraria alla precedente, che perlomeno era razionale rispetto allo scopo.
La terza anomalia è l’impossibilità da parte degli elettori di scegliere i propri rappresentanti all’interno delle varie liste.
Per tutti questi motivi, qualsiasi legge elettorale, anche la più ingarbugliata, che i nostri attuali parlamentari riusciranno a produrre, purché diversa dall’attuale, mi andrà bene. Fare peggio, anche volendo, credo sia impossibile; fare realmente meglio – finché non cambierà la mentalità degli eletti e degli elettori – sarà comunque difficile, ma almeno potremo dire di averci provato.

mercoledì 15 giugno 2011

La par condicio giudiziaria del Tg1

Quando vuole il Tg1 è molto rispettoso della par condicio. Per esempio quando, come è accaduto stasera, le pagina di cronaca giudiziaria è corposa.
Si parte con Bisignani e la richiesta di arresto di un parlamentare del PdL.
Si prosegue con gli sviluppi dell'inchiesta sanitaria in Piemonte, che coinvolge un assessore regionale di centrodestra.
Però il piatto poi bisogna riequilibrarlo: e mica si può parlare soltanto del centrodestra, altrimenti capace che l'AgCom sanzioni la mancata par condicio.
Presto fatto.
Grande risalto all'arresto di un bancarottiere del quale si dice e si ripete e si sottolinea che era legato alle cooperative rosse e alla finanza vicina a una certa parte politica: insomma, sì, dài, ci siamo intesi, no?
E poi massima attenzione sulla maxiinchiesta sull'evasione fiscale che ha portato all'arresto del presidente della Confcommercio romana: tra gli indagati compare infatti anche il legale di Antonio Di Pietro, già candidato in passato per l'Italia dei Valori e il servizio è quasi tutto dedicato a lui, se lo merita.
Bene, due a due e si può passare a calciopoli.
Sì, ci sarebbe anche un'altra inchiesta che ha portato in carcere un assessore comunale di centrodestra a Lucca. Secondo i maligni, ma noi rigettiamo questa ipotesi, questa notizia non si può dare altrimenti finirebbe 3-2 e non sarebbe più rispettata la par condicio. E' vero che nel telegiornale non c'è, ma sicuramente il motivo è un altro...

Antipatici a destra

Ma l'avete visto il volto ingrugnito del ministro Fitto ieri sera a Ballarò mentre Crozza recitava le sue battute? Dice: gli giravano per il risultato dei referendum. No, no. Il volto ingrugnito del rappresentante di centrodestra - la Brambilla e la Santanché sono insuperabili, ma pure Alfano ha delle performances notevoli -, a rimarcare che si è lì nel fortino del nemico ad ascoltare un guitto che ti insulta (Crozza! Offensivo!?), è ormai un classico da talkshow.
Mi viene in mente che alcuni anni fa Luca Ricolfi dedicò un libro all'antipatia della sinistra. Chissà se ora ne scriverà uno su quella della destra. Perché i ruoli si stanno invertendo. Quelli che oggi sono all'opposizione hanno preso talmente tante sberle in questi ultimi due lustri (pure quando pensavano di vincere, come nel 2006, e invece il centrodestra pareggiò al novantesimo grazie a un autogol) che stanno via via imparando la lezione sui propri difetti. Qualcuno di loro, addirittura, può andare alle manifestazioni di piazza senza sentire il bisogno di metterci il cappello sopra. In particolare, il Partito Democratico, che poi è il perno di quello schieramento, per capacità di incassare mi ricorda il Jake La Motta del famoso film: in questi anni gliene abbiamo dette di tutti i colori e la maggior parte delle volte giustamente, ma diverse altre anche ingenerosamente.
A destra invece sono sempre più arroccati, ma incapaci di incassare. Vedono nemici ovunque: il ministro Brunetta che se la prende con una cancelliera del tribunale o con un gruppo di precari della pubblica amministrazione non è il caso isolato di un ministro in crisi di nervi, ma l'emblema di un governo che ha perso il contatto con la realtà, che al di là degli slogan e di un'ideologia "anti" qualcosa - anticomunisti, antimagistrati, antiimmigrati - non ha la più pallida idea di come affrontare i problemi dei cittadini e reagisce scompostamente pensando che sia tutta colpa degli altri. Magari di indefiniti "poteri forti". L'antipatia della destra è figlia dell'incapacità di governare: forse se ne stanno rendendo conto pure loro, di non essere all'altezza. Per questo sono così ingrugniti.

martedì 14 giugno 2011

Due auspici dopo il referendum

Ora che abbiamo celebrato la grande festa della democrazia diretta;
ora che abbiamo onorato la grande vittoria – ben oltre le più rosee aspettative – dei sì;
ora che abbiamo visto che c’è un’Italia che chiede ai partiti più rispetto;
ecco, ora bisogna che venga fatta una legge sulla gestione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali (non ce ne siamo accorti, ma il sì non riguardava soltanto l’acqua). Il referendum, infatti, abroga, ma non costruisce.
E, poiché la linea della maggioranza parlamentare è stata sconfitta, delle due l’una. O l’opposizione è unita attorno a una sua proposta e riesce a imporla al centrodestra, oppure lo schieramento governativo fa sua quella che mi pare essere l’unica proposta articolata oggi giacente alla Camera, ossia quella del Partito Democratico. In entrambi i casi non sarà possibile il muro contro muro. Spero che, a quel punto, nessuno cominci a blaterare di inciucio o di stampella al governo.
Inoltre, al momento della definizione di una nuova legge scopriremo che la realtà è assai più complessa di quel che il comitato per il sì ha – volutamente o meno – trasmesso ai cittadini. Spero che, a quel punto, quando diventerà inevitabile fare qualche compromesso nel nome del buonsenso e del pragmatismo, lo spirito del referendum non venga tradito nei fatti, né che qualche pasdaran dell’orticello da coltivare veda un tradimento di quello spirito anche laddove non esiste.

Parla come mangi / Bersani e Di Pietro

Torna in azione il software decriptatore di Nonunacosaseria. Applichiamolo alle dichiarazioni post-referendum di Pierluigi Bersani e Antonio Di Pietro.

Il segretario del PD ha detto:
"A questo punto si dimettano e aprano una situazione nuova, passando la mano al Quirinale".
In realtà voleva dire:
"Oh, ragassi... un anno fa mica eravamo pronti per le elessioni e quindi chiedevamo governi tecnici, governissimi e 'ste robe qua. Oggi siamo pronti e chiediamo dimissioni ed elessioni"

Il leader dell'IdV ha sentenziato:
"L'Idv in tempi non sospetti ha chiesto le dimissioni di Berlusconi. Farlo ora in nome dei risultati referendari è una strumentalizzazione. Sono andati a votare sì anche molti elettori del centrodestra. Per rispetto nei loro confronti non possiamo chiedere le dimissioni del governo solo in nome dei referendum".
In realtà voleva dire:
"Uè, un anno e mezzo fa noi dell'Italia dei Valori eravamo all'8% e facevamo il culo a tutto il centrosinistra, per questo volevamo andare immediatamente alle urne. Oggi siamo, se va bene, al 4%. E mica possiamo andare alle elezioni così... Che ci ho scritto in fronte, Giocondo?"

lunedì 13 giugno 2011

In difesa di Matteo Renzi

Non sono mai stato un grande fan di Matteo Renzi. Però oggi sento il bisogno di difenderlo, perché da qualche tempo sta subendo degli attacchi che io trovo ingenerosi.
Il sindaco di Firenze si sa da sempre che è ambizioso, che avrebbe utilizzato la carica per muoversi sullo scacchiere nazionale, che sulle questioni concrete ha da sempre avuto posizioni più vicine alla Confindustria e a Casini che ai Verdi. Ripeto: da sempre. Basti pensare a cosa diceva due anni fa sul fine vita e confrontarlo con le opinioni di Paola Binetti. Però è sempre stato uno che ha criticato il gruppo dirigente del Partito Democratico e, anzi, lo ha sfidato apertamente quando si candidò a primo cittadino. Per cui, chi se ne importava. Faceva comodo e gli elogi nei suoi confronti si sprecavano.
Poi un giorno ha avuto l’idea di andare ad Arcore da Berlusconi a perorare la causa della sua città. Grande scandalo sulla stampa (e non soltanto sulla stampa) di sinistra. Da allora, il grande rottamatore, il giovane virgulto del centrosinistra, la speranza del nuovo che avanza è diventato il vecchio che ritorna, la reincarnazione del perfetto democristiano che fa gli inciuci, il ragazzotto arrivista che pensa soltanto al potere. Come se non bastasse, negli ultimi giorni si è pure schierato per il no ai due quesiti referendari sull’acqua, sostenendo perdipiù una verità: ossia, che il famoso 7% di remunerazione sulla tariffa del servizio idrico deriva da una legge firmata dal centrosinistra e da Di Pietro che poi è stato uno dei promotori della consultazione diretta. E giù attacchi al vetriolo contro Renzi. Colpevole addirittura – ahi ahi, questa è davvero grave – di scrivere una lettera a Libero.
Questo modo di fare non mi piace. Lo trovo scorretto. Tanto più che l’incoerenza non è del sindaco di Firenze – che su certe posizioni è sempre stato – ma dei suoi critici di oggi, che fino a ieri chiudevano gli occhi e si tappavano le orecchie.

Un patrimonio da far fruttare

Non so come andrà a finire, oggi pomeriggio. Se il quorum verrà raggiunto oppure no. Il dato, però, mi sembra davvero alto e superiore alle più rosee aspettative. Smentisce chi - come me - era pessimista, scettico. In passato, su questo blog, ho criticato la raccolta delle firme. Riscriverei quello che ho scritto perché lo penso ancora. Penso che se non ci fosse stato l'incidente nucleare a Fukushima e se lo schieramento antigovernativo non fosse uscito dalle amministrative con l'entusiasmo con cui ne è uscito, ora saremmo qui a fare tutt'altre considerazioni.
A me, comunque, preme che ora il centrosinistra sappia far fruttare questo patrimonio. Che è fatto di consensi non su questo o quel leader (o presunto tale) o su questo o quel partito. Ma su alcune grandi questioni, sulle quali la gran parte dello schieramento antigovernativo si è fatto trovare più pronto rispetto al centrodestra. Vorrei che continuassero così, che l'attenzione dei partiti e dei movimenti di centrosinistra fosse sempre più dedicata alle questioni e ai problemi anziché agli schieramenti e alle alleanze. In questi ultimi tempi han cominciato a farlo e i risultati li stiamo vedendo. Ora un ultimo sforzo e un salto di qualità. Dài, non è impossibile!

EDIT (ORE 19.00) - visti i risultati clamorosi, confermo al quadrato tutto quel che ho scritto stamani. E se i partiti di centrosinistra disperdono questo patrimonio di consenso potenziale che stanno acquisendo da alcune settimane - complice un centrodestra oramai allo sbando - sono non soltanto da prendere a calci nel sedere, ma da espellere dall'Italia dopo aver loro chiesto i danni morali.

sabato 11 giugno 2011

Un provocatore al Tg1

Succede che il giornalista del Tg1 Enrico Castelli va alla conferenza stampa di presentazione della nuova giunta comunale di Milano e pone a Giuliano Pisapia una domanda fuori contesto, sul caso Battisti. I presenti – molti dei quali non giornalisti – lo interrompono e lo fischiano, il sindaco aggira l’ostacolo evitando una risposta diretta. Nel servizio poi andato in onda l’inviato lamenta il trattamento subito.
Ora: in tutte le conferenze stampa c’è sempre quello che si inventa una domanda cretina o che non c’entra niente; e, negli ultimi anni, si sono poi moltiplicati gli emuli di Striscia la notizia che, pensando di essere furbi, fanno domande assolutamente non pertinenti che, a loro avviso, dovrebbero inchiodare l’intervistato a pesanti responsabilità (a volte vere, più spesso presunte). Quindi: i contestatori di Castelli hanno perso un’occasione per stare zitti.
Pure Castelli, però, ha perso un’occasione per contare fino a dieci prima di parlare e la vicenda dovrebbe far riflettere profondamente il Tg1 e il suo direttore.
Facciamo quindi un salto temporale, un what if.
Facciamo finta che siamo nel 2001, che il direttore è Clemente J. Mimun (non ho detto Albino Longhi o Gad Lerner: ho detto Mimun) e che ci sia la stessa conferenza stampa di ieri. Il giornalista del Tg1 fa quella stessa domanda. Cosa succede? Succede che nessuno dei presenti ha niente da ridire e il sindaco dà la sua risposta.
Invece siamo nel 2011, a due anni dall’insediamento di Augusto Minzolini alla direzione del Tg1. E succede una mezza gazzarra.
Non è un caso: le intenzioni di Enrico Castelli sono le migliori (e lo spiega nel servizio poi trasmesso), ma la sua domanda è percepita dai presenti come una provocazione di basso profilo. Se non addirittura un mezzuccio per imbastire chissà quale servizio sul caso Battisti e sulle amicizie di Pisapia negli anni Settanta.
Ecco, è questa percezione e la sua credibilità che dovrebbero preoccupare non soltanto Castelli, non soltanto Minzolini, ma tutto il cda della Rai. Fino a una decina di anni fa potevamo criticare il Tg1 perché troppo filogovernativo, troppo velinaro, troppo concentrato sui panini partitici. Ma sapevamo che c’era un limite che il notiziario della rete ammiraglia del servizio pubblico non avrebbe comunque superato. In questi due anni invece lo ha fatto. Più volte. Ed è triste vedere come un professionista di quella testata possa essere equiparato, a torto o a ragione non mi interessa, a un Valerio Staffelli o a un Pietro Ricca qualsiasi, personaggi che fanno un altro mestiere o si pongono obiettivi diversi da quell'informazione di qualità che il servizio pubblico dovrebbe assicurare sempre.

venerdì 10 giugno 2011

Non sei d'accordo con me? Fai parte della Casta!

Come ho già spiegato nei giorni scorsi, dopodomani andrò a votare e saranno quattro sì. Ma non mi piace la campagna dei promotori del referendum, in particolare per i due quesiti sull'acqua. Toni troppo ideologici – da una parte e dall’altra, è vero, ma soprattutto da una parte – non mi hanno aiutato ad avere un’opinione davvero consapevole.
Quando parlo di toni, mi riferisco, per esempio, al titolone che campeggia in questo momento sul sito web del Fatto Quotidiano: “La Casta dice no all’acqua pubblica”.
Ci sono persone che hanno un’opinione. La possiamo contrastare, ma è legittima quanto la nostra. Perché bollare costoro come “Casta” (mischiando figure e ruoli assai diversi pure per formazione e appartenenza politica, come docenti universitari, manager, sindacalisti, amministratori locali, ministri), con tutte le implicazioni che questo termine ha assunto negli ultimi anni nel lessico politico italiano? Che poi il retromessaggio che viene trasmesso è la disonestà intellettuale di queste persone: votano come votano (o si astengono) non perché la pensano in un certo modo, ma perché hanno un interesse personale da difendere. Può darsi che sia così. Ma può anche darsi di no.
Ecco, magari sono io che sto diventando intollerante, ma robe come questa mi fanno veramente venir voglia di andare a votare controcorrente (non lo farò, ma ci siamo intesi sul senso).

giovedì 9 giugno 2011

Avessi vent'anni di meno, emigrerei

Se quel che abbiamo letto oggi sui quotidiani è vero, siamo in una situazione da spavento.
Parlo della lite (smentita poi in giornata dai protagonisti: si, vabbè...) tra Tremonti e Berlusconi sulla riduzione delle tasse e sulla prossima manovra finanziaria. Il nodo della questione non è una visione più rigorista contrapposta a una visione più lassista sulla base di considerazioni di politica economica. No, il problema è che il centrodestra ha perso a Milano e pure a Napoli e poi a Cagliari e a Trieste e ora si sta cagando sotto: teme di rimediare una ciabattata pure alle prossime politiche e corre ai ripari facendo quella che in altri tempi avremmo definito “manovrina pre-elettorale”. Quindi, tutto quello che troviamo scritto nel Documento di Economia e Finanza – il programma di stabilità dell’Italia, il piano delle riforme e così via – presentato in pompa magna appena due mesi fa, sta diventando carta straccia. Rischia di avere lo stesso valore di questo post: chiacchiere in libertà.
Dobbiamo fare mente locale su una triste verità: se la Moratti fosse stata riconfermata sindaco a Milano al primo turno e Lettieri avesse vinto il ballottaggio con De Magistris, ieri Tremonti e Berlusconi non avrebbero litigato e il ministro dell’economia avrebbe fatto la sua bella manovrona da quaranta miliardi di euro senza che il presidente del Consiglio e il suo braccio destro Umberto Bossi avessero detto peh.
Insomma, scelte delicate, importanti, esiziali, che andranno a incidere profondamente nelle nostre vite per i prossimi cinque o cinquant’anni verranno adottate non in quanto giuste o necessarie, ma perché qualcuno ha paura di perdere il potere: essere consapevoli di ciò dovrebbe farci rabbridivire. Più della vittoria dei no al secondo quesito referendario sull’acqua o del mancato raggiungimento del quorum domenica prossima. Perché quando decisioni fondamentali sono prese in base a certi criteri, il meno che può accadere è un pastrocchio epocale.
Avessi vent’anni di meno, emigrerei. Non li ho e mi tocca sperare che siano loro ad andarsene.

mercoledì 8 giugno 2011

Caro Padellaro ti scrivo

Caro Padellaro,
vengo subito al dunque. Dopo aver letto sulla testata da Lei diretta l’editoriale di Adriano Celentano riguardante i referendum, Le chiedo: è possibile anche per me collaborare con il Fatto Quotidiano?
Sì, lo so: non ho mai venduto dischi, né scritto canzoni e non so se, nel mio anonimato, sarò in grado di commuovere i lettori del Suo giornale come riesce a fare l'ex ragazzo della via Gluck.
Però prendere un po’ di frasi a caso, con qualche neretto e qualche MAIUSCOLO qua e là, e abbinarle come viene viene, so fare pure io. Anzi, probabilmente mi riesce meglio – anzi, no: MEGLIO – del MOLLEGGIATO. Guardi, glielo dico già da ora: la sua redazione avrebbe addirittura meno lavoro, perché io lo so, più o meno, dove e come posizionare le virgole.
Mi si obietterà che sui REFERENDUM non ho le granitiche certezze di Celentano. Ma, secondo un sondaggio a mia disposizione, ci sono circa trecento elettori che, dopo aver letto l’editoriale del cantante, hanno prenotato l’ombrellone a Lido di Camaiore per domenica prossima. Mi creda, Padellaro: se ha bisogno di riempire una pagina con la fuffa, sono in grado di produrLe certi scritti che pure Lei troverà spettacolari.
Per esempio, potrei dire che dalla FONTE della vita nascerà un’acqua nuova, in grado di dissetare definitivamente i puri di cuore che hanno sete di GIUSTIZIA. Saranno proprio i puri di cuore a trasformare il nostro mondo in un mondo migliore (sì, lo so... ci sono due ripetizioni in due righe: licenza d’artista) perché con la purezza delle energie rinnovabili che il Signore ci ha donato – il sole, il vento, l’aria e l’acqua pura fonte di vita per le sue creature dono di Lui del suo immenso amore – potremo finalmente rispettare l’ambiente DENUCLEARIZZATO. Per questo siamo tutti chiamati a votare quattro sì ai referendum domenica prossima. E’ un riscatto civile che parte da Lampedusa e arriva a Cortina e non cito Torino perché Fassino è a favore della TAV, però quello che sta succedendo a Napoli con De Magistris e a Milano con Pisapia e a Cagliari con Zedda e a Bari con Vendola e a Piazza al Serchio con Fantoni e anche alla Corte costituzionale con Alfonso Quaranta è qualcosa che illumina i nostri CUORI e le nostre menti. Cosa c’entra quest’ultimo sproloquio con i referendum non lo so, ma suona bene e occupa una parte della pagina e questo è ciò che conta, no?
Ecco, Padellaro, ora ha potuto saggiare le mie doti pubblicistiche. Ovvìa, me lo fa un contrattino di collaborazione da qui a domenica per convincere i più restii (e quelli che han prenotato al Lido) a recarsi ai seggi?
Suo affezionatissimo
Nonunacosaseria

martedì 7 giugno 2011

Ancora sul referendum: firme, quorum e una proposta

Ho letto in giro un po’ di interventi sul quorum al referendum. C’è chi propone di abolirlo, in virtù di considerazioni neanche infondate. C’è chi dice di aumentare l’altro scoglio, quello delle firme necessarie.
Ora dico come la penso io.

Firme
Raccogliere 500mila firme per richiedere un referendum non è così difficile come ai tempi dei padri costituenti. Trovo indispensabile aumentare questa soglia, ma sono consapevole che, con un po’ di mobilitazione, soprattutto se alle spalle hai un partito ben organizzato, oggi come oggi non sia impossibile nemmeno raccogliere uno o due milioni di adesioni in un periodo temporale di tre mesi (art. 28 legge 352/70). Però un freno ci vuole e poffarbacco: non se ne può più di quesiti astrusi su argomenti per i quali bisognerebbe aver superato un paio di esami universitari per poter esprimere un parere davvero consapevole.

Quorum

Io non sono assolutamente d’accordo sull’abolizione del quorum.
In primo luogo, perché l’istituto referendario è una roba un po’ particolare. In presenza di quorum, non partecipare al voto non significa affatto astenersi e rimettersi alle decisioni della maggioranza (tantomeno votare no). Significa non essere d’accordo con quella forma di consultazione su quel tema specifico. E’ una posizione ben precisa, che ha una sua dignità e che merita di essere rappresentata. Per quanto mi riguarda, in questi anni ho avuto la tentazione varie volte di non andare a votare, perché ritenevo il quesito troppo specifico, troppo tecnico per sottoporlo direttamente al popolo: penso al voto di lista per l’elezione dei membri togati del CSM, alla servitù coattiva di elettrodotto, ai poteri speciali del ministero del Tesoro sulle aziende privatizzate e altri ancora. Poi, per un motivo o per un altro, son sempre andato, ma con un senso di inadeguatezza forte. Non credo, infatti, che il proponimento dei padri costituenti fosse quello di chiamare i cittadini a esprimersi sulle trattenute sindacali in busta paga o sulla remunerazione del servizio idrico.
In secondo luogo, sono contrario all’abolizione del quorum proprio per il motivo di cui sopra. Siamo in presenza di quesiti difficili, tanti non andrebbero comunque a votare e vogliamo che a decidere per tutti sia una ristretta minoranza di cittadini? Proprio perché i quesiti sono difficili è necessario che a votarli sia perlomeno una maggioranza oppure chi è istituzionalmente delegato a tale attività, ossia i parlamentari. Questi ultimi magari sono ignoranti come me, in materia: ma sono lì apposta per legiferare, hanno più tempo e strumenti a disposizione per informarsi e, soprattutto, pur esercitando la loro funzione senza vincoli di mandato, risponderanno dei loro atti di fronte all’elettorato (della serie “caro Bersani, sul nucleare non mi sei piaciuto e quindi col piffero che ti voto alle politiche!”).

Proposta

Io credo che si debba innanzitutto rendere più impegnativa la raccolta di firme dei richiedenti il referendum. Quindi, non più cinquecentomila sottoscrizioni, ma almeno un milione. E il deposito delle firme – che deve avvenire entro tre mesi dalla data del timbro apposto sui fogli – da effettuare non più in un periodo compreso tra il 1° gennaio e il 30 settembre, ma in un arco temporale più ristretto, diciamo dal 1° giugno al 31 agosto. In questo modo, le firme andrebbero raccolte da marzo ad agosto: sono perfido, lo so, perché ci infilo sia la stagione estiva quando la gente vorrebbe riposarsi, sia il periodo di campagna elettorale, quando i militanti di partito e i candidati pensano ad altro, e chiudo tutto prima che la stagione dei congressi di partito arrivi al culmine. Ma, in questo modo, veramente sarebbe ardua la raccolta per quesiti assurdi e si tornerebbe allo spirito originario del referendum: una maggioranza approva una norma parecchio discutibile, la minoranza non avendo la possibilità di abrogarla in Parlamento e sapendo che nel Paese tutti ne parlano – “gente, questi hanno introdotto il divorzio!” “oh, l’aborto!” “certo che l’ergastolo...!” “accidenti, mi tocca andare in Spagna se voglio avere un figlio!” “è uno scandalo che non si possa esprimere una preferenza sulla scheda elettorale!” – si gioca la carta referendaria contando di vincere la partita.

lunedì 6 giugno 2011

Essere garantisti oggi in Italia

Uno degli aspetti che mi incuriosisce del calcioscommesse è che non passa praticamente giorno che qualche quotidiano non faccia il titolo a effetto sul coinvolgimento di Tizio o Caio, famosi calciatori. Salvo precisare, immediatamente dopo aver fatto il nome, che “non sono indagati”.
Beh, se non sono indagati, perché sputtanarli in quella maniera?
Mi è pure capitato di vedere la foto di un portiere in manette tra i poliziotti.
Ecco, mi sono chiesto cosa sarebbe successo se al posto del calciatore avessimo visto la foto di un sottosegretario ai ceppi tra due secondini. O se il nome emerso, ma estraneo alle indagini, fosse stato quello di un ministro. Me lo sono chiesto perché questa pratica untoria la stanno portando avanti non soltanto quelle testate pronte a cavalcare con dovizia di particolari il minimo affare poco pulito, ma pure quotidiani sempre pronti, nel nome del garantismo, a indignarsi quando esce qualcosa che riguarda Berlusconi.

(il discorso, ovviamente, vale - forse in misura anche maggiore - per tutte le vicende di cronaca nera con cui i media italiani, in particolare quelli televisivi, ci scassano i cabasisi)

sabato 4 giugno 2011

Considerazioni qualunquiste sul referendum

Il referendum abrogativo è uno strumento bello di democrazia diretta, ma qualche limite lo ha. A me pare molto valido quando si ha a che fare con quesiti che riguardano scelte di grande respiro – l’aborto, il divorzio, l’ergastolo –, molto meno quando si entra nel dettaglio di leggi sulle quali noi cittadini non abbiamo grandi strumenti per poter decidere in maniera davvero consapevole.
E’ il caso dei quesiti sui quali dovremo esprimerci domenica prossima.

Per quanto mi riguarda, non avrò dubbi su due di essi: lodo Alfano ed energia nucleare. Sarà un sì convinto. Io non rinnego la mia idea, già espressa più volte in passato su questo blog, che raccogliere le firme sia stato un errore. Ne sono ancora convinto: superare il quorum, all’epoca in cui partì la procedura, era impresa al limite dell’impossibile e se oggi il traguardo sembra invece raggiungibile è soltanto perché è cambiato il clima, perché dopo le amministrative lo schieramento antigovernativo veleggia con il vento in poppa e perché (è cinico riconoscerlo, lo so) c’è stato un incidente in una centrale nucleare pochi mesi fa.
In ogni caso, su quei due quesiti io non avrò problemi.
Li avrò, invece, sugli altri due che riguarderanno l’acqua.
Alla fine ho deciso che voterò sì, ma non è stato un percorso lineare.
Il fatto è che io ho sotto gli occhi quanto avviene dalle mie parti. Nella mia provincia ci sono due gestori del servizio idrico. Uno è una società che al 52% è detenuta dal Comune (di centrodestra) nel quale risiedo e per il restante 48% da privati (uno dei due è pure straniero) e, tutto sommato, c’è poco da lamentarsi per la sua attività, le tariffe sono tra le più basse in tutta la Regione. L’altro gestore è detenuto al 100% da Comuni (in maggioranza di centrosinistra) che si trovano nel resto della provincia e in una limitrofa: i cittadini non ne sono affatti contenti, le tariffe non sono così basse, ci sono parecchi problemi da risolvere. Insomma, sarà un caso, ma dalle mie parti il modello virtuoso è quello che il referendum tenderebbe ad abrogare.
Così, mi sono riletto i quesiti e non è stato facile: soprattutto per il primo, visti i continui rimandi di legge in legge, di decreto in decreto. Mi sono letto un po’ di articoli di approfondimento. Alla fine devo confessare che trovo ragionevoli sia le considerazioni dei referendari, sia alcune dello schieramento avverso (in particolare sul secondo quesito e su quel benedetto 7% di remunerazione del capitale investito). Diciamo che pesano di più le prime e questo è già un motivo che mi induce a votare sì. Diciamo che in passato la sinistra è stata un po’ troppo affascinata da modelli economici che hanno confuso il liberalismo con la deregulation. Diciamo che voto sì non per dire no, ma per dire sì a una legge sull’erogazione del servizio idrico che sia migliore di quella attuale, più vicina al concetto di “acqua bene comune”.
Saranno due sì sofferti, insomma. Io non credo di essere così ignorante, un po’ ho studiato, eppure ritengo di non essere competente per assumere una decisione davvero consapevole di fronte a un tema tecnico come quello delle utilities, un tema sul quale nemmeno tra gli esperti del settore c’è concordanza di pareri e che abbraccia il diritto amministrativo, la contabilità degli enti pubblici, la politica economica. Alla fine uno va a votare di pancia e non di testa, scegliendo la soluzione che può obbligare il legislatore a scrivere una legge migliore di quella attuale.
Scrivo questo non per fuggire dalle mie responsabilità di cittadino, ma semplicemente per rimarcare l’uso deteriore che stiamo facendo di un istituto bello come il referendum.

venerdì 3 giugno 2011

Quando si dice "il secolo breve"

Cito:
"Uno dei primi fatti che fermano l'osservatore della vita italiana è la confusione e la decadenza dei vecchi partiti politici (...). L'azione loro sembra poco meglio di una interessata lotta per raggiungere cariche pubbliche e di una cieca resistenza a forze che non sanno comprendere e assimilare e pertanto temono. Tutto ciò era molto differente una generazione addietro. La politica italiana si è annebbiata: niente lo mostra in modo più penoso della differenza che corre fra la destra e la sinistra di oggi rispetto agli uomini politici che governarono l'Italia nuova nei suoi primi tempi".

Cito:
"Mettiti in capo questo, figlia mia, che gli uomini sono quello che sono in tutti i tempi e in tutti i luoghi, con i loro vizi, i loro difetti, le loro passioni, le loro debolezze e il Governo deve mirare a correggere, a migliorare, ma anch'esso è composto di uomini e l'uomo perfetto non esiste. Un governo è il portatore di secoli di storia e la peggiore di tutte le Costituzioni sarebbe quella che venisse studiata in base a princìpi astratti e non fosse adattata in tutto e per tutto alle condizioni del Paese. Il sarto che ha da vestire un gobbo, se non tiene conto della gobba non riesce. Io non sono conservatore, tutt'altro, vedo troppo chiaro quanto vi è di brutto e di spregevole nell'andamento attuale della politica italiana, ma non voglio aiutare chi ci porterebbe a cose peggiori. Purtroppo non vi è una scelta fra il bene e il male, ma fra mali diversi, e questo è il lato triste della politica. E ricorda che per dare un giudizio bisogna considerare le cose come sono, non come dovrebbero essere".

Il primo passaggio è tratto da un libro intitolato "l'Italia d'oggi", scritto da due inglesi, Bolton King e Thomas Okey e pubblicato nel 1900 - sì, nel 1900, centoundici anni fa -. Sembra oggi, vero?
Il secondo passaggio è una lettera di Giovanni Giolitti alla figlia: essendo stata scritta nel 1896, il riferimento al gobbo in un discorso sul cinismo politico non è da collegare a personaggi all'epoca non ancora nati.
Entrambe le citazioni sono tratte da "1900: inizia il secolo" di E. Gentile, in AA.VV. "Novecento italiano", Bari, 2008.

giovedì 2 giugno 2011

Lo statuto del PdL

Una mia amica su facebook si è stupita della modalità con la quale Angelino Alfano è diventato segretario del Popolo delle Libertà. Così mi sono andato a leggere lo statuto di quel partito. Al vertice (art. 15) sta un presidente eletto dal Congresso “anche per alzata di mano”.
Chi è questo presidente?
Ma Silvio Berlusconi, ovviamente!
Come all’epoca ci resocontò sul Giornale Luca Telese, “può anche essere eletto per acclamazione. E acclamazione in effetti è – a dire il vero – un boato in stile curva. Ecco, il nuovo leader del Popolo delle Libertà ieri è stato investito così. Cartellini alzati, seimila delegati, nemmeno una mano levata contro, nemmeno un astenuto, manco a pagarlo oro”. Del resto, non erano pervenute altre candidature.
Ora,
lo statuto conferisce una sorta di spoil system all’ennesima potenza a Berl... al presidente del PdL eletto per acclamazione. Egli è infatti affiancato da un ufficio di presidenza (art. 16) di cui fanno parte, oltre ai capigruppo in Parlamento, anche 30 membri eletti dal Congresso. Su proposta di chi? Del presidente. Il quale, tra questi 30, sceglie i tre che faranno da coordinatori. Non solo: all’art. 22 è prevista anche la figura del segretario amministrativo nazionale, eletto (insieme al suo vice) dalla direzione nazionale su proposta dell’ufficio di presidenza (ossia, dal presidente). L’ampia discrezionalità di Berl... del presidente del PdL eletto per acclamazione si estende poi alle candidature. E’ lui che stabilisce (art. 25) le candidature alle politiche e alle europee, alla presidenza delle Regioni e i coordinatori regionali (art. 26). I candidati a Sindaco di capoluogo e presidente di Provincia (art. 25) invece sono stabiliti dai tre coordinatori (nominati da Berl... dal presidente nazionale) e dai coordinatori regionali (nominati da Berl... dal presidente nazionale).
In definitiva, una volta che il PdL ha eletto il suo presidente nazionale, la democrazia interna è ridotta ai minimi termini. Il semplice tesserato non ha granché voce in capitolo per gli organi nazionali, né per quelli regionali, né per le candidature istituzionali più importanti. Al contrario, c’è un’organizzazione dall’alto al basso, per cui il presidente nazionale controlla direttamente la nomina dell’ufficio di presidenza e dei tre coordinatori, e indirettamente quelle del segretario amministrativo nazionale, dei coordinatori regionali, dei sindaci, dei presidenti di provincia e dei presidenti di Regione.
E’ un meccanismo che, in tutta evidenza, ha funzionato finora perché c’è un tizio che si chiama Silvio Berlusconi e che probabilmente dà un'interessante chiave di lettura alle reali motivazioni del distacco di Gianfranco Fini. Il giorno in cui lui l'attuale leader per acclamazione si ritirerà a vita privata cosa succederà? Penso che o il PdL avrà per quella data cambiato lo statuto o rischierà una guerra interna che, al confronto, le beghe piddine tra D’Alema e Veltroni saranno corrispondenza d’amorosi sensi.

mercoledì 1 giugno 2011

Il nuovo corso di Antonio Di Pietro

I miei ventiquattro lettori sanno che non sono mai stato tenero con Antonio Di Pietro: io lo considero alla stregua di certi politicanti che badano solamente al loro orticello elettorale senza curarsi troppo del bene comune. Anche perché, diciamola tutta, la fortuna dell'ex magistrato rischia di essere speculare a quella di Berlusconi: simul stabunt vel simul cadent.
Ieri sera a Ballarò, invece, ho apprezzato parecchio il leader dell'Italia dei Valori. Ha finalmente parlato da esponente autorevole di una coalizione che intende mandare a casa chi ha malgovernato per troppi anni e prendere il suo posto con un progetto alternativo. Non so se la pacatezza del suo ragionamento sia figlia del mediocre risultato elettorale ottenuto dal suo partito: probabilmente ha scoperto che a fare i duri e puri rende finché non ci si imbatte in qualcuno più duro e puro (e ci sarà sempre qualcuno così, è una gloria effimera).

Apprezzando il tono e la forma - ed è l'aspetto più importante che mi piace rimarcare -, ho ancora qualcosa da ridire sulla sostanza. Mi ci soffermo perché il suo ragionamento mi pare sia abbastanza comune anche dalle parti del PD (Chiamparino, per esempio) e di SEL, ma non mi convince.
La sua proposta, in sintesi, sembrerebbe la seguente: IdV, PD e SEL si consultano, fanno un programma condiviso che presentano agli elettori (ed eventualmente al terzo polo) e poi primarie.
Dunque, la scaletta sarebbe: alleanza, programma, primarie.
Io invece penso che la strategia migliore sia: programma, alleanza, primarie.
Il PD, in quanto principale forza dell'opposizione, deve elaborare una SUA proposta e poi presentarla: chi ci sta, ci sta. Se un'iniziativa del genere la vogliono assumere anche IdV e SEL tanto meglio, tanto di guadagnato per le primarie. Che saranno vere, perché i cittadini saranno chiamati a esprimersi non soltanto su un nome, ma sul programma che quel nome incarnerà: per dire, vincerà Bersani e si avrà una proposta che prevederà le missioni militari all’estero, vincerà Vendola e le missioni all’estero non si faranno più. Gli sconfitti dalle primarie, però, dovranno fare come ha fatto il PD milanese nei confronti di Pisapia: pancia a terra, sosterranno quel candidato e quel progetto da lui proposto. E a quel punto sarà credibile la coalizione, sarà credibile il progetto, sarà credibile il candidato leader chiunque egli sia (moderato, ex comunista, postcomunista, cattolico, laico, liberal, giovane, vecchio, uomo o donna, parlamentare di lungo corso o professore prestato alla politica non avrà importanza).
Temo invece che partire dall’alleanza e da lì calendarizzare un confronto anticipato sul programma finisca con il trasformarsi in una serie di compromessi al ribasso, con un po' di formule in politichese per far contento tizio e caio e sempronio e la perdita di quella chiarezza e di quella immediatezza che invece sono state alla base delle affermazioni di Fassino, Pisapia e De Magistris: rimanendo all’esempio di cui sopra, si fanno le missioni all’estero, ma anche no. Inoltre, a quel punto, verrebbe anche depotenziato lo strumento delle primarie: su cosa si confronterebbero Vendola e Bersani se il programma fosse già stato concordato? Se la giocherebbero con una gara a base di metafore e narrazioni? Insomma, avrebbero meno credibilità sia l’alleanza (troppo artificiosa), sia il progetto (pasticciato sin dall’inizio) e probabilmente anche il candidato (Prodi insegna).
Lo schema indicato da Di Pietro mi pare invece indicato soltanto nel caso si parta dal presupposto dalemiano che si voglia coinvolgere comunque il terzo polo, notoriamente restìo alle primarie: trovo paradossale che a proporlo sia proprio la forza di centrosinistra che meno desidera un tale avvicinamento.