venerdì 29 luglio 2011

Il senso di Paolo Granzotto per i sondaggi

E’ già da un po’ di tempo che non mi occupo dell’ottimo Paolo Granzotto, che cura la rubrica delle lettere sul Giornale. Un vero mito nell’arrampicata sugli specchi, quell’arte sopraffina di cui un bravo scrivano berlusconiano deve dar quotidiana prova. Nell’attesa che testimoni la sua abilità sull’ultimo mostro giuridico partorito dai legulei del centrodestra italiano, leggiamo la sua più recente performance.
Un lettore chiede lumi sul presidente della Repubblica. Risponde il Nostro: “quel che mi rende perplesso – e dubbioso – è la sua sedicente popolarità in termini di consenso. Leggevo che Napolitano piace a quasi il 90% degli italiani. Mah. Quest’angolo non riceve che lettere di censura quando non proprio di aspra critica nei confronti del presidente”.
Ma va? Ma chi l’avrebbe mai detto: i lettori del Giornale non sono fans di Napolitano e, anzi, lo criticano scrivendo a Granzotto. Urca, che notizia!
Attenzione, perché non finisce qui. Continua: “Tutte le persone che conosco e che non si dicono sinceri democratici lo detestano. Non è necessario avere un naso fino per interpretare gli umori dell’opinione pubblica per dedurne che almeno un 40% di essa, voglio tenermi basso, ritiene Giorgio Napolitano nei panni di capo dello Stato una iattura e non un colpo di fortuna”.
La domanda sorge spontanea: ma quante persone conosce Paolo Granzotto? E di cosa parla con loro? No, perché io di gente credo di conoscerne tanta, ma tanta davvero, e non è che a ognuna di esse ho chiesto un parere su Napolitano: dei miei venti colleghi di lavoro, per esempio, intuisco le opinioni politiche di sei o sette. E ci sono in contatto tutti i giorni. Diciamo che il mio primo pensiero, tra le centinaia e centinaia di persone che conosco, non è chiedere un parere sul capo dello Stato (e nemmeno su Berlusconi o su Bersani, a dire il vero).
Ma ancora l’ottimo Granzotto ci viene in soccorso nel finale del suo pezzullo citando una frase di Mark Twain: “ci sono tre generi di bugie: le bugie, le maledette bugie e i sondaggi”. Soprattutto, verrebbe da chiosare, quelli “a naso fino”, anche se – in quei casi – sarebbe più opportuno richiamare, anziché il naso, un’altra parte del corpo.

giovedì 28 luglio 2011

Un altro colpo alla credibilità del ciclismo

Sono cresciuto con il mito del ciclismo. Da bambino, quando mi portavano da una mia zia materna, rimanevo incantato a guardare la bici da corsa di mio cugino, dilettante con Jorgen Marcussen e un tale, molto promettente, di Palù di Giovo. Del giorno della mia prima comunione ricordo che a un certo punto io e altri ci alzammo da tavola per andare a vedere la tappa del Giro d’Italia: una crono a Venezia, vinta da quel tale molto promettente di cui sopra, ora in maglia iridata. Già, Francesco Moser era il mio preferito; Saronni – che quando c’era da correre le classiche del nord gli veniva la cagarella – invece era una pippa.
Successivamente, mi sono appassionato a corridori non di primissima fascia: Silvano Contini, Marco Giovannetti, Stefano Della Santa (e tutta la Bianchi Piaggio in maglia biancoceleste con Prim, Paganessi, Piva, Pozzi, Parsani...). Mi piacevano i gregari come Bruno Leali, Luciano Loro e Palmiro Masciarelli.
Ricordo ancor oggi con gioia e commozione la mia prima volta al Tour de France: 1991, all’Alpe d’Huez, vinse Bugno. La sera prima ci divertimmo come matti, tifosi italiani e spagnoli contro francesi, fiamminghi e lemondiani a sfotterci in giro per le strade della cittadina montana. Fu bella pure l’ultima volta alla Grande Boucle: 2000, all’Izoard e una mega scritta sulla sede stradale, con vernice che ci facemmo prestare da un camperista belga, un “pisamerda” grande così a cinquanta metri dal gpm che attirava la curiosità degli stranieri e fu ripreso dall'elicottero in mondovisione.

Poi, gli scandali doping mi hanno progressivamente allontanato e non ho più tifato per nessuno. E che cavolo, non fai in tempo a seguire qualcuno che lo trovano positivo, non vale.
Negli ultimi tempi, però, mi sono riavvicinato a quel mondo, nei giorni scorsi la sera mi guardavo sul web le tappe del Tour e mi sono piaciute.
Ma ecco che quando l’antica fiamma sta per riaccendersi, arriva il colpo basso: il Giro della Padania. No, dico: si vedevano già da anni, soprattutto sulle strade del Giro, quelle bandiere con il fantomatico sole delle Alpi, ma insomma uno faceva finta di niente, si sopportavano come si sopporta il tipo che rovescia un gavettone sul corridore in fuga e l’altro che si avvicina troppo e fa cadere uno già in crisi di suo. Una volta quelle bandieracce brutte le notai ai mondiali su strada, ma ancora una volta non detti peso al fenomeno.
Non sapevo che saremmo arrivati al punto che una corsa sportiva di professionisti diventa una manifestazione di partito.
No, non è possibile
.
Ditemi che non è vero.
Ditemi che la maglia verde è soltanto quella che viene assegnata al miglior scalatore al Giro d’Italia.

A criticare il PD non si sbaglia mai

Sto ripensando all’allucinata conferenza stampa di Bersani.
Sotto il profilo della tecnica comunicativa un clamoroso passo falso: un segretario di partito che minaccia querele a destra e manca non trasmette segnali positivi all’opinione pubblica. Tanto più se le accuse (molto gravi) dovessero anche soltanto in minimissima parte essere confermate: in tale ipotesi, a Bersani non rimarrebbe che andare a nascondersi (e rimanerci).
Per tutta una serie di motivi, il messaggio che ieri è passato è quello di un partito arroccato nel fortino delle sue carenze, dei suoi difetti, delle sue pratiche poco trasparenti: ossia l’esatto contrario dell’effetto desiderato.
Meglio farebbe il Partito Democratico ad accelerare il ricambio di una classe dirigente che da vent'anni a questa parte ha collezionato più critiche che consensi, più sconfitte che vittorie, più disastri che intuizioni felici.

Al tempo stesso, però (e forse proprio a seguito dei motivi appena ricordati) non possiamo non prendere atto di un fenomeno interessante. Ossia, che nel caso Penati tutte le prudenze sulla presunzione d’innocenza sono saltate. Addirittura testate come il Corriere della Sera che, quando si è trattato di vicende penali e in particolare quelle che hanno coinvolto Berlusconi e il suo entourage, da un lato hanno sempre pubblicato tutto, dall’altro hanno contemporaneamente edulcorato con gli editoriali dei vari cerchiobottisti, stavolta non si sono fatte grandi scrupoli e già dai primi giorni hanno emesso verdetti di colpevolezza a suon di “non poteva non sapere” e di “Berlinguer e la questione morale”. Altri hanno invece insistito su qualcosa che illecito non è – e probabilmente nemmeno eticamente scorretto – come mantenere rapporti con imprenditori o favorire scalate, fusioni e acquisizioni bancarie o societarie, confondendo (volutamente) il grano con il loglio.
Potremmo aggiungere che parecchi politici in passato hanno minacciato querele senza che ci fosse tutta questa alzata di scudi: da ultimo Beppe Grillo, dopo i fatti della Val di Susa.
Insomma, concludendo. Il PD ha tanti difetti e le critiche spesso se le va a cercare con il lanternino. Di certo non giova alla propria immagine un profilo identitario debole, né l’avere tra le sue file di dirigenti personaggi spregiudicati e/o formatisi in un’epoca pre-Tangentopoli di cui farebbe bene a sbarazzarsi quanto prima. Però dobbiamo riconoscere un dato di fatto: il PD è l’unico soggetto giuridico italiano al quale puoi dire di tutto, ma proprio di tutto e di più, anche robe pese e false – e, anzi, più son pese e false e meglio è – e che se osa protestare si becca pure ulteriori critiche perché, invece di star zitto e incassare, ha avuto l’ardire di alzare la testa.

mercoledì 27 luglio 2011

Enrico Berlinguer e lo spread con il Bund tedesco

Lo posso dire?
Lo dico: mi sono rotto di questa rievocazione del trentennale dell’intervista di Enrico Berlinguer sulla questione morale.
Oh, intendiamoci: mica che avesse torto, il grande segretario comunista. Ma è che ormai viene tirato in ballo un giorno sì e l’altro pure, spesso a sproposito (Travaglio addirittura per sostenere che se oggi Berlinguer fosse vivo voterebbe a favore dell’abolizione delle Province).

Da un mese a questa parte, non c’è editorialista di grande giornale – dunque, un tizio che viene pagato e anche abbastanza bene – che, dovendo commentare gli sviluppi di un’inchiesta della magistratura o un voto segreto al Senato, non senta l’obbligo deontologico di tirare in ballo quella famosa intervista.
Visto che piace così tanto, perché gli illustri opinionisti non prendono spunto per scrivere qualcosa di diverso? Ad esempio, cercare di capire perché dichiarazioni rilasciate trent’anni fa siano ancora attuali. O ancora: appurato che gli eredi del PCI non sono degni di quell’esortazione – perché questo poi è il concetto undici volte su dieci –, chiedersi se gli altri hanno fatto passi avanti o sono ancora fermi lì, al punto in cui erano nel 1981. E, nel caso, capire per quale motivo sono ancora fermi lì, domandandosi se essi e i giornali su cui scrivono hanno in qualche modo contribuito alla mancata crescita della classe dirigente italiana negli ultimi tre decenni.
Comunque sia, io mi sono stufato di questo modo di fare, in base al quale ci si inventa un anniversario, per un mese o due si fa una bella indigestione di retorica e poi tarallucci e vino per tutti.
Sapete che faccio? Anche a me piacciono le citazioni e ne propongo una di un personaggio che quando studiavo all’università mi piaceva tanto (di ciò, il compianto professor Enrico De Mas ha le sue brave responsabilità), Piero Gobetti. Il quale diceva che “lo Stato non professa un’etica, ma esercita un’azione politica”. Cosa c’entra? Boh, a dire il vero non lo so, ma vale per tutte le stagioni e la posso utilizzare per criticare Bersani, Di Pietro, Travaglio, Scalfari, Flores d’Arcais, Grillo, Feltri, Belpietro, Berlusconi, Casini, Fini e chi mi pare a me.

martedì 26 luglio 2011

Questione morale e dintorni

Ripensando a quel che scrivevo due anni o due anni e mezzo fa, mi accorgo che all’epoca ero molto più caustico e intransigente rispetto ai vertici del Partito Democratico e alla necessità del ricambio della classe dirigente rispetto ad oggi. Se l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto Filippo Penati fosse venuta alla luce nel 2008, quanti fulmini e saette avrei indirizzato contro il partito che voto?
Cosa è successo, nel frattempo? Mi sono ammorbidito, mi sono rassegnato al peggio?
Non lo so.
Di certo, rispetto alla gestione veltroniana riconosco oggi una maggiore efficacia di azione e mi pare che, talvolta (non sempre, ma talvolta sì) emerga una più evidente attenzione ai problemi concreti a scapito dei temi prediletti fino a un paio di anni fa: alleanze, coalizioni, partiti leggeri, partiti pesanti, facciamo autocritica no se n’è già fatta abbastanza, and so on.
Quel che manca ancora è un cambiamento di mentalità, prima che di classe dirigente.
Leggo l’intervento di Bersani sul Corriere della Sera e mi viene in mente qualcosa che riguarda la mia città.
Cinque anni fa, il candidato sindaco del centrosinistra – ottima e degna persona, incensurata – accettò una consulenza dalla Regione molto, molto, molto ben pagata. Niente di illecito, niente che andasse contro uno qualsiasi dei codici etici prodotti dal partito in questi anni. Ma i cittadini non l’accettarono e la faccenda ebbe un suo peso alle elezioni, vinte dal centrodestra.
Faccio un salto temporale di quasi cinque anni. Il mese scorso, durante un incontro pubblico in piazza, un cittadino ha chiesto al futuro candidato sindaco piddino – per formazione culturale persona completamente diversa dal suo predecessore, anche se anagraficamente coetanea, a conferma che il punto dirimente non è l’età anagrafica, ma l’età politica – come si comporterebbe nel caso un imprenditore edile gli proponesse un contributo - lecito e alla luce del sole - alla campagna elettorale per 20mila euro. La risposta è stata netta: il candidato ha dichiarato che rifiuterà tali finanziamenti, perché non vuole avere cambiali da rispettare una volta eletto e ha anticipato che attiverà una sorta di azionariato popolare, 50mila euro per fare la campagna elettorale con donazioni massime di 100 euro a persona. Certo, una roba del genere è fattibile nella mia città perché non è Milano o Roma e la cifra complessiva da investire è relativamente bassa, in una metropoli sarebbe più difficile da realizzare e forse anche da noi alla fine penso verrà fatta qualche eccezione. Però l’idea è giusta, è intelligente, è diversa, è qualcosa che piace ai cittadini e se attuarla significa non poter tappezzare la circonvallazione di manifesti sei per tre con il faccione sorridente del candidato, amen: ce ne faremo una ragione.
Comunque, il problema esiste, eccome. Un imprenditore che decide di finanziare un partito o un candidato, pur lecitamente e dichiarando tutto al fisco, raramente lo fa per mecenatismo: la maggior parte delle volte si attende qualcosa di ritorno (magari anche soltanto orecchie particolarmente attente il giorno che verrà svolta una legittima attività di lobbying). D’altra parte, però, un politico che governa e amministra – per chi sceglie di stare a prescindere all’opposizione la vita è certamente più facile – non può non avere rapporti con le imprese del territorio, non può in qualche modo evitare di sporcarsi le mani. Quando dico “sporcarsi le mani” non intendo “commettere illeciti”, intendo “prendere atto con pragmatismo della realtà”. La famosa telefonata di Fassino “abbiamo una banca” non presupponeva una corruzione, ma una politica industriale e finanziaria che faceva leva su realtà imprenditoriali amiche o in qualche modo vicine e una serie di relazioni che potevano mettere in dubbio l’imparzialità e l’interesse al bene pubblico dell’uomo di governo. La stessa vicenda personale di Antonio Di Pietro che è sempre stato molto intransigente verso gli altri, ma che al momento di raccogliere soldi per sé e il suo partito non si è mai fatto grandi scrupoli (pur agendo sempre nel giuridicamente lecito e nell’eticamente corretto o almeno accettabile), dimostra quanto sia difficile tradurre in pratica certi buoni princìpi.
Insomma, fare politica è complesso; farla in modo eticamente inappuntabile lo è ancor di più; e fintanto che rimarrà a occupare ruoli che contano anche uno soltanto della leva politicamente formatasi in era pre-Tangentopoli sarà praticamente impossibile muoversi da dove siamo ora. La lettera di Bersani ne è un esempio clamoroso: niente di discutibile, niente di storto, anzi, tutto molto condivisibile. Però anche niente di radicalmente innovativo, niente di sorprendente, niente che scaldi il cuore di un popolo disilluso e distante. Qualità di cui invece avrebbero bisogno la politica italiana oggi e, soprattutto, il Partito Democratico.

lunedì 25 luglio 2011

Gli alibi di Berlusconi: un elenco parziale

Il post di stamani, come al solito, l’ho scritto di getto. In giornata, mi è capitato di ripensare a tutti gli alibi che, di volta in volta, dal 2001 a oggi, Berlusconi, il centrodestra e tutti i media vicini hanno sfoderato per giustificare il mancato rispetto delle promesse fatte in campagna elettorale e l’inadeguatezza dell’azione di governo.
L’elenco che segue non credo sia esaustivo.
1. il buco di bilancio lasciato da Amato e Visco
2. l’attacco alle torri gemelle
3. la crisi economica successiva alle torri gemelle
4. lo scontro di civiltà con l’islam
5. le toghe rosse
6. la burocrazia dell’Unione europea
7. le lungaggini delle procedure parlamentari
8. la legge elettorale
9. Marco Follini (...ebbene sì, l’abbiamo dimenticato, ma c’è stato un periodo che)
10. la crisi economica del 2008
11. i complotti basati sulle donne (da Veronica Lario a Patrizia D’Addario a Ruby)
12. i poteri forti (non meglio definiti)
13. l’opposizione peggiore d’Europa
14. Carlo De Benedetti
15. il terremoto all’Aquila
16. Gianfranco Fini
17. l’articolo 41 della Costituzione
18. la Corte costituzionale
19. il Presidente della Repubblica
20. il consociativismo degli anni Settanta che ci ha lasciato un enorme debito pubblico
21. l’invidia degli altri Paesi europei e, in particolare, della Francia di Nicholas Sarkozy
22. l’incidente nucleare a Fukushima
23. le banche
Non so cosa dimentico. Casomai, aggiorno.
Insomma, Berlusconi ha governato per novantotto degli ultimi centoventi mesi e ha dunque sfoderato almeno un alibi ogni quattro mesi e dieci giorni. Mi chiedo quale sarà la prossima nuova scusa. Poiché statisticamente verrà scovata verso dicembre, può darsi che venga data la colpa all’eccezionale e imprevedibile ondata di maltempo che colpirà il nord Italia.
Per il momento, cerco di capire quale delle ventitré elencate è la più cazzuta tra le giustificazioni: forse la numero 9.

EDIT: credo che "l'euro malfatto di Prodi" (segnalato da Dario) meriti una citazione particolare. E siamo a ventiquattro.

Basta con gli alibi

Vedo la prima pagina del Giornale: "Contro Berlusconi - La trappola dei banchieri".
Sono dieci anni che governa e sono dieci anni che gli cuciono addosso alibi: e le torri gemelle e la crisi internazionale e Casini e Fini e le lobby (non si sa bene quali) e i magistrati e la sinistra e la Francia e Repubblica...
Basta! Non se ne può più!
Sia nel 2001 che nel 2008 quest'uomo è andato al governo disponendo di maggioranze forti e coese, se ha perso pezzi per strada è perché non tutti i politici sono così fessi da non accorgersi quando uno è incapace di fare un certo mestiere. Sia nel 2001 che nel 2008 aveva l'opportunità di intervenire per tempo sui problemi, di affrontarli in modo efficace, se non l'ha fatto è perché aveva altre preoccupazioni, altre priorità da sbrigare.
Basta con gli alibi. Basta con l'attribuzione di colpe e responsabilità ad altri. Basta, non se ne può più!
Non siete credibili, se mai lo siete stati.

domenica 24 luglio 2011

La tentazione irresistibile

Mi succede quasi tutte le volte che entro in una libreria.
Superato senza problemi il reparto dei "libri di attualità politica" e quello dei "libri con foto dell'autore in prima di copertina" e pure quello dei "best sellers con nome dell'autore grande il doppio del titolo del libro", dopo aver guardato con una punta di snobistica diffidenza il settore dei volumi con fascetta "vincitore del premio Taldeitali" (per tacer di quelli "finalista al premio Vattelappesca"), la mia attenzione viene attratta irreversibilmente da un libro.
Lo guardo.
Leggo le note di copertina.
Lo poso.
Mi dirigo, consapevole che questo mese non posso spendere troppi soldi, verso qualcos'altro.
Ma poi torno indietro.
Riprendo il libro e lo sfoglio (oppure chiedo al commesso se può togliere il cellophane).
Lo poso di nuovo.
Cerco una scusa: lo compro il mese prossimo; aspetto che esca l'edizione tascabile; è troppo lungo e quindi lo leggerò quando andrò in ferie; è troppo breve; prima devo leggermi una recensione su internet perché non posso comprarlo così, a scatola chiusa; è tardi, devo andare e c'è troppa coda alla cassa (due persone).
Mi faccio forza ed esco dalla libreria.

Tempo una settimana o due, torno, vado diretto al libro e lo compro.

(quello attuale, adocchiato a fine giugno e comprato venerdì sera, è HHhH Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, di Laurent Binet, ed. Einaudi)

sabato 23 luglio 2011

Due notizie così diverse e un punto in comune

Due notizie mi hanno incuriosito. Una è qui, l'altra qui.
Dice. Cosa c'entrano? Apparentemente niente. In realtà, c'è un filo rosso che le unisce: la superficialità. La mancanza di volontà - da parte di politici e di giornalisti - di approfondire una notizia, di chiedersi perché succede qualcosa, di andare oltre i propri pregiudizi e le proprie convinzioni, più o meno giuste, più o meno sbagliate.
Non ci informiamo per capire, ci informiamo per confortare le nostre idee.
Non ascoltiamo per apprendere qualcosa di nuovo o sentire un punto di vista, ma per rafforzarci nelle nostre opinioni.
Esprimiamo il nostro commento prima ancora di sapere veramente, senza curarci di quello che veramente ci farebbe crescere e muovere da questa crisi in cui siamo impantanati: ossia, metterci in discussione. Per niente, anzi: metterci in discussione (occhio, verbo riflessivo: non qualcuno che mette in discussione noi, ma ognuno di noi che mette in discussione sé stesso) è quel che temiamo di più.
Forse è anche per questo che i neopopulisti, i moderni tribuni del popolo, i demagoghi stanno avendo tanto successo.

venerdì 22 luglio 2011

Un buon motivo perché si dimetta

Caro Berlusconi,
Lei ieri ha detto che l’Italia è un Paese di benestanti: il 75% degli italiani ha una casa di proprietà, il debito pubblico è al 60% detenuto da italiani e abbiamo un sistema pensionistico legato all’incremento della vita media, ha precisato.
Ora, non è perché io faccio parte di quel 25% che non ha casa di proprietà (vivo in affitto), né perché – ahimè – non contribuisco al 60% di debito pubblico in mano italiana (l’unico chiodo che ho è con la banca, per il finanziamento che ho acceso quando ho acquistato l’automobile) e nemmeno perché quando andrò in pensione avrò 69 anni e i miei guai, se non mi sbrigo a farmi una pensione integrativa decente, inizieranno allora. Però qualche domanda glielo voglio fare comunque.

Se gli italiani sono benestanti, com’è che il loro potere di acquisto – fatta pari a 100 la media europea – dieci anni fa, quando Lei iniziò il suo mandato governativo, era a 118 e oggi è a 100, mentre la Germania è rimasta a 118, la Francia è scesa sì, ma molto meno (da 115 a 107), il Regno Unito idem (da 120 a 114) e la Spagna è addirittura cresciuta (da 97 a 101)?
E’ perché siamo benestanti – e quindi non abbiam bisogno di lavorare – che la disoccupazione è ai massimi da dieci anni a questa parte pur avendo, nel frattempo, regolarizzato la posizione lavorativa di centinaia di migliaia di immigrati?
Se il 46.4% dei giovani tardano a uscire di famiglia a causa della precarietà lavorativa e del costo delle abitazioni è perché non hanno capito di essere, in realtà, dei benestanti?

Comunque sia, delle due l’una. O il Paese è diventato ricco (nessuno se ne è accorto, ma tant'è) e Lei, presidente Berlusconi, ha realizzato quel miracolo italiano che aveva promesso diciassette anni fa e quindi, visto che è riuscito nell’impresa, Lei può anche dimettersi tranquillamente e svernare alle Bahamas. Oppure il nostro non è un Paese di benestanti e, poiché un presidente del Consiglio non può mentire in maniera così spudorata ai suoi concittadini, è meglio che Lei si dimetta e sverni alle Bahamas.

(Oh, non ho detto “in galera”. Ho detto alle Bahamas: spero sia un incentivo perché si levi di ‘ulo)
...
(macché, non ci sente da quell'orecchio!)

giovedì 21 luglio 2011

Un Paese che urla rabbia. E basta.

Vi è capitato mai di essere un po’ arrabbiati per una situazione e si intromette qualcuno che vi dice qualcosa, niente di nuovo, niente che voi non sapevate già, ma che, nel contesto in cui siete, ha l’effetto di mandare la vostra rabbia completamente fuori controllo? E che voi siate quasi contenti che quel qualcuno abbia ulteriormente alimentato la vostra ira facendovi sbottare? La soddisfazione massima, poi, è quando sapete di essere nel giusto, nel giustissimo, nell’incontrovertibile. Che gioia, in quella situazione, mandare a quel paese il vostro interlocutore!
A me è (quasi) successo ieri, sul lavoro (dico quasi perché poi mi son trattenuto, un po’ per educazione, un po’ perché ho rispetto delle persone anziane, un po’ per carattere). Però, ecco, è una situazione così. Tu sei arrabbiato e arriva uno, zac, ci infila il carico da undici che ti fa sbroccare.
Stavo pensando a questo meccanismo perché ci trovo analogie con la vicenda Spider Truman. C’è un intero Paese che è giustamente e inevitabilmente arrabbiato con un gruppo di personaggi che difende strenuamente tutti i propri privilegi mentre gli altri cittadini devono fare i conti con la peggior crisi economica dal dopoguerra ad oggi. Arriva un’entità non ben definita che dice cose tutto sommato ben note e risapute e, in men che non si dica, riceve decine di migliaia di consensi. Semplicemente perché non fa che ribadire i motivi della rabbia di un’intera popolazione contro quel gruppo di personaggi di cui sopra. Quasi che quella popolazione non aspettasse altro.
Le cose giuste al momento giusto alle persone giuste e con il media giusto.
Tutto perfetto. Troppo perfetto per essere spontaneo. E infatti qui finiscono le analogie. Perché quando succede quel che ho scritto all’inizio – la rabbia alimentata e noi che sbrocchiamo definitivamente – in fondo c’è della spontaneità. Chi ci fa sbroccare la maggior parte delle volte non ne è consapevole; e se lo è, è soltanto qualcuno che ha colto al volo l’occasione per ottenerne un vantaggio. In Spider Truman, chissà perché, io ci vedo qualcosa di più raffinato, di più studiato a tavolino. Del resto, se io avessi scritto su un blog o sul mio profilo facebook le stesse cose, non avrei ricevuto tanti contatti in mezza giornata: una sapiente strategia di viral marketing (e peraltro ci sono agenzie specializzate in questo: basta pagarle...) mi avrebbe però aiutato, eccome.

Ma ora non mi interessa approfondire chi c’è dietro.
Mi chiedo, piuttosto, a cosa servirà tutta questa rabbia così sapientemente alimentata.
La rabbia è un sentimento, non un comportamento razionale e, in quanto tale, può essere anche difficile gestirla. Mi chiedo se sia giusto infervorare così tanto gli animi di tutti noi senza che tutto ciò non abbia uno scopo alla fine, in qualche modo, costruttivo. La rabbia non viene incanalata in energia positiva, né tantomeno viene fatta esprimere per superarla e capire altri problemi più profondi, ma è fine a sé stessa, è soltanta alimentata.

Tutti noi siamo dentro un circolo vizioso che ci impedisce di reagire a quel che sta avvenendo (la crisi economica, il venir meno delle certezze che avevamo fino a ieri, i timori sul nostro futuro) e non riusciamo ad andare oltre un sentimento di rabbia. Urliamo con tutto il fiato che abbiamo in gola. E dopo aver urlato, ricominciamo a urlare senza renderci conto che non serve a niente, proprio a niente. Persone intelligenti e solitamente ragionevoli sembra ora che non aspettassero altro che l’occasione per urlare più forte di tutti. Spider Truman è lì, ci incita a urlare e, in fondo, è l’unico che si muove davvero e probabilmente in una direzione che non è nemmeno la nostra, anche se noi non ce ne accorgiamo e pensiamo che sia con noi, fermo a urlare.

mercoledì 20 luglio 2011

Di quanto ridurre il numero dei parlamentari, secondo me

Periodicamente riprende vigore il dibattito sul numero dei parlamentari italiani. Troppo elevato, va ridotto. Sì, ma di quanto? E davvero è così fuori norma?
Oh, intendiamoci: se i parlamentari devono essere quelli che abbiamo in questi ultimi anni, son comunque troppi, anche venti deputati sarebbe un numero eccessivo. Ma noi siamo personcine a cui piace ragionare in linea molto teorica e quindi evitiamo di pensare agli attuali ...onorevoli (ehm ehm ehm).
Io credo che la questione sia reale, ma la stiamo affrontando un po’ di sghimbescio, come (sempre più) spesso accade in questo benedetto assurdo bel Paese.
Facciamo un confronto con la realtà di altri Stati. Mi fermo agli otto più importanti della Unione europea: Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna, Polonia, Paesi Bassi, Belgio. Il numero dei soli deputati varia dai 646 della Camera dei Comuni britannica ai 150 della Camera dei Rappresentanti belga. Considerando il numero degli abitanti, la media è di un parlamentare ogni 99.666 cittadini. In Italia, con i nostri 57.715.625 abitanti, la media è di uno ogni 91.612: diminuendola a quella europea dovremmo avere una Camera di 579 deputati, ossia 51 meno degli attuali 630.
Poi c’è il Senato. Se non consideriamo la Germania – il cui Bundesrat è di appena 69 membri e il cui sistema istituzionale è, di fatto, monocamerale –, la media è di un senatore ogni 191mila cittadini: applicato all’Italia, significherebbe un Senato di 302 senatori anziché 315.
Insomma, il numero dei parlamentari italiani è sì più alto rispetto alla media europea, ma non è abnorme.
Quello che invece pesa – e pesa assai – è che il nostro è l’unico sistema basato su un bicameralismo perfetto. Negli altri Paesi una delle due Camere si differenzia o per funzioni o perché non vota la fiducia all’esecutivo (o per entrambi i casi) e, talora, anche per modalità di elezioni o nomina. Da noi non è così. Deputati e senatori hanno le stesse prerogative e la differenza è soltanto nell’elettorato e nel sistema elettorale. Ciò rende il sistema macchinoso. Aveva un senso quando la Costituzione fu votata, nel 1948, dopo un ventennio di dittatura fascista. Ma oggi no.
La mia conclusione?
Il punto di partenza non è ridurre - così, a prescindere - di cento o di duecento o di cinquecento eletti la composizione del Parlamento o lasciare il totale invariato. Anche perché rischiamo, nella spirale di demagogia in cui amiamo infilarci da un po’ di tempo, di avallare proposte come quella governativa dei 250 deputati e 250 senatori: tagli lineari come nelle leggi finanziarie di Tremonti senza preoccuparsi delle conseguenze.
Il primo passo, a mio avviso, è invece capire cosa vogliamo fare delle due Camere e, in particolare, del Senato. Se quest’ultimo deve essere una sorta di Bundesrat, la Camera potrebbe anche mantenere i suoi 630 eletti, ma 250 senatori sarebbero davvero troppi. Una sessantina basterebbero e avanzerebbero. Ma, attenzione, la Germania è un Paese federale organizzato in una certa maniera e per questo ha il Bundesrat. Noi saremmo in grado di organizzarci così? Farebbe al caso nostro quell’intero sistema istituzionale?
Se si decide che l’Italia deve essere un Paese a regionalismo spinto, potremmo modellare il Senato sulla scia dell’esempio spagnolo, con 150 membri eletti direttamente e altri 50 rappresentanti delle Regioni (ma, attenzione, questi 200 non voterebbero la fiducia al Governo e anche sulla formazione delle leggi avrebbero meno poteri rispetto ad oggi), mentre ancora una volta la Camera potrebbe rimanere, senza scandalo, con la composizione attuale: o, se proprio vogliamo cogliere l’occasione, si potrebbe arrotondare per difetto il numero a 600.
Se si vuole mantenere il bicameralismo perfetto, invece, il discorso cambia eccome. Allora sì che il taglio dei rappresentati elettivi può essere più netto (per esempio, 450 e 225).
Quel che conta, però, è legare il numero dei membri il Parlamento alle funzioni che ad essi vengono attribuite. Altrimenti, si chiacchiera a vuoto. Tanto per cambiare.

martedì 19 luglio 2011

Prontuario di risposte preconfezionate per i seguaci di moderni tribuni del popolo

Giovanni Fontana – meritoriamente – redige l’elenco delle risposte perdenti nelle discussioni.
Io – molto meno meritoriamente – tenterò di fare una breve sintesi delle obiezioni dei fans alle critiche rivolte a due personaggi che, sul web, vanno per la maggiore: Beppe Grillo e Marco Travaglio (ma vale anche per altri con caratteristiche simili alle loro).

Inserisco anche il mio pensiero, così le prossime volte che scriverò post e leggerò commenti sulla falsariga di questi da me analizzati, non occorrerà riscrivere la risposta: mi limiterò a un link.

Eh, però le istanze che solleva sono giuste!
(traduzione: la critica è talmente vera e la pisciata fuori dal vaso talmente evidente che mi devo arrampicare sugli specchi per contrastarla)
Certo che le istanze sono giuste. Ma se le ricette sono sbagliate si torna al punto di partenza. Se non addirittura più indietro.

Ah ah ah... con tutti gli articoli / con tutti i post che scrive Travaglio / Grillo stai a criticare due o tre frasi una volta ogni tanto!
(traduzione: la critica è talmente vera e la pisciata fuori dal vaso talmente evidente che nemmeno riesco ad arrampicarmi sugli specchi per contestarla)
Né Grillo né Travaglio sono bugiardi seriali, diffusori di fandonie a getto continuo, per quanto siano sulla strada giusta. Del resto, al netto dei giochi di parole e dei nomignoli storpiati, un buon 50% delle loro affermazioni è ricicciato da cose che avevano già scritto in precedenza e un ulteriore 20% verrà ricicciato in futuro in qualche libro o spettacolo (e a sua volta ricicciato in successivi articoli – ad lib).

Con tutti i danni che combina il nano di Arcore stai a guardare il dito anziché la luna
variante:
Continua pure a criticare Travaglio e Grillo, così B. rimarrà al potere altri diciassette anni
(traduzione: la critica è talmente vera e la pisciata fuori dal vaso talmente evidente che l’unica è cercare di cambiar discorso)
Il problema è che a forza di guardar la luna c’è il rischio di rimanerne incantati. Grillo e Travaglio, poi, sovente criticano D’Alema o Bersani, talvolta per delle inezie, tralasciando, in quelle circostanze, le ben più gravi colpe di Berlusconi: ma in tali casi, evidentemente, il dogma unifica il dito e la luna; e, sempre in tali casi, la possibilità che "B." possa rimanere al potere altri diciassette anni se si criticano i suoi avversari passa in secondo piano.

Non è vero che Travaglio non critica Di Pietro. Nel 2009, per esempio...
(traduzione: devo ribattere con qualche dato preciso, ora controllo l’archivio)
Già il fatto che uno si ricordi con dovizia di particolari “quella volta che...” dovrebbe far riflettere anche il fan più appassionato. Ma, soprattutto, ciò che maggiormente si contesta a Travaglio, almeno in questa sede, è l’uso di un doppio metro di riferimento per valutare situazioni analoghe. Bersani parla con Calderoli? Inciucio, e per giunta con il partito più xenofobo e razzista dell’intero arco parlamentare! Di Pietro fa una conferenza stampa con Calderoli? Tutto tace.

Sì, è vero: messa così, questa proposta di Grillo sembra una cagata, ma va interpretata, in realtà non è come sembra ed è la tendenza ciò che si vuol mettere in risalto, la direzione da prendere
(traduzione: belìn, mica ci avevo pensato a questa cosa...)
Bene, da qui in avanti sosterrò che non è la terra a girare attorno al sole, ma il sole a girare attorno alla terra. E a chi mi contesterà con dati scientifici, dirò che la mia è soltanto un’interpretazione soggettiva di come a noi uomini sembri di stare fermi e immobili mentre c’è tutta una rotazione interplanetaria in corso. ("Ah, ma è un concetto!" - cfr. E. Ruggeri, "Il vitello dai piedi di balsa", 1992)

lunedì 18 luglio 2011

Il welfare state del centrodestra in una parola: "arrangiatevi!"

Nei giorni scorsi l’Istat ha pubblicato uno studio sulla povertà in Italia. Quel che davvero emerge non è tanto l’aumento della stessa (che è stabile rispetto al 2009), quanto il fatto che la povertà relativa – ossia quella di chi non raggiunge una spesa media mensile di 992,46 euro per una famiglia di due componenti – è in aumento per le famiglie numerose, per quelle con membri aggregati, per quelle di monogenitori. Inoltre, per quelle con persona di riferimento lavoratore autonomo o titolo di studio medio-alto. Quest’ultimo dato lo trovo particolarmente preoccupante: fino a venti o trent’anni fa una famiglia di un laureato o un diplomato non se la passava male, oggi invece va in crisi.
Ora, io non sono un fine sociologo, né un valente economista. Però un po’ la manovra finanziaria me la son letta. Ha voglia di dire Tremonti che lo sviluppo non si crea per decreto: i provvedimenti che ha varato vanno a colpire chi più ne ha bisogno, quelle famiglie che già oggi sono sulla soglia della povertà relativa o l’hanno già oltrepassata. Soprattutto, le misure tremontiane non pongono le premesse per un nuovo welfare state.
La triste realtà è che lo stato sociale di questi incompetenti oggi al governo dell’Italia è così riassumibile: noi tagliamo, voi arrangiatevi.
Io non sono un ingenuo. So che abbiamo un debito pubblico allucinante e se lo vogliamo riportare a livelli sostenibili tagliare gli sprechi e i costi della politica è fondamentale, è conditio sine qua non, è un dovere etico prima ancora che economico, ma, ahimè, non basta. Soprattutto, visto che non possiamo mandare a casa venti o trentamila dipendenti pubblici, né rifiutarci di dare le pensioni a milioni di persone anziane oggi, e nemmeno evitare di tappare le buche nelle strade o riparare i tetti delle scuole, sono consapevole che bisognerà risparmiare sulle spese che determinano la qualità della vita di tutti noi.
Perciò rivolgo (per quel che può valere) un appello all’attuale opposizione.
Se e quando andrà al governo del Paese, faccia pure i tagli che vuole, ci mandi in pensione a 70 anni, venda persino gli immobili pubblici che desidera, introduca i ticket sanitari che ritiene opportuni, faccia tutti i tunnel ferroviari che giudica utili, indicizzi le pensioni alla crescita economica anziché al costo della vita, apra al licenziamento dei dipendenti pubblici. Ma in cambio ci dia un welfare state decente. Un sistema che permetta a chi perde il lavoro di non andare a battere la testa contro un muro per la disperazione (con l’unica prospettiva di partecipare a un corso di riqualificazione professionale farlocco) e a un giovane di trovarlo senza prostituirsi dall’amico dell’amico. Che dimostri a un laureato che il pezzo di carta che ha ottenuto a qualcosa serve. Che conceda al figlio di un operaio di diventare diplomatico, notaio o anche soltanto commercialista, se è bravo e merita di fare quella professione. Che garantisca un trattamento sanitario decente a chiunque si ammali, a prescindere dal reddito, dalla carta di credito e dalla regione di residenza. Che non abbandoni a sé stesso l’indigente o l’anziano, ma nemmeno il figlio minorenne di un padre disoccupato e di una madre lavoratrice non qualificata. Che metta un po’ tutti in condizione di avere un tetto sotto il quale abitare. Che permetta a un “monogenitore” (che brutto eufemismo) di non perdere la propria dignità per arrivare alla quarta settimana del mese. Che strutturi gli asili nido in modo tale che possano soddisfare un numero decente di famiglie.
In una parola, un sistema che non tolga il diritto a sognare un futuro. Perché questa è la realtà dell’Italia di oggi: siamo un Paese senza prospettive e senza più sogni.
Per superare questa situazione, ripeto, sono disposto a rinunciare a parecchi dei totem con i quali sono cresciuto, dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alla televisione di Stato.
Un governo che farà tutto questo sarà, a mio avviso, più di sinistra di un governo che ci narra tante belle cosucce politicamente corrette chiamandoci compagni.

domenica 17 luglio 2011

Grillo, ora basta con le bugie!

L’Italia continua a essere in una situazione economica-finanziaria precarissima, governata da gente non all'altezza;
il governo aumenta tasse e taglia le spese in maniera lineare senza riformare il welfare state, senza renderlo veramente utile ai cittadini;
la manovra colpisce i ceti deboli e salva quelli ricchi e i parlamentari con i loro odiosi e iniqui privilegi;
e noi dobbiamo continuare a sorbirci le cazzate, le falsità, le bugie, le stronzate di Beppe Grillo?

No, dico: facesse ancora il comico, potremmo anche chiudere un occhio. Si dà il caso che le sue balle sesquipedali abbiano una forte presa non su quattro fulminati, ma su tante persone che poi si riconoscono in un movimento politico che può decidere anche le sorti di una presidenza di Regione.
Il problema è che le balle, a differenza dei ragionamenti seri, fanno presto a crescere, a svilupparsi, a proliferare, a generare altre balle via via più grosse che alla fine diventano ingestibili.

Oggi, per esempio, questo personaggio ha scritto le seguenti perle (in corsivo e blu):

E' avvenuto o’ miracolo. Si è sciolto il sangue dell'opposizione (neppure fosse quello di san Gennaro) che ha votato una manovra da 80 miliardi di euro
Falso. L’opposizione non ha votato quella manovra, ha votato contro come è normale che faccia un'opposizione parlamentare. Ha soltanto permesso che venisse varata in tempi brevi, prima della riapertura dei mercati domani, altrimenti il debito pubblico – quella cosa da quasi due miliardi di euro che Grillo continua, falsamente e demagogicamente, a dire che è possibile ridurre quasi soltanto agendo sui costi della politica – avrebbe prodotto effetti ancor più perniciosi per le tasche di tutti noi, a partire da chi guadagna pochi soldi. Perché se l’Italia affonda, i primi a morire sono i poveri, non quelli che guadagnano fior di soldi con i loro dvd, i loro spettacoli, i loro blog pieni di cazzate e di bugie.

I deputati che hanno votato per "senso di responsabilità" e sono stati elogiati dal Capo dello Stato, sono gli stessi che si sono assentati pochi giorni prima per l'abolizione delle Province
Falso. Primo, perché nessuno di quei parlamentari si è assentato per l’abolizione delle Province (casomai si è astenuto sulla base di motivazioni che possono anche non essere condivisibili, ma sono comunque sicuramente più serie e intelligenti delle cazzate che spesso leggiamo sul blog di Grillo). Secondo, perché tra quelli che hanno permesso l’approvazione rapida della manovra vi sono anche quelli dell’UdC e dell’IdV che pochi giorni prima non soltanto non si erano assentati, non soltanto non si erano astenuti, ma avevano votato a favore.

A cosa serve l'INPS, dove sono i soldi che abbiamo versato? Questo istituto va abolito. D'ora in poi ognuno si tiene i suoi contributi, a partire da quelli già dati, e decide quando smettere di lavorare.
Ecco, sì. Bravo! Così completiamo lo sfascio dell’Italia. La pensione di mio padre e mia madre e di tanti milioni di italiani oggi ritirati dal lavoro poi chi la paga? Beppe Grillo? E quella di tanti invalidi (quelli veri, intendo) e persone down, l’indennità di maternità, la cassa integrazione, la mobilità? Lasciamo in braghe di tela da un giorno all’altro milioni di italiani per permettere a me di andare in pensione quando voglio nel nome del più sfrenato liberismo reaganiano (ché questo significherebbe abolire l'Inps)?

Beppe Grillo, sai cosa? Vaffanculo! Te e chi ti segue.

P.S.: non ho mai mandato affanculo nessuno, su questo blog. E continuerò a non farlo. Questa è soltanto l'eccezione che conferma la regola e l'ho usata perché il vaffanculo è il modo con il quale Grillo è riuscito a trovare tanti consensi. Se lui ha il diritto di mandare affanculo tanti che non la pensano come lui, anche chi non la pensa come lui ha il diritto di riservargli lo stesso trattamento.

sabato 16 luglio 2011

Il Fatto Quotidiano: schiena dritta o banale marketing?

Nel mio post di ieri in realtà le questioni aperte sono due. Una riguarda i privilegi dei parlamentari e non credo ci sia bisogno di fare grandi considerazioni aggiuntive. L’altra, invece, il ruolo esercitato dai media e il modo con cui questi si pongono di fronte a una notizia.
Non mi interessa quel che scrivono Bechis e Libero, ne ho già parlato tempo fa e, casomai, la roba di ieri conferma quel che scrissi all’epoca.
Mi interessa assai di più il ruolo esercitato dal Fatto Quotidiano. Primo, perché è letto da molte persone di sinistra, persone che riteniamo – e si ritengono esse stesse – più informate di quelle di destra, persone che ci tengono a passare per quelli che non si fanno buggerare da ciò che passa la televisione. Secondo, perché non c’è giorno che Padellaro, Travaglio & company non ci scassino gli zebedei senza ricordarci che loro sono indipendenti e hanno la schiena dritta, mica come gli altri, schiavi della pubblicità, dei partiti e dei contributi statali all’editoria.
Io mi chiedo, allora, per quale motivo un giornale così capace di scavare negli scandali e di reperire dati e prove di malefatte giudiziarie, poi però ogni volta che si parla di Italia dei Valori, Partito Democratico e Sinistra Ecologia Libertà diventa superficiale e parziale. In fondo, a me son bastati cinque minuti per scoprire che Pardi non aveva votato come riportato nell’articolo e che la seduta si era svolta in tarda mattinata e non in notturna.
Il punto è che quando si parla di vicende politiche, se queste – di riffe o di raffe – hanno a che fare con i tre partiti di centrosinistra, Il Fatto Quotidiano stravolge proprio la realtà, come un Giornale feltriano qualsiasi e assai peggio di Repubblica o Unità. Scrive che Tizio ha votato contro quando in realtà ha votato a favore, critica Caio e Sempronio per aver avuto un certo comportamento dimenticandosi di Vattelapesca che ha fatto uguale a loro, contesta Pinco Pallo perché inciucia con la maggioranza, ma se l’inciucio – anzi, la conferenza stampa – la fa Casimiro, allora passa sotto silenzio. E così via. Esempio: un mesetto fa, Ferruccio Sansa ha scritto un articolo su un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto membri della giunta di centrodestra della mia città; nel servizio, decontestualizzando sprazzi di intercettazioni telefoniche, si è lasciato credere a un coinvolgimento di un partito di centrosinistra (lascio immaginare quale), senza specificare che nessun esponente di quella forza politica è indagato e ignorando altre intercettazioni telefoniche, già rese pubbliche giorni prima, che sottolineavano l’assoluta estraneità (anzi: contrarietà al progetto al centro della vicenda) di quel partito. Pur nel differente contesto, io non vedo grande differenza con il caso di ieri.
La domanda è: tutto ciò è giornalismo dalla schiena dritta o market targeting?

venerdì 15 luglio 2011

I guadagni dei parlamentari e una notizia da approfondire

Mi ha incuriosito parecchio la notizia diffusa oggi da Libero e prontamente ripresa dal Fatto Quotidiano sui parlamentari che di notte si aumentano – o, comunque, non diminuiscono – lo stipendio.
Lì per lì mi monta il nervoso e la voglia di mandare tutti quanti a quel paese, poi decido di approfondire perché c’è qualcosa che non mi torna, a partire dalla constatazione che nessun altro organo di stampa ne parla e anche sui blog non si hanno grandi notizie in proposito. Inoltre, su Libero si insiste troppo sulla furbizia piddina, mentre sul Fatto si riporta una notizia non vera: è scritto che Pardi, dell’Italia dei Valori, è l’unico a votare contro quel provvedimento. Falso, perché anche il senatore dipietrista vota a favore. E allora a quel punto decido che devo saperne di più.
Tanto per cominciare, la votazione non avviene di notte, ma nella tarda mattinata del 13 luglio.
Ma poi: a cosa è riferita?
Un passo indietro. L’opposizione presenta un emendamento sullo stipendio dei politici che così recita: “A decorrere dal 1° gennaio 2012, il trattamento economico onnicomprensivo annualmente corrisposto, in funzione della carica ricoperta, ai membri del Governo, del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, non può superare nel massimo la media degli analoghi trattamenti economici percepiti annualmente dai titolari di cariche omologhe negli altri Stati dell'Area Euro”.
Nel testo presentato dal governo alla commissione affari costituzionali del Senato si ribadisce il concetto, in termini leggermente diversi: “Il trattamento economico omnicomprensivo annualmente corrisposto, in funzione della carica ricoperta o dell’incarico svolto, ai titolari di cariche elettive ed incarichi di vertice o quali componenti, comunque denominati, degli organismi, enti e istituzioni, anche collegiali, di cui all’allegato A, non può superare la media degli analoghi trattamenti economici percepiti annualmente dai titolari di omologhe cariche e incarichi negli altri Stati dell’Area Euro. Fermo il principio costituzionale di autonomia, per i componenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati il costo relativo al trattamento economico omnicomprensivo annualmente corrisposto in funzione della carica ricoperta non può superare la media del costo relativo ai componenti dei Parlamenti nazionali”. Cade la decorrenza a partire dal 2012, ma per il resto la sostanza è quella.
Durante il dibattito, il piddino Sanna interviene per ribadire che ritiene “impropria la disposizione che differisce l'efficacia di alcune misure alla legislatura successiva. A suo avviso, per garantire maggiore credibilità alle dolorose scelte di politica economica assunte dal Governo, occorrerebbe che la riduzione dei costi degli apparati pubblici sia immediata”. Dopodiché, propone l’introduzione “dei necessari fattori di ponderazione, con particolare riguardo alla consistenza demografica dei diversi Paesi”.
Pardi, al contrario di quanto riportato dal Fatto, interviene su tutto il resto, ma non sulla disposizione riguardante il trattamento economico dei parlamentari.
La piddina Adamo, da parte sua, “ritiene che la definizione del trattamento economico debba tenere conto del costo della vita che è diverso da un Paese all'altro dell'area euro”.
In effetti, fatto pari a 100 il potere d’acquisto medio in Europa, un italiano è in linea, ma il francese è a quota 107, lo spagnolo 101, il tedesco addirittura 118. Questo significa che se un parlamentare tedesco guadagna 7.000 euro, l’italiano deve guadagnarne circa 8.260. In questo modo, la riduzione è ridotta rispetto al termine originario.
Alla fine, il testo approvato prevede che la media sia “ponderata rispetto al PIL”, ma non di tutti i Paesi, bensì dei “sei principali”. Non è detto con quali criteri si individuino questi sei principali, ma potremmo dedurre che siano quelli con il PIL più alto: Germania (2.940.000), Regno Unito (2.172.000) Francia (2.145.000), Italia (1.773.000), Spagna (1.368.000), Polonia (721.000), Paesi Bassi (676.000). Non sono riuscito a capire se sia il PIL totale o il PIL per abitante. Nel primo caso, i parlamentari italiani andrebbero – se i dati che sono riuscito a reperire su web sono corretti – a percepire un indennità annua di circa 60mila euro netti (circa 5mila al mese, che comunque è una bella cifretta), perché c’è il dato polacco che tira giù la media. Nel secondo caso, invece, la riduzione di stipendio sarebbe assai meno marcata, ma si prenderebbero in considerazione Paesi come il Lussemburgo, che però non dovrebbero nemmeno fare testo.
Da considerare, inoltre, il fatto che in alcuni Paesi le indennità suddette non comprendono i vari benefit, come la remunerazione dei portaborse, che in certi casi sono pagati direttamente dallo Stato.
Ho scritto sia al senatore Sanna che alla senatrice Adamo per avere ulteriori chiarimenti. Vediamo se e quando mi risponderanno.
Per gli elementi che ho adesso, direi che i nostri parlamentari - tutti, senza distinzioni - hanno fatto due passi avanti e uno indietro. Forse non meritano il pubblico ludibrio al quale, per motivi diversi, cercano di esporli due testate iperpoliticizzate come Libero e Il Fatto, ma resta un dato di realtà: tanti italiani son costretti a tirare la cinghia e arrangiarsi guadagnando mille euro o poco più al mese e sono loro le principali vittime della manovra finanziaria.

EDIT. Sia Adamo che Sanna mi hanno risposto. Copioincollo la risposta che domani comparirà (update: è comparso) sul Fatto e su Libero e che, in effetti, va abbastanza nella direzione che mi aspettavo, a conferma di una scarsa affidabilità da parte delle due testate suddette. Se ne deduce pure che, contrariamente a quanto ho scritto sopra, non tutti i parlamentari sono uguali: a salvare i privilegi sono stati solamente quelli di centrodestra.
Schematicamente:
1. Il parere della Commissione è appunto un parere, essendo la manovra materia della V Commissione-Bilancio
2. non si sono svolte riunioni segrete e notturne, ma una martedì pomeriggio e l'altra mercoledì mattina;
3. gli interventi compiuti sulla manovra di Adamo (APRI QUI ) e Sanna (APRI QUI) li trovate sul resoconto del Senato di Martedì 12 luglio: in questi interventi, come in quelli degli altri senatori PD, le nostre proposte sono state chiarissime su: tagli degli emolumenti e proposte di modifica delle pensioni, richiesta di anticipare le decisioni al 1 gennaio 2012, che la manovra rinvia a dopo il 2013, in quanto hanno fatto esplicito riferimento all'emendamento presentato dal PD con le altre opposizioni e respinto dalla maggioranza in Commissione Bilancio;
4. nella seduta di mercoledì le frasi da voi citate si riferiscono solo ad una richiesta di modifica venuta dal senatore Pastore al testo del Parere presentato dal relatore che non condivevamo: cioè i parametri da usare per calcolare la media europea degli emolumenti. Tra l'altro facciamo notare che la decisione assunta poi dalla maggioranza nel suo maxi emendamento, cioè nel testo definitivo, va esattamente nel senso opposto da quello da noi indicato: cioè si fa la media solo con i paesi più ricchi e con gli emolumenti più alti.
5. La questione poi è rintracciabile nella prima parte del parere, quella a cui noi abbiamo votato contro, mentre abbiamo votato a favore delle cosiddette "osservazioni", cioè suggerimenti dati alla commissione bilancio, che non ne ha tenuto conto, perchè riprendevano le nostre proposte: anticipare i tagli dei "costi della politica", accorpare le province, rivedere scelte sulla scuola perchè anticostituzionali ecc.
Insomma se Libero si affanna a cercare di dimostrare l'indimostrabile, ci aspettiamo che Il Fatto dia conto, appunto dei fatti.
Fatti che potrete facilmente trovare sul parere votato e sui due resoconti, quello del 12 e quello del 13, con preghiera di dare ai lettori i link giusti perche, sicuramente per una svista, se si apre il vostro link "apri il resoconto del Senato" si apre invece l'articolo di Libero.
Grazie per la cortese ospitalità Marilena Adamo e Francesco Sanna, senatori e lettori.

giovedì 14 luglio 2011

Giulio Tremonti e l'arte dello scaricabarile

Quando stamani Giulio Tremonti è intervenuto al Senato per presentare la manovra finanziaria, ha detto una cosa interessante. No, non la citazione di Churchill e nemmeno l’equiparazione tra i trattati internazionali e i matrimoni o la metafora del Titanic. Queste son le gigionate che il superministro tira fuori per stupire la platea.
L’aspetto davvero interessante è stata questa frase: “Vedete, il bilancio pubblico lo si fa tutto per legge. Il PIL non si fa solo per legge. Servono, certo, decreti come questi e come altri. E si può fare di più. Sentiremo tutti su tutto, ma non si può dire che dal lato dello sviluppo non è stato fatto niente finora. Davvero non è corretto. In ogni caso, senza la tenuta del bilancio pubblico, con i suoi effetti sociali ed economici, non ci sarebbe neppure stato il PIL che c'è stato finora (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e dai banchi del Governo)”.
Da un lato è vero. Il PIL non si fa per legge e se sul deficit o sul debito pubblico ci si fosse lasciati andare sarebbe stato peggio. Ma è grave che il ministro politicamente più pesante del governo faccia questo scaricabarile sulla crescita e lo sviluppo.
E’ innanzitutto un tradimento delle promesse contenute nel programma elettorale del suo partito. Che iniziava così: “l’equazione del benessere. Meno tasse sulla famiglia, sul lavoro, sulle imprese uguale più consumi, più produzione, più posti di lavoro”. E continuava, al punto primo degli impegni programmatici, “rilanciare lo sviluppo”.
Rilanciare lo sviluppo. Lo avevano messo al punto uno.
Parlavano, in quel capitolo, di graduale abolizione dell’Irap, di liberalizzazioni dei servizi pubblici, di incentivi alle nuove fonti di energia rinnovabile, di rilancio del trasporto aereo tramite gli hub di Malpensa e Fiumicino, di pluralismo e concorrenza nel settore dei media e delle telecomunicazioni, di digitalizzazione e snellimento della burocrazia. Non ne hanno fatta una di queste: in qualche caso son rimasti a metà lavoro - anzi: soltanto all'annuncio -, in altri sono andati in direzione addirittura contraria.
E ora il ministro dell’economia ci viene a dire che sullo sviluppo, ahimè, lui ci può far poco.
Nel primo Dpef firmato da Tremonti, giugno 2008, si metteva nero su bianco che “la nostra strategia è mirata a quattro obiettivi essenziali: a ridurre il costo complessivo dello Stato (…); a rendere più efficace l’azione della pubblica amministrazione (…); a ridurre il peso burocratico che grava sulla vita dei cittadini (…); a spingere l’apparato economico verso lo sviluppo, rimuovendo vincoli, concentrando ed applicando la forza della leva pubblica sui punti che sono essenziali per produrre ricchezza, in combinazione con l’azione delle imprese”. Tutte azioni che avrebbero potuto essere sviluppate a prescindere dalla recessione economica. Ora lo stesso ministro, che più volte si è vantato di aver previsto prima di tutti la crisi, ci viene a dire che, di fatto, questi impegni erano aria fritta.
Sapete qual è l’aspetto più sconfortante? Che Tremonti è, quasi unanimemente e probabilmente anche a ragione, riconosciuto come il ministro più serio e competente di questo governo.

Pensieri all'inizio di una giornata di lavoro

Io per primo son qui a scrivere cazzate sul mio blog e a prendermela con il giornalista piemontese o il tribuno genovese. Forse lo faccio per esorcizzare i miei veri timori, quelli sul futuro.
Io son preoccupato perché da quattordici anni faccio un lavoro che mi porta a stretto contatto con tante imprese e tanti imprenditori di tanti settori diversi e non mi ero mai trovato in una situazione come questa. Vieni a sapere di aziende che avviano il concordato preventivo e la tua reazione è: “no! ...anche loro?” Gente più anziana di me, che gira per le strade da più tempo di me, rimpiange non i ruggenti anni Ottanta, ma gli anni Novanta e addirittura i primi anni Duemila. Due anni fa di questi tempi l’allora mio responsabile commerciale diceva che entro un anno ne saremmo usciti. L’anno scorso parlava di sei mesi. Ora che sono io al posto suo non me la sento di fare previsioni con l’amministratore delegato sul mese o sull’anno in cui ci tireremo fuori da questa merda: oggi, in tarda mattinata, mi incontrerò con lui e faremo il punto sugli insoluti del mese, vedremo un po’ come fare per accontentare i revisori dei conti e i loro rilievi.
Leggo le notizie sulla chiusura positiva di piazza Affari o sui giudizi del Fondo Monetario sulla manovra economica per trovare motivi di ottimismo, ma non è facile esserlo.
Al governo, infatti, abbiamo degli irresponsabili. Per alcuni di loro, quel che conta è trasferire ministeri in Brianza e nessuno appare in grado di sostenere provvedimenti davvero innovativi che ci facciano imboccare la strada giusta né di avere il coraggio di andare contro a questo o quel gruppo di potere.
Davvero, è difficile essere ottimisti. Lo fossi, giocherei al Superenalotto sperando nel colpaccio.

mercoledì 13 luglio 2011

Lei non sa chi è Minzolini!

Pare che il direttore generale della Rai Lorenza Lei voglia spiegazioni sul calo degli ascolti del Tg1. Non so cosa le dirà il responsabile della testata, Augusto Minzolini. Però, se fossi nella top manager, spiattellerei di fronte al giornalista uno dei suoi videoeditoriali, quello del 10 giugno 2010.
In quella circostanza, Minzolini spiegò che era sua intenzione fare "un Tg che mai come ora si è posto il compito di accorciare la distanza che spesso divide la realtà virtuale raccontata da una parte dei media e quella che vivono tutti i giorni i cittadini".
Per accorciare le distanze, la scelta è stata quella di mandare in onda servizi come quello di ieri sera sulle prodezze con lo yo-yo. Il simpatico trastullo, in effetti, accorcia molto, soprattutto quando il cordino risale su. Il problema - ma vallo a spiegare a Lei - è quando il cordino scende giù: le distanze aumentano.
Il Tg1 minzoliniano è uno yo-yo con il cordino rotto che scende, scende, scende...

martedì 12 luglio 2011

L'abolizione delle province e le fesserie di Grillo

Beh, poteva rimanere indietro Beppe Grillo sul terreno della facile demagogia in tema di province? No, che non poteva.
Così oggi scrive: "L'unica manovra da attuare, per evitare il default, è quella dei tagli sui costi inutili, ad esempio i finanziamenti ai giornali e ai partiti e il taglio delle Province. Si arriverebbe subito a 100 miliardi di risparmio, ma non avverrà".
Ho già scritto in passato che ridurre il debito limitandosi ai tagli sui costi inutili (necessari, intendiamoci, e - soprattutto - conditio sine qua non) è come vuotare l'Oceano con un cucchiaino.
Però mi fa sorridere questa cifra. Cioè, secondo Grillo, tagliando i finanziamenti ai giornali, quelli ai partiti e abolendo le Province si "arriverebbe subito a 100 miliardi di risparmio".
Subito, accidenti. Mica in cinque o dieci anni. Subito.
Ora, a parte il fatto che non si sa come possano farsi subito se l'abolizione delle Province deve essere fatta con legge costituzionale e, quindi, nella più ottimistica delle ipotesi, non si avrebbero effetti almeno fino al 2013 avanzato.
Poi, sorvolando su questo dettaglio, da dove sbucano fuori 'sti 100 miliardi?
Dalle Province, se diamo retta a Travaglio (che fa una valutazione molto, molto eccessiva), si risparmiano abolendole 10 miliardi. Contributi all'editoria: 360 milioni, stando al Fatto Quotidiano. Finanziamenti pubblici ai partiti: come dice Grillo sono 468 milioni l'anno, moltiplicati per due perché la precedente legislatura è terminata anzitempo.
Uhm, a occhio e croce mancano ancora all'appello almeno 87 miliardi di euro (e son stato larghissimo).

L'Italia sta attraversando una fase di recessione senza precedenti dal dopoguerra ad oggi, ha un debito pubblico enorme e qui c'è gente che pensa di prendere per il culo tutti noi inventando cifre e ricette così, a casaccio. Ma stiamo scherzando? Ditemi che è un sogno, ditemi che questi sono soltanto ex comici che non sanno più cosa inventarsi per farci ridere.
Ditemi se c'è differenza tra un ministro che alza il dito medio al cantante che celebra il tricolore, un presidente del Consiglio che sta zitto per giorni mentre la speculazione di Borsa impazza e un tizio che si inventa cento miliardi di risparmi "subito".

lunedì 11 luglio 2011

L'abolizione delle province e le fesserie di Travaglio

Come sempre più spesso gli capita, Travaglio la racconta a modo suo, ossia mischiando il vero con il falso. E’ che si innamora di una tesi e, per sostenerla, finisce per dimenticare qua e là dati importanti o travisarli.
L’ultimo esempio lo troviamo nel suo Passaparola di oggi, il videomessaggio diffuso a reti unificate sul Fatto online e sul blog di Beppe Grillo (sono rimasti in due a prodursi in periodiche performance videomessaggistiche: l’altro fa il presidente del Consiglio).
Prima della consueta tirata antidalemiana, Travaglio si sofferma sull’abolizione delle Province (riforma che, a certe condizioni, approverei). E spara due fesserie e mezzo.
Prima fesseria.
Non è vero che UdC e FLI non presiedono province: ne presiedono cinque. Casomai, è l’IdV a non avere presidenti, ma – si sa – quando si parla dell’IdV e di Di Pietro, Travaglio soffre di strane amnesie.
Seconda fesseria.
Non è vero che le province costano 17 miliardi di euro. Secondo l’Istat ne costano 13. E i risparmi di 10 miliardi sono possibili solamente se si azzerano (ripeto: azzerano) tutti i costi esclusi quelli di personale. Ossia, non si fa più manutenzione scuole, strade, argini dei fiumi e così via.
Seconda fesseria e mezzo.
Non è vero che nel 1970 quando furono istituite le Regioni si stabilì che dovevano sostituire le Province. Le Regioni furono previste in Costituzione dal 1948 e, nel dibattito in Assemblea costituente, dopo che le Province erano scomparse dai lavori della sottocommissione, furono appositamente reintrodotte – tutti d’accordo! – proprio come organo intermedio tra Regione e Comune. E quando nl 1970 ci fu la legge costituzionale che permise l’istituzione operativa delle Regioni, il dibattito tornò in auge, ma senza andare oltre. E infatti le province rimasero in Costituzione: se fosse stato come raccontato da Travaglio, ossia che le Regioni avrebbero dovuto sostituire le Province, avrebbero tolto dalla Carta queste ultime.

Un’ultima considerazione. Capita spesso di leggere Travaglio che, per commentare una riforma proposta dal Berlusconi o dal D’Alema di turno, salta su con uno scandalizzato “questa cosa la voleva anche la P2! Vergogna!”. Ecco, l’abolizione delle province era uno dei punti salienti del programma della P2. Incredibile che un giornalista attento come lui non se ne sia accorto.

I nuovi mercanti nel tempio

Mi piace questa cosa che ho letto stamani sulla Conferenza Episcopale Italiana che lamenta l’ingerenza del Vaticano (!!!) nelle questioni di sua competenza.
In sostanza, par di capire, i vescovi reclamano il monopolio di lobbyng cattolica sui politici italiani.
Certo, un partito unico a cui i credenti possano far riferimento sarebbe l’ideale, perché lo si controllerebbe meglio. Ma può andar bene anche una coalizione di governo ben disposta, in cambio dell’appoggio politico-elettorale, riguardo scuole private, esenzioni fiscali, biotestamento.
Tutto lecito, intendiamoci: almeno sotto il profilo politico-istituzionale. Potremmo magari fare qualche considerazione aggiuntiva sulla miopia della gerarchia ecclesiastica: penso, infatti, abbiano prodotto più danni alle famiglie italiane il debito pubblico che ci ritroviamo oggi e un welfare state impostato sulle pensioni (scelte che risalgono ai tempi di presidenti del Consiglio democristiani che non saltavano una messa*) che non la legge sul divorzio e quella sull’aborto. Ma sperare che certi porporati ottuagenari capiscano questa banalità forse è troppo.
Per quanto riguarda, invece, un giudizio più squisitamente religioso, a me tutto questo darsi da fare da parte di cardinali e vescovi ricorda il Vangelo di Marco 11, 15-19.

*cito un aneddoto che mi ha raccontato pochi giorni fa la funzionaria di un piccolo Comune dalle mie parti che aveva organizzato un incontro pubblico con Giulio Andreotti (le sere d’estate vanno riempite con la gente in piazza e allora si invita il nome di richiamo a prescindere da quel che ha davvero da dire). L’anziano politico aveva chiesto, come compenso, la possibilità di assistere a una messa alle 7 del mattino perché da sempre inizia la giornata così. Poiché in paese a quell’ora non erano, di regola, previste funzioni, si erano dovuti mettere d’accordo con il parroco affinché ne celebrasse una.

Nomenklatura pidiellina

Quel che segue è un comunicato stampa vero, del Popolo della Libertà della mia città.
Se qualcuno ha compreso qualcosa in tutto ciò, scriva pure un commento che mi chiarifichi la situazione perché io non ho capito niente. In confronto le regole delle primarie del Partito Democratico e la sua organizzazione erano scritte in italiano accessibile a tutti.

C’è bisogno di chiarezza e di decisione pertanto il direttivo comunale Pdl intende sgomberare il campo dai costanti fraintendimenti che da parte di singoli appaiono sulla stampa . Il Coordinamento Comunale del PdL è attualmente composto da Tizia, Caio e Sempronio. Non è compito statutario del Coordinamento nominare altri membri o sostituire i dimissionari.

Esso è nominato dai due coordinatori provinciali, in seguito a ratifica di quelli regionali e soltanto ad essi spetta ogni decisione in merito. Si precisa altresì che l’assemblea dei quadri, tenuta il 5 luglio e composta da consiglieri comunali, circoscrizionali, assessori e rappresentanti nelle partecipate, ha deciso all’unanimità di dar vita ad una sua rappresentanza permanente a sostegno dell’azione svolta dai tre coordinatori comunali. Tale organismo sarà composto da 2 consiglieri circoscrizionali, 2 rappresentanti che siedono nelle aziende Partecipate del Comune, 2 consiglieri comunali, 2 assessori della giunta municipale, 1 rappresentante dei giovani, 1 rappresentante dei senior, 1 rappresentante delle donne.
Il Coordinamento Comunale è intenzionato ad annunciarne la composizione dell’organismo di supporto entro la fine della prossima settimana dando seguito con decisione alla unanime volontà assembleare, che ha chiesto con forza di allargare la partecipazione politica e di definirne la linea sul territorio , liberi da pressioni e condizionamenti, ripartendo proprio da coloro che hanno lavorato e lavorano per il territorio".
Il direttivo comunale Pdl

sabato 9 luglio 2011

In difesa della Costituzione italiana

Lo sapevate che in Francia il Parlamento, per dettato costituzionale, non è convocato permanentemente, ma ha due sessioni? La prima inizia il 2 ottobre e dura 80 giorni (fino a Natale, quindi); la seconda inizia il 2 aprile e non può protrarsi oltre il 90° giorno (primi di luglio).
E che l’art. 7 co. 5 della Legge Fondamentale tedesca prevede che “Una scuola elementare privata deve essere ammessa solo nel caso che le autorità amministrative per l'istruzione vi riconoscano un particolare interesse pedagogico, oppure, su domanda degli aventi il diritto dell'istruzione, nel caso che debba essere istituita come scuola di una comunità, come scuola confessionale o come scuola ideologica, e che non esista nel Comune una scuola elementare pubblica di tale specie”?
E che l’art. 9 co. 2 della Costituzione spagnola è praticamente copiato da quella italiana (“compete ai pubblici poteri promuovere le condizioni affinché la libertà e l’uguaglianza dell’individuo e dei gruppi a cui partecipa siano reali ed effettivi; rimuovere gli ostacoli che impediscono o rendono difficile la loro realizzazione e agevolare la partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica, economica, culturale e sociale”) e va letto in accordo all’art. 40 (“i pubblici poteri promuoveranno le condizioni favorevoli per il progresso sociale ed economico e per una più equa distribuzione del reddito regionale e personale, nel quadro di una politica di stabilità economica”)?
Potrei andare avanti con gli esempi, ma mi fermo qui perché credo che quelli riportati siano sufficienti. Mi pare che da noi in Italia ci sia un certo fermento su questioni che altrove vengono tranquillamente accettate. Prendiamo l’articolo sulla scuola elementare in Germania. L’avessimo noi in Italia son sicuro che qualcuno griderebbe allo statalismo, al comunismo, alla privazione della libertà di scelta educativa delle famiglie. E cosa dire del welfare state spagnolo (costituzionalizzata all’articolo 1: “La Spagna si costituisce come Stato sociale”)? Se Piero Ostellino fosse nato a Madrid chiederebbe l’espatrio, probabilmente. Non so, infine, se in Francia ci sia un Jean-Antoine Etoile che scrive libri contro la caste française che lavora solamente 170 giorni l’anno.
Quel che voglio dire è che una Costituzione è il quadro d’insieme, ma poi il funzionamento effettivo dell’economia, delle istituzioni pubbliche, dell’organizzazione sociale dipendono dalle scelte contingenti che vengono fatte. Gli articoli citati della Carta spagnola non hanno impedito a quella nazione di vivere un boom economico in anni recenti, né sono stati la causa della crisi in cui poi è sprofondata: sarebbero stupidi se da quelle parti se la prendessero con due articoli costituzionali anziché con il fremito speculativo immobiliare dei loro anni ruggenti. E in Germania non sarà certamente quella disposizione sulle scuole private a far sentire le famiglie tedesche meno libere o i ragazzi meno preparati dei loro coetanei europei.
Beh, se ci pensiamo è quello che cercano di fare in Italia editorialisti e politici di centrodestra: prendersela con la Costituzione anziché con le scelte politiche (economiche e sociali e amministrative) di questo o quel governo.
Quella italiana è, obiettivamente, una bella Costituzione. Che pone le basi affinché il nostro sia un popolo libero e civile e lo Stato possa funzionare bene e democraticamente. Se poi i governanti preferiscono fare gli interessi propri e delle proprie clientele anziché della collettività, prendiamocela con loro: pure nel far west (che pure era il far west!), quando trovavano un pokerista con l’asso nella manica, non accusavano le regole del gioco: casomai, con il giocatore baro.

venerdì 8 luglio 2011

Primarie a destra: sarebbero una vera farsa

Mi ha fatto sorridere la lettura di questo articolo di Claudio Cerasa. Il giornalista del Foglio commenta l’investitura berlusconiana di Angelino Alfano a prossimo candidato premier - una roba che più estemporanea non si può: una chiacchierata quasi casuale con il retroscenista del giornale nemico e un po' di parole scambiate in ascensore - lamentando che manca il riferimento alle primarie del centrodestra.
Mi ha fatto sorridere perché vengono saltati a piè pari, quasi ingenuamente – se non fosse che Cerasa è tutt’altro che ingenuo –, tutta una serie di passaggi. Almeno quattro. Il primo è la nascita del partito di cui Alfano è segretario: Berlusconi un giorno sale sul predellino di un Mercedes e annuncia che nascerà una nuova forza politica, fate un po’ voi se la volete chiamare Popolo o Partito. Il secondo è che questa “nuova” forza politica in tre anni e mezzo di vita non ha fatto un congresso degno del nome. Il terzo è che il segretario è diventato tale non per elezione, ma per acclamazione dopo essere stato designato dal fondatore al termine di una riunione convocata per discutere una pesante débacle elettorale. Il quarto è il discorso che Alfano stesso ha pronunciato il giorno in cui è diventato segretario: non si è rivolto a una platea, si è rivolto a una persona. Anzi: l’ha invocata ed evocata dalla prima all’ultima frase.
La realtà è che il Popolo della Libertà è un partito fondato sul potere carismatico in senso weberiano, sul potere, cioè, che poggia sulla dedizione straordinaria alla forza eroica e al valore esemplare di una persona e dagli ordinamenti creati da essa. E questo partito è alleato a un altro della stessa natura.
Se questi sono i passaggi e i presupposti, che senso ha fare le primarie del centrodestra? Forse le primarie sono false solamente quando c’era Romano Prodi di mezzo?
A meno che non vogliamo che l’operazione “fumo negli occhi” sia completa. Per intendersi: si designa Alfano perché è un quarantenne e così intortiamo gli italiani dicendo che noi siamo per il cambiamento (sì, vabbè...) mentre gli altri continuano a puntare sui sessantenni o giù di lì (da Bersani a Casini, passando per Di Pietro; Vendola è più giovane anagraficamente, ma politicamente è vecchio quanto loro); poi, già che ci siamo, terminiamo l’opera con le primarie. Chi contrapponiamo ad Alfano? Seconde schiere di tutto il mondo, unitevi, ché il Grande Capo tanto ha già deciso e i suoi colonnelli, se desiderano contare ancora qualcosa, si adegueranno. Oh, l’ha detto Lui: “Tutti quelli che si staccano fanno una brutta fine. Pensate a Fini e Casini”.
Le primarie nel centrodestra avranno un senso solamente quando (vuoi per cause naturali, vuoi perché ritiratosi definitivamente alle Bahamas) Berlusconi non sarà più in politica e, con lui, tutti i suoi conflitti di interessi economici e giudiziari.

giovedì 7 luglio 2011

Ricco, liberista

Il bravo Luca Massaro oggi si è concentrato sull'ennesima fatica pubblicistica di Piero Ostellino, colui che dalle colonne del Corriere della Sera ci ammonisce e ci istruisce su cosa sia liberale e cosa no. Stavolta il suo pistolotto è contro l'articolo 3 comma 2 della nostra Costituzione.
Quello che scrive Luca è intelligente e ampiamente condivisibile. Mi permetto però di fare alcune aggiunte.

* Io credo che Ostellino, dal suo alto scranno, finisca spesso - e oggi è uno di quei casi - per parlare non di liberalismo, ma di liberismo in senso classico, ottocentesco. Ossia, di un pensiero economico fondato su un principio di libera concorrenza intesa quasi esclusivamente come selezione dei più forti grazie alla "mano invisibile" teorizzata da Adam Smith nella seconda metà del Settecento. La realtà storica ci ha insegnato non soltanto che le cose non stanno esattamente così, ma addirittura che si può essere liberisti addirittura senza essere liberali: Luigi Einaudi (non Togliatti: Einaudi!) suggeriva a questo proposito l'esempio del regime dispotico di Napoleone III che introdusse il liberismo doganale. La distinzione non è accademica: l'errore di fondo, infatti, porta Ostellino a ritenere che l'art. 3 co. 2 Cost. possa essere applicato solamente imponendo un regime di socialismo reale oppure con "un eccesso di spesa pubblica e pressione fiscale che mortificano lo sviluppo". Ecco un altro capro espiatorio per giustificare le spese inutili, i clientelismi, le inefficienze di chi ha governato l'Italia ancor prima che nascesse la Repubblica, ancor prima che venisse formulata la Costituzione attuale e che, ahinoi, perpetuati negli ultimi sessant'anni, sono alla base dei nostri disagi di oggi (e di domani). Pochi mesi fa i sedicenti liberali di casa nostra se la prendevano con l'articolo 41: che ora sia la volta dell'articolo 3 comma 2?

* Nel suo fervore liberista, Ostellino rispolvera la curva di Laffer. Ossia, la teoria in base alla quale più è alta la pressione fiscale, maggiore è l'evasione: per cui, si abbassano le aliquote, in particolare quelle sui redditi medio-alti, e le entrate fiscali tornano a crescere. Una teoria mai dimostrata empiricamente, ma lo spirito laico-liberale ostelliniano di fronte a questa semplice constatazione entra in sciopero (pratica socialista, lo so, ma del resto ognuno di noi vive di contraddizioni).

* Il prestigioso editorialista ospitato in prima pagina in alto a sinistra del Corriere della Sera (ossia in quella posizione che in epoca pre-Paolo Mieli i quotidiani riservavano alla propria posizione ufficiale su un dato argomento) chiude dunque chiedendo maggiori tagli sia alla spesa pubblica, sia alla pressione fiscale, sia alle "dimensioni dello Stato". E' la logica conseguenza del suo ragionamento. Peccato non dica esplicitamente cosa, oltre alle tasse e alle dimensioni dello Stato (ossia, licenziare un po' di dipendenti pubblici), vuol tagliare. Lo faccio io in vece sua: assistenza sanitaria senza bisogno di mostrare prima la carta di credito, ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione o crisi aziendale, risorse per la scuola pubblica, assegni familiari, aiuti sulla casa. Tutte voci che già oggi sono ridotte all'osso. Secondo Ostellino andrebbero ridotte ancor di più. Chissà se ha chiaro che Paesi stranieri che in queste voci investono assai più di noi, pur andando nella direzione del tanto vituperato art. 3 co. 2 della Costitutuzione, hanno già intercettato il treno dello sviluppo. Possibile? Ebbene sì. Se ne renderà conto un giorno anche Ostellino? Chissà! L'augurio - sincero, davvero - è che la mano invisibile non lo metta mai in condizione di dover chiedere aiuto alla struttura pubblica, anche perché finirebbe per rendersene conto in maniera traumatica.

Ma il vero cretino non è Brunetta

Dell’incredibile video nel quale Giulio Tremonti dà del cretino a Renato Brunetta, la parte più importante non è l’insulto (fosse la prima volta che due ministri si mancano di rispetto in questo modo...), quanto l’atteggiamento di fondo che un po’ tutti, dal ragioniere generale al capo di gabinetto ad altri ministri (l’unico che sembra convinto è Bonaiuti, ben calato nel suo ruolo di sottosegretario a propaganda & disinformazione), hanno mentre il responsabile della funzione pubblica parla.
Un atteggiamento di sufficienza. Ci sono i primi della classe, loro che ridono, e c’è quello che sembra credere alle baggianate che racconta. “Lasciamolo sfogare, l’importante è essere convinti”, dicevamo quando andavamo a scuola, a proposito del compagno di classe un po’ sborone.

Se un merito ha quel video è svelare l’ipocrisia di fondo che regna non soltanto in certe conferenze stampa, ma proprio nelle scelte dell’attuale esecutivo. E’ interessante e inquietante al tempo stesso. Facciamoci caso. C’è un ministro che parla con enfasi delle sue misure: le auto blu!, i salari reali!, la lotta all’asseinteismo!, insomma tutti quegli argomenti sui quali ci si può far belli e che sono stati annunciati e riannunciati decine di volte e sui quali l'economista compiacente potrà scrivere sul quotidiano filogovernativo. I suoi colleghi e i tecnici non lo considerano nemmeno: sono misure marginali, “lo zero sei” come spiega il ragioniere generale dello Stato. Apparentemente danno del cretino a Brunetta, in realtà l'obiettivo dei loro epiteti siamo noi cittadini. Probabilmente, Tremonti è già lì che pensa alla prossima intervista che rilascerà e che sarà basata sull'evoluzione dal G7 al G20 o sul pensiero economico di qualche filosofo dell'Ottocento: escamotage retorici per intortarci alla sua maniera, ben più elevata di quelle alle quali attinge il ministro della Funzione pubblica.
E’ incoraggiante avere un governo che si comporta così e crede in tutto quello che fa.

mercoledì 6 luglio 2011

Il PD, l'IdV e l'abolizione delle province

La cagata fatta ieri in Parlamento dal Partito Democratico sull’abolizione delle Province mi ha offerto lo spunto per approfondire un po’ la questione. Di cose da dire ce ne sarebbero tante: per esempio, circa la mancanza di coraggio di un partito che ha parecchi amministratori provinciali e non se l’è sentita di aprire un fronte contro di essi (perché questa credo sia la reale e bassa motivazione di Casta). Una mancanza che fa il paio con la faciloneria con cui qualcun altro che non ha il solito problema di rappresentanza istituzionale ha votato la proposta di legge: a fare i froci con il culo degli altri son tutti capaci (e mi riferisco al Terzo Polo, non all’Italia dei Valori).
Ma di cosa si parla quando si parla di abolire le Province? Secondo alcuni studi si risparmierebbero, da tale innovazione, circa 10 miliardi di euro, secondo altri i miliardi in meno da spendere sarebbero appena 2. Questo perché i risparmi certi sono quelli corrispondenti agli stipendi di cento presidenti di Provincia e un migliaio di assessori, alle indennità di un esercito di consiglieri provinciali e alle spese di mantenimento della struttura organizzativa. Tutto il resto, considerato che mandando a casa anche soltanto la metà dei dipendenti pubblici alle dipendenze delle Province si avrebbero costi sociali superiori ai risparmi attesi, sarebbero efficienze derivanti da una buona gestione amministrativa fondata sulle economie di scala, difficilmente quantificabili. Infatti – e qui si entra nel cuore del problema e delle motivazioni ufficiali dell’astensione piddina – non è che abolendo le province si abolirebbero pure i problemi che esse son chiamate ad affrontare e risolvere. Alla manutenzione delle strade provinciali e degli edifici che ospitano le scuole superiori, per dire, qualcuno dovrà pur provvedere.
Prendo alcuni casi avvenuti sul mio territorio. Ci sono state aziende in crisi – dieci, venti, trenta dipendenti – ed è intervenuta la Provincia per affrontare la situazione con proprietari, sindacati, associazione industriali, trattare, negoziare, riqualificare, trovare ammortizzatori sociali e così via. Tutti hanno riconosciuto che gli interventi sono stati proficui e, probabilmente, questo attivismo è stato uno dei motivi per i quali alle recenti elezioni amministrative il presidente uscente ha ottenuto un buon successo. Ora, mettiamo il caso che la Provincia non fosse esistita. Chi sarebbe intervenuto? Il Comune? Dubito. Perché magari la realtà in crisi è sul territorio di un Comune piccolino, i lavoratori residenti nella zona di sua competenza sono due o tre e il potere contrattuale è quel che è. La Regione? Già meglio. Però siamo sicuri che un ente tanto grande interviene per crisi di realtà anche di soli dieci o quindici dipendenti? Penso alla Lombardia o al Veneto: finirebbero per non occuparsi di altro, probabilmente.
Ancora: la manutenzione degli argini di un fiume. Chi dovrebbe occuparsene, i Comuni? C’è da rifare un tratto che ne attraversa tre, magari amministrati da giunte di diverso colore: siamo onesti, non se ne esce. Così come non serve a niente dire “ogni ente pensi al proprio tratto”: se il fiume è in piena ed esonda perché un tratto a monte non è tenuto bene, non bada ai confini di Comune (senza considerare i costi, che potrebbero essere insostenibili per un piccolo municipio montano). La Regione? Solito discorso fatto prima. E poi: già accantonato il famoso principio di sussidiarietà tanto spesso, anche a sproposito, invocato quando si parla di federalismo?
Dunque, capire bene chi si occuperà di cosa è fondamentale se non vogliamo che l’abolizione delle Province faccia la fine della riforma del Titolo V della Costituzione: un pasticcio. E qui sta il difetto, il peccato originale della proposta dell’Italia dei Valori. Ossia, è monca della pars costruens rinviando tutto a una successiva legge atta “a regolare il passaggio delle funzioni delle province alle regioni o ai comuni, nonché quello dei beni di proprietà e del personale dipendente delle province medesime ai citati enti”, da approvarsi entro un anno. Con questa maggioranza parlamentare. E con questi chiari di luna, poi.

C’è un altro aspetto inquietante – per me elettore di centrosinistra – emerso ieri pomeriggio. Riguarda non il merito, ma il metodo. PD e IdV hanno affrontato il passaggio parlamentare in ordine sparso, senza prima concordare la linea comune da tenere su un provvedimento così importante anche a livello di comunicazione. Non è stato un fulmine a ciel sereno: la proposta Donadi è del 2008, l'esame in commissione e assemblea è iniziato nel 2009 e la precedente discussione si era svolta il 15 giugno scorso. Quel giorno, viste le posizioni divergenti, Dario Franceschini aveva proposto il rinvio della votazione. Le due forze di centrosinistra, quelle che dovrebbero essere alleate a prescindere, hanno perciò avuto ben venti giorni di tempo per trovare un’intesa e non l’hanno fatto. In questo periodo han trovato il tempo di polemizzare tra loro in Aula invocando la convocazione di riunioni programmatiche, ma probabilmente anche chi richiedeva incontri al vertice non aveva tutto l’interesse a organizzarli davvero. Dubito che queste forze politiche possano davvero governare in maniera diversa da come hanno fatto in passato se prima non si decideranno ad abbandonare definitivamente la mentalità dell’orticello da coltivare.

p.s.: ultimissima considerazione. Da qualche parte ho letto che il PD (e l’IdV, il programma era lo stesso all’epoca) aveva promesso in campagna elettorale l’abolizione delle province. Non è vero: veniva proposta solamente una “eliminazione delle Province là dove si costituiscono le Città Metropolitane” e, anzi, alle Province si proponeva di attribuire le competenze degli ATO. Pure nella proposta di riforma degli enti locali presentata a febbraio 2011 (poi tradotta in un progetto di legge del 21 giugno scorso, primo firmatario Bersani), si trova questa evoluzione in città metropolitane e non l’abolizione tout-court.