martedì 29 novembre 2011

George Harrison, la sua chitarra piange dolcemente

Sì, lo so: questo blog parla quasi sempre di politica.
Ma oggi sono dieci anni che George Harrison non c'è più e chi scrive questo blog è innanzitutto un appassionato di Beatles.
Per cui, cari i miei ventiquattro lettori, che vi piaccia o no, stasera vi beccate un'antologia di cinque canzoni scritte dal grande chitarrista. Non sono le sue più celebri, ma sono quelle che - a mio parere - meglio lo descrivono come uomo e come artista.

1. Taxman (1966)
A un certo punto della sua carriera, Harrison si rese conto che una bella parte dei soldi che guadagnava - o avrebbe potuto guadagnare - finivano al fisco. E così scrisse questa acidissima canzone contro il sistema fiscale inglese, chiamando in causa l'allora premier laburista Harold Wilson e (oggi lo chiameremmo cerchiobottismo e piacerebbe tantissimo al Corriere della Sera) anche il leader dell'opposizione, il conservatore Edward Heath. L'assolo di chitarra non è di Harrison, ma di McCartney, che cerchiobottisticamente suona pure il basso.

2. The Inner Light (1968)
Harrison fu colui che portò lo spiritualismo indiano e la musicalità di quella regione nelle canzoni dei Fab Four. Questa è una delle sue produzioni migliori, piacque tanto anche ai suoi compagni che la vollero come lato B di Lady Madonna. Non ci sono gli strumenti tipici del pop e del rock, ma armonium, flauti, shehnai e pakavaj. Come disse Paul "non considerate la musica indiana e ascoltate solo la melodia. Non è bellissima?" Sì, è bellissima. Il testo è tratto da un passaggio del libro sacro taoista, il Tao Te Ching.

3. Long Long Long (1968)
Una preghiera. Harrison si riconcilia con Dio chiedendosi come ha potuto perderlo pur amandolo. C'è voluto tanto tempo, ma ora ha ritrovato la felicità perché lo ama. Il finale è casuale: McCartney suona l'organo Hammond facendo risuonare una bottiglia di vino Blue Nin poggiata sull'amplificatore Leslie. L'effetto piace e i due, insieme a Ringo Starr, ci lavorano un po' su durante l'arrangiamento. Alla registrazione non partecipa John Lennon.

4. Old Brown Shoe (1969)
Il giorno in cui Harrison compì 26 anni andò a provinare da solo ad Abbey Road questa canzone. Fu poi registrata nell'aprile del 1969 e inserita come lato B di The Ballad of John and Yoko. Canzone vigorosa, con un bell'assolo finale e un organo suonato dallo stesso George.

5. I Me Mine (1970)
E' l'ultima canzone registrata dai Beatles, sabato 3 gennaio 1970 (anche questa senza Lennon, impegnato nella sua campagna pacifista insieme a Yoko Ono). Un inno all'egocentrismo pessimista: "anche quelle lacrime: io, me, mio". In parte rovinata dall'arrangiamento di Phil Spector, ne propongo una versione un po' più pulita, quella di Naked.

La dalemata

I retroscena giornalistici non mi sono mai piaciuti e non mi hanno mai appassionato. Più che altro perché tendo sempre a concepire il giornalismo come l’attività che racconta la realtà, non lo strumento tramite il quale un quotidiano o un giornalista vorrebbe che fosse quella realtà. Del resto, diciamocelo, il retroscena spesso rispecchia la linea editoriale della testata o l’ideale politico del giornalista. Qualcuno si legga gli articoli minzoliniani sulla Stampa al seguito di Berlusconi per capire meglio il concetto.
Ecco, se questo è il mio retroscena-pensiero, potete immaginare quale sia stata la mia reazione di fronte al più succoso e intrigante dietro le quinte degli ultimi tempi: quello raccontato da Concita De Gregorio sulle elezioni regionali in Lazio.
La fonte è attendibile, è tutto il resto che non mi torna.
Chi sarebbe l’altissimo dirigente? Boh, non si sa.
Per quale motivo De Gregorio svela solamente ora un fatto così importante? Boh, non si sa.

Per cui, mi limito a due considerazioni.
La prima riguarda la professione: se io fossi un giornalista a conoscenza di un retroscena reale tanto importante o ne parlerei subito o lo terrei per me in eterno. Temerei che, svelandolo dopo un paio di anni, la mia credibilità ne esca minata irrimediabilmente. E con essa la mia neutralità percepita di fronte a una notizia. Al prossimo articolo che scriverei, non so come il lettore potrebbe reagire (“e chi ce lo dice che ha scritto così per far piacere a una parte politica? O non ci ha raccontato tutta la verità per il solito motivo?”)
La seconda considerazione è che, se il fatto è vero, bisogna assolutamente rivalutare il ruolo antiberlusconiano svolto dal PD in questi anni. Altro che inciuci, altro che “PdmenoElle”. Qui siamo di fronte a un partito che, pur di fare dispetto a Berlusconi, è stato capace di vendere l’anima al diavolo compiendo errori di valutazione grotteschi e clamorosi. Quella di far vincere la Polverini, se confermata, sarebbe una dalemata al cubo. Troppo anche per un partito autolesionista come il PD.

lunedì 28 novembre 2011

Se Grillo scopre il debito pubblico

Quello che mi fa arrabbiare di certi demagoghi che vanno per la maggiore nella blogosfera è che raccontano panzane e banalità che poi altre persone prendono per ricette serie e credibili e giuste e intelligenti.
Era successo già con l’abolizione delle Province, di cui ho già parlato diffusamente e in più di una circostanza.

Leggo sul blog di Beppe Grillo alcune cosucce.
La prima riguarda l’Islanda. Fare come da loro, propone l’ex comico genovese. Dimenticando che l’Italia ha una popolazione 180 volte superiore e un PIL che vale 170 volte quello islandese. E portando a sostegno delle sue strampalate tesi dei dati assurdi: perché è vero, come dice un entusiasta Grillo, che la disoccupazione nell’isola è al 7%, ma tre anni fa era all’1% (e comunque una disoccupazione del 7% in un’isola abitata da 320mila persone e con un sistema economico basato su agricoltura, pesca e allevamento di pecore è un dato che mi pare abbastanza preoccupante); ed è vero che il PIL crescerà del 2.6% nel 2011, ma è ancora molto inferiore rispetto a quello del 2007 (circa il 73% rispetto a quattro anni fa), senza considerare che in un'economia siffatta per far crescere il PIL possono intervenire anche fattori ininfluenti in un sistema più grande, tipo il prezzo del merluzzo.

Altro post, sempre sul blog di Grillo.
Prima si lamenta che “l’euro vale sempre meno nei confronti delle altre valute mondiali come il dollaro e lo yen”, dimenticando che soprattutto nei confronti del dollaro vale molto più rispetto, per esempio al 2002 (il cambio, all’epoca, era un dollaro per un euro). E, soprattutto, dimenticando che il rapporto di cambio è un dato che non è così decisivo: anzi, se l’euro si deprezza le esportazioni se ne avvantaggiano. E per un’economia come quella italiana non è detto che sia proprio un male.
Dopo, Grillo sostiene l’altra tesi in base alla quale “se i nostri titoli avessero un valore in lire, la svalutazione della nostra moneta si rifletterebbe in modo automatico. Il problema non si porrebbe. E’ stato demoniaco e certamente tafazziano legare il valore dei NOSTRI titoli pubblici al valore dell’euro sul quale non abbiamo alcun controllo e che prescinde dalla nostra economia reale”. Tesi che ha un senso se se ne precisa la seconda parte: ossia, che la strada da seguire è quella delle svalutazioni competitive e dell’inflazione supergaloppante, insomma la situazione italiana degli anni Settanta. Vogliamo tornare lì? Bene, ma diciamolo chiaramente ed esplicitamente (e non lamentiamoci se l'euro è debole).
Conseguenza naturale è chiedere un sondaggio sull’uscita dell’euro, sondaggio al quale i lettori rispondono tutto sommato abbastanza in linea con le indicazioni del blogger (dopo un’omelia del genere, come potrebbe essere altrimenti?). Forse però Grillo avrebbe dovuto informare anche sulle implicazioni di un’uscita dell’Italia dall’euro: con le conseguenze sui risparmiatori, sulle banche (chi investirebbe nella nuova lira?), sui tassi di interesse da pagare, sui contratti di compravendita stipulati in euro (e chi ha comprato, se è italiano, deve pagare sul valore di quella moneta), sui salari, sugli altri Paesi dell’eurozona, a partire da quelli già sotto attacco della speculazione (e mi riferisco anche alla Francia). Ma se l’avesse fatto, forse il sondaggio non sarebbe andato come avrebbe voluto lui.

domenica 27 novembre 2011

Ora, però, evitiamo di cadere nei soliti errori

Dopo diciotto anni dovremmo averlo compreso, ormai. Quando Berlusconi è in difficoltà tira fuori il comunismo e le tasse, perché l’unica cosa in cui si è dimostrato davvero bravo è fare la campagna elettorale.
Per diciotto anni il centrosinistra ha reagito in due modi, soprattutto. O esasperando il concetto o riconoscendolo. Nel primo caso, spuntava fuori il Bertinotti di turno a dire che anche i ricchi dovevano piangere e dando così modo alla controparte di rilanciare, oltre che sulle tasse, pure sul pericolo comunista. Nel secondo caso, spuntava fuori il Rutelli di turno a dire che sì, in effetti, davvero la pressione fiscale era alta e dando così modo alla controparte di rilanciare sulla giustezza delle argomentazioni berlusconiane, mentre “di là” eran divisi su tutto.
Allora, siccome oggi il tizio ha ritirato fuori la storiella dei comunisti e delle tasse, prendiamola per quello che è. Una storiella, appunto, alla quale attinge quando è in difficoltà. E, visto che è in difficoltà, per una volta lasciamocelo. Parliamo di cose un po’ più serie e in modo un po' più serio, ché se stiamo dove stiamo è anche perché di cazzate ne abbiamo parlato per troppi anni. La campagna elettorale permanente è una delle cause dei nostri guai, non dimentichiamocelo.

sabato 26 novembre 2011

Se il ministro Borg fosse italiano

Secondo il Financial Times, in una di quelle graduatorie che lasciano spesso il tempo che trovano, il miglior ministro delle finanze europeo è lo svedese Anders Borg (e non mi meraviglia trovare un Borg in vetta a una classifica). Ha il merito, agli occhi del quotidiano britannico, di aver individuato per tempo la necessità di rafforzare le banche.
Poi ho letto il suo curriculum e la domanda è sorta spontanea: in Italia cosa sarebbe successo se un personaggio del genere fosse diventato ministro? Meglio: se il Partito Democratico o anche Sinistra Ecologia Libertà lo avesse fatto diventare ministro?

Non si è mai laureato, ma in compenso è stato un leader di associazioni studentesche e la sua carriera è iniziata come giornalista e proseguita come portaborse, a venticinque anni.
Già me lo vedo, Il Fatto Quotidiano: Luca Telese che ironizza sull’esecutivo Peter Pan che esalta il dilettantismo di uno che non nemmeno terminato gli studi e Marco Travaglio che ripesca quella volta che il politico di cui Borg era portaborse si astenne dal voto e l’onorevole Tizio evitò così la galera.
E Beppe Grillo? Un bel post contro questo tipico prodotto della Casta, uno che si sapeva sin dai tempi della scuola che avrebbe finito per fare il politicante, un D’Alema con il codino che avrebbe dovuto fare il tennista, altro che il ministro.

Già, ha il codino.
E pure l’orecchino.
Troppo di sinistra.
Ora, è vero che nella realtà, in Svezia, lui è esponente del partito moderato, ma nella nostra fiction – nel nostro what if – lui sarebbe un piddino. Perciò, Libero pubblicherebbe editoriali in cui si sarebbe ironizzato con salaci osservazioni tipo “il problema con lui è dove finisce Borg e iniziano l’orecchino e il codino. Non è un prurito da benpensanti”, mentre Marcello Veneziani sul Giornale lo demolirebbe con un sarcastico “non ditegli che ha l’orecchino in caso si perda, altrimenti si incattivisce”:
E anche il Riformista, sempre così attento alle ragioni altrui, pubblicherebbe qualche editoriale in cui, saggiamente, gli consiglierebbe di tagliare capelli e togliere i monili.

Ma Borg ha pure ammesso di aver fumato cannabis, in gioventù.
E vabbè, questo potrebbe dargli l’ammirazione dei pannelliani, ma non credo che Aldo Cazzullo e Pierluigi Battista sul Corriere della Sera farebbero passare la cosa sotto silenzio.

Come se non bastasse, ha lavorato nel settore bancario.
Eh... questa è una macchia indelebile. Cioè, siamo consapevoli che c’è una crisi economica finanziaria nata dalle banche e noi mettiamo un bancario a capo del ministero dell’economia? Improponibile, sia per i giornali più di destra, che per quelli di sinistra. E per tutti i blogger indignados.

Dura la vita per la gente in gamba in questo Paese!

(p.s.: non pensate che le frasi che – direttamente o indirettamente – ho citato siano farina del mio sacco. No, no... non sono riferite a Borg, ovviamente, hanno a che vedere con esponenti italiani della politica, ma sono reali)

venerdì 25 novembre 2011

Otto anni fa esatti

Otto anni dopo, torna di attualità il Patto di Stabilità dell’Unione europea. Merito di Mario Monti che ha ricordato come nel 2003 le corde furono allentate e oggi se ne pagano le conseguenze.
Era il 25 novembre, come oggi. Francia e Germania avevano sforato sul deficit al 3% e, soprattutto da parte del governo tedesco guidato all’epoca dal socialdemocratico Schroeder, c’era la richiesta di riconoscere una differenza di trattamento, un’interpretazione flessibile che non arrivasse a multare quei Paesi – come la Germania, appunto – che erano sempre stati virtuosi e collaborativi.
Chi era favorevole e chi contrario a tale impostazione?
Contrarie erano le istituzioni europee. Il presidente della Commissione Romano Prodi, per esempio, che anni prima aveva sì detto che il patto era stupido, ma ora sottolineava che c’era e quindi doveva essere rispettato. E con lui il commissario agli affari monetari Pedro Solbes. Altro contrario era il presidente della BCE Jean-Claude Trichet. E poi il severissimo ministro delle Finanze olandese, Gerrit Zalm, quello che un giorno sì e l’altro pure faceva le pulci all’Italia, e il premier spagnolo José Maria Aznar. Un altro duro era l’ex ministro delle finanze tedesco Theo Waigel (quello che quando aggrottava i sopracciglioni faceva la foresta del Vietnam) che chiedeva casomai regole più rigide. Standard & Poor's, da parte sua, minacciava conseguenze nei rating. Nel nostro Paese Piero Fassino, all’epoca segretario dei Democratici di Sinistra, commentò: “I due Paesi più forti dell’Unione, da sempre motori economici e istituzionali dell’Europa unita, hanno chiesto ed ottenuto che nei loro confronti non venissero applicate le misure previste dai Trattati. Non c’è nulla di dietrologico nel credere che nel caso di Paesi più deboli o meno importanti, non ci sarebbe stata la stessa condiscendenza. E questa è una profonda incrinatura del Patto di Stabilità, incrinatura che avrà gravi conseguenze”.
Passiamo ai favorevoli. Oltre ai due grandi, anche il Belgio, la Grecia e il Portogallo. Ma soprattutto il presidente dell’Ecofin, il ministro italiano dell’economia Giulio Tremonti, vero artefice del compromesso. Con il viceministro alle attività produttive Adolfo Urso che parlava di decisione “saggia e necessaria per portare con più determinazione allo sviluppo senza rompere i vincoli della stabilità”.
Comunque, le posizioni – anche tra i contrari – erano articolate. Lo stesso Fassino era favorevole a tener conto, nel calcolo del deficit, della differenza tra spesa corrente e investimenti in infrastrutture, ricerca, formazione e nuove tecnologie. Su queste posizioni erano anche altri politici di centrosinistra, come Enrico Letta.
Tra i favorevoli, invece, era prevalsa una posizione di tipo egoistico: io do una mano oggi alla Germania, così domani quando potrei avere io dei problemi, avremo un precedente. Non a caso: Grecia, Portogallo, Italia, tre Paesi oggi nell’occhio del ciclone.

L’excursus storico mi serve per rimarcare che non dobbiamo prendercela con l’euro, con i trattati europei, con le regole. Dobbiamo prendercela con i governi che, nel momento in cui hanno dovuto prendere decisioni, hanno fatto prevalere interessi di altro tipo e hanno fatto sì che l’Unione europea non funzionasse come avrebbe dovuto e potuto. Certo, non sono così superficiale da pensare che se il patto fosse stato rispettato ora non saremmo qui a piangere. Ma di sicuro quella decisione non ha aiutato.
La storia di otto anni fa ci insegna poi che non ci sono governi buoni di sinistra e governi cattivi di destra, ma che la realtà è, come al solito, un po’ più complessa.
Infine, impossibile non notare come tra i danni del berlusconismo e del tremontismo ci sia stato pure quello di aver abbandonato quella politica europeista che invece avrebbe dovuto essere sempre il nostro faro. Ed è confortante che il nuovo governo abbia subito dato chiari segnali di ritorno a una linea più consona alla nostra storia e ai nostri interessi.

giovedì 24 novembre 2011

Salvate il soldato Fassina

Del caso Fassina hanno parlato altri, più bravi e più informati di me.
Da parte mia, da osservatore critico qual io sono dell’attività del responsabile economico del Partito Democratico, aggiungo poche considerazioni.
La prima è che io voglio un partito che discuta di questioni concrete. Per cui, ben vengano le prese di posizione delle varie correnti se stimolano il dibattito su questa o quella misura. Se invece si devono ridurre a rivendicazioni di tipo partitico / correntizio (mettere in discussione la segreteria legittimamente uscita vincente dalle primarie, per esempo) non sento proprio l’esigenza di produrre certi documenti.
La seconda considerazione – diretta conseguenza della prima – è che la maggioranza bersaniana dovrebbe casomai approfittare di certe sfide non per rinchiudersi a riccio come è solita fare e vedere nemici ovunque, ma per sollecitare un dibattito interno il più costruttivo possibile. Ora mi dovete dire quale dei partiti italiani ha una sua vera e originale identità sui temi economici: nella migliore delle ipotesi, vivono di rendita sulle posizioni del sindacato, della categoria, della corporazione, della congrega a cui pensano di attingere elettoralmente. Finora è andata bene grazie prima a Berlusconi e ora all’emergenza Monti. Ma non durerà in eterno. Il PD non può né andare a ruota di un sindacato, né vivere nella vaghezza programmatica.
La terza cosa è che da tre mesi a questa parte è tutto così cambiato che ragionare con gli schemi e le proposte avanzate un anno fa o anche un mese fa è fuori luogo. Un mese fa? Sì, certo. Un mese fa Matteo Renzi con la sua proposta numero 18 chiedeva di “portare il rapporto debito / PIL al 100% in tre anni”. Beh, alzi la mano chi pensa che, alla luce delle recenti evoluzioni del mercato, questa sia una strada praticabile. Quindi, anche ragionamenti quali “Fassina era contrario alla patrimoniale e ora invece dovrà adeguarsi, è stato sconfessato” lasciano un po’ il tempo che trovano.
La quarta e ultima considerazione è che di fronte a scelte così difficili come quelle che sta assumendo Monti, se un partito non è diviso al suo interno significa o che non ha democrazia interna o che non ha un’elaborazione culturale propria (vedi sopra) oppure tutte e due le cose. E, quindi, ci vuole un po’ di furbizia anche nel comunicare la diversità di posizioni, affinché il dibattito non dia luogo a strumentalizzazioni: che Enzo Bianco e gli altri non abbiano pensato a come il Tg1 o Libero avrebbero presentato la loro lettera mi suona difficile da credere.

mercoledì 23 novembre 2011

Capannoni

Più di vent’anni fa fui chiamato per un lavoretto a progetto per la Provincia. Dovevo fare una sorta di censimento di aziende del mio territorio e fui spedito in una piccola zona industriale – un PIP, Piano di Insediamento Produttivo – dalle mie parti. C’erano un paio di cartiere, c’era una ditta di caschi che stava andando alla grande, c’erano tante piccole realtà imprenditoriali.

Oggi ripassavo da quelle parti.
Strada piena di buche.
Erbacce.
Cartelli segnaletici divelti che nessuno si è preoccupato di rimettere in sesto.
Sette capannoni, i primi sette venendo da uno dei due accessi, desolatamente vuoti. La ditta di caschi, dopo aver vissuto un periodo d’oro grazie alla sponsorizzazione di un celebre motociclista romano e di un grande del ciclismo che purtroppo non è più tra noi, ha chiuso: il suo fondatore morì prematuramente e morto lui, morta l’azienda.
Accanto non c’è più nemmeno una ditta che faceva costruzioni in legno. Il titolare mi aveva cercato anni fa per assumermi, voleva un responsabile organizzativo perché aveva problemi in tal senso e, insomma, andava un po’ a naso su certe questioni legate a commerciale e dintorni: meno male gli dissi di no.
E pure il capannone al fianco: cadente. Il cancello arrugginito aggiunge ulteriore tristezza all’abbandono.
Resistono ancora un po’ di aziende: nelle vie interne ce ne sono una ventina, soprattutto meccanici per auto, carrozzerie, gommisti e magazzini per aziende artigianali dislocate altrove.
Nello spiazzo sulla curva non c’è più nemmeno il porchettaro (o, perlomeno, non c’era all’ora in cui son passato io, ma ai tempi stava fisso o quasi).

Confesso che ci son stato male. Un po’ perché mi è tornato in mente quanto ero carico di speranze vent’anni fa e vedevo quelle aziende per la prima volta e parlavo con i responsabili di fabbrica e pensavo che un giorno, perché no?, avrei potuto lavorare per qualcuno di loro. Un po’ perché ho pensato che sì, la crisi ci ha messo del suo. Però la storia dell’azienda di caschi e dell’impresa di costruzioni mi hanno imposto una riflessione aggiuntiva. Insomma, fossi cinico direi che se la sono anche un po’ voluta; poiché cinico non sono, dico che hanno ragione quelli che sostengono che il sistema produttivo italiano dovrebbe darsi una bella riorganizzata.

Sperando un altro Egitto

Lia Chiara è tornata da pochi mesi dall’Egitto, dove ha lavorato alcuni anni come cooperante. Molti suoi amici sono tra coloro scesi in piazza in questi giorni e l’altra sera su facebook era un po’ preoccupata quando ha letto le notizie di persone morte. E’ in continuo contatto con loro per aggiornarsi sugli sviluppi con notizie di prima mano. Ne ho approfittato per porle alcune domande sulla situazione nel Paese.

Lia, partiamo dall’inizio. Tu eri al Cairo quando ancora c’era Mubarak: cosa pensi di lui?
E’ stato un dittatore che ha tenuto un popolo sotto scacco per 30 anni. Il suo patto con i fratelli musulmani ha evitato atti di terrorismo e così l’economia egiziana è cresciuta, è aumentato il turismo e si è diffuso un po’ di benessere... ma per chi? Non certo per la maggioranza della popolazione egiziana, costretta a vivere in povertà assoluta e nel terrore di uno stato di polizia violento che impediva qualsiasi manifestazione di dissenso. Una dittatura che è convenuta a tanti: USA, Europa e Israele, per la funzione di “cuscinetto” e controllo che Mubarak garantiva, ma non certo per la maggior parte degli egiziani.

Cosa hai provato a febbraio scorso quando l’esercito ha costretto Mubarak alle dimissioni?
Un misto di speranza, per il popolo egiziano, ammirazione, per chi è sceso in piazza, e timore, per le conseguenze possibili.

In quei giorni ti è mai capitato di pensare “mi sa che l’esercito farà rimpiangere il trentennio”?
L’esercito è stato sempre presente anche durante il regime, lo stesso Mubarak veniva da lì. Era, dunque, inevitabile che cercasse di mantenere in piedi una parte del regime stesso. Con il senno di poi: l’esercito ha usato gli avvenimenti di piazza per fare un colpo di stato e mantenere intatto il proprio potere. Pensa, ad esempio, che i processi fatti ai manifestanti vengono gestiti dai tribunali militari (e questa è una delle richieste che oggi urla la piazza: spostare i processi ai tribunali civili). Quindi in realtà il regime non è andato a casa, ma è rimasto li a cercare di sopravvivere. Non hanno nemmeno fatto una legge che impedisse ai membri del regime di presentarsi alle prossime elezioni (gira una voce che tale legge sia stata approvata con urgenza lunedì). Hanno dichiarato che le elezioni presidenziali le avrebbero fatte nel 2013 con una legge elettorale ancora non chiara. Ovviamente la gente ha capito che l’obiettivo era temporeggiare, far credere che tutto fosse cambiato affinché nulla cambiasse.

Secondo te, i tuoi amici che sono scesi in piazza pensano che stavano meglio quando stavano peggio?
Assolutamente no! Sono tutti molto consapevoli di ciò che sta accadendo, di cosa vogliono e di cosa rischiano. Stanno lottando per la propria democrazia e per la propria libertà anche a costo di perdere la propria vita.

Cosa pensi che succederà ora?
Non lo so. Sono quasi sicura che l’esercito non mollerà, ma neanche la piazza lo farà. La piazza ha richieste ben precise: eliminazione della funzione di “garante” da parte dell’esercito, formazione di un governo civile di unione nazionale (una sorta di Costituente) che traghetti la nazione verso elezioni presidenziali a cui però non possano partecipare i membri del regime. Tutto questo con un calendario preciso e chiaro. Secondo me, l’esercito concederà qualcosa per mandare a casa gran parte dei manifestanti e poi gestire “gli irriducibili” della piazza dichiarando che per colpa loro ci sarà la recessione e che l’Egitto cosi non riemergerà. Insomma, propaganda per poi eventualmente giustificare ulteriori atti di repressione.

Ma a noi italiani, in fondo, che c’importa di quel che avviene al Cairo?
Beh, prima di tutto abbiamo un obbligo e una responsabilità morale. Il nostro precedente governo ha foraggiato, appoggiato e utilizzato Mubarak. Ha fatto comodo all’Italia che ci fosse quel regime. Era bello per l’italiano medio andare a Sharm, in un hotel di lusso pagato pochissimo, essere servito e riverito da gente che magari lavorava in condizioni terrificanti e poi tornare a casa e dire “sono stato in Egitto”, senza preoccuparsi che quelle persone tanto simpatiche che ti servivano fossero sfruttate, a volte picchiate e che non potessero dire o fare nulla per ribellarsi. Ma non siamo noi che ci riempiamo la bocca con la parola democrazia? Beh, questo popolo sta cercando di ottenere la propria democrazia.
In secondo luogo, egoisticamente parlando, se in uno stato sono rispettati i diritti democratici perchè mai la gente dovrebbe venire a cercare lavoro da noi? L’Egitto è un paese ricco, ma ha una ricchezza concentrata in poche mani. C’è dunque la possibilità di creare un sistema democratico che permetta alla gente di vivere dignitosamente nel proprio Paese, evitando che si creino flussi di emigrazione alla ricerca di un mondo migliore.



(Francesco De Gregori, "Cercando un altro Egitto", 1974)

martedì 22 novembre 2011

Tonino e la demagogia

In cosa consiste il metodo Di Pietro? Si prende un argomento di cui parlano tutti con grande indignazione. Si presenta una proposta che affronta la questione in maniera rozza e demagogica, lasciando irrisolti aspetti importanti, ma che al cittadino piace. La proposta viene bocciata proprio a causa dei nodi non affrontati. L’Italia dei Valori fa un po’ di cagnara, gli elettori dicono “viva Di Pietro, abbasso la Casta”, dopodiché il partito ripresenta un’altra proposta che cambia qualcosina rispetto alla precedente, ma per il resto è quasi identica (e anche la sorte è destinata a essere la stessa). Ma il trambusto serve per marcare il territorio e che nessuno pisci lì dove ha già pisciato Tonino. E’ successo con l’abolizione delle Province, per esempio. L’amico Giuseppe Paladina mi fa presente che sta succedendo pure con i vitalizi di deputati e senatori.

I nostri parlamentari godono di un assegno vitalizio che viene loro concesso una volta cessato il mandato. Lo ricevono a partire dal 65° anno di età (purché siano stati in carica almeno 5 anni) e versano ogni mese l’8.6% della loro indennità lorda (circa mille euro; più il 2.15% se vogliono la reversibilità). Non si tratta, però, di una rendita pura: non è insomma calcolata sulla base dei soli contributi versati e infatti ammonta a una cifra variabile dal 20% al 60% dell’indennità parlamentare, a seconda di quanto uno è rimasto in carica. Tuttavia, non può essere considerata una pensione (in tal senso, pure una sentenza della Corte costituzionale, la 289 del 1994).
Dico subito come la penso: a mio avviso, l’assegno vitalizio agli ex parlamentari è accettabile perché – al pari dell’indennità mensile e soprattutto se si dovesse decidere di limitare il numero dei mandati – contribuisce a tutelare il libero esercizio della funzione. Tuttavia, dovrebbe agire come tutte le normali rendite vitalizie e le pensioni che verranno percepite da quelli come me: ossia, tanto hai versato, tanto prendi sulla base delle aspettative di vita. E a partire dai 67 anni, visto che l’età pensionabile ora è quella.
Un annetto fa, l’Italia dei Valori, al momento di approvare il bilancio della Camera, propose un ordine del giorno. Esso, se approvato, avrebbe previsto la soppressione immediata di ogni assegno vitalizio sia per i deputati in carica, sia per gli ex. Già, gli ex: un punto di difficile soluzione. Da un giorno all’altro si sarebbero ritrovati senza vitalizio, alla faccia dei diritti acquisiti. Così l’odg fu bocciato, anche per non andare a ingarbugliarsi la vita con eventuali sentenze della Corte costituzionale.
Lo scorso mese di agosto Camera e Senato hanno approvato un ordine del giorno del Partito Democratico che bypassa possibili incostituzionalità e si pone l’obiettivo di superare “l’attuale istituto del vitalizio per i parlamentari cessati dal mandato con l’introduzione – con il criterio del pro rata temporis – di un sistema contributivo secondo le normali regole del sistema previdenziale, innalzando conseguentemente l’aliquota contributiva”. Il giorno successivo l’IdV è tornata alla carica, stavolta con una proposta di legge. Essa prevede che i contributi versati dai parlamentari cessati dalla carica siano trasferiti alla gestione separata presso l’Inps. Messa così, è già più coerente rispetto all’ordine del giorno dell’ottobre precedente (che sul punto era assai vago), ma rimane il problema dei diritti acquisiti, visto che si prevede la soppressione dei vitalizi per tutti. E’ anche chiara la ratio della proposta: andare oltre quanto approvato dalla Camera. Sia mai detto che poi qualcuno possa confondere i dipietristi con la Casta...
Gianfranco Fini due giorni fa è tornato sull’argomento e ha ricordato a tutti che “l’ufficio di presidenza della Camera ha dato mandato ai questori di predisporre una riforma che porterà l’abolizione del vitalizio per gli ex parlamentari a partire appunto dalla prossima legislatura”. Appunto: ciò che era stato approvato ad agosto.
Antonio Di Pietro, a questo punto, ha scritto un inviperito post su facebook: “Il taglio ai vitalizi dei parlamentari è una proposta dell'IdV presentata un anno fa e bocciata dalla maggioranza dei parlamentari - in effetti, da tutti tranne i 22 IdV. Mi fa piacere che in un clima diverso e più responsabile si possa riproporre quel disegno di legge di Italia dei Valori. Oggi prendiamo atto che qualcun altro ci vuole mettere il cappello su”.
Di Pietro finge di non sapere che Fini non parla né della proposta di legge dell’IdV, né dell’ordine del giorno bocciato l’anno scorso, ma dell’ordine del giorno approvato tre mesi e mezzo fa: è meno tranchant, è vero, ma più pragmatico e non presenta dubbi di ordine costituzionale
Però ora che Berlusconi non c’è più, al leader dell’IdV non resta che calcare la mano sulla demagogia. Son tempi duri per uno come lui, che ha investito tanto su Berlusconi: con la nascita del governo tecnico, i sondaggi lo danno in calo rispetto a UdC e PD. Infatti, in questi ultimi giorni sul suo blog si sono accentuati i toni sulla Casta e sulla Cricca e chissà che gli sviluppi delle vicende giudiziarie su Finmeccanica non gli portino nuova linfa. Altrimenti, rischia che nessuno lo caghi più. Effettivamente, sarebbe un peccato: anche per noi blogger che ci divertiamo a mettere in evidenza i suoi trucchetti acchiappacitrulli.

lunedì 21 novembre 2011

Alcuni dati sul lavoro e quel che ne deduco io

Premessa.
Tornando dalla manifestazione piddina a Roma, sul pullman iniziammo una discussione e c’era con noi un sindacalista. Dissi che il sindacato, soprattutto il suo, in certe realtà – servizi, aziende sotto i 15 dipendenti – si vede poco o niente. Mi fu risposto, in sostanza, che si vedeva poco o niente perché poco o niente poteva fare. La sua voleva essere una difesa della Cgil. Non si rendeva conto che invece il suo era un vero e proprio atto di accusa: dovrebbe essere interesse della Cgil e degli altri sindacati entrare nell’orbita di tutti i lavoratori. A tale scopo, quale strumento migliore di una riforma seria e de-ideologizzata del mercato del lavoro e del welfare state? Ora che al governo ci sono persone serie e competenti, dovrebbe essere possibile.
Fine della premessa.

Uno dei capitoli sui quali dovrà lavorare con maggiore intensità – e difficoltà – il governo Monti riguarderà l’occupazione. Sono andato a leggermi le statistiche europee, partendo però non dalle solite sulla disoccupazione, ché sennò poi arriva l’ex ministro Sacconi a dirci che in Italia abbiamo meno disoccupati che nel resto della via Lattea e tutto va bene madama la marchesa.
Ho invece preso quelle sugli occupati dai 15 ai 64 anni sul tot
ale della popolazione nella stessa fascia d’età dal 1993 al 2010.

I dati - vedi grafico (clickare per ingrandirlo) - che balzano agli occhi sono più di uno.

Il primo è che il risultato italiano è sempre stato mediocre negli ultimi vent’anni: è cresciuto, certo, ma senza mai arrivare alle medie europee.
Il secondo aspetto da rilevare è che i Paesi scandinavi – quelli della tanto invocata flexsecurity – sono quelli che da sempre hanno le migliori performances, ma la crisi si è fatta sentire anche per loro. Spagna a parte, il calo più consistente negli ultimi tre anni lo ha avuto la Danimarca.
Un terzo fattore considerevole è il confronto tra Germania e Spagna. I tedeschi sembra non abbiano nemmeno risentito della crisi, perché il loro dato è cresciuto: questo anche perché le riforme del mercato del lavoro avviate da Schroeder e proseguite con Merkel hanno portato non alla contrazione dell'occupazione, ma delle ore lavorate per addetto, pur mantenendo alta la produttività. Al contrario, gli spagnoli hanno avuto un calo pauroso del tasso di occupazione nell’ultimo quadriennio: e non è un caso se proprio questo era il Paese con il più alto numero di contratti a tempo determinato.

C’è poi un altro grafico che mi pare interessante. E’ quello sull’occupazione femminile. Ancora una volta Spagna e, soprattutto, Italia si caratterizzano per avere i dati peggiori. Con la differenza che gli iberici sono cresciuti parecchio più di noi. I Paesi che stanno meglio, manco a dirlo, sono quelli scandinavi. Però il dato più interessante è che la disoccupazione femminile è diminuita molto meno – anche negli Stati che hanno avuto performances peggiori nell’ultimo quadriennio – rispetto a quella maschile.

Quali conclusioni da profano ne traggo?
La prima è che non esiste la ricetta perfetta.
La seconda è che investire sul lavoro femminile non è giusto per il discorso delle quote rosa o delle pari opportunità o del femminismo: è giusto a prescindere e per motivi squisitamente economici.
La terza è che i contratti a tempo determinato funzionano soltanto quando si attraversa una fase di espansione. Ma un sistema sano deve prevedere che non ci saranno soltanto le vacche grasse. Quindi, a mio avviso, chi dice “beh, sarà anche temporaneo, ma intanto un lavoro ce l’hai”, dice una mezza fregnaccia. Soprattutto in tempi di recessione. Ha invece ragione chi dice che bisogna tendere a favorire il lavoro a tempo indeterminato anziché incentivare i contratti atipici e precari, come – di fatto – è avvenuto in questi anni da noi.
La quarta è che in Italia stiamo comunque messi peggio che altrove: per cui, una riforma del mercato del lavoro è fondamentale. Le strade percorse negli ultimi quindici anni si sono rivelate poco efficaci. Questo è il motivo per cui le proposte messe in campo da Pietro Ichino (flexsecurity alla danese) e da Tito Boeri (contratto unico di inserimento: ne ho scritto più volte, a me piace), pur differenti, non devono spaventare. L’importante è non affrontarle alla Sacconi, ossia con l’obiettivo di dividere i sindacati e fare un dispetto alla sinistra, ma mantenere un approccio pragmatico che se da un lato richiede al lavoratore di rinunciare a qualcosa, dall’altra gli offre nuove opportunità.

domenica 20 novembre 2011

Aumentare le tasse o ridurre le spese

Leggendo sul blog del Nichilista le reazioni degli elettori di centrodestra alla probabile reintroduzione dell’Ici (sia pure sotto falso nome), trovo normale che questi elettori – dopo quasi diciotto anni di propaganda antitasse – non ne vogliano sapere.
Però il loro atteggiamento è anche espressione di un modo di fare superficiale che abbiamo noi cittadini.
A nessuno di noi piace pagare le tasse, ma nel bilancio dello Stato le entrate totali sono 480 miliardi di euro e le spese 742 miliardi di euro: i conti non tornano. Senza contare che le spese, al netto degli interessi, sono già molte meno delle entrate (406 miliardi). Il resto sono rimborsi di prestiti, regolazioni contabili debitorie e rimborsi di prestiti. Quindi, per tagliare, bisogna andare ad attingere a quei 406 miliardi. Per esempio, tra gli 89 miliardi di stipendi: licenziando qualche migliaio di dipendenti pubblici o riducendo loro la busta paga. Oppure tagliando risorse alle Regioni: per esempio, diminuendo i 16 miliardi del Fondo Sanitario Nazionale. O, meglio ancora, tagliando sui 93 miliardi di spesa previdenziale e assistenziale, ossia sulle pensioni o sui sussidi di disoccupazione.
Insomma, mi chiedo quale intervento – a parte il taglio degli sprechi, conditio sine qua non per tutti gli altri tagli – non abbia anche effetti un po’ negativi per le nostre tasche.
Io non sono un economista e non so se la patrimoniale e la reintroduzione dell’Ici possano essere recessive oppure no. Ma a chi osteggia questi provvedimenti così, per partito preso e perché “non si mettono le mani nelle tasche degli italiani” dico: poi non lamentatevi se dovrete prendere l’automobile perché quella corsa con il treno è stata soppressa per mancanza di fondi; non piangete se domani il servizio che era gratuito lo pagherete; non stupitevi se vi sembra che il pedaggio dell’autostrada sia aumentato rispetto all’ultima volta; non protestate se la strada è piena di buche e il Comune non fa più appalti ai quali possa partecipare la vostra impresa edile che così ora si trova in difficoltà.

Infine, un’ultima osservazione. Tizio e Caio fanno lo stesso lavoro e guadagnano entrambi 1.300 euro al mese. Tizio ha ereditato la casa dai genitori (senza pagare imposta di successione) e quindi ha una casa di proprietà sulla quale non paga l’Ici. Caio abita in affitto e ogni mese gli partono cinquecento euro (e ogni anno altri sessanta di imposta di registro sulle locazioni). Tizio, in realtà, pur prendendo lo stesso stipendio di Caio è molto più ricco senza aver fatto niente per meritarlo: non è colpa sua, ma forse un vero liberale qualche domanda sull’equità del sistema se la porrebbe.

sabato 19 novembre 2011

...e noi che non ce ne eravamo accorti!

Come l’ultimo giapponese nell’isola di Lubang, l’indomito Bruno Vespa ha elencato sul settimanale di famiglia i meriti di Silvio Berlusconi. Oltre a tanti provvedimenti annunciati e non fatti – o fatti male – che per lui sarebbero riforme importanti, il noto giornalista attribuisce all’ex presidente del Consiglio un merito: “se in Italia i moderati hanno potuto rialzare la testa il merito è suo. E non è un merito da poco”.
In effetti, l’Italia in questi anni è stata invasa dai moderati.
Siamo stati nauseati da frasi moderate: “se non addirittura eterodiretto, il Partito Democratico è drammaticamente condizionato da interessi ideologici e altri interessi che definirei extrapolitici e certamente extra e anti-istituzionali” (Fabrizio Cicchitto, 03.02.2011).
Circondati da toni pacati e mai sopra le righe: “Voi siete vigliacchi! Vigliacchi! Vigliacco! Lei è un vigliacco! Fifone! Vigliacco! Fifone e vigliacco! Lei è un fifone vigliacco, un incapace, fifone, vigliacco! Un vigliacco! Stai zitto, stai!” (Ignazio La Russa rivolto a uno studente, 16.12.2010).
Frasi sempre rispettose delle istituzioni sovranazionali: “Le direttive UE sul 41bis? Per noi è carta da camino” (Maurizio Gasparri, 16.07.2011).
Pronte ad ascoltare le istanze sollevate dai comuni cittadini: “Siete la peggiore Italia!” (Renato Brunetta, rivolto a una esponente della Rete dei Precari, 15.06.2011).
Timorate dalle differenze di visioni ideologiche e culturali: “Abbandonate al destino suo schifoso questa élite di merda! E lo dico alla sinistra sindacale, lo dico alla sinistra politica, lo dico alla sinistra culturale, quella perbene, quella permale vadano pure a morire ammazzati” (Renato Brunetta, 19.09.2009).
Pronte al dialogo con chi critica: “Una trasmissione disgustosa, una conduzione spregevole, turpe, ripugnante” (Silvio Berlusconi, 25.01.2011).
Molto cortesi con l’opposizione politica: “Ravviso che lei è sempre più bella che intelligente” (Silvio Berlusconi rivolto a Rosi Bindi, 08.10.2009).
Attente alle scelte più difficili fatte nel campo della bioetica: “Eluana non è morta, Eluana è stata ammazzata” (Gaetano Quagliariello, 09.02.2009).

Non cito le espressioni di maggior moderatismo – non soltanto verbale, ma pure gestuale – provenienti dagli alleati di Berlusconi, quei leghisti che in questi anni si sono sempre distinti, nelle aule parlamentari e fuori da esse, per il loro basso profilo e la ponderatezza dei loro ragionamenti, spesso molti sottili.
Già, non ci eravamo accorti di questa ondata moderata liberata da Silvio Berlusconi. Colpa nostra. La storia ci darà torto. Nell’attesa della storia, ci godiamo il presente.

venerdì 18 novembre 2011

L'incubo

Stanotte ho fatto un sogno, forse condizionato dall'aver visto ieri sera il programma di Michele Santoro. All’inizio era bello: il centrosinistra – PD, SEL e IdV – aveva vinto le elezioni. Nei mesi precedenti, per una congiunzione astrale di quelle che si verificano una volta ogni mille anni, era stata approvata una modifica costituzionale che impediva la ricandidatura dei parlamentari che avevano già due mandati alle spalle. Questo aveva comportato un netto cambiamento della classe politica.
Il presidente del Consiglio incaricato, Pierluigi Bersani, uno dei pochi superstiti del vecchio ceto dirigente, era in riunione con gli alleati per formare il nuovo governo su basi finalmente nuove.

“Allora, ragassi... Io pensavo di mettere al ministero degli esteri Massimo D’Alema”
“Eh no! Non va bene! Ma come? Abbiamo approvato una legge costituzionale che dà un calcio in culo ai vecchi politici e mò li facciamo rientrare dalla finestra? E che è? La volpe e l’uva, l’asino di Buridano, la lepre e la tartaruga e tutti gli altri detti proverbiali che ogni tanto tiro fuori un po’ a casaccio?”
“Tonino ha ragione. Un passato che resiste, che potrebbe tornare a danzare, con le sue ombre, su questo palcoscenico bonificato dai politicismi che avevamo pensato di lasciare a una lunga stagione in cui la borghesia e l’impresa non volevano lasciare il palazzo del potere...”
“Sì, abbiamo capito il concetto, Nichi. D’accordo, niente D’Alema. Ma la Bindi?”
“Faceva il ministro quindici anni fa con Prodi. Rinnovamento, rinnovamento!”
“Enrico Letta?”
“Ancora con un Letta al governo? Basta!”
“Ho capito. Niente politici... Io dei nomi tecnici autorevoli li avrei. Ministro dell’Economia pensavo al professor Tizio”
“No, il professor Tizio no: in passato è stato consulente della banca Johnson&Smithson che è la vera responsabile occulta della crisi finanziaria! E nel 2003 scrisse un articolo sul Corriere schierandosi a fianco della Confindustria sull’articolo 18. A ccà nisciuno è fess, dà retta a me!”
“Ma il professor Tizio è il massimo esperto mondiale di bilancio statale!”
“Sì, però è pure nel board scientifico dell’Istituto Xyzyx, che è il vero responsabile occulto della crisi finanziaria e che tiene le sue riunioni annuali in un castello della Transilvania: per cui, noi non ci sentiremmo garantiti contro lo strapotere dei poteri forti”
“D’accordo, ragassi. Propongo allora il professor Caio”
“Ma che siamo matti? Ma qui si cade dalla padella alla brace! A parte il fatto che ho qui un documento del 1998 in cui Caio si schierò a favore del Ponte sullo Stretto, e a parte il fatto che nel 2001 fu per sei mesi consulente del ministro Tremonti e noi non vogliamo avere niente a che vedere con i berlusconiani, ma non vedete che ha lavorato fino all’altro ieri, in qualità di advisor, per la multinazionale Gips&Glock Inc. , che è la vera responsabile occulta della crisi finanziaria? E chi ci tutela poi contro i poteri forti?”
“...Sempronio?”
“Ma no, ma no! Sempronio nel 2008, è in pieno conflitto d’interessi, è stato incaricato dal governo Berlusconi di seguire la fusione di due aziende, ma pensa te se poi dovrà occuparsi di attività che riguardano... no, no: non se ne parla. E poi, vedo ora su Wikipedia, ha pure una consulenza esterna con la banca d’affari del...”
“D’accordo, d’accordo. Soprassediamo pure qui. Sentite, per il ministero dell’ambiente avrei pensato al grande urbanista Pinco, che peraltro pur essendo noto a livello interplanetario è ancora giovane, non avendo nemmeno cinquant’anni”
“Oh, ma... dico: siamo impazziti? Pinco è stato chiamato a lavorare al piano regolatore della città del sindaco leghista Vendramin e non soltanto non si è rifiutato, ma ha accettato l’incarico e ha pure previsto la costruzione di un grattacielo di ottantacinque piani come gli era stato richiesto dalla giunta comunale!”
“Uhm... e va bene. Allora, che ne dite di Panco alla Giustissia? Oh, ragassi: è il docente italiano più noto nel campo della procedura penale e civile”.
“Sì, però è stato anche l’avvocato difensore della multinazionale Plunk in quel caso di corruzione che tutti sappiamo. Mi pare inopportuno che ora entri in un governo che dovrebbe essere di rottura con il passato”.
“Scusa, Pierluigi... Ma perché non candidare dei politici giovani, ma in gamba?”
“Ecco, sì... Per esempio: Matteo Renzi!”
“No, Renzi no, perché è stato a cena ad Arcore”
“La Serracchiani?”
“Ma non scherziamo, dài! ...la Serracchiani! E’ una della Casta! Lei che faceva tanto la rinnovatrice e poi...”
“...Zingaretti?”
“Prima completi il mandato da presidente della Provincia. E che segnale diamo sennò ai nostri elettori? E poi è un uomo di apparato, cresciuto alla scuola dei partiti. Prendiamo uno che viene dalla società civile”
“Ragassi, io avrei un altro nome, allora: il professor Vattelapesca!”
“Seeee, il professor Vattelapesca. Ma se fino a ieri è stato nel cda della Banca Nazionale! Te li immagini tutti i conflitti di interessi di cui è portatore, avendo la banca partecipazioni nelle autostrade, nelle ferrovie e negli aeroporti? No, no... non se ne parla nemmeno”
“Il professor Taldeitali?”
“Aridaje! Ma anche questo è stato consulente della Binkerman&Junkerman, che è la vera responsabile occulta della crisi finanziaria. E poi non ha mai detto niente contro gli Ogm e il nucleare”.

Per fortuna, a quel punto mi sono svegliato.

giovedì 17 novembre 2011

Il ritorno della politica

Non sappiamo come andrà a finire questa storia, ma di certo i primi passi sono in direzione contraria a quella tenuta per tre anni e mezzo. Almeno stando alle parole.

C’è una sconfessione totale del rapporto mantenuto, specialmente dalla Lega, ma anche dal Popolo delle Libertà, nei confronti delle istituzioni europee: “non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi”.
C’è il superamento della politica estera da pacca sulle spalle a beneficio dei fotografi: “vocazione europeistica, solidarietà atlantica, rapporti con i nostri partners strategici, apertura dei mercati, sicurezza nazionale ed internazionale rimarranno i cardini di tale politica”.
C’è un cambiamento di rotta rispetto a quando – poche settimane fa, mica l’altro secolo – si diceva che la crescita non si fa per decreto: “una caratteristica spero distintiva del nostro Esecutivo (...) è quella delle politiche micro-economiche per la crescita”.
C’è un approccio completamente diverso alla crisi economica. Non viene più negata, come stolidamente ha fatto per tre anni l’esecutivo precedente: “Il Governo riconosce di essere nato per affrontare in spirito costruttivo e unitario una situazione di seria emergenza”. E, anzi, si sottolinea che se si vuole uscirne l’Italia deve darsi da fare, che se è debole è per motivi strutturali suoi e che “le scelte degli investitori che acquistano i nostri titoli pubblici sono guidate sì da convenienze finanziarie immediate, ma - mettiamocelo in testa - sono guidate anche dalle loro aspettative su come sarà l'Italia fra dieci o vent’anni, quando scadranno i titoli che acquistano oggi”. Quanta differenza con gli slogan di Silvio Berlusconi che, ancora un mese fa, alla Camera se la prendeva con il “partito declinista, catastrofista, speculativo, in azione da mesi in Europa e in Italia”.
C’è la difesa dell’euro, dopo frasi irresponsabili pronunciate da chi fino all’ultimo ha tentato di nascondersi dietro un dito: “La fine dell’euro disgregherebbe il mercato unico, le sue regole, le sue istituzioni. Ci riporterebbe là dove l’Europa era negli anni Cinquanta”.
C’è una rottura decisa sul fronte delle tasse. La frase fatta “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani” viene buttata nel cassonetto della spazzatura e viene sostituita dalla concretezza: “l’Italia è caratterizzata da un'imposizione sulla proprietà immobiliare che risulta al confronto particolarmente bassa. L’esenzione dall’ICI delle abitazioni principali costituisce, sempre nel confronto internazionale, una peculiarità - se non vogliamo chiamarla anomalia - del nostro ordinamento tributario”.
C’è del nuovo anche nel modo di rapportarsi alle parti sociali. L’ideologia che ha (mal) guidato l’azione di Maurizio Sacconi sembra essere accantonata e invece dei possibili licenziamenti facili si parla della difficoltà dei possibili licenziati: “tenendo conto dei vincoli di bilancio occorre avviare una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta a garantire a ogni lavoratore che non sarà privo di copertura rispetto ai rischi di perdita temporanea del posto di lavoro. Abbiamo da affrontare una crisi, abbiamo da affrontare delle trasformazioni strutturali, ma è nostro dovere cercare di evitare le angosce che accompagnano questi processi”.

Sono parole, certo. Ma al punto in cui eravamo arrivati possono essere sufficienti anche le parole. Perché comunque ci hanno indicato una strada alternativa a quella frequentata fino ad oggi. E perché dopo l'era degli slogan e della propaganda si intravede, all'orizzonte, la politica.

(piccola notazione finale: guardando in tv il discorso di Monti al Senato, si aveva la sensazione che si stesse rivolgendo all'Aula. Era da tempo che non succedeva: di solito, i politici quando prendono la parola in Parlamento in diretta tv si rivolgono ai telespettatori e non ai colleghi. Durerà?)

Pensieri sparsi sul nuovo governo

Ho letto da qualche parte che il governo tecnico è il contrario del bipolarismo. Non sono d’accordo. Penso, anzi, che il nuovo esecutivo (con le persone che lo compongono, le loro storie personali, le loro idee) sia il primo passo per andare verso un vero bipolarismo, in cui chi è di destra potrà stare a destra senza fingersi amico del sindacato di sinistra per raccattare consensi che altrimenti non avrebbe. Ci vorrà ancora qualche tempo, probabilmente bisognerà attendere la nuova legislatura, ma il confronto gradualmente si sposterà dalle persone alle questioni. Tutti saremo chiamati a esprimerci su queste ultime e le giravolte linguistiche, le belle narrazioni, i giochi di parole pseudosatirici lasceranno finalmente il tempo che trovano.

Un’amica ha scritto su Facebook che si sente rassicurata dal grigiore dei nuovi ministri. Pure io. Però è strano: per anni abbiamo insistito tanto sul cambiamento, sul rinnovamento della classe dirigente, sulla denuncia di un’Italia Paese per vecchi. E ora ci ritroviamo rassicurati dall’avere un governo formato da opachi sessantenni. E’ un paradosso soltanto in apparenza. Ricambio non significa metter dentro giovani tanto per metterli dentro e affidar loro il ministero chiamato “della gioventù”; significa cambiare approcci, atteggiamenti e comportamenti.

Un’altra amica, tornando dalla manifestazione piddina a Roma, mi raccontava del casino che c’è nella cooperazione allo sviluppo, settore nel quale lei ha lavorato per anni. Beh, che ci sia un ministro alla “cooperazione internazionale” fa ben sperare. Che questo ministro sia uno che di certe faccende abbia una certa pratica fa sperare ancor di più. Poi, oh, magari il risultato sarà mediocre, ma intanto annotiamo un bel segnale.

Su questo blog non abbiamo (il plurale maiestatis è per assumere un tono di importanza) lesinato critiche ad Augusto Minzolini. Però ora difendiamo il suo posto di lavoro: sarebbe seccante se questo governo o qualche partito che lo sostiene volesse rimuoverlo per metterci un giornalista di fiducia. Sì, lo so: certa gente meriterebbe di lasciare la poltrona che occupa. Vogliamo che l’esecutivo dia segnali di serietà e rottura rispetto al passato? Si occupi di Rai per riformarne la governance, ma senza metter bocca a livello di nomine e, anzi, chiarisca che certe voci che già circolano – totodirettori Rai et similia – sono infondate.

Mi piacerebbe un altro segnale di discontinuità rispetto al passato: prima ancora del varo di una buona legge sulla concorrenza che contempli anche la disciplina del conflitto di interessi, il ministro dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture Corrado Passera prenda di petto la propria condizione, la renda trasparente agli occhi dei cittadini e si spogli di eventuali situazioni patrimoniali legate alla sua attività in Banca Intesa sulle quali la sua attività governativa possa avere conseguenze dirette o indirette. Berlusconi è passato, ma non è che passato lui passa anche il problema che lo riguardava (per quanto non televisivo, stavolta).

Spero sia l’ultima volta che vedo, in tempo di pace, un alto grado delle forze armate diventare ministro della Difesa. Per me, avere un tecnico alla guida di quel dicastero significa puntare su un docente di relazioni internazionali, non su un ammiraglio.

L’esecutivo sta godendo ora di un livello di credibilità e di stima che, a memoria, ha pochi precedenti. Non so quanto possa durare: questo governo avrà vita dura e quando i partiti cominceranno a discutere di legge elettorale le ripercussioni sull’operato dei ministri saranno forti. Fossi in Mario Monti, perciò, approfitterei della luna di miele per adottare subito i provvedimenti più impopolari... Della serie: ora o mai più. Ragionamento cinico, eh.

mercoledì 16 novembre 2011

'azzo, Ornaghi?!

Ieri sera su Twitter a un certo punto è comparso Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera, il quotidiano generalista più venduto d’Italia: “Letta e Amato verso il governo Monti. Le pregiudiziali sembrano cadute”.
Passati un po’ di minuti è arrivato Ezio Mauro, direttore di Repubblica, il secondo quotidiano generalista più venduto d’Italia: “Monti ha scelto tutti ministri tecnici”.
Tempo mezz’ora ed è stata la volta di Mario Calabresi, direttore della Stampa, il terzo quotidiano generalista più venduto d’Italia: “Domani a mezzogiorno avremo il governo, ma il nodo Letta-Amato non è ancora sciolto, Monti ha una notte per decidere se tecnico puro o no”.

L’ho trovato un fenomeno interessante. Tutti e tre i direttori, presi dalla fregola dello scoop, si son buttati sul totoministri (Mauro ha continuato anche stamani, ai supplementari: “Severino alla Giustizia, Terzi agli Esteri”).
Che poi: ma era veramente uno scoop? Voglio dire: nel momento in cui il presidente incaricato ti dice che la presenza di politici – e di quei due politici, in particolare – non è esiziale alla formazione del governo, perché fare tanta caciara? Scoop è svelare come l'esecutivo interverrà sulle pensioni o se reintrodurrà l’Ici sulla prima casa, non se ci sarà Gianni Letta e, a quel punto, Giuliano Amato a controbilanciare. Le consultazioni non sono il calciomercato, i cittadini italiani non sono i tifosi del bar sport e formare un esecutivo non è costruire la prossima formazione del Milan: stiamo trattando Messi, ma il suo procuratore vuole tre milioni netti in più l’anno e poi l’allenatore preferisce Cristiano Ronaldo.
Poi, certo, tutti eravamo curiosi di sapere se Letta e Amato o se altri politici avrebbero fatto parte della compagine di Mario Monti. Ma è stata un’attesa creata e alimentata dai giornalisti impegnati nel totoministri. Su nomi sconosciuti al grande pubblico. Suvvia, alzi la mano chi una settimana fa al nome di Cancellieri avrebbe pensato a un commissario prefettizio anziché alla giornalista televisiva. E Ornaghi? Eh, Ornaghi. Boh.
Mi chiedo chi glielo faccia fare al direttore di un grande quotidiano di esporsi in questa maniera così netta (“Letta e Amato verso il governo Monti”) quando ancora non c’è niente di sicuro.
Se proprio vogliamo dirla tutta, a me più che notizie son sembrate dei desideri: de Bortoli auspicava ardentemente il governo con dentro Letta e Amato per la gioia dei suoi editorialisti; Mauro no; Calabresi possibilista. E i loro cinguettii hanno riflettuto le rispettive (malcelate) speranze più che il desiderio di fornire un’informazione corretta ai lettori.

Ahimè, questo è lo stato del giornalismo italiano contemporaneo. Un giorno mi piacerebbe trovare il tempo di mettermi lì a verificare quanti dei retroscena di Maria Teresa Meli, Goffredo de Marchis e Fabio Martini si sono effettivamente realizzati. E poi verificare quante righe di previsioni non realizzate, gossip parlamentari e frasi – virgolettatissime – non verificabili (il più delle volte, guarda caso, per confermare la linea editoriale del quotidiano su cui compaiono) sono state scritte per ogni riga in cui non è stato approfondito un argomento serio, sul quale sarebbe stato giusto e doveroso dare maggiori informazioni ai lettori.

martedì 15 novembre 2011

Un Paese in piena emergenza

Uno dei miei più lontani ricordi d’infanzia è il terrorista nero Mario Tuti che, dopo aver ucciso due poliziotti dalle parti di Empoli, fugge per le campagne toscane. E un altro, molto più lucido, è il giorno che ci rimandano a casa da scuola perché altri terroristi, rossi stavolta, hanno rapito Aldo Moro.
Anche se a quell’età non so cosa ciò realmente voglia dire, scopro dalla televisione di essere un bambino che vive in un Paese in piena emergenza.

Poi viene eletto presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Appunto perché siamo un Paese in piena emergenza.

Un altro mio ricordo di quegli anni è il terremoto in Irpinia: il presidente della Repubblica che va laggiù, fa un po’ di casino e però fa bene, è la risposta di un Paese in piena emergenza.

Negli anni Ottanta scopro che la scala mobile non è soltanto quella del grande magazzino Upim in città per salire al piano di sopra. Dice Bettino Craxi che c’è l’inflazione alta e noi dobbiamo combatterla perché siamo un Paese in piena emergenza. .

Sono all’università, sto preparando l’esame di diritto privato e, con la lira sotto attacco dei mercati internazionali (o questa dove l’ho già sentita?), il presidente del Consiglio Giuliano Amato vara la manovra lacrime e sangue: appello alla responsabilità, siamo un Paese in piena emergenza.

Finiti gli studi, mi cerco un lavoro e non è facile per chi si è laureato a una facoltà come la mia. Sono in treno, vado a seguire un corso post-laurea che spero mi serva a qualcosa (“macché!”, direbbe Vittorio Feltri) e leggo il giornale: il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, di ritorno dalla Spagna, han deciso di varare una finanziaria di quelle toste: spiegano che essendo il nostro un Paese in piena emergenza...

Lascio perdere gli ultimi sviluppi, tanto li conosciamo. Certo è che da quando sono nato vivo in un Paese in piena emergenza. Fino ad oggi ce la siamo sempre cavata e la speranza è che anche stavolta qualcosa ci inventeremo. Però dopo quarantadue anni mi sarei anche un po’ rotto le scatole: l’emergenza è l’emergenza, non la normalità. A forza di normalizzarci l’emergenza, il rischio è di normalizzarci anche la via d’uscita e quando arriveremo a quel punto allora sì che sarà finita. Finita mal
e, però.

Posso dirlo?

E' doloroso constatare come, tra tutti i politici e politicanti italiani, il comportamento più responsabile e coerente in questi giorni lo stia mostrando Pierferdinando Casini.
Ecco, l'ho detto.

(che poi agisca così per interesse elettorale, che lo faccia per acchiappare voti in libera uscita dal Popolo delle Libertà, che un domani torni ad allearsi con personaggi impresentabili e a proporre leggi che cozzano con un laico buonsenso è un altro paio di maniche, lo so benissimo. Ma in questi giorni, riconosciamolo, grazie anche alla pochezza altrui, sta facendo un figurone)

lunedì 14 novembre 2011

L'hanno presa bene

Comunque, dobbiamo riconoscere che gli organi di stampa più vicini al Partito dell’Amore l’han presa bene.
Ecco lo spaccato della nuova Italia montiana come risulta dalle pagine del Giornale e di Libero.

Patrimoniale e Ici: il programma di Monti è già lacrime e sangue”, titola ieri rassicurando tutti il quotidiano di famiglia, mentre Libero lancia un moderatissimo suggerimento: “Occhio ai portafogli”. Claudio Borghi, sul Giornale, anticipa cosa ci attenderà: “Il grande attacco ai nostri risparmi”, si intitola l’articolo in cui – pacatamente – si rileva che “si accoglie tra gli applausi e a braccia aperte il nuovo Re mandato dal Dio Mercato. Come facciamo a sapere che non sarà il serpente della favola, pronto a mangiarci?”. Del resto, come spiega – in modo assai equilibrato – Giuliano Ferrara, siamo “in mano alle lobby finché le urne non ci separino”. In particolare, “sullo sfondo sta una rapina patrimoniale destinata a colpire il valore sociale della casa e a creare nuova depressione, deflazione, ingiustizia”.
Libero ospita un servizio di Fosca Bincher che ci illumina. Tanti editoriali in cui la colpa del debito pubblico era stata data alla sinistra, ai comunisti, al compromesso storico vengono spazzati via in poche righe di titolo: “Monti, il risanatore di conti che moltiplicò il debito italiano. Con lui sottosegretario al Bilancio dal 1989 al 1992, il disavanzo passò da 553 a 799 miliardi di lire e le spese lievitarono di oltre il 45 per cento”. In realtà, non era sottosegretario come bisbigliato da un titolista timoroso di andare sopra le righe, ma soltanto (come riportato correttamente nell’articolo) componente “in tre commissioni di rilievo, quella sul debito pubblico, quella sulla spesa pubblica e nel comitato scientifico della programmazione economica all’epoca guidato da un andreottiano doc come Luigi Cappugi”. Insomma, uno dei tanti consulenti ministeriali, ma, a quanto se ne deduce, fu proprio l’economista bocconiano il diabolico creatore della spirale negativa, il reo non confesso del debito pubblico italiano.
Il sempre puntuale Paolo Granzotto, sul Giornale, aggiunge che Monti è “succube ai diciplinari eurolandici, alle troike franco-tedesche, all’immobilismo sordo e cieco della Banca centrale, alle menate ideologiche sulla moneta unica”. Nell’attesa di capire come possa una troika essere composta soltanto da due elementi, c’è di buono che il presidente del Consiglio incaricato “partirà presto, ma da precario”, come sottolinea il direttore Alessandro Sallusti.
Poteva mancare Vittorio Feltri? Certo che no. E oggi ci spiega, serenamente, con uno dei suoi celebri macché (“Macché economista, bastava un ragioniere”), che “per prelevare euro dai conti correnti degli italiani e per aumentare le tasse sulle case, sulle barche e roba del genere (ovviamente di lusso) non c’era bisogno di mobilitare mezza Bocconi, esimi professori, tecnici celebrati e alcuni tromboni di contorno”. Feltri è un fine conoscitore dell’economia e non manca di farci notare che “alla fine, la contabilità dello Stato non è diversa da quella cosiddetta della serva”. Ha ragione: come tutti possiamo verificare semplicemente consultando il bilancio statale pubblicato dalla Ragioneria Generale, siamo lì, un quadernino a quadretti basta e avanza. E il quieto giornalista-driver ha ragione pure sul fatto che tutti questi professoroni non sono poi granché. Ci aiuta il memorabile scoop di Maurizio Caverzan sulle performances scolastiche di Monti, ingiustamente passato sotto silenzio per un titolo appena appena sussurrato: “Che imbranato, 5 in ginnastica”. E noi vorremmo affidare la nostra economia a uno che da ragazzo non sapeva affrontare la pertica? Il giornalista svela poi un retroscena adolescenziale che dovrebbe farci riflettere e capire quanto sia pericoloso un soggetto del genere: “l’eccessivo apprezzamento del sistema scolastico russo di cui aveva parlato nel giornalino dell’istituto gli procurò una lettera del rettore”. E’ anche per questo, per dissipare quest’ombra sinistra (è proprio il caso di dirlo), che Fausto Carioti pone dieci stringenti domande all’ex commissario europeo inserendo tra esse una di forte attualità: “se si trovasse dinanzi a una situazione simile a quella di Eluana Englaro, come si comporterebbe il suo governo?” Ce lo stavamo giusto chiedendo pure noi.

Libero, sportivamente, non manca di puntualizzare come Monti sia uomo della Casta. Già nei giorni precedenti il quotidiano di Belpietro si era portato avanti con il lavoro di beatificazione, sottolineando come il neosenatore a vita, appena nominato, fosse “già assente alla prima votazione”: e sì che guadagnerà “25mila euro al mese”, orco boia... Come se non bastasse, il governo che formerà “costa il doppio di quello del Cav”. O questa? “Colpa di una legge fatta da Prodi”, spiega l’occhiello. Ah, ecco: ora mi torna. Prodi-Monti è un’accoppiata vincente, a parlarne male non si sbaglia mai.

domenica 13 novembre 2011

The day after

Ebbene sì, ieri sera ero contento. Mi sono comprato i cioccolatini – quelli buoni, del negozio di cioccolate in centro storico – e me li sono mangiati insieme ad altri troiai presi al supermercato. E oggi gnocchi di patate ai quattro formaggi.
Ma mica perché penso che da questa domenica siano verdi vallate e percorsi in sola discesa.
Tutt’altro: il difficile inizierà ora. In primo luogo, perché così come il fascismo è sopravvissuto al suo fondatore, anche il berlusconismo sopravviverà al suo creatore. In secondo luogo, perché il governo che verrà dovrà adottare provvedimenti impopolari e difficili da digerire per le forze politiche chiamate a sostenerlo e non so quale sarà la reazione. Insomma, incertezze ne abbiamo davanti parecchie: come ha notato il grande Massimo Bucchi, più che voltare pagina c'è da cambiare l'intera biblioteca.
Soltanto che da ieri sera abbiamo un grande alibi in meno e qualche speranza in più.
La speranza di un Paese senza leader politici che fanno il gesto dell’ombrello e senza cronisti giudiziari trasformati in capipopolo o editorialisti politici che occupano la televisione pubblica per imporre il pensiero del Capo alle masse teledipendenti.
La speranza di un Paese che scende in piazza a festeggiare se vince e non se altri perdono.
La speranza di un Paese in cui se qualcuno avanza una proposta, questa la si giudica per quel che è e non sulla base del fatto che un anno fa il proponente andò a cena “a casa di”.
La speranza di un Paese in cui i parlamentari non siano costretti a umiliare sé stessi per difendere il Capo Assoluto da accuse giudiziarie molto pesanti.
La speranza di un Paese in cui chi è bravo e merita va avanti a prescindere dall’avere due belle tette.
La speranza di un Paese senza leggi ad personam e con i privilegi di casta ridotti allo stato fisiologico tipico di tutti i Paesi del mondo.
La speranza di un Paese in cui se si aumentano o si diminuiscono le tasse è perché si pensa che sia utile al Paese e non perché si è schiavi di un sondaggio politico-elettorale.
La speranza di un Paese senza condoni.
La speranza di un Paese con ministri che non si sognano di lanciare allarmi sul terrorismo se non sono fondati.
La speranza di un Paese in cui l’avversario politico è soltanto un avversario politico e senza più “noi il partito dell’amore e voi il partito dell’odio”.

Insomma, la speranza di vivere in un Paese normale è da ieri sera aumentata. Ma, appunto, di speranza si tratta. Niente di più.

Mentre scrivevo questo post mi è infatti tornato in mente un vecchio racconto di Vitaliano Brancati, “Il vecchio con gli stivali” (Bompiani editore). Ambientato negli anni Trenta, narra la storia di Aldo Piscitello, uomo modesto, anonimo e insignificante che venne convinto dalla moglie ad aderire al fascismo (e addirittura a millantare un passato da squadrista) per migliorare la propria posizione lavorativa in Comune. Lui, che si era fatto sempre gli affari suoi! E che dentro di sé, anzi, era casomai antifascista. Ma la consorte, Rosina, fascista convinta, una sera
sparecchiò in fretta, gli si sedette di fronte, poggiò le braccia conserte sulla tavola, il petto sulle braccia, e gli disse: "sentiamo un po': che ti ha fatto di male, il fascismo?". Aldo Piscitello arrossì come chi si trova all'orlo di un piacere inaudito, mille impulsi gli affluirono alla mente, la memoria gli presentò tutte le parole possibili perché egli parlasse, parlasse fino al domani, non smettesse più di parlare, ma in verità, quando venne al fatto, non trovò che questi argomenti: "tutte le cose antipatiche le fa lui: i cantanti nei teatri non possono concedere il bis; ci ha tolto il piacere di prendere una tazza di caffé; dobbiamo darci tutti quanti del voi, e un superiore sbarbatello a me anzi può dire tu... tu... tu...!" Egli riprodusse tutte le intonazioni offensive con cui gli davano del tu. "ai ragazzi insegnano a cantare dalla mattina alla sera come se fossimo a teatro, e non insegnano invece l'educazione o che so io; dobbiamo salutare alzando la mano, come se ci riparassimo da una bacchettata o da uno sputo! Infine, dobbiamo mettere gli stivali!". Ci fu una pausa. "Tutto qui?" fece la moglie.
Finita la guerra, Piscitello andò dal sindaco perché rischiava di rimanere vittima dell’epurazione. Vano tentativo: fu licenziato.
In macchina, sulla via del ritorno, il sindaco era perplesso, stupito, e da un altro verso soddisfatto: perché la giustizia, la severità, o addirittura il male, egli l’aveva operato, grazie a Dio, non su un uomo vero e proprio, ma su un essere poco poco più animato della sedia che quell’essere aveva occupato per quarant’anni nel suo cotidiano lavoro davanti a un tavolo del municipio. Quanto alla famiglia, si sarebbe poi studiato se non fosse il caso di aiutare la signora Rosina, ch’era stata sempre una brava donna.
E’ un racconto che mi aiuta a tenere i piedi per terra in questo momento.

sabato 12 novembre 2011

Le ultime parole famose di Berlusconi

In tre anni e mezzo di governo, Silvio Berlusconi è intervenuto alla Camera sette volte.
Ecco un breve campionario di frasi da lui pronunciate in quel contesto solenne. Mi sto chiedendo, con il senno di poi, quale sia la più amaramente ridicola.

Questo Paese deve rialzarsi, nel senso che ha tutte le potenzialità per rimettersi rapidamente in corsa e per tagliare il traguardo decisivo di un nuovo tempo della Repubblica, che deve essere il tempo della crescita”.
13.05.2008

Le difficoltà che abbiamo di fronte ci impongono un approccio nuovo, non più basato su contrapposizioni sterili e preconcette (...) Essere responsabili significa adoperare, prima di tutto, il buonsenso, per ricercare soluzioni quanto possibile condivise. In ogni caso, voglio ribadire con forza quanto ho anticipato nel mio intervento di ieri proprio in nome di questo stesso buonsenso: non vi sarà mai - mai! - da parte nostra un rifiuto pregiudiziale nei confronti dei contributi costruttivi che l'opposizione saprà e vorrà offrirci”.
14.05.2008

L'Italia aveva bisogno di rigore e di credibilità. Lo abbiamo fatto, tenendo in ordine i conti pubblici e nello stesso tempo salvaguardando i redditi delle famiglie e dei lavoratori colpiti dalla crisi, ed è stata la scelta giusta. Ha consentito di superare la crisi e di non farci trovare nelle condizioni in cui si sono trovati altri Paesi europei alle prese con deficit pubblici giudicati non sostenibili dai mercati finanziari e quindi esposti agli attacchi della speculazione finanziaria”.
29.09.2010 ore 11

La crisi economica non è completamente superata: ne stiamo venendo fuori, il picco è alle nostre spalle”.
29.09.2010 ore 18 ore 16.35

Il nostro è da sempre il Governo dell'ascolto e dell'apertura a quanto di meglio propone la società civile, perché vogliamo perseguire il bene comune di tutta l'Italia e di tutti i suoi cittadini, senza alcuna distinzione sociale o geografica”.
13.12.2010

Rivendico come un risultato formidabile del nostro Governo il fatto di avere messo al riparo il debito pubblico italiano dagli attacchi speculativi”.
22.06.2011

Sulla base di quanto previsto dal decreto-legge «manovra», il Governo agirà per contenere tutti gli emolumenti delle alte professionalità pubbliche, elettive e non, riconducendole ai valori medi europei. Inoltre, il Governo, attraverso la riorganizzazione delle province, connessa con la diffusa aggregazione delle funzioni fondamentali dei comuni, già prevista dal decreto sul federalismo municipale, potrà pervenire ad un ulteriore contenimento della pressione fiscale e ad una ben maggiore efficienza nella gestione dei servizi locali”.
03.08.2011

Una crisi di Governo al buio oggi determinerebbe la vittoria del partito declinista, catastrofista, speculativo, in azione da mesi in Europa e in Italia. Io sono qui, e con me una maggioranza politicamente coesa”.
13.10.2011

Patente e sigarette

Parto da un presupposto: qualsiasi governante, anche il più inetto, se non è in totale malafede qualcosa di buono, sia pure involontariamente, lo combina. E, talvolta, questo qualcosa di buono rimane ai posteri. Se poi resta in carica per alcuni anni, qualche riforma strutturale decente o addirittura buona, che rimanga nella vita dei cittadini anche successivamente, deve esserci quasi per forza. Se ne potrebbero citare tanti di esempi, dall’euro di Prodi alla lotta all’inflazione di Craxi.
Ora, io stavo pensando a questo. Berlusconi ha governato in totale per oltre nove degli ultimi diciassette anni, di cui otto e mezzo negli ultimi dieci e mezzo. Mi sto scervellando per cercare di capire cosa di realmente buono e valido in tutti questi anni sia direttamente riconducibile al suo operato.
Legge 30 sul lavoro? Bah, anche volendo considerarla un provvedimento giusto - e io non lo considero tale -, non è altro che la prosecuzione di un percorso già intrapreso ai tempi del centrosinistra. Lo stesso potremmo dire degli aggiustamenti progressivi sull’età pensionabile. La tenuta dei conti pubblici negli ultimi due anni di recessione? Anche qui: visto lo stato delle finanze pubbliche, era il minimo sindacale far sì che almeno il deficit non andasse del tutto fuori controllo.

Alla fine, dopo averci rimuginato un po’, l’eredità positiva del berlusconismo (sottolineo: quella positiva, ché per quella negativa ci vorrebbe un’enciclopedia) si limita a due riforme ben lontane dai roboanti annunci delle campagne elettorali, ma che, in effetti, hanno cambiato le regole di vita quotidiana di noi italiani: la patente a punti e il divieto di fumare nei locali aperti al pubblico o nei luoghi di lavoro. Ed è curioso che un’esperienza di governo espressione di una cultura di deregulation totale degli stili di vita e del rispetto altrui, padroni in casa propria e arroganti fuori, lasci di buono proprio due provvedimenti che ci hanno costretto a essere un po’ meno maleducati quando andiamo in ufficio o nei ristoranti (notoriamente pieni, di questi tempi) e a pagare di più le conseguenze quando commettiamo infrazioni sulle strade.

venerdì 11 novembre 2011

Ministri tecnici e ministri politici

Chi lavora nelle risorse umane lo sa bene: non necessariamente un bravo venditore sarà un altrettanto bravo direttore vendite. E viceversa. Perché il ruolo, le competenze, le funzioni sono completamente diverse. Nella mia carriera professionale, per esempio, ho avuto a che fare con T., uno che sarebbe stato capace di vendere frigoriferi agli esquimesi, ma pessimo direttore commerciale, e ho avuto a che fare con S., un ex carabiniere laureato in ingegneria, pressoché a digiuno di tecniche di vendita (e, addirittura, di alcuni servizi che vendevamo in quell’azienda), ma eccezionale motivatore e organizzatore: il miglior superiore che abbia mai avuto.

Questo credo valga anche per chi guida una nazione, avendo responsabilità di governo. Non necessariamente, come scriveva qualcuno nei commenti al post di ieri, alla sanità dovrà andare un medico e alle infrastrutture un urbanista. Anche qui gli esempi si sprecano. Quintino Sella, che la storia d’Italia ricorda come il ministro delle finanze che raggiunse il pareggio di bilancio, era un ingegnere idraulico specializzatosi poi in mineralologia. Lo stesso Pierluigi Bersani, che ha ben lavorato come ministro economico, è laureato in filosofia con una tesi in storia del cristianesimo, ossia quanto di più lontano possa esserci dalla portabilità dei mutui bancari.
Se poi vogliamo fare i puntigliosi, anche storicamente c’è da dire che il ministro, ossia la posizione apicale, avrebbe dovuto essere una figura politica, mentre la posizione tecnica, il burocrate di riferimento avrebbe dovuto essere il sottosegretario. Infatti, la decisione finale è comunque politica e non tecnica, deve fare i conti con mediazioni parlamentari, con la ragion di Stato, con esigenze talora ideologiche e ciò richiede capacità e competenze politiche, ben diverse da quelle squisitamente tecniche.
L’evoluzione della politica e dell’apparato dello Stato ha portato lontano dal modello teorico: ma quando si parla di istituzioni io sono, più che un conservatore, un purista quasi reazionario e quindi non mi dispiacerebbe si applicasse l’antica struttura. Che, detto per inciso, avrebbe anche l’effetto di ridurre il numero dei membri del governo.
Poi è chiaro che ci sono situazioni e periodi storici in cui le istituzioni politiche di un Paese sono talmente screditate che – non foss’altro per dare un segnale all’esterno – è necessario nominare dei ministri non riconducibili direttamente a deputati e senatori. E’ il caso dell’Italia di oggi. Ma, appunto, sono situazioni eccezionali. In tutti i Paesi la politica la fanno i politici, coadiuvati dai loro tecnici e grand commis, e l’auspicio è che siano bravi politici, altrimenti è un guaio.

Casomai, ci sarebbe un’altra riforma da attuare, anch'essa legata al ruolo, alle funzioni e alle competenze di chi sta al governo. Non mi dispiacerebbe che pure da noi si introducessero le regole francesi sulle incompatibilità in vigore fino a pochi anni fa in quell’ordinamento. Il parlamentare divenuto ministro doveva, entro un mese dalla sua nomina, optare per una delle due funzioni: se non avesse rinunciato a quella ministeriale, sarebbe automaticamente decaduto da eletto e sarebbe stato il suo sostituto a terminare il mandato (dal 2008 la disciplina è cambiata: la sostituzione è temporanea e il ministro ritrova lo scranno se il governo cade anticipatamente).

La novità avrebbe un beneficio immediato: porrebbe fine alla pratica di ricompensare appoggi parlamentari con cariche ministeriali. Uno ci penserebbe due o tre volte prima di diventare sottosegretario, sapendo che se il governo non arrivasse in fondo dovrebbe attendere le elezioni successive prima di tornare alla Camera o al Senato, con il rischio di venir trombato a seguito dei cattivi risultati dell’esecutivo di cui ha fatto parte.
Altro beneficio, stavolta di medio termine: i vari ministri avrebbero un motivo in più per lavorare bene e arrivare alla fine della legislatura e sarebbero anche più indipendenti dai partiti di provenienza.
Infine, terzo effetto: potrebbe essere agevolato un ricambio naturale tra i parlamentari, senza ricorrere a modalità artificiali e forzate come il limite dei due o tre mandati. Un ricambio che, perdipiù, avrebbe basi meritocratiche – sempre che si ritorni al voto di preferenza, ovviamente.