mercoledì 31 agosto 2011

Il Grande Fratello fiscale

Questa della pubblicazione dei redditi online è uno dei provvedimenti che mi ha sempre lasciato perplesso, anche ai tempi in cui a proporlo era il centrosinistra.
Per tanti anni i quotidiani locali della piccola città di provincia in cui abito hanno pubblicato i redditi dei maggiori contribuenti. Uno prendeva il giornale, curiosa un po’, guardava se in lista era presente e quanto guadagnava il suo medico curante, il calciatore famoso, spulciava se per caso c’era anche il vicino o il conoscente che faceva l’avvocato o il commercialista e poi finiva lì. Non credo ci sia mai stato qualcuno che abbia alzato la cornetta e telefonato alla finanza perché non gli tornava che il tizio che vende abiti di lusso in centro storico avesse dichiarato un imponibile da barzelletta.
Forse sarebbe più importante diminuire ulteriormente la tracciabilità dei pagamenti (domani pagherò 498 euro di RC Auto e dovrò farlo in contanti perché non hanno il bancomat: vabbè, è una roba sulla quale penso sia difficile evadere, però siamo nel 2011 e fa un po’ specie) o rendere più efficaci i controlli su fatture e ricevute fiscali o, ancora, obbligare dentisti e veterinari a tenere un POS per i pagamenti elettronici e guai a chi sgarra.
Sono pronto comunque a farmi convincere del contrario, del fatto che la pubblicazione online sia cosa buona e giusta.

Per quanto mi riguarda, il mio reddito è talmente mediocre – e comunque sono dipendente, quindi le imposte sul reddito sarebbe difficile per me evaderle – che il punto non sarebbe la trasparenza. Però, confesso, un po’ mi darebbe noia. E il motivo è proprio perché il mio reddito è quel che è, robetta. Il mio pensiero va a chi guadagna pure meno di me (e ce ne sono tanti, a partire dall’azienda dove lavoro): credo ci sia una dignità anche nella povertà e che non tutti vogliano far sapere di essere ai limiti dell’indigenza. O vogliano mantenere del sano riserbo sul proprio stile di vita, adeguato alla necessità di mettere insieme il pranzo con la cena.
Parlo degli onesti, ovviamente, ché gli evasori, non sapendo cosa sia la povertà, ci tengono a farsi passare per miserelli.

martedì 30 agosto 2011

Il giorno dello sciacallo

Ho trovato penosa l’intervista rilasciata stasera da Antonio Di Pietro al Tg1 sul caso Penati.
Penosa, sì. Perché un alleato – o presunto tale, o aspirante tale – che specula sui problemi di un partito che dovrebbe far parte della stessa coalizione, che entra a gamba tesa permettendosi di giudicare, di assegnare responsabilità politiche in questa maniera, non saprei come definirlo senza ricorrere a espressioni poco educate.
Anche perché in certi ragionamenti non c’è l’amicizia di chi pensa a quel che è meglio per tutti o la lungimiranza di chi vuol correggere in vista di un rapporto più saldo.
No, c’è il calcolo elettorale di un tizio che vede la possibilità di crescere dello zero virgola al prossimo sondaggio, a scapito di un partito alleato, e rivendicarlo al momento opportuno. Il Di Pietro che, alle elezioni abruzzesi del 2008, pur vedendo sonoramente sconfitto il candidato di coalizione da lui stesso imposto, esultò perché l’Italia dei Valori aveva raddoppiato i propri consensi, non è affatto diverso dal Di Pietro di oggi. Quello che un giorno fa il moderato e il giorno dopo l’estremista, un giorno attacca Bersani in Parlamento dando ragione a Berlusconi e il giorno dopo lo critica al Tg1 come vorrebbe Minzolini, un giorno è aperturista sulla manovra finanziaria e il giorno dopo aderisce allo sciopero della Cgil ironizzando sul PD perché non fa altrettanto.
Il PD è quel che è, siamo tutti d’accordo. Ma i suoi alleati non sono poi tanto meglio. Politicanti che per convenienza scelgono di non guardare al di là del proprio naso. Che fanno opposizione al resto dell'opposizione, anziché alla maggioranza. Berlusconi ringrazia.

Nimby Dream

Stanotte ho fatto un sogno.
C’era un grande tavolo in una altrettanto grande stanza di una grande villa. Attorno al tavolo una serie di personaggi. Ministri e parlamentari di un Paese chiamato Pasticcionia. Dovevano discutere una manovra finanziaria.

“Signori, il programma con cui abbiamo vinto le elezioni parla chiaro. Dice ‘meno tasse’ e sottolinea ‘graduale e progressiva diminuzione della pressione fiscale sotto il 40% del PIL’. Dobbiamo rispettarlo, cribbio! E per questo motivo siamo qui riuniti per emendare le misure precedentemente adottate”
“Beh, ma c’è la cvisi... In fondo, anche ai tempi di Colbevt e di John Stuavt Mill...”
“Chi cazzo sono? Uè, la Pasticcionia ci si pulisce il culo con questi banchieri centrali”
“Ehm, non sono banchievi... si tvattava di...”
“Me ne frego! Il popolo pasticcioniano vuole salvaguardare le pensioni!”
“Scusate se intervengo. Faccio presente che nel nostro programma, come ha giustamente accennato poc’anzi Sua Eccellenza il Dottor Presidente nonché nostro Leader Spirituale e Carismatico Indefettibile, stava scritto pure che nonostante ‘il vincolo costituito dall’attuale instabile equilibrio dei conti pubblici’ e ‘la congiuntura economica negativa’ noi, in ogni caso, non avremmo mai messo le mani nelle tasche dei pasticcioniani. Quindi, il partito che da alcune settimane mi pregio di guidare...”
“Mi spiace, ma non possiamo favne a meno, stavolta... dobbiamo tassave”
“Ma le pensioni non si toccano!”
“Io dico che dovremmo valutare una a una le misure da emendare”.
“Le pensioni non si toccano!”
“D’accovdo. Allova, il contvibuto di solidavietà...”
“Si toglie. Ho un sondaggio riservato che dice che potrebbe costarci l’1.5% dei consensi alle prossime elezioni”.
“Va bene, togliamo. Allova, l’abolizione delle pvovince e dei Comuni più piccoli...”
“Si toglie. La Stella della Cialtronia deve risplendere nelle valli montane da noi amministrate”
“Uff... d’accovdo... Pevò i tagli agli enti locali...”
“Si tolgono pure quelli. Da quando ho l’onore di guidare il partito che il nostro Fondatore Eccelso ha portato a vette di consensi irraggiungibili a chiunque altro essere umano, partito che temporaneamente Egli mi ha affidato, sono pressato di richieste e lamentazioni di nostri amministratori locali e tutti reclamano per i tagli che abbiamo loro imposto”
“E sia. Ci savebbevo le pensioni...”
“Quelle non si toccano, sennò mi ci pulisco il culo con il decreto!”
“Io propongo che gli anni di studi universitari non vengano conteggiati per andare in pensione, si risparmierebbero un bel po’ di soldi, non trovate?
“Giù le mani dalle pensioni! Il popolo pasticcioniano...”
“Zitto, capo. Quanti nostri elettori hanno la laurea?”
“Uhm, sai che forse ci hai ragione? D’accordo questa la facciamo! E facciamo anche la patrimoniale sugli evasori, vero?”
“Ma sei impazzito? Non possiamo permetterci di perdere le prossime elezioni. Un sondaggio riservato che ho commissionato l’altro ieri rivela che perderemmo il 3% se approvassimo una patrimoniale sugli evasori. Meglio un’altra roba di facciata”
“Pev esempio, potvemmo intvoduvve una stvetta sulle società di comodo...”
“Oh, ti dà di volta il cervello? Il 4% del nostro elettorato non l’accetterebbe”
“Tvanquillo, ho fatto il tvibutavista pev tanti anni e so cosa scviveve nell’emendamento, vedvai che nessuno si lamentevà... Ova, pevò, dobbiamo tvovave un altvo po’ di denavo pev copvive tutte queste novità...”
(la discussione va avanti per sei ore e quarantacinque minuti: c’è chi propone una cosa, chi un’altra, ma senza riuscire a mettersi d’accordo. Alla fine, dal lato corto del grande tavolo, un sottosegretario rimasto fino ad allora silente alza il dito e interviene)
“Scusate, ma perché non riduciamo o cancelliamo del tutto le agevolazioni alle cooperative? Quei comunisti...”
“Comunisti?”
“Grande idea!”
“Ottimo!”
“Superlativo!”
“D’accovdo!”
“Signori, la seduta è tolta!”

(NIMBY: acronimo per Not In My Back Yard)

lunedì 29 agosto 2011

29 agosto 1944

Tarzan non era il re della foresta, in quell’agosto del 1944 sulle montagne che io amo tanto e che oggi sono diventate meta di scarpinatori, arrampicatori e amanti della natura.
Tarzan era un partigiano emiliano che una notte, mentre era di sentinella, si accorse che una pattuglia di tedeschi stava avanzando verso di lui: sparò e uccise un ufficiale della Wehrmacht.
Tornò dai suoi compagni. Erano ragazzi - il più giovane aveva sedici anni -, parecchi dei quali senza esperienza bellica: si erano stabiliti lì due o tre mesi prima, in una trentina, guidati da uno studente ventunenne di medicina, e avevano deciso di chiamarsi “Valanga”, in onore dei posti montani che difendevano.
Il gruppetto raddoppiò di consistenza con l'arrivo di partigiani scampati alla distruzione della Repubblica di Montefiorino. Questi ultimi avevano avuto un po’ da ridire sull’attività svolta: sotto tiro, la condotta attendista dei locali, conseguenza anche di una loro collocazione politico-ideologica per niente definita: non erano comunisti come i nuovi venuti, desideravano soltanto la libertà della Patria e, in generale, un futuro politico migliore. Comunque, dopo i malintesi iniziali, i due nuclei si erano saldati bene e le azioni non erano mancate.

E poi arrivò quella sera di agosto.
I componenti del Valanga si trovarono a decidere cosa fare ed erano parecchio incerti: abbandonare i luoghi e cercare rifugio altrove? Rimanere lì? Nel primo caso, i tedeschi l’avrebbero fatta pagare ai civili del paese vicino. Nel secondo, sarebbe stata battaglia. E lì dov’erano, si dissero, potevano resistere benissimo.
Invece no. Non potevano resistere benissimo. Lo credevano loro, perché erano tanto idealisti quanto a digiuno di tattica e strategia militare. Il loro capo, peraltro, aveva dovuto assentarsi quella sera.
Il giorno successivo, il comandante rientrò e approvò la decisione di rimanere. Erano sulla cresta di un monte e, a parer loro, potevano tranquillamente controllare la zona. Ma essere sulla cresta di un monte, talvolta, significa più che altro essere esposti e non avere nemmeno grandi possibilità di mettersi in salvo nel momento in cui il nemico riesce a circondarti.
E’ quel che fecero i tedeschi, decisi a vendicarsi, nella notte illuminata dai bengala.
Dopo diverse ore, alle 10 del 29 agosto 1944 il gruppo di partigiani si rese conto di non avere più scampo se avesse continuato la battaglia: cercarono di salvarsi saltando in un canalone e nascondendosi tra i cespugli. Per fare ciò dovevano sfidare il fuoco delle mitragliatrici tedesche e tanti morirono così. Uno si uccise per non cadere prigioniero. Un altro fu catturato e di lui non si seppe più niente. Altri rimediarono gravi ferite: tra questi, pure il comandante, che alcuni giorni dopo morì. I pochi superstiti continuarono la guerra partigiana, con il loro carico di coraggioso idealismo.

(il post è dedicato a tutti quelli che vorrebbero sopprimere la Festa della Liberazione, il 25 aprile. E a coloro che, sminuendola per ignoranza, dicono che in fondo è una ricorrenza che interessa solamente a pochi comunisti)

domenica 28 agosto 2011

Il PD e la moglie di Cesare

Novembre 2008. Un Partito Democratico già in condizione precaria per la vacuità della sua azione più squisitamente politica e per un dibattito interno fuori controllo, viene sconvolto dal caso Ottaviano Del Turco. Nel giro di pochi mesi crolla vistosamente nei sondaggi e alla fine il segretario Veltroni è costretto a lasciare.
Oggi la situazione è per certi versi analoga. Vero, Filippo Penati - grazie anche a una botta di prescrizione - non è stato arrestato, come invece è capitato al presidente della Regione Abruzzo (ma gli sviluppi di quella inchiesta giudiziaria dovrebbero consigliare prudenza pure su questa), l’azione politica del partito è un po’ più efficace ed efficiente rispetto a due anni e mezzo fa e il dibattito interno è a livelli fisiologici. Ma io credo che le conseguenze della vicenda potrebbero essere analoghe: forte calo dei consensi per il principale partito di opposizione a tutto vantaggio della destra e di chi cavalca non tanto l’antipartitocrazia, quanto l’antipolitica.
Non credo sia un bene. Anzi: è un male e di quelli pure notevoli.
Credo che il PD dovrebbe dare un segnale più forte di quelli che ha dato finora.
Il principio della presunzione d’innocenza deve essere salvaguardato, ma, a mio avviso, se il partito vuole uscirne in modo dignitoso, dovrebbe in questo momento puntare con maggior decisione su un altro principio, quello della moglie di Cesare.

Penso che un’interpretazione del suo stesso codice etico più rigorosa di quanto sia stato fatto fino ad oggi non sarebbe male.
Così come, a questo punto, sarebbe opportuna anche una maggior comunicazione sull’attività svolta dalla Commissione di Garanzia presieduta da Luigi Berlinguer, ossia dall’organismo competente alla corretta applicazione dello Statuto e del Codice etico e delle sanzioni derivanti dalle violazioni a questi regolamenti.
Oppure, potrebbero essere rese più stringenti le “condizioni ostative alla candidatura”: per evitare nuovi casi Tedesco, per esempio, queste potrebbero essere ampliate a chi ha ricevuto un avviso di garanzia (senza comunque obbligo di dimissioni se il provvedimento giunge una volta che il personaggio in questione sia eletto).
E sono favorevole pure ad altre iniziative, forse simboliche visti i tempi che corrono, ma a questo punto necessarie: per esempio, quella sostenuta da Marco Travaglio (spesso lo critico, ma stavolta ha ragione al 100%) e rilanciata da Pippo Civati, ossia che “il Pd dovrebbe battersi per una legge anticorruzione che rada al suolo la Cirielli, alzi le pene ed equipari corruzione e concussione”.

sabato 27 agosto 2011

Ancora su Grillo, l'Inps e le pensioni (mi sto stufando, però)

Beppe Grillo ha scritto un post sulle pensioni che sembra una chiosa a quel che obiettavo alcuni giorni fa io. Quindi, chiedendo scusa se l’argomento sta diventando ripetitivo, mi sembra opportuno tornarci un po’ su.

Scrive Grillo: I contributi all'INPS sono pagati OGGI da lavoratori che in pensione NON ci andranno mai. Servono a pagare le baby pensioni, le super pensioni, le doppie e triple pensioni, le pensioni dei parlamentari.
Il tribuno si è accorto che in Italia vige il sistema contributivo per chi è entrato nel mondo del lavoro negli ultimi anni, ma quando parla dei contributi che noi lavoratori oggi versiamo non la racconta del tutto giusta. Perché sì, è vero che i nostri contributi servono a pagare baby pensioni, super pensioni, doppie e triple pensioni. Non i vitalizi (vitalizi, non pensioni) dei parlamentari, che non sono pagati dall’Inps, ma rientrano nel budget di Camera e Senato e sono pagati dalla fiscalità generale. Ma, soprattutto, l’elenco di Grillo deve sollecitare la nostra indignazione e quindi si limita ai privilegi dei pensionati, ma non dice che i contributi che versiamo servono per pagare anche le pensioni minime e quelle normali, da mille euro al mese o anche meno. Guarda caso, sono proprio queste la maggioranza.

Scrive ancora Grillo: Un limite massimo di 3.000 euro al mese e un'età di 65 anni mi sembrano ragionevoli. Se il tetto venisse applicato lo Stato risparmierebbe 7 miliardi di euro all'anno e tutti potrebbero accedere alla pensione senza quote.
Prendo per buona la cifra di 7 miliardi di euro, però francamente non capisco come essa possa permettere di poter andare in pensione senza aver raggiunto la quota 97 (62 anni di età più 35 di pensione) o quota 100 o quota quel che è. Le nuove pensioni liquidate nel 2010 sono 700mila e più o meno, senza quote, il trend è questo: calcolando una media di mille euro al mese fanno 8 miliardi e mezzo di euro. Quindi, i risparmi non coprirebbero per intero i soldi spettanti ai neopensionati e il buco si allargherebbe.

Prosegue Grillo: Il versamento obbligatorio all'INPS deve essere abolito, ognuno risparmia ciò che vuole per usarlo in vecchiaia.
Beh, se il lavoratore vuole una forma di rendita vitalizia una volta che sarà andato in pensione a qualcuno dovrà pur versare periodicamente una somma. Oppure, se non vuole, metterà da parte i suoi risparmi investendoli come meglio crede e rinunciando alla pensione. Però allora bisogna svelare l’altra faccia della medaglia: ossia, che con questo sistema a guadagnarci saranno banche e assicurazioni. Che, a meno di nazionalizzarle (rifacciamo le BIN?), sono società private con tutti i pro e i contro del caso.

Ancora: L'INPS è un baraccone che ha usato i soldi per le pensioni per farci di tutto, un'istituzione politica non di garanzia dei contribuenti. I soldi dell'INPS sono stati impiegati, tra le altre cose, per la cassa integrazione. Quando per decenni la Fiat perdeva, i suoi dipendenti li pagava l'INPS, cioè noi
E allora? Forse Grillo vuole che quando la Fiat va in perdita, i suoi dipendenti stiano a casa a zero euro senza riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena?
Io sono il primo a voler riformare l’Inps, a voler ripensare il welfare state, a ritenere la cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e in deroga) un istituto con più difetti che pregi. Ma qui si va ben oltre: Grillo non invoca la riforma dello stato sociale, Grillo lamenta che noi cittadini abbiam dovuto pagare l’operaio Fiat in cassa integrazione e io trovo che questo sia un ragionamento sconcertante.
Scrivo una cosa che non ho mai scritto su questo blog e speravo di non scrivere mai, perché riguarda il mio privato: tre anni fa io sono stato in mobilità. Due mesi. Ho tirato avanti con il sussidio di disoccupazione dell’Inps e meno male che c’era e meno male che in quella mia precedente attività guadagnicchiavo (più di ora) e quindi anche l’indennità era una somma decente. Non mi sento in colpa se in quelle settimane ho preso soldi senza lavorare, anzi: ho ringraziato e ringrazio mamma Inps. Mi hanno pagato anche Grillo e i suoi seguaci? M’importa una sega, anzi: dopo aver letto questo passaggio allucinante, son contento di aver campato due mesi alle loro spalle e credo che a chi fa discorsi del genere un bel periodo di disoccupazione o di cassa integrazione male non farebbe. Almeno si renderebbe conto.
(prima abbiamo confuso i costi della Casta con i costi della politica; poi i costi della politica con i costi della democrazia; di demagogia in demagogia, stiamo arrivando a confondere i costi della democrazia con i costi dello stare insieme, di quel minimo di senso comunitario alla base del buon funzionamento di un Paese. Dal civismo al cinismo, in nome del dio Denaro)

Di nuovo Grillo: Sulle pensioni bisogna essere chiari. Deve esserci un minimo per gli indigenti (1.000 euro?) e un tetto massimo per tutti gli altri e nessun innalzamento dell'età pensionabile.
Qui si va nel confuso - parecchio confuso - perché se uno ha diritto di risparmiare ciò che vuole per usarlo in vecchiaia, allora non ci può essere un tetto massimo e, a rigor di logica, non dovrebbe esistere nemmeno un minimo garantito.
Ma fermiamoci un attimo sulle minime come le vorrebbe Grillo. Le pensioni sotto i mille euro sono 7 milioni e mezzo, attualmente. Dare in media soltanto 100 euro in più al mese ad ognuna di esse per farle avvicinare alla soglia minima, costerebbe 9 miliardi di euro, dopo che già ne siamo giocati uno e mezzo per dar modo di ritirarsi dal lavoro senza quote.
Non soltanto: visto che si vuole l'abolizione dell'Inps, come si finanzierebbe il minimo per gli indigenti a mille euro, che è assai più alto di quello attuale? Con la fiscalità generale? Non si sa, non viene detto.

Grillo: Ci sono 19 milioni di pensionati in Italia e circa altrettanti lavoratori che gli pagano la pensione attraverso i contributi mensili.
A parte il fatto che la stragrande maggioranza dei ritirati dal lavoro non sono dei privilegiati, i pensionati Inps – visto che è con l’Inps che il tribuno se la prende – non sono 19 milioni, ma 13.846.138 in tutto: dati del bilancio 2011. In totale – dati Istat relativi al 2008, ultimi disponibili – a godere di una qualsivoglia pensione (invalidità civile, indennità per infortuni sul lavoro e così via) erano 16.779.555.
I lavoratori che pagano i contributi mensili non sono circa 19 milioni, ma sono invece circa 23 milioni.

Infine: La riforma delle pensioni si deve fare per tutti o per nessuno. Per chi è già in pensione e per chi ha il diritto di andarci. Non possono esistere in questo momento diritti acquisiti.
Ma sì, che sarà mai la Costituzione, che sarà mai il diritto pubblico? Chi se ne importa se al primo ricorso di un pensionato che dall’oggi al domani si vede la pensione tagliata, la Corte costituzionale o il Tar del Lazio o chi per essi darà ragione al ricorrente perché in materia previdenziale i diritti acquisiti vanno tutelati? Abbiamo qui il grande difensore dei giovani, che per stuzzicare il proprio target, anziché avanzare delle proposte serie per riformare il welfare state, non si fa premura di sobillare un conflitto generazionale: figli, perché dovete pagare le pensioni dei vostri genitori? Ma che siete pazzi? Pensate a voi stessi e lasciate nella merda i vostri vecchi. E magari anche gli operai Fiat che se Marchionne sbaglia a fare il nuovo modello della Punto mica è giusto che siamo noi a dover pagare l'affito all’addetto alla manovia rimasto a casa!

Che poi Grillo dimentica una cosa importante. Non li cita, probabilmente perché non hanno il diritto di voto e hanno altro cui pensare che andare ai suoi show in piazza, ma in realtà gli unici che stanno pagando le pensioni dei nostri anziani e veramente non ne trarranno beneficio sono tanti lavoratori immigrati. Un milione e mezzo tra marocchini, senegalesi, tunisini, ivoriani, romeni, polacchi, filippini che ogni anno versano in contributi poco meno di sei miliardi di euro e molti di essi senza che domani possano ricevere un euro.

venerdì 26 agosto 2011

Walter, meglio le figurine Panini...

Oggi ho impiegato metà della mia pausa pranzo a cercar di capire qualcosa dal pippone veltroniano a Repubblica (già abbondantemente demolito da altri). Dice: certo potevi utilizzare meglio quella mezzoretta. Eh sì, ma del resto se non fossi un minimo autolesionista non voterei il centrosinistra.
Comunque. Il prezioso documento dell’ex segretario piddino si compone di ben 11.191 caratteri suddivisi in 1.827 parole. Tolto il doveroso riferimento ai padri nobili De Gasperi e Occhetto, tolto l’altrettanto doveroso riconoscimento a Napolitano, tolto il richiamo a tre ex segretari della Cgil (Di Vittorio, Lama e Trentin), tolta l’immancabile sponda geografica cilena e nordafricana (nei testi veltroniani, o l’Africa o il SudAmerica ci devono essere, nei più ispirati ci sono entrambi), tolta l’inevitabile citazione letteraria (da Melville, stavolta) e l’altra, non meno inevitabile, di un grande socialdemocratico (in questo caso, Olof Palme), tolta – infine – la lunga e prolissa parte di analisi sociopolitica e asciugata la lacrimuccia di commozione per la rievocazione del primo governo Prodi, rimangono 3.052 caratteri distribuiti in 481 parole che costituiscono il cuore del Veltronipensiero e che pure Ciwati invita a valutare nel merito.
Questa parte, però, va prosciugata di quelle proposte tanto generiche quanto, poste nel modo in cui sono poste, unanimemente condivise da chi non sia un reazionario o Nonno Bassotto: diritti dei gay, giustizia più rapida, lotta alla corruzione, fine dell’immobilismo rissoso e così via. Restano 1.341 caratteri in 217 parole. Siamo nel cuore del cuore del Veltronipensiero e cominciamo a sentir formarsi la pelle di gallina sulle nostre braccia. Si tratta di quattro proposte: gli Stati Uniti d’Europa con elezione diretta del suo presidente e immissione sul mercato degli eurobond; riduzione del debito pubblico all’80% del PIL entro il 2020 con patrimoniale per tre anni a carico del 10% dei contribuenti più ricchi; mercato del lavoro riformato come dice Pietro Ichino; e, infine, partiti più lievi e aperti. Considerato che due di queste proposte (lavoro e debito) Veltroni le aveva già annunciate al Lingotto tempo fa e che l’idea del partito lieve è stata quella da lui perseguita – con esiti deludenti – quando era segretario del PD, rimane di notevole in questa imprescindibile lettera a Repubblica il grande rilancio della visione sugli Stati Uniti d’Europa.
Gli Stati Uniti d’Europa!
Il cui presidente è eletto direttamente dal popolo!
Come dire: un'immersione nella concretezza e negli obiettivi da perseguire a breve termine.

giovedì 25 agosto 2011

Il tempo di Gheddafi

"Gheddafi è un capo di Stato con un passato terribile e governa la Libia con il pugno di ferro, ma invece di ragionare su di lui come fattore di stabilità in un continente minacciato dal terrorismo e dalla guerra civile permanente si preferisce a bassi fini di politica interna liquidarlo come una volgare macchietta".
Mario Sechi, direttore de Il Tempo, agosto 2010

"La cosa più sensata fatta in queste ore di caos è stata solo una: mettere una taglia sulla testa del Colonnello. Prima o poi si troverà un patriota (o un traditore) pronto a dare la soffiata giusta sul rifugio di Gheddafi. La fine del bagno di sangue per la Libia vale ben più di 1.6 milioni di dollari. E allora sia wanted, ricercato vivo o morto"
Mario Sechi, direttore de Il Tempo, agosto 2011

Vince chi guadagna di meno

E’ fine estate ormai (nella mia città la fine dell’estate inizia con l’arrivo del Luna Park, negli ultimi dieci giorni di agosto: fin dalla mia infanzia una roba tristissima veder montare quelle strutture, segno che da lì a breve sarebbe ricominciato la scuola e terminate le giornate lunghe passate a giocare a pallone con gli amici) e la politica, tradizionalmente, si dedica alla ciarla.
La discussione più insulsa mi pare sia, per adesso, quella tra il sindaco di Napoli e quello di Roma su chi dei due guadagna meno (l'evento si è svolto in un'amena località montana a centinaia di chilometri dalle città dei due amministratori, aspetto che conferisce alla faccenda un tocco di ulteriore surrealismo).
“Io!” “No, io!” “Il mio è la metà di quello dei consiglieri regionali!”
Poveracci: dover inseguire la demagogia più spicciola per guadagnarsi un trafiletto e l’approvazione di qualche fan, in questa stagione di antipolitica.
Abitassi a Napoli o a Roma, sarei disposto ad avere un sindaco che di euro ne guadagna ottomila o diecimila se fosse bravo, competente e capace di risolvere i problemi. Questa, un tempo, era la discrimante tra un politico bravo e uno mediocre: la capacità di affrontare le questioni all’ordine del giorno. Oggi pare non sia più così. Oggi bisogna pagare il pizzo all’antipolitica ed è più bravo chi si riduce maggiormente lo stipendio. Bah.

mercoledì 24 agosto 2011

La tribù delle Schiene Dritte e la Casta

Leggendo qua e là, mi sto convincendo di una cosa. Nella politica italiana contemporanea non esistono idee, opinioni o proposte oggettivamente buone e idee, opinioni o proposte oggettivamente cattive (o meno buone): esistono idee, opinioni o proposte fatte da Uomini Veri con la Schiena Dritta; e idee, opinioni o proposte fatte da Omuncoli appartenenti alla Casta (eh sì, una volta avevamo democristiani e comunisti - i primi andavano in chiesa e i loro ragazzi leggevano Il Vittorioso, gli altri alla casa del popolo e i figli leggevano il Pioniere -, oggi abbiamo le Schiene Dritte e la Casta).
Dunque, il problema diventa riconoscere le due categorie per poi decidere se quel che è stato detto o fatto è giusto o sbagliato.
Come fare?
Beh, intanto gli Uomini Veri con la Schiena Dritta te lo dicono apertamente: “noi abbiamo la schiena dritta”. Mentre gli appartenenti alla Casta no: sono subdoli loro, mica te lo dicono che fanno parte della Casta. Se uno non ti dice che ha la schiena dritta e però fa il giornalista o il politico, ci sono discrete probabilità che sia della Casta.
Il secondo passo per riconoscere se chi hai davanti è una Schiena Dritta o uno della Casta consiste nel leggere quel che scrive: il suo editoriale o il suo intervento pubblico stavolta ha dato ragione un po’ agli uni e un po’ agli altri e ha messo in evidenza sia i pregi che le criticità? Oppure, al contrario, è partito (o vorrebbe che altri in vece sua partissero) testa bassa e lancia in resta contro il Potere Forte e poco male se non è questo il ruolo, se la toppa può essere peggiore del buco, se la posizione è del tutto infondata, tanto “quel che conta è la testimonianza”? Nel primo caso, ci sono forti probabilità che chi hai di fronte sia membro della Casta.
Terzo passo, quello necessario per essere praticamente sicuri. Bisogna porre le seguenti domande: i parlamentari sono tutti ladri? La TAV è soltanto un espediente per spartirsi la torta degli appalti ai danni degli italiani? Napolitano è un vecchio bagogo? Il PD ha tradito la questione morale di Enrico Berlinguer? Con l’abolizione delle Province si risparmiano più di 10 miliardi di euro l’anno? Chi risponde di no a più di una di queste cinque domande è sicuramente un appartenente alla Casta.

Può succedere che gli Uomini Veri con la Schiena Dritta in passato abbiano lavorato per quotidiani editi in conflitto di interessi o pubblicato libri con case editrici anch’esse in conflitto di interessi. Oppure può succedere che citino continuamente la Costituzione senza in realtà conoscerla. Può succedere pure che stravolgano la realtà lavorando parecchio di fantasia pur di accusare qualcuno che a loro non sta simpatico (per esempio, sostenendo che il presidente della Repubblica ha scoperto solamente ora il problema del debito pubblico, mentre in realtà sono anni che ne parla e dal 2008 a oggi lo ha sottolineato a ogni messaggio di fine anno) e considerano Omuncolo della Casta. Ma questi sono dettagli. Perché, appunto, non importa cosa viene detto. Importa chi lo dice.

martedì 23 agosto 2011

Fusse che fusse la vorta bbona!

Magari son io che mi accontento di poco, però a me il Bersani che apre al ripristino dell’Ici per gli immobili di proprietà della Chiesa cattolica che non sono destinati alle attività di culto è piaciuto.
Mica per anticlericalismo o tutte quelle cose – alcune delle quali esagerate e infondate – che ho letto in questi giorni.
Mi è piaciuto perché il segretario del Partito Democratico ha espresso un concetto, di per sé banale ai limiti dell’ovvietà, ma che sotto il profilo squisitamente mediatico ha una sua rilevanza. Lo ha fatto ben sapendo di esporsi a critiche, sia interne che esterne al partito. Poteva porre l’accento, chessò, su “abolizione delle superpensioni della Casta” o su “vendita immediata di tutte le auto blu”. Invece ha detto “esenzione per tutte quelle risorse collegate alla missione della Chiesa, sottoponibile a tassazione tutto quello che ha un fine commerciale”. Poi bisogna vedere come si tradurrà all’atto pratico, perché già una volta è bastata una parolina per aggirare l’ostacolo. Ma intanto l’ha detto. Poco importa se domani il beppefioroni di turno rilascerà un’intervista polemica all’inviato del Corriere della Sera.

E’ comunque un piccolo passo (sì, lo so, l’astronauta aggiungerebbe: “un piccolo passo per il segretario, ma grande per il partito eccetera eccetera”)..
Ora l’auspicio è che a questo piccolo passo ne seguano altri: sogno un PD con il coraggio di rompere gli schemi e proporre qualcosa di diverso, di innovativo, di coraggioso un po’ in tutti i settori, senza timore di perdere consensi al centro se dice qualcosa appena appena di sinistra o di rimetterci a sinistra se sostiene un’idea leggermente più liberal, ma convinto soltanto che l’importante è che le proposte siano eque, intelligenti e, se possibile, pure lungimiranti.
Sono quattro anni che aspetto inutilmente, davvero spero che la sortita bersaniana di oggi non sia un caso isolato, ma il primo segnale che qualcosa sta davvero cambiando.

Lo scenario peggiore e vedere di nascosto l'effetto che fa

Nel suo ultimo videomessaggio a siti web unificati, Marco Travaglio se la prende con Giorgio Napolitano, reo di aver parlato al meeting di Comunione e Liberazione. In mancanza di argomenti migliori, la critica si concentra su due aspetti: 1. il Capo dello Stato ha firmato lo scudo fiscale, quindi oggi non ha titolo di pontificare sulla crisi economica; 2. il Capo dello Stato ha nominato ministro Saverio Romano e quindi è complice.
Quando leggo 'ste cose mi viene da auspicare il tanto peggio tanto meglio. Che, nello specifico, si traduce in quanto segue. Oggi Napolitano fa quel che vuole Travaglio, ossia il pasdaran che si mette di traverso alle scelte politiche del governo. Domani al Quirinale sale Silvio Berlusconi. Che, di fronte a un Antonio Di Pietro presidente del Consiglio, prima rifiuta di nominare ministro Luigi De Magistris perché ha ancora qualche procedura giudiziaria in sospeso (ah, l'euroimmunità!) e poi, basandosi su un cavillo giuridico, non promulga la legge che abroga le norme ad personam.
Ecco, dopo una situazione del genere mi piacerebbe leggere l'articolo di Travaglio a commento: chissà, magari scriverebbe che la Costituzione assegna compiti soltanto istituzionali e non di merito politico al presidente della Repubblica.

(onde evitare fraintendimenti e commenti OT: lo scudo fiscale è stato una vergogna che ancor oggi grida vendetta da parte di chi le tasse le paga; avere gente come Romano ministro è un'altra vergogna, ma il Capo dello Stato oltre a una moral suasion può far poco in certi casi visto che il personaggio in questione è sì imputato, ma non ancora giudicato colpevole)

lunedì 22 agosto 2011

L'attrazione del peggio

A volte penso che in Italia abbiamo la peggior classe politica che possa esistere in un Paese democratico. Tant'è che per ascoltare qualcosa di sensato bisogna ricorrere ai sermoni super-partes di un arzillo ottantaseienne e augurargli che la buona salute lo assista almeno fino a metà 2013.
Poi leggo quel che sta accadendo nella campagna presidenziale statunitense, in particolare riguardo alla corsa tra i repubblicani, rabbrividisco leggendo Francesco Costa - che di certe cose ne sa molto più di me - e ne deduco che il problema siamo noi.
Noi elettori.
Di tutto il mondo.
La mia teoria è che molti, di destra o di sinistra non importa, vedendo l'incapacità da parte della classe politica di affrontare in modo degno i problemi che hanno scombussolato questo mondo da dieci anni a questa parte, si sono rassegnati al peggio. Talmente rassegnati da rinunciare a porsi domande per cercare alternative, talmente rassegnati da essere irresistibilmente attratti dal peggio. Così, allegramente, ci avviamo verso il baratro.

Una categoria a cui far pagare il contributo di solidarietà

Vero è che c'è stato il surriscaldamento del clima terrestre. Però la città in cui abito - in Italia centro-settentrionale - non è la Savana, né la foresta equatoriale.
Lo scrivo perché da un annetto a questa parte sono accaduti i seguenti episodi:
* pitone catturato vivo in una campagna a dieci chilometri dalla città;
* boa trovato morto in un fosso non distante;
* cobra rinvenuto in un parcheggio vicino l'ospedale;
* serpente (non ricordo di quale razza) fuoriuscito dal wc di una casa in prima periferia;
* boa catturato (dopo strenua lotta) vivo nella solita campagna di cui sopra;
* pitone ricondotto in casa del proprietario dopo aver mangiato un piccione in una via del centro storico.
Ecco, io a quegli stronzi che si mettono in casa animali del genere, anche se non arrivano ai 90mila euro annui lordi, una bella supertassa aggiuntiva a tutte quelle che già pagano (non so se ne pagano pure una per i rettili, ma è indifferente: ce ne inventiamo un'altra) gliela farei pagare.

sabato 20 agosto 2011

I limiti dell'antipolitica / Province e Comuni

Se c’è qualcosa che dovrebbe averci insegnato la manovra economica presentata la scorsa settimana dal governo è quanto siano stupidi e, agli effetti pratici, controproducenti i cosiddetti tagli lineari. Che spesso sono figli dell’emergenza, del last minute. Bisogna trovare un miliardo: vai, si taglia del 10% a te e del 20% a lui. O, venendo al caso della finanziaria appena varata, via gli enti sotto che hanno meno di settanta dipendenti, via i Comuni che hanno meno di mille abitanti, via le Province che ne hanno meno di trecentomila.
Perché poi che succede? Succede quel che è successo questa settimana: il prestigioso istituto lamenta che non può essere soppresso e, porca miseria!, esiste da secoli; il Comune montano spiega che ha tante esigenze; la Provincia aggiunge che è così estesa che a sopprimerla sorgerebbero chissà quali problemi. Poi ti arrivano i creativi: il sindaco che commenta “siamo in 997 residenti, altri tre abitanti da qui al censimento li troviamo”, il presidente di Provincia che propone l’annessione di tot Comuni così supera quota trecentomila e via di questo passo.
Alla fine la montagna partorisce il topolino e i sospirati risparmi si tramutano in inaspettati costi.
E’ un altro dei prezzi da pagare all’antipolitica. Si fanno le cose sull’onda dell’ultima moda nell’opinione pubblica.
Prendiamo gli enti locali: ora sembra che in Italia ce ne siano troppi, tra Regioni, Province e Comuni. Guardiamo un po’ cosa succede all’estero. In Francia ci sono 36.568 Comuni (quattro volte più che in Italia) per una popolazione totale più o meno pari a quella nostra, in Germania ci sono gli equivalenti di Comuni (ce n’è uno, Wiedenborstel, che ha appena cinque abitanti), Unioni di Comuni, Distretti rurali, Distretti governativi, Stati federati. In Regno Unito, ci sono appena nove regioni per l’Inghilterra su una popolazione di 50 milioni di abitanti, ma ben trentadue aree amministrative (a loro volta ulteriormente divise in area committees) in Scozia, che ha solamente 5 milioni di abitanti, mentre in Galles, per una popolazione di 3 milioni di persone, ci sono nove contee, tre città e dieci distretti, tutti con gli stessi poteri. Dunque, nei grandi Paesi stranieri non si parte dal numero di abitanti o dall’estensione, ma dalle esigenze che devono essere assolte e dalle peculiarità di un territorio.
Insomma, io credo che in Italia stiamo sbagliando completamente l’approccio al problema. L’ondata demagogica antiCasta ci sta sviando, sembra che il problema sia solamente quello delle poltrone dei politici, quando invece il problema casomai è come lavorano gli enti locali, quali funzioni assolvono, quali vorrebbero assolvere e non ci riescono per limiti strutturali, quali assolvono e invece sarebbe meglio se ne occupassero altri.
Ho bene in mente il caso della mia Provincia. Ci sono ben trentacinque Comuni, ma soltanto nove hanno più di diecimila abitanti e ben sette ne hanno meno di mille. Soltanto che tagliare quelli con meno di mille, giusto perché c’è un dato anagrafico che li boccia, ha veramente poco senso: quei sette si sentono penalizzati perché magari vedono il Comune limitrofo che di abitanti ne ha duemilacinquecento, è organizzato più o meno analogamente e ha i soliti problemi, e però rimarrà in vita. Probabilmente, avrebbe avuto senso se si fosse proceduto a una riorganizzazione generale e su trentacinque Comuni ne fossero stati salvati quindici, accorpandoli ove possibile, ridefinendoli anche in termini di confini che, spesso, nascono da vecchie divisioni stabilite quando c’erano le guerre tra Signorie o ci si muoveva per sentieri montani e non c’erano le strade asfaltate (ci sono frazioni dalle quali oggi si raggiunge molto più velocemente un altro Comune che non il proprio capoluogo).
Mi chiedo quanti casi del genere ci possono essere in Italia.
Ne dico un’altra. L’altro giorno un amico che lavora in una Comunità montana mi spiegava che la Regione negli anni ha trasferito parecchie funzioni dalle Province a questi enti, la cui già prevista abolizione potrebbe dunque dalle nostre parti non essere indolore, a differenza di altre Regioni che nello scorso decennio non hanno fatto lo stesso percorso e che, quindi, potrebbero aver benefici dalla soppressione.
E allora, invece di farci prendere dalla fregola dell'abolizione immediata delle Province – che tanto è impossibile, mettiamocelo bene in testa – perché così vuole la vulgata corrente, prendiamoci un attimo di pausa. Il Parlamento nomini una commissione di esperti in diritto amministrativo, geografia e demografia – solo esperti, nessun politico – che faccia uno studio serio e, da qui a diciotto mesi (un tempo che sembra lungo, ma in realtà è parecchio ristretto), stabilisca una riorganizzazione della suddivisione amministrativa dell’Italia: decide se si aboliscono le Province, le Comunità montane, gli enti di bonifica e, in tal caso, a chi passano le competenze; contemporaneamente, ridefinisce la divisione, la struttura, le funzioni e i confini comunali. Le conclusioni della commissione – siano come siano, questo è il presupposto fondamentale – vengono poi fatte proprie dal Governo in carica.
Stai a vedere che, facendo le cose cum grano salis, se ne esce con qualche risparmio vero di spesa e non con il solito fumo negli occhi a cui la demagogia berlusconiana e quella antiberlusconiana ci hanno abituato da un po’ di tempo?

venerdì 19 agosto 2011

I limiti dell'antipolitica

Su facebook due amici miei hanno iniziato un dialogo sulla riduzione del numero degli amministratori locali in una piccola realtà delle mie parti. In sostanza, i consiglieri comunali verranno ridotti da diciassette a sette e ne risulterà penalizzata la rappresentanza dei cittadini (questi eletti non guadagnano chissà quanto, è un’indennità di poche decine di euro al mese). Come ha giustamente notato uno dei commentatori, “è il prezzo che si deve pagare all’antipolitica”.
La discussione mi ha fatto venire in mente un’altra faccenda (che non c'entra niente con i piccoli Comuni: lo scrivo perché sia chiaro che su questo blog rivendico il diritto di saltare di palo in frasca). L’altro giorno ha fatto rumore e gran notizia l’aula semideserta del Senato: undici soli presenti su trecentoventi. Ma di cosa si discuteva, in realtà? Ecco lo stenografico della seduta.

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,30).
Si dia lettura del processo verbale.
BONFRISCO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 2 agosto.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Comunicazione, ai sensi dell'articolo 77, secondo comma, della Costituzione, della presentazione di disegni di legge di conversione di decreti-legge (ore 16,34)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Comunicazione, ai sensi dell'articolo 77, secondo comma, della Costituzione, della presentazione di disegni di legge di conversione di decreti-legge».
In data 13 agosto 2011, è stato presentato il seguente disegno di legge:
dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal Ministro dell'economia e delle finanze:
«Conversione in legge del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo» (2887).
Disegni di legge, assegnazione
Commissioni permanenti, autorizzazione alla convocazione
PRESIDENTE. Il provvedimento è stato deferito alla 1a Commissione permanente per i presupposti di costituzionalità di cui all'articolo 78, comma 3, del Regolamento e, in sede referente, alla 5a Commissione permanente, con i pareri delle Commissioni 1a, 2a, 6a, 7a, 8a, 10a, 11a, 13a, 14a nonché della Commissione parlamentare per le questioni regionali.
Le predette Commissioni sono fin d'ora autorizzate a convocarsi affinché la 5a Commissione permanente riferisca all'Assemblea a partire dal 5 settembre. La definizione ulteriore dell'iter del provvedimento sarà stabilita da una Conferenza dei Capigruppo da convocare nel corso della prossima settimana.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per la seduta di lunedì 5 settembre 2011
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica lunedì 5 settembre 2011, alle ore 18, con il seguente ordine del giorno:
(Vedi ordine del giorno)
La seduta è tolta (ore 16,36).

Sei minuti in tutto. Semplicemente per comunicare, ai sensi dell’articolo 61 del Regolamento del Senato, la presentazione di un disegno di legge di conversione di decreto. Nessuna discussione, nessuna votazione in programma. Ora, è giusto criticare il presidente del Senato e gli altri trecentootto assenti (che, peraltro, intascano ugualmente diaria e rimborso forfettario delle spese). Ma pensiamo per un momento cosa succederebbe se il direttore generale di un’azienda convocasse tutti gli impiegati in sala riunioni, richiamandoli dalle ferie o distogliendoli da altre attività, per una semplice comunicazione di sei minuti.
Vado avanti e cerco di arrivare al dunque.
Ieri il disegno di legge di conversione eccetera eccetera era all’esame della commissione affari costituzionali: presenti in sei su ventisette. A mio avviso – e senza nulla togliere al comportamento sbagliato del giorno prima in Aula – quella di ieri è stata una mancanza ben più grave. Perché nel primo caso si aveva una semplice comunicazione – e, probabilmente, il vero problema non stava nell’assenza dei senatori, quanto in una procedura assolutamente da rivedere –, in questa seconda circostanza si era all’inizio dell’esame vero e proprio. Eppure i media non ne hanno parlato, la vicenda ha avuto molto meno risalto, nessun parlamentare antiCasta è andato lì a filmare con la videocamera, nessun quotidiano amico ha rilanciato con articolesse scandalizzate. Per quale motivo?
A mio avviso, è un ulteriore segnale della superficialità, della banalità con la quale ci accostiamo alla politica, sempre più succubi di quella facile demagogia nella quale ci stanno trascinando alcuni che ne hanno interesse (e buon gioco, di questi tempi). Il punto è che è molto più attraente far girare il video di una grande Aula deserta, senza spiegare per quale motivo è deserta e quali le possibili conseguenze (nessuna) che non quello di una sala di commissione dove il senso di vuoto, di assenza, di fannullonaggine non viene trasmesso.
Questo, a mio avviso, è il problema dell’ondata di demagogia antipolitica che ci sta travolgendo da un po’ di tempo: finisce che il bersaglio può pure essere inquadrato, ma poi invece di mirare al centro di esso si spara a casaccio; a volte si prende un lembo del bersaglio, a volte si finisce addirittura fuori. Il cuore non viene mai centrato. Così i problemi restano lì. Si perpetuano. Chi ha tutto da guadagnarci, beh, non gli sembra vero: anzi, talvolta si traveste pure da censore affinché i colpi vadano sempre più ai margini e divengano via via più innocui. E il bello è che per questa sua subdola attività riceve grandi applausi e consensi.

In difesa delle feste civili

Un amico mi ha scritto in posta elettronica per sostenere un appello in difesa delle feste civili, la cui soppressione di fatto è contenuta nella manovra finanziaria appena varata dal governo.
Fossimo in un Paese normale - o anche soltanto nell'Italia di trent'anni fa - probabilmente la questione m'interesserebbe poco o niente, perché in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo anche lo 0.1% di PIL può essere fondamentale.
Ma, ahinoi, non siamo in un Paese normale.
Siamo in un Paese in cui il quotidiano di proprietà del fratello del presidente del Consiglio pubblica in prima pagina un articolone del suo editorialista di punta nel quale si elogia Mussolini perché non accumulò debito pubblico (cosa falsa, per di più) e perché in fondo usò poco il manganello (altra falsità).
Siamo in un Paese in cui qualsiasi demagogo che si serva di una buona agenzia di marketing e comunicazione può sostenere le peggiori cazzate anticostituzionali (e, talvolta, pure fascistoidi) alla ricerca di facili consensi e li trova allegramente, senza grandi ostacoli.
Siamo in un Paese in cui, di ritorno da una gita in montagna, davanti a una lapide che ricorda una battaglia partigiana, trovi l'imbecille che sostiene che quel noto prete, ammazzato per rappresaglia dai nazisti perché aveva dato rifugio un giovane ebreo, in fondo se l'era andata a cercare: aveva nascosto pure una radio.
Siamo in un Paese in cui le più basilari regole democratiche e di civiltà - quelle regole che sono alla base delle ricorrenze del 25 aprile e del 1° maggio - sono messe a dura prova un giorno sì e l'altro pure per colpa di partiti che fanno della volgarità verbale e gestuale la loro ragion d'essere e di ministri che si aggrappano a qualsiasi appiglio per smantellare i diritti dei lavoratori senza dar loro niente in cambio.
Per tutti questi motivi dico pure io no allo spostamento - di fatto una vera e propria soppressione - delle feste laiche del nostro Paese.

giovedì 18 agosto 2011

La riforma delle pensioni secondo Beppe Grillo

Oggi Beppe Grillo – scusate se continuo a occuparmi di questo personaggio, ma purtroppo ogni sua sortita è un ulteriore decadimento del livello generale di dibattito che c’è in Italia – se la prende con le pensioni, in una maniera che forse nemmeno il ministro Sacconi oserebbe fare.
La partenza – come spesso succede – è giusta: “Ma qualcuno sano di mente pensa realmente che con 19 milioni di pensionati e 4 milioni di dipendenti pubblici possiamo farcela?” Infatti, è questo il problema che da decenni viene fatto presente all’Italia dagli economisti e dalle organizzazioni economiche internazionali, dalle agenzie di rating e dalle banche centrali: un sistema di spesa focalizzato sulle pensioni e su un numero di dipendenti pubblici troppo alti. E’ quel che segue nel ragionamento grillino che è insulso.

Scrive Grillo: “Il numero di dipendenti pubblici è pari alla popolazione dell'Irlanda e noi stiamo a fare il tricchetracche sulle Province. Vanno chiuse tutte, che altro c'è da discutere?
Ok, però allora non ti nascondere dietro un dito e dillo chiaramente: i 61mila dipendenti provinciali che oggi ci sono in Italia vanno licenziati. Via, siamo buoni: ne mandiamo a casa solamente un terzo, ventimila in tutto? Bene, hai ventimila persone in più in cerca di occupazione. Un problema sociale enorme. Tra l’altro, con un ulteriore aggravio alle casse dello Stato, perché a questa gente dovrai pagare anche il trattamento di fine rapporto e, a naso, è qualche centinaio di milione di euro, ossia quel che hai risparmiato mandando a casa presidenti di provincia, assessori, consiglieri e costi accessori.

Continua Grillo: “Le pensioni in essere vanno erogate con il metodo contributivo, tanto hai dato, tanto prendi”.

E’ esattamente quel che sta avvenendo per tutti i neoassunti dal 1995 ad oggi e per tutti coloro che, sedici anni fa, avevano meno di diciotto anni di contribuzione relativamente al periodo di tempo successivo al 1995. Qualcuno informi Grillo. A meno che per “pensioni in essere” non intenda “a chi è già in pensione”: in tal caso, avremmo un’altra bomba sociale (in parecchi ci rimetterebbero e non parlo di gente che prende due o tremila euro di pensione: la media delle retribuzioni pensionistiche è 12mila euro l’anno, mille euro al mese), oltre che una violazione della Costituzione (i famosi “diritti acquisiti”) e una trovata economicamente stupida (i contributi versati dai pensionati di oggi sono stati spesi da anni).

Ancora: “La riforma delle pensioni deve iniziare da chi in pensione c'è già senza alzare continuamente l'asticella dell'età pensionabile accampando la scusa risibile dell'aspettativa di vita”.

Facendo ancora una volta tabula rasa del principio costituzionale dei diritti acquisiti, in sostanza il tribuno genovese propone di tagliare le pensioni dei pensionati attuali. Secondo l’Istat i pensionati che percepiscono più di 2mila euro al mese – che è una buona cifra, sì, ma non abnorme – sono 2milioni e 600mila (il 15% del totale). Riduciamo loro la pensione fino a, boh?, 1.500 euro mensili? Bene, quanto verrà fuori? Quanti giovani o non ancora pensionati ci potranno campare con la loro riduzione? Ma Grillo li fa questi calcoli elementari prima di scrivere cazzate sul suo blog?

Si legge poi: “Non ha senso che ci siano doppie e triple pensioni, una basta e avanza”.

Secondo i dati Istat-Inps, il 32.8% dei pensionati percepisce più di una pensione, ma tre volte su quattro si tratta di invalidità civile o indennità per infortuni e malattie sul lavoro. Insomma, il ragionamento di Grillo sarebbe giusto se non fosse che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone che ne hanno realmente bisogno (eccezion fatta per i falsi invalidi, ma allora il problema è un altro).

Infine: “Non me frega un cazzo delle statistiche. Dopo 35 anni di contributi ho il diritto di riposarmi. Un operaio non andrà in pensione a 70 anni, sarà morto prima”.

Giusto. Però qui si vuole la botte piena e la moglie ubriaca: perché se un operaio deve andare in pensione dopo 35 anni e prendendo soltanto quel che ha versato, ho idea che faticherà assai per campare... Perché questo è il grande dramma, caro Grillo. Quando quelli della mia generazione – e di tutte quelle dopo la mia – andranno in pensione prenderanno poco perché poco hanno versato. Inoltre, poiché già oggi stanno (stiamo) guadagnando poco, la possibilità di farsi una pensione integrativa è riservata a non molti. La maggioranza, una volta in pensione, cadrà in miseria senza che i tribuni di oggi, interessati solamente al breve periodo e lungimiranti quanto un Calderoli o un Sacconi qualsiasi, ci abbiano pensato.

Quel che preoccupa di più è che i lettori di Grillo, gente che sta sul web, che si informa, che ritiene non soltanto di avere la schiena dritta, ma pure un surplus di intelligenza rispetto all’elettore berlusconiano o piddino, non contesta certe trovate estemporanee, ma le accetta come se niente fosse.

mercoledì 17 agosto 2011

Nostalgia di Prodi

Confesso che ha suscitato un po' di nostalgia pure in me, il "colloquio" (nel gergo di Repubblica dicesi "colloquio" quando il quotidiano vorrebbe un'intervista, ma l'intervistato non ne ha voglia e, giusto per amicizia, borbotta appena tre frasi in croce e il giornalista allunga il brodo in qualche maniera, arrangiandosi con il mestiere) di Romano Prodi con Repubblica. Proprio vero: oggi abbiamo Tremonti al posto di Ciampi (sob!), Maroni al posto di Napolitano (sigh!) e (gulp!) La Russa al posto di Andreatta.
Ma, soprattutto, sostiene l'ex presidente del Consiglio, c'è un metodo di governo completamente diverso, peggiore addirittura del biennio Prodi-bis.
A mio avviso, l'esecutivo attuale prevede in realtà due possibili metodi di azione.
Metodo uno.
C'è un problema che riguarda una vicenda personale del presidente del Consiglio. Ministri, capigruppo parlamentari, esperti e consulenti si riuniscono con estrema urgenza e vagliano il da farsi. E da lì non si muovono finché qualcuno che ha mangiato pane e volpe a colazione trova il cavillo giusto per affrontare la questione nella maniera più efficiente ed efficace possibile. A quel punto il problema passa al vaglio del Parlamento che, in tre balletti, approva.
Metodo due.
C'è un problema che non riguarda vicende personali del presidente del Consiglio, ma questioni che attengono al buon funzionamento dello Stato italiano e alla vita di una sessantina di milioni di persone. Ministri e capigruppo parlamentari fanno finta di niente. Il problema si ingrossa. Ministri e capigruppo parlamentari continuano a far finta di niente. Il problema si ingrossa ulteriormente finché non è più possibile ignorarlo. A questo punto interviene il ministro dell'economia Tremonti che traccia una riga ("meno di trecentomila abitanti? si abolisca!" "più di novantamila euro? paghi!" "il ministero taldeitali deve risparmiare? meno dieci per cento di fondi!") e decide d'imperio, strasbattendosene gli zebedei di controindicazioni ed effetti collaterali. La maggioranza litiga un po', la Lega Nord alza la voce, viene apportata qualche correzione per dare un contentino un po' all'uno, un po' all'altro e poi si procede.

Mi vien la tremarella a pensare che il metodo due è quello che dovrebbe condurci fuori dalla peggior recessione economica degli ultimi sessant'anni.

martedì 16 agosto 2011

Ma Bossi è proprio necessario che stia al governo?

Sto invecchiando, probabilmente.
Ogni volta che leggo sui quotidiani online i resoconti di un “discorso” (le virgolette sono obbligatorie, in certi casi) di Umberto Bossi rimpiango quei politici ingiacchettati e incravattati anche d’estate, con gli occhiali dalla montatura pesante e il cappello in testa (e, spesso, sotto il cappello, il sapiente lavoro di un noto mago del riporto) che parlavano quel linguaggio forbito, fumoso e ipocrita che fu definito “politichese”.
Personaggi che si esprimevano con concetti come:
il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la sua radice umana e si pone un limite invalicabile: le forze sociali che contano per sé stesse, il crescere dei centri di decisione, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme della vita comunitaria. Sarebbe un grave errore, un errore fatale, pensare in termini di contingenza, invece che di sviluppo storico
(Aldo Moro, 29.06.1969, discorso all’XI Congresso della Democrazia Cristiana)
o come:
Gli eventi cileni estendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteri dell’imperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano la sopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressione e di conquista, la tendenza a opprimere i popoli e a privarli della loro indipendenza, libertà e unità ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapporti di forza lo consentano
(Enrico Berlinguer, 28.09.1973, articolo su Rinascita).
Personaggi che quando parlavano magari non capivi una mazza, ma intuivi che talvolta sotto c’era qualcosa d’importante, d’intelligente, d’intellettualmente onesto anche. Che iniziavano le loro omelie laiche ai congressi di partito facendo il punto sulla situazione internazionale, poi scendevano di livello a quella italiana (*) e, infine, concludevano la loro analisi – complessa da capire, piena di riferimenti da interpretare tra le righe, ma che facevano subito arrabbiare il rivale interno – con le prospettive del partito.
Ne sento la mancanza perché oggi è un fiorire di slogan e vincerà chi tirerà fuori dal cilindro quello più accattivante per il grande pubblico: governissimo, elezioni subito, il mio cuore gronda sangue, aboliamo le province, siamo responsabili.
Ma, soprattutto, ne sento la mancanza perché l’attuale numero due – se non addirittura numero uno e mezzo – del nostro governo si esprime ormai quasi soltanto mostrando diti medi e insultando, talvolta addirittura colleghi ministri (i quali, a loro volta, si fanno notare non per i risultati – scarsini – della loro attività, ma per altri insulti, rivolti ai lavoratori precari e, in generale, chi non la pensa come loro) nella totale approvazione dei suoi accoliti e fedeli. Non è bello strumentalizzare le condizioni di salute di una persona, però mi chiedo a cosa serva, quale sia l’indispensabilità di avere in un ruolo tanto importante un tizio malato, molto malato, incapace di esprimere concetti politici rilevanti e il cui unico “merito” (di nuovo: virgolette obbligatorie), da venti anni a questa parte, è l’aver sdoganato i comportamenti più truzzi e tamarri, le idee più truci e volgari, le mediocrità più intime e inconfessabili di tutti noi. In un momento come questo, poi. In cui servirebbero comportamenti sobri, idee intelligenti, visioni del futuro. E poi ci chiediamo perché siamo un Paese a crescita zero.

* (mi viene in mente un aneddoto che risale alla prima volta – anni e anni fa – che partecipai a un incontro dei Democratici di Sinistra della mia città. Si parlava di urbanistica, probabilmente, o forse di assistenza sociale: comunque, qualcosa che aveva a che fare con le recenti decisioni dell’amministrazione comunale di centrodestra. Dopo la relazione del segretario, che esordiva con i grandi contesti internazionali e terminava con l'analisi della vita cittadina, fu la volta degli interventi degli iscritti. Si alzò un ometto anziano, un preside in pensione, persona di grande cultura. Si avvicinò lentamente al tavolo degli oratori e, con voce tremante, cominciò il suo discorso: “nel 1898, quando i cannoni del generale Bava Beccaris...”)

lunedì 15 agosto 2011

La Lega ce l'ha lungo (il naso)

Navigando sul web mi sono ritrovato ad ammirare i manifesti affissi dalla Lega Nord in questi anni.
Ecco un breve campionario di sciocchezze e, soprattutto, di promesse non mantenute.
2011: "Libertà e + risorse ai nostri Comuni"
2010: "Roma Ladrona, la Lega non perdona"
2008: "Il Nord difende Malpensa"
2005: "Magistrati padani in Padania"
2004: "Meno Roma, meno tasse"
2003: "Raidue al nord"
2002: "Dal ministro Maroni: ora una forte riduzione dell'Irpef ai lavoratori delle fasce più deboli"

E meno male che sul sito web della Lega si può leggere il seguente slogan: "I nostri princìpi non sono in vendita".

sabato 13 agosto 2011

La stangata

Dovessi scrivere tutte le cose che non mi piacciono della stangata decisa in tutta fretta dal governo per rimediare alla sua stessa inerzia durata ben tre anni – tre anni nei quali la crisi è stata pervicacemente negata e non mi si venga a dire che l'accelerazione degli ultimi giorni è tutta colpa delle turbolenze di mercato –, non basterebbe un post.
Mi soffermo solamente su tre aspetti che hanno colpito la mia attenzione.

Il primo è una frase pronunciata da Berlusconi ieri in conferenza stampa, a proposito dei costi della politica: “ci sono numerosi interventi, questi numerosi interventi credo che siano addirittura eccessivi rispetto a ciò che sarebbe giusto fare, ma abbiamo seguito un poco i desiderata di tanti cittadini”.
A parte il fatto che non è vero che i costi della politica sono stati abbattuti (gli interventi riguardano perlopiù gli enti locali e molto poco i parlamentari o i ministri, né attaccano i veri privilegi), è proprio il concetto che è sbagliato. Gli interventi non devono essere mai eccessivi rispetto a ciò che è giusto fare, devono essere equi. Se sono eccessivi, significa che sono sbagliati e se sono sbagliati significa che nel medio-lungo periodo i costi e gli svantaggi saranno superiori ai risparmi e ai benefici.
E ancora: un provvedimento si fa perché è giusto, è razionale, è lungimirante farlo, non perché si devono seguire i "desiderata di tanti cittadini". Altrimenti dovremmo abolire le tasse. In fondo, è stato proprio perché qualcuno ha voluto seguire i desiderata di tanti cittadini – e in particolare di quelli che rappresentano il target elettorale del centrodestra – se oggi siamo dove siamo.
Questa frase scellerata (e bugiarda) pronunciata da Berlusconi è, ahinoi, la sintesi del suo malgoverno, della sua incapacità di far fronte ai problemi del Paese.

Il secondo aspetto su cui mi soffermo è lo slittamento (senza interessi) del pagamento della tredicesima mensilità agli statali se l’amministrazione in cui sono occupati non rispetterà i parametri di spesa. E’ un provvedimento odioso. In primo luogo, perché è ispirato a una filosofia – brunettiana, oserei definirla – che inquadra il dipendente pubblico come un parassita della società che guadagna chissà quanto senza fare una cippa. Invece, tra costoro ci sono anche lavoratori a mille, milletrecento euro al mese.
In secondo luogo, perché non è giusto che siano costoro a pagare per errori che magari sono attribuibili ad altri, a politici. Mettiamo il caso di un Comune che sbaglia tutte le previsioni di entrata e uscita perché a sindaco e assessore alle finanze fa comodo segnare delle cifre farlocche in bilancio: è giusto che a essere privato della tredicesima sia l’operaio comunale o il vigile urbano?
(Dice: ma gli viene pagata lo stesso, soltanto un po' più tardi. Il ragionamento starebbe in piedi se si potesse dire all'assicurazione automobilistica o all'Enel o alla società del gas per il riscaldamento o alla Rai o a Equitalia che si paga quando arrivano i soldi. Peccato che loro non attendano)

La terza e ultima considerazione riguarda il contributo di solidarietà richiesto a chi guadagna più di novantamila euro l’anno. Ho letto un po’ di editoriali, sia su giornali governativi, sia cerchiobottisti, sia confindustriali e tutti se la prendono con questo provvedimento che – sintetizzo – considera ceto medioalto pure chi non lo è, magari portando esempi un po’, come dire?, eccessivi. Tutto vero, per carità (così come è vero il paradosso evidenziato da Massimo Mantellini), ma a me piacerebbe tanto essere in questo club di tartassati: dico sul serio, significherebbe che guadagnerei molto, molto di più di quel che guadagno realmente. E che mi devo far bastare per arrivare a fine mese. Me li dovrò far bastare ancora di più, nei prossimi mesi e anni: perché con questa stangata l'economia non ripartirà, la situazione dell'azienda dove lavoro rischierà di essere critica e intanto i servizi assicurati dagli enti locali saranno sempre minori o diventeranno più costosi.

L'asino di Di Pietro

Un giorno qualcuno ha raccontato ad Antonio Di Pietro il paradosso di Buridano (un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno con, vicino a ognuno, un secchio d'acqua, ma non c'è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall'altra. Perciò, resta fermo e muore). Al demagogo molisano è piaciuto talmente tanto che da un anno ci scassa i cabasisi con questa metafora, adeguandola quando al governo, quando al PD, quando al Terzo polo, quando al voto sulle province, quando al modo di fare opposizione.

"Di sola opposizione si muore: non si può fare come l'asino di Buridano" (Corriere della Sera, 1° aprile 2010)
"L'IdV sta con chi fa opposizione vera al governo, la Cgil, e si prepara all'autunno caldo. Il PD? Morirà come l'asino di Buridano" (Il Riformista, 10 giugno 2010)
"Il PD non sa quale erba brucare: se la nostra o quella dell'UdC. Farà la fine dell'asino di Buridano" (Il Manifesto, 5 ottobre 2010)
"Il PD deve elaborare cosa fare. Non condivido il suo desiderio di acchiappare il valore aggiunto da tutti, si rischia di fare la fine dell'asino di Buridano" (L'Espresso, 2 dicembre 2010)
"Il PD fa come l'asino di Buridano" (La Repubblica, 17 dicembre 2010)
"Sono quelli del Terzo polo che fino a qualche ora fa hanno continuato a dire né di qua né di là cercando di lucrare di qua e di là e rischiando di fare la fine dell'asino di Buridano" (l'Unità, 20 maggio 2011)
"La coalizione di tenuta democratica per buttar giù Berlusconi va bene, ma altra cosa è costruire una credibile coalizione di governo. La politica del no a tutto è la politica dell'asino di Buridano" (La Stampa, 24 giugno 2011)
(commentando l'astensione del PD al voto sull'abolizione delle province) "L'opposizione è come Ponzio Pilato, come un asino di Buridano che tra il sì e il no muore di fame" (Il Giornale, 7 luglio 2011)
(ancora commentando il voto sull'abolizione delle province) "Qua siamo come l'asino di Buridano che, incerto, resta fermo e muore di fame. Il problema è che quasi tutto il Parlamento è scilipotato" (Libero, 8 luglio 2011)
"Siamo consapevoli che non possiamo comportarci come l'asino di Buridano che, continuando a dire sempre no, alla fine è morto di fame. Il governo è finalmente passato dalle parole ai fatti, noi dell'IdV faremo fino in fondo il nostro dovere" (agenzie di stampa, 12 agosto 2011)


(onde evitare fraintendimenti: il titolo è da intendersi come frase contenente complemento di specificazione e non come epiteto)

venerdì 12 agosto 2011

Il federalismo secondo il centrodestra

Confessiamolo. C’è stato un momento, qualche annetto fa – verso il 2002 o giù di lì –, che ci avevamo creduto un po’ tutti, alla favola del federalismo. Una favola che, tra l’altro, prevedeva che se c’era qualcuno che lo poteva realizzare in Italia era il centrodestra di Berlusconi, di Tremonti e di Bossi.
Ah, la sussidiarietà: sì, quel principio in virtù del quale tra lo Stato e i cittadini ci sono quei corpi intermedi che devono essere sostenuti anche finanziariamente dal pubblico.
Via il pubblico! Lo Stato? Puah!

Sì, e poi l’altra parola d’ordine: “se c’è una cosa che possono fare sia il Comune che lo Stato sicuramente il Comune la fa meglio”; insomma il teorema dell’Ente pubblico locale più vicino al cittadino.
Bei tempi.
Sembra ieri, eh?
...ne è passata di acqua sotto i ponti.
Oggi si devono trovare un po’ di soldi, ma il fondo del barile è stato quasi completamente raschiato. Rimangono un po’ di sprechi, un po’ di costi della politica, tanta evasione fiscale e poco altro.
Non restano da percorrere che due strade.
La prima prevede un’innovazione quasi rivoluzionaria del nostro sistema socio-economico: obiettivamente, troppo per la mediocrità di chi oggi, indegnamente e immeritatamente, ricopre incarichi di governo.
Non resta dunque che la seconda: un federalismo interpretato in modo molto particolare, perché lo Stato agli enti locali non delega funzioni, competenze o servizi al cittadino, ma soltanto l’onere del risanamento economico.

E’ semplice, si fa così. Innanzitutto, si prende il bilancio dello Stato. Poi si guarda: quanti sono i trasferimenti dallo Stato alle Regioni, alle Province e ai Comuni? 104 miliardi di euro circa. Bene, si riducono a 95 – fermi restando gli stanziamenti per la sanità: sia mai detto che poi ad essere accusato di fare macelleria sociale sia il governo centrale – e siamo a posto. A questo punto, gli enti interessati protesteranno, alzeranno la voce. Però poi alla fine dovranno rassegnarsi all’amara realtà. Avranno meno fondi e taglieranno qualche treno regionale, o aumenteranno il costo della mensa scolastica (in base al vecchio principio “introdurre una patrimoniale è mettere le mani in tasca agli italiani, costringere i pendolari a spendere di più per l’abbonamento ferroviario no”) o rimanderanno il rattoppo di una strada. E quando il “corpo intermedio” – un’associazione, una onlus, un comitato paesano – andrà in Comune o in Provincia a battere cassa per quella bella iniziativa che ha organizzato, si sentirà rispondere(*) che “non c’è trippa per gatti, prego rivolgersi alla fondazione bancaria” (che a sua volta dirà: “ma non potete venire tutti da me! E chi sono io, Babbo Natale?”), alla faccia del principio di sussidiarietà di cui tanto si riempiono la bocca quei politici che in questi giorni stanno tagliando i trasferimenti agli Enti locali.
Ecco, questo è il federalismo come lo intendono loro.

Dal programma del Popolo delle Liberta 2008: "attuazione al disposto dell’articolo 119 della Costituzione, assegnando agli enti territoriali le più idonee fonti di finanzia
mento, trovando il più giusto equilibrio tra autonomia, equità ed efficienza

(*)a meno che "il corpo intermedio" non sia decisivo per la rielezione dell'amministrazione locale interessata, nel qual caso i soldi si trovano

giovedì 11 agosto 2011

Referendum elettorali: la risposta del costituzionalista

Ricevo e ben volentieri pubblico.

Caro Amico,

sono Andrea Morrone, presidente del Comitato referendario per i collegi uninominali (CoreCU, www.referendumelettorale.org), che ha presentato i due quesiti di cui discuti e sui quali stiamo raccogliendo le firme.
Mi complimento con te per i rilievi tecnici, certo non di un costituzionalista, come Tu stesso precisi, ma propri di un attento e informato osservatore del regime giuridico dei referendum abrogativi.
Permettimi, tuttavia, di fare qualche precisazione intorno alle tue osservazioni.
I due referendum che abbiamo presentato si propongono di raggiungere, con due tecniche differenti, il medesimo obiettivo. Il primo quesito vuole l'abrogazione della disciplina contenuta nella legge n. 270/ 2005, detta "legge Calderoli" o "legge porcata", che ha sostituito le due leggi elettorali precedenti (nn. 276 e 277 del 1993, conosciute come "legge Mattarella" o "Mattarellum"). Il secondo quesito abroga le singole disposizioni della stessa "legge Calderoli", nella parte in cui dispongono la sostituzione delle corrispondenti disposizioni della "legge Mattarella". L'obiettivo è identico: cancellare le modifiche introdotte dalla "legge Calderoli", con l'effetto di ripristinare le norme previgenti, ossia la “legge Mattarella”.
Per capire: vogliamo cancellare la “legge Calderoli” perché, come gli italiani sanno bene, quella legge è peggiore di una “porcata”: con le sue regole (lista bloccata, premio di maggioranza, riparto proporzionale con bassissime soglie di sbarramento per i partiti che si alleano) ha prodotto un “Parlamento di nominati” e non di eletti, privando i cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Per ripristinare la pienezza del diritto costituzionale di voto, e per ridare dignità al Parlamento come “casa degli italiani”, sede della rappresentanza nazionale, i due referendum che abbiamo promosso indicano la strada: il ritorno ai collegi uninominali. Come gli italiani ricordano e sanno bene, il collegio uninominale costituisce il modo migliore per riportare la selezione della classe dirigente nei territori di riferimento, a contatto con i cittadini, permettendo così agli elettori di scegliere i propri rappresentanti liberamente e democraticamente. Attraverso i collegi uninominali si ripristina il circuito democratico, ricollegando cittadini e istituzioni rappresentative, attraverso i poteri di selezione e di controllo popolare della rappresentanza politica. La “legge Mattarella” prevedeva una quota proporzionale, certo, ma legittimamente, per assicurare una rappresentanza anche alle forze politiche minori. Ma lo faceva, questo è un punto essenziale, con una soglia di sbarramento intorno al 4%, e non con quella dell’1% o del 2% come prevede la “legge Calderoli” per i partiti che si coalizzano (aggravando così la frammentazione politica italiana e le divisioni interne alle coalizioni).
E' vero quello che dici: la Corte costituzionale richiede che i referendum elettorali lascino in vigore norme sufficienti a permettere, dopo l'esito positivo del referendum stesso, l'elezione del Parlamento.
Ma è proprio questo l'esito che consegue alle due domande referendarie proposte. La "legge Calderoli" non contiene tutte le regole elettorali che interessano la Camera e il Senato: essa detta solo puntuali disposizione sostitutive della disciplina introdotta con la "legge Mattarella". La sua abrogazione, in tutto o per singoli disposti (come i due quesiti referendari propongono), non è quindi tecnicamente un'abrogazione "totale", diretta, cioè, ad eliminare tutte le regole elettorali vigenti. In secondo luogo, il fenomeno dell'abrogazione (anche collegata alla sostituzione normativa), non ha mai l’effetto di estinguere le disposizioni abrogate, ma solo quello di circoscriverne nel tempo l'efficacia. Molti costituzionalisti sostengono, in particolare, che l'abrogazione dell'abrogazione determina la reviviscenza delle norme abrogate.
E' proprio quello che vogliono realizzare i due quesiti che abbiamo proposto. Cancellando la "legge Calderoli" (che aveva abrogato e sostituito la "legge Mattarella") si produce come effetto naturale la "reviviscenza" della disciplina previgente, ossia proprio la "legge Mattarella".
In questo modo il risultato dell'abrogazione referendaria è, contemporaneamente, la cancellazione della "legge Calderoli" e il ripristino della "legge Mattarella".
Un caro saluto e grazie per la Tua attenzione.
Andrea Morrone

Ringrazio il professor Morrone - docente di diritto costituzionale all'Università di Bologna - per la sua cortese lettera.
Le critiche alla legge Calderoli le condivido tutte (anzi: io avrei citato pure il premio di maggioranza su base regionale per il Senato, un obbrobrio nell'obbrobrio perché rende aleatorio il risultato delle urne).
Poiché non riuscivo a capire l'obiezione alle mie considerazioni sul secondo quesito, l'ho contattato e qui scrivo, sinteticamente, la sua risposta.
In sostanza, io affermavo che la Corte non vuole che l'abrogazione sostituisca la disciplina vigente con un'altra, ossia che diventi legislazione positiva. Cosa che avverrebbe, scrivevo io, con la reviviscenza del Mattarellum. In realtà, mi ha spiegato il professor Morrone, quel che la Consulta non vuole è che ci sia una normativa del tutto nuova ed estranea all'ordinamento: il Mattarellum c'era già prima. E' vero che ora non c'è più, ma prima c'era per cui non si può definire "estraneo al contesto normativo".
Per cui, chiedo scusa dei miei giudizi un po' tranchant, espressi nel precedente post, sui promotori del referendum.

mercoledì 10 agosto 2011

Caro Bersani ti scrivo

Caro Pierluigi Bersani,
domani Lei andrà in Parlamento e parteciperà alla seduta straordinaria convocata in fretta e furia perché qualcuno, al Governo, si è finalmente accorto che c’è la crisi.
Ora, io lo so: Lei si muove in vicolo stretto tra il tribuno genovese, il demagogo molisano e il poeta pugliese. Come se non bastasse, deve guardarsi le spalle da tutta una serie di personaggi all’interno del partito che Lei guida, ognuno di essi convinto di avere in tasca la Verità Assoluta nonché la Ricetta Contro i Mali del Mondo.
Però io, modesto cittadino italiano senz’arte né parte, confido ancora non tanto in Lei, quanto nel Partito Democratico. Che, pur con le sue ambiguità etiche, le sue carenze organizzative, le sue infiltrazioni di vecchiume restìo a scomparire, rimane comunque l’unico grande progetto politico di ampio respiro sorto in Italia nell’ultimo decennio.
Perciò, io spero che anche Lei – per una volta, per una volta sola! – riesca a fare di necessità virtù. Approfitti della situazione drammatica in cui siamo finiti per dare un colpo d’ala. So che non è facile, perché pure il responsabile economico del PD ogni tanto ha delle uscite balzane (a conferma che il ricambio della classe dirigente è affare più serio rispetto al ricambio generazionale) e perché potrebbe essere non compreso dal corpo elettorale (e si sa come vanno le cose dalle Sue parti: se il sondaggio dice che il partito è sotto il tot per cento, per i prossimi sei mesi non si parlerà d’altro).
Però ci deve provare.
Un’idea diversa da quelle che leggiamo tutti i giorni sui quotidiani già basterebbe.
Guardi, Bersani, dalla parte di là non ci sono grandi scienziati: c’è gente come Sacconi, Brunetta, Tremonti, Scotti (Scotti!), Cicchitto che quando, negli anni Ottanta, esplodeva il debito pubblico italiano inguaiando intere generazioni vita natural durante, sostenevano quei governi irresponsabili. C’è gente come Brambilla, Prestigiacomo, Gelmini, Carfagna messa lì non certo per particolari competenze nei settori a loro affidati. C’è gente ormai completamente screditata a livello internazionale come Berlusconi, Bossi e La Russa.
Quindi, caro Bersani, si faccia coraggio. Parta dalle proposte che il Suo partito ha avanzato nei mesi scorsi, dai cinque punti indicati nella lettera al Sole 24 Ore, li sviluppi meglio e non abbia paura: è ora il momento di definire un’idea nuova di Paese, con un welfare state riformato, completamente nuovo rispetto a quello pensato in un’epoca ormai lontana. Il problema non è andare in pensione a 60 anni piuttosto che a 65 o a 70, ma capire che cosa ci viene offerto in cambio nel corso della nostra carriera lavorativa, quali strumenti ci vengono dati per far fronte alle nuove esigenze della vita, quali opportunità possiamo sfruttare per vivere non dico agiati, ma dignitosamente, con un minimo di speranza nel domani. E questo colpo d’ala può venire solamente da Lei. Meglio: dal Partito Democratico che Lei, provvisoriamente, guida.

martedì 9 agosto 2011

Referendum elettorali: soltanto propaganda?

E' iniziata la raccolta di firme per il referendum abrogativo della legge elettorale attuale.
Firmo, non firmo?
Boh, a me pare un’iniziativa giusta negli intenti e propagandistica nella realizzazione.
Vediamo perché.
I quesiti sono due. Il primo prevede l’abrogazione totale del porcellum. Di per sé, “è cosa buona e giusta”. Peccato che la Corte costituzionale, proprio nell’ammettere precedenti referendum su quella stessa legge, precisò – sentenze 15, 16, 17 del 16 gennaio 2008 – che “le leggi elettorali appartengono alla categoria delle leggi costituzionalmente necessarie, la cui esistenza e vigenza è indispensabile per assicurare il funzionamento e la continuità degli organi costituzionali della Repubblica”, cioè va assolta la “esigenza di poter disporre, in ogni tempo, di una normativa operante” e dunque i quesiti “non possono avere ad oggetto una legge elettorale nella sua interezza, ma devono necessariamente riguardare parti di essa, la cui ablazione lasci in vigore una normativa complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo”. Tutto questo anche per “non paralizzare il potere di scioglimento del Presidente della Repubblica previsto dall’art. 88 Cost.”.
Insomma, il primo quesito potrà piacere a tanti cittadini a cui verrà chiesto di firmare, ma è destinato a essere bocciato dalla Corte costituzionale: è la solita trovata propagandistica alla Di Pietro.

Il secondo quesito, invece, è più interessante e giuridicamente astuto. Perché smonta il porcellum abrogando, uno a uno, tutti i commi di tutti gli articoli di quella legge nelle parti in cui essi modificano la precedente normativa. Così facendo, si dovrebbe tornare al Mattarellum. Che non è la migliore legge elettorale possibile (pensiamo soltanto al meccanismo dello scorporo), ma è comunque centomila volte meglio dell’attuale.
Anche in questo caso, però, ho qualche dubbio di natura giuridica. Un po' perché il referendum abroga (ex nunc, senza effetti retroattivi) e non annulla (ex tunc, con effetti retroattivi) e quindi la reviviscenza è tutta da dimostrare. In tal caso, però - e questa è l'obiezione più importante - si rischia di andar contro la giurisprudenza costituzionale. Infatti, la Corte si è già espressa nel 1997 contro quesiti referendari impostati come questo (per quanto, in materia completamente diversa). Scriveva la Consulta all’epoca: “l’abrogazione parziale chiesta con il quesito referendario si risolve sostanzialmente in una proposta all'elettore, attraverso l'operazione di ritaglio sulle parole e il conseguente stravolgimento dell'originaria ratio e struttura della disposizione, di introdurre una nuova statuizione, non ricavabile ex se dall'ordinamento, ma anzi del tutto estranea al contesto normativo (…) L’individuazione allora, nella struttura del quesito, accanto al profilo di soppressione di mere locuzioni verbali, peraltro inespressive di qualsiasi significato normativo, del profilo di sostituzione della norma abroganda con altra assolutamente diversa, non derivante direttamente dall'estensione di preesistenti norme o dal ricorso a forme autointegrative, ma costruita attraverso la saldatura di frammenti lessicali eterogenei, pone in luce il carattere propositivo del quesito stesso. Ma se così è, si fuoriesce dallo schema tipo dell'abrogazione "parziale", proprio perché non si propone tanto al corpo elettorale una sottrazione di contenuto normativo, ma si propone piuttosto una nuova norma direttamente costruita. La Corte ritiene che proprio i prospettati caratteri di questa domanda referendaria pongono in risalto che "in tal modo si verrebbero a produrre nell'ordinamento, in caso di approvazione, innovazioni non consentite al referendum abrogativo" (sentenza n. 28 del 1987)”. La sentenza è stata richiamata poi da quella successiva – già citata sopra – del 2008, in cui si spiega chiaramente che l’abrogazione non deve mirare “a sostituire la disciplina vigente con un'altra assolutamente diversa ed estranea al contesto normativo, trasformando l’abrogazione in legislazione positiva”.
Può darsi che stavolta la Corte abbia un diverso orientamento e poi io non sono un costituzionalista e quindi (soprattutto) può darsi che mi sbagli, però, ecco, come dire?, questa raccolta di firme – come spesso succede quando c’è di mezzo Di Pietro – mi sa più di fuffa pre-elettorale che non di voglia di cambiare davvero le cose. Ripeto: spero di sbagliarmi.