Ecco come il ministro del welfare Maurizio Sacconi ha accolto le proposte degli imprenditori su sviluppo e risanamento dei conti pubblici:
"Una patrimoniale strutturale di questa entità arriverebbe inevitabilmente a colpire una larga platea di persone e famiglie (...) avrebbe effetti poco percettibili. Sulle pensioni sembrano volere correggere la riforma Maroni con il pensionamento flessibile in regime contributivo - il che darebbe luogo a molti più' oneri - e dall'altro condannerebbero improvvisamente ad attendere tre-quattro anni proprio le donne e i lavoratori anziani con molta contribuzione che quotidianamente le imprese e le banche medie e grandi sono portate ad espellere affidandoli agli ammortizzatori sociali. Il documento non affronta il tema del rapporto tra banche e imprese in una delicata fase di rattrappimento del credito".
Ed ecco, invece, la reazione del ministro della funzione pubblica Renato Brunetta:
"Siamo talmente d'accordo con le proposte in materia di semplificazione avanzate questa mattina da Emma Marcegaglia e dagli altri amici imprenditori che o le abbiamo già realizzate oppure siamo impegnati con loro per farle diventare legge e quindi prassi quotidiana a favore dei cittadini e delle aziende".
Insomma, per uno le proposte degli industriali sono discutibili, per l'altro sono già nell'agenda del Governo. Credo che la diversa interpretazione da parte di due ministri (economici) sia la dimostrazione più evidente di quanto confusa, dilettantistica e improvvisata sia l'azione dell'esecutivo in questa fase così difficile nella vita del Paese.
Un motivo in più perché vadano a casa. Quanto prima.
venerdì 30 settembre 2011
giovedì 29 settembre 2011
Meglio Pierferdinando o meglio Emma?
C’è una cosa che non sono mai riuscito a capire ed è questa sorta di immunità di cui godono a sinistra i radicali italiani. Insomma, per molto meno abbiamo crocifisso e crocifiggiamo Pierferdinando Casini e a volte pure il Partito Democratico. Non so cosa sarebbe successo e posso soltanto immaginare gli strali dei grillotravagli se, a non partecipare ieri al voto in aula con le stesse identiche motivazioni di Rita Bernardini e Maurizio Turco, fossero stati sei deputati riconducibili a D’Alema. Non che i terzopolisti o i dalemiani non meritino certi trattamenti, intendiamoci, ma i pannelliani spesso fanno peggio, eppure ce li siamo sempre sorbiti senza grandi scandali. Perlomeno fino a ieri.
Penso alle loro posizioni sulla sanità pubblica.
Penso alla richiesta di separazione delle carriere dei magistrati e di abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Penso alla politica dei due forni (e diciamolo, una buona volta: sotto questo aspetto, i radicali fanno il più spudorato meretricio).
Penso alla Rai.
Penso a certe fughe in avanti, solo per farsi notare, che alla fine si sono rivelate controproducenti.
Andando più indietro nel tempo: la madre di tutti i distinguo e di tutti i compromessi al ribasso nel periodo dell’Unione fu la mancata firma del programma proprio da parte della componente radicale che pretese di mantenere mano libera su alcune questioni.
Può anche darsi che la benevolenza verso questi personaggi sia un tributo da pagare a Marco Pannella e alle sue battaglie sui diritti civili negli anni Settanta.
Temo però che la reale motivazione sia un’altra.
E si chiama laicità.
Casini ci sta sugli zebedei perché è politicamente prono alla gerarchia ecclesiastica (salvo poi fare come gli pare nella vita privata). I radicali no, i radicali sono laici a tutto tondo e di quel che dicono i vescovi se ne strasbattono: mi sbaglierò, ma probabilmente ciò induce tutti noi che crediamo fermamente nello Stato laico a un occhio di riguardo, forse addirittura a un sentimento di riconoscenza nei loro confronti.
Mi rendo conto che oggi la questione della laicità è in Italia uno dei punti di differenza tra destra e sinistra, ma non può essere l’unico, né il principale. Ho la vaga sensazione che su tante questioni – per esempio, la riforma della giustizia – potrebbe essere più semplice mettersi d’accordo con l’UdC che non con i radicali. Poi magari questi ultimi sono soltanto in sei alla Camera e possiamo illuderci di gestirli meglio di trentacinque terzopolisti, ma il problema rimane: pensando a quanto avvenuto ieri, se i radicali fossero stati maggioranza, una maggioranza magari risicata come quella del 2006 al Senato, avrebbero anzi fatto dell’amnistia tema di possibile caduta del governo (poi, tempo due o tre anni, ce ne saremmo dimenticati e i grillotravagli se la sarebbero presa soltanto con il PD, ma questa è un’altra storia).
Penso alle loro posizioni sulla sanità pubblica.
Penso alla richiesta di separazione delle carriere dei magistrati e di abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Penso alla politica dei due forni (e diciamolo, una buona volta: sotto questo aspetto, i radicali fanno il più spudorato meretricio).
Penso alla Rai.
Penso a certe fughe in avanti, solo per farsi notare, che alla fine si sono rivelate controproducenti.
Andando più indietro nel tempo: la madre di tutti i distinguo e di tutti i compromessi al ribasso nel periodo dell’Unione fu la mancata firma del programma proprio da parte della componente radicale che pretese di mantenere mano libera su alcune questioni.
Può anche darsi che la benevolenza verso questi personaggi sia un tributo da pagare a Marco Pannella e alle sue battaglie sui diritti civili negli anni Settanta.
Temo però che la reale motivazione sia un’altra.
E si chiama laicità.
Casini ci sta sugli zebedei perché è politicamente prono alla gerarchia ecclesiastica (salvo poi fare come gli pare nella vita privata). I radicali no, i radicali sono laici a tutto tondo e di quel che dicono i vescovi se ne strasbattono: mi sbaglierò, ma probabilmente ciò induce tutti noi che crediamo fermamente nello Stato laico a un occhio di riguardo, forse addirittura a un sentimento di riconoscenza nei loro confronti.
Mi rendo conto che oggi la questione della laicità è in Italia uno dei punti di differenza tra destra e sinistra, ma non può essere l’unico, né il principale. Ho la vaga sensazione che su tante questioni – per esempio, la riforma della giustizia – potrebbe essere più semplice mettersi d’accordo con l’UdC che non con i radicali. Poi magari questi ultimi sono soltanto in sei alla Camera e possiamo illuderci di gestirli meglio di trentacinque terzopolisti, ma il problema rimane: pensando a quanto avvenuto ieri, se i radicali fossero stati maggioranza, una maggioranza magari risicata come quella del 2006 al Senato, avrebbero anzi fatto dell’amnistia tema di possibile caduta del governo (poi, tempo due o tre anni, ce ne saremmo dimenticati e i grillotravagli se la sarebbero presa soltanto con il PD, ma questa è un’altra storia).
mercoledì 28 settembre 2011
L'ineffabile Fabio Garagnani
Qualcuno in questi giorni si è – giustamente – indignato per l’alleanza Scilipoti-Saya. Chiedendosi fin dove è disposto il centrodestra italiano ad arrivare pur di mantenere il culo incollato alla poltrona.
Purtroppo, quello schieramento è infestato di personaggi che la pensano in una certa maniera. E’ il caso del deputato Fabio Garagnani.
Appena eletto, il 29 aprile 2008, insieme a Gabriella Carlucci (un nome, una garanzia) presenta un progetto di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla violenza politica negli anni 1944-48. La motivazione è la seguente: “si è preferito collegare la nascita della Repubblica all'antifascismo, mentre sarebbe stato opportuno e doveroso fare riferimento all'antitotalitarismo e ad ogni forma di dittatura. Il richiamo all'antifascismo e alla Resistenza, in sé giusto se riferito ad ogni forma di totalitarismo, è servito, in questi anni, a certe forze della sinistra per mascherare la loro natura antidemocratica e per legittimarle di fronte all'opinione pubblica”.
Lo stesso giorno, nel caso non fosse chiaro il concetto, presenta un altro progetto di legge: l’istituzione della “giornata della democrazia italiana”, da festeggiare il 18 aprile (anniversario della vittoria della Democrazia Cristiana nel 1948). La motivazione: “Mi auguro che nel futuro, a tutti i livelli istituzionali e nelle scuole di ogni ordine e grado, ci sia un'adeguata considerazione del significato del 18 aprile 1948 e si smetta di enfatizzare il valore di una data, il 25 aprile, che la storia ha circoscritto in ambiti più modesti e veritieri rispetto alla mitologia tramandataci in questi anni dalle forze di sinistra”. Un odg in questo senso, firmato proprio da Garagnani, è stato oggi accolto dal Governo: esso ha l’obiettivo di sostituire la festa del 25 aprile con questa data.
In economia, Garagnani è un vero liberale e lo dimostra da primo firmatario di un’altra proposta che prevede l’istituzione dell’autorità per la vigilanza sull’attività degli enti cooperativi. Il motivo è esplicito: “rimane insoluto il problema di come eliminare il monopolio della Lega delle cooperative, al quale si riconnette il problema dello strapotere delle medesime soprattutto a Bologna e in Emilia-Romagna”. Capito perché l’Italia va male? Le cooperative rosse, signora mia!
Ma il vero chiodo fisso di Garagnani è la scuola. Ottobre 2010. Propone quanto segue: “Al fine di favorire la crescita intellettuale e spirituale delle giovani generazioni (...) nella predisposizione e nello svolgimento dei programmi scolastici relativi alle discipline storiche e letterarie nelle scuole di ogni ordine e grado deve essere assunta a riferimento la tradizione culturale giudaico-cristiana”. Due mesi dopo presenta un altro progetto di legge, stavolta sull’insegnamento della storia nelle scuole superiori. Un testo dalle finalità molto pragmatiche, per niente ideologiche (no, macché....): “si prevede obbligatoriamente l'insegnamento della storia delle origini cristiane e dei momenti principali della storia del Cristianesimo, come elemento costitutivo della formazione degli studenti, in un'ottica non confessionale ma educativa, con un approccio pluralista ma il più possibile obiettivo, sull'influsso del Cristianesimo nella formazione della civiltà e della cultura del nostro Paese”. Passano pochi mesi e allarga il raggio d’azione anche all’insegnamento delle altre discipline, con una proposta di legge che prevede l’obbligo da parte del docente “di rappresentare con oggettività ed equilibrio la pluralità delle posizioni scientificamente fondate nell'ambito della disciplina insegnata, allo scopo di fornire agli allievi, in proporzione al loro grado di formazione culturale e di crescita della personalità individuale, gli strumenti e le nozioni necessari per sviluppare la capacità di comprensione della realtà e l'autonomia del giudizio critico”. In sostanza, se spieghi Darwin devi spiegare anche il creazionismo, sennò violi il codice penale. La disposizione, ovviamente, non vale per l’ora di religione. E comunque si applica soltanto nella scuola pubblica, perché “le scuole istituite da privati possono legittimamente rispondere a un progetto educativo ideologicamente caratterizzato”. Sempre che esse non siano musulmane: perché un’altra sua proposta prevede che “le attività delle scuole islamiche e dei centri culturali collegati alle moschee siano svolte nel rispetto dei programmi di insegnamento e della legislazione scolastica italiana vincolante per tutti, con il doveroso riguardo per la tradizione storico-culturale del popolo italiano”.
Ecco, questo è un parlamentare di un gruppo che si chiama “Popolo delle Libertà”.
Purtroppo, quello schieramento è infestato di personaggi che la pensano in una certa maniera. E’ il caso del deputato Fabio Garagnani.
Appena eletto, il 29 aprile 2008, insieme a Gabriella Carlucci (un nome, una garanzia) presenta un progetto di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla violenza politica negli anni 1944-48. La motivazione è la seguente: “si è preferito collegare la nascita della Repubblica all'antifascismo, mentre sarebbe stato opportuno e doveroso fare riferimento all'antitotalitarismo e ad ogni forma di dittatura. Il richiamo all'antifascismo e alla Resistenza, in sé giusto se riferito ad ogni forma di totalitarismo, è servito, in questi anni, a certe forze della sinistra per mascherare la loro natura antidemocratica e per legittimarle di fronte all'opinione pubblica”.
Lo stesso giorno, nel caso non fosse chiaro il concetto, presenta un altro progetto di legge: l’istituzione della “giornata della democrazia italiana”, da festeggiare il 18 aprile (anniversario della vittoria della Democrazia Cristiana nel 1948). La motivazione: “Mi auguro che nel futuro, a tutti i livelli istituzionali e nelle scuole di ogni ordine e grado, ci sia un'adeguata considerazione del significato del 18 aprile 1948 e si smetta di enfatizzare il valore di una data, il 25 aprile, che la storia ha circoscritto in ambiti più modesti e veritieri rispetto alla mitologia tramandataci in questi anni dalle forze di sinistra”. Un odg in questo senso, firmato proprio da Garagnani, è stato oggi accolto dal Governo: esso ha l’obiettivo di sostituire la festa del 25 aprile con questa data.
In economia, Garagnani è un vero liberale e lo dimostra da primo firmatario di un’altra proposta che prevede l’istituzione dell’autorità per la vigilanza sull’attività degli enti cooperativi. Il motivo è esplicito: “rimane insoluto il problema di come eliminare il monopolio della Lega delle cooperative, al quale si riconnette il problema dello strapotere delle medesime soprattutto a Bologna e in Emilia-Romagna”. Capito perché l’Italia va male? Le cooperative rosse, signora mia!
Ma il vero chiodo fisso di Garagnani è la scuola. Ottobre 2010. Propone quanto segue: “Al fine di favorire la crescita intellettuale e spirituale delle giovani generazioni (...) nella predisposizione e nello svolgimento dei programmi scolastici relativi alle discipline storiche e letterarie nelle scuole di ogni ordine e grado deve essere assunta a riferimento la tradizione culturale giudaico-cristiana”. Due mesi dopo presenta un altro progetto di legge, stavolta sull’insegnamento della storia nelle scuole superiori. Un testo dalle finalità molto pragmatiche, per niente ideologiche (no, macché....): “si prevede obbligatoriamente l'insegnamento della storia delle origini cristiane e dei momenti principali della storia del Cristianesimo, come elemento costitutivo della formazione degli studenti, in un'ottica non confessionale ma educativa, con un approccio pluralista ma il più possibile obiettivo, sull'influsso del Cristianesimo nella formazione della civiltà e della cultura del nostro Paese”. Passano pochi mesi e allarga il raggio d’azione anche all’insegnamento delle altre discipline, con una proposta di legge che prevede l’obbligo da parte del docente “di rappresentare con oggettività ed equilibrio la pluralità delle posizioni scientificamente fondate nell'ambito della disciplina insegnata, allo scopo di fornire agli allievi, in proporzione al loro grado di formazione culturale e di crescita della personalità individuale, gli strumenti e le nozioni necessari per sviluppare la capacità di comprensione della realtà e l'autonomia del giudizio critico”. In sostanza, se spieghi Darwin devi spiegare anche il creazionismo, sennò violi il codice penale. La disposizione, ovviamente, non vale per l’ora di religione. E comunque si applica soltanto nella scuola pubblica, perché “le scuole istituite da privati possono legittimamente rispondere a un progetto educativo ideologicamente caratterizzato”. Sempre che esse non siano musulmane: perché un’altra sua proposta prevede che “le attività delle scuole islamiche e dei centri culturali collegati alle moschee siano svolte nel rispetto dei programmi di insegnamento e della legislazione scolastica italiana vincolante per tutti, con il doveroso riguardo per la tradizione storico-culturale del popolo italiano”.
Ecco, questo è un parlamentare di un gruppo che si chiama “Popolo delle Libertà”.
martedì 27 settembre 2011
Il liberalismo secondo Belpietro
Scrivevo giusto ieri delle responsabilità dei parlamentari del Popolo delle Libertà su quel che è avvenuto e sta accadendo nel nostro Paese.
Leggendo però l’editoriale di Maurizio Belpietro stamani su Libero mi pare di capire che il problema è ancora più profondo e riguarda la mancanza in Italia di una cultura realmente liberale.
Non lasciamoci fuorviare dalla simpatia o antipatia che può suscitare il giornalista in questione: il dato di fatto è che comunque se avanza delle proposte programmatiche lo fa a ragion veduta, è perché evidentemente pensa che possano attecchire in un certo schieramento o, comunque, in una parte dell’elettorato.
La domanda da cui io muovo è questa: ma davvero per portare avanti “una nuova rivoluzione liberale” è necessario, come propone Belpietro, “cambiare le istituzioni italiane secondo il modello presidenzialista o semi-presidenzialista” o introdurre una “rigida separazione delle carriere” e prevedere la “inappellabilità dell’assoluzione in primo grado”, nonché attuare “controlli più severi per l’immigrazione”?
Parto da quest’ultimo punto. Il vero liberale non ha paura dell’immigrazione. Anzi, ne incentiva una visione che considera l’immigrato non come “braccia che lavorano” (ossia quel che stiamo facendo in Italia), ma come “uomo che ha un’attività lavorativa”.
O ancora: ma chi l’ha detto che un liberale deve essere presidenzialista o semipresidenzialista? Luigi Einaudi, un liberale vero, in Assemblea costituente si schierò deciso per la forma di governo parlamentare. La forma di governo è assolutamente neutrale nei confronti del liberalismo o dello statalismo, così come della governabilità: la Spagna, la Germania, il Regno Unito sono democrazie (nel caso britannico, di antica tradizione liberale) senza problemi di stabilità degli esecutivi, eppure sono democrazie parlamentari.
Ma è l’ultima questione, quella della separazione delle carriere e dell’inappellabilità dell’assoluzione in primo grado a far capire il nodo vero della questione. Perché i primi due punti potrebbero anche farci trarre la conclusione che i sedicenti liberali di casa nostra confondono il liberalismo con il conservatorismo di una destra molto destra, in cui c’è l’uomo forte che fa rispettare law and order. Fosse così, il problema sarebbe soltanto semantico: basterebbe cambiare la parola “liberale” con la parola “reazionario” e saremmo a posto. Ma il terzo punto, invece, fa trarre un’altra conclusione. Perché se Belpietro (o chi per lui) vuole la separazione delle carriere non è perché la giustizia in Italia funziona male – fosse così, l’accento verrebbe messo sulla giustizia civile e i garantisti alla polenta che abbiamo noi non si muoverebbero solamente per le manette a un deputato, ma pure per quelle al ladro di polli –, ma perché ormai è introiettato nel dna del bravo esponente di destra italiana che le toghe sono rosse e fanno gli interessi dei rossi. Dunque, la questione è più grave. Mi chiedo per quanti anni ancora avremo una destra impregnata fino al midollo dei più deteriori meccanismi berlusconiani.
p.s.: povero Piero Gobetti, lui che alla rivoluzione liberale credeva davvero...
Leggendo però l’editoriale di Maurizio Belpietro stamani su Libero mi pare di capire che il problema è ancora più profondo e riguarda la mancanza in Italia di una cultura realmente liberale.
Non lasciamoci fuorviare dalla simpatia o antipatia che può suscitare il giornalista in questione: il dato di fatto è che comunque se avanza delle proposte programmatiche lo fa a ragion veduta, è perché evidentemente pensa che possano attecchire in un certo schieramento o, comunque, in una parte dell’elettorato.
La domanda da cui io muovo è questa: ma davvero per portare avanti “una nuova rivoluzione liberale” è necessario, come propone Belpietro, “cambiare le istituzioni italiane secondo il modello presidenzialista o semi-presidenzialista” o introdurre una “rigida separazione delle carriere” e prevedere la “inappellabilità dell’assoluzione in primo grado”, nonché attuare “controlli più severi per l’immigrazione”?
Parto da quest’ultimo punto. Il vero liberale non ha paura dell’immigrazione. Anzi, ne incentiva una visione che considera l’immigrato non come “braccia che lavorano” (ossia quel che stiamo facendo in Italia), ma come “uomo che ha un’attività lavorativa”.
O ancora: ma chi l’ha detto che un liberale deve essere presidenzialista o semipresidenzialista? Luigi Einaudi, un liberale vero, in Assemblea costituente si schierò deciso per la forma di governo parlamentare. La forma di governo è assolutamente neutrale nei confronti del liberalismo o dello statalismo, così come della governabilità: la Spagna, la Germania, il Regno Unito sono democrazie (nel caso britannico, di antica tradizione liberale) senza problemi di stabilità degli esecutivi, eppure sono democrazie parlamentari.
Ma è l’ultima questione, quella della separazione delle carriere e dell’inappellabilità dell’assoluzione in primo grado a far capire il nodo vero della questione. Perché i primi due punti potrebbero anche farci trarre la conclusione che i sedicenti liberali di casa nostra confondono il liberalismo con il conservatorismo di una destra molto destra, in cui c’è l’uomo forte che fa rispettare law and order. Fosse così, il problema sarebbe soltanto semantico: basterebbe cambiare la parola “liberale” con la parola “reazionario” e saremmo a posto. Ma il terzo punto, invece, fa trarre un’altra conclusione. Perché se Belpietro (o chi per lui) vuole la separazione delle carriere non è perché la giustizia in Italia funziona male – fosse così, l’accento verrebbe messo sulla giustizia civile e i garantisti alla polenta che abbiamo noi non si muoverebbero solamente per le manette a un deputato, ma pure per quelle al ladro di polli –, ma perché ormai è introiettato nel dna del bravo esponente di destra italiana che le toghe sono rosse e fanno gli interessi dei rossi. Dunque, la questione è più grave. Mi chiedo per quanti anni ancora avremo una destra impregnata fino al midollo dei più deteriori meccanismi berlusconiani.
p.s.: povero Piero Gobetti, lui che alla rivoluzione liberale credeva davvero...
La legge ammazzablog: un esempio per capirci
Allora, giusto per fare un esempio di cosa significa la norma che prevede l'obbligo di rettifica entro 48 ore per i blog, contenuta nel disegno di legge contro le intercettazioni che il governo vuol far approvare in fretta (chissà perché).
Prendiamo una frase a caso:
"Proponendo l'abolizione della certificazione antimafia, Tizio ha voluto dirci: se un indagato per mafia può fare il ministro, con la benedizione del ministro dell'Interno, perché mai le imprese dovrebbero farsi rilasciare dagli uffici periferici del ministero dell'Interno la certificazione antimafia? Tizio ha ragione: la mafia (prima con Caio, ora con Sempronio) è, evidentemente, una componente della maggioranza e del governo".
Mettiamo il caso che questa frase, un'accusa molto molto pesante (è teorica, non è riferita né al governo di oggi, né a governi del passato, è frutto della mia immaginazione), sia stata detta da un parlamentare: non succede niente perché niente può succedere e, del resto, egli gode dell'immunità per le dichiarazioni rese nell'esercizio delle proprie funzioni.
Mettiamo il caso che questa frase, un'accusa molto molto pesante, sia stata scritta da un editorialista di Repubblica o Corriere: Caio e Sempronio chiederanno la rettifica, dopodiché il direttore responsabile - se lui è in ferie, da chi ne fa le veci - e l'articolista, sentiti il pool di avvocati e magari pure l'ordine dei giornalisti, pubblicheranno la rettifica oppure correranno il rischio della querela, perché comunque l'editore gli ha dato delle garanzie.
Mettiamo il caso che questa frase, un'accusa molto molto pesante, sia stata scritta da un impiegato che, la sera quando torna a casa o (come sto facendo io in questo momento) in pausa pranzo, aggiorna un blog: Caio e Sempronio dopo tre mesi chiederanno la rettifica, ma il blogger è in ferie in Cappadocia, non legge la mail che richiede la precisazione e dunque non pubblica l'aggiornamento entro 48 ore, perciò si becca 12mila euro di multa.
Alé!
p.s.: sto pensando o di chiudere il blog o di limitare l'accesso solamente a pochi utenti che ne faranno richiesta esplicita, nel caso di approvazione del disegno di legge che introduce questa norma.
Prendiamo una frase a caso:
"Proponendo l'abolizione della certificazione antimafia, Tizio ha voluto dirci: se un indagato per mafia può fare il ministro, con la benedizione del ministro dell'Interno, perché mai le imprese dovrebbero farsi rilasciare dagli uffici periferici del ministero dell'Interno la certificazione antimafia? Tizio ha ragione: la mafia (prima con Caio, ora con Sempronio) è, evidentemente, una componente della maggioranza e del governo".
Mettiamo il caso che questa frase, un'accusa molto molto pesante (è teorica, non è riferita né al governo di oggi, né a governi del passato, è frutto della mia immaginazione), sia stata detta da un parlamentare: non succede niente perché niente può succedere e, del resto, egli gode dell'immunità per le dichiarazioni rese nell'esercizio delle proprie funzioni.
Mettiamo il caso che questa frase, un'accusa molto molto pesante, sia stata scritta da un editorialista di Repubblica o Corriere: Caio e Sempronio chiederanno la rettifica, dopodiché il direttore responsabile - se lui è in ferie, da chi ne fa le veci - e l'articolista, sentiti il pool di avvocati e magari pure l'ordine dei giornalisti, pubblicheranno la rettifica oppure correranno il rischio della querela, perché comunque l'editore gli ha dato delle garanzie.
Mettiamo il caso che questa frase, un'accusa molto molto pesante, sia stata scritta da un impiegato che, la sera quando torna a casa o (come sto facendo io in questo momento) in pausa pranzo, aggiorna un blog: Caio e Sempronio dopo tre mesi chiederanno la rettifica, ma il blogger è in ferie in Cappadocia, non legge la mail che richiede la precisazione e dunque non pubblica l'aggiornamento entro 48 ore, perciò si becca 12mila euro di multa.
Alé!
p.s.: sto pensando o di chiudere il blog o di limitare l'accesso solamente a pochi utenti che ne faranno richiesta esplicita, nel caso di approvazione del disegno di legge che introduce questa norma.
lunedì 26 settembre 2011
La colpa più grave dei parlamentari pidiellini
Non so se quel che ha scritto ieri Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e ha ribadito stamani Dario Franceschini su Repubblica è vero o no. Se cioè non si trova un solo parlamentare del Popolo delle Libertà che in privato non ammetta che Berlusconi ha fatto il suo tempo e sarebbe l’ora che passasse la mano.
Ma è fondamentale sapere se è vero o no?
Secondo me no, perché è comunque uno scenario credibile, verosimile, plausibile.
In tutti questi anni abbiamo posto l’attenzione su una sola persona, abbiamo creato il fenomeno e poi l’abbiamo enfatizzato a livelli forse irripetibili. Ci siamo dimenticati di tutta la struttura sul quale tale fenomeno ha poggiato. Ossia, quei parlamentari disposti ad arrampicarsi sugli specchi per votare provvedimenti allucinanti o giustificare posizioni ridicole al senso comune. Quegli stessi parlamentari che, per quanto possano essere resi miopi dall’ideologia, non possono mentire a sé stessi di fronte all’incapacità di governo di Berlusconi (il fatto che tutta la compagine di ministri sia una collezione di mediocri politici deriva anch’esso da tale incapacità).
Qualcuno ha rimproverato al presidente del Consiglio di non rispettare l’articolo 54 comma 2 della Costituzione. Quello che recita: “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Beh, mi chiedo quanti parlamentari di centrodestra in tutti questi anni abbiano rispettato tale dettato e quanto. Specialmente negli ultimi tempi, con la crisi economica mondiale che mette – ogni giorno sempre di più – a nudo le incapacità politiche e governative di colui al quale sono affidate le funzioni pubbliche forse più importanti. Non possono più far finta di niente, sempre ammesso che per loro quell’articolo 54 comma 2 abbia un senso e quella disciplina che esso invoca per essi non sia quella a un partito padronale.
Ma è fondamentale sapere se è vero o no?
Secondo me no, perché è comunque uno scenario credibile, verosimile, plausibile.
In tutti questi anni abbiamo posto l’attenzione su una sola persona, abbiamo creato il fenomeno e poi l’abbiamo enfatizzato a livelli forse irripetibili. Ci siamo dimenticati di tutta la struttura sul quale tale fenomeno ha poggiato. Ossia, quei parlamentari disposti ad arrampicarsi sugli specchi per votare provvedimenti allucinanti o giustificare posizioni ridicole al senso comune. Quegli stessi parlamentari che, per quanto possano essere resi miopi dall’ideologia, non possono mentire a sé stessi di fronte all’incapacità di governo di Berlusconi (il fatto che tutta la compagine di ministri sia una collezione di mediocri politici deriva anch’esso da tale incapacità).
Qualcuno ha rimproverato al presidente del Consiglio di non rispettare l’articolo 54 comma 2 della Costituzione. Quello che recita: “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Beh, mi chiedo quanti parlamentari di centrodestra in tutti questi anni abbiano rispettato tale dettato e quanto. Specialmente negli ultimi tempi, con la crisi economica mondiale che mette – ogni giorno sempre di più – a nudo le incapacità politiche e governative di colui al quale sono affidate le funzioni pubbliche forse più importanti. Non possono più far finta di niente, sempre ammesso che per loro quell’articolo 54 comma 2 abbia un senso e quella disciplina che esso invoca per essi non sia quella a un partito padronale.
In memoria di Wangari Maathai
E' morta Wangari Maathai, premio Nobel per la pace 2004.
Proprio quell'anno - ma prima che le venisse assegnato il riconoscimento, ossia quando in Italia era una perfetta sconosciuta - collaborai a un progetto multimediale di Kerry Kennedy sui diritti umani (Speak Truth to Power) e uno dei testimonial che all'epoca mi colpì di più era proprio lei, perché aveva fondato un movimento che aveva l'obiettivo di creare una sorta di polmone verde che arrestasse l'erosione del suolo: in trent'anni, quindici milioni di alberi piantati e guadagni per ottomila persone. In un paese come il Kenia è un grande risultato, anche in termini di lotta alla fame.
Cito alcune frasi sue rilasciate nell'intervista contenuta nel libro edito nell'ambito dell'iniziativa, le lascio come promemoria per me e per tutti in questa settimana che va a iniziare.
"Il nostro lavoro va fatto con il cuore puro, ed è motivato dalla partecipazione".
"Aver chiaro ciò che si deve fare dà coraggio, dà la forza di chiedere senza temere. C'è così tanto da fare che non si sa e che bisognerebbe sapere. Anche solo per focalizzare l'obiettivo. Ora siete fuori dall'autobus e andate nella direzione giusta. Vi vedranno agire con passione, determinazione e persistenza. Dritti per la vostra strada".
Wangari Maathai si riferiva alla sua lotta per i diritti civili e delle donne e, in particolare, per la tutela dell'ambiente. Però, rileggendo le frasi che ho citato, mi rendo conto che si possono applicare un po' a tutti i settori della vita pubblica, civile. Anche qui da noi, in Italia. Oggi e domani.
Proprio quell'anno - ma prima che le venisse assegnato il riconoscimento, ossia quando in Italia era una perfetta sconosciuta - collaborai a un progetto multimediale di Kerry Kennedy sui diritti umani (Speak Truth to Power) e uno dei testimonial che all'epoca mi colpì di più era proprio lei, perché aveva fondato un movimento che aveva l'obiettivo di creare una sorta di polmone verde che arrestasse l'erosione del suolo: in trent'anni, quindici milioni di alberi piantati e guadagni per ottomila persone. In un paese come il Kenia è un grande risultato, anche in termini di lotta alla fame.
Cito alcune frasi sue rilasciate nell'intervista contenuta nel libro edito nell'ambito dell'iniziativa, le lascio come promemoria per me e per tutti in questa settimana che va a iniziare.
"Il nostro lavoro va fatto con il cuore puro, ed è motivato dalla partecipazione".
"Aver chiaro ciò che si deve fare dà coraggio, dà la forza di chiedere senza temere. C'è così tanto da fare che non si sa e che bisognerebbe sapere. Anche solo per focalizzare l'obiettivo. Ora siete fuori dall'autobus e andate nella direzione giusta. Vi vedranno agire con passione, determinazione e persistenza. Dritti per la vostra strada".
Wangari Maathai si riferiva alla sua lotta per i diritti civili e delle donne e, in particolare, per la tutela dell'ambiente. Però, rileggendo le frasi che ho citato, mi rendo conto che si possono applicare un po' a tutti i settori della vita pubblica, civile. Anche qui da noi, in Italia. Oggi e domani.
domenica 25 settembre 2011
Un nuovo miracolo italiano: Gelmini ministro
Beh, visto che ne hanno parlato così tanti, perché dovrei tirarmi indietro proprio io? Dico della gaffe, l’ultima di una discreta serie, del ministro Gelmini.
Che poi, a leggere bene, il vero strafalcione non è tanto quello sul tunnel, quanto l’aver pensato di aver conseguito una vittoria, equiparando la velocità di un neutrino a una trasvolata atlantica di Italo Balbo e confondendo berlusconianamente la realtà con una sua falsa rappresentazione a scopi di propaganda politica.
Sono andato sul sito del Ministero dell’Istruzione. Negli ultimi mesi è impressionante la percentuale, sul totale, di comunicati stampa redatti per smentire qualcosa. Dico sul serio, non è normale che quasi uno su due inizi mettendo le mani avanti e precisando che quella tal notizia giornalistica è infondata, che le cifre reali sono altre (e magari si fa riferimento a statistiche già superate), che quell’anticipazione non è rispondente al vero. Possibile che esista un complotto generale della stampa italiana contro il ministro della pubblica istruzione, un attacco che prevede l’uso continuato e scientifico della menzogna contro quel che fa e che dice e il ricorso a cifre inventate per screditare il suo operato? No, non è possibile. A me hanno insegnato un principio: se uno ti dice che sei un cavallo, può darsi che costui sia fuori di testa; se te lo dicono in due, probabilmente son due che ti stanno prendendo in giro; ma se te lo dicono in cinque o sei, comincia a nitrire.
Morale della favola? Il problema di Mariastella Gelmini si chiama “credibilità”. Già è sempre stata poco credibile: la responsabile di un settore basato sullo studio e sul merito aveva, in passato, eluso proprio i meccanismi basati sullo studio e sul merito per poter iniziare una sua attività professionale. A questo si aggiunga che i tanti proclami – perlopiù di natura ideologica, esercizio nel quale il ministro è seconda solamente al collega Sacconi – non sono stati seguiti da risultati concreti. Così, alla fine, non ha convinto nessuno al di fuori della ristretta cerchia pidiellina e, forse, di Ernesto Galli della Loggia quando era in buona con il governo.
La quantità di comunicati stampa per smentire e precisare sono l’emblema di un triennio di malgoverno e dell’approssimazione con cui viene svolto un incarico di grande responsabilità in un settore strategico per il futuro del Paese. E la gaffe sui neutrini più veloci della luce è soltanto la punta di un iceberg. La triste verità è che Mariastella Gelmini è una miracolata del berlusconismo. Perché è soltanto grazie al berlusconismo se oggi fa il ministro anziché la tirocinante addetta alle fotocopie in qualche studio di avvocato dell’entroterra bresciano (non voglio con ciò sminuire i tirocinanti in studi legali, ma è che se non si fosse spostata a Reggio Calabria per dare quel benedetto esame...).
Che poi, a leggere bene, il vero strafalcione non è tanto quello sul tunnel, quanto l’aver pensato di aver conseguito una vittoria, equiparando la velocità di un neutrino a una trasvolata atlantica di Italo Balbo e confondendo berlusconianamente la realtà con una sua falsa rappresentazione a scopi di propaganda politica.
Sono andato sul sito del Ministero dell’Istruzione. Negli ultimi mesi è impressionante la percentuale, sul totale, di comunicati stampa redatti per smentire qualcosa. Dico sul serio, non è normale che quasi uno su due inizi mettendo le mani avanti e precisando che quella tal notizia giornalistica è infondata, che le cifre reali sono altre (e magari si fa riferimento a statistiche già superate), che quell’anticipazione non è rispondente al vero. Possibile che esista un complotto generale della stampa italiana contro il ministro della pubblica istruzione, un attacco che prevede l’uso continuato e scientifico della menzogna contro quel che fa e che dice e il ricorso a cifre inventate per screditare il suo operato? No, non è possibile. A me hanno insegnato un principio: se uno ti dice che sei un cavallo, può darsi che costui sia fuori di testa; se te lo dicono in due, probabilmente son due che ti stanno prendendo in giro; ma se te lo dicono in cinque o sei, comincia a nitrire.
Morale della favola? Il problema di Mariastella Gelmini si chiama “credibilità”. Già è sempre stata poco credibile: la responsabile di un settore basato sullo studio e sul merito aveva, in passato, eluso proprio i meccanismi basati sullo studio e sul merito per poter iniziare una sua attività professionale. A questo si aggiunga che i tanti proclami – perlopiù di natura ideologica, esercizio nel quale il ministro è seconda solamente al collega Sacconi – non sono stati seguiti da risultati concreti. Così, alla fine, non ha convinto nessuno al di fuori della ristretta cerchia pidiellina e, forse, di Ernesto Galli della Loggia quando era in buona con il governo.
La quantità di comunicati stampa per smentire e precisare sono l’emblema di un triennio di malgoverno e dell’approssimazione con cui viene svolto un incarico di grande responsabilità in un settore strategico per il futuro del Paese. E la gaffe sui neutrini più veloci della luce è soltanto la punta di un iceberg. La triste verità è che Mariastella Gelmini è una miracolata del berlusconismo. Perché è soltanto grazie al berlusconismo se oggi fa il ministro anziché la tirocinante addetta alle fotocopie in qualche studio di avvocato dell’entroterra bresciano (non voglio con ciò sminuire i tirocinanti in studi legali, ma è che se non si fosse spostata a Reggio Calabria per dare quel benedetto esame...).
sabato 24 settembre 2011
La colonna infame di Repubblica
Ho sempre avuto un rapporto strano con la colonnina di destra del sito web di Repubblica. Credo che nell’intenzione del webmaster e del direttore di testata sia una sorta di spazio leggero, in cui il lettore medio del quotidiano – che non è l’omino del bar – può dare sfogo ai propri desideri gossippari senza troppa vergogna e senza ricorrere a Novella 2000.
Però.
Però diamo un’occhiata a quanto propone in questo momento detta sezione.
“Madonna: ecco come fare anche la capofamiglia”.
La cantante è madre single e le viene dedicato un corposo articolo da Repubblica Club (l’ennesima ricicciatura di R2, la Domenica, il Sabato e così via) che la colonnina di destra, solerte, riprende. Bah, il mio commento, senza leggere il servizio, è che con tutti i soldi che ha, fare la madre single non deve essere poi così impossibile. Vadano a intervistare quella che fa l’operaia o la colf o l’insegnante, magari con ex marito che non paga gli alimenti.
“La Jolie versione Lara Croft prende lezioni di volo”
Della serie: ecchissene... Cinque foto, quattro delle quali senza didascalia, su altrettante pagine – un banalissimo trucchetto per stupire gli investitori pubblicitari con la frase “sapete, ogni giorno abbiamo tot pagine visitate su web” – che mostrano l’attrice sorridente mentre sale su un aeroplanino da turismo.
“Brasile, l’arbitro simulatore: neanche sfiorato, si butta a terra”
Ecco, questo è un classico. Si mette un video calcistico o sportivo scovato in qualche portale, con commento originale in lingua incomprensibile (il portoghese tanto e tanto; ma abbiamo visto video in finlandese o in fiammingo). L’interesse sulla notizia è quasi sempre pari a zero, stavolta con l'arbitro simulatore è andata pure bene, ma il più delle volte si tratta di una papera del portiere di una squadra di terza divisione danese ripresa al telefonino da un amico a bordo campo. Ma anche questo genere di servizio ha un perché: è introdotto da uno spot pubblicitario che ti devi sorbire fino all’ultimo secondo.
“Federica Pellegrini: ho rifiutato Sanremo”
Che palle! E’ tutta l’estate che ci scassano i cabasisi con la nuotatrice e il nuotatore. Ogni giorno ce n’è una, ora è la volta del festival. Seguono tre pagine di foto di repertorio: vedi sopra alla notizia su Jolie.
“USA / Le immagini – Bufera in casa Sarah Palin. Il marito chiede il divorzio”
Oh, questa può essere una notizia, forse. Leggi e scopri che si tratta del gossip di un tabloid scandalistico che ha ripreso la notizia da un altro tabloid scandalistico il quale non cita le fonti. Le immagini di cui si parla nel titolo non riprendono i due coniugi mentre si tirano i piatti (come qualche ingenuo potrebbe supporre), ma sono in realtà due foto di repertorio su altrettante pagine e senza didascalia (vedi sopra).
“Il caso / Le immagini – ‘Beckham è morto’ la bufala scatena l’ira del web”
Se si tratta di una bufala, perché proporla? Segue citazione di due, dico due, frasi twitterate da anonimi, e sottolineo anonimi, fans incavolati per lo scherzo di pessimo gusto: se questa è l’ira del web...
Tre pagine di immagini di repertorio di Beckham, totalmente scollegate alla bufala e senza didascalia (vedi sopra).
Vabbè, magari son io che son fatto strano. Però forse ho capito da dove il Tg1 trae ispirazione per i suoi servizi sui cani che provocano le liti tra vicini di casa.
P.S.: sì, è vero. Non ho linkato i servizi. C'è un motivo: così non andiamo a incrementare le statistiche di Repubblica sulle pagine visitate. Già ho alzato la media per scrivere questo post...
Però.
Però diamo un’occhiata a quanto propone in questo momento detta sezione.
“Madonna: ecco come fare anche la capofamiglia”.
La cantante è madre single e le viene dedicato un corposo articolo da Repubblica Club (l’ennesima ricicciatura di R2, la Domenica, il Sabato e così via) che la colonnina di destra, solerte, riprende. Bah, il mio commento, senza leggere il servizio, è che con tutti i soldi che ha, fare la madre single non deve essere poi così impossibile. Vadano a intervistare quella che fa l’operaia o la colf o l’insegnante, magari con ex marito che non paga gli alimenti.
“La Jolie versione Lara Croft prende lezioni di volo”
Della serie: ecchissene... Cinque foto, quattro delle quali senza didascalia, su altrettante pagine – un banalissimo trucchetto per stupire gli investitori pubblicitari con la frase “sapete, ogni giorno abbiamo tot pagine visitate su web” – che mostrano l’attrice sorridente mentre sale su un aeroplanino da turismo.
“Brasile, l’arbitro simulatore: neanche sfiorato, si butta a terra”
Ecco, questo è un classico. Si mette un video calcistico o sportivo scovato in qualche portale, con commento originale in lingua incomprensibile (il portoghese tanto e tanto; ma abbiamo visto video in finlandese o in fiammingo). L’interesse sulla notizia è quasi sempre pari a zero, stavolta con l'arbitro simulatore è andata pure bene, ma il più delle volte si tratta di una papera del portiere di una squadra di terza divisione danese ripresa al telefonino da un amico a bordo campo. Ma anche questo genere di servizio ha un perché: è introdotto da uno spot pubblicitario che ti devi sorbire fino all’ultimo secondo.
“Federica Pellegrini: ho rifiutato Sanremo”
Che palle! E’ tutta l’estate che ci scassano i cabasisi con la nuotatrice e il nuotatore. Ogni giorno ce n’è una, ora è la volta del festival. Seguono tre pagine di foto di repertorio: vedi sopra alla notizia su Jolie.
“USA / Le immagini – Bufera in casa Sarah Palin. Il marito chiede il divorzio”
Oh, questa può essere una notizia, forse. Leggi e scopri che si tratta del gossip di un tabloid scandalistico che ha ripreso la notizia da un altro tabloid scandalistico il quale non cita le fonti. Le immagini di cui si parla nel titolo non riprendono i due coniugi mentre si tirano i piatti (come qualche ingenuo potrebbe supporre), ma sono in realtà due foto di repertorio su altrettante pagine e senza didascalia (vedi sopra).
“Il caso / Le immagini – ‘Beckham è morto’ la bufala scatena l’ira del web”
Se si tratta di una bufala, perché proporla? Segue citazione di due, dico due, frasi twitterate da anonimi, e sottolineo anonimi, fans incavolati per lo scherzo di pessimo gusto: se questa è l’ira del web...
Tre pagine di immagini di repertorio di Beckham, totalmente scollegate alla bufala e senza didascalia (vedi sopra).
Vabbè, magari son io che son fatto strano. Però forse ho capito da dove il Tg1 trae ispirazione per i suoi servizi sui cani che provocano le liti tra vicini di casa.
P.S.: sì, è vero. Non ho linkato i servizi. C'è un motivo: così non andiamo a incrementare le statistiche di Repubblica sulle pagine visitate. Già ho alzato la media per scrivere questo post...
venerdì 23 settembre 2011
Questo pazzo, pazzo, pazzo piddì!
Ho letto la brochure pubblicata in questi giorni dal Partito Democratico sulle proposte per “L’Italia di domani”:
Niente di nuovo, son le cose che stanno dicendo da un anno a questa parte. Però, forse sarebbe stato il caso di darci un’occhiata un po’ più attenta e verificare la coerenza con i progetti di legge presentati ultimamente prima di pubblicarle.
Per esempio, capitolo “Riforma delle istituzioni”. Si parla della legge elettorale e si propone “una netta differenziazione tra il sistema elettorale della Camera (…) e il sistema elettorale del Senato”, con quest’ultimo che “deve favorire la rappresentanza dei territori”. Come? Tramite “l’elezione diretta in collegi regionali, insieme alla elezione del Consiglio regionale, con sistema proporzionale e clausola di sbarramento”. Più avanti, al paragrafo sulla riforma sul bicameralismo perfetto, si aggiunge che il Senato è “il rappresentante delle Regioni e degli enti locali”.
Molto bene.
Andiamo a vedere la proposta di legge elettorale del PD, depositata appena due mesi fa (poche settimane prima della brochure in distribuzione in questi giorni), primo firmatario Pier Luigi Bersani.
Non c’è la “netta differenziazione” tra l’elezione della Camera e quella del Senato: salvo lievi differenze, è il solito sistema misto.
In esso prevale non il sistema proporzionale – come scritto nella brochure –, ma quello maggioritario (al 70%).
Infine, nessun riferimento viene fatto al Consiglio regionale e agli enti locali di cui il Senato dovrebbe essere il rapprentante.
Eh, il piddì...! E poi dicono che non ha proposte. Il suo problema è, anzi, che ne fa troppe.
Niente di nuovo, son le cose che stanno dicendo da un anno a questa parte. Però, forse sarebbe stato il caso di darci un’occhiata un po’ più attenta e verificare la coerenza con i progetti di legge presentati ultimamente prima di pubblicarle.
Per esempio, capitolo “Riforma delle istituzioni”. Si parla della legge elettorale e si propone “una netta differenziazione tra il sistema elettorale della Camera (…) e il sistema elettorale del Senato”, con quest’ultimo che “deve favorire la rappresentanza dei territori”. Come? Tramite “l’elezione diretta in collegi regionali, insieme alla elezione del Consiglio regionale, con sistema proporzionale e clausola di sbarramento”. Più avanti, al paragrafo sulla riforma sul bicameralismo perfetto, si aggiunge che il Senato è “il rappresentante delle Regioni e degli enti locali”.
Molto bene.
Andiamo a vedere la proposta di legge elettorale del PD, depositata appena due mesi fa (poche settimane prima della brochure in distribuzione in questi giorni), primo firmatario Pier Luigi Bersani.
Non c’è la “netta differenziazione” tra l’elezione della Camera e quella del Senato: salvo lievi differenze, è il solito sistema misto.
In esso prevale non il sistema proporzionale – come scritto nella brochure –, ma quello maggioritario (al 70%).
Infine, nessun riferimento viene fatto al Consiglio regionale e agli enti locali di cui il Senato dovrebbe essere il rapprentante.
Eh, il piddì...! E poi dicono che non ha proposte. Il suo problema è, anzi, che ne fa troppe.
giovedì 22 settembre 2011
Ragionevoli dubbi
Stamani in auto, di ritorno da un cliente, ascoltavo su Radio Radicale il dibattito parlamentare sull’arresto di Marco Milanese.
Ho avuto la ventura di intercettare un paio interventi.
Uno è stato quello di Silvano Moffa, di quei Responsabili che però – ho scoperto durante la diretta – oggi si chiamano Popolo e Territorio (già che c’erano, avrebbero potuto aggiungerci “e sovranità”, così avrebbero fatto il titolo del secondo capitolo di un qualsiasi manuale di diritto pubblico, quello che spiega gli elementi costitutivi dello Stato). Moffa, dicevo. Parlava e si scaldava, si appassionava, si indignava.
Quindi è stata la volta di un leghista, Luca Rodolfo Paolini. Anche lui parlava e si scaldava, si appassionava, si indignava. Specialmente contro la custodia cautelare, contro la magistratura che ha arrestato il povero Alfonso Papa e ora, porca miseria, stessa sorte potrebbe capitare all’ex consulente di Tremonti.
Pensavo tra me: certo, quanta passione civica nelle parole di costoro. Uno può anche non condividere le loro argomentazioni, ma – cribbio! – ne sono davvero convinti.
Poi però mi sono ricordato di un paio di particolari. Il primo è che Moffa è uno di quelli che un anno fa di questi tempi stava con Fini, poi per qualche settimana fu in bilico tra opposizione e maggioranza: firmò la mozione di sfiducia, ma non era d’accordo con sé stesso, non la votò e così ricominciò a sostenere il governo. Il secondo particolare è che l’Alfonso Papa che ora marcisce in prigione con grande scandalo dell’onorevole Paolini è finito lì perché lo ha voluto pure la Lega, che due mesi fa votò a favore dell’arresto. Insomma, il bravo oratore in cravatta verde se l’è presa con sé stesso e con il proprio gruppo.
E perciò le mie conclusioni sono cambiate da un minuto all’altro.
Ho pensato: non sarà che invece di nobile passione civica, è soltanto un gran gioco delle parti, sostenuto da notevoli doti di recitazione? Se Moffa a dicembre 2010 non avesse avuto i tormenti sulla fiducia e fosse rimasto con Fini, avrebbe oggi pronunciato le parole che ha pronunciato con analogo trasporto emotivo? Se Bossi ieri non avesse deciso che il suo gruppo avrebbe dovuto salvare il governo, cosa avrebbe dichiarato in aula Paolini?
Non voglio dedurne che i nostri rappresentanti in Parlamento, soprattutto quelli che appartengono allo schieramento politico che non ho votato, non siano persone intellettualmente oneste. Però a volte il dubbio sorge, ecco.
Ho avuto la ventura di intercettare un paio interventi.
Uno è stato quello di Silvano Moffa, di quei Responsabili che però – ho scoperto durante la diretta – oggi si chiamano Popolo e Territorio (già che c’erano, avrebbero potuto aggiungerci “e sovranità”, così avrebbero fatto il titolo del secondo capitolo di un qualsiasi manuale di diritto pubblico, quello che spiega gli elementi costitutivi dello Stato). Moffa, dicevo. Parlava e si scaldava, si appassionava, si indignava.
Quindi è stata la volta di un leghista, Luca Rodolfo Paolini. Anche lui parlava e si scaldava, si appassionava, si indignava. Specialmente contro la custodia cautelare, contro la magistratura che ha arrestato il povero Alfonso Papa e ora, porca miseria, stessa sorte potrebbe capitare all’ex consulente di Tremonti.
Pensavo tra me: certo, quanta passione civica nelle parole di costoro. Uno può anche non condividere le loro argomentazioni, ma – cribbio! – ne sono davvero convinti.
Poi però mi sono ricordato di un paio di particolari. Il primo è che Moffa è uno di quelli che un anno fa di questi tempi stava con Fini, poi per qualche settimana fu in bilico tra opposizione e maggioranza: firmò la mozione di sfiducia, ma non era d’accordo con sé stesso, non la votò e così ricominciò a sostenere il governo. Il secondo particolare è che l’Alfonso Papa che ora marcisce in prigione con grande scandalo dell’onorevole Paolini è finito lì perché lo ha voluto pure la Lega, che due mesi fa votò a favore dell’arresto. Insomma, il bravo oratore in cravatta verde se l’è presa con sé stesso e con il proprio gruppo.
E perciò le mie conclusioni sono cambiate da un minuto all’altro.
Ho pensato: non sarà che invece di nobile passione civica, è soltanto un gran gioco delle parti, sostenuto da notevoli doti di recitazione? Se Moffa a dicembre 2010 non avesse avuto i tormenti sulla fiducia e fosse rimasto con Fini, avrebbe oggi pronunciato le parole che ha pronunciato con analogo trasporto emotivo? Se Bossi ieri non avesse deciso che il suo gruppo avrebbe dovuto salvare il governo, cosa avrebbe dichiarato in aula Paolini?
Non voglio dedurne che i nostri rappresentanti in Parlamento, soprattutto quelli che appartengono allo schieramento politico che non ho votato, non siano persone intellettualmente oneste. Però a volte il dubbio sorge, ecco.
Fine del sogno REM
A volte veniamo a conoscenza di notizie che ci fanno ricordare improvvisamente che un capitolo del libro è chiuso. Per sempre. Fine. Ora di voltare pagina, volenti o nolenti. Non che non lo sapessimo già, che quel capitolo era concluso, ma questo genere di notizie ci urla la verità alla quale non vogliamo rassegnarci.
Ieri sera per me è stata una di quelle volte.
I REM hanno deciso di cessare l’attività e sono contento che lo abbiano fatto in modo civile, di comune accordo e prima di diventare bolsi e macchiette di sé stessi come altre gloriose rockband.
Sì, lo so che fra un cinque o sei anni faranno una reunion con un epocale concerto e – come dei Simon & Garfunkel qualsiasi – ad esso seguirà un cd live con le hit reinterpretate in quello storico happening. E poi è vero: da almeno un decennio non erano più ispirati come nel loro periodo migliore.
Ma Stipe, Mills, Buck e Berry sono la colonna sonora dei miei ultimi anni universitari e, in particolare, dei nove mesi trascorsi a scrivere la tesi di laurea, del mio periodo forse più creativo e culturalmente stimolante. Vivo la novità – i REM non ci sono più, la vuoi capire o no? – come una sorta di frustata interiore, come se quell’esperienza fosse ora lontana lontana, quasi appartenesse a un’altra vita, e non potessi più recuperarla, né fermare il tempo. Non so perché, ma mi fa questo effetto.
Provo a immaginare una classifica delle loro canzoni che mi piacciono di più, ma è veramente difficile, perché mentre scorro l’elenco dico: “questa è troppo bella, non posso lasciarla da parte”. E’ incredibile come delle canzoni dai testi talvolta ermetici, in cui il suono delle parole è più importante del messaggio logico e formale che trasmettono, possano suscitare emozioni e sensazioni piacevoli.
Comunque, proviamoci a linkare questa benedetta top ten dei brani che ascolto più volentieri (per una non ho trovato un link decente, mi spiace).
1. Talk about the passion
2. It’s the End of the World As We Know It
3. Fall on Me
4. I Believe
5. Orange Crush
6. Gardening at Night
7. Everybody Hurts
8. Half a World Away
9. Be Mine
10. Strange Currencies
Ieri sera per me è stata una di quelle volte.
I REM hanno deciso di cessare l’attività e sono contento che lo abbiano fatto in modo civile, di comune accordo e prima di diventare bolsi e macchiette di sé stessi come altre gloriose rockband.
Sì, lo so che fra un cinque o sei anni faranno una reunion con un epocale concerto e – come dei Simon & Garfunkel qualsiasi – ad esso seguirà un cd live con le hit reinterpretate in quello storico happening. E poi è vero: da almeno un decennio non erano più ispirati come nel loro periodo migliore.
Ma Stipe, Mills, Buck e Berry sono la colonna sonora dei miei ultimi anni universitari e, in particolare, dei nove mesi trascorsi a scrivere la tesi di laurea, del mio periodo forse più creativo e culturalmente stimolante. Vivo la novità – i REM non ci sono più, la vuoi capire o no? – come una sorta di frustata interiore, come se quell’esperienza fosse ora lontana lontana, quasi appartenesse a un’altra vita, e non potessi più recuperarla, né fermare il tempo. Non so perché, ma mi fa questo effetto.
Provo a immaginare una classifica delle loro canzoni che mi piacciono di più, ma è veramente difficile, perché mentre scorro l’elenco dico: “questa è troppo bella, non posso lasciarla da parte”. E’ incredibile come delle canzoni dai testi talvolta ermetici, in cui il suono delle parole è più importante del messaggio logico e formale che trasmettono, possano suscitare emozioni e sensazioni piacevoli.
Comunque, proviamoci a linkare questa benedetta top ten dei brani che ascolto più volentieri (per una non ho trovato un link decente, mi spiace).
1. Talk about the passion
2. It’s the End of the World As We Know It
3. Fall on Me
4. I Believe
5. Orange Crush
6. Gardening at Night
7. Everybody Hurts
8. Half a World Away
9. Be Mine
10. Strange Currencies
mercoledì 21 settembre 2011
La vera sfida
Il rapporto di Standard & Poor’s non è l’oracolo di Delfi. Però se lo analizziamo senza troppi pregiudizi vien fuori un quadro interessante su quel che i mercati chiedono all’Italia.
Come questo passaggio: “even under pressure, italian political institutions, incumbent monopolies, public-sector workers, and public – and private – sector unions impede the government’s ability to respond decisively to challenging economic conditions. For example, union opposition to the privatization of Alitalia in 2008 ended prospects for a takeover by Air France”. Non si chiede chissà che cosa, all’Italia: e comunque non di lasciare in braghe di tela i poveracci, ma semplicemente di avere qualche monopolio in meno e di avere dei sindacati un po’ più coraggiosi e lungimiranti, anche per attrarre investimenti esteri. Notevole il riferimento all’Alitalia, operazione che per gli aedi governativi è stata grandiosa e che qui invece viene bollata come esempio di quel che non dovrebbe accadere in un Paese liberale.
O ancora: “resistance in parliament in July 2011 led the government to drop proposals to liberalize professional services from its legislative agenda”. Più che all’opposizione e ai giornali che remano contro, credo che il passaggio si riferisca a quanto avvenuto il 14 luglio scorso, quando il governo, incalzato dai senatori-avvocati del Popolo delle Libertà (quasi tutti referenti del segretario del partito, Angelino Alfano), ritirò un emendamento che avrebbe abolito un bel po’ di ordini professionali.
Insomma,siamo in un momento in cui l’Italia avrebbe bisogno di compiere scelte importanti e anche impopolari. Ma, sembra dirci S&P, per rassicurare i mercati, per frenare la speculazione, per dare un po’ di vigore alla crescita basterebbe intanto compiere qualche piccolo passo: (e questo lo aggiungo io, non l'agenzia di rating) liberalizzare i servizi bancari e assicurativi, aprire l’accesso ad alcune professioni superando gli ostacoli attuali da parte degli ordini, intervenire sul commercio o sulle reti del gas.
A questo punto possiamo fare due considerazioni.
La prima è che il centrodestra si è riempito la bocca per diciassette anni dello slogan “meno lacci e lacciuoli” e quando è stato al governo ha fatto di tutto per spaccare l’unità sindacale, riuscendoci pure. Nonostante tutto ciò, non ha ottenuto un risultato che sia uno: anche per questo, credo, S&P è stata così impietosa.
La seconda considerazione è che gente seria, riformista e di sinistra dovrebbe avere nelle proprie corde innovazioni del genere di cui sopra. Lo stesso Partito Democratico ha avanzato proposte che vanno in tale direzione. Il problema, casomai, è: riuscirà a farle, siffatte riforme, alleandosi con chi ha intenzione di allearsi? E di farle a costo anche di vincere qualche resistenza sindacale e sfatando i tabù che persistono da queste parti? Rispondere alle due domande ritengo sia prioritario rispetto a tante sterili chiacchiere, basate magari sull'ultimo sondaggio presentato da Nando Pagnoncelli.
Come questo passaggio: “even under pressure, italian political institutions, incumbent monopolies, public-sector workers, and public – and private – sector unions impede the government’s ability to respond decisively to challenging economic conditions. For example, union opposition to the privatization of Alitalia in 2008 ended prospects for a takeover by Air France”. Non si chiede chissà che cosa, all’Italia: e comunque non di lasciare in braghe di tela i poveracci, ma semplicemente di avere qualche monopolio in meno e di avere dei sindacati un po’ più coraggiosi e lungimiranti, anche per attrarre investimenti esteri. Notevole il riferimento all’Alitalia, operazione che per gli aedi governativi è stata grandiosa e che qui invece viene bollata come esempio di quel che non dovrebbe accadere in un Paese liberale.
O ancora: “resistance in parliament in July 2011 led the government to drop proposals to liberalize professional services from its legislative agenda”. Più che all’opposizione e ai giornali che remano contro, credo che il passaggio si riferisca a quanto avvenuto il 14 luglio scorso, quando il governo, incalzato dai senatori-avvocati del Popolo delle Libertà (quasi tutti referenti del segretario del partito, Angelino Alfano), ritirò un emendamento che avrebbe abolito un bel po’ di ordini professionali.
Insomma,siamo in un momento in cui l’Italia avrebbe bisogno di compiere scelte importanti e anche impopolari. Ma, sembra dirci S&P, per rassicurare i mercati, per frenare la speculazione, per dare un po’ di vigore alla crescita basterebbe intanto compiere qualche piccolo passo: (e questo lo aggiungo io, non l'agenzia di rating) liberalizzare i servizi bancari e assicurativi, aprire l’accesso ad alcune professioni superando gli ostacoli attuali da parte degli ordini, intervenire sul commercio o sulle reti del gas.
A questo punto possiamo fare due considerazioni.
La prima è che il centrodestra si è riempito la bocca per diciassette anni dello slogan “meno lacci e lacciuoli” e quando è stato al governo ha fatto di tutto per spaccare l’unità sindacale, riuscendoci pure. Nonostante tutto ciò, non ha ottenuto un risultato che sia uno: anche per questo, credo, S&P è stata così impietosa.
La seconda considerazione è che gente seria, riformista e di sinistra dovrebbe avere nelle proprie corde innovazioni del genere di cui sopra. Lo stesso Partito Democratico ha avanzato proposte che vanno in tale direzione. Il problema, casomai, è: riuscirà a farle, siffatte riforme, alleandosi con chi ha intenzione di allearsi? E di farle a costo anche di vincere qualche resistenza sindacale e sfatando i tabù che persistono da queste parti? Rispondere alle due domande ritengo sia prioritario rispetto a tante sterili chiacchiere, basate magari sull'ultimo sondaggio presentato da Nando Pagnoncelli.
martedì 20 settembre 2011
Meno attendibili di un retroscena giornalistico
Non credo che i portavoce del governo si siano resi davvero conto di quel che hanno scritto nel loro comunicato stampa di giustificazione del declassamento da parte di una agenzia di rating.
In particolare, il passaggio
“Le valutazioni di Standard & Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose”
spiega bene i motivi stessi per i quali l’esecutivo dovrebbe dimettersi in massa.
In sostanza, se le cose stessero realmente come ci vogliono far credere i comunicatori governativi, gli analisti internazionali riterrebbero più autorevoli certi esercizi giornalistici di Repubblica, Corriere della Sera, Stampa o Messaggero – ossia, tolti gli articoli di costume pubblicati sui tabloid inglesi, quanto di meno attendibile possa esistere nel panorama mediatico dell’Europa occidentale – che non i corposi documenti ufficiali presentati alle istituzioni europee, le sostanziose manovre finanziarie, le esaurienti tabelle riepilogative, i solenni pronunciamenti parlamentari che hanno prodotto in questi ultimi mesi Berlusconi, Tremonti e i loro tecnici.
Una bella autocertificazione di fallimento politico, direi.
In particolare, il passaggio
“Le valutazioni di Standard & Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose”
spiega bene i motivi stessi per i quali l’esecutivo dovrebbe dimettersi in massa.
In sostanza, se le cose stessero realmente come ci vogliono far credere i comunicatori governativi, gli analisti internazionali riterrebbero più autorevoli certi esercizi giornalistici di Repubblica, Corriere della Sera, Stampa o Messaggero – ossia, tolti gli articoli di costume pubblicati sui tabloid inglesi, quanto di meno attendibile possa esistere nel panorama mediatico dell’Europa occidentale – che non i corposi documenti ufficiali presentati alle istituzioni europee, le sostanziose manovre finanziarie, le esaurienti tabelle riepilogative, i solenni pronunciamenti parlamentari che hanno prodotto in questi ultimi mesi Berlusconi, Tremonti e i loro tecnici.
Una bella autocertificazione di fallimento politico, direi.
Stavolta difendo Telese e Di Pietro
I miei ventiquattro lettori sanno che non nutro particolare simpatia né per il giornalista Luca Telese, né per il politico Antonio Di Pietro.
Ciononostante, negli ultimi giorni viene spontaneo schierarmi dalla loro parte e difenderli.
Cosa è successo? Cosa li accomuna in questa sorte sì triste da dover raccogliere addirittura la mia solidarietà?
Telese, agli occhi di molti, si è reso corresponsabile di una vera nefandezza: condurre un talk show insieme al vicedirettore del Giornale Nicola Porro (uno dei pochi da quelle parti che tenti di usare argomentazioni serie senza ricorrere alle deprimenti arrampicate sugli specchi cui ci hanno abituati i vari Granzotto, Veneziani e Sallusti). Scandalo e indignazione. Improvvisamente i lettori del Fatto hanno scoperto che il loro esperto di piddì proviene dal Giornale, che in passato si esibiva in ferventi sviolinate a Berlusconi e Dell’Utri e che, insomma, forse stai a vedere che non è degno di appartenere alla Tribù delle Schiene Dritte come gli altri giornalisti della testata del grande stregone Padellaro. E poco importa se gli amorosi sensi tra Fatto e Giornale sono all’ordine del giorno: basta che ci sia di mezzo il PD e gli articoli dei due quotidiani sono sempre parecchio simili (o addirittura linkati nelle rispettive edizioni online). Insomma, a Telese sta oggi succedendo quel che in passato è successo a Matteo Renzi: un eroe finché parla male di Bersani & c. (poco importa se il più delle volte con argomentazioni sterili), un berluschino da strapazzo quando, facendo il proprio mestiere, dialoga con qualcuno poco gradito.
Capitolo Di Pietro. Anche in questa circostanza è successo che militanti che hanno chiuso entrambi gli occhi su un simbolo di partito in cui il nome del leader è più grande del marchio della ditta, che hanno sempre accettato una struttura interna che di democratico ha poco o niente, che hanno sempre sopportato l’ascesa di personaggi riciclatissimi, hanno improvvisamente scoperto che il figlio del fondatore leader factotum deus ex machina non può essere candidato alle regionali come un Trota qualunque.
Ecco, io credo che non ci sia niente di male se Telese fa un programma televisivo con Porro (non mi esprimo sulle accuse di Luisella Costamagna in merito) e credo che non ci sia niente di male se Di Pietro mette in lista alle elezioni suo figlio. Spetterà ai telespettatori e agli elettori giudicare.
Però questi personaggi devono riflettere su un dato. La loro fortuna è stata cavalcare la demagogia e/o costruirsi un’aura da duri e puri. Avrebbero dovuto sapere che la demagogia e il duropurismo questo hanno come controindicazione: c’è sempre qualcuno più demagogo, c’è sempre qualcuno più duro e puro. E quando questo qualcuno esce dalla tana e si palesa, son dolori.
Ciononostante, negli ultimi giorni viene spontaneo schierarmi dalla loro parte e difenderli.
Cosa è successo? Cosa li accomuna in questa sorte sì triste da dover raccogliere addirittura la mia solidarietà?
Telese, agli occhi di molti, si è reso corresponsabile di una vera nefandezza: condurre un talk show insieme al vicedirettore del Giornale Nicola Porro (uno dei pochi da quelle parti che tenti di usare argomentazioni serie senza ricorrere alle deprimenti arrampicate sugli specchi cui ci hanno abituati i vari Granzotto, Veneziani e Sallusti). Scandalo e indignazione. Improvvisamente i lettori del Fatto hanno scoperto che il loro esperto di piddì proviene dal Giornale, che in passato si esibiva in ferventi sviolinate a Berlusconi e Dell’Utri e che, insomma, forse stai a vedere che non è degno di appartenere alla Tribù delle Schiene Dritte come gli altri giornalisti della testata del grande stregone Padellaro. E poco importa se gli amorosi sensi tra Fatto e Giornale sono all’ordine del giorno: basta che ci sia di mezzo il PD e gli articoli dei due quotidiani sono sempre parecchio simili (o addirittura linkati nelle rispettive edizioni online). Insomma, a Telese sta oggi succedendo quel che in passato è successo a Matteo Renzi: un eroe finché parla male di Bersani & c. (poco importa se il più delle volte con argomentazioni sterili), un berluschino da strapazzo quando, facendo il proprio mestiere, dialoga con qualcuno poco gradito.
Capitolo Di Pietro. Anche in questa circostanza è successo che militanti che hanno chiuso entrambi gli occhi su un simbolo di partito in cui il nome del leader è più grande del marchio della ditta, che hanno sempre accettato una struttura interna che di democratico ha poco o niente, che hanno sempre sopportato l’ascesa di personaggi riciclatissimi, hanno improvvisamente scoperto che il figlio del fondatore leader factotum deus ex machina non può essere candidato alle regionali come un Trota qualunque.
Ecco, io credo che non ci sia niente di male se Telese fa un programma televisivo con Porro (non mi esprimo sulle accuse di Luisella Costamagna in merito) e credo che non ci sia niente di male se Di Pietro mette in lista alle elezioni suo figlio. Spetterà ai telespettatori e agli elettori giudicare.
Però questi personaggi devono riflettere su un dato. La loro fortuna è stata cavalcare la demagogia e/o costruirsi un’aura da duri e puri. Avrebbero dovuto sapere che la demagogia e il duropurismo questo hanno come controindicazione: c’è sempre qualcuno più demagogo, c’è sempre qualcuno più duro e puro. E quando questo qualcuno esce dalla tana e si palesa, son dolori.
lunedì 19 settembre 2011
Strateghi
Siamo a Roma, nella situation room del Partito Democratico.
Tutti i maggiori esponenti della più importante forza politica di opposizione sono lì riuniti per strategie decisive in vista degli appuntamenti elettorali dei prossimi due anni.
“La situassione è seria. La recessione, la pressione fiscale ai massimi storici, il rischio di défault, il prestigio internassionale andato a mignotte... Bisogna provvedere, bisogna fare qualcosa, ché qua il rischio di vincere le prossime elessioni politiche diventa sempre più forte, vé. Oh, ragassi, siam mica qui per riempire le urne di voti piddì!”
“Hai ragione, dobbiamo correre ai ripari”
“Potremmo iniziare con un evergreen: la polemica sul tema ‘è meglio allearsi con la sinistra o con i centristi?’, per esempio”.
“Buona idea. Il dibattito interno sulle possibili alleanze non ha mai tradito: fa incazzare i nostri elettori e dà modo ai nostri avversari di riorganizzarsi. Non soltanto, sposta voti da noi ai nostri possibili e teorici alleati”.
“Okay, vada per la polemica sulle alleanze. Ci pensi tu a rilasciare l’intervista al Corriere della Sera?”
“D’accordo. Vado giù pesante contro Tonino e Nichi?”
“Sì. Io invece me la prendo con Pier”.
“Mi raccomando: toni saccenti e arroganti, ognuno ha la verità in tasca”
“Tranquillo, sappiamo come fare, in queste cose non ci batte nessuno”
“Io ho dei buoni contatti con il retroscenista della Stampa. Potrei spargere un po’ di voci...”
"Di quelle che poi il titolo diventa 'alleanze, tensione nel PD contro il segretario'?"
"Sì"
“Quanto potremmo perdere nei sondaggi con ‘sta roba?”
“Un punto, come minimo”
“Perfetto!”
“Sì, però non basta. Ci vuole qualcosa di più forte, di più efficace”
“Credo che Repubblica voglia riproporre, sulla scia delle ultime intercettazioni, un nuovo tormentone di domande”
“Che palle!”
“Eh beh... però farebbe il nostro gioco. Ricompatterebbe il centrodestra, sposterebbe l’attenzione dai problemi degli italiani ai problemi di Berlusconi. E comunque questa è roba per Di Pietro e Travaglio, è il loro campo d’azione; noi lasciamoli parlare, che pure loro hanno il nostro stesso obiettivo: perdere. Anzi, speriamo che se la prendano pure con Napolitano, così si arrabbia pure lui, ma non possiamo essere noi a prendere l'iniziativa”
“Uhm, sì... buona pure questa”
“E se candidassimo Penati?”
“No, questo è troppo. Ci vuole qualcosa di più sottile, così sarebbe troppo smaccata. Va bene scendere nei sondaggi, ma non troppo”
“Uhm, forse hai ragione”
“Sentite... tanto Scalfarotto oggi non c’è: che ne dite di una bella polemica sui fro... sui gay?”
“Ottimo!”
“Grande!”
“Sei sempre il migliore!”
“Il più intelligente di tutti!”
“La classe non è acqua”
“Io potrei scrivere una lettera a Repubblica. E’ già un mese che non scrivo una delle mie missive e proprio ieri ho letto una citazione di don Milani che mi piace, potrei collegarla a una cosina su Terzani e poi fra qualche giorno sarà il trentennale dell’assassinio di Sadat, così ci metto pure l’Africa”
“No, la lettera no... risparmiacela, per favore; tanto è inutile, è talmente insignificante che non ci fa nemmeno più perdere voti. Altre proposte?”
“Mah, per esempio un elogio a Marchionne o a quello delle ferrovie, come si chiama?, Moretti”
“Giusto, è un po’ che non facciamo incazzare quelli della Cgil!”
“Bene, credo che abbiamo messo un bel po’ di carne al fuoco, per questa settimana. Continuiamo così: sarà dura perdere a questo giro, ma possiamo ancora farcela”.
Tutti i maggiori esponenti della più importante forza politica di opposizione sono lì riuniti per strategie decisive in vista degli appuntamenti elettorali dei prossimi due anni.
“La situassione è seria. La recessione, la pressione fiscale ai massimi storici, il rischio di défault, il prestigio internassionale andato a mignotte... Bisogna provvedere, bisogna fare qualcosa, ché qua il rischio di vincere le prossime elessioni politiche diventa sempre più forte, vé. Oh, ragassi, siam mica qui per riempire le urne di voti piddì!”
“Hai ragione, dobbiamo correre ai ripari”
“Potremmo iniziare con un evergreen: la polemica sul tema ‘è meglio allearsi con la sinistra o con i centristi?’, per esempio”.
“Buona idea. Il dibattito interno sulle possibili alleanze non ha mai tradito: fa incazzare i nostri elettori e dà modo ai nostri avversari di riorganizzarsi. Non soltanto, sposta voti da noi ai nostri possibili e teorici alleati”.
“Okay, vada per la polemica sulle alleanze. Ci pensi tu a rilasciare l’intervista al Corriere della Sera?”
“D’accordo. Vado giù pesante contro Tonino e Nichi?”
“Sì. Io invece me la prendo con Pier”.
“Mi raccomando: toni saccenti e arroganti, ognuno ha la verità in tasca”
“Tranquillo, sappiamo come fare, in queste cose non ci batte nessuno”
“Io ho dei buoni contatti con il retroscenista della Stampa. Potrei spargere un po’ di voci...”
"Di quelle che poi il titolo diventa 'alleanze, tensione nel PD contro il segretario'?"
"Sì"
“Quanto potremmo perdere nei sondaggi con ‘sta roba?”
“Un punto, come minimo”
“Perfetto!”
“Sì, però non basta. Ci vuole qualcosa di più forte, di più efficace”
“Credo che Repubblica voglia riproporre, sulla scia delle ultime intercettazioni, un nuovo tormentone di domande”
“Che palle!”
“Eh beh... però farebbe il nostro gioco. Ricompatterebbe il centrodestra, sposterebbe l’attenzione dai problemi degli italiani ai problemi di Berlusconi. E comunque questa è roba per Di Pietro e Travaglio, è il loro campo d’azione; noi lasciamoli parlare, che pure loro hanno il nostro stesso obiettivo: perdere. Anzi, speriamo che se la prendano pure con Napolitano, così si arrabbia pure lui, ma non possiamo essere noi a prendere l'iniziativa”
“Uhm, sì... buona pure questa”
“E se candidassimo Penati?”
“No, questo è troppo. Ci vuole qualcosa di più sottile, così sarebbe troppo smaccata. Va bene scendere nei sondaggi, ma non troppo”
“Uhm, forse hai ragione”
“Sentite... tanto Scalfarotto oggi non c’è: che ne dite di una bella polemica sui fro... sui gay?”
“Ottimo!”
“Grande!”
“Sei sempre il migliore!”
“Il più intelligente di tutti!”
“La classe non è acqua”
“Io potrei scrivere una lettera a Repubblica. E’ già un mese che non scrivo una delle mie missive e proprio ieri ho letto una citazione di don Milani che mi piace, potrei collegarla a una cosina su Terzani e poi fra qualche giorno sarà il trentennale dell’assassinio di Sadat, così ci metto pure l’Africa”
“No, la lettera no... risparmiacela, per favore; tanto è inutile, è talmente insignificante che non ci fa nemmeno più perdere voti. Altre proposte?”
“Mah, per esempio un elogio a Marchionne o a quello delle ferrovie, come si chiama?, Moretti”
“Giusto, è un po’ che non facciamo incazzare quelli della Cgil!”
“Bene, credo che abbiamo messo un bel po’ di carne al fuoco, per questa settimana. Continuiamo così: sarà dura perdere a questo giro, ma possiamo ancora farcela”.
domenica 18 settembre 2011
L'arte di cambiare discorso
Ieri, come tutti i sabati, ero a desinare a casa dei miei.
Mia madre (73 anni, scuola dell’obbligo, colf in pensione): “Senti, spiegami una cosa. Ma Bersani sta dando i numeri?”
Io: “In che senso?”
Mia madre: “Maaa... ‘un si capisce mica, che vòl fa’... L’Ulivo, che però non è l’Ulivo... ma se si rimette con quelli di prima perché ‘un dovrebbe essere l’Ulivo?”
Mio padre (81 anni, scuola dell’obbligo, operaio in pensione): “Bersani, anco lu', era partito bene, ma ora lo prendan tutti per il culo, ‘un ve n’accorgete? Casini lo prende per il culo, Di Pietro lo prende per il culo, Vendola lo prende per il culo. Ma dove vòle anda’?”
Mia madre: (rivolta a mio padre) “Stavo parlando io! Fammi finire!” (rivolta a me) “Qual è la differenza se tanto sono i soliti a fare l’alleanza?”
Mio padre: “Manca Mastella e Bertinotti. Sai che sconvolgimento... Perché, forse che Di Pietro fa meno casino di loro lì? Vendola, quella gente lì...”
Mia madre: “Tanto poi litigano lo stesso!”
Io: “Mamma, hai fatto il dolce, vedo: che ci hai messo dentro?”
Mia madre (73 anni, scuola dell’obbligo, colf in pensione): “Senti, spiegami una cosa. Ma Bersani sta dando i numeri?”
Io: “In che senso?”
Mia madre: “Maaa... ‘un si capisce mica, che vòl fa’... L’Ulivo, che però non è l’Ulivo... ma se si rimette con quelli di prima perché ‘un dovrebbe essere l’Ulivo?”
Mio padre (81 anni, scuola dell’obbligo, operaio in pensione): “Bersani, anco lu', era partito bene, ma ora lo prendan tutti per il culo, ‘un ve n’accorgete? Casini lo prende per il culo, Di Pietro lo prende per il culo, Vendola lo prende per il culo. Ma dove vòle anda’?”
Mia madre: (rivolta a mio padre) “Stavo parlando io! Fammi finire!” (rivolta a me) “Qual è la differenza se tanto sono i soliti a fare l’alleanza?”
Mio padre: “Manca Mastella e Bertinotti. Sai che sconvolgimento... Perché, forse che Di Pietro fa meno casino di loro lì? Vendola, quella gente lì...”
Mia madre: “Tanto poi litigano lo stesso!”
Io: “Mamma, hai fatto il dolce, vedo: che ci hai messo dentro?”
sabato 17 settembre 2011
Un uomo
Anni fa lavoravo in un’azienda la cui sede era non lontana da una chiesa. Così, prima di andare a lavoro, la mattina presto spesso entravo cinque minuti e mi sedevo sull’ultima panca. Mi piaceva il fatto che non ci fosse nessuno tranne me.
Un giorno – non ricordo il mese e l’anno, ma faceva freddo – sul sagrato vidi un uomo. Malvestito, sporco, capelli neri lunghi untissimi, barbona selvaggia, cappotto lacero e scarponi mezzi rotti. Non sembrava anziano, così a occhio avrà avuto sui cinquant’anni; ...cinquantacinque, va'. Ripiegato su sé stesso, aveva, appoggiato alla mano, un sacchetto del supermercato con dentro qualcosa che sembrava un capo di abbigliamento. Mi avvicinai perché la postura era strana e non sapevo se stesse soltanto dormendo o, considerato il clima rigido di quei giorni, ci fosse qualcosa di ben più grave in quella posizione anomala. Mi venne fuori un imbarazzato e completamente fuori luogo “ehm, t-tutto bene?”. L’uomo si svegliò, mi guardò male mandandomi silenziosamente a quel paese. Provai un "no, niente... è che... ha bisogno di qualcosa?", ma lui si rigirò dall’altra parte e riprese a dormire.
Lo rividi spesso, nelle settimane successive. Capii che stava fuori, sdraiato sul sagrato, e poi, quando il prete apriva il portone, lui entrava dentro e si metteva a dormire su una panca. Seduto, non sdraiato. Russava proprio. Quelle mattine la chiesa era il suo odore di uomo che non si era lavato (e certe volte bisognava proprio stare a distanza) e il suo rumore di sonno pesante. Poi era freddo e quindi ogni tanto tossiva forte o scatarrava, lasciandone tracce sulla barba lunga o sul cappotto sempre più lercio. Mi accorsi pure che camminava male: non era zoppo, ma i suoi passi erano corti e incerti. A volte avevo voglia di avvicinarmi, di chiedergli se avesse bisogno di qualcosa, ma quando ti guardava era come se ti dicesse “stammi alla larga, non voglio la tua compassione, non voglio la tua elemosina”.
O forse erano i miei sensi di colpa a parlarmi in quella maniera.
Un giorno mi capitò di passare davanti la chiesa in auto. Lui era sul ciglio della strada, con il suo cappottaccio e il suo sacchetto del supermercato. Mi guardò. Io lo guardai. Gli feci un cenno di saluto. Poi, dallo specchietto retrovisore, vidi che continuava a guardarmi. Rigorosamente senza rispondere al saluto e sempre con quell’aria alla “che cazzo vuoi da me?”.
E insomma questa cosa di incrociarci dalle parti della chiesa andò avanti un po’ per tutto l’inverno e la primavera successiva. A volte, poi, lo vedevo dalle parti della stazione, altre nella via buona del centro storico: sempre più sporco, sempre più capellone, con la barba sempre più incolta, le scarpe ridotte a sandali, il modo di camminare sempre più stentato. Ma io credevo di aver capito il personaggio e quindi facevo il vago.
Poi un giorno di qualche tempo fa lo rividi seduto su un muretto lungo una strada del quartiere dove abito. Si era tagliato i capelli: ancora un po’ lunghi, ma tenuti decentemente. La barba, pure, era lunga, ma già più curata. Gli abiti erano dignitosi. Aveva occhiali che gli conferivano un’aria da persona colta. Infatti, quello che mi colpì è che stava leggendo il giornale. Non un quotidiano vecchio, quello del giorno. E non il foglio locale, quello che sbaglia i verbi intransitivi nelle locandine e racconta dell’iguana trovato in un giardino di periferia: no, leggeva Repubblica.
Era lui? Sì, sì: era lui. “Salve”, gli feci con un filo di voce. Anzi, forse non arrivai nemmeno al “ve”, dissi soltanto “sal”. Stavolta rispose al saluto. Alla sua maniera, intendiamoci: “Mmh” e un movimento appena appena accennato della testa per poi reimmergersi nella lettura dell’articolo.
Basta, tutto questo bel cappello per dire che stamani ho incrociato di nuovo quell’uomo dopo tanto tempo. Stava camminando e camminava bene, ho notato che la barba si è trasformata in un pizzetto e sembra ringiovanito; ancora con il sacchetto del supermercato in mano a mo’ di valigia, ma l’effetto è meno drastico rispetto a qualche anno fa.
Non so come si chiama, non so quali vicende umane abbia vissuto. Però mi ha fatto piacere vedere che la vita gli gira meglio rispetto a qualche anno fa (e non certo per merito mio). Mi piace pensare che la sua misantropia altro non fosse che il suo modo di esprimere dignità.
Un giorno – non ricordo il mese e l’anno, ma faceva freddo – sul sagrato vidi un uomo. Malvestito, sporco, capelli neri lunghi untissimi, barbona selvaggia, cappotto lacero e scarponi mezzi rotti. Non sembrava anziano, così a occhio avrà avuto sui cinquant’anni; ...cinquantacinque, va'. Ripiegato su sé stesso, aveva, appoggiato alla mano, un sacchetto del supermercato con dentro qualcosa che sembrava un capo di abbigliamento. Mi avvicinai perché la postura era strana e non sapevo se stesse soltanto dormendo o, considerato il clima rigido di quei giorni, ci fosse qualcosa di ben più grave in quella posizione anomala. Mi venne fuori un imbarazzato e completamente fuori luogo “ehm, t-tutto bene?”. L’uomo si svegliò, mi guardò male mandandomi silenziosamente a quel paese. Provai un "no, niente... è che... ha bisogno di qualcosa?", ma lui si rigirò dall’altra parte e riprese a dormire.
Lo rividi spesso, nelle settimane successive. Capii che stava fuori, sdraiato sul sagrato, e poi, quando il prete apriva il portone, lui entrava dentro e si metteva a dormire su una panca. Seduto, non sdraiato. Russava proprio. Quelle mattine la chiesa era il suo odore di uomo che non si era lavato (e certe volte bisognava proprio stare a distanza) e il suo rumore di sonno pesante. Poi era freddo e quindi ogni tanto tossiva forte o scatarrava, lasciandone tracce sulla barba lunga o sul cappotto sempre più lercio. Mi accorsi pure che camminava male: non era zoppo, ma i suoi passi erano corti e incerti. A volte avevo voglia di avvicinarmi, di chiedergli se avesse bisogno di qualcosa, ma quando ti guardava era come se ti dicesse “stammi alla larga, non voglio la tua compassione, non voglio la tua elemosina”.
O forse erano i miei sensi di colpa a parlarmi in quella maniera.
Un giorno mi capitò di passare davanti la chiesa in auto. Lui era sul ciglio della strada, con il suo cappottaccio e il suo sacchetto del supermercato. Mi guardò. Io lo guardai. Gli feci un cenno di saluto. Poi, dallo specchietto retrovisore, vidi che continuava a guardarmi. Rigorosamente senza rispondere al saluto e sempre con quell’aria alla “che cazzo vuoi da me?”.
E insomma questa cosa di incrociarci dalle parti della chiesa andò avanti un po’ per tutto l’inverno e la primavera successiva. A volte, poi, lo vedevo dalle parti della stazione, altre nella via buona del centro storico: sempre più sporco, sempre più capellone, con la barba sempre più incolta, le scarpe ridotte a sandali, il modo di camminare sempre più stentato. Ma io credevo di aver capito il personaggio e quindi facevo il vago.
Poi un giorno di qualche tempo fa lo rividi seduto su un muretto lungo una strada del quartiere dove abito. Si era tagliato i capelli: ancora un po’ lunghi, ma tenuti decentemente. La barba, pure, era lunga, ma già più curata. Gli abiti erano dignitosi. Aveva occhiali che gli conferivano un’aria da persona colta. Infatti, quello che mi colpì è che stava leggendo il giornale. Non un quotidiano vecchio, quello del giorno. E non il foglio locale, quello che sbaglia i verbi intransitivi nelle locandine e racconta dell’iguana trovato in un giardino di periferia: no, leggeva Repubblica.
Era lui? Sì, sì: era lui. “Salve”, gli feci con un filo di voce. Anzi, forse non arrivai nemmeno al “ve”, dissi soltanto “sal”. Stavolta rispose al saluto. Alla sua maniera, intendiamoci: “Mmh” e un movimento appena appena accennato della testa per poi reimmergersi nella lettura dell’articolo.
Basta, tutto questo bel cappello per dire che stamani ho incrociato di nuovo quell’uomo dopo tanto tempo. Stava camminando e camminava bene, ho notato che la barba si è trasformata in un pizzetto e sembra ringiovanito; ancora con il sacchetto del supermercato in mano a mo’ di valigia, ma l’effetto è meno drastico rispetto a qualche anno fa.
Non so come si chiama, non so quali vicende umane abbia vissuto. Però mi ha fatto piacere vedere che la vita gli gira meglio rispetto a qualche anno fa (e non certo per merito mio). Mi piace pensare che la sua misantropia altro non fosse che il suo modo di esprimere dignità.
venerdì 16 settembre 2011
Non una profezia seria
Fossi uno scommettitore domani mattina andrei alla Snai e punterei uno stipendio mensile che i giornali del 16 settembre 2012 – fra un anno esatto, insomma – parleranno dei seguenti argomenti:
* i pm e Berlusconi;
* la Rai non ha ancora rinnovato il contratto a un noto conduttore (conduttrice) alla vigilia dell’inizio della stagione televisiva: polemiche;
* una qualsiasi agenzia di rating e la crisi economica;
* alle sorgenti del Po il leader della Lega Nord invoca la secessione e fa un gestaccio (corna o dito medio);
* alla Festa Democratica, il riluttante segretario del PD alla fine dà retta ai militanti che gli chiedono di fare una cosa di buonsenso;
* alla Festa dell’Italia dei Valori, Di Pietro attacca Casini;
* l’Inter ha problemi con l’allenatore.
* i pm e Berlusconi;
* la Rai non ha ancora rinnovato il contratto a un noto conduttore (conduttrice) alla vigilia dell’inizio della stagione televisiva: polemiche;
* una qualsiasi agenzia di rating e la crisi economica;
* alle sorgenti del Po il leader della Lega Nord invoca la secessione e fa un gestaccio (corna o dito medio);
* alla Festa Democratica, il riluttante segretario del PD alla fine dà retta ai militanti che gli chiedono di fare una cosa di buonsenso;
* alla Festa dell’Italia dei Valori, Di Pietro attacca Casini;
* l’Inter ha problemi con l’allenatore.
La mia teoria su Augusto Minzolini
Hanno fatto parecchio discutere gli ultimi editoriali di Augusto Minzolini, direttore del Tg1: quello di una settimana fa, in cui se la prende con l'opposizione perché vota contro la manovra economica, e quello di ieri sera in cui va all'attacco della magistratura che fa ricorso alle intercettazioni.
Ora, io ho una teoria in proposito.
Secondo me, lo fa apposta.
Spiego perché.
Esagerando sempre più con i suoi editoriali macchietta, arriverà il giorno in cui qualcuno si romperà definitivamente gli zebedei e lui verrà rimosso, con sommo gaudio dei politici di centrosinistra e della blogosfera antiberlusconiana. Quel giorno, il direttorissimo celebrerà il suo trionfo. Vestendo i panni del "Giornalista Scomodo Vittima dei Poteri Forti", scriverà libri, terrà conferenze, forse gli verrà data la conduzione di un programma televisivo o fonderà un settimanale. Racconterà retroscena di quando quella volta il segretario del partito di opposizione gli ha telefonato per raccomandargli Tizio o di quell'altra volta che la giornalista Caia, prima di leggere una notizia, ha telefonato al politico ("del PDS-DS-PD") Sempronio: Tizio, Caia e Sempronio smentiranno, Minzolini confermerà, Il Giornale ci farà il titolo a sei colonne e chi più ne ha più ne metta.
E fra quindici o vent'anni, quando tutti ci saremo dimenticati sia i suoi editoriali macchietta, sia il Tg1 trasformato da dignitoso telegiornale a indegno varietà pseudo-informativo, lui sarà un eroe dei nostri tempi.
Intendiamoci, se tutto ciò sarà possibile non è colpa di Minzolini, ma di un sistema - quello del giornalismo italiano - dove un complotto non si nega a nessuno e dove lo scoop non è "pubblicare una notizia che nessuno ha", ma riportare la dichiarazione off the record di un politico o, tutt'al più, trascrivere una sentenza giudiziaria o un faldone di intercettazioni della magistratura.
Come uscirne?
Ecco, io propongo questo. La prossima volta che Minzolini andrà in video per recitare il suo monologo, facciamo finta di niente. Vincenzo Vita e Pancho Pardi non rilascino dichiarazioni, Paolo Garimberti faccia il vago e i giornali non riportino la notizia. Del resto, l'editoriale minzoliniano appiattito sulle ragioni del Governo Berlusconi è tutto fuorché una notizia.
Ora, io ho una teoria in proposito.
Secondo me, lo fa apposta.
Spiego perché.
Esagerando sempre più con i suoi editoriali macchietta, arriverà il giorno in cui qualcuno si romperà definitivamente gli zebedei e lui verrà rimosso, con sommo gaudio dei politici di centrosinistra e della blogosfera antiberlusconiana. Quel giorno, il direttorissimo celebrerà il suo trionfo. Vestendo i panni del "Giornalista Scomodo Vittima dei Poteri Forti", scriverà libri, terrà conferenze, forse gli verrà data la conduzione di un programma televisivo o fonderà un settimanale. Racconterà retroscena di quando quella volta il segretario del partito di opposizione gli ha telefonato per raccomandargli Tizio o di quell'altra volta che la giornalista Caia, prima di leggere una notizia, ha telefonato al politico ("del PDS-DS-PD") Sempronio: Tizio, Caia e Sempronio smentiranno, Minzolini confermerà, Il Giornale ci farà il titolo a sei colonne e chi più ne ha più ne metta.
E fra quindici o vent'anni, quando tutti ci saremo dimenticati sia i suoi editoriali macchietta, sia il Tg1 trasformato da dignitoso telegiornale a indegno varietà pseudo-informativo, lui sarà un eroe dei nostri tempi.
Intendiamoci, se tutto ciò sarà possibile non è colpa di Minzolini, ma di un sistema - quello del giornalismo italiano - dove un complotto non si nega a nessuno e dove lo scoop non è "pubblicare una notizia che nessuno ha", ma riportare la dichiarazione off the record di un politico o, tutt'al più, trascrivere una sentenza giudiziaria o un faldone di intercettazioni della magistratura.
Come uscirne?
Ecco, io propongo questo. La prossima volta che Minzolini andrà in video per recitare il suo monologo, facciamo finta di niente. Vincenzo Vita e Pancho Pardi non rilascino dichiarazioni, Paolo Garimberti faccia il vago e i giornali non riportino la notizia. Del resto, l'editoriale minzoliniano appiattito sulle ragioni del Governo Berlusconi è tutto fuorché una notizia.
giovedì 15 settembre 2011
Riflessione sui sondaggi di questi giorni
Girano sondaggi che danno il centrosinistra in discreto vantaggio sul centrodestra, ma quest’ultimo vincente in caso di alleanza con il terzo polo. E tutti ci chiediamo come ciò sia possibile, dopo i pasticci e i danni combinati dal governo in carica.
Io non sono un sondaggista, né un sociologo e nemmeno un fine politologo, ma azzardo lo stesso una lettura.
1. Le stesse rilevazioni di cui sopra dicono che appena un elettore su cinque – ossia, meno di tutti coloro che voterebbero per il Popolo delle Libertà – concede ancora un credito di fiducia in Berlusconi. Purtroppo, ciò non significa che gli altri quattro abbiano fiducia nell’opposizione. Tutt’altro: la SWG, un istituto certo non sospettabile di simpatie governative, rileva che nel centrosinistra ripongono speranze in pochi. Questo dato dovrebbe far riflettere Bersani, Di Pietro e Vendola, in particolare sulle questioni morali che li tirano in ballo o sulle risposte programmatiche che non danno o sul senso di responsabilità istituzionale che non sempre mostrano di avere. Sbaglierò, ma resto convinto che sono tuttora più numerosi i voti che passano da un partito all’altro di quello schieramento, che non quelli che migrano dal centrodestra (o dall’area di astensione) al centrosinistra. No, lo sottolineo perché poi magari ce la prendiamo con Barroso quando riceve Berlusconi...
2. Ho la sensazione che molti, anche nel PdL, diano ormai per acquisito che Berlusconi non si ripresenti alle elezioni. E che quando si pone loro la domanda “chi voteresti oggi” pensino a un candidato diverso, magari eterodiretto, ma in ogni caso “qualcun altro”. Credo sia questo il motivo per cui, nonostante tutto, il centrodestra ha ancora la possibilità di vincere e l’alleanza con il terzo polo rimane uno scenario credibile. Mi piacerebbe vedere un sondaggio che chiedesse “chi voteresti oggi se il candidato premier del centrodestra fosse Berlusconi” e “chi voteresti oggi se il candidato premier del centrodestra fosse Alfano”: non ho certezze, ma non escluderei di leggere dati contrastanti e poco piacevoli per il centrosinistra.
3. Tutti questi sondaggi, in ogni caso, non tengono conto della vera incognita: la legge elettorale. Se andassimo oggi a elezioni, credo che la triade PD-IdV-SEL – sempre alla luce di queste rilevazioni – dovrebbe essere preoccupata più che altro per il risultato del Senato, dove il premio di maggioranza su base regionale renderebbe del tutto aleatoria la formazione di una vera base parlamentare in grado di sostenere un governo. Ma oggi non sappiamo se, quando andremo alle urne, ci sarà l’attuale legge elettorale o, grazie al referendum, sarà ripristinato il Mattarellum (escludo che sia possibile in questa legislatura approvare la proposta piddina). Nel caso si torni al vecchio sistema, esso avvantaggerebbe il centrosinistra che aveva sempre ottenuto risultati importanti nel maggioritario, riuscendo a candidare personaggi legati al territorio o con un profilo meno “gerarchia nominata dall’alto” rispetto a quel che riuscivano a proporre i suoi avversari.
4. Alla luce di tutto ciò, trovo che questi sondaggi siano indicatori interessanti per misurare quanto vicine sono le forze politiche alle esigenze dei cittadini (e la risposta è: poco, sia da una parte che dall’altra), ma piuttosto fuorvianti rispetto alla vittoria dell’uno o dell’altro schieramento.
Io non sono un sondaggista, né un sociologo e nemmeno un fine politologo, ma azzardo lo stesso una lettura.
1. Le stesse rilevazioni di cui sopra dicono che appena un elettore su cinque – ossia, meno di tutti coloro che voterebbero per il Popolo delle Libertà – concede ancora un credito di fiducia in Berlusconi. Purtroppo, ciò non significa che gli altri quattro abbiano fiducia nell’opposizione. Tutt’altro: la SWG, un istituto certo non sospettabile di simpatie governative, rileva che nel centrosinistra ripongono speranze in pochi. Questo dato dovrebbe far riflettere Bersani, Di Pietro e Vendola, in particolare sulle questioni morali che li tirano in ballo o sulle risposte programmatiche che non danno o sul senso di responsabilità istituzionale che non sempre mostrano di avere. Sbaglierò, ma resto convinto che sono tuttora più numerosi i voti che passano da un partito all’altro di quello schieramento, che non quelli che migrano dal centrodestra (o dall’area di astensione) al centrosinistra. No, lo sottolineo perché poi magari ce la prendiamo con Barroso quando riceve Berlusconi...
2. Ho la sensazione che molti, anche nel PdL, diano ormai per acquisito che Berlusconi non si ripresenti alle elezioni. E che quando si pone loro la domanda “chi voteresti oggi” pensino a un candidato diverso, magari eterodiretto, ma in ogni caso “qualcun altro”. Credo sia questo il motivo per cui, nonostante tutto, il centrodestra ha ancora la possibilità di vincere e l’alleanza con il terzo polo rimane uno scenario credibile. Mi piacerebbe vedere un sondaggio che chiedesse “chi voteresti oggi se il candidato premier del centrodestra fosse Berlusconi” e “chi voteresti oggi se il candidato premier del centrodestra fosse Alfano”: non ho certezze, ma non escluderei di leggere dati contrastanti e poco piacevoli per il centrosinistra.
3. Tutti questi sondaggi, in ogni caso, non tengono conto della vera incognita: la legge elettorale. Se andassimo oggi a elezioni, credo che la triade PD-IdV-SEL – sempre alla luce di queste rilevazioni – dovrebbe essere preoccupata più che altro per il risultato del Senato, dove il premio di maggioranza su base regionale renderebbe del tutto aleatoria la formazione di una vera base parlamentare in grado di sostenere un governo. Ma oggi non sappiamo se, quando andremo alle urne, ci sarà l’attuale legge elettorale o, grazie al referendum, sarà ripristinato il Mattarellum (escludo che sia possibile in questa legislatura approvare la proposta piddina). Nel caso si torni al vecchio sistema, esso avvantaggerebbe il centrosinistra che aveva sempre ottenuto risultati importanti nel maggioritario, riuscendo a candidare personaggi legati al territorio o con un profilo meno “gerarchia nominata dall’alto” rispetto a quel che riuscivano a proporre i suoi avversari.
4. Alla luce di tutto ciò, trovo che questi sondaggi siano indicatori interessanti per misurare quanto vicine sono le forze politiche alle esigenze dei cittadini (e la risposta è: poco, sia da una parte che dall’altra), ma piuttosto fuorvianti rispetto alla vittoria dell’uno o dell’altro schieramento.
mercoledì 14 settembre 2011
La tribù delle Schiene Dritte va a Bruxelles
Tempo fa parlavo della Tribù delle Schiene Dritte. Un gruppo formato da persone intimamente buone, rette, oneste, specchiate, non disponibili a compromessi. Un gradino sopra tutti noi.
Il vero Schiena Dritta è fieramente antiberlusconiano e non ha dubbi su come ci si debba comportare nei confronti di quel tizio che attualmente fa il presidente del Consiglio in Italia.
Uno dei principali esponenti della Tribù, Paolo Flores d’Arcais, oggi ci dà una lezione di schienadrittismo dalle colonne del Fatto Quotidiano. Il filosofo in un editoriale significativamente intitolato “Come fa l’Europa a ricevere B.?” se la prende con quelle mezze calzette fifone e pavide che hanno dato prova di non poter mai essere ammesse alla Tribù. “A non aver onorato i propri doveri istituzionali sono invece Barroso e Van Rompuy, che si sono prestati a fare da “spalle” alla pantomima con cui il plurinquisito amico di Putin cerca una volta di più di sfuggire alla “legge eguale per tutti” (...) Barroso e Von Rompuy, entrambi del Partito popolare europeo come il plurinquisito di Arcore, hanno obbedito (Manzoni avrebbe detto: “La sciagurata rispose”)”.
Il problema della Tribù e il motivo per cui sarà sempre perdente e minoritaria è questa sua presunzione, il suo sentirsi giusta ed eticamente superiore a chi non ne fa parte. Le Schiene Dritte finiscono così con l'avere chiavi di lettura della realtà sbagliate e metri di giudizio completamente distorti. Secondo loro le istituzioni europee avrebbero dovuto far scoppiare un casino diplomatico senza precedenti. O al limite, non so, ricevere l’illustre ospite per rimproverarlo: “caro Berlusconi, tessera della P2 numero 1816, perché sei qui anziché dai magistrati napoletani?” (rinfacciare il piduismo è il minimo sindacale, per una Schiena Dritta).
Che poi, se vogliamo dirla tutta, è un atteggiamento, oltre che istituzionalmente insulso (e ciò è paradossale per chi si riempie la bocca di rispetto delle regole), pure irresponsabile e provinciale.
Irresponsabile, perché significa scaricare su altri le proprie inefficienze: se Berlusconi va a Bruxelles è perché alle elezioni ha sconfitto una sinistra arcaica, litigiosa e improduttiva e non perché Barroso e Van Rompuy gli sono complici.
Provinciale perché si pensa che tutto ruoti attorno al nostro piccolo microcosmo – una roba che somiglia più a una puntata di Ballarò che non alla complessità del mondo contemporaneo –, con la presunzione che siano gli altri a dover abbassarsi ai nostri livelli, anziché noi elevarci ad altri più dignitosi.
Il vero Schiena Dritta è fieramente antiberlusconiano e non ha dubbi su come ci si debba comportare nei confronti di quel tizio che attualmente fa il presidente del Consiglio in Italia.
Uno dei principali esponenti della Tribù, Paolo Flores d’Arcais, oggi ci dà una lezione di schienadrittismo dalle colonne del Fatto Quotidiano. Il filosofo in un editoriale significativamente intitolato “Come fa l’Europa a ricevere B.?” se la prende con quelle mezze calzette fifone e pavide che hanno dato prova di non poter mai essere ammesse alla Tribù. “A non aver onorato i propri doveri istituzionali sono invece Barroso e Van Rompuy, che si sono prestati a fare da “spalle” alla pantomima con cui il plurinquisito amico di Putin cerca una volta di più di sfuggire alla “legge eguale per tutti” (...) Barroso e Von Rompuy, entrambi del Partito popolare europeo come il plurinquisito di Arcore, hanno obbedito (Manzoni avrebbe detto: “La sciagurata rispose”)”.
Il problema della Tribù e il motivo per cui sarà sempre perdente e minoritaria è questa sua presunzione, il suo sentirsi giusta ed eticamente superiore a chi non ne fa parte. Le Schiene Dritte finiscono così con l'avere chiavi di lettura della realtà sbagliate e metri di giudizio completamente distorti. Secondo loro le istituzioni europee avrebbero dovuto far scoppiare un casino diplomatico senza precedenti. O al limite, non so, ricevere l’illustre ospite per rimproverarlo: “caro Berlusconi, tessera della P2 numero 1816, perché sei qui anziché dai magistrati napoletani?” (rinfacciare il piduismo è il minimo sindacale, per una Schiena Dritta).
Che poi, se vogliamo dirla tutta, è un atteggiamento, oltre che istituzionalmente insulso (e ciò è paradossale per chi si riempie la bocca di rispetto delle regole), pure irresponsabile e provinciale.
Irresponsabile, perché significa scaricare su altri le proprie inefficienze: se Berlusconi va a Bruxelles è perché alle elezioni ha sconfitto una sinistra arcaica, litigiosa e improduttiva e non perché Barroso e Van Rompuy gli sono complici.
Provinciale perché si pensa che tutto ruoti attorno al nostro piccolo microcosmo – una roba che somiglia più a una puntata di Ballarò che non alla complessità del mondo contemporaneo –, con la presunzione che siano gli altri a dover abbassarsi ai nostri livelli, anziché noi elevarci ad altri più dignitosi.
Il ritorno di Ballarò
Ieri sera, dopo qualche mese di salutare astinenza, ho deciso di farmi del male e guardare il noto talkshow politico.
Sigla nuova. Era l’ora, diciamocelo.
Per il resto, tutto uguale a come li avevo lasciati.
Il politico di centrodestra, per sottolineare che quel programma è un covo della sinistra che occupa l’emittente televisiva, fa la faccia seria e indignata mentre il comico recita il suo monologo.
Il politico di centrosinistra, per dimostrare che non è vero che da quelle parti si manca di autoironia e si è antipatici, fa finta di ridere alle battute - pure quelle più sceme - del comico.
Il rappresentante senior del mondo industrialbancario fa il terzista.
Il rappresentante junior del mondo industrialbancario fa vedere che lui è uno che ha studiato: non dice niente, ma come lo dice bene signora mia.
Il giornalista di centrodestra si arrampica sugli specchi per difendere Berlusconi e rispolvera una vecchia gag, quella del finto lapsus grazie al quale parla di “DS” anziché di “PD”.
Il giornalista di centrosinistra critica il centrodestra, ma un po’ anche l'opposizione per dimostrare che lui è obiettivo, mica come il suo collega di là.
Il cartello con i numeri e le percentuali.
Il sondaggista.
E dopo un’ora di dibattito ancora non hai capito una mazza. A quel punto arriva il professore universitario: dice le cose come stanno e scorgi all’orizzonte un barlume. Però poi gli ospiti, aizzati dal conduttore che non gliene importa un fico secco di approfondire quei due concetti interessanti spiegati dal docente, riprendono a baruffare per un’altra ora, rinfacciandosi a vicenda vecchie storie che si perdono nella notte dei tempi e che niente c'entrano con il tema della trasmissione.
Finché l'abile padrone di casa si accorge che stanno sforando il palinsesto: ci vediamo martedì, alé.
Sigla nuova. Era l’ora, diciamocelo.
Per il resto, tutto uguale a come li avevo lasciati.
Il politico di centrodestra, per sottolineare che quel programma è un covo della sinistra che occupa l’emittente televisiva, fa la faccia seria e indignata mentre il comico recita il suo monologo.
Il politico di centrosinistra, per dimostrare che non è vero che da quelle parti si manca di autoironia e si è antipatici, fa finta di ridere alle battute - pure quelle più sceme - del comico.
Il rappresentante senior del mondo industrialbancario fa il terzista.
Il rappresentante junior del mondo industrialbancario fa vedere che lui è uno che ha studiato: non dice niente, ma come lo dice bene signora mia.
Il giornalista di centrodestra si arrampica sugli specchi per difendere Berlusconi e rispolvera una vecchia gag, quella del finto lapsus grazie al quale parla di “DS” anziché di “PD”.
Il giornalista di centrosinistra critica il centrodestra, ma un po’ anche l'opposizione per dimostrare che lui è obiettivo, mica come il suo collega di là.
Il cartello con i numeri e le percentuali.
Il sondaggista.
E dopo un’ora di dibattito ancora non hai capito una mazza. A quel punto arriva il professore universitario: dice le cose come stanno e scorgi all’orizzonte un barlume. Però poi gli ospiti, aizzati dal conduttore che non gliene importa un fico secco di approfondire quei due concetti interessanti spiegati dal docente, riprendono a baruffare per un’altra ora, rinfacciandosi a vicenda vecchie storie che si perdono nella notte dei tempi e che niente c'entrano con il tema della trasmissione.
Finché l'abile padrone di casa si accorge che stanno sforando il palinsesto: ci vediamo martedì, alé.
martedì 13 settembre 2011
Prevedibile. E pavido.
C’era soltanto una cosa in questi giorni più prevedibile dello scontato temino sulla ricorrenza dell’undici settembre: Berlusconi che va all’estero e attribuisce tutte le colpe dei mali italiani all’opposizione parlamentare, mettendo in imbarazzo il suo interlocutore.
E lo ha fatto.
Ora, se ciò che il presidente del Consiglio ha detto fosse vero, avremmo dei partiti politici incapaci di mettersi d’accordo sulla raccolta firme per un referendum o sulla partecipazione a uno sciopero sindacale, ma in grado di aizzare l’alta finanza internazionale per il più micidiale attacco speculativo sulle borse di tutto il mondo. Ma si tratta di un dettaglio.
Il punto reale è che questo esecutivo di mediocri assoluti (politicamente parlando), di incapaci a governare, manca pure di coraggio. E quando qualcosa non va, invece di correre ai ripari, si limita ad accusare qualcun altro, a farfugliare scuse.
Anche i mediocri hanno coraggio, ogni tanto. Il mediocrissimo e pavido Alberto Sordi al termine di Una vita difficile trova lo scatto d’orgoglio per fare qualcosa di veramente audace e assolutamente imprevedibile. Questi qua che governano l’Italia no. Non sono capaci nemmeno di chiedere un due per cento in più di imposta sul reddito a chi guadagna più di novantamila euro l’anno senza farsela sotto. Dopo aver fatto di tutto per complicare le relazioni in seno all’Unione europea, dopo essersi vantati per anni che loro non dicono sempre di sì ai diktat di Bruxelles, ora son lì a supplicare che l’Europa chieda una riforma delle pensioni, perché così, di fronte all’opinione pubblica, sapranno a chi attribuire la responsabilità di un provvedimento impopolare.
E questi dovrebbero portare avanti delle liberalizzazioni che scardinano lobbies potenti? Dovrebbero impostare una epocale riforma fiscale? Dovrebbero portarci fuori dalla recessione economica più grave dal dopoguerra ad oggi?
E lo ha fatto.
Ora, se ciò che il presidente del Consiglio ha detto fosse vero, avremmo dei partiti politici incapaci di mettersi d’accordo sulla raccolta firme per un referendum o sulla partecipazione a uno sciopero sindacale, ma in grado di aizzare l’alta finanza internazionale per il più micidiale attacco speculativo sulle borse di tutto il mondo. Ma si tratta di un dettaglio.
Il punto reale è che questo esecutivo di mediocri assoluti (politicamente parlando), di incapaci a governare, manca pure di coraggio. E quando qualcosa non va, invece di correre ai ripari, si limita ad accusare qualcun altro, a farfugliare scuse.
Anche i mediocri hanno coraggio, ogni tanto. Il mediocrissimo e pavido Alberto Sordi al termine di Una vita difficile trova lo scatto d’orgoglio per fare qualcosa di veramente audace e assolutamente imprevedibile. Questi qua che governano l’Italia no. Non sono capaci nemmeno di chiedere un due per cento in più di imposta sul reddito a chi guadagna più di novantamila euro l’anno senza farsela sotto. Dopo aver fatto di tutto per complicare le relazioni in seno all’Unione europea, dopo essersi vantati per anni che loro non dicono sempre di sì ai diktat di Bruxelles, ora son lì a supplicare che l’Europa chieda una riforma delle pensioni, perché così, di fronte all’opinione pubblica, sapranno a chi attribuire la responsabilità di un provvedimento impopolare.
E questi dovrebbero portare avanti delle liberalizzazioni che scardinano lobbies potenti? Dovrebbero impostare una epocale riforma fiscale? Dovrebbero portarci fuori dalla recessione economica più grave dal dopoguerra ad oggi?
lunedì 12 settembre 2011
Quando la Lega Nord avanza una proposta...
Mi è venuta la curiosità di sbirciare sul sito web della Lega Nord per vedere quante delle proposte programmatiche avanzate nel 2008 sono state poi messe in atto dal governo Berlusconi.
“La Provincia costituisce l’anello più debole e quindi l’ente colpito dalle maggiori critiche e che si minaccia di abolire. La Lega Nord ha sempre difeso l’esistenza e il ruolo delle Province”.
Vabbè, qui han dovuto scendere a compromessi. Ma andiamo avanti.
“Il nostro obiettivo rimane dunque il trasferimento dallo Stato alle Regioni delle competenze in materia di istruzione”.
Eh, anche qui un compromessino. No, ma per altri argomenti si saran pure fatti valere. Per esempio, sulla giustizia:
“Poiché le sentenze vengono proclamate in nome del popolo, devono essere previste ed incentivate forme di partecipazione del popolo medesimo all’amministrazione della giustizia. Ciò è possibile consentendo ai cittadini di eleggere i pubblici ministeri o i giudici di pace”.
Uhm, okay, voltiamo pagina ché pure sulla giustizia non c’è trippa per gatti.
“Il sistema di tassazione più efficace è quello del quoziente familiare”.
Uff, ho capito. Passiamo all’economia internazionale.
“Richiediamo, con urgenza, di indicare i prezzi anche con le vecchie lire (doppia dicitura euro e lira) e di introdurre in circolazione la banconota da un euro”.
D’accordo, però sull’ambiente un po’ gli avranno dato retta. Penso. Controlliamo:
“Alle Regioni e agli enti locali devono essere trasferite le opportune risorse finanziarie: ad esempio, la destinazione del carico fiscale sui combustibili venduti sul territorio con lo scopo di potenziare le iniziative locali per la tutela della qualità dell’aria e per il risanamento atmosferico”.
Sulle infrastrutture?
“Agevolare il sistema tariffario per favorire l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici per passeggeri (…) Sostenere l’hub aeroportuale di Malpensa”.
Basta, andiamo avanti. Vediamo se sui beni culturali...
“Crediamo sia giunto il momento di abolire le soprintendenze”.
Ma forse è perché le proposte son del 2008. Vediamo quelle più recenti, del giugno scorso:
“Approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legge sulle missioni militari con riduzione dei contingenti impegnati all’estero”. Uhm, questo no, in effetti. “Attivazione delle procedure per l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle Regioni che le abbiano richieste”. Questo nemmeno. Proviamo allora con questo: “Approvazione misure per la riduzione delle bollette energetiche”. Neanche. “Riforma del patto di stabilità interno per i Comuni e per le Province”. Come non detto. “Taglio dei costi della politica”. Ohibò! “Finanziamento del trasporto pubblico locale”. Andiamo avanti, mi vien da piangere. “Prime norme per l’abolizione delle ganasce fiscali e delle misure vessatorie di Equitalia nei confronti dei cittadini”. Sì, sto piangendo. “Approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della proposta di legge di riforma fiscale”.
Non ce la faccio più ad andare avanti, mi arrendo. Ho scoperto che le uniche richieste della Lega Nord accolte dal governo Berlusconi sono la tassazione delle rimesse degli immigrati irregolari e l’apertura, in una villa brianzola, di qualche stanza travestita da ufficio ministeriale decentrato.
“La Provincia costituisce l’anello più debole e quindi l’ente colpito dalle maggiori critiche e che si minaccia di abolire. La Lega Nord ha sempre difeso l’esistenza e il ruolo delle Province”.
Vabbè, qui han dovuto scendere a compromessi. Ma andiamo avanti.
“Il nostro obiettivo rimane dunque il trasferimento dallo Stato alle Regioni delle competenze in materia di istruzione”.
Eh, anche qui un compromessino. No, ma per altri argomenti si saran pure fatti valere. Per esempio, sulla giustizia:
“Poiché le sentenze vengono proclamate in nome del popolo, devono essere previste ed incentivate forme di partecipazione del popolo medesimo all’amministrazione della giustizia. Ciò è possibile consentendo ai cittadini di eleggere i pubblici ministeri o i giudici di pace”.
Uhm, okay, voltiamo pagina ché pure sulla giustizia non c’è trippa per gatti.
“Il sistema di tassazione più efficace è quello del quoziente familiare”.
Uff, ho capito. Passiamo all’economia internazionale.
“Richiediamo, con urgenza, di indicare i prezzi anche con le vecchie lire (doppia dicitura euro e lira) e di introdurre in circolazione la banconota da un euro”.
D’accordo, però sull’ambiente un po’ gli avranno dato retta. Penso. Controlliamo:
“Alle Regioni e agli enti locali devono essere trasferite le opportune risorse finanziarie: ad esempio, la destinazione del carico fiscale sui combustibili venduti sul territorio con lo scopo di potenziare le iniziative locali per la tutela della qualità dell’aria e per il risanamento atmosferico”.
Sulle infrastrutture?
“Agevolare il sistema tariffario per favorire l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici per passeggeri (…) Sostenere l’hub aeroportuale di Malpensa”.
Basta, andiamo avanti. Vediamo se sui beni culturali...
“Crediamo sia giunto il momento di abolire le soprintendenze”.
Ma forse è perché le proposte son del 2008. Vediamo quelle più recenti, del giugno scorso:
“Approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legge sulle missioni militari con riduzione dei contingenti impegnati all’estero”. Uhm, questo no, in effetti. “Attivazione delle procedure per l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle Regioni che le abbiano richieste”. Questo nemmeno. Proviamo allora con questo: “Approvazione misure per la riduzione delle bollette energetiche”. Neanche. “Riforma del patto di stabilità interno per i Comuni e per le Province”. Come non detto. “Taglio dei costi della politica”. Ohibò! “Finanziamento del trasporto pubblico locale”. Andiamo avanti, mi vien da piangere. “Prime norme per l’abolizione delle ganasce fiscali e delle misure vessatorie di Equitalia nei confronti dei cittadini”. Sì, sto piangendo. “Approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della proposta di legge di riforma fiscale”.
Non ce la faccio più ad andare avanti, mi arrendo. Ho scoperto che le uniche richieste della Lega Nord accolte dal governo Berlusconi sono la tassazione delle rimesse degli immigrati irregolari e l’apertura, in una villa brianzola, di qualche stanza travestita da ufficio ministeriale decentrato.
Fassino scarica Penati! Anzi no, lo difende!
Quando scrivo che a criticare il PD non si sbaglia mai, scrivo a ragion veduta.
E sul caso Penati i quotidiani italiani si stanno sbizzarrendo in maniera clamorosa.
Succede che Piero Fassino rilascia un'intervista a Repubblica proprio su questa vicenda. Il Giornale critica l'ex segretario in questa maniera: "Scaricabarile su Penati" è il titolo e, all'interno, Laura Cesaretti ironizza: "il sindaco di Torino non manca di sottolineare che l’ascesa nazionale di Penati non è certo avvenuta sotto la sua leadership, finita nel 2007. «Si dice sempre che Penati era capo della segreteria di Bersani. Ma in che anni? Nel 2009, vogliamo dirlo?», si chiede retoricamente su Repubblica. Dunque in epoca decisamente fuori dalla sua giurisdizione politica".
Uno è già lì pronto a commentare "dagli amici mi guardi Iddio", ma poi legge sul Corriere della Sera il puntuale affondo di Antonio Polito (un ipergarantista da sempre, poi è esploso il caso Penati e anche lui è stato folgorato sulla via di Damasco) e va in crisi: secondo l'editorialista, "è bastato che Fabio Mussi (...) alludesse alla possibilità che il congresso dei DS del 2001, vinto da Fassino fosse stato condizionato dai soldi del sistema Sesto, perché Fassino si producesse in una spericolata difesa dell'indagato ('escludo che ci sia stato un sistema... processo mediatico... conosco e stimo Penati')".
Insomma, mettetevi d'accordo: Fassino lo ha scaricato o no Penati?
E sul caso Penati i quotidiani italiani si stanno sbizzarrendo in maniera clamorosa.
Succede che Piero Fassino rilascia un'intervista a Repubblica proprio su questa vicenda. Il Giornale critica l'ex segretario in questa maniera: "Scaricabarile su Penati" è il titolo e, all'interno, Laura Cesaretti ironizza: "il sindaco di Torino non manca di sottolineare che l’ascesa nazionale di Penati non è certo avvenuta sotto la sua leadership, finita nel 2007. «Si dice sempre che Penati era capo della segreteria di Bersani. Ma in che anni? Nel 2009, vogliamo dirlo?», si chiede retoricamente su Repubblica. Dunque in epoca decisamente fuori dalla sua giurisdizione politica".
Uno è già lì pronto a commentare "dagli amici mi guardi Iddio", ma poi legge sul Corriere della Sera il puntuale affondo di Antonio Polito (un ipergarantista da sempre, poi è esploso il caso Penati e anche lui è stato folgorato sulla via di Damasco) e va in crisi: secondo l'editorialista, "è bastato che Fabio Mussi (...) alludesse alla possibilità che il congresso dei DS del 2001, vinto da Fassino fosse stato condizionato dai soldi del sistema Sesto, perché Fassino si producesse in una spericolata difesa dell'indagato ('escludo che ci sia stato un sistema... processo mediatico... conosco e stimo Penati')".
Insomma, mettetevi d'accordo: Fassino lo ha scaricato o no Penati?
domenica 11 settembre 2011
Persone in difficoltà
Ormai è un anno o forse più – quando è iniziato tutto questo? Boh, non lo ricordo – che ne parliamo, eppure tutte le volte che leggo articoli o resoconti giudiziari sulle celebri elargizioni berlusconiane a questa o quella “persona in difficoltà”, ho un attimo di subbuglio. Di stupore misto a ingenuità.
Non lo so, probabilmente è perché se mi ritrovassi ad avere un’entrata straordinaria di 15 o 20mila euro anche una tantum (e non continuativa tutti i mesi), farei salti di gioia e la utilizzerei con giudizio: andrei in banca ed estinguerei quei 2mila e rotti euro di debito residuo per il finanziamento dell’acquisto dell’automobile, una bella parte li investirei in un fondo pensione e infine ne terrei una porzioncina, ebbene sì, per andare a Cortina e magari anche più in là che è da un bel po’ che non faccio un bel viaggetto all’estero e ne sento il bisogno. Credo che come me farebbero milioni di italiani, gente che tira avanti con i suoi mille, millecinquecento euro al mese di stipendio e che da anni rinvia la ristrutturazione della casa, il rifacimento del bagno, l’acquisto dell’auto nuova.
Poi c’è una minoranza schiava dell’apparenza e amante delle scorciatoie. E a questa minoranza – che poi è quella che l’attuale presidente del Consiglio ha deciso di aiutare – 15 o 20mila euro al mese non bastano. Non basterebbero nemmeno se fossero 30 o 40mila. O 100mila.
C’è da chiedersi se il tizio che se la prende con l’Italia che per anni ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità causando l’esplosione di debito pubblico sia lo stesso che poi aiuta proprio chi di quello sciamannato stile di vita ha fatto uno filosofia imprescindibile.
Quando leggo certe notizie non so se sono io quello fuori dal mondo o loro.
Non lo so, probabilmente è perché se mi ritrovassi ad avere un’entrata straordinaria di 15 o 20mila euro anche una tantum (e non continuativa tutti i mesi), farei salti di gioia e la utilizzerei con giudizio: andrei in banca ed estinguerei quei 2mila e rotti euro di debito residuo per il finanziamento dell’acquisto dell’automobile, una bella parte li investirei in un fondo pensione e infine ne terrei una porzioncina, ebbene sì, per andare a Cortina e magari anche più in là che è da un bel po’ che non faccio un bel viaggetto all’estero e ne sento il bisogno. Credo che come me farebbero milioni di italiani, gente che tira avanti con i suoi mille, millecinquecento euro al mese di stipendio e che da anni rinvia la ristrutturazione della casa, il rifacimento del bagno, l’acquisto dell’auto nuova.
Poi c’è una minoranza schiava dell’apparenza e amante delle scorciatoie. E a questa minoranza – che poi è quella che l’attuale presidente del Consiglio ha deciso di aiutare – 15 o 20mila euro al mese non bastano. Non basterebbero nemmeno se fossero 30 o 40mila. O 100mila.
C’è da chiedersi se il tizio che se la prende con l’Italia che per anni ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità causando l’esplosione di debito pubblico sia lo stesso che poi aiuta proprio chi di quello sciamannato stile di vita ha fatto uno filosofia imprescindibile.
Quando leggo certe notizie non so se sono io quello fuori dal mondo o loro.
sabato 10 settembre 2011
Oggi corvée
Con il pretesto che l'età media dei vendemmiatori è ben oltre i settant'anni e l'unico mio quasi coetaneo aveva il bambino da guardare, tradizionalmente il lavoro più pesante toccava a me.Ma quest'anno non mi fregano: a differenza degli anni passati, quest'anno la scuola non è ancora iniziata e io ho precettato mio nipote sedicenne. Tiè!
EDIT: ho trovato il modo peggiore per lavorare meno: ho dimenticato l'alluce del piede sinistro sotto il carrello del trattore. Dolore, immenso dolore!
venerdì 9 settembre 2011
I problemi nella loro giusta dimensione
Giorgio Napolitano ha altro da fare che leggere questo blogghettino. Mi fa quindi particolarmente piacere quel che ha detto ieri su antipolitica e riforme costituzionali, perché ricalca quel che ho scritto ripetutamente nelle ultime settimane.
Aggiungo qualche altra considerazione.
Se da un lato è vero che è la politica a generare l’antipolitica (basti pensare alla tenacia con cui i parlamentari difendono assurdi privilegi), dall’altro è la superficialità del dibattito impostato dai media ad alimentarne la crescita.
C’è stato un momento, tra luglio e agosto, che sembrava che il problema dell’Italia fosse l’esistenza delle Province, che se il debito pubblico è esploso fosse colpa delle Province, che la vera Casta si annida nelle Province e, insomma, per risolvere tutti i problemi di bilancio fosse sufficiente abolire questo cavolo di Province. Nessuno di quei pasdaran era però in grado di dire quanto si risparmiasse esattamente (e perché) dall’abolizione di tali enti, ma era una corsa a sparare cifre, spesso ad minchiam e sempre più alte e mirabolanti. Inoltre, sembrava che potessero essere abolite così, dall’oggi al domani e, già nella nottata tra oggi e domani, conseguire quei risparmi di spesa che ci avrebbero fatto azzerare il deficit.
Insomma, è evidente quanto un problema vero sia stato banalizzato. Lo stesso dicasi per tanti altri che, di volta in volta, sono saliti alla ribalta negli ultimi mesi: dall’imposta patrimoniale alle utilities, dalla legge elettorale al numero dei parlamentari, dalla riforma dell’articolo 41 della Costituzione al pareggio di bilancio.
Un’altra conseguenza di questa superficialità è che si procede come se fossimo di fronte a delle mode. Ora è in voga l’abolizione delle province, un anno fa sembrava che il problema prioritario degli italiani fossero le auto blu (a proposito: che fine hanno fatto?). Porto due esempi abbastanza lontani tra loro, ma che sono emblematici del modo che abbiamo di discutere la politica, soprattutto a sinistra (ché a destra si procede per canoni completamente diversi: ci vorrebbe un sociologo e di quelli bravi, anche). Due anni fa, Beppe Grillo andò in Senato a presentare il proprio progetto di legge di iniziativa popolare. Parlò, alla sua maniera, del Parlamento pulito, dei due mandati e – trascrivo i resoconti del Senato – “infine, sottolinea l'opportunità di reintrodurre il voto di preferenza”. Due anni fa il voto di preferenza era un argomento da lasciare in fondo, buon ultimo, e la sua reintroduzione era “opportuna”. La priorità era altro. Non so cosa sia successo in questo biennio, perché a me i parlamentari sembrano i soliti e così i problemi da affrontare, però oggi il voto di preferenza da semplicemente opportuno è diventato la conditio sine qua non di qualsiasi riforma elettorale (intendiamoci: lo è, conditio sine qua non, ma non da oggi). E’ la tendenza del momento e non importa se, in abbinamento alla diminuzione dei parlamentari e all’uninominale (altra cosa assai in auge), poco cambierebbe rispetto alla situazione attuale nel rapporto partiti-elettori-eletti. Questa smania di prendere un filone e seguirlo finché non passa di moda investe non soltanto i temi, ma pure i protagonisti. Prendiamo il caso di Matteo Renzi. Fino a un anno fa di questi tempi era il simbolo del nuovo che avanza, quello che ha le palle di criticare Bersani e Rosy Bindi (wow, coraggioso il ragazzo, e pure originale!). Poi un giorno ha commesso un errore fatale. E’ andato ad Arcore anziché a Palazzo Chigi e, improvvisamente, abbiamo scoperto come la pensa sulle pensioni, sulla riforma del lavoro e sulle liberalizzazioni: dalla sera alla mattina, il sindaco di Firenze da esempio da acclamare e seguire, è diventato per molti una sorta di paria, un avamposto del centrodestra in seno al PD, un berluschino arrivista e reazionario di cui diffidare.
Banalizzazione continua e adeguamento alla tendenza del momento, dunque, sono le due peculiarità su cui si regge buona parte del dibattito mediatico-politico, specialmente tra le file di chi non vota Berlusconi (o dichiara di non votarlo). Attenzione, perché così facendo i problemi ci sembra di affrontarli, ma in realtà restano lì, irrisolti (nel caso ci fossero dubbi, basta leggere le cronache finanziarie di queste ore). E noi pronti a cascare nelle mani del demagogo o del trombone di turno.
Aggiungo qualche altra considerazione.
Se da un lato è vero che è la politica a generare l’antipolitica (basti pensare alla tenacia con cui i parlamentari difendono assurdi privilegi), dall’altro è la superficialità del dibattito impostato dai media ad alimentarne la crescita.
C’è stato un momento, tra luglio e agosto, che sembrava che il problema dell’Italia fosse l’esistenza delle Province, che se il debito pubblico è esploso fosse colpa delle Province, che la vera Casta si annida nelle Province e, insomma, per risolvere tutti i problemi di bilancio fosse sufficiente abolire questo cavolo di Province. Nessuno di quei pasdaran era però in grado di dire quanto si risparmiasse esattamente (e perché) dall’abolizione di tali enti, ma era una corsa a sparare cifre, spesso ad minchiam e sempre più alte e mirabolanti. Inoltre, sembrava che potessero essere abolite così, dall’oggi al domani e, già nella nottata tra oggi e domani, conseguire quei risparmi di spesa che ci avrebbero fatto azzerare il deficit.
Insomma, è evidente quanto un problema vero sia stato banalizzato. Lo stesso dicasi per tanti altri che, di volta in volta, sono saliti alla ribalta negli ultimi mesi: dall’imposta patrimoniale alle utilities, dalla legge elettorale al numero dei parlamentari, dalla riforma dell’articolo 41 della Costituzione al pareggio di bilancio.
Un’altra conseguenza di questa superficialità è che si procede come se fossimo di fronte a delle mode. Ora è in voga l’abolizione delle province, un anno fa sembrava che il problema prioritario degli italiani fossero le auto blu (a proposito: che fine hanno fatto?). Porto due esempi abbastanza lontani tra loro, ma che sono emblematici del modo che abbiamo di discutere la politica, soprattutto a sinistra (ché a destra si procede per canoni completamente diversi: ci vorrebbe un sociologo e di quelli bravi, anche). Due anni fa, Beppe Grillo andò in Senato a presentare il proprio progetto di legge di iniziativa popolare. Parlò, alla sua maniera, del Parlamento pulito, dei due mandati e – trascrivo i resoconti del Senato – “infine, sottolinea l'opportunità di reintrodurre il voto di preferenza”. Due anni fa il voto di preferenza era un argomento da lasciare in fondo, buon ultimo, e la sua reintroduzione era “opportuna”. La priorità era altro. Non so cosa sia successo in questo biennio, perché a me i parlamentari sembrano i soliti e così i problemi da affrontare, però oggi il voto di preferenza da semplicemente opportuno è diventato la conditio sine qua non di qualsiasi riforma elettorale (intendiamoci: lo è, conditio sine qua non, ma non da oggi). E’ la tendenza del momento e non importa se, in abbinamento alla diminuzione dei parlamentari e all’uninominale (altra cosa assai in auge), poco cambierebbe rispetto alla situazione attuale nel rapporto partiti-elettori-eletti. Questa smania di prendere un filone e seguirlo finché non passa di moda investe non soltanto i temi, ma pure i protagonisti. Prendiamo il caso di Matteo Renzi. Fino a un anno fa di questi tempi era il simbolo del nuovo che avanza, quello che ha le palle di criticare Bersani e Rosy Bindi (wow, coraggioso il ragazzo, e pure originale!). Poi un giorno ha commesso un errore fatale. E’ andato ad Arcore anziché a Palazzo Chigi e, improvvisamente, abbiamo scoperto come la pensa sulle pensioni, sulla riforma del lavoro e sulle liberalizzazioni: dalla sera alla mattina, il sindaco di Firenze da esempio da acclamare e seguire, è diventato per molti una sorta di paria, un avamposto del centrodestra in seno al PD, un berluschino arrivista e reazionario di cui diffidare.
Banalizzazione continua e adeguamento alla tendenza del momento, dunque, sono le due peculiarità su cui si regge buona parte del dibattito mediatico-politico, specialmente tra le file di chi non vota Berlusconi (o dichiara di non votarlo). Attenzione, perché così facendo i problemi ci sembra di affrontarli, ma in realtà restano lì, irrisolti (nel caso ci fossero dubbi, basta leggere le cronache finanziarie di queste ore). E noi pronti a cascare nelle mani del demagogo o del trombone di turno.
giovedì 8 settembre 2011
Meno parlamentari per tutti
Signori, nel caso vi fosse sfuggita la novella, sappiate che in Commissione affari costituzionali del Senato è iniziata la Grande Corsa al Taglio dei Parlamentari. In premio: la Coppa Antipolitica 2011-2012.
A fare la prima mossa era stato il Partito Democratico, nel novembre 2008: 400 deputati e 200 senatori. Aveva risposto, pochi mesi dopo, il Popolo della Libertà: 508 deputati e 254 senatori.
Poi l’argomento era finito nel dimenticatoio e i progetti di legge presentati erano rimasti lì, ad ammuffire insieme a tanti altri (quattromila circa, presentati dal maggio 2008 ad oggi, incluso quello di iniziativa popolare sostenuto da Beppe Grillo; per la serie: l'articolo 71 comma 2 della Costituzione questo sconosciuto).
L’argomento è tornato di moda all’inizio di quest’estate quando, di botto, ci siamo accorti che c’è una crisi economica e il bilancio dello Stato, per essere rimesso in sesto, necessita di qualche po’ di miliardi di euro. E la politica deve fare la sua parte.
L’Unione di Centro ha così avanzato la sua proposta: 300 deputati e 150 senatori.
La Lega Nord ha rilanciato: 250 deputati e 250 senatori.
L’Italia dei Valori ha rispolverato un suo vecchio progetto e si è accodata ai terzopolisti: 300 e 150.
Qualcuno deve aver pensato: vince chi spara la cifra più bassa.
I cinque progetti di legge hanno una caratteristica comune: sono brevi, due o tre articoli di una o due righe ciascuno, giusto per dire quanti devono essere gli eletti.
Ha senso tutto ciò?
A mio avviso, così come è stato impostato il dibattito, ne ha poco.
Rimando a quel che avevo già scritto tempo fa: sì, in Italia abbiamo un numero superiore di parlamentari rispetto ad altre democrazie, ma non è una cifra abnorme o scandalosa. Valga, a questo proposito, quanto scrive oggi Giovanni Sartori sul Corriere della Sera: diminuire il numero degli eletti significa aumentare il bacino degli elettori e quindi creare distanza con il territorio, nonché innalzare il costo delle campagne elettorali.
Ma poi c’è un altro aspetto che lascia perplessi. I progetti di legge presentati si limitano a prevedere la diminuzione dei parlamentari, ma non spiegano quali saranno le loro eventuali nuove funzioni. Per cui, tutti questi testi prevedono il mantenimento dell’attuale bicameralismo perfetto, un’anomalia questa sì fuori dalla norma, dalla pratica istituzionale delle principali democrazie mondiali.
E’ il prezzo da pagare all’antipolitica. Non si parte da un disegno organico che prevede che i deputati siano tot perché, ad esempio, devono votare la fiducia al governo e i senatori siano tot in quanto – chessò – son lì a rappresentare le Regioni e non hanno poteri nei confronti dell’esecutivo.
Si parte dallo slogan: diminuire i parlamentari. "Il sentimento comune ce lo chiede", come ha detto Enzo Bianco, relatore in Commissione (il sentimento comune vorrebbe pure che tu andassi a casa, caro Bianco, visto che hai già fatto quattro legislature...). Chi se ne importa se anche con duecentocinquanta deputati e centocinquanta senatori (l’ipotesi più restrittiva possibile) i provvedimenti rimbalzeranno dall’uno all’altro ramo del Parlamento con modifiche, emendamenti, assalti alla diligenza, voti di fiducia e tutto il repertorio di cagate fatte in questi decenni dai nostri rappresentanti. L’importante è presentarsi agli elettori dicendo: “io ho fatto diminuire i parlamentari di duecento unità”. Qualcun altro gli risponderà: “Io di trecento!” E giù polemiche, e giù vanterie.
Evviva l’Italia, evviva l’antipolitica!
(ripeto, a scanso di equivoci e prima di dover rispondere a qualche commentatore frettoloso: sono favorevole a ridurre il numero di parlamentari, ma il punto di partenza non può e non deve essere il numero, bensì le funzioni, le attribuzioni che vogliamo assegnare loro)
A fare la prima mossa era stato il Partito Democratico, nel novembre 2008: 400 deputati e 200 senatori. Aveva risposto, pochi mesi dopo, il Popolo della Libertà: 508 deputati e 254 senatori.
Poi l’argomento era finito nel dimenticatoio e i progetti di legge presentati erano rimasti lì, ad ammuffire insieme a tanti altri (quattromila circa, presentati dal maggio 2008 ad oggi, incluso quello di iniziativa popolare sostenuto da Beppe Grillo; per la serie: l'articolo 71 comma 2 della Costituzione questo sconosciuto).
L’argomento è tornato di moda all’inizio di quest’estate quando, di botto, ci siamo accorti che c’è una crisi economica e il bilancio dello Stato, per essere rimesso in sesto, necessita di qualche po’ di miliardi di euro. E la politica deve fare la sua parte.
L’Unione di Centro ha così avanzato la sua proposta: 300 deputati e 150 senatori.
La Lega Nord ha rilanciato: 250 deputati e 250 senatori.
L’Italia dei Valori ha rispolverato un suo vecchio progetto e si è accodata ai terzopolisti: 300 e 150.
Qualcuno deve aver pensato: vince chi spara la cifra più bassa.
I cinque progetti di legge hanno una caratteristica comune: sono brevi, due o tre articoli di una o due righe ciascuno, giusto per dire quanti devono essere gli eletti.
Ha senso tutto ciò?
A mio avviso, così come è stato impostato il dibattito, ne ha poco.
Rimando a quel che avevo già scritto tempo fa: sì, in Italia abbiamo un numero superiore di parlamentari rispetto ad altre democrazie, ma non è una cifra abnorme o scandalosa. Valga, a questo proposito, quanto scrive oggi Giovanni Sartori sul Corriere della Sera: diminuire il numero degli eletti significa aumentare il bacino degli elettori e quindi creare distanza con il territorio, nonché innalzare il costo delle campagne elettorali.
Ma poi c’è un altro aspetto che lascia perplessi. I progetti di legge presentati si limitano a prevedere la diminuzione dei parlamentari, ma non spiegano quali saranno le loro eventuali nuove funzioni. Per cui, tutti questi testi prevedono il mantenimento dell’attuale bicameralismo perfetto, un’anomalia questa sì fuori dalla norma, dalla pratica istituzionale delle principali democrazie mondiali.
E’ il prezzo da pagare all’antipolitica. Non si parte da un disegno organico che prevede che i deputati siano tot perché, ad esempio, devono votare la fiducia al governo e i senatori siano tot in quanto – chessò – son lì a rappresentare le Regioni e non hanno poteri nei confronti dell’esecutivo.
Si parte dallo slogan: diminuire i parlamentari. "Il sentimento comune ce lo chiede", come ha detto Enzo Bianco, relatore in Commissione (il sentimento comune vorrebbe pure che tu andassi a casa, caro Bianco, visto che hai già fatto quattro legislature...). Chi se ne importa se anche con duecentocinquanta deputati e centocinquanta senatori (l’ipotesi più restrittiva possibile) i provvedimenti rimbalzeranno dall’uno all’altro ramo del Parlamento con modifiche, emendamenti, assalti alla diligenza, voti di fiducia e tutto il repertorio di cagate fatte in questi decenni dai nostri rappresentanti. L’importante è presentarsi agli elettori dicendo: “io ho fatto diminuire i parlamentari di duecento unità”. Qualcun altro gli risponderà: “Io di trecento!” E giù polemiche, e giù vanterie.
Evviva l’Italia, evviva l’antipolitica!
(ripeto, a scanso di equivoci e prima di dover rispondere a qualche commentatore frettoloso: sono favorevole a ridurre il numero di parlamentari, ma il punto di partenza non può e non deve essere il numero, bensì le funzioni, le attribuzioni che vogliamo assegnare loro)
Una richiesta per Repubblica, Corriere e Stampa
Avrei una richiesta da fare ai principali giornali on line (e anche a quelli cartacei).
Evitate, per cortesia, di pubblicare quelle pseudonotizie - specialmente se provengono da studiosi americani e sono destinate alla colonnina di destra in home page del vostro sito web o alla rubrica di Beppe Severgnini - che urlano robe del tipo "i dieci lavori del futuro", "sul lavoro chi è più testardo ottiene di più", "carriere professionali, i belli sono avvantaggiati rispetto ai brutti".
Sapete, cari giornalisti, non è bello per chi è senza lavoro, per chi rischia di perderlo da qui a tre mesi (causa recessione economica), per chi sta studiando e fra poco entrerà nel mondo del lav... della disoccupazione giovanile, per chi è costretto a tirare avanti con mille euro al mese, leggere certe robe. Diciamo che sa di presa per il culo, fidatevi di chi da certe esperienze ci è passato. E che, nel lontano 1988 quando si iscrisse all'università, dette retta a un opuscolo che diceva, appunto, quali erano le dieci professioni del futuro.
Senza contare che poi, al di là della veridicità di suddette tesi, leggi che la professione del futuro è l'analista informatico o l'ingegnere elettronico e poi ti ritrovi bombardato di dichiarazioni di questo o quel ministro che accusano i giovani di non voler fare i falegnami o i carpentieri. A quel punto ti vien proprio da vomitare.
Evitate, per cortesia, di pubblicare quelle pseudonotizie - specialmente se provengono da studiosi americani e sono destinate alla colonnina di destra in home page del vostro sito web o alla rubrica di Beppe Severgnini - che urlano robe del tipo "i dieci lavori del futuro", "sul lavoro chi è più testardo ottiene di più", "carriere professionali, i belli sono avvantaggiati rispetto ai brutti".
Sapete, cari giornalisti, non è bello per chi è senza lavoro, per chi rischia di perderlo da qui a tre mesi (causa recessione economica), per chi sta studiando e fra poco entrerà nel mondo del lav... della disoccupazione giovanile, per chi è costretto a tirare avanti con mille euro al mese, leggere certe robe. Diciamo che sa di presa per il culo, fidatevi di chi da certe esperienze ci è passato. E che, nel lontano 1988 quando si iscrisse all'università, dette retta a un opuscolo che diceva, appunto, quali erano le dieci professioni del futuro.
Senza contare che poi, al di là della veridicità di suddette tesi, leggi che la professione del futuro è l'analista informatico o l'ingegnere elettronico e poi ti ritrovi bombardato di dichiarazioni di questo o quel ministro che accusano i giovani di non voler fare i falegnami o i carpentieri. A quel punto ti vien proprio da vomitare.
mercoledì 7 settembre 2011
Il PD, la questione morale e quel che vorrei da Bersani
Stamani leggevo su Repubblica gli sviluppi dell’inchiesta Penati ed è stato inevitabile l’accostamento a una roba che scrivevo tempo fa:
“Il mese scorso, durante un incontro pubblico in piazza, un cittadino ha chiesto al futuro candidato sindaco piddino come si comporterebbe nel caso un imprenditore edile gli proponesse un contributo - lecito e alla luce del sole - alla campagna elettorale per 20mila euro. La risposta è stata netta: il candidato ha dichiarato che rifiuterà tali finanziamenti, perché non vuole avere cambiali da rispettare una volta eletto e ha anticipato che attiverà una sorta di azionariato popolare, 50mila euro per fare la campagna elettorale con donazioni massime di 100 euro a persona. Certo, una roba del genere è fattibile nella mia città perché non è Milano o Roma e la cifra complessiva da investire è relativamente bassa, in una metropoli sarebbe più difficile da realizzare e forse anche da noi alla fine penso verrà fatta qualche eccezione. Però l’idea è giusta, è intelligente, è diversa, è qualcosa che piace ai cittadini e se attuarla significa non poter tappezzare la circonvallazione di manifesti sei per tre con il faccione sorridente del candidato, amen: ce ne faremo una ragione”.
Io penso che chi diventa sindaco o presidente di Provincia o di Regione inevitabilmente finisce per avere a che fare con imprenditori. Vuoi per un appalto, vuoi perché il nuovo piano regolatore impatta sugli interessi di qualcuno (nel bene o nel male), vuoi perché c’è una privatizzazione o un’alienazione o un’acquisizione, vuoi perché (il caso Fassino insegna) si persegue una certa politica industriale o bancaria anziché un’altra. E, per quanto un amministratore possa agire onestamente e in maniera trasparente, se la ditta XYZ che ha dato un finanziamento lecito a un candidato vince un appalto, magari nel Comune vicino che, guarda caso, è governato dal solito partito, l’omino del bar fa presto a fare uno più uno e a sospettare, anche ingiustamente.
Invocare il limite dei due mandati o dei tre mandati è giusto e condivisibile, ma è poco utile a questo scopo: anzi, chi vuol entrare in politica con l’idea di essere corruttibile o muoversi sul filo della legalità, sarà ancor più incentivato a farlo sapendo che il mandato è breve (non illudiamoci che il limite dei due mandati disincentivi chi non fa politica per puro spirito di servizio).
Vengo al dunque.
Il codice etico del Partito Democratico, all’art. 3 co. 2 lettera c, prevede l’impegno di “rendicontare, con una relazione dettagliata, le somme impegnate individualmente o i contributi ricevuti da terzi e destinati all’attività politica ovvero alle campagne elettorali o alle competizioni interne al partito”.
Meglio che niente, ma non basta.
Per dissipare i dubbi sulla correttezza dell’attività amministrativa e prevenire situazioni come quella ipotizzata dagli inquirenti a Sesto San Giovanni, il PD deve andare oltre.
Per esempio, prevedendo un limite massimo di spesa per le campagne elettorali: so che è una delle questioni di cui sta discutendo la Commissione Statuto e spero vada avanti, un po’ di sobrietà in più è necessaria. Anche perché a un buon 40% – forse più – delle iniziative di campagna elettorale partecipano solamente militanti e gente già convinta. Mi sono sempre chiesto, per esempio, quanti voti siano in grado spostare le feste di chiusura, quelle fatte in piazza con buffet, ricchi premi e cotillons e con il cantante venuto da fuori.
Ma io aggiungerei anche un’altra misura: un tetto oltre il quale ogni singolo privato cittadino, ogni singolo imprenditore, ogni singolo ente non possono andare nel caso decidano di finanziare la campagna elettorale di un partito o di un candidato. Dovrà essere una cifra bassa – variabile a seconda della popolazione residente: Milano non è Grosseto e Grosseto non è Valguarnera Caropepe –, perché non possiamo permettere che un eletto abbia cambiali da rispettare: nel caso delle amministrative, cinquecento euro nei Comuni capoluogo più piccoli, duemila in quelli più popolosi mi sembrano cifre più che sufficienti. Non di più, casomai di meno. E senza deroghe. Da versare direttamente al tesoriere o al committente responsabile: basta, quindi, con le fondazioni e le associazioni farlocche che fanno da tramite tra il finanziatore e il candidato.
Il tetto massimo di contributo al partito o al candidato (in America come lo chiamerebbero? Financing cap? Boh, chi se ne importa) avrebbe anche un altro vantaggio indiretto: costringerebbe i politici a uscire dalle segrete stanze e avere molti più contatti diretti e ravvicinati con le persone - e le loro esigenze quotidiane - per poter racimolare la somma ritenuta necessaria per la campagna elettorale. O, al di fuori di questa, un partito a organizzare iniziative più interessanti per la popolazione e meno autoreferenziali (come spesso succede, almeno dalle mie parti) in modo da coinvolgere un numero crescente di cittadini e convincerli che dare un piccola cifra al partito non è buttar via i propri soldi.
“Il mese scorso, durante un incontro pubblico in piazza, un cittadino ha chiesto al futuro candidato sindaco piddino come si comporterebbe nel caso un imprenditore edile gli proponesse un contributo - lecito e alla luce del sole - alla campagna elettorale per 20mila euro. La risposta è stata netta: il candidato ha dichiarato che rifiuterà tali finanziamenti, perché non vuole avere cambiali da rispettare una volta eletto e ha anticipato che attiverà una sorta di azionariato popolare, 50mila euro per fare la campagna elettorale con donazioni massime di 100 euro a persona. Certo, una roba del genere è fattibile nella mia città perché non è Milano o Roma e la cifra complessiva da investire è relativamente bassa, in una metropoli sarebbe più difficile da realizzare e forse anche da noi alla fine penso verrà fatta qualche eccezione. Però l’idea è giusta, è intelligente, è diversa, è qualcosa che piace ai cittadini e se attuarla significa non poter tappezzare la circonvallazione di manifesti sei per tre con il faccione sorridente del candidato, amen: ce ne faremo una ragione”.
Io penso che chi diventa sindaco o presidente di Provincia o di Regione inevitabilmente finisce per avere a che fare con imprenditori. Vuoi per un appalto, vuoi perché il nuovo piano regolatore impatta sugli interessi di qualcuno (nel bene o nel male), vuoi perché c’è una privatizzazione o un’alienazione o un’acquisizione, vuoi perché (il caso Fassino insegna) si persegue una certa politica industriale o bancaria anziché un’altra. E, per quanto un amministratore possa agire onestamente e in maniera trasparente, se la ditta XYZ che ha dato un finanziamento lecito a un candidato vince un appalto, magari nel Comune vicino che, guarda caso, è governato dal solito partito, l’omino del bar fa presto a fare uno più uno e a sospettare, anche ingiustamente.
Invocare il limite dei due mandati o dei tre mandati è giusto e condivisibile, ma è poco utile a questo scopo: anzi, chi vuol entrare in politica con l’idea di essere corruttibile o muoversi sul filo della legalità, sarà ancor più incentivato a farlo sapendo che il mandato è breve (non illudiamoci che il limite dei due mandati disincentivi chi non fa politica per puro spirito di servizio).
Vengo al dunque.
Il codice etico del Partito Democratico, all’art. 3 co. 2 lettera c, prevede l’impegno di “rendicontare, con una relazione dettagliata, le somme impegnate individualmente o i contributi ricevuti da terzi e destinati all’attività politica ovvero alle campagne elettorali o alle competizioni interne al partito”.
Meglio che niente, ma non basta.
Per dissipare i dubbi sulla correttezza dell’attività amministrativa e prevenire situazioni come quella ipotizzata dagli inquirenti a Sesto San Giovanni, il PD deve andare oltre.
Per esempio, prevedendo un limite massimo di spesa per le campagne elettorali: so che è una delle questioni di cui sta discutendo la Commissione Statuto e spero vada avanti, un po’ di sobrietà in più è necessaria. Anche perché a un buon 40% – forse più – delle iniziative di campagna elettorale partecipano solamente militanti e gente già convinta. Mi sono sempre chiesto, per esempio, quanti voti siano in grado spostare le feste di chiusura, quelle fatte in piazza con buffet, ricchi premi e cotillons e con il cantante venuto da fuori.
Ma io aggiungerei anche un’altra misura: un tetto oltre il quale ogni singolo privato cittadino, ogni singolo imprenditore, ogni singolo ente non possono andare nel caso decidano di finanziare la campagna elettorale di un partito o di un candidato. Dovrà essere una cifra bassa – variabile a seconda della popolazione residente: Milano non è Grosseto e Grosseto non è Valguarnera Caropepe –, perché non possiamo permettere che un eletto abbia cambiali da rispettare: nel caso delle amministrative, cinquecento euro nei Comuni capoluogo più piccoli, duemila in quelli più popolosi mi sembrano cifre più che sufficienti. Non di più, casomai di meno. E senza deroghe. Da versare direttamente al tesoriere o al committente responsabile: basta, quindi, con le fondazioni e le associazioni farlocche che fanno da tramite tra il finanziatore e il candidato.
Il tetto massimo di contributo al partito o al candidato (in America come lo chiamerebbero? Financing cap? Boh, chi se ne importa) avrebbe anche un altro vantaggio indiretto: costringerebbe i politici a uscire dalle segrete stanze e avere molti più contatti diretti e ravvicinati con le persone - e le loro esigenze quotidiane - per poter racimolare la somma ritenuta necessaria per la campagna elettorale. O, al di fuori di questa, un partito a organizzare iniziative più interessanti per la popolazione e meno autoreferenziali (come spesso succede, almeno dalle mie parti) in modo da coinvolgere un numero crescente di cittadini e convincerli che dare un piccola cifra al partito non è buttar via i propri soldi.
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