lunedì 31 ottobre 2011

Renzi. Parliamone in maniera serena.

Matteo Renzi non rientra esattamente nelle mie simpatie, non foss’altro perché penso che un sindaco debba fare soprattutto il sindaco e non l’organizzatore di correnti di partito. Tuttavia, trovo anche parecchio ingiuste quelle critiche nei suoi confronti che partono dall’aspetto soggettivo, concentrandosi sulla sua persona, anziché da quello, oggettivo, delle proposte che avanza.
Ne ha presentate un centinaio. Se il Partito Democratico – se chi è in maggioranza nel Partito Democratico – anziché avviare polemiche puerili, vincesse i propri timori e si confrontasse su queste idee, ne uscirebbe arricchito.
Io le proposte me le sono lette. Su alcune, poiché non sono un tuttologo, non sono in grado di dire se siano valide o meno: mi riferisco a competenze delle soprintendenze, alcuni aspetti della riorganizzazione della medicina sul territorio, funzioni delle Camere di Commercio.
Le proposte che mi piacciono e sulle quali non occorre stare a discutere troppo a lungo sono parecchie: accorpamento dei piccoli Comuni; rimodulazione delle agevolazioni ai sindacati sulla base delle effettive funzioni di rappresentanza; abolizione del Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro; razionalizzazione delle missioni italiane all’estero; strategia per il Mediterraneo in trasformazione; nuova governance per la Rai; no ai condoni; riforma degli ordini professionali, con abolizione delle tariffe minime; parere obbligatorio dell’Antitrust per tutte le leggi di natura economica; riduzione del numero delle norme; costituzione di una delivery unit per la valutare i risultati in settori strategici della pubblica amministrazione; dirigenti a termine nelle aziende pubbliche; contratto unico di inserimento nel mondo del lavoro; aliquote rosa; avvocati pagati solamente su preventivo; riforma delle circoscrizioni giudiziarie; informatizzazione degli uffici giudiziari; tutta la parte sulla green economy e sul digital; affitti di emancipazione; revisione delle modalità di reclutamento e retribuzione degli insegnanti; regolamentazione delle unioni civili. Alcune di queste idee mi pare sia già tra quelle avanzate dal PD e, se ancora non lo sono, la maggior parte di esse non credo presentino particolari problemi ad essere fatte proprie da tutto, e sottolineo tutto, il partito.
Altre proposte le trovo un po’ demagogiche: la maggiore età a sedici anni, il servizio civile obbligatorio da 3 a 6 mesi (lo dico per esperienza personale: il periodo è troppo breve, l’utilità sarebbe pari a zero sia per la struttura, sia per il giovane), l’eliminazione della classe politica corrotta, la riduzione del rapporto debito/Pil al 100% in tre anni (la Ue ci chiede un rapporto al 113% nel 2014 e ritiene che già questo necessiti una cura da cavallo).
Un’idea che non mi piace è la riforma fiscale basata sul quoziente familiare: ci sono vari studi che mostrano quanto sia costosa per lo Stato, quanto poco sia incentivante per il lavoro femminile e, infine, quanto sia alta la probabilità che non sia equa.
Un’altra eventuale riforma che non condivido è l’abolizione del valore legale del titolo di studio: mi sembra l’anticamera di un disimpegno statale sull’università e l’alta formazione. Se poi il problema fosse davvero l’introduzione nei concorsi pubblici di “criteri di valutazione legati all’effettiva qualità del percorso formativo dei candidati”, basterebbe riformare le procedure dei concorsi, superando selezioni tipo quella recente per i dirigenti scolastici.
Su alcune idee bisognerebbe approfondire bene: per esempio, prevedere lo svolgimento delle udienze civili e penali anche nel pomeriggio per accelerare i tempi della giustizia è una riforma di buonsenso, ma ha pure dei costi che riguardano il lavoro dei cancellieri, del personale dei tribunali e così via. Oppure, il superamento del bicameralismo perfetto: condivido decisamente, ma bisogna capire meglio le funzioni della eventuale seconda Camera e su questo aspetto il programma renziano è vago.
C’è poi il punto 31 che da un lato mi affascina e dall’altro mi lascia parecchio perplesso: mettere in competizione il pubblico con il pubblico. Sarà che il Paese che io sogno è un Paese nel quale i servizi primari al cittadino – salute, istruzione – funzionano a prescindere dai bonus allo stipendio di chi ci lavora e dai risultati della struttura pubblica vicina, ma questo punto mi lascia davvero perplesso e lo voglio segnalare perché è il classico caso di come i problemi vadano affrontati in maniera pragmatica e non ideologica. In teoria, questa pensata è una roba che dovrebbe funzionare. Nella pratica, rischiamo di subire soltanto gli effetti perversi: mi vien da pensare alla proliferazione di corsi di studio nelle scuole e nelle università. Già oggi la competizione è nei fatti: famiglie che cercano la scuola migliore per i loro figli, istituti superiori che pubblicizzano su giornali e televisioni (per tacer di quando vanno a fare orientamento nelle scuole medie) la loro offerta formativa, malati che decidono di farsi operare in una regione anziché in un’altra. Ma istituzionalizzare la concorrenza significa anche capire bene prima (e sottolineo prima) cosa fare per valutare quegli aspetti intangibili che un servizio pubblico deve comunque soddisfare: per esempio, assicurare un’istruzione al bambino di famiglia rom con genitori in carcere o una cura al paziente incurabile senza avere l’assillo che questi casi abbassino la media della prestazione.
Ma se un partito non discute su certe questioni, cosa gli rimane? Giusto le chiacchiere su alleanze e leadership.

domenica 30 ottobre 2011

Spifferi e correnti, ovvero: Matteo Renzi e gli altri

Ho avuto una discussione con un amico, tra ieri e stamani.
Lui è il coordinatore di un circolo PD ed è bersaniano convinto, per cui si è sentito in dovere di postare sul faccialibro alcuni commenti pepati sul Big Bang.
Le mie considerazioni vertono su quanto segue.
Io non sono né bersaniano, né franceschiniano, né dalemiano, né veltroniano, né civatiano, né renziano. Io sono un elettore soltanto del Partito Democratico. Mi trovo d’accordo su alcune soluzioni prospettate dai bersaniani, mentre su altre non la penso come loro. Sono favorevole al contratto unico d’inserimento al pari di Civati, ma quando lui parla di Grillo e dei costi della politica io la faccio un po’ meno semplice. Non mi piace l’apertura di Renzi a Marchionne, ma quando denuncia un problema di rappresentatività e di immobilismo da parte dei sindacati credo ponga un problema verissimo. Sulla laicità la penso come Marino, ma lo trovo incoerente quando chiede l’alleanza con Vendola proponendo ricette neoliberiste. Insomma, io vorrei una discussione di partito che affrontasse i problemi a prescindere dalle persone che li pongono.
Quanto alla rottamazione del personale politico, il figlio di questo mio amico ha vent’anni. Quando si iscrisse alla scuola materna, in Spagna c’era Gonzales, in Francia Mitterrand, in Regno Unito Major e in Germania Kohl. In Italia c’erano D’Alema e Veltroni che litigavano, Bindi che faceva la pasionaria del cristianesimo sociale e Berlusconi presidente del Consiglio. Oggi il figlio del mio amico è iscritto all’università. In Spagna non c’è più Gonzales e nemmeno il suo successore, in Francia non c’è più Mitterrand e nemmeno il suo successore, in Regno Unito non c’è più Major e nemmeno il suo successore, in Germania non c’è più Kohl e nemmeno il suo successore. In Italia ci sono D’Alema e Veltroni che litigano, Bindi che fa la pasionaria del cristianesimo sociale e - a questo punto non si può parlare di casualità - Berlusconi è presidente del Consiglio.

sabato 29 ottobre 2011

...il solito Sacconi

Avere come presidente del Consiglio uno come Silvio Berlusconi implica far passare in secondo piano la mediocrità, l’incapacità, l’incompetenza dei suoi ministri. Maurizio Sacconi è uno di questi. Lui ha pure l’aggravante di affrontare i problemi non in modo pragmatico, ma in modo ideologico: così, non li risolve, ma ha la presunzione di saperlo fare.
Oggi al Corriere spiega, con la consueta arroganza, per quale motivo abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: “Tutte le istituzioni ritengono che ci sia un rattrappimento delle imprese, soprattutto in tempi incerti, dovuto alla difficoltà di risolvere il rapporto di lavoro se le cose vanno male. Lo stesso nanismo delle nostre imprese ne sarebbe conseguenza. Basti pensare che il 54% dei lavoratori dipendenti sta in aziende sotto i 15 dipendenti dove appunto l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non vale e si può licenziare indennizzando il lavoratore”. E poi, altra frase rivelatrice sulla contropartita all’abolizione dell’articolo 18: “Non abbiamo ancora definito specifiche soluzioni. In ogni caso vogliamo tutelare il lavoratore soprattutto quando si consuma un posto di lavoro e non c'è articolo 18 che glielo possa ridare”.
Ora, io sono favorevole al Contratto Unico di Inserimento e considero l’articolo 18 non un totem intoccabile, ma soltanto uno strumento che, in tutti questi anni, ha sopperito in qualche modo ad alcune lacune di un welfare state sui generis. Però non sono assolutamente d’accordo con quel che dice il ministro nell’intervista.
Alcune considerazioni.

1. Se un impiego è l’incontro tra una domanda e un’offerta di lavoro, è l’ora di finirla di considerare il lavoratore un fannullone che merita di rimanere disoccupato se non accetta il posto (magari perché gli orari mal si conciliano con le esigenze familiari o la retribuzione è troppo bassa), mentre se è l’imprenditore a non assumere (e a non crescere) è colpa della legge che pone troppi vincoli. Il rischio c’è per tutti: per chi offre il lavoro, ma anche per chi lo accetta, perché pure lui scommette sull’azienda e, se questa è piccola, sull’imprenditore. E' un aspetto di cui non si parla mai, ministri e confindustriali glissano, ma forse sarebbe bene rifletterci su.

2. Se davvero il nanismo delle imprese italiane fosse conseguenza dell’articolo 18, avremmo una miriade di aziende tra i 12 e i 14 dipendenti. Invece il 95% delle imprese italiane hanno meno di dieci addetti: nell’industria la media è di 8.7 addetti per unità locale, nelle costruzioni di 2.9, nel commercio di 3.3, negli altri servizi di 2.8. E anche se il dato è drogato perché l’Istat comprende le partite Iva considerandole microimprese, mi pare comunque evidente che il motivo principale del nanismo non è l’articolo 18.

3. Se poi, come sostiene Sacconi, le aziende italiane rimanessero sotto i 15 dipendenti per colpa dell’articolo 18, vorrebbe dire che il vero problema non sarebbe lo Statuto dei lavoratori, ma la mancanza di mentalità imprenditoriale. Il dirigente che ha bisogno di personale e non lo assume per paura di non poterlo licenziare se poi le cose non andranno per il verso giusto, è uno che non sa fare il proprio lavoro, al pari di un operaio metalmeccanico che non sa stare alla catena di montaggio o di un contabile che commette errori sulla prima nota.

4. Negli ultimi anni, con tutti gli strumenti di flessibilità in entrata che sono stati inventati, le aziende possono crescere quanto vogliono riguardo al personale, se soltanto lo vogliono: basta fare un co.co.pro o ricorrere al lavoro interinale. Contratti convenienti non tanto per la facilità di sbarazzarsi del lavoratore, ma anche e soprattutto perché il costo del lavoro è più basso. E infatti le aziende hanno attinto a tali forme, senza peraltro uscire dal loro nanismo.


5. Invece di dire “aboliremo l’articolo 18 e però tuteleremo ugualmente il lavoratore, anche se ad oggi non sappiamo come”, il ministro Sacconi dovrebbe dire: “questa è la nostra proposta per un nuovo welfare: si prevede X, Y e Z. In questo modo non ci sarà più bisogno dell’articolo 18”. Non è questione di marketing politico-sindacale. E’ questione sostanziale. Perché togliere uno strumento di tutela, difettoso quanto vogliamo, senza indicare un’alternativa implica chiusura dalla controparte. Come può infatti un lavoratore fidarsi di un ministro che ragiona per schemi ideologici e ha come unica certezza l’abolizione di una tutela e che però non sa andare oltre generiche garanzie in merito a quel che darà in cambio?

venerdì 28 ottobre 2011

Troiai di uno Stato inefficiente e pasticcione

Avviso ai naviganti
In questo blog ci sono due regole che ho sempre rispettato e voglio continuare a rispettare: non pubblicare il mio nome e cognome e non citare il nome dell’azienda in cui lavoro. Lo dico perché alcuni dei miei ventiquattro lettori leggendo il post che segue faranno sicuramente due più due e magari commenteranno e prima di commentare è bene che si ricordino delle due regolette di cui sopra (soprattutto della seconda).

Tre settimane fa, un’amica insegnante mi aveva raccontato dei pasticci combinati dal ministero dell’Istruzione al concorso per dirigenti scolastici. Mi ero convinto che da quelle parti ci doveva essere gente incapace e incompetente, per non dire peggio. Non avevo, però, fatto i conti con i tecnici del ministero dello Sviluppo economico, dipartimento delle Comunicazioni, e con il passaggio al digitale terrestre nella mia Regione.
In breve, ci sono diciotto frequenze da assegnare. Il ministero ha dunque deciso di fare una gara, individuando quattro criteri e, per ognuno di essi, un punteggio: 45 punti per la copertura territoriale, 30 punti per il capitale sociale, 20 punti per il numero di dipendenti a tempo indeterminato, 5 punti per la storicità. I punteggi sono stati assegnati alle varie emittenti rapportandoli a quelli della prima in ogni categoria. Quindi, per esempio, se l’emittente che ha più dipendenti ne ha 23, a essa si conferiscono 20 punti e alle altre in proporzione (13,04 per chi ne ha 15, 8,69 per chi ne ha 10, e così via).
Cosa è successo?
E’ successo che aziende che non hanno dipendenti e non producono programmi, ma si limitano a ripetere un segnale o a mandare in onda televendite (e una di esse è legata in parte al palinsesto di una nota televisione molto vicina a un partito politico di un certo colore), sono diventate operatori di rete. L’Assostampa regionale le ha definite “scatole vuote”. E, secondo il ministero, ha i requisiti anche un’emittente in stato prefallimentare che da due anni non paga i giornalisti. Questo perché hanno dichiarato capitali sociali abnormi oppure perché il loro segnale attualmente copre una bella porzione di regione. Altre emittenti che hanno una lunga storia, radicamento sul territorio, bilanci tutto sommato sani e, soprattutto, dipendenti a tempo indeterminato a libro paga regolarmente stipendiati, sono invece state escluse. Una di queste è terza nella classifica del Comitato Regionale per le Comunicazioni e sul telecomando avrà la posizione numero dieci, la prima dopo le televisioni nazionali. Oggi il futuro di queste realtà è incerto perché per continuare a lavorare avranno bisogno di appoggiarsi alla rete di un altro soggetto: ma lo switch off è dietro l’angolo e l’iter piuttosto lungo, per cui si prevede che, se non verranno loro assegnate frequenze in extremis (sembra che ce ne siano almeno due disponibili, ma prima di mercoledì prossimo non lo sapranno: già, perché lunedì al ministero rispetteranno il ponte di Ognissanti), rimarranno spente per diverse settimane. Il che significa, per giornalisti e impiegati, cassa integrazione. Se non di peggio. Perché poi dovranno ripartire da zero: introiti pubblicitari e progetti di produzione potrebbero essere nel frattempo saltati. Ma pure nel caso che le frequenze vengano loro assegnate rimarranno, a questo punto, spente qualche giorno, con evidenti ripercussioni economiche.
Ci sono poi altri aspetti paradossali. C’è una piccola emittente, gestita da un’associazione di volontariato cattolico, che trasmette su una porzione di un territorio comunale: poche decine di chilometri quadrati di copertura, poche migliaia di persone raggiunte, nessun dipendente, capitale sociale esiguo. Ebbene, ha ottenuto la frequenza, mentre la televisione che opera sul territorio di quella provincia è stata esclusa. Questo perché, tra i tanti troiai ideati dal ministero per la gara di assegnazione, è stata prevista la possibilità di costituire società consortili e intese che però non sono basate sulla sommatoria della forza dei vari soggetti. No, c’è una capofila e il suo valore viene moltiplicato per un coefficiente che aumenta a seconda del numero delle altre televisioni consorziate. Per cui, una emittente si allea con altre quattro che sono piccolissime (l’importante è che non ci sia sovrapposizione del segnale, per cui più son piccole e meglio è), il valore della prima balza alle stelle e tutte e cinque vanno sulla stessa frequenza.
Vogliamo pensar male? Pensiamo male: chi volesse fare un’operazione di tipo speculativo – mi assicuro un po’ di frequenze e poi le rivendo guadagnandoci su, tanto non ho interesse a fare televisione – non sarebbe penalizzato dal meccanismo messo in piedi dal ministero. Tutt’altro.
Ma il vero scandalo, il vero schifo, la vera cialtronata è che aziende che non hanno dipendenti e non fanno informazione locale né autoproducono programmi potranno trasmettere, mentre altre che hanno dipendenti, una redazione di giornalisti professionisti e mandano in onda telegiornali e approfondimenti non sanno ancora che fine faranno.
In un momento di recessione economica, dover essere pure costretti da uno Stato inefficiente e pasticcione a rimanere fermi o andare in cassa integrazione non è proprio il massimo, diciamolo...

giovedì 27 ottobre 2011

Parcheggi abusivi

Ho la fortuna di avere il dentista sotto casa. Nel vero senso della parola: la mia camera da letto è esattamente sopra la sua sala d’attesa. Ciò è molto comodo e lo è ancor più considerato che oltre a essere un bravo dentista è un amico. Per dire: una sera mi saltò una capsula mentre cenavo, scesi giù, lui era ancora in studio, mi fece accomodare, mi risistemò la bocca e poi tornai su in casa a terminare la mia cena.
L’unico problema è che non ho il garage e il mio stallo di sosta è occupato sistematicamente dai suoi pazienti.
E a niente vale il cartello con scritto:
P
riservato
(cognome mio)
(modello e targa dell’automobile mia)

Spesso succede - anzi: è appena accaduto! - che torno da lavoro e trovo il mio stallo occupato. Per cui, entro dal dentista e chiedo al proprietario di spostare l’auto. Se il tizio in questione è sotto i ferri, lascio un biglietto sul parabrezza. Il contenuto del messaggio varia. Se è l’auto di una giovane donna (la riconosci per gli ammennicoli appesi allo specchietto o distribuiti sul lunotto) il biglietto è gentile: “Questo stallo, come si può vedere dal cartello, è riservato. Si prega di posteggiare altrove la prossima volta. Grazie”. Se si tratta del proprietario di un SUV l’intervento è più severo: “D’accordo che ‘sto catamarano può essere utile in città, ma lo stallo sul quale lo hai ormeggiato, come puoi vedere dal cartello davanti a te, è riservato, per cui la prossima volta getta l’àncora da un’altra parte”. Se è un recidivo, il messaggio scritto arriva a livelli quasi aggressivi: “Se hai la patente significa che sai leggere. Ora guarda il cartello davanti a te e rispondi: cosa significa riservato? Il tuo cognome è (…)? E la targa dell’automobile ti pare DY3...?”. Se, infine, è uno che ha lasciato l’auto tutta storta si arriva al più facile e trito sarcasmo: “Se trombi come posteggi, non ti sorprendere se poi tua moglie chiede il divorzio”.

Tuttavia, lo spettacolo migliore è quando il proprietario dell’automobile abusiva si accorge che dà fastidio e deve spostarla. Le tipologie sono più o meno le seguenti:
Il sorpreso
Esce, apre la bocca, strabuzza gli occhi e allarga le braccia, poi guarda il cartello, guarda l’automobile, guarda lo stallo di sosta, riguarda il cartello, riguarda l’automobile, riguarda lo stallo di sosta, ririguarda il cartello, ririguarda l’automobile... la pantomima può durare molto a lungo e si interrompe solamente nel momento in cui dici “non si preoccupi, succede a tanti di non vedere il cartello”.
Il finto tonto
Esce, guarda il cartello con ostentata curiosità, si gratta la testa, fa un sorrisino scemo e poi ti guarda come a dire “eeeeeeh.....”. Tu lo guardi come a rispondere “eeeeeeh ‘na sega, ora sposta la macchina!”
L’indifferente
Esce, biascica qualcosa che va dal “ma porca miseria, uno non fa in tempo ad arrivare che deve spostare l’auto perché arriva il proprietario del posto” al freddo “dove la posso mettere?”. La caratteristica comune degli indifferenti è che non chiedono mai scusa, anzi: ti fanno quasi sentire in colpa di averli fatti alzare dalla sedia costringendoli a interrompere la lettura di un Chi di due mesi fa con le foto di Rosanna Cancellieri mentre prende il sole in piscina e si intravede una tetta.
Lo sfigato
E’ un ometto che ha un mal di denti atroce e, mentre è in sala d’attesa, sente dire che c’è da spostare una macchina. Impallidisce, si alza pieno di sensi di colpa e va a spostare la sua, che si trova in un parcheggio a pagamento (con biglietto regolarmente pagato fino alle nove del mattino seguente) dall’altra parte della città, per paura che dia noia a qualcuno.
La donna pisana
Tipologia molto particolare. Non ha ancora capito che l’auto va parcheggiata nell’area compresa tra le due strisce bianche parallele e non a cavallo di una di queste. Inutile andare a chiamarla o lasciarle biglietti sul parabrezza, sarebbe tempo sprecato.
Il Gatto
Il Gatto è il soprannome di un tipo che conosco, anch’egli paziente del mio dentista. Un giorno lasciò la Mini nel mio stallo. Io non sapevo che fosse sua l’auto. A dirla tutta, non sapevo nemmeno che fosse curato dal mio stesso odontoiatra e, del resto, erano anni che non ci vedevamo. Entrai, lo vidi e ci salutammo. Mi fece: “o te che ci fai qui?” “No, sai... io abito qui sopra. E c’è qualcuno che ha posteggiato l’auto proprio nel mio stallo riservato... quella Mini nera, là fuori” “Ah, ma allora è tua la Ford targata DY3... citata nel cartello?”.
Sono sincero: ho talmente apprezzato la sfrontata sincerità che da allora lui è l’unico ad avere il diritto di posteggiare dove, in teoria, potrei lasciare l’auto solamente io.

mercoledì 26 ottobre 2011

Neanche la dignità, gli rimane

C’è qualcosa di veramente triste nel modo con il quale Silvio Berlusconi sta affrontando la stagione terminale della sua esperienza politica.
E’ la mancanza di dignità.
Il motivo per cui rimane inchiodato alla poltrona non è nemmeno più legato ai guai giudiziari (al punto in cui siamo, se si presentasse agli italiani e dicesse “lascio il governo e mi ritiro alle Bahamas se la magistratura mi condona tutti i procedimenti penali”, penso che ci andrebbe bene comunque), ma è la conseguenza di un carattere presuntuoso ed egocentrico oltre ogni limite.
Non voler perdere può essere sintomo di carattere, di grinta, di determinazione. Ma qui siamo oltre il non voler perdere. Qui siamo al non saper perdere, sintomo puerile di mancanza di senso della realtà.
Berlusconi non passa la mano e resta lì, a far danni insieme alla sua compagnia di incapaci e incompetenti (per motivi miei di lavoro, tra questi oggi potrei citare Paolo Romani, ministro della recessione economica - e non aggiungo altro perché se stasera scrivo qualcosa in proposito mi becco una querela): questo è l’aspetto peggiore della vicenda.
La mancanza di dignità lo porta poi a fare esattamente quel genere di cose che diciassette anni fa rimproverava alla classe politica: gli accordicchi dorotei, le fanfaluche, il teatrino. Nemmeno un briciolo di coerenza, nemmeno quella serve più per almeno ammettere la sconfitta o fare, finalmente, qualcosa di buono per il Paese che lui dice di amare.

Ora, io so che possiamo fare tutte le critiche che vogliamo all’attuale opposizione. Anche dire – lo ha detto ieri da un autorevole direttore di quotidiano – che l’Italia è poco credibile sui mercati esteri per colpa di un Partito Democratico diviso sulla famosa lettera della BCE. Ma se ci fosse stato un governo di centrosinistra – così come se ci fosse stato uno qualunque dei governi democristiani degli anni Sessanta o Settanta – sono sicuro che avrebbe gestito questa fase politica con maggiore dignità e senso di responsabilità.

martedì 25 ottobre 2011

Ma tanto io in pensione non ci andrò mai

Quando andavo all’università c’era un tizio che frequentava le lezioni con noi. Aveva sui sessant’anni, o forse qualcosa meno, ed era un ex portuale in pensione. Dava due o tre esami l’anno, con calma e senza angosce: non saltava una lezione, approfondiva scrupolosamente la materia e, alla fine, prendeva sempre un voto molto alto. Il resto del suo tempo lo passava a esercitare il fascino dell’uomo maturo sulle ventenni e a partecipare a ogni sorta di manifestazione di piazza, occupazione o assemblea di protesta organizzata dal collettivo studentesco di sinistra (che in genere si riuniva in un’aula inaccessibile a chi non fosse un accanito fumatore di qualsiasi cosa potesse stare dentro una cartina da arrotolare). Insomma, frequentava l’ateneo non per prepararsi un futuro, come la maggioranza di noi, o per rimandare il servizio di leva, ma per diletto e voglia di ampliare le proprie conoscenze.
All’epoca mi dicevo che anch’io, una volta andato in pensione, mi sarei iscritto nuovamente all’università.
Poi ci fu il governo Dini, ci fu la riforma delle pensioni e io, a soli venticinque anni, capii che quel mio bel progetto di lunghissimo termine sarebbe andato a farsi benedire, che all’età dell’ex portuale io sarei stato sempre a lavoro e ci sarei rimasto ancora per un bel po’.
Insomma, per farla breve, da più di tre lustri mi sono messo il cuore in pace: so benissimo che uscire dal mondo del lavoro prima di aver compiuto sessantasette anni (ammesso che sia sempre possibile) non sarebbe per me conveniente e probabilmente mi toccherà arrivare ai settanta.
E’ un problema? No, non lo è.
Il problema, casomai, è che quando mi ritirerò non avrò né la liquidazione di cui hanno goduto generazioni di italiani a posto fisso e unico, né la rendita quanto meno decente erogata ai pensionati di oggi che hanno lavorato quarant’anni.
Il problema è che se nei prossimi ventotto anni dovessi perdere il posto di lavoro e il nostro sistema di welfare state non dovesse essere riformato, io sarei nella cacca non soltanto nel breve periodo, ma pure a lungo termine.
Il problema è che mi piacerebbe farmi una pensione integrativa, ma non ce la faccio perché lo stipendio che ricevo mi basta soltanto per arrivare in fondo al mese (e, anzi, grasso che cola se, con la crisi che c’è, l’azienda ogni dieci del mese è puntuale con l’accredito).
Il problema è che quando sarò in pensione, se avranno continuato a tagliare i servizi essenziali e ad aumentare i ticket sanitari, arrivare alla quarta settimana potrebbe essere una scomessa assai difficile da vincere.
Altro che iscrivermi nuovamente all’università!
E io sono uno di quelli fortunati.
Certo, se facessi il minatore o l’addetto alla manovia nel grande stabilimento Fiat di Pomigliano forse parlerei diversamente. Però, mi piacerebbe che il dibattito sulla riforma previdenziale si concentrasse su questi problemi, anziché sull’età in cui andare in pensione. Chissà, forse sarebbe anche più semplice portare avanti le riforme di cui il nostro Paese ha bisogno. Che non riguardano tanto un’età in cui smettere di lavorare, ma l’organizzazione dei servizi e delle tutele che lo Stato offre ai propri cittadini.

lunedì 24 ottobre 2011

Sei sì, un no e alcune perplessità

Sul Corriere della Sera di oggi il duo neoliberista Alberto Alesina – Francesco Giavazzi propone dieci cose da fareper dare una scossa al Paese”. Ho cercato di riflettere su tali idee, che ritengo comunque un interessante contributo al mediocre dibattito politico italiano.

1. “Sbloccare il mercato del lavoro con una progressiva introduzione di contratti unici”. Se si fa riferimento al contratto unico di inserimento proposto inizialmente da Tito Boeri e Pietro Garibaldi sono d’accordo, per i motivi già ampiamente spiegati in passato.

2. “Sostitu
ire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla flex security dei Paesi nordici”. In linea di principio, non sarei contrario all’abolizione di uno strumento concepito e nato in un’epoca in cui non c’erano tutti i contratti atipici e precari di oggi, basta che gli ammortizzatori sociali in sostituzione siano veri e per tutti. Dire “flex security dei Paesi nordici” è dire tutto e niente. In linea di massima è un modello che mi trova favorevole, ma non sarebbe a costo zero (anzi, sarebbe molto costoso, forse addirittura insostenibile per come stiamo messi oggi, anno di grazia 2011) e richiederebbe un senso civico in Italia sconosciuto. Non vorrei che questo “ispirarsi” si traducesse in una caduta verticale delle protezioni sociali e del welfare state.

3. “Tornare alla formulazione originale dell’articolo 8 della manovra finanziaria di agosto, quella inizialmente scritta dal ministro Sacconi”. Sono contrario: come la vorrebbe il ministro, si entrerebbe in una situazione grazie alla quale a decidere il diritto del lavoro sarebbe la contrattazione aziendale. Non mi piace per niente.

4. “Permettere ai salari del settore pubblico di essere diversi da una regione all’altra a seconda del costo della vita”. Pronto a cambiare idea, ma non mi convince. Le gabbie salariali c’erano già in Italia e furono abolite anche perché il criterio di diversificazione del salario può essere la produttività, non un territorio che, comunque, anche all’interno di una regione può essere parecchio diversificato (a Massa Carrara la situazione non è la stessa del senese, per quanto sia sempre Toscana). Se poi una riforma del genere dovesse essere portata avanti dal duo delle meraviglie Calderoli – Brunetta, allora potremmo già immaginare l’effetto finale. Pregiudizio? No, amara constatazione di quel che hanno fatto in tre anni e mezzo di governo.


5. “Favorire l’occupazione femminile con agevolazioni fiscali quali le aliquote rosa per le donne che lavorano”. Sono d’accordo. Ma siamo sicuri che questa riforma sia a costo zero?


6. “Riformare con equità le pensioni di anzianità (oltre all’aumento dell’età pensionabile annunciato da Berlusconi) e prevedere, con la dovuta gradualità, che si possa lasciare il lavoro solo quando si raggiungono i requisiti per una pensione di vecchiaia o i massimi contributivi. Lo scorso anno l’Inps ha liquidato 200 mila nuove pensioni di vecchiaia e un numero simile (175 mila) di nuove pensioni di anzianità. Ma l’importo medio di un’anzianità è di 1.677 euro, contro 602 euro di una pensione di vecchiaia”. Sono d’accordo, ma a una condizione: che una riforma del genere sia accompagnata da un’altra, riguardante la previdenza integrativa per chi è entrato nel mondo del lavoro dopo il 1996.


7. “Riforma della giustizia civile che accorci i suoi tempi, oggi glaciali, uno dei maggiori ostacoli, soprattutto per i giovani imprenditori”. Sono d’accordo, soprattutto se la riforma dovesse partire dalla modalità di pagamento (a forfait e liberalizzando le tariffe) degli avvocati, che oggi hanno troppi interessi a mandarla per le lunghe con le udienze.


8. “Eliminare alcuni dei privilegi garantiti agli ordini professionali. Aprire ai privati la gestione dei servizi pubblici locali (per esempio gestione dei rifiuti). Liberalizzare i mercati, partendo da ferrovie, poste ed energia”. Giudizio articolato. Sono d’accordo sull’abolizione di alcuni privilegi agli ordini professionali, sostanzialmente d’accordo pure sulla liberalizzazione dei mercati, ma sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali ci andrei molto, molto cauto. In primo luogo, c’è stato un referendum il cui esito è da rispettare; in secondo luogo, ci sono già dei processi in atto che prevedono il mantenimento del controllo pubblico su settori strategici.

9. “Allargare la base imponibile riducendo l’evasione per poter abbassare le aliquote: niente condoni, perché i condoni sono un invito a evadere il fisco. Vincolarsi per legge a destinare le maggiori entrate derivanti dal recupero dell’evasione unicamente alla riduzione delle aliquote fiscali, in particolare sul lavoro, con una specifica attenzione a quello femminile”. Sono d’accordo. Senza se e senza ma.

10. “Dimezzare i costi della politica, nel vero senso della parola, cioè una riduzione del cinquanta per cento. Ciò non avrebbe un effetto macroeconomico diretto ma darebbe un importante segnale politico di svolta”. Ecco, appunto: basta essere consapevoli che si tratta di un segnale e non di un mezzo decisivo per ridurre il deficit o il debito pubblico e allora non si può che essere d’accordo. A quel punto, finalmente, potrebbero essere abbattuti i veri costi della politica: che non consistono nel numero dei parlamentari, ma nel loro modo di lavorare; che non consistono nell’esistenza o meno delle province, ma del modo in cui le competenze e le funzioni vengono assegnate e svolte. E se c'è qualche ente da abolire, partiamo da agenzie, consorzi e autorità che sono più poltronifici che enti al servizio del cittadino.

EDIT: vedo che pure Civati stamani fa un post come questo e arrivando, più o meno, a considerazioni analoghe. Bene!
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domenica 23 ottobre 2011

L'esame da superare è quello della credibilità

Certo, possiamo continuare a ironizzare sugli errori e le carenze del Partito Democratico come fa Claudio Cerasa un giorno sì e l’altro pure o scrivere preoccupati editoriali sul più venduto quotidiano italiano riguardanti la mancanza di risposte da parte dell’opposizione.
Però io oggi non riesco a evitare un confronto con il passato. Impietoso con il presente.
Nel 1996 l’Italia aveva da sistemare i conti pubblici: deficit troppo alto, debito pubblico idem. E però aveva un obiettivo strategico irrinunciabile: l’ingresso nella futura moneta unica europea.
All’epoca c’era una maggioranza Ulivo più Rifondazione e le tensioni non mancavano, perché i comunisti minacciavano di far cadere il governo se fossero stati approvate talune misure particolarmente severe, in particolare legate alle pensioni. Il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministero del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi avevano impostato una legge finanziaria rigorosa sì, ma non troppo. Andarono dunque a parlare con l’allora premier spagnolo José Maria Aznar e il suo ministro dell’economia Rodrigo Rato con l’obiettivo di far fronte comune per ritardare il calendario definito a Maastricht sui tempi della moneta unica. Ma il governo iberico disse di no. Prodi e Ciampi capirono quindi che non avevano altra scelta rispetto alla cura da cavallo. Tornati in Italia, agirono di conseguenza varando una supermanovra da 62mila miliardi di lire (prima della trasferta madrilena era previsto fosse di 30mila circa) e, quando pochi giorni dopo il presidente francese Jacques Chirac avanzò critiche sul piano di correzione dei conti pubblici, i due ebbero la forza e l’autorevolezza di zittirlo immediatamente.
Perché – pur con tutti i limiti che poteva avere quell’esecutivo e, soprattutto, quella maggioranza – quello era un governo di gente seria, credibile e capace. E all’estero lo sapevano.
Oggi viviamo una situazione per molti aspetti analoga: una situazione drammatica dei conti pubblici (soprattutto sul versante del debito), l’Europa che ci chiede degli sforzi, una maggioranza litigiosa con una sua componente che non ne vuole sapere di intervenire in un certo settore, un presidente del Consiglio che cerca sponde con altri Paesi europei. C’è soltanto una differenza: purtroppo, quella decisiva. Questo non è un governo di gente seria, credibile e capace. E all’estero lo sanno.

sabato 22 ottobre 2011

Proposta di legge ad pannellam

Da un po’ di giorni i radicali sono nell’occhio del ciclone. Prima per aver votato in dissenso con il resto dell’opposizione tirando in ballo una questione che c’entrava come i cavoli a merenda; poi per aver adottato un comportamento parlamentare diverso da quello di chi non è in maggioranza; infine, per un incontro tra Marco Pannella e Silvio Berlusconi.
Senza entrare troppo nel merito delle numerose istanze sollevate dai radicali nel passato recente e remoto (dall’amnistia all’eutanasia, dalla fame nel mondo al matrimonio tra omosessuali), la questione va risolta una volta per tutte e di seguito ecco la mia soluzione.

Proposta di legge ordinaria

art. 1
La legge 7 agosto 1990, n. 230, “contributi alle imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale” è sostituita dalla seguente.
Art. 1 – Entro il 31 marzo di ogni anno è corrisposto un contributo di euro nove milioni all’emittente radiofonica denominata “Radio Radicale” in quanto impresa radiofonica che svolge attività di informazione di interesse generale. La corresponsione di tale contributo è subordinata alla messa in onda di programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore, comprese tra le ore sette e le ore venti.
Art. 2 – L’emittente radiofonica denominata “Radio Radicale” trasmetterà le sedute del Parlamento.
Art. 3 – Verrà corrisposto un contributo ulteriore di tre milioni di euro annuali – che varieranno ogni anno in base all’adeguamento del costo della vita – a copertura degli eventuali aumenti degli oneri gestionali.
Art. 4 – Tali contributi verranno corrisposti annualmente finché rimarrà in vita l’onorevole dottor Pannella Giacinto detto Marco
Art. 5 – L’onorevole dottor Pannella Giacinto detto Marco e i suoi seguaci si impegnano, a fronte dell’erogazione annua di tali cifre, a non scassare più gli zebedei alle varie parti politiche offrendo i loro servigi parlamentari all’una o all’altra a seconda di chi garantisce loro più contributi all’emittente radiofonica.

EDIT: ovviamente, auguriamo lunga vita all'onorevole dottor (e lo diciamo sinceramente, al di là di tutte le critiche che possiamo muovergli).

venerdì 21 ottobre 2011

Nel Paese dei miei sogni

Nel Paese dei miei sogni, di federalismo si parla poco e, casomai, si delegano funzioni ai sindaci o chi per essi. E, per far sì che le funzioni siano davvero delegate, si destinano le risorse adeguate, invece di decidere a livello centrale cosa e quanto tagliare obbligando gli amministratori locali a far le nozze con i fichi secchi.
Nel Paese dei miei sogni se un ente locale è virtuoso e ha soldi, li spende per la comunità invece di tenerli lì ad appassire sì da far apparire il bilancio dello Stato meno brutto agli occhi degli organismi internazionali. Se un ente, invece, non è virtuoso, i cittadini cercano di capire perché e mandano a casa i politici che non hanno reso un buon servizio.
Nel Paese dei miei sogni, poi, i sindaci fanno i sindaci. Si intromettono poco o niente nelle vicende nazionali, se vanno in tv è perlopiù su qualche emittente locale per rispondere di quel che avviene sul territorio che essi amministrano e non per pontificare un giorno sì e l’altro pure dai canali nazionali su faccende che con la loro attività c’entrano poco o niente. Non hanno come primo lavoro quello di organizzare conventions nazionali o discettare di grandi strategie elettorali e alleanze, ma badano a rattoppare le strade, aggiustare le scuole, ripulire le fognature, migliorare i servizi sociali.
Nel Paese dei miei sogni non tutto quel che ha fatto l’avversario politico è sbagliato e censurabile, soprattutto a livello locale, dove poco conta l’ideologia e molto il pragmatismo.
Nel Paese dei miei sogni, infine, un nubifragio, per quano violento, è un evento che ci può anche stare di tanto in tanto, non è considerato una calamità naturale e non manda in tilt un’intera città.

giovedì 20 ottobre 2011

Effetti collaterali

In un Paese che dirvi non so, un creativo ministro delle finanze s’inventò una regola valida per tutta una serie di enti pubblici: tutte le spese di un certo settore non avrebbero potuto superare il 20% di quelle sostenute nell’anno precedente.
Non avrebbe avuto importanza se l’investimento sostenuto fosse stato fatto per finalità giuste o sbagliate, se il bilancio dell’ente fosse stato sano oppure no, se ci fosse stata la necessità di spendere una cifra oppure no. L’importante era tagliare. Guai a chi avrebbe sforato.
Resta il fatto che quelle spese avevano un destinatario, un fornitore. Che, di punto in bianco, si trovò a incassare 2 anziché 10, pur avendo fatto sempre il suo dovere e pur fornendo un prodotto che l’ente trovava ottimo e che, anzi, per i benefici che ne ricavava o trasferiva ai cittadini avrebbe casomai desiderato incrementare. Se soltanto avesse potuto. Ma non poteva.
Alcuni utenti dell’ente pubblico si lamentarono perché era venuto meno un servizio che avevano trovato valido, altri si accorsero solamente dopo un po’ di tempo che ciò che avevano apprezzato non c’era più.
Il fornitore, da parte sua, si ritrovò un giorno a frugarsi nelle tasche: perché si dà il caso che c’era la recessione economica e quindi anche i privati ci stavano attenti (per tacer dei pagamenti, sempre più dilazionati). Inoltre, il governo si era inventato che tutte le aziende del settore in cui operava il fornitore avrebbero dovuto attuare un investimento tecnologico per rinnovare il ciclo produttivo: roba importante, che andava a costare una cifra pari anche al 40-50% del fatturato annuale. Così, un giorno il fornitore convocò i suoi dipendenti e disse: "oh, qua i casi sono tre: o si manda a casa qualcuno di voi o si toglie una parte di stipendio a tutti quanti oppure si chiude bottega".
Il ministro delle finanze, però, era contento: aveva fatto risparmiare l’80% delle spese di un certo settore a tutti gli enti locali e di questo poté vantarsi con i propri colleghi. E persino nella brochure distribuita urbi et orbi in cui venivano elencati i successi del governo di cui faceva parte si diceva che in quel ridente Paese che dirvi non so erano state fatte grandi cose a sostegno dei lavoratori.

(è una storia che ho inventato, eventuali riferimenti a situazioni realmente esistenti sono puramente casuali; quindi, nessuno si lambicchi nel cercare riferimenti a questo o quel settore e/o azienda ché tanto non ce ne sono. O forse sì?)

Rottamare Stefano Fassina?

Ora, che un quotidiano conservatore come il Wall Street Journal sbertucci il Partito Democratico (quello italiano) non mi stupisce (a prescindere dal merito delle critiche, ché queste in effetti stavolta ci possono in buona parte stare).
Casomai, la domanda che mi pongo è un’altra.
Quanto delle critiche mosse da più parti (in Italia e all’estero) al PD sull’economia muovono da certe recenti sortite del quarantacinquenne responsabile economico Stefano Fassina? Il suo è un ruolo delicato, in una fase storica come quella che stiamo attraversando.
Io ragiono da non economista, da ignorante della materia. A me il tipo pare una persona assai preparata. Però a volte ho come la sensazione che sia uno un po’ troppo condizionato da certe visioni, come dire?, legate più alle esigenze della politica che non a quelle dell’economia. Insomma, mi sembra che le idee che esprime siano figlie più della necessità di tenere insieme le varie anime del partito e di non scontentare troppo la Cgil (bacino elettorale importante), che non della volontà di elaborare proposte magari contrastanti, ma che osino rompere schemi predefiniti e siano incisive. Si badi bene: non ne sto facendo una questione di neoliberismo o di neolaburismo. Ne sto facendo una questione di politiche chiare, in cui a prevalere non è il compromesso, ma la soluzione migliore per affrontare un certo problema. Viviamo un’epoca di straordinaria ed eccezionale emergenza: le risposte convenzionali e tradizionali non bastano, sono superate.
Ci vuole coraggio: è Fassina a non averlo? O è il segretario nazionale Bersani che non gli permette di averlo? Mi piacerebbe capirlo.

I miei dubbi evidenziano pure un’altra cosa: che il ricambio della classe dirigente non può essere fine a sé stesso e non è soltanto una questione generazionale e anagrafica.

mercoledì 19 ottobre 2011

Fuffà fiffì, e l'Italia è questa qua

Ci sono due atteggiamenti che io trovo assolutamente affascinanti ed emblematici della situazione che stiamo attraversando.

Il primo atteggiamento.

E’ la malcelata soddisfazione con la quale alcuni giornali di destra, politici della maggioranza e il Tg1 hanno accolto la notizia dell’indagine su Alessandro Profumo per frode fiscale. Non mi stupirei se qualcuno di loro avesse avuto un orgasmo al sentire la novità. Che, a cose normali, dovrebbe farci preoccupare: insomma, che uno dei due principali gruppi bancari italiani evada le tasse non è bello, specie di questi tempi. Ma vuoi mettere la soddisfazione di titolare sul banchiere di sinistra che partecipa alle primarie di Prodi, “corteggiato dal PD per candidarsi” (come ha sottolineato beffardamente la trasmissione in onda ieri alle 20 su Raiuno), che escogita un piano per non pagare le tasse (aaaaah, visto la sinistra che fa tanto la morale agli altri?) e tutto ciò proprio il giorno in cui Berlusconi viene scagionato in uno dei numerosi processi che lo riguardano e il centrodestra vince in Molise? Il garantismo in certi casi può ben finire in soffitta, cosa vuoi che conti il garantismo di fronte a un’opportunità così ghiotta per sputtanare l’avversario? Già, perché nel dibattito politico italiano ormai l’elemento più importante non è il confronto di idee, ma lo scontro tra fazioni, mentre sugli spalti c’è chi fa il tifo per l’una o l’altra e, come in una partita di calcio, basta vincere, non importa come.

Il secondo atteggiamento.

Il presidente del Consiglio di fronte alle pressanti richieste di far qualcosa per rilanciare lo sviluppo afferma: “Qualcosa ci inventeremo”. Non so come una frase del genere sarebbe stata accolta in Francia o in Germania o in Gran Bretagna. Credo non bene. Io trovo preoccupante questo atteggiamento da parte di un uomo di governo. Posso dire “viva la sincerità”, ma l’uomo di governo non è lì per improvvisare: è lì per elaborare politiche di medio-lungo periodo. L’autore di questa frase, poi, sono anni che improvvisa e si inventa qualcosa ed è anche per questo che siamo messi così male rispetto ad altri Paesi che pure sentono gli effetti della recessione economica.
“Qualcosa ci inventeremo”. Non è stato detto in merito a – boh? Non so – un’approvazione in commissione parlamentare di un emendamento sul matrimonio tra omosessuali e ora bisogna ricominciare daccapo tutto l’iter, oppure a proposito di un’emergenza imprevista e imprevedibile. No, è stato detto su una questione politica strategica, della quale si discute da anni e che dovrebbe essere al centro - al centrissimo - dell’azione di governo.
“Qualcosa ci inventeremo”: sì, Archimede Pitagorico for president.

martedì 18 ottobre 2011

Molise, Italia

Se c’è una cosa da imparare dalle elezioni regionali nel piccolo Molise è quanto siano inattendibili i sondaggi e quanto siano da prendere con le molle le strategie classiche delle alleanze e tutti quei ragionamenti arzigogolati che tanto piacciono a D’Alema & c.
Spiego perché.

1. Non mi stancherò mai di ripeterlo: la legge elettorale per le politiche è una porcata non soltanto per l’impossibilità di esprimere preferenze, ma anche e soprattutto per il premio di maggioranza assegnato su base regionale al Senato, che rende aleatorio il risultato finale. Tutti i sondaggi che vediamo nei programmi tv e sui quotidiani ci illudono facendoci vedere un dato nazionale in cui il centrosinistra è sopra di tre, quattro, sei punti. Nessuno di essi indica il dato Regione per Regione e resta il fatto che ce ne sono almeno tre (Lombardia, Veneto e Sicilia) tra quelle che esprimono il maggior numero di senatori che sono saldamente in mano al centrodestra. Propaganda a parte, fossi un dirigente di un partito di centrosinistra ci penserei due volte a invocare elezioni senza prima aver cambiato la legge elettorale o, quantomeno, capito definitivamente cosa fa l'UdC.


2. Uno dei motivi per cui bisogna andare con i piedi di piombo è che, dopo il Piemonte, anche nel Molise il voto di protesta confluito nel Movimento 5 Stelle è stato determinante e, stavolta, con il paradosso di avvantaggiare chi già governa l’ente locale. In Regioni come il Piemonte, il Lazio, la Campania, la Puglia, dove potrebbero bastare poche migliaia di voti per decidere a chi assegnare il premio di maggioranza (e si tratta di realtà molto popolose, quindi con tanti senatori), la presenza di un movimento come quello di Grillo rischia di essere risolutivo per la formazione di una maggioranza a livello nazionale. E non mi si venga a dire che Grillo pesca nell’area dell’astensionismo perché non è vero (in Molise gli astenuti sono aumentati rispetto alle precedenti regionali). Pesca, soprattutto, dal centrosinistra e, in particolare, dal Partito Democratico.


3. Se Grillo pesca soprattutto dal PD la colpa è in primo luogo del PD stesso e se quest’ultimo vuol recuperare quegli elettori che qualcuno gli sta soffiando, invece di frignare non ha che da migliorare la propria offerta e smetterla di regalare pretesti agli avversari politici.


4. Tutte le elucubrazioni mentali sulle alleanze non tengono conto dei programmi. Un esempio soltanto: Ignazio Marino vuole allearsi con Sinistra Ecologia Libertà, ma su lavoro e welfare propone ricette che non credo siano ben accette dai vendoliani. Si torna al problema di sempre, dunque: cosa vuole il PD sugli argomenti chiave? Elabori una sua proposta chiara, che ritenga convincente agli occhi di tanti (e sottlineo tanti) cittadini. La esponga ai suoi alleati potenziali: se ci sarà da cambiare qualche dettaglio, verrà cambiato, ma senza stravolgere alcunché e senza che – come avvenne nel 2006 – qualcuno si smarchi su una parte del programma. Chi ci sta, ci sta. E chi non ci sta, vada da solo o guardi altrove o faccia convocare primarie in cui ogni candidato presenta un s
uo programma ben definito. Io sarò cocciuto e mi sbaglierò, ma non credo proprio che, seguendo la strada che io propongo, il PD (e chi ci si allea) prenda meno voti solamente perché non imbarca a ogni costo il radicale che deve guardare al voto laico, il moderato casiniano che deve fare il suo con il voto cattolico e così via. Purtroppo non mi sembra che questa mia sia pure la linea del partito. Ma magari son io che sbaglio. Spero.

(p.s.: le analisi su quanto è calato il PD rispetto al 2007 nel Molise sono vacue, quando non addirittura stupide. Primo, perché con tutto il rispetto però il Molise è il Molise, non la Lombardia; secondo, perché il voto locale è sempre influenzato da questioni locali e io non sono molisano e non le conosco a sufficienza per esprimere giudizi; terzo, perché il PD ha avuto una débacle importante, ma i suoi alleati non son cresciuti e, anzi, l'IdV che alle europee del 2009 aveva il 28% ora ha solamente l'8%)

lunedì 17 ottobre 2011

Quel che ho capito dopo i fatti di Roma

Dopo aver letto resoconti, approfondimenti e riflessioni varie su quanto avvenuto sabato scorso a Roma, ho capito alcune cose.
Innanzitutto, ho capito che ci sono degli stronzi che dicono di non avere soldi e lavoro, ma poi i quattrini per andare in Grecia (a imparare l’arte della teppa) e muoversi su e giù per l’Italia (a far casino) noleggiando furgoni Ducato (da utilizzare come ripostigli per armi improprie), ecco: quelli li trovano.
Poi ho capito quanto i problemi di bilancio si siano ripercossi sulla pubblica sicurezza: in termini di risorse da destinare a questa anziché a quella attività perché per entrambe non ce ne sono abbastanza, in termini di ricambio degli agenti che arrivano a essere ancora in piazza a cinquant’anni suonati, in termini probabilmente anche di motivazioni delle strutture di comando se non addirittura di capacità di lettura di fenomeni che si sono sviluppati negli ultimi anni.
Inoltre, ho capito quanto sia facile interpretare a proprio uso e consumo e tornaconto lo stesso fatto e non soltanto da parte dei politici di professione, ma pure dei loro corifei o imitatori: per esempio, Vittorio Feltri se la prende con l’opposizione parlamentare perché, a suo dire, ha appoggiato il movimento degli indignati e il giorno stesso Beppe Grillo attacca l’opposizione parlamentare perché, a suo dire, ha demonizzato il movimento degli indignati.
Ho capito quanto possono ancora oggi essere devastanti le frasi pronunciate anni fa da un ex presidente della Repubblica che, arrivato a una certa età, dava fiato alla bocca senza riflettere sulle conseguenze.
Ho capito che se il ministro dell’Interno canta vittoria perché non c’è scappato il morto, mentre il delinquente canta pure lui vittoria perché, in fondo, ha fatto esattamente quel che voleva fare, noi che vorremmo un governo migliore di questo, detestiamo la violenza e pensiamo che non bisogna aspettare il morto, ma prevenire anche soltanto la possibilità che ci sia, siamo i principali sconfitti.
Ho capito pure un’altra cosa. Che questi stronzi con i caschi o i passamontagna neri sono i migliori amici dei dietrologi. Quelli che vengono da te e con aria supponente, da chi la sa lunga, pretendono di spiegarti che la realtà non è quella che si vede, ma quella che loro ti propinano: vedi, c’è una foto che mostra come gli scarponi dei poliziotti e dei black bloc siano gli stessi; vedi, c’è un tipo con la barba di tre giorni e il bavero dell’impermeabile rialzato che sta al muretto a guardare; vedi, l’estintore lanciato dal ragazzo...
Ho capito che, dietrologi a parte, siamo un popolo senza fantasia. Le manifestazioni che organizziamo seguono sempre le stesse ritualità (e amen se le fanno il PD o la Cgil, ché tanto si sa; è quando sono proposte da chi vorrebbe il cambiamento che c’è da riflettere), chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico fa come ha sempre fatto finché gli eventi non lo obbligano a trovare strade nuove; persino i violenti devono andare all’estero per imparare qualcosa di diverso; per tacere dei giornali che pubblicano quasi tutti la stessa foto in prima pagina.
Infine, ho capito che l’incompetenza e la faziosità di chi governa l’Italia è una malattia contagiosa con la quale siamo costretti a fare i conti quotidianamente. Avere degli incapaci e immeritevoli e faziosi nei posti di comando può significare, per il cittadino comune, acquistare una Lancia Y a rate e vedersela distrutta soltanto perché chi avrebbe dovuto garantirne la sicurezza o non ne è stato capace o non ha avuto sufficiente interesse a farlo: delle due possibilità, non so quale sia la peggiore.

domenica 16 ottobre 2011

Parla come mangi / Massimo D'Alema

Stamani Massimo D'Alema ha concesso una lunga intervista al Corriere della Sera. Nell'attesa di capire dai sondaggi quante migliaia di lettori disposti a votare per il Partito Democratico avranno cambiato idea dopo aver letto il suo pensiero, abbiamo applicato il nostro software decriptatore (Corrado Formigli di Piazza Pulita ce lo ha restituito dopo averlo utilizzato nel corso dell'ultima puntata) all'ultima risposta del'ex segretario diessino.
Come al solito, in corsivo la risposta pubblicata e in blu quello che realmente voleva dire D'Alema alla seguente domanda:
"Prodi e D'Alema avranno un ruolo in questa nuova stagione politica che lei delinea?"

Premesso che non tocca a me il casting,
Sarò io il king-maker. State pur certi che, in caso di vittoria alle elezioni, mi farò sentire nel piazzare i miei uomini in ruoli chiave del governo o del Parlamento.

rispondo che non ho problemi di ruolo e non sto cercando collocazioni.
Per quanto mi riguarda, il mio sogno è sempre quello di qualche anno fa: essere Presidente della Repubblica.

Dimettendomi da palazzo Chigi a suo tempo dimostrai che ai ruoli antepongo le coerenze politiche.
In subordine, potrei accontentarmi della presidenza della Camera.

Prodi è una grande personalità, tra l'altro molto apprezzata anche al di fuori del nostro Paese. Quindi è una risorsa importante.
Quel rompicoglioni di Prodi, in caso di nostra vittoria elettorale, potrebbe effettivamente essere il principale ostacolo nella mia corsa al Quirinale se si decidesse che la presidenza spetta a noi del PD e non a Casini.

sabato 15 ottobre 2011

Gente che va

Comunque non possiamo nei giorni pari criticare il Partito Democratico perché non ha un’identità precisa e avanza proposte vaghe, e nei giorni dispari criticare il Partito Democratico perché non aggrega altre forze e, anzi, lascia che se ne vadano alcune di esse senza strapparsi i capelli.
Entrambe le critiche sono legittime se considerate separatamente.
Insieme diventano pretesti.
Perché delle due l’una: o vogliamo un PD con un’identità precisa e proposte chiare – e allora tutte le componenti eccentriche è giusto che si adeguino oppure se ne vadano; oppure vogliamo un PD multiforme – e allora accettiamo che nel suo programma ci sia tutto e il contrario di tutto.

Dirò di più. La maggior parte di coloro che in questi anni sono usciti dal PD – da Dini a Calearo, da Rutelli alla Binetti – lo hanno fatto dimostrando, nel concreto, di non credere nel progetto. Esso prevede che ci siano due persone e ognuna fa un passo in direzione dell’altra. Costoro pretendevano di rimanere fermi e, anziché fare un passo ciascuno, che fosse il dirimpettaio a farne due verso di loro.
Per quanto mi riguarda, voglio un PD aperto a più contributi possibili e mi sta bene che, essendo una forza grande, non ci sia una posizione univoca prestabilita, magari da un leader che si sveglia la mattina e decide la linea valida per tutti. E' un partito democratico - appunto! - e che ci sia un bel dibattito, acceso, virulento e appassionato, sulle questioni importanti (il lavoro, il welfare, la scuola, la politica estera, l'immigrazione, l'economia...) è fondamentale. Quel che non accetto è che non si arrivi mai a una sintesi perché sennò c'è quella componente che fa casino o che questa sintesi non sia accettata da qualcuno.

Quanto sopra vale pure per i radicali, che del PD nemmeno fanno parte se non in quanto componente autonoma all’interno dei gruppi parlamentari.

P.S.: se poi il problema verificatosi ieri durante il voto di fiducia fosse solamente numerico, di numero legale alla prossima votazione, la soluzione sarebbe semplice: basterebbe che Gianfranco Fini si dimettesse. Il centrodestra glielo sta chiedendo da mesi. Al suo posto andrebbe uno del Popolo delle Libertà. A quel punto, poiché il presidente della Camera non vota, la maggioranza sarebbe di 315 precisi precisi. Ecco, fossimo già stati in questa situazione, ieri non ci sarebbe stato il numero legale alla prima chiama e chissà come sarebbe andata a finire...

venerdì 14 ottobre 2011

Un 14 ottobre pure per gli elettori di centrodestra

Ve lo ricordate, vero?, cosa successe quattro anni fa esatti...
C’era il governo Prodi.
C’erano Franco Turigliatto e Fernando Rossi. C’erano Lamberto Dini e Willer Bordon.
Gli Scilipoti, i Sardelli e i Versace di ieri.
C’era un governo che un giorno sì e l’altro pure doveva contarsi al Senato e sperare che all’ottuagenario senatore a vita non venisse un raffreddore proprio la sera prima del voto di fiducia.
Me li ricordo quei giorni. La mattina andavo da Lia a comprare il giornale e mi dicevo: “ovvìa, sentiamo stamani chi è che fa casino...”, “su, coraggio: vediamo se oggi è Rutelli o è D’Alema a rilasciare l’intervista che manda in crisi la coalizione”. E Lia, elettrice di Alleanza Nazionale, mi guardava con quel sorrisino che sembrava dirmi "caro mio, ogni giorno ha la sua pena... eh eh eh!"
Poi leggevo o ascoltavo ai telegiornali la dichiarazione del Gasparri di turno e mi giravano le scatole. Dentro di me sapevo che quelli del centrodestra avevano ragione – Gasparri ha ragione! Credo che, da solo, sia un motivo più che sufficiente per avere un gran ruotamento di zebedei –, che così non poteva continuare, che non andava bene, che era una mancanza di rispetto per gli italiani.
E sì che in quel governo c’erano pure persone competenti e perbene. Uno su tutti: il povero Padoa Schioppa, uno che si poneva tre spanne sopra tutti i ministri dell’attuale esecutivo.
Però, via, non si poteva.
Fu anche per questo che milioni di persone parteciparono alle primarie del neonato Partito Democratico. Era una grande richiesta dal basso, era la grande espressione di un’esigenza condivisa di cambiamento.
Lasciamo perdere cosa sia diventato il partito dopo questi quarantotto mesi, ognuno può fare il bilancio che vuole e, per quanto mi riguarda, credo di aver scritto varie volte il mio pensiero in proposito. Concentriamoci invece sul panorama politico. Oggi la situazione è a parti invertite. E’ il centrodestra ad annaspare, a non staccare la spina proseguendo l’accanimento terapeutico. Con l’aggravante di un governo che non governa, che è di gran lunga il peggiore dal 1945 ad oggi, che antepone i problemi personali del presidente del Consiglio a quelli di sessanta milioni di suoi connazionali.
Non lo so cosa frulli nella testa degli elettori di centrodestra e dei suoi militanti più accaniti. Me lo chiedo, però. E il fatto che da quelle parti la richiesta di primarie e di cambiamento rimanga sostanzialmente inespressa – o addirittura non sentita – mi rende scettico che costoro abbiano almeno quella consapevolezza che l’elettorato di centrosinistra aveva quando era il “suo” governo a pasticciare un giorno sì e l’altro pure.

giovedì 13 ottobre 2011

Esegesi del discorso di Silvio Berlusconi alla Camera

Stamani c’è stato il discorso di Silvio Berlusconi alla Camera per la fiducia.
Vogliamo capire bene quel che ha detto e scoprire per quale motivo Umberto Bossi ha sbadigliato tanto mentre il presidente del Consiglio parlava?
E perché la Borsa di Milano è crollata proprio dopo che è apparso evidente a tutti che il governo non cadrà?
Procediamo con l’esegesi (in blu; in corsivo il discorso di Berlusconi).

Signor Presidente, cari colleghi, sono qui per chiedere il rinnovo della fiducia al Governo che ho l'onore di presiedere. Un incidente parlamentare, di cui la maggioranza porta la responsabilità e di cui mi scuso personalmente , ha determinato, martedì scorso, una situazione anomala,
Ragazzi, siamo qui per pura formalità, non è successo niente.

che dobbiamo sanare con un voto di fiducia politico.
Scusate, mi dice Gianni Letta che proprio niente niente no, a dire il vero.

Il Governo chiede che gli sia confermata la fiducia del Parlamento, perché è profondamente consapevole dei rischi che corre il Paese. Lo chiede perché è convinto che i tempi imposti dai mercati non sono minimamente compatibili con quelli di certe liturgie politiche. Non vi nascondo la gravità dell'incidente parlamentare di martedì, ma ciò non può avere improprie conseguenze sul piano istituzionale. Il Rendiconto generale dello Stato è un atto dovuto ed il Governo non può sottrarsi alla sua responsabilità, che è costituzionalmente prevista.
Insomma, siamo qui perché sennò anche il presidente della Repubblica è la volta buona che si arrabbia sul serio e ci manda tutti a casa.

Ferme ovviamente le risultanze contabili del rendiconto, il Governo presenterà al Parlamento un nuovo provvedimento, di un solo articolo, al quale aggiungerà come allegati le tabelle ed i dati contabili e di gestione delle singole amministrazioni e delle aziende autonome. Il provvedimento sarà adottato dopo la conclusione di questo dibattito, sarà nuovamente sottoposto al vaglio della Corte dei conti e sarà presentato al Senato.
Vi devo forse ricordare chi eravate prima di incontrare me? Che se non ci fossi io tre quarti dei presenti non sarebbero ministri della Repubblica o deputati? Quindi, ripresenteremo il provvedimento e stavolta niente scherzi. Capito, Scilipoti? Vi ricordo che se si andrà a votare nel 2012, sarà con questa legge elettorale e sceglierò soltanto pretoriani che garantiranno fedeltà assoluta.

Il Governo ha il dovere di farlo ma, siccome qualcuno contesta che ne abbia il potere, ritengo utile qualche precisazione, non per partecipare alla disputa tecnico-giuridica che dilaga sui giornali in queste ore, ma solo per lasciare agli atti del Parlamento una precisa assunzione di responsabilità. La legge sul Rendiconto generale dello Stato e delle aziende autonome appartiene alla categoria delle cosiddette leggi formali, ovvero (…bla bla bla bla...)
Poi siccome c’è sempre qualcuno che rompe le scatole e vorrebbe le dimissioni, ricordo che ho a disposizione una batteria di giuristi bravissima a trovare i cavilli migliori per restare in sella: potrei ricordarvi, come esempio, le leggi ad personam, ma qui stiamo parlando del rendiconto dello Stato e allora vi spiego per quale motivo, in base a una interpretazione stretta della Carta costituzionale – sì, lo so: vi pare strano che proprio io... eh, ma stavolta bisogna –, dunque, dicevo (...bla bla bla bla...)

...è finita l'epoca in cui i Governi li faceva una casta di capipartito. Ora i Governi li fanno gli elettori, e li fanno votando per un simbolo in cui è esplicitamente indicato il capo della coalizione candidato alla Presidenza del Consiglio.
In base a un’interpretazione molto personale della Carta costituzionale – sì, lo so: prima avevo fatto un’interpretazione molto stretta... e ora invece è personale! Qualche problema? –, siccome sul simbolo nella scheda elettorale c’era il mio nome chi se ne importa del Parlamento. Io qua ci resto finché mi pare!

Una crisi di Governo al buio oggi determinerebbe la vittoria del partito declinista, catastrofista, speculativo, in azione da mesi in Europa e in Italia. Il cuore del sistema bancario europeo è sotto attacco della speculazione. I mercati finanziari si comportano in modo volatile, minacciando la stabilità dell'euro, che è il pilastro della costruzione europea.
E poi c’è la crisi: ne abbiamo sempre negato l’esistenza, ma ora vi dico che c’è ed è così forte che dobbiamo rimanere al governo. Anche se le Borse crollano proprio perché non ci dimettiamo.

Ma faremmo torto alla verità dei fatti se non si ricordasse che la moneta unica ha un vizio d'origine, in quanto non esiste ancora un'autorità europea che possa coordinare le politiche fiscali e che possa emettere bond.
E casomai la colpa della crisi non è nostra, ma dell’euro di Prodi

L'Italia ha un debito enorme, che abbiamo ereditato dal passato (...). L'Italia ha, inoltre e soprattutto, un sistema produttivo, gravato certo da molte rendite e chiusure corporative..
La crisi, inoltre, è colpa dei comunisti e dei sindacati.

Oggi il nostro primo compito, il nostro primo dovere è di mettere l'Italia al riparo dalla crisi economica e di farlo tutelando i risparmi e gli interessi delle famiglie e delle imprese ed assumendoci la responsabilità delle nostre scelte, diversamente da un Governo tecnico, che mai si sottoporrebbe al giudizio degli elettori.
Oggi il nostro primo primo compito, il nostro primo dovere è di mettere il sottoscritto al riparo dai processi penali: per questo dobbiamo rimanere in sella e approvare la legge sulle intercettazioni e la riforma della giustizia penale, possibilmente mettendo i pm sotto il diretto controllo dell’esecutivo.

Una cosa deve essere chiara: noi vogliamo sconfiggere la strategia della paralisi e del pessimismo. Lo faremo con il decreto sviluppo, che è solo un mattone che intendiamo mettere nella costruzione del muro contro la sfiducia.
Il decreto sviluppo? Prima o poi approveremo anche quello, ma per adesso non abbiamo la minima idea della direzione in cui muoverci. Non so, qualcosa ci inventeremo: magari un condono... Nelle prossime settimane vi faremo sapere.

Vi ringrazio e vi invito a confermare la fiducia nel nostro Governo
Vi ringrazio e vi ricordo che se non votate la fiducia io sarò nella cacca, ma voi starete messi peggio, molto peggio di me. E potrete scordarvi la ricandidatura nel 2012.

Il retroscena, la rettifica, la conferma. Il dubbio.

I quotidiani italiani, nelle loro pagine politiche, amano molto il genere del "retroscena". Trattasi di articolone in cui vengono shakerate sapide frasi che sarebbero state dette in qualche incontro riservato, giudizi pronunciati in circostanze ufficiali, gossip e voci di corridoio varie, opinioni personali del giornalista e previsioni di breve-medio periodo (un giorno o l'altro voglio farlo: prendere gli ultimi cento articoli di Maria Teresa Meli, retroscenista piddìologa del Corriere della Sera, e contare quanti suoi vaticini si sono poi avverati).
Non sono un grande fan di questo genere e il motivo è ben evidenziato da una cosuccia pubblicata ieri nella pagina delle lettere di Repubblica.
Il ministro Tremonti scrive: "Ho letto (...) il seguente virgolettato a me attribuito" eccetera eccetera, "si tratta di un apocrifo, di un falso o giù di lì". Risposta laconica del giornalista Francesco Bei: "Confermo tutto. La fonte era affidabile".
Ecco, questo breve scambio non è un'eccezione. Avviene abbastanza regolarmente, diciamo una volta a settimana almeno, su tutti i principali quotidiani italiani. Il protagonista del retroscena smentisce e chiede la rettifica, il giornalista conferma tutto sottolineando che la sua fonte (chi?) era affidabile (perché?) e vaffantubo. Dopodiché nove volte su dieci finisce lì, perché in fondo non si tratta di questioni che mettono a repentaglio la vita della Nazione e al politico basta far sapere ai compagni di coalizione o di governo che lui ha smentito.
Ma noi lettori?
Ecco, noi lettori per un attimo rimaniamo lì con il dubbio. Perché la conferma del giornalista non è supportata da registrazioni o cos'altro, si tira in ballo una fonte anonima e si chiude lì. E' facile, no? Per il retroscenista, ovviamente. "Qui c'è qualcuno che non la conta giusta", pensiamo noi lettori. Se ci sta simpatico il politico, pensiamo sia il giornalista; altrimenti è il politico a fare il furbino. Dopodiché - consapevoli pure noi che tanto un articolo di retroscena va preso per quel che è - ci importa il giusto e andiamo oltre. Senza sapere, però, chi non l'ha contata giusta.
Riflettiamoci su, allora: è questo che vogliamo quando tiriamo fuori quell'euro o quell'euro e venti per acquistare il giornale? Leggere articoli di cui nemmeno siamo in grado di verificare l'attendibilità e in cui chi scrive ha come onere della prova solamente la frase "me l'ha detto un uccellino"? E ci sta bene che pezzi del genere rubino spazio a servizi che potrebbero analizzare e approfondire sul serio le notizie che ci vengono servite quotidianamente?

mercoledì 12 ottobre 2011

Enrico Letta e il problema dei giovani

Caro Enrico Letta,
stamani il Riformista ha pubblicato un tuo intervento intitolato “Giovani in panchina? La politica è senza appeal”.
Bello, eh. Poi cinque proposte condivisibili.
Però c’era qualcosa che non mi convinceva.
Lì per lì ho dovuto pensarci un po’, infine mi sono reso conto.
E’ che in prima battuta non ce l’ho proprio fatta a leggerlo. Mi son dovuto armare di pazienza e mettermi lì, con la volontà di analizzare qualcosa scritto dal vicesegretario del Partito Democratico: uno che, sicuramente, per il ruolo che ha, deve produrre qualcosa di intelligente e interessante, sennò mica sarebbe vicesegretario del principale partito di opposizione.
Sono arrivato in fondo all’editoriale penso per due motivi.
Il primo è che sono anch’io della tua generazione.
Il secondo è che ho qualche rotella fuori posto: la politica mi appassiona e, come se non bastasse, voto il PD.
Sono convinto che se non ci fossero state queste due condizioni io l’editoriale non l’avrei letto, l’avrei saltato a pié pari, senza rimorsi né rimpianti. Se mi metto nei panni di un giovane, magari disoccupato, credo che dei primi cinque capoversi del tuo articolo non me ne sarebbe potuto interessare di meno. Sono discorsi da iniziati, da gente che frequenta le segreterie dei partiti e delle fondazioni politico-culturali: “le raccomandazioni rivolteci spesso da Mario Draghi, e ribadite con grande autorevolezza a Spineto...”. Certo, lo scrivi sul Riformista che è tutta gente come me e te, non più giovanissima e con quella rotella fuori posto che la fa appassionare alla politica e quindi certe frasi le può anche accettare. Ma ti rendi conto che in altri contesti una roba del genere crea solamente distacco da chi ti ascolta o ti legge?

Il guaio, infatti, è che il PD mantiene questo atteggiamento anche quando si rivolge a persone più giovani e con tutte le rotelle dove devono stare. No, non fraintendere, caro il mio vicesegretario: non ti sto chiedendo di adottare un linguaggio demagogico alla Beppe Grillo, né di parlare in dialetto sbagliando i congiuntivi come Antonio Di Pietro, né di poetare alla maniera di Nichi Vendola. Però un linguaggio più semplice e diretto e – prima ancora del linguaggio – comportamenti più semplici e diretti avrebbero senz'altro maggiori risultati di quelle cinque proposte, pur interessanti, di cui parli nell’articolo.
Se la politica è senza appeal per i giovani non è, come tu sostieni, per la mancanza di efficacia delle politiche, ma perché è la categoria dei politici di cui tu fai parte a non avere appeal. Perché i discorsi che proponete sono rivolti a un circolo chiuso, perché i comportamenti che avete sono compresi da un circolo chiuso.
Rileggiti, caro Enrico Letta, mettendoti nei panni di uno che – a differenza di te, di me e dei lettori del Riformista – non è fulminato per la politica. Ti farebbe bene, credimi.

(resta ancora il mio antico dubbio: Enrico Letta è il vecchio politico più giovane d'Italia o il giovane politico più vecchio d'Italia?)

Le previsioni del Minzo

Riporto, di seguito, alcune approfondite analisi by Augusto Minzolini negli ultimi mesi.

Il centrodestra si lecca le ferite, ma ha due anni per dimostrare la sua capacità riformatrice e decidere come utilizzare al meglio la leadership di Berlusconi (Palazzo Chigi o il Quirinale)

Panorama, 8 giugno 2011

Il risultato è estremamente semplice: c’è un esecutivo che ha una maggioranza in Parlamento e vuole governare per altri due anni
Tg1, 24 giugno 2011

Con ottimi risultati: il Paese ha superato due crisi economiche planetarie
Panorama, 6 luglio 2011

In questo caso la sigla PdL sta per Partito della Legalità. E’ un partito, o meglio un soggetto politico, che nessuno conosce, ma che (a stare appresso ai soliti bene informati) sta per uscire allo scoperto. Il battesimo del fuoco dovrebbe avvenire in tempi brevi (…) Cos’è questo nuovo soggetto politico? A sentire le voci, vi convergono gli elementi più duri del giustizialismo italiano, quelli, per capirsi, per cui Antonio Di Pietro è una mammoletta. Ci sono pm in attività come Ingroia e pm già approdati alla politica come Luigi De Magistris; e ancora qualche intellettuale di rito forcaiolo come Paolo Flores d’Arcais e magari personaggi mediatici di primo piano come Michele Santoro
Panorama, 2 agosto 2011

Chi vuole oggi sfrattare Berlusconi da Palazzo Chigi deve creare le condizioni per una crisi extraparlamentare, deve cioè puntare proprio sulla speculazione, sul tracollo delle borse
Panorama, 11 agosto 2011

Questa mattina, per dire l’ultima, un’agenzia di stampa ha dato la notizia che agenti di polizia erano venuti nel mio ufficio in Rai. Era una grande balla
Tg1, 16 settembre 2011

Se il Cavaliere, infatti, sembra inamovibile dal governo malgrado la crisi economica (“Addirittura la maggioranza si potrebbe allargare con l’arrivo di altri deputati”, ha confidato), sull’altro versante il ritorno di Romano Prodi sta mandando all’aria i disegni di Casini e il suo asse con Bersani
Panorama, 21 settembre 2011

L’incertezza politica invece è una mezza scemenza
Tg1, 5 ottobre 2011

(La prego, direttorissimo: nel prossimo editoriale, dica o scriva che non andremo alle elezioni anticipate o che comunque il centrosinistra le perderà)

martedì 11 ottobre 2011

Speranze

Un anno fa a novembre ci fu il famoso incontro alla Leopolda a Firenze e ci andarono il neolib e il neolab, quello che voleva rottamare e quello che voleva semplicemente fare uno sgambetto a Bersani, quello in cerca di una nuova verginità e quello davvero vergine.
Ora c’è un po’ più chiarezza in tutto quel vasto movimento di anime in pena e così sono stati organizzati ben tre incontri che, da punti di vista diversi, sono accomunati – almeno ai miei occhi – dalla stessa esigenza: il Partito Democratico deve fare un salto di qualità rispetto a quel che è stato fino ad oggi.
Lo farà, spero, a partire da una nuova classe dirigente. Quella attuale, l’ho già detto tante volte, è inadeguata. Non perché disonesta o oggettivamente cattiva. Semplicemente, si è formata in un’altra epoca e ragiona, interpreta gli eventi, vive la politica come gli è stato insegnato all’epoca. E' fuori dal tempo ed è normale che qualcuno voglia spodestarla, democraticamente e alla luce del sole.
E ora le mie speranze.
La prima è che questi personaggi che si sono affacciati alla ribalta nazionale riescano, da qui alla fine della legislatura, a rendere sempre più marginali i D’Alema, i Veltroni, i Fioroni e le Bindi: non sarà facile, ma devono provarci.
La seconda speranza è che costoro riescano a interpretare in maniera più pragmatica rispetto a chi c’era ieri e chi c’è oggi i problemi da affrontare, a partire dalla riforma del welfare che, tra tutte, mi pare la sfida più ardua.
La terza speranza è che i Civati, i Renzi, le Serracchiani, gli Zingaretti abbiano coraggio e lo mantengano senza perdersi nelle tattiche delle alleanze o di una malintesa ragion politica. Servirà loro per avanzare proposte importanti. Servirà loro per non cadere nelle dinamiche di potere che ci stanno rendendo insopportabili chi li ha preceduti. Servirà loro per non farsi fagocitare da chi – come in parte avvenne alla Leopolda – cercherà di usarli per finalità non così trasparenti e aperte.
La quarta speranza è che da tutti questi incontri venga fuori una, dico una, proposta per l’Italia che non sia la solita patrimoniale o la solita abolizione delle province.

lunedì 10 ottobre 2011

Frattini ha scoperto l'Unione europea

E’ possibile dire una cosa giusta, ma anche sbagliata (senza che ciò sia un veltronismo)?
Sì, è possibile.
Oggi il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini ha sentenziato: “Noi pensiamo che una situazione globale non si risolve con assi bilaterali. Sarebbe molto meglio rilanciare un metodo realmente comunitario, che faccia sedere tutti i Paesi membri intorno al tavolo del consiglio”. Si riferiva all’incontro Sarkozy-Merkel sulla gestione della crisi economica e finanziaria.
Sì, obiettivamente, Frattini ha ragione: certe questioni andrebbero affrontate tutti uniti.
Per questo mi piacerebbe chiedergli per quale motivo quando, non molti anni fa, ci furono da risolvere altre situazioni globali – tipo quella riguardante il terrorismo islamico –, il governo guidato dallo stesso presidente del Consiglio di oggi (e di cui lui faceva già allora parte con lo stesso incarico che ha oggi) era completamente disinteressato ai metodi realmente comunitari preferendo invece le assi bilaterali.
Se adesso il nostro Paese è escluso dai summit internazionali non è – come ha detto un esponente dell’Italia dei Valori – per l’indegnità morale del presidente del Consiglio e nemmeno per le gaffes sul fondoschiena del cancelliere tedesco. Eravamo già esclusi da prima. Siamo esclusi da anni. E il motivo è proprio l’aver perseguito una politica estera fatta di pacche sulle spalle e relazioni preferenziali con questo o quello, come se la diplomazia fosse una trattativa di vendita di spazi pubblicitari in televisione. Perciò l’affermazione di Frattini è anche sbagliata. Non inopportuna, proprio sbagliata. Perché nella situazione – politica ed economica – in cui siamo, dovremmo stare zitti.
La politica estera italiana per decenni è stata contraddistinta da forte atlantismo, un po’ di mano libera in medio Oriente e Mediterraneo, cooperazione allo sviluppo di stampo cattopetrolifero ed europeismo spinto. Finché non è arrivato il centrodestra, con le sue correnti euroscettiche o addirittura antieuropee e con la grandiosa ignoranza dell’impenditore brianzolo che pensa che ai vertici internazionali sia sufficiente fare i brillanti.
Adesso qualcuno si accorge che forse era meglio la solidarietà comunitaria.
Già, improvvisamente si sono resi conto di essere nelle peste, si sono accorti di quanto fosse limitata e limitante la strada che hanno percorso in tutti questi anni. E di avere bisogno di una sponda europea per adottare provvedimenti ad alto tasso di impopolarità.
Soprattutto, si sono resi conto che le decisioni più importanti a livello internazionale vengono prese indipendentemente da quello che vogliamo, desideriamo o abbiamo bisogno. E’ sempre stato così, ma oggi più che mai, e di questo chi dovremmo ringraziare?

domenica 9 ottobre 2011

Think different (at the funeral)


L'altra sera l'amico Pazzo Per Repubblica mi ha chiesto per quale motivo non avessi scritto un post dedicato alla morte di Steve Jobs.
"Per non scrivere le solite banalità che vengono ripetute anche dai giornali", gli ho risposto.
E in effetti in questi giorni è stato inaugurato dai media un nuovo genere letterario: il coccodrillo jobsiano.
Pare, per esempio, che vada di moda l'editoriale dell'economista sul tema "Se Jobs fosse stato italiano". Ieri su Repubblica, oggi sul Fatto Quotidiano.
E meno male che il fondatore di Apple era il guru del "think different".

sabato 8 ottobre 2011

Il coraggio che non vedo

Ho guardato un film, stasera: Invictus.
Parla di Mandela, di rugby, di una Nazione da creare, di una grande sfida da vincere.
C’è un dialogo, a un certo punto del racconto.

Assistente: “La consiglio caldamente di non farlo. Rischia di inimicarsi i ministri e il partito
Mandela: “Ho preso nota del suo consiglio, ma in questo caso la gente sbaglia e mio compito è farglielo capire
Assistente: “Mette a repentaglio il suo peso politico, rischia il suo futuro come nostro leader!
Mandela: “Se avessi paura di rischiare, non sarei in grado di governare”.

Non so se certe parole il presidente sudafricano le abbia davvero pronunciate o pensate. Ma so che sarebbe bello se i politici italiani di tutti i partiti e di tutti gli schieramenti, in questo momento così tribolato, le facessero proprie.