Grande scalpore, stamani, per il titolo di prima pagina del Giornale, con lungo editoriale del direttore Alessandro Sallusti.
Secondo parecchi osservatori, il tutto è stato confezionato in modo molto irriverente e volgare nei confronti della cancelliera tedesca Angela Merkel.
Voglio spezzare una lancia a favore del quotidiano berlusconiano. In realtà, quello che è stato pubblicato è una versione apocrifa e frutto dell’editing di un solerte redattore che ha voluto rendere più comprensibile alle masse il sallustipensiero.
Siamo in grado di proporvi il reale articolo scritto e non pubblicato.
(in caratteri corsivi quel che è stato pubblicato; in blu la versione originale di Sallusti)
E’ stata la culona
Lineamenti di filosofia del diritto
Quando si dice che non tutte le ciambelle riescono col buco. E dire che quella confezionata da Napolitano per fare fuori Berlusconi già era poco credibile a caldo.
Il metodo secondo il quale nella scienza il concetto si sviluppa movendo da sé stesso ed è soltanto un immanente progresso e produzione delle sue determinazioni è qui presupposto in pari modo dalla logica.
Troppe mani avevano partecipato all’impasto e alla lievitazione, dentro e fuori l’allora maggioranza. Poco credibile quella necessità di urgenza assoluta finita nel dimenticatoio un minuto dopo il giuramento del governo Monti. Troppo oscuro il percorso che aveva portato alla scelta di quei ministri così tecnici ma così ammanicati con poteri altri dalla politica. Ieri si è scoperto che la farina non veniva dal nostro sacco, ma da quello della Merkel. Lo svela il quotidiano Wall Street Journal , che racconta di una telefonata tenuta segreta fatta il 20 ottobre a Napolitano nella quale la cancelliera tedesca chiede con forza l’allontanamento di Berlusconi e in cambio promette aiuto e comprensione per l’Italia.Non sappiamo che assicurazioni abbia avuto da Napolitano, certo è che solo quattro giorni dopo, il 24 ottobre, la cancelliera si sentiva certa che Berlusconi era finito, al punto da ridere di lui durante la conferenza stampa del G8 insieme al sodale Sarkozy.
Il principio motore del concetto, principio inteso come non soltanto dissolvente, bensì anche producente le particolarizzazioni dell’universale, io chiamo dialettica, - dialettica dunque non nel senso che essa dissolve, rende confuso, porta qua e là un oggetto, una preposizione ecc. dato al sentimento, alla coscienza immediata in genere ed ha a che fare soltanto con la deduzione del suo contrario, - un mondo negativo, come appare frequentemente anche in Platone.
Passano due settimane e la Merkel è accontentata. Napolitano nomina Monti senatore a vita. È lo stesso Monti che ha raccontato come è andata: «Ero a Berlino e ho ricevuto una telefonata del Quirinale che...». A Berlino? Ma guarda la coincidenza. Ovviamente ci sarà una spiegazione anche a questo, speriamo che non sia come quella data ieri da Napolitano sulla telefonata: sì, c’è stata, ma abbiamo parlato d’altro. Già, del tempo o forse della comune fascinazione giovanile per il comunismo: lei in carriera nella Germania dell’Est, lui a stendere comunicati a favore dell’invasione russa dell'Ungheria e contro il Nobel al dissidente Sacharov.
Essa può così ricordare come suo ultimo resultato il contrario di una rappresentazione, o recisamente come l’antico scetticismo la contraddizione della medesima, o anche fiaccamente un’approssimazione alla verità, una mezza misura moderna. La superiore dialettica del concetto è produrre e apprendere la determinazione non meramente come termine e contrario, bensì movendo da essa il resultato e il contenuto positivo, come quello attraverso il quale essa è unicamente sviluppo e immanente progredire.
Insomma, in ottobre il Paese non era in pericolo, non più di quanto lo sia adesso. Altri interessi hanno portato alla sceneggiata istituzionale. Quelli del comunista Napolitano sono ovvi e noti. Quelli della Merkel meno. Non credo che la signora si sia vendicata per aver appreso da una intercettazione illegale che Berlusconi la chiamava in privato, e da buon cronista, «la culona». No, credo che più che la signora abbia circuito, insieme a mister Obama e a Sarkozy, nonno Napolitano per piegare l’Italia al loro volere su questioni altre, tipo Libia, asse con Putin, oleodotti e altri mega affari.
Questa dialettica è allora non esterno operare di un pensare soggettivo, bensì l’anima propria del contenuto, la quale fa germogliare organicamente i suoi rami e frutti. A questo sviluppo dell’idea come attività propria della di lei ragione il pensiero come pensiero soggettivo soltanto guarda, senza da parte sua aggiungere alcun ingrediente. Considerare qualcosa razionalmente significa non arrecare una ragione all’oggetto dal di fuori e per tal via elaborarlo, sibbene che l’oggetto è per sé stesso razionale; qui è lo spirito nella sua libertà, il culmine supremo della ragione autocosciente, la quale si dà realtà e si genera come mondo esistente.
Ma su questo ne sapremo di più alla prossima telefonata con gli ordini per Quirinale e Palazzo Chigi.
La scienza ha soltanto il compito di portare all’autocoscienza questo lavoro proprio della ragione della cosa.
sabato 31 dicembre 2011
venerdì 30 dicembre 2011
Direttamente dal pianeta Marte... Giulio Tremonti!
Ne sentivamo la mancanza, in effetti.
Di Giulio Tremonti, dico.
Che stamani è riapparso a pontificare dalle austere colonne del Corriere della Sera.
Un lungo editoriale in cui, di ritorno dal pianeta Marte, il grande tributarista lombardo riassume la storia patria dalla cortina di ferro ai giorni nostri passando per Pasolini e Mimì metallurgico e senza dimenticare la frase “no taxation without representation” che piace tanto ai leghisti e agli evasori fiscali in cerca di comode scuse.
La fuffa tremontiana termina con due importantissimi assunti di cui siamo grati a lui e al quotidiano più diffuso d’Italia che lo ha pubblicato in prima pagina, perché da soli non ci saremmo effettivamente mai arrivati.
Il primo assunto è che “evidentemente non basta ancora” che il debito pubblico italiano cresca meno di quello di altri Paesi europei. Eh, chi l’avrebbe mai detto?
Il secondo assunto è che “nella storia non ci sono forme politiche a vita eterna”. E anche questa è una bella novità.
Bene. Allora, nel mio piccolo, anch’io voglio ricordare all’illustre editorialista un paio di cosette.
La prima è che il debito pubblico italiano (stando a un giornalista non molto simpatizzante della Cgil e del PD) è cresciuto a livelli record proprio con Tremonti al governo (330 milioni di euro al giorno nel 1994, 124 milioni nella legislatura 2001-2006 e 217 milioni nel triennio 2008-2011).
La seconda cosetta che voglio dire a Tremonti è che proprio perché non ci sono forme politiche a vita eterna nella storia, tanto meno ci sono personaggi politici eterni. Soprattutto quando questi personaggi hanno mal governato.
A buon intenditor...
Di Giulio Tremonti, dico.
Che stamani è riapparso a pontificare dalle austere colonne del Corriere della Sera.
Un lungo editoriale in cui, di ritorno dal pianeta Marte, il grande tributarista lombardo riassume la storia patria dalla cortina di ferro ai giorni nostri passando per Pasolini e Mimì metallurgico e senza dimenticare la frase “no taxation without representation” che piace tanto ai leghisti e agli evasori fiscali in cerca di comode scuse.
La fuffa tremontiana termina con due importantissimi assunti di cui siamo grati a lui e al quotidiano più diffuso d’Italia che lo ha pubblicato in prima pagina, perché da soli non ci saremmo effettivamente mai arrivati.
Il primo assunto è che “evidentemente non basta ancora” che il debito pubblico italiano cresca meno di quello di altri Paesi europei. Eh, chi l’avrebbe mai detto?
Il secondo assunto è che “nella storia non ci sono forme politiche a vita eterna”. E anche questa è una bella novità.
Bene. Allora, nel mio piccolo, anch’io voglio ricordare all’illustre editorialista un paio di cosette.
La prima è che il debito pubblico italiano (stando a un giornalista non molto simpatizzante della Cgil e del PD) è cresciuto a livelli record proprio con Tremonti al governo (330 milioni di euro al giorno nel 1994, 124 milioni nella legislatura 2001-2006 e 217 milioni nel triennio 2008-2011).
La seconda cosetta che voglio dire a Tremonti è che proprio perché non ci sono forme politiche a vita eterna nella storia, tanto meno ci sono personaggi politici eterni. Soprattutto quando questi personaggi hanno mal governato.
A buon intenditor...
giovedì 29 dicembre 2011
Un anno in sintesi
“A Tripoli sono stato l’unico leader mondiale invitato personalmente: ho addirittura avuto l’offerta di pranzare da solo dal leader Gheddafi, una piccola soddisfazione personale”.
Silvio Berlusconi, conferenza stampa di fine anno 2010 del presidente del Consiglio
“E’ in preparazione una visita a Tripoli che farò con alcuni ministri il 21 gennaio. Vogliamo riattivare il trattato di amicizia con un’ampia serie di contenuti. Abbiamo avuto una riunione interministeriale ad hoc nei giorni scorsi. Vogliamo ripristinare e ammodernare le modalità di cooperazione con la Libia”
Mario Monti, conferenza stampa di fine anno 2011 del presidente del Consiglio
Sinistra Ecologia Libertà 7.9%, Italia dei Valori 5.1%, Partito Democratico 24.7%
Unione di Centro 6.2%, Futuro e Libertà 5.4%
Popolo della Libertà 30.3%, Lega Nord 11.4%
Sondaggio EMG per Tg La7, dicembre 2010
Sinistra Ecologia Libertà 6.4%, Italia dei Valori 5.8%, Partito Democratico 28.2%
Unione di Centro 7.2%, Futuro e Libertà 4.0%
Popolo della Libertà 24.2%, Lega Nord 9%
Sondaggio EMG per Tg La7, dicembre 2011
“Autostrade e RC Auto, l’ondata dei rincari. Protestano i consumatori”
Corriere della Sera, pagina 3, 29 dicembre 2010
“Non se ne può più. Altra tassa sulla casa”
Il Giornale, prima pagina, 28 dicembre 2011
“L’area che fa capo a Walter Veltroni è la più critica rispetto alla linea di Bersani. Accusato dall’ex segretario, preso di mira da Paolo Gentiloni per posizioni indifendibili, incalzato da Beppe Fioroni per la sua deriva troppo orientata a sinistra (…) Con una dura lettera al Corriere, dirigenti da sempre vicinissimi a Romano Prodi parlano di un PD che ha smarrito il bandolo della matassa, che manca di rispetto a tutte le regole formali di un partito. E’ una forma di scissione strisciante, un atto di accusa che viene dal mondo prodiano un tempo simpatizzante della segreteria Bersani. E’ il segno di un malessere che insieme a tanti altri non può essere trascurato”
La Repubblica, pagina 10, 28 dicembre 2010
“Il PD deve dare segnali più forti, deve alzare di più la voce rispetto all’equità dei provvedimenti del governo”.
L’Unità, pagina 9, 29 dicembre 2011
“Calderoli, senza federalismo è la fine della legislatura”
La Padania, prima pagina, 31 dicembre 2010
“Rivolta fiscale, decide il parlamento padano”
La Padania, prima pagina, 20 dicembre 2011
€ 1,47
Prezzo medio della benzina il 29 dicembre 2010
€ 1,71
Prezzo medio della benzina il 29 dicembre 2011
Silvio Berlusconi, conferenza stampa di fine anno 2010 del presidente del Consiglio
“E’ in preparazione una visita a Tripoli che farò con alcuni ministri il 21 gennaio. Vogliamo riattivare il trattato di amicizia con un’ampia serie di contenuti. Abbiamo avuto una riunione interministeriale ad hoc nei giorni scorsi. Vogliamo ripristinare e ammodernare le modalità di cooperazione con la Libia”
Mario Monti, conferenza stampa di fine anno 2011 del presidente del Consiglio
Sinistra Ecologia Libertà 7.9%, Italia dei Valori 5.1%, Partito Democratico 24.7%
Unione di Centro 6.2%, Futuro e Libertà 5.4%
Popolo della Libertà 30.3%, Lega Nord 11.4%
Sondaggio EMG per Tg La7, dicembre 2010
Sinistra Ecologia Libertà 6.4%, Italia dei Valori 5.8%, Partito Democratico 28.2%
Unione di Centro 7.2%, Futuro e Libertà 4.0%
Popolo della Libertà 24.2%, Lega Nord 9%
Sondaggio EMG per Tg La7, dicembre 2011
“Autostrade e RC Auto, l’ondata dei rincari. Protestano i consumatori”
Corriere della Sera, pagina 3, 29 dicembre 2010
“Non se ne può più. Altra tassa sulla casa”
Il Giornale, prima pagina, 28 dicembre 2011
“L’area che fa capo a Walter Veltroni è la più critica rispetto alla linea di Bersani. Accusato dall’ex segretario, preso di mira da Paolo Gentiloni per posizioni indifendibili, incalzato da Beppe Fioroni per la sua deriva troppo orientata a sinistra (…) Con una dura lettera al Corriere, dirigenti da sempre vicinissimi a Romano Prodi parlano di un PD che ha smarrito il bandolo della matassa, che manca di rispetto a tutte le regole formali di un partito. E’ una forma di scissione strisciante, un atto di accusa che viene dal mondo prodiano un tempo simpatizzante della segreteria Bersani. E’ il segno di un malessere che insieme a tanti altri non può essere trascurato”
La Repubblica, pagina 10, 28 dicembre 2010
“Il PD deve dare segnali più forti, deve alzare di più la voce rispetto all’equità dei provvedimenti del governo”.
L’Unità, pagina 9, 29 dicembre 2011
“Calderoli, senza federalismo è la fine della legislatura”
La Padania, prima pagina, 31 dicembre 2010
“Rivolta fiscale, decide il parlamento padano”
La Padania, prima pagina, 20 dicembre 2011
€ 1,47
Prezzo medio della benzina il 29 dicembre 2010
€ 1,71
Prezzo medio della benzina il 29 dicembre 2011
mercoledì 28 dicembre 2011
L'eredità del dalemismo
Nelle ultime settimane ci siamo un po’ tutti divertiti a scrivere e a leggere dell’eredità del berlusconismo.
Quel che non abbiamo fatto è concentrarci sull’eredità del dalemismo.
In fondo, il berlusconismo è semplice: si parte dall’assunto che l’elettore medio è uno scolaro di dodici anni e nemmeno dei più svegli e poi ci si comporta di conseguenza. Si è visto – anche e soprattutto in economia, ma potremmo aggiungere nei rapporti sociali e istituzionali – dove ci ha portato.
Il dalemismo è molto più arcano e bizantino. Del resto, si focalizza non sull’elettore, ma sull’eletto (o candidato tale). E parte dal presupposto che ognuno degli eletti possa avanzare proposte e critiche in virtù della propria superiore furbizia tattica o più ampia visione strategica. Spesso succede che boutade che hanno la consistenza di una bolla di sapone, e magari inventate da un retroscenista che non sapeva cosa scrivere sul giornale, acquistino credibilità non soltanto agli occhi dell’elettore medio (quello di cui sopra), ma anche degli altri eletti che si reputano furbi. Questo perché ognuno degli pseudofurbi ne trae ispirazione e giovamento per portare avanti altri tipi di rivendicazione, sempre nel nome della propria presunta superiore astuzia politica.
E nessuno che si renda conto di quanto sia sciocco tutto questo movimento e meccanismo.
Se il centrodestra dovrà fare i conti con l’eredità del berlusconismo, il centrosinistra – e, in particolare, il Partito Democratico – dovrà fare lo stesso con l’eredità del dalemismo. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà, quanti anni, quante legislature. Ma finché non vi avrà rinunciato, a questa scomoda eredità, temo che rimarrà ancorato a una percentuale di votanti ben inferiore al bacino potenziale che è in grado di conquistare.
Quel che non abbiamo fatto è concentrarci sull’eredità del dalemismo.
In fondo, il berlusconismo è semplice: si parte dall’assunto che l’elettore medio è uno scolaro di dodici anni e nemmeno dei più svegli e poi ci si comporta di conseguenza. Si è visto – anche e soprattutto in economia, ma potremmo aggiungere nei rapporti sociali e istituzionali – dove ci ha portato.
Il dalemismo è molto più arcano e bizantino. Del resto, si focalizza non sull’elettore, ma sull’eletto (o candidato tale). E parte dal presupposto che ognuno degli eletti possa avanzare proposte e critiche in virtù della propria superiore furbizia tattica o più ampia visione strategica. Spesso succede che boutade che hanno la consistenza di una bolla di sapone, e magari inventate da un retroscenista che non sapeva cosa scrivere sul giornale, acquistino credibilità non soltanto agli occhi dell’elettore medio (quello di cui sopra), ma anche degli altri eletti che si reputano furbi. Questo perché ognuno degli pseudofurbi ne trae ispirazione e giovamento per portare avanti altri tipi di rivendicazione, sempre nel nome della propria presunta superiore astuzia politica.
E nessuno che si renda conto di quanto sia sciocco tutto questo movimento e meccanismo.
Se il centrodestra dovrà fare i conti con l’eredità del berlusconismo, il centrosinistra – e, in particolare, il Partito Democratico – dovrà fare lo stesso con l’eredità del dalemismo. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà, quanti anni, quante legislature. Ma finché non vi avrà rinunciato, a questa scomoda eredità, temo che rimarrà ancorato a una percentuale di votanti ben inferiore al bacino potenziale che è in grado di conquistare.
martedì 27 dicembre 2011
Il peso del curriculum e il peso del cognome
Su diversi giornali ha trovato risalto la notizia – notizia? – che le aziende italiane assumono più per conoscenza che per curriculum.
E’ qualcosa che chiunque di noi, vivendo nel mondo reale e avendo avuto a che fare con una crisi aziendale o con l’esigenza di cambiare lavoro per qualsiasi motivo, ha sperimentato fin troppo bene. Uno, soprattutto se ha passato i trentacinque anni di età, può mandare decine e decine di curriculum, ma le probabilità di risposta son quelle che sono. Affidarsi soltanto al curriculum significa penare il doppio o il triplo per veder riconosciuti i propri meriti e le proprie capacità (sempre ammesso che).
La mia prima reazione alla lettura di certi articoli è dunque stata pensare: “beh, buongiorno!”
Poi ho riflettuto sui cognomi dei giornalisti italiani: Augias, Badaloni, Barzini, Biagi, Fallaci, Feltri, Berlinguer, Geronzi, Ostellino, Sabelli Fioretti, Scalfari, Vespa...
Da sempre è così.
Non so se esista un grafico che ci dica, in percentuale, quanti dei giornalisti professionisti italiani sono lì a fare il loro lavoro grazie a un curriculum oppure perché “figli di”, “nipoti di”, “usciti dall’ufficio stampa del partito XYZ”.
Forse è per questo che la notizia – notizia? – è stata pubblicata sui giornali con una certa pudicizia.
E’ qualcosa che chiunque di noi, vivendo nel mondo reale e avendo avuto a che fare con una crisi aziendale o con l’esigenza di cambiare lavoro per qualsiasi motivo, ha sperimentato fin troppo bene. Uno, soprattutto se ha passato i trentacinque anni di età, può mandare decine e decine di curriculum, ma le probabilità di risposta son quelle che sono. Affidarsi soltanto al curriculum significa penare il doppio o il triplo per veder riconosciuti i propri meriti e le proprie capacità (sempre ammesso che).
La mia prima reazione alla lettura di certi articoli è dunque stata pensare: “beh, buongiorno!”
Poi ho riflettuto sui cognomi dei giornalisti italiani: Augias, Badaloni, Barzini, Biagi, Fallaci, Feltri, Berlinguer, Geronzi, Ostellino, Sabelli Fioretti, Scalfari, Vespa...
Da sempre è così.
Non so se esista un grafico che ci dica, in percentuale, quanti dei giornalisti professionisti italiani sono lì a fare il loro lavoro grazie a un curriculum oppure perché “figli di”, “nipoti di”, “usciti dall’ufficio stampa del partito XYZ”.
Forse è per questo che la notizia – notizia? – è stata pubblicata sui giornali con una certa pudicizia.
lunedì 26 dicembre 2011
I giornali e la morte di Giorgio Bocca
Di Giorgio Bocca ho sempre ammirato la tensione etica, l’onestà intellettuale, la passione civile, la voglia e la capacità di trasmettere valori importanti alle generazioni più giovani della sua. Però non sono mai stato un grande fan di lui come giornalista, anche perché l’ho avvicinato nella fase discendente della sua carriera e quindi ho sempre trovato i suoi articoli degli ultimi vent’anni un po’ ripetitivi (e, talvolta, qualunquisti) sul piano dei contenuti e non particolarmente belli sotto il profilo formale (linearità della scrittura, punteggiatura: cose così).
Però qui voglio parlare dei coccodrilli che ho letto – anzi: ho provato a leggere – sui giornali online e che proverei a catalogare in tre categorie:
§ lo elogio in modo sperticato;
§ lo stronco rivangando il suo passato anteguerra, così non passo inosservato in mezzo a tanti elogi;
§ prendo di lui quel che mi fa gioco (“era un antiberlusconiano, però a Canale 5 ci ha lavorato tanti anni, eh?” oppure: “riesumo la sua ultima intervista in cui fa a pezzetti Bersani”).
Insomma, forse mi sbaglierò, forse son io che la prendo in modo superficiale. Ma, ecco, a me i coccodrilli e le rievocazioni post-mortem già non piacciono a cose normali. Stavolta ancor meno.
Però qui voglio parlare dei coccodrilli che ho letto – anzi: ho provato a leggere – sui giornali online e che proverei a catalogare in tre categorie:
§ lo elogio in modo sperticato;
§ lo stronco rivangando il suo passato anteguerra, così non passo inosservato in mezzo a tanti elogi;
§ prendo di lui quel che mi fa gioco (“era un antiberlusconiano, però a Canale 5 ci ha lavorato tanti anni, eh?” oppure: “riesumo la sua ultima intervista in cui fa a pezzetti Bersani”).
Insomma, forse mi sbaglierò, forse son io che la prendo in modo superficiale. Ma, ecco, a me i coccodrilli e le rievocazioni post-mortem già non piacciono a cose normali. Stavolta ancor meno.
sabato 24 dicembre 2011
Antichi economisti commentano la Natività...
Ho ritrovato un frammento di un antico giornale romano, il Nuntius Vesperi. In esso, due esimi economisti dell’epoca – Caio Francesco Giavattius e Marco Alberto Alesinius – analizzano un evento accaduto ai tempi in cui era governatore della Siria Quirinio.
Ho tradotto il frammento ritrovato e ve lo riporto.
Nella visita dei pastori e in quella, imminente e annunciata dalla Cometa, dei Magi alla capanna di Betlemme, vi sono alcuni aspetti positivi, altri meno. In particolare, vi è un errore di metodo che si ritrova anche nelle raccomandazioni del Senato dell’Impero ai possedimenti del vicino oriente.
La donazione di oro, incenso e mirra è sicuramente un beneficio per la non florida situazione patrimoniale della Sacra Famiglia, ma si tratta pur sempre di una misura i cui benefici non sono immediati (produrranno i loro effetti soltanto a partire dall’Epifania) e, soprattutto, non sono strutturali. Inoltre, non si capisce l’utilità della mirra: se nuove entrate devono essere, almeno che siano entrate migliori rispetto a quelle, spesso inutili, del passato.
Meglio sarebbe stato se Giuseppe e Maria fossero intervenuti sul lato delle spese, considerando pure l’allargamento della famiglia da due a tre componenti. Certo, le ultime manovre correttive che hanno indotto i due novelli sposi a cercare rifugio in una mangiatoia anziché in un comodo albergo vanno nella giusta direzione, ma qualcosa di più avrebbe potuto esser fatto. Per esempio, liberalizzando il mercato dei bovini e degli equidi al fine di poter accedere a un bue e a un asinello più calorosi e, probabilmente, anche meno affamati di prezioso pagliericcio sul quale il Bambinello avrebbe potuto dormire.
La corporazione di cui il capofamiglia fa parte potrebbe poi opporsi all’abolizione dell’albo dei liberi falegnami palestinesi: in tal senso è importante che proprio Giuseppe dia un segnale all’esterno che non faccia cadere tutta l’economia della Galilea nella spirale della deflazione. Lo spread del sesterzio con il deben egiziano potrebbe infatti svantaggiare la Sacra Famiglia nel momento in cui dovesse decidere – anche per fattori esterni, quali potrebbero essere le persecuzioni erodiane sulle quali i mercati stanno scommettendo pesantemente – di emigrare nella valle delle piramidi.
La fiducia non la si riconquista con un saldo positivo, dovuto magari all’incenso e alla mirra, ma con un pacchetto di riforme che segnali una vera svolta.
Ho tradotto il frammento ritrovato e ve lo riporto.
Nella visita dei pastori e in quella, imminente e annunciata dalla Cometa, dei Magi alla capanna di Betlemme, vi sono alcuni aspetti positivi, altri meno. In particolare, vi è un errore di metodo che si ritrova anche nelle raccomandazioni del Senato dell’Impero ai possedimenti del vicino oriente.
La donazione di oro, incenso e mirra è sicuramente un beneficio per la non florida situazione patrimoniale della Sacra Famiglia, ma si tratta pur sempre di una misura i cui benefici non sono immediati (produrranno i loro effetti soltanto a partire dall’Epifania) e, soprattutto, non sono strutturali. Inoltre, non si capisce l’utilità della mirra: se nuove entrate devono essere, almeno che siano entrate migliori rispetto a quelle, spesso inutili, del passato.
Meglio sarebbe stato se Giuseppe e Maria fossero intervenuti sul lato delle spese, considerando pure l’allargamento della famiglia da due a tre componenti. Certo, le ultime manovre correttive che hanno indotto i due novelli sposi a cercare rifugio in una mangiatoia anziché in un comodo albergo vanno nella giusta direzione, ma qualcosa di più avrebbe potuto esser fatto. Per esempio, liberalizzando il mercato dei bovini e degli equidi al fine di poter accedere a un bue e a un asinello più calorosi e, probabilmente, anche meno affamati di prezioso pagliericcio sul quale il Bambinello avrebbe potuto dormire.
La corporazione di cui il capofamiglia fa parte potrebbe poi opporsi all’abolizione dell’albo dei liberi falegnami palestinesi: in tal senso è importante che proprio Giuseppe dia un segnale all’esterno che non faccia cadere tutta l’economia della Galilea nella spirale della deflazione. Lo spread del sesterzio con il deben egiziano potrebbe infatti svantaggiare la Sacra Famiglia nel momento in cui dovesse decidere – anche per fattori esterni, quali potrebbero essere le persecuzioni erodiane sulle quali i mercati stanno scommettendo pesantemente – di emigrare nella valle delle piramidi.
La fiducia non la si riconquista con un saldo positivo, dovuto magari all’incenso e alla mirra, ma con un pacchetto di riforme che segnali una vera svolta.
Auguri a persone che non sanno di riceverli
Auguri di buon Natale a Lucia Codurelli, deputato che prima ha votato la manovra finanziaria e poi si è dimessa perché i rimorsi di non aver fatto la cosa giusta son cresciuti. Se i nostri parlamentari avessero la sua passione politica e la sua tensione etica, non avremmo difficoltà a chiamarli “onorevoli” e nessuno farebbe polemiche sulle loro retribuzioni.
Auguri di buon Natale a Carlo Mosca, appena nominato consigliere da Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno: l'ex prefetto fu rimosso dal suo incarico dopo essersi rifiutato – nonostante le sollecitazioni dell’allora ministro Roberto Maroni e del sindaco di Roma Gianni Alemanno – di rilevare le impronte digitali ai minori che vivono nei campi nomadi.
Auguri di buon Natale a Simone Farina, calciatore del Gubbio che – ha dichiarato il ct della nazionale Cesare Prandelli – “ha fatto il suo dovere con coraggio e bisogna dirlo forte” e perciò verrà premiato con la convocazione in nazionale.
Auguri a tutti coloro che – al pari di Codurelli, Mosca e Farina – fanno semplicemente il loro dovere mostrando senso civico nel loro agire quotidiano e per questo rischiano di fare notizia. Ci siamo talmente disabituati a certi comportamenti che è giusto ricordarli nei nostri auguri natalizi: è gente che ci dà il buon esempio.
E, infine, auguri a M., che a settembre è partito, è andato in Africa con moglie e figlio per adottarne un altro e là rimarrà finché il tribunale non decreterà che è tutto a posto: da Nairobi invia mail in cui racconta di iene e di pellicani e di bambini che iniziano a conoscersi e le cose che scrive sono molto belle. E, insomma, pure lui ci dà il buon esempio senza grandi clamori.
Auguri di buon Natale a Carlo Mosca, appena nominato consigliere da Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno: l'ex prefetto fu rimosso dal suo incarico dopo essersi rifiutato – nonostante le sollecitazioni dell’allora ministro Roberto Maroni e del sindaco di Roma Gianni Alemanno – di rilevare le impronte digitali ai minori che vivono nei campi nomadi.
Auguri di buon Natale a Simone Farina, calciatore del Gubbio che – ha dichiarato il ct della nazionale Cesare Prandelli – “ha fatto il suo dovere con coraggio e bisogna dirlo forte” e perciò verrà premiato con la convocazione in nazionale.
Auguri a tutti coloro che – al pari di Codurelli, Mosca e Farina – fanno semplicemente il loro dovere mostrando senso civico nel loro agire quotidiano e per questo rischiano di fare notizia. Ci siamo talmente disabituati a certi comportamenti che è giusto ricordarli nei nostri auguri natalizi: è gente che ci dà il buon esempio.
E, infine, auguri a M., che a settembre è partito, è andato in Africa con moglie e figlio per adottarne un altro e là rimarrà finché il tribunale non decreterà che è tutto a posto: da Nairobi invia mail in cui racconta di iene e di pellicani e di bambini che iniziano a conoscersi e le cose che scrive sono molto belle. E, insomma, pure lui ci dà il buon esempio senza grandi clamori.
venerdì 23 dicembre 2011
In anteprima il prossimo editoriale di Marco Travaglio!
“Servizio pubblico”, il programma di Michele Santoro andrà in ferie fino a dopo befana, ma io sono ugualmente in grado di anticiparvi l’editoriale che leggerà in quella circostanza Marco Travaglio e che sarà dedicato all’articolo 18.
Ebbene sì. E’ uno scoopone epocale che sfida le leggi spazio-temporali e il futuro per tutto il resto ignoto.
Ma ecco il testo, in anteprima di ben venti giorni per i miei ventiquattro lettori.
L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è tornato in cima alla lista delle priorità del governo dei non eletti, votato dalla Casta dei nominati dei partiti.
Lo vogliono abolire – così dicono – per dare maggiore opportunità di lavoro ai precari e ai disoccupati. La sensazione è però che la loro idiosincrasia sia, tout court, per l’articolo 18. Ad esempio, del codice penale: “sotto la denominazione di pene detentitve o restrittive della libertà personale la legge comprende: l’ergastolo, la reclusione e l’arresto”. E infatti la ministra della giustizia Paola Severino – anzi: Paola Morbidino – come secondo atto del suo lavoro (il primo è stato quello di far finta di rimuovere da capo dell’ufficio legislativo la signora Augusta Iannini in Vespa) ha escogitato soluzioni fra il demenziale e il tragicomico per evitare che l’articolo 18 del codice penale venga rispettato.
La realtà è che tra il governo B. e il governo M. ogni scusa è buona per scongiurare il vero cambiamento e azionare meccanismi gattopardeschi che, fingendo di cambiare tutto, lascino le cose come stavano. In fondo, da Forza Italia a Salva Italia non si saprebbe come riassumere meglio il berlusconismo. Lo stesso ministro dell’ambiente Clini dopo essersi detto favorevole al nucleare, agli Ogm e alla Tav, poteva completare l’opera – anzi: la Grande Opera – dicendosi favorevole al ministro Prestigiacomo. E infatti dal governo della banca Mediolanum siamo passati al governo della Banca Intesa. Forse con Intesa intendevano l’Intesa tra PdL e PD, sempre più PD meno Elle. Governo dei banchieri che ha tutto l’interesse a non fare una vera lotta all’evasione: l’evasione è nel DNA delle nostre classi dirigenti e intellettuali. In America chi evade 100 dollari finisce dentro e quando esce diventa un paria. Da noi il poveraccio che evade è un evasore, il Vip è un pacifista. Davvero non capiamo come questo governo di banchieri possa opporsi, per esempio, all’alta velocità. Non c’è più, a sostenere l’esecutivo, l’acuto Roberto Cota, il quale, con lo sguardo penetrante tipico della triglia lessa, rispondeva con supercazzole, ma c’è il PD, passato da falce e martello a calce e trivello. Opere che ci sono costate centinaia di migliaia di euro, contribuendo al boom del debito pubblico.
Ma per fortuna il ministro Morbidino ha annunciato una legge anticorruzione. Basterebbe prendere la Convenzione di Strasburgo del 1999 e copiarla paro paro e se poi si volesse risparmiare tempo, l’anno scorso il Fatto Quotidiano preparò con l’aiuto di giuristi e giudici un articolato di legge che prevede di unificare corruzione e concussione. Aumenta il divario tra retribuzioni e inflazione, ma aumenta anche la corruzione: e non è una semplice coincidenza, ma vaglielo a spiegare a chi siede comodamente in Parlamento con tutti i suoi privilegi. Per loro, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è sempre valido.
Per tutti gli altri casi, però, la Casta è proprio allergica all’articolo 18. Prendiamo l’articolo 18 del codice di procedura penale. Prevede che la separazione dei processi è disposta per tutta una serie di motivi. Non sappiamo cosa la troika Al Fano-Bersani-Casini escogiti nottetempo, forse una sospensione non solo delle regole democratiche, ma anche di ogni controllo indipendente, ma tutto va ben madama la marchesa. Dopo mesi in prima pagina, lo spread è scomparso dalla grande stampa, che quando proprio non può fare a meno di nominarlo, lo attribuisce a misteriosi complotti e trappole dei mercati. Tutto pur di non dire che i mercati non si fidano né dei tecnici, né di un Parlamento di cialtroni e di amici di personaggi discussi. Cuffaro, Romano, Cesa, Naro: bisogna riconoscere che Casini, uno dei tre che compongono la troika, ha intorno a sé una formidabile concentrazione. E’ sfortunato nelle amicizie, è attratto dal borderline, oppure c’è qualcos’altro che dobbiamo sapere? Per tacer di Bersani e dei compagni Pronzato e Penati.
E chiudiamo con le Mills balle blu. Che la sentenza Mondadori del 1991 che annullò il lodo arbitrale e sfilò il primo gruppo editoriale italiano a Carlo De Benedetti consegnandolo a Silvio Berlusconi fosse scandalosa, dovrebbero saperlo tutti: sul Fatto Quotidiano lo abbiamo denunciato più volte, così come abbiamo rimarcato il ruolo di Craxi nell’intera vicenda. Ma su questo, i neoalleati di B. preferiscono sorvolare. Del resto, chi fu a esentare gli edifici della Chiesa dal pagamento dell’Ici aggirando i paletti imposti dalla Cassazione? Un decreto del 2006 firmato dall’allora ministro dello sviluppo economico. Che non era il cardinal Ruini, e nemmeno Bertone. Era Pier Luigi Bersani.
(per i successivi editoriali, prendere il primo capoverso e metterlo al posto del secondo, il quarto e metterlo al posto del terzo, il terzo al posto del quinto, il quinto al posto del primo, il secondo al posto del sesto, il sesto al posto del quarto; non dimenticare almeno un accenno alla Casta e uno a Craxi e qualche critica al PD; aggiungere un paio di riferimenti al Fatto Quotidiano, due o tre calembour sui nomi citati, una o due battutine stile Spinoza e il più è fatto. Quotidiano).
Ebbene sì. E’ uno scoopone epocale che sfida le leggi spazio-temporali e il futuro per tutto il resto ignoto.
Ma ecco il testo, in anteprima di ben venti giorni per i miei ventiquattro lettori.
L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è tornato in cima alla lista delle priorità del governo dei non eletti, votato dalla Casta dei nominati dei partiti.
Lo vogliono abolire – così dicono – per dare maggiore opportunità di lavoro ai precari e ai disoccupati. La sensazione è però che la loro idiosincrasia sia, tout court, per l’articolo 18. Ad esempio, del codice penale: “sotto la denominazione di pene detentitve o restrittive della libertà personale la legge comprende: l’ergastolo, la reclusione e l’arresto”. E infatti la ministra della giustizia Paola Severino – anzi: Paola Morbidino – come secondo atto del suo lavoro (il primo è stato quello di far finta di rimuovere da capo dell’ufficio legislativo la signora Augusta Iannini in Vespa) ha escogitato soluzioni fra il demenziale e il tragicomico per evitare che l’articolo 18 del codice penale venga rispettato.
La realtà è che tra il governo B. e il governo M. ogni scusa è buona per scongiurare il vero cambiamento e azionare meccanismi gattopardeschi che, fingendo di cambiare tutto, lascino le cose come stavano. In fondo, da Forza Italia a Salva Italia non si saprebbe come riassumere meglio il berlusconismo. Lo stesso ministro dell’ambiente Clini dopo essersi detto favorevole al nucleare, agli Ogm e alla Tav, poteva completare l’opera – anzi: la Grande Opera – dicendosi favorevole al ministro Prestigiacomo. E infatti dal governo della banca Mediolanum siamo passati al governo della Banca Intesa. Forse con Intesa intendevano l’Intesa tra PdL e PD, sempre più PD meno Elle. Governo dei banchieri che ha tutto l’interesse a non fare una vera lotta all’evasione: l’evasione è nel DNA delle nostre classi dirigenti e intellettuali. In America chi evade 100 dollari finisce dentro e quando esce diventa un paria. Da noi il poveraccio che evade è un evasore, il Vip è un pacifista. Davvero non capiamo come questo governo di banchieri possa opporsi, per esempio, all’alta velocità. Non c’è più, a sostenere l’esecutivo, l’acuto Roberto Cota, il quale, con lo sguardo penetrante tipico della triglia lessa, rispondeva con supercazzole, ma c’è il PD, passato da falce e martello a calce e trivello. Opere che ci sono costate centinaia di migliaia di euro, contribuendo al boom del debito pubblico.
Ma per fortuna il ministro Morbidino ha annunciato una legge anticorruzione. Basterebbe prendere la Convenzione di Strasburgo del 1999 e copiarla paro paro e se poi si volesse risparmiare tempo, l’anno scorso il Fatto Quotidiano preparò con l’aiuto di giuristi e giudici un articolato di legge che prevede di unificare corruzione e concussione. Aumenta il divario tra retribuzioni e inflazione, ma aumenta anche la corruzione: e non è una semplice coincidenza, ma vaglielo a spiegare a chi siede comodamente in Parlamento con tutti i suoi privilegi. Per loro, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è sempre valido.
Per tutti gli altri casi, però, la Casta è proprio allergica all’articolo 18. Prendiamo l’articolo 18 del codice di procedura penale. Prevede che la separazione dei processi è disposta per tutta una serie di motivi. Non sappiamo cosa la troika Al Fano-Bersani-Casini escogiti nottetempo, forse una sospensione non solo delle regole democratiche, ma anche di ogni controllo indipendente, ma tutto va ben madama la marchesa. Dopo mesi in prima pagina, lo spread è scomparso dalla grande stampa, che quando proprio non può fare a meno di nominarlo, lo attribuisce a misteriosi complotti e trappole dei mercati. Tutto pur di non dire che i mercati non si fidano né dei tecnici, né di un Parlamento di cialtroni e di amici di personaggi discussi. Cuffaro, Romano, Cesa, Naro: bisogna riconoscere che Casini, uno dei tre che compongono la troika, ha intorno a sé una formidabile concentrazione. E’ sfortunato nelle amicizie, è attratto dal borderline, oppure c’è qualcos’altro che dobbiamo sapere? Per tacer di Bersani e dei compagni Pronzato e Penati.
E chiudiamo con le Mills balle blu. Che la sentenza Mondadori del 1991 che annullò il lodo arbitrale e sfilò il primo gruppo editoriale italiano a Carlo De Benedetti consegnandolo a Silvio Berlusconi fosse scandalosa, dovrebbero saperlo tutti: sul Fatto Quotidiano lo abbiamo denunciato più volte, così come abbiamo rimarcato il ruolo di Craxi nell’intera vicenda. Ma su questo, i neoalleati di B. preferiscono sorvolare. Del resto, chi fu a esentare gli edifici della Chiesa dal pagamento dell’Ici aggirando i paletti imposti dalla Cassazione? Un decreto del 2006 firmato dall’allora ministro dello sviluppo economico. Che non era il cardinal Ruini, e nemmeno Bertone. Era Pier Luigi Bersani.
(per i successivi editoriali, prendere il primo capoverso e metterlo al posto del secondo, il quarto e metterlo al posto del terzo, il terzo al posto del quinto, il quinto al posto del primo, il secondo al posto del sesto, il sesto al posto del quarto; non dimenticare almeno un accenno alla Casta e uno a Craxi e qualche critica al PD; aggiungere un paio di riferimenti al Fatto Quotidiano, due o tre calembour sui nomi citati, una o due battutine stile Spinoza e il più è fatto. Quotidiano).
giovedì 22 dicembre 2011
Il metodo Ichino
Sulla riforma dell’articolo 18 non la penso come Pietro Ichino (e, casomai, sono favorevole al Contratto Unico di Inserimento nella formulazione Boeri-Garibaldi), ma riconosco che se tutti avessimo l’approccio metodologico del giuslavorista del Partito Democratico vivremmo in un’Italia migliore. Perché nei suoi ultimi interventi, a differenza dei sindacalisti (soprattutto quelli che si sono appena risvegliati da un lungo letargo) e di altri politici pasdaran, ha sempre ricercato i punti d’incontro anziché quelli di contrasto.
L’altro giorno ha commentato un’uscita di Cesare Damiano, suo compagno di partito su posizioni però assai distanti, enfatizzando la parte in cui i due possono pensarla in maniera simile. Questo ha indotto l’ex ministro a rispondergli stamani in maniera non meno costruttiva, per quanto critica. Sempre stamani, sul Corriere della Sera, Ichino è andato oltre e, invece di esaltare le proprie motivazioni che lo portano a volere una revisione dello Statuto dei lavoratori, ha confutato in modo propositivo le argomentazioni contrarie alle sue idee, riconoscendone esplicitamente la fondatezza, peraltro spostando l’attenzione dall’articolo 18 agli strumenti di revisione dello stato sociale.
Ora, io non ho gli strumenti, le competenze e le conoscenze per entrare nel merito. Ma credo che siano queste le basi giuste per portare avanti un dibattito serio e pragmatico, come avevo auspicato un paio di giorni fa. Persone che hanno responsabilità politiche si confrontano su questioni vere, lasciando da parte gli slogan. Se questo sarà il metodo, sono convinto che qualcosa di decente ne verrà fuori.
Poi c’è un altro aspetto da sottolineare. Che tutto ciò sta avvenendo all’interno del PD. Sarebbe stato meglio se il partito fosse arrivato sei o dodici mesi fa al punto in cui è oggi, anziché rincorrere un unanimismo soltanto di facciata, ma ormai è andata. Mi chiedo se il dibattito si svolgerà sulle basi intelligenti su cui sembrerebbe essere impostato, oppure se degraderà, come al solito, viziato da logiche correntizie e dalla necessità di visibilità – meglio sarebbe dire: del quarto d’ora di celebrità – del deputato di turno.
L’altro giorno ha commentato un’uscita di Cesare Damiano, suo compagno di partito su posizioni però assai distanti, enfatizzando la parte in cui i due possono pensarla in maniera simile. Questo ha indotto l’ex ministro a rispondergli stamani in maniera non meno costruttiva, per quanto critica. Sempre stamani, sul Corriere della Sera, Ichino è andato oltre e, invece di esaltare le proprie motivazioni che lo portano a volere una revisione dello Statuto dei lavoratori, ha confutato in modo propositivo le argomentazioni contrarie alle sue idee, riconoscendone esplicitamente la fondatezza, peraltro spostando l’attenzione dall’articolo 18 agli strumenti di revisione dello stato sociale.
Ora, io non ho gli strumenti, le competenze e le conoscenze per entrare nel merito. Ma credo che siano queste le basi giuste per portare avanti un dibattito serio e pragmatico, come avevo auspicato un paio di giorni fa. Persone che hanno responsabilità politiche si confrontano su questioni vere, lasciando da parte gli slogan. Se questo sarà il metodo, sono convinto che qualcosa di decente ne verrà fuori.
Poi c’è un altro aspetto da sottolineare. Che tutto ciò sta avvenendo all’interno del PD. Sarebbe stato meglio se il partito fosse arrivato sei o dodici mesi fa al punto in cui è oggi, anziché rincorrere un unanimismo soltanto di facciata, ma ormai è andata. Mi chiedo se il dibattito si svolgerà sulle basi intelligenti su cui sembrerebbe essere impostato, oppure se degraderà, come al solito, viziato da logiche correntizie e dalla necessità di visibilità – meglio sarebbe dire: del quarto d’ora di celebrità – del deputato di turno.
mercoledì 21 dicembre 2011
La facile scusa della privacy sui conti correnti
Avrei una domanda da fare a coloro che invocano e rivendicano il diritto alla privacy per opporsi ai recenti provvedimenti governativi riguardanti i dati sui conti correnti bancari ai fini della lotta all’evasione fiscale (magari dopo essersi lamentati dell’iniquità della manovra di Monti): siete contrari pure alle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura per indagini sulla corruzione?
La Dichiarazione universale dei diritti umani tratta del diritto alla privacy all’articolo 12: “Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni”.
Occhio alle parole: “arbitrarie”, “lesioni”. Non esiste un interesse pubblico preminente e i terzi che si intromettono non hanno interessi socialmente più importanti.
Giustamente, dunque, invochiamo la privacy quando veniamo bombardati dalle società di telemarketing che ci assediano con le loro telefonate all’ora di cena. Oppure quando difendiamo i nostri dati sensibili: la religione, la salute, l’orientamento sessuale, le opinioni politiche.
Potrei aggiungere che nessuno di coloro che rivendicano la privacy sui conti correnti ha alzato un dito contro quei media che hanno mostrato le immagini di persone nel momento in cui sono state arrestate: e non sto parlando di mafiosi pluriomicidi, ma, ad esempio, di calciatori: e se poi risultassero innocenti? Quelle immagini non sarebbero forse lesive della loro reputazione?
L’articolo 9 della Convenzione di Strasburgo sulla protezione delle persone rispetto al trattamento dei dati di carattere personale afferma che è possibile derogare, sulla base della legge nazionale, se si tratta di una misura necessaria “alla protezione della sicurezza dello Stato, della sicurezza pubblica, agli interessi monetari o alla repressione dei reati”.
Ecco, appunto: interessi monetari, repressione dei reati.
Se siamo disposti ad accettare che una conversazione privata venga intercettata da un poliziotto per portare avanti un’inchiesta della magistratura su una possibile corruzione, non vedo perché dovremmo – per motivi più o meno analoghi (interessi monetari nazionali, repressione dei reati) – vietare al fisco di sbirciare i nostri conti correnti per verificare una possibile evasione.
Il problema, quindi, non sta tanto nell’accesso ai dati, ma nel modo in cui essi sono utilizzati ed eventualmente divulgati. Nello specifico, il nodo della questione non è che l’agenzia delle entrate possa conoscere i nostri movimenti bancari, ma che tale attività sia utilizzata soltanto ed esclusivamente per le finalità ammesse dalla legge.
La Dichiarazione universale dei diritti umani tratta del diritto alla privacy all’articolo 12: “Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni”.
Occhio alle parole: “arbitrarie”, “lesioni”. Non esiste un interesse pubblico preminente e i terzi che si intromettono non hanno interessi socialmente più importanti.
Giustamente, dunque, invochiamo la privacy quando veniamo bombardati dalle società di telemarketing che ci assediano con le loro telefonate all’ora di cena. Oppure quando difendiamo i nostri dati sensibili: la religione, la salute, l’orientamento sessuale, le opinioni politiche.
Potrei aggiungere che nessuno di coloro che rivendicano la privacy sui conti correnti ha alzato un dito contro quei media che hanno mostrato le immagini di persone nel momento in cui sono state arrestate: e non sto parlando di mafiosi pluriomicidi, ma, ad esempio, di calciatori: e se poi risultassero innocenti? Quelle immagini non sarebbero forse lesive della loro reputazione?
L’articolo 9 della Convenzione di Strasburgo sulla protezione delle persone rispetto al trattamento dei dati di carattere personale afferma che è possibile derogare, sulla base della legge nazionale, se si tratta di una misura necessaria “alla protezione della sicurezza dello Stato, della sicurezza pubblica, agli interessi monetari o alla repressione dei reati”.
Ecco, appunto: interessi monetari, repressione dei reati.
Se siamo disposti ad accettare che una conversazione privata venga intercettata da un poliziotto per portare avanti un’inchiesta della magistratura su una possibile corruzione, non vedo perché dovremmo – per motivi più o meno analoghi (interessi monetari nazionali, repressione dei reati) – vietare al fisco di sbirciare i nostri conti correnti per verificare una possibile evasione.
Il problema, quindi, non sta tanto nell’accesso ai dati, ma nel modo in cui essi sono utilizzati ed eventualmente divulgati. Nello specifico, il nodo della questione non è che l’agenzia delle entrate possa conoscere i nostri movimenti bancari, ma che tale attività sia utilizzata soltanto ed esclusivamente per le finalità ammesse dalla legge.
martedì 20 dicembre 2011
Considerazioni sull'articolo 18
Se un problema è veramente tale e la sua soluzione è dirimente, esiziale, decisiva non se ne discute a intermittenza, ma se ne parla sempre. Costantemente. E magari non ci si dorme la notte. E’ avvenuto questo con l’articolo 18? Assolutamente no.
Se ne è parlato parecchio qualche anno fa, ai tempi in cui c’era ancora Sergio Cofferati a guidare la Cgil. Prime pagine, titoloni e scioperi.
Poi si è cessato di parlarne per qualche anno.
Poi abbiamo ricominciato con il ministro Maurizio Sacconi: prime pagine, titoloni e scioperi.
Poi si è smesso di nuovo quando pure la Confindustria aveva detto che non era il caso di insistere tanto.
Poi si è ricominciato negli ultimi giorni: prime pagine, titoloni e scioperi.
Poi – non occorre essere Nostradamus – cesseremo di nuovo per qualche settimana.
Insomma, forse non è proprio l’articolo 18 il motivo per cui le cose vanno male in Italia.
Penso anche questo. Che se una grande azienda – perché l’articolo 18 si applica soltanto a quelle imprese che hanno almeno quindici dipendenti, ossia a un parco di circa nove milioni e mezzo di lavoratori – vuol mandare a casa un suo stipendiato, il modo lo trova. Mentre una piccola impresa – cosa che riguarda un numero circa doppio di lavoratori – non è vincolata all’articolo 18 e il modo legale lo trova anche meglio. Già questa differenziazione di trattamento tra lavoratori più o meno vincolati a seconda delle dimensioni aziendali dovrebbe farci riflettere.
Sostiene Susanna Camusso: “L’articolo 18 è una norma di civiltà. Questa norma dice che nessun datore di lavoro può licenziare qualcuno perché gli sta antipatico, perché non ha opinioni, perché è iscritto a un sindacato o fa politica. È importante che rimanga perché è un deterrente”. Ha ragione. Però ricorre a uno straw man argument, perché chi critica – su basi di onestà intellettuale, è chiaro – l’articolo 18 non mette in discussione il divieto di licenziare per motivi palesemente discriminatori. Ed è qui che sta una differenza tra noi e il resto d’Europa: in Italia abbiamo uno stato sociale che fa schifo, il mercato del lavoro è fin troppo flessibile (e non lo dice la Fiom, lo dice il governatore della Banca Centrale Europea) e l’unica tutela per molti lavoratori – magari ultracinquantenni e di difficile ricollocazione sul mercato – è l’articolo 18. In altri Paesi si sono organizzati diversamente e non sentono nemmeno il bisogno di una norma come l’articolo 18.
In definitiva, penso – per i motivi sopra indicati – che abbia ragione Elsa Fornero quando dice che la norma prevista dallo Statuto dei lavoratori non deve essere considerata un totem. E però anche il sindacato ha le sue ottime ragioni quando afferma che non può essere questo il punto di partenza se vogliamo affrontare la questione mercato del lavoro / sviluppo delle imprese italiane.
Mi piacerebbe che una volta tanto ci fosse un dibattito serio, in Italia, che accantonasse rigidità ideologiche a vantaggio del pragmatismo e della correttezza.
(vedi anche post del 29 ottobre scorso)
Se ne è parlato parecchio qualche anno fa, ai tempi in cui c’era ancora Sergio Cofferati a guidare la Cgil. Prime pagine, titoloni e scioperi.
Poi si è cessato di parlarne per qualche anno.
Poi abbiamo ricominciato con il ministro Maurizio Sacconi: prime pagine, titoloni e scioperi.
Poi si è smesso di nuovo quando pure la Confindustria aveva detto che non era il caso di insistere tanto.
Poi si è ricominciato negli ultimi giorni: prime pagine, titoloni e scioperi.
Poi – non occorre essere Nostradamus – cesseremo di nuovo per qualche settimana.
Insomma, forse non è proprio l’articolo 18 il motivo per cui le cose vanno male in Italia.
Penso anche questo. Che se una grande azienda – perché l’articolo 18 si applica soltanto a quelle imprese che hanno almeno quindici dipendenti, ossia a un parco di circa nove milioni e mezzo di lavoratori – vuol mandare a casa un suo stipendiato, il modo lo trova. Mentre una piccola impresa – cosa che riguarda un numero circa doppio di lavoratori – non è vincolata all’articolo 18 e il modo legale lo trova anche meglio. Già questa differenziazione di trattamento tra lavoratori più o meno vincolati a seconda delle dimensioni aziendali dovrebbe farci riflettere.
Sostiene Susanna Camusso: “L’articolo 18 è una norma di civiltà. Questa norma dice che nessun datore di lavoro può licenziare qualcuno perché gli sta antipatico, perché non ha opinioni, perché è iscritto a un sindacato o fa politica. È importante che rimanga perché è un deterrente”. Ha ragione. Però ricorre a uno straw man argument, perché chi critica – su basi di onestà intellettuale, è chiaro – l’articolo 18 non mette in discussione il divieto di licenziare per motivi palesemente discriminatori. Ed è qui che sta una differenza tra noi e il resto d’Europa: in Italia abbiamo uno stato sociale che fa schifo, il mercato del lavoro è fin troppo flessibile (e non lo dice la Fiom, lo dice il governatore della Banca Centrale Europea) e l’unica tutela per molti lavoratori – magari ultracinquantenni e di difficile ricollocazione sul mercato – è l’articolo 18. In altri Paesi si sono organizzati diversamente e non sentono nemmeno il bisogno di una norma come l’articolo 18.
In definitiva, penso – per i motivi sopra indicati – che abbia ragione Elsa Fornero quando dice che la norma prevista dallo Statuto dei lavoratori non deve essere considerata un totem. E però anche il sindacato ha le sue ottime ragioni quando afferma che non può essere questo il punto di partenza se vogliamo affrontare la questione mercato del lavoro / sviluppo delle imprese italiane.
Mi piacerebbe che una volta tanto ci fosse un dibattito serio, in Italia, che accantonasse rigidità ideologiche a vantaggio del pragmatismo e della correttezza.
(vedi anche post del 29 ottobre scorso)
lunedì 19 dicembre 2011
Il metodo Di Pietro
Antonio Di Pietro se l’è presa con Dario Franceschini per una sua proposta di legge riguardante l’autenticazione delle firme per la presentazione delle liste elettorali e dei referendum. Un’idea che nasce dall’aumento di abusi e illegalità nella raccolta delle sottoscrizioni da un po’ di anni a questa parte, soprattutto quando si parla di elezioni amministrative. Basti pensare a tutto il macello alle regionali 2010 in Lazio e Lombardia. E anche per la raccolta di firme nei referendum si è notato che proprio la facilità di raccolta ha favorito quesiti spesso non alla portata di tutti e stravolto l’obiettivo originario di questo istituto di democrazia diretta.
Al di là del merito della proposta franceschiniana, quel che è interessante è il modo con cui il leader dell’IdV ha portato avanti il suo attacco.
Già il titolo del post sul suo blog è fuorviante, perché fa pensare che si tratti di un colpo di mano degli ultimi giorni: in realtà la proposta di Franceschini (e Bressa) è dell’aprile scorso, anche se soltanto da domani verrà discussa in commissione Affari costituzionali.
Ma è niente rispetto allo svolgimento: “Se verrà approvata, il compito di verificare l'autenticità delle firme per i referendum non sarà più dei consiglieri comunali e provinciali ma solo dei sindaci e dei funzionari da loro delegati”.
Non si parla per niente dell’oggetto numero uno della proposta, ossia delle liste elettorali. Di Pietro, in tutto il suo post, si concentra solamente sul referendum e il motivo mi pare molto evidente: è quello che stuzzica i suoi (e)lettori. Avesse parlato di liste di partito che si presentano alle elezioni probabilmente avrebbe incontrato qualche difficoltà. O no?
Ancora: “I quesiti che non piacciono né al Pd né al Pdl verranno semplicemente fucilati dai primi cittadini”.
Qui il nostro Tonino finge di dimenticare che se la legge prevede che il sindaco nomini dei funzionari che autentichino le firme, egli lo deve fare e basta. Se un sindaco facesse orecchie da mercante, il comitato promotore di referendum potrebbe anche denunciarlo.
Prosegue il leader di “noidellitaliadeivalori”: “Così in realtà si toglie la principale caratteristica alla raccolta di firme: il volontariato. Infatti sono perloppiù volontari i cittadini che si adoperano per spiegare i quesiti e chiedere le firme, e lo fanno per senso civico e passione politica”.
Altro concetto fuorviante. Perché la raccolta di firme e la spiegazione rimarrebbe su base volontaria. La differenza è che oggi ai tavoli ci deve essere, al fianco dei volontari, un eletto, uno qualsiasi, che riveste funzione di pubblico ufficiale; domani invece, al fianco dei volontari, ci dovranno essere soltanto funzionari comunali designati dal sindaco oppure notai, cancellieri dei tribunali e delle corti d’appello. Come del resto (art. 8 co. 3 l. 352/70) è accaduto per vent'anni, dal 1970 al 1990, permettendo comunque lo svolgimento di varie consultazioni referendarie. E comunque, bene ribadirlo, la proposta non vale soltanto per i referendum, ma pure per la presentazione delle liste elettorali. Dove c’è veramente poco da spiegare e tanto da autenticare (e autenticare bene).
Altra argomentazione dipietresca: “I sindaci non potranno stare appresso a tutti i banchetti e i funzionari vorranno essere pagati per gli straordinari. Da chi? Dai Comuni che sono senza risorse? Dai volontari promotori? Anche se fossero solo 15 euro a banchetto si tratterebbe di centinaia di migliaia di euro che nessun comitato promotore formato solo da cittadini sarebbe in grado di pagare”.
Beh, io credo che se un comitato vuol raccogliere le firme la sera dopo cena o la domenica pomeriggio forse è giusto pure che paghi. Così come se preferisce il notaio anziché il funzionario comunale. Nella mia città, però, i banchetti li hanno organizzati più che altro nei giorni di mercato. Ossia, in quello che è orario di lavoro per un funzionario comunale che, semplicemente, farà quell’attività anziché altre. Basta che il suo ufficio (comunale) si organizzi.
Questo è in ogni caso l'unico vero punto debole della proposta di legge Franceschini-Bressa e l'unica critica un po' sensata che gli viene fatta dal nostro Tonino: sarebbe stato il caso di prevedere esplicitamente che il tutto va fatto senza aggravi di costo per la collettività.
L’invettiva prosegue buttando tutti nel solito calderone: “A loro e alla democrazia, di cui in questo Paese tutti i partiti parlano ma sembra che pochi la sopportino. Prima si sono fatti una legge elettorale che riempie il Parlamento di nominati invece che di eletti dal popolo”.
Sembra che il porcellum lo abbia scritto Franceschini... Così non è, ovviamente, ma – bisogna riconoscerlo – un po’ di demagogia antiCasta (“son tutti uguali”) non stona per niente in un simile contesto.
E per chi non fosse ancora contento, la chicca finale: “Poi è arrivato un governo composto da persone anche loro nominate e non elette da nessuno. Quindi quel governo ha imposto una manovra pesantissima, che cambia la vita di milioni di italiani, praticamente senza passare per il Parlamento”.
Cosa c’entri il governo Monti non si sa. Ma, al di là di questo, il leader IdV scrive una falsità totale quando dice che la manovra è stata “imposta” (addirittura) e “praticamente senza passare per il Parlamento”. Evidentemente, l’approvazione della manovra alla Camera è sfuggita a Di Pietro. Ma c’è una spiegazione: era assente, non ha partecipato al voto. Eh, la Casta: invece di fare il proprio dovere, va a farsi gli affaracci suoi proprio quando ci sarebbe da votare...
Al di là del merito della proposta franceschiniana, quel che è interessante è il modo con cui il leader dell’IdV ha portato avanti il suo attacco.
Già il titolo del post sul suo blog è fuorviante, perché fa pensare che si tratti di un colpo di mano degli ultimi giorni: in realtà la proposta di Franceschini (e Bressa) è dell’aprile scorso, anche se soltanto da domani verrà discussa in commissione Affari costituzionali.
Ma è niente rispetto allo svolgimento: “Se verrà approvata, il compito di verificare l'autenticità delle firme per i referendum non sarà più dei consiglieri comunali e provinciali ma solo dei sindaci e dei funzionari da loro delegati”.
Non si parla per niente dell’oggetto numero uno della proposta, ossia delle liste elettorali. Di Pietro, in tutto il suo post, si concentra solamente sul referendum e il motivo mi pare molto evidente: è quello che stuzzica i suoi (e)lettori. Avesse parlato di liste di partito che si presentano alle elezioni probabilmente avrebbe incontrato qualche difficoltà. O no?
Ancora: “I quesiti che non piacciono né al Pd né al Pdl verranno semplicemente fucilati dai primi cittadini”.
Qui il nostro Tonino finge di dimenticare che se la legge prevede che il sindaco nomini dei funzionari che autentichino le firme, egli lo deve fare e basta. Se un sindaco facesse orecchie da mercante, il comitato promotore di referendum potrebbe anche denunciarlo.
Prosegue il leader di “noidellitaliadeivalori”: “Così in realtà si toglie la principale caratteristica alla raccolta di firme: il volontariato. Infatti sono perloppiù volontari i cittadini che si adoperano per spiegare i quesiti e chiedere le firme, e lo fanno per senso civico e passione politica”.
Altro concetto fuorviante. Perché la raccolta di firme e la spiegazione rimarrebbe su base volontaria. La differenza è che oggi ai tavoli ci deve essere, al fianco dei volontari, un eletto, uno qualsiasi, che riveste funzione di pubblico ufficiale; domani invece, al fianco dei volontari, ci dovranno essere soltanto funzionari comunali designati dal sindaco oppure notai, cancellieri dei tribunali e delle corti d’appello. Come del resto (art. 8 co. 3 l. 352/70) è accaduto per vent'anni, dal 1970 al 1990, permettendo comunque lo svolgimento di varie consultazioni referendarie. E comunque, bene ribadirlo, la proposta non vale soltanto per i referendum, ma pure per la presentazione delle liste elettorali. Dove c’è veramente poco da spiegare e tanto da autenticare (e autenticare bene).
Altra argomentazione dipietresca: “I sindaci non potranno stare appresso a tutti i banchetti e i funzionari vorranno essere pagati per gli straordinari. Da chi? Dai Comuni che sono senza risorse? Dai volontari promotori? Anche se fossero solo 15 euro a banchetto si tratterebbe di centinaia di migliaia di euro che nessun comitato promotore formato solo da cittadini sarebbe in grado di pagare”.
Beh, io credo che se un comitato vuol raccogliere le firme la sera dopo cena o la domenica pomeriggio forse è giusto pure che paghi. Così come se preferisce il notaio anziché il funzionario comunale. Nella mia città, però, i banchetti li hanno organizzati più che altro nei giorni di mercato. Ossia, in quello che è orario di lavoro per un funzionario comunale che, semplicemente, farà quell’attività anziché altre. Basta che il suo ufficio (comunale) si organizzi.
Questo è in ogni caso l'unico vero punto debole della proposta di legge Franceschini-Bressa e l'unica critica un po' sensata che gli viene fatta dal nostro Tonino: sarebbe stato il caso di prevedere esplicitamente che il tutto va fatto senza aggravi di costo per la collettività.
L’invettiva prosegue buttando tutti nel solito calderone: “A loro e alla democrazia, di cui in questo Paese tutti i partiti parlano ma sembra che pochi la sopportino. Prima si sono fatti una legge elettorale che riempie il Parlamento di nominati invece che di eletti dal popolo”.
Sembra che il porcellum lo abbia scritto Franceschini... Così non è, ovviamente, ma – bisogna riconoscerlo – un po’ di demagogia antiCasta (“son tutti uguali”) non stona per niente in un simile contesto.
E per chi non fosse ancora contento, la chicca finale: “Poi è arrivato un governo composto da persone anche loro nominate e non elette da nessuno. Quindi quel governo ha imposto una manovra pesantissima, che cambia la vita di milioni di italiani, praticamente senza passare per il Parlamento”.
Cosa c’entri il governo Monti non si sa. Ma, al di là di questo, il leader IdV scrive una falsità totale quando dice che la manovra è stata “imposta” (addirittura) e “praticamente senza passare per il Parlamento”. Evidentemente, l’approvazione della manovra alla Camera è sfuggita a Di Pietro. Ma c’è una spiegazione: era assente, non ha partecipato al voto. Eh, la Casta: invece di fare il proprio dovere, va a farsi gli affaracci suoi proprio quando ci sarebbe da votare...
Il ritorno dell'ex ministro
Se io fossi un ex ministro di un governo che ha lavorato male – e avessi pure avuto grandi responsabilità in quel cattivo lavoro – cosa farei per rilanciarmi?
In primo luogo, dopo un periodo di silenzio, riemergerei dal dimenticatoio per lanciare giudizi negativi molto secchi e tranchant, di quelli che non ammettono repliche, sull’operato dei miei successori (e magari pure di qualche collega dell’epoca). Badando bene di non addentrarmi nei particolari, ovviamente: mi fermerei al livello di principio, ideologico, da dove è possibile sostenere tutto e il contrario di tutto.
In secondo luogo, avanzerei una proposta di quelle provocatorie, ma ad alto tasso di piacioneria demagogica, di quelle che il giorno dopo gli impaginatori dei giornali ci fanno un bel titolo e un articolo di spalla affidato a un bravo polemista.
Infine, annuncerei un libro (o un’iniziativa politica) dal forte sapore programmatico. Oh, di programmatico ci sarebbe soltanto il sapore. Il libro sarebbe un’antologia di citazioni stile wikiquote.
Uhm. No, non credo che ci sarebbero ex ministri che seguirebbero una strada del genere. Troppo banale.
In primo luogo, dopo un periodo di silenzio, riemergerei dal dimenticatoio per lanciare giudizi negativi molto secchi e tranchant, di quelli che non ammettono repliche, sull’operato dei miei successori (e magari pure di qualche collega dell’epoca). Badando bene di non addentrarmi nei particolari, ovviamente: mi fermerei al livello di principio, ideologico, da dove è possibile sostenere tutto e il contrario di tutto.
In secondo luogo, avanzerei una proposta di quelle provocatorie, ma ad alto tasso di piacioneria demagogica, di quelle che il giorno dopo gli impaginatori dei giornali ci fanno un bel titolo e un articolo di spalla affidato a un bravo polemista.
Infine, annuncerei un libro (o un’iniziativa politica) dal forte sapore programmatico. Oh, di programmatico ci sarebbe soltanto il sapore. Il libro sarebbe un’antologia di citazioni stile wikiquote.
Uhm. No, non credo che ci sarebbero ex ministri che seguirebbero una strada del genere. Troppo banale.
domenica 18 dicembre 2011
Il guaio di Bonanni è che apre bocca e ni dà fiato
"La politica economica e finanziaria è stata gestita ottimamente da Tremonti"
Raffaele Bonanni, 2 novembre 2010, il Mattino.
"La manovra di Monti sembra fatta da mio zio che non capisce nulla di economia"
Raffaele Bonanni, 17 dicembre 20111, Il Corriere della Sera.
Io dico che se mia mamma - che non capisce nulla di rapporti sindacali - fosse stata eletta nel 2006 segretaria della Cisl al posto di Raffaele Bonanni, avrebbe combinato sicuramente meno danni di questo incompetente.
Raffaele Bonanni, 2 novembre 2010, il Mattino.
"La manovra di Monti sembra fatta da mio zio che non capisce nulla di economia"
Raffaele Bonanni, 17 dicembre 20111, Il Corriere della Sera.
Io dico che se mia mamma - che non capisce nulla di rapporti sindacali - fosse stata eletta nel 2006 segretaria della Cisl al posto di Raffaele Bonanni, avrebbe combinato sicuramente meno danni di questo incompetente.
sabato 17 dicembre 2011
Il Fatto Quotidiano, il beauty contest, i commenti superficiali
Giusto ieri scrivevo della superficialità degli indignati studenti bolognesi. Poi, però, ho letto l’articolo del Fatto Quotidiano riguardante l’annullamento del beauty contest per le frequenze digitali televisive e, soprattutto, i commenti dei lettori.
Gente che esulta per la fine di Mediaset, probabilmente all’oscuro del fatto che il concorso di bellezza riguarda canali residui (quindi, è come certi regali che talvolta riceviamo e che sono graditi, ci fanno molto piacere, magari sono pure utili, ma assolutamente non decisivi per la nostra esistenza).
Altri che si dichiarano pronti a dare il proprio contributo per permettere a Michele Santoro di partecipare all’asta, forse credendo che basti un milione di euro e senza avere la minima idea di cosa voglia dire, soprattutto di questi tempi, essere operatori di rete e di contenuti a livello nazionale (ma pure a livello locale, se il territorio è appena appena montuoso – e parlo con cognizionissima di causa; e forse, parentesi nella parentesi, bisognerebbe che questi lettori si ponessero qualche domanda sul perché Santoro se l'è presa tanto con l'Auditel ultimamente).
Un altro che dice di aver letto sui giornali online che l’ordine del giorno è della Lega e dell’IdV e quegli inciucioni del PD non c’entrano niente: bastava andasse sul sito della Camera e leggesse il resoconto, a un certo punto il ministro Giarda prende la parola e dice di accettare gli ordini del giorno di Maroni, di Di Pietro e di Gentiloni, dopodiché i presentatori non insistono per la votazione.
Insomma, quando si parla di “problema dell’informazione” in Italia ci si limita a vederlo da un’angolatura. E magari con l’occhio reso strabico dal pesante conflitto d’interessi dell’ex presidente del Consiglio. Dovremmo provare a rovesciare la visuale. Noi cittadini abbiamo tutti gli strumenti per poterci comunque informare in modo decente. Il problema è che un po’ per pigrizia e un po’ perché non vogliamo essere informati, ma soltanto rassicurati nelle nostre convinzioni, ci accontentiamo di quel che passa il nostro convento preferito. Così, se poi questo convento fa – per motivi vari, sui quali non stiamo ad approfondire – della demagogia e del populismo cialtrone, finisce che non trova lettori critici, ma vere e proprie groupies. Pronte a scatenarsi alla prima occasione di visibilità.
Secondo me, questo è un problema e neanche da poco. Ci aspettano tempi difficili, di scelte ancor più difficili e qui si sta a banalizzare, a inseguire lo slogan di facile presa. Mah...
Gente che esulta per la fine di Mediaset, probabilmente all’oscuro del fatto che il concorso di bellezza riguarda canali residui (quindi, è come certi regali che talvolta riceviamo e che sono graditi, ci fanno molto piacere, magari sono pure utili, ma assolutamente non decisivi per la nostra esistenza).
Altri che si dichiarano pronti a dare il proprio contributo per permettere a Michele Santoro di partecipare all’asta, forse credendo che basti un milione di euro e senza avere la minima idea di cosa voglia dire, soprattutto di questi tempi, essere operatori di rete e di contenuti a livello nazionale (ma pure a livello locale, se il territorio è appena appena montuoso – e parlo con cognizionissima di causa; e forse, parentesi nella parentesi, bisognerebbe che questi lettori si ponessero qualche domanda sul perché Santoro se l'è presa tanto con l'Auditel ultimamente).
Un altro che dice di aver letto sui giornali online che l’ordine del giorno è della Lega e dell’IdV e quegli inciucioni del PD non c’entrano niente: bastava andasse sul sito della Camera e leggesse il resoconto, a un certo punto il ministro Giarda prende la parola e dice di accettare gli ordini del giorno di Maroni, di Di Pietro e di Gentiloni, dopodiché i presentatori non insistono per la votazione.
Insomma, quando si parla di “problema dell’informazione” in Italia ci si limita a vederlo da un’angolatura. E magari con l’occhio reso strabico dal pesante conflitto d’interessi dell’ex presidente del Consiglio. Dovremmo provare a rovesciare la visuale. Noi cittadini abbiamo tutti gli strumenti per poterci comunque informare in modo decente. Il problema è che un po’ per pigrizia e un po’ perché non vogliamo essere informati, ma soltanto rassicurati nelle nostre convinzioni, ci accontentiamo di quel che passa il nostro convento preferito. Così, se poi questo convento fa – per motivi vari, sui quali non stiamo ad approfondire – della demagogia e del populismo cialtrone, finisce che non trova lettori critici, ma vere e proprie groupies. Pronte a scatenarsi alla prima occasione di visibilità.
Secondo me, questo è un problema e neanche da poco. Ci aspettano tempi difficili, di scelte ancor più difficili e qui si sta a banalizzare, a inseguire lo slogan di facile presa. Mah...
venerdì 16 dicembre 2011
Se vi indignate, fatelo con motivazioni più serie!
Ecco, ci mancavano soltanti gli indignati bolognesi. Se la prendono (per la gioia del Fatto Quotidiano) con Giorgio Napolitano che verrà insignito della laurea honoris causa in relazioni internazionali dall’Università di Bologna.
Il loro comunicato: “Pensiamo sia un affronto che l’Ateneo voglia concedere un titolo di questo genere ad una persona che, lungi dal ruolo super partes che impersonifica, è direttamente responsabile della consegna del potere del nostro paese alle banche e alla finanza internazionale. Per non parlare del suo ruolo decisivo nella partecipazione del nostro Paese alla guerra di Libia, della firma da lui apposta a tutte le peggiori leggi del Governo Berlusconi, come la legge Gelmini o il lodo Alfano, del fatto che abbia istituito lui per primo i Cpt simbolo di quel razzismo istituzionale che ghettizza il migrante e lo rende vittima, in ultima istanza, di tragedie come quella di Firenze”.
Innanzitutto, si tratta di uno sproloquio sia in senso politico che in senso giuridico.
In senso politico perché collegare l’istituzione dei CPT e la loro effettiva organizzazione (più e più volte denunciata, anche ai tempi in cui Napolitano era ministro e prima che la situazione peggiorasse drammaticamente negli anni maroniani) a tragedie di matrice razzista e xenofoba è sbagliato e ingiusto. Sarebbe come se io sostenessi che le iniziative degli indignati bolognesi sono foriere di quella protesta distruttiva che, in ultima istanza, ispira pacchi bomba al direttore di Equitalia. Scriverei una cazzata senza fondamento, appunto. Ingiuriosa, perdipiù.
In senso giuridico è uno sproloquio perché, a meno che una legge non sia palesemente anticostituzionale, il presidente della Repubblica non può far altro che firmarla. Incolpare Napolitano della legge Gelmini (che poi: quale legge Gelmini?) o del lodo Alfano è sintomo di ignoranza delle procedure istituzionali e, francamente, spiace che studenti universitari cadano in certi errori.
Ma, soprattutto, è deprimente vedere che giovani che frequentano un ateneo – quindi: persone che leggono, che si informano, che hanno la cultura e tutti gli altri strumenti necessari per interpretare la realtà – non soltanto se la prendono con i bersagli sbagliati, ma addirittura non sanno far altro che ripetere slogan demagogici e superficialotti, letti e riletti in queste settimane su quotidiani, settimanali e blog che cavalcano l’antipolitica e la demagogia: “consegna del potere del nostro Paese alle banche e alla finanza internazionale”.
Oh, ragazzi: sveglia! Ché se continuate così, questi politici che tanto vi indignano ce li teniamo fino al 2050.
Il loro comunicato: “Pensiamo sia un affronto che l’Ateneo voglia concedere un titolo di questo genere ad una persona che, lungi dal ruolo super partes che impersonifica, è direttamente responsabile della consegna del potere del nostro paese alle banche e alla finanza internazionale. Per non parlare del suo ruolo decisivo nella partecipazione del nostro Paese alla guerra di Libia, della firma da lui apposta a tutte le peggiori leggi del Governo Berlusconi, come la legge Gelmini o il lodo Alfano, del fatto che abbia istituito lui per primo i Cpt simbolo di quel razzismo istituzionale che ghettizza il migrante e lo rende vittima, in ultima istanza, di tragedie come quella di Firenze”.
Innanzitutto, si tratta di uno sproloquio sia in senso politico che in senso giuridico.
In senso politico perché collegare l’istituzione dei CPT e la loro effettiva organizzazione (più e più volte denunciata, anche ai tempi in cui Napolitano era ministro e prima che la situazione peggiorasse drammaticamente negli anni maroniani) a tragedie di matrice razzista e xenofoba è sbagliato e ingiusto. Sarebbe come se io sostenessi che le iniziative degli indignati bolognesi sono foriere di quella protesta distruttiva che, in ultima istanza, ispira pacchi bomba al direttore di Equitalia. Scriverei una cazzata senza fondamento, appunto. Ingiuriosa, perdipiù.
In senso giuridico è uno sproloquio perché, a meno che una legge non sia palesemente anticostituzionale, il presidente della Repubblica non può far altro che firmarla. Incolpare Napolitano della legge Gelmini (che poi: quale legge Gelmini?) o del lodo Alfano è sintomo di ignoranza delle procedure istituzionali e, francamente, spiace che studenti universitari cadano in certi errori.
Ma, soprattutto, è deprimente vedere che giovani che frequentano un ateneo – quindi: persone che leggono, che si informano, che hanno la cultura e tutti gli altri strumenti necessari per interpretare la realtà – non soltanto se la prendono con i bersagli sbagliati, ma addirittura non sanno far altro che ripetere slogan demagogici e superficialotti, letti e riletti in queste settimane su quotidiani, settimanali e blog che cavalcano l’antipolitica e la demagogia: “consegna del potere del nostro Paese alle banche e alla finanza internazionale”.
Oh, ragazzi: sveglia! Ché se continuate così, questi politici che tanto vi indignano ce li teniamo fino al 2050.
giovedì 15 dicembre 2011
Tra il dire e il fare (fenomenologia del governo tecnico)
Chi più chi meno, siamo tutti un po’ insoddisfatti dalle prestazioni del governo Monti.
Siamo insoddisfatti perché, al momento in cui si erano insediati, presidente del Consiglio e ministri apparivano come giganti rispetto ai loro predecessori.
Se apparivano come giganti è perché le cose che fino ad allora avevano detto nelle conferenze o scritto sui giornali o fatto nei board tecnocratici di cui erano autorevoli membri erano cose importanti e talvolta pure coraggiose, di ben altra caratura rispetto a quanto ci avevano abituati le Gelmini e i Frattini.
Soltanto che un conto è dire quelle cose nelle conferenze o scriverle sui giornali o farle in organismi che non devono render conto direttamente all’opinione pubblica. Altro conto è metterle in pratica quando sei al governo, in un organo in cui il rapporto con il cittadino è vitale.
Il punto è che noi leggiamo un articolo sul giornale oppure andiamo a una conferenza e, dopo aver letto o sentito l’editorialista o relatore dire che va tagliata una certa spesa, diciamo: “però, il tizio ha ragione!”. Lo pensiamo, ma sappiamo che è comunque soltanto un articolo di giornale o una conferenza. Finito di leggere o di ascoltare torniamo al nostro lavoro e tanti saluti.
Poi il tizio va al governo e si trova ad attuare quella misura che aveva auspicato all’epoca in cui scriveva sui giornali o teneva conferenze. E nell'attuarla, consapevole che stavolta non si tratta soltanto di un editoriale su un quotidiano, può anche darsi che gli scappi qualche lacrima, mentre noi ci ritroviamo a pensare che sì, il tizio avrà anche ragione, ma, porca miseria!, intanto siamo a rimetterci un bel po’ di quattrini. Così si organizzano le lobby, si mobilitano i sindacati, si intasano i social network: e i politici, quelli che certi provvedimenti dovranno poi sostenere e difendere di fronte al corpo elettorale la prossima volta che si andrà a votare, si spaventano. Soprattutto se sono piccini picciò come quelli che oggi siedono in Parlamento e rispetto ai quali Monti e i suoi ministri appaiono o apparivano – appunto – dei giganti.
La lezione per i tecnici ancora tecnici che continuano a scrivere sui giornali, a tenere conferenze, a far parte di board tecnocratici è che dovrebbero cominciare a fare pure loro i conti con la realtà. Anzi, con il realismo: la politica non è l’arte della soluzione ottima e ideale, ma l’arte del possibile.
Siamo insoddisfatti perché, al momento in cui si erano insediati, presidente del Consiglio e ministri apparivano come giganti rispetto ai loro predecessori.
Se apparivano come giganti è perché le cose che fino ad allora avevano detto nelle conferenze o scritto sui giornali o fatto nei board tecnocratici di cui erano autorevoli membri erano cose importanti e talvolta pure coraggiose, di ben altra caratura rispetto a quanto ci avevano abituati le Gelmini e i Frattini.
Soltanto che un conto è dire quelle cose nelle conferenze o scriverle sui giornali o farle in organismi che non devono render conto direttamente all’opinione pubblica. Altro conto è metterle in pratica quando sei al governo, in un organo in cui il rapporto con il cittadino è vitale.
Il punto è che noi leggiamo un articolo sul giornale oppure andiamo a una conferenza e, dopo aver letto o sentito l’editorialista o relatore dire che va tagliata una certa spesa, diciamo: “però, il tizio ha ragione!”. Lo pensiamo, ma sappiamo che è comunque soltanto un articolo di giornale o una conferenza. Finito di leggere o di ascoltare torniamo al nostro lavoro e tanti saluti.
Poi il tizio va al governo e si trova ad attuare quella misura che aveva auspicato all’epoca in cui scriveva sui giornali o teneva conferenze. E nell'attuarla, consapevole che stavolta non si tratta soltanto di un editoriale su un quotidiano, può anche darsi che gli scappi qualche lacrima, mentre noi ci ritroviamo a pensare che sì, il tizio avrà anche ragione, ma, porca miseria!, intanto siamo a rimetterci un bel po’ di quattrini. Così si organizzano le lobby, si mobilitano i sindacati, si intasano i social network: e i politici, quelli che certi provvedimenti dovranno poi sostenere e difendere di fronte al corpo elettorale la prossima volta che si andrà a votare, si spaventano. Soprattutto se sono piccini picciò come quelli che oggi siedono in Parlamento e rispetto ai quali Monti e i suoi ministri appaiono o apparivano – appunto – dei giganti.
La lezione per i tecnici ancora tecnici che continuano a scrivere sui giornali, a tenere conferenze, a far parte di board tecnocratici è che dovrebbero cominciare a fare pure loro i conti con la realtà. Anzi, con il realismo: la politica non è l’arte della soluzione ottima e ideale, ma l’arte del possibile.
mercoledì 14 dicembre 2011
Anche?
Non so se quello di Vittorio Feltri e dei suoi diligenti allievi (Maurizio Belpietro e Alessandro Sallusti) sia giornalismo o cosa. Per descriverlo, io non riesco a trovare parole, ma soltanto parolacce.
Faccio uno sforzo e cerco di leggere l’editoriale del Giornale dedicato alla strage di Firenze. Ognuno è libero di esprimere le opinioni che vuole e, personalmente, mi batterò sempre affinché pure quelle più distanti dal mio modo di pensare abbiano diritto di spazio.
Però ci sono dei limiti che il buongusto – non soltanto il buonsenso – non dovrebbe mai valicare. E quindi mi sento in diritto di criticare le robe che Feltri ha scritto oggi e che non fanno onore a lui e nemmeno a chi le ha pubblicate.
Io posso anche accettare che in tutto l’articolo egli non faccia un solo riferimento alle idee antisemite, razziste e di estrema destra dell’omicida, evitando accuratamente di citare CasaPound (ma immagino il trattamento che verrebbe riservato a un criminale simpatizzante del PD).
Posso accettare l’intento di minimizzare la vicenda ricorrendo a paragoni, tipo quello con il norvegese Breivik, che c’entrano come i cavoli a merenda.
Posso accettare l’idea di buttarla in caciara scrivendo che non si è mai visto un gatto, un piccione o una gallina psicopatica.
Posso accettare che, non bastando di buttarla in caciara, la si butti in lotta partitica chiamando in causa il solito Veltroni.
Posso addirittura accettare che per Feltri la strage non abbia matrice razzista e che in Italia non ci siano tendenze xenofobe.
Quel che non digerisco è la seguente frase: “i nostri compatrioti, pur pieni di difetti (fra tanti popoli aggressivi e xenofobi), statistiche alla mano sono tra i più pacifici e ospitali del mondo anche con i clandestini, con gli ambulanti irregolari, con gli extracomunitari che campano di espedienti”.
Che significa quell’anche? Forse che noi compatrioti di Feltri di fronte a un clandestino o un irregolare o uno che campa di espedienti abbiamo il diritto di non essere pacifici?
E’ normale che si facciano certe distinzioni tra esseri umani?
Sbaglierò, esagererò, ma io ho invece la vaga sensazione che proprio in parole come questa, “anche”, trovino residenza i pretesti di ragazzine che inventano stupri, di ultras che organizzano linciaggi, di estremisti xenofobi che vanno in giro uccidendo altri uomini.
Faccio uno sforzo e cerco di leggere l’editoriale del Giornale dedicato alla strage di Firenze. Ognuno è libero di esprimere le opinioni che vuole e, personalmente, mi batterò sempre affinché pure quelle più distanti dal mio modo di pensare abbiano diritto di spazio.
Però ci sono dei limiti che il buongusto – non soltanto il buonsenso – non dovrebbe mai valicare. E quindi mi sento in diritto di criticare le robe che Feltri ha scritto oggi e che non fanno onore a lui e nemmeno a chi le ha pubblicate.
Io posso anche accettare che in tutto l’articolo egli non faccia un solo riferimento alle idee antisemite, razziste e di estrema destra dell’omicida, evitando accuratamente di citare CasaPound (ma immagino il trattamento che verrebbe riservato a un criminale simpatizzante del PD).
Posso accettare l’intento di minimizzare la vicenda ricorrendo a paragoni, tipo quello con il norvegese Breivik, che c’entrano come i cavoli a merenda.
Posso accettare l’idea di buttarla in caciara scrivendo che non si è mai visto un gatto, un piccione o una gallina psicopatica.
Posso accettare che, non bastando di buttarla in caciara, la si butti in lotta partitica chiamando in causa il solito Veltroni.
Posso addirittura accettare che per Feltri la strage non abbia matrice razzista e che in Italia non ci siano tendenze xenofobe.
Quel che non digerisco è la seguente frase: “i nostri compatrioti, pur pieni di difetti (fra tanti popoli aggressivi e xenofobi), statistiche alla mano sono tra i più pacifici e ospitali del mondo anche con i clandestini, con gli ambulanti irregolari, con gli extracomunitari che campano di espedienti”.
Che significa quell’anche? Forse che noi compatrioti di Feltri di fronte a un clandestino o un irregolare o uno che campa di espedienti abbiamo il diritto di non essere pacifici?
E’ normale che si facciano certe distinzioni tra esseri umani?
Sbaglierò, esagererò, ma io ho invece la vaga sensazione che proprio in parole come questa, “anche”, trovino residenza i pretesti di ragazzine che inventano stupri, di ultras che organizzano linciaggi, di estremisti xenofobi che vanno in giro uccidendo altri uomini.
martedì 13 dicembre 2011
Parlamentari pavidi e parolai
Ho un tasso di sopportazione piuttosto alto nei confronti delle cagate fatte dai nostri politici. Soprattutto – lo confesso – perché spesso tassi di sopportazione bassi sconfinano nella demagogia e nell'approssimazione. Per dire: Repubblica ha pubblicato ieri un editoriale del suo vicedirettore e oggi un commento di un suo notista blogger entrambi tarati sull’antipolitica ed entrambi con dati sbagliati o comunque fuorvianti. Strizzare l’occhio a certe tendenze fa vendere copie, me ne rendo conto, però bisognerebbe anche andare oltre i calcoli opportunistici.
Diamine, pure a me dà noia che i parlamentari abbiano ruzzato su vitalizi e retribuzioni e province, ma, a norma di legge, hanno ragione loro e il decreto di Monti in proposito era stato scritto male.
Mi dà assai più fastidio, invece, il rinvio delle liberalizzazioni. Erano provvedimenti che probabilmente avrebbero inciso poco o niente, relativamente al 2012, sulla crescita e sulla competitività. Ma erano un segnale importante tanto quanto l’altro segnale, quello sui tagli ai costi della politica. Riforme che avrebbero indicato una strada da percorrere: “signori, basta con i privilegi corporativi! Per adesso è poca roba, ma da oggi si liberalizza!” Come con le pensioni, in fondo: “signori, fino a 70 anni si lavora! Eeeeh, sarà dura, ma dovete farci l’abitudine!”
Una strada che nel medio-lungo periodo avrebbe imposto alle imprese italiane produttive, commerciali e di servizi di migliorare la loro competitività, di essere più forti, di avere (e dare ai propri dipendenti) maggiori opportunità.
Invece i politici hanno avuto paura. A quanto si legge, hanno avuto paura soprattutto quelli di centrodestra, quelli che per quasi vent’anni si son riempiti la bocca di liberismo e di lacci e lacciuoli da togliere e di meno Stato e più mercato. E che, ancora una volta, alla prova dei fatti hanno dimostrato che per loro tutte queste riforme sono soltanto slogan da campagna elettorale.
P.S.: il governo Monti non è affatto esente da colpe in tutto ciò (e, non per citarmi, ma io l'avevo scritto che le riforme più drastiche dovevano essere prese subitissimo), ma prima di prendercela con l’esecutivo e chi lo guida dovremmo ragionare su un dettaglio che forse ci sfugge. Perché la manovra è cattiva ignorante e brutta, ma ha bisogno di essere approvata. E per essere approvata – mentre i mercati finanziari son lì pronti a far schizzare in alto lo spread e lo spettro della bancarotta è dietro l’angolo – c’è bisogno del consenso anche di un certo numero di personaggi di cui possiamo pensare tutto il male possibile (e che se li meritano tutti, gli accidenti a loro diretti), ma che in questo momento sono assolutamente indispensabili, vista la composizione del Parlamento.
AGGIORNAMENTO ORE 21.15 - A quanto pare il rinvio delle liberalizzazioni è stato tolto dalle commissioni bilancio e finanze della Camera. Ne sono lieto. Ma rispetto alle mie considerazioni cambia poco: già il fatto che ci abbiano pensato, che abbiano dovuto mediare tanto...
Diamine, pure a me dà noia che i parlamentari abbiano ruzzato su vitalizi e retribuzioni e province, ma, a norma di legge, hanno ragione loro e il decreto di Monti in proposito era stato scritto male.
Mi dà assai più fastidio, invece, il rinvio delle liberalizzazioni. Erano provvedimenti che probabilmente avrebbero inciso poco o niente, relativamente al 2012, sulla crescita e sulla competitività. Ma erano un segnale importante tanto quanto l’altro segnale, quello sui tagli ai costi della politica. Riforme che avrebbero indicato una strada da percorrere: “signori, basta con i privilegi corporativi! Per adesso è poca roba, ma da oggi si liberalizza!” Come con le pensioni, in fondo: “signori, fino a 70 anni si lavora! Eeeeh, sarà dura, ma dovete farci l’abitudine!”
Una strada che nel medio-lungo periodo avrebbe imposto alle imprese italiane produttive, commerciali e di servizi di migliorare la loro competitività, di essere più forti, di avere (e dare ai propri dipendenti) maggiori opportunità.
Invece i politici hanno avuto paura. A quanto si legge, hanno avuto paura soprattutto quelli di centrodestra, quelli che per quasi vent’anni si son riempiti la bocca di liberismo e di lacci e lacciuoli da togliere e di meno Stato e più mercato. E che, ancora una volta, alla prova dei fatti hanno dimostrato che per loro tutte queste riforme sono soltanto slogan da campagna elettorale.
P.S.: il governo Monti non è affatto esente da colpe in tutto ciò (e, non per citarmi, ma io l'avevo scritto che le riforme più drastiche dovevano essere prese subitissimo), ma prima di prendercela con l’esecutivo e chi lo guida dovremmo ragionare su un dettaglio che forse ci sfugge. Perché la manovra è cattiva ignorante e brutta, ma ha bisogno di essere approvata. E per essere approvata – mentre i mercati finanziari son lì pronti a far schizzare in alto lo spread e lo spettro della bancarotta è dietro l’angolo – c’è bisogno del consenso anche di un certo numero di personaggi di cui possiamo pensare tutto il male possibile (e che se li meritano tutti, gli accidenti a loro diretti), ma che in questo momento sono assolutamente indispensabili, vista la composizione del Parlamento.
AGGIORNAMENTO ORE 21.15 - A quanto pare il rinvio delle liberalizzazioni è stato tolto dalle commissioni bilancio e finanze della Camera. Ne sono lieto. Ma rispetto alle mie considerazioni cambia poco: già il fatto che ci abbiano pensato, che abbiano dovuto mediare tanto...
Poi ci stupiamo se siamo sull'orlo della bancarotta
Uno si sveglia la mattina, legge i quotidiani online e una delle notizie più importanti è quella di Umberto Bossi che dichiara: "la Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti. Non esiste un fondo che possa salvare gli stati. Una volta finito l'euro, la Padania si farà la sua moneta".
Ora, vogliamo prendere - per una volta - sul serio le esternazioni del leader della Lega Nord?
Bene. Io già ce li vedo Calderoli, Bossi e Castelli che, dopo aver discusso della teoria sulla domanda di moneta (Md = x1*p1 + x2*p2 + ... xn*pn) e sulla teoria della scuola di Cambridge a proposito della quantità di moneta in relazione al reddito, affrontano la questione della quantità di riserve auree all'interno della futura Banca Centrale Padana, nonché il problema dei fondi sovrani e del rapporto di cambio con il dollaro e il renminbi cinese - valutando bene la posizione di quelle imprese lombardovenete che hanno aperte lettere di credito per centinaia di migliaia di dollari finalizzati a importazioni dal Guangdong - e, alla fine, forti dell'esperienza CrediEuroNord, metton su tutto l'ambaradan necessario.
No, davvero: facciamo mente locale a questo scenario. E poi riflettiamo su un concetto: questi hanno governato l'Italia per anni e noi ora ci chiediamo perché siamo arrivati a un passo dal baratro finanziario?
Ora, vogliamo prendere - per una volta - sul serio le esternazioni del leader della Lega Nord?
Bene. Io già ce li vedo Calderoli, Bossi e Castelli che, dopo aver discusso della teoria sulla domanda di moneta (Md = x1*p1 + x2*p2 + ... xn*pn) e sulla teoria della scuola di Cambridge a proposito della quantità di moneta in relazione al reddito, affrontano la questione della quantità di riserve auree all'interno della futura Banca Centrale Padana, nonché il problema dei fondi sovrani e del rapporto di cambio con il dollaro e il renminbi cinese - valutando bene la posizione di quelle imprese lombardovenete che hanno aperte lettere di credito per centinaia di migliaia di dollari finalizzati a importazioni dal Guangdong - e, alla fine, forti dell'esperienza CrediEuroNord, metton su tutto l'ambaradan necessario.
No, davvero: facciamo mente locale a questo scenario. E poi riflettiamo su un concetto: questi hanno governato l'Italia per anni e noi ora ci chiediamo perché siamo arrivati a un passo dal baratro finanziario?
lunedì 12 dicembre 2011
Il partito che litiga e il partito che evita la discussione
Ero pronto con un articolaccio cattivo nei confronti del Partito Democratico. Che un po’ scende in piazza con i sindacati contro il governo Monti e un po’ sostiene l’esecutivo in Parlamento. Un atteggiamento ambiguo che le giravolte verbali del segretario Pierluigi Bersani – “siamo un grande partito” – non riscatta del tutto.
Poi ho letto questa infografica de Linkiesta sul Movimento 5 Stelle. Niente che anche su questo blog non sia stato già scritto e riscritto, attirandosi anche le ire di qualche lettore. Più che altro, però, mi ha colpito l’ultima questione, sui temi forti che uniscono tutti e sulla possibilità di sviluppare la discussione anche su altri temi, a parte quelli caratteristici del movimento: “si rischiano divisioni su laicità, immigrazione, politica del lavoro”.
E ho cambiato punto di vista.
La domanda è sorta spontanea: meglio un partito che su certe questioni importanti discute e litiga o uno che non le affronta per paura di eventuali divisioni?
La mia risposta è: dipende.
Se vogliamo un partito che prenda in considerazione la possibilità di governare, non si può evitare la discussione e il litigio tra dirigenti su questioni rilevanti. Anzi: secondo come discutono – se cioè riescono a rendere il dibattito trasversale e non (come invece spesso accade nel PD) una semplice resa dei conti tra correnti –, il dibattito può essere sintomo di credibilità.
Se vogliamo un partito a cui basti portare avanti una battaglia di opposizione, chiunque sia al governo, allora si può rimanere a un livello più superficiale e far finta che argomenti importanti non siano affrontati o lo siano con una buona dose di demagogia per non andare incontro a spaccature interne.
Per quanto mi riguarda, preferisco la prima opzione. Di un partito che si crogioli nel suo dire no, beandosi dello zero virgola in più conquistato con tre proposte demagogiche, non so che farmene.
Dirò di più: non vorrei vivere in un Paese dove non esiste opposizione parlamentare, ma temerei anche un Paese dove l’opposizione si limitasse all’enunciazione di qualche slogan di facile presa.
Poi ho letto questa infografica de Linkiesta sul Movimento 5 Stelle. Niente che anche su questo blog non sia stato già scritto e riscritto, attirandosi anche le ire di qualche lettore. Più che altro, però, mi ha colpito l’ultima questione, sui temi forti che uniscono tutti e sulla possibilità di sviluppare la discussione anche su altri temi, a parte quelli caratteristici del movimento: “si rischiano divisioni su laicità, immigrazione, politica del lavoro”.
E ho cambiato punto di vista.
La domanda è sorta spontanea: meglio un partito che su certe questioni importanti discute e litiga o uno che non le affronta per paura di eventuali divisioni?
La mia risposta è: dipende.
Se vogliamo un partito che prenda in considerazione la possibilità di governare, non si può evitare la discussione e il litigio tra dirigenti su questioni rilevanti. Anzi: secondo come discutono – se cioè riescono a rendere il dibattito trasversale e non (come invece spesso accade nel PD) una semplice resa dei conti tra correnti –, il dibattito può essere sintomo di credibilità.
Se vogliamo un partito a cui basti portare avanti una battaglia di opposizione, chiunque sia al governo, allora si può rimanere a un livello più superficiale e far finta che argomenti importanti non siano affrontati o lo siano con una buona dose di demagogia per non andare incontro a spaccature interne.
Per quanto mi riguarda, preferisco la prima opzione. Di un partito che si crogioli nel suo dire no, beandosi dello zero virgola in più conquistato con tre proposte demagogiche, non so che farmene.
Dirò di più: non vorrei vivere in un Paese dove non esiste opposizione parlamentare, ma temerei anche un Paese dove l’opposizione si limitasse all’enunciazione di qualche slogan di facile presa.
domenica 11 dicembre 2011
Il linciaggio e l'aggravante
Ho una serie di input che riguardano tutti la vicenda di Torino: la ragazza che denuncia di essere stata stuprata da un rom, la gente che dà fuoco al campo nomadi, la successiva ritrattazione.
In particolare, c’è questa dichiarazione del sindaco di Torino, Piero Fassino: “è assolutamente inaccettabile che si dia luogo a manifestazioni di linciaggio nei confronti di persone estranee ai i fatti per la sola ragione che sono cittadini stranieri. Torino è una città civile che ha saputo sempre rispettare ogni persona quale che sia il luogo in cui è nata, la lingua che parla, la religione che pratica. E’ dovere della nostra comunità respingere chi vorrebbe precipitare la vita della nostra città nell’intolleranza, nell’odio e nella violenza”.
Parole ineccepibili, dalla prima all’ultima riga.
Ma, per certi aspetti, è una dichiarazione troppo lunga. Sarebbe stato sufficiente dire: “è assolutamente inaccettabile che si dia luogo a manifestazioni di linciaggio”. Punto.
Di cosa siamo indignati? Soltanto del fatto che c’è stata una rivolta contro persone innocenti, casualmente rom, o anche perché la gente pretende di farsi giustizia da sé, come nel far west? L’episodio sarebbe stato grave pure se lo stupro fosse realmente avvenuto e se l’accusato fosse stato un torinese stanziale da sette generazioni di cognome Rebaudengo o Pautasso e la gente del quartiere (ipotesi alquanto remota, lo so) se la fosse presa con lui e la sua famiglia.
La matrice razzista è, in questo caso, soltanto un’aggravante al reato e alla mia, alla nostra, indignazione. Articolo 3 della legge 205 del 1993: “Per i reati punibili con pena diversa da quella dell'ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (...), la pena è aumentata fino alla metà”.
Poi possiamo scusarci per titoli seriali che insistono sull’etnia di una persona, come onestamente ha fatto La Stampa; possiamo avere difficoltà a trovare le parole giuste per descrivere tutta la situazione come ha notato letteredalucca in un bel post che condivido da cima a fondo; possiamo buttarla in politica prendendocela con il “buonismo cattocomunista”, come ha fatto qualche lettore del Giornale online o con la “xenofobia leghista”, come tanti lettori di una qualsiasi testata di sinistra.
Non voglio con tutto ciò minimizzare lo stampo razzista del truce episodio di ieri a Torino (tutt'altro), ma il punto di fondo è che sia la domanda di giustizia (pure quella che nasce da un’ingiustizia subita) che la legalità non sono e non possono ridursi a valvole di sfogo per le nostre frustrazioni.
In particolare, c’è questa dichiarazione del sindaco di Torino, Piero Fassino: “è assolutamente inaccettabile che si dia luogo a manifestazioni di linciaggio nei confronti di persone estranee ai i fatti per la sola ragione che sono cittadini stranieri. Torino è una città civile che ha saputo sempre rispettare ogni persona quale che sia il luogo in cui è nata, la lingua che parla, la religione che pratica. E’ dovere della nostra comunità respingere chi vorrebbe precipitare la vita della nostra città nell’intolleranza, nell’odio e nella violenza”.
Parole ineccepibili, dalla prima all’ultima riga.
Ma, per certi aspetti, è una dichiarazione troppo lunga. Sarebbe stato sufficiente dire: “è assolutamente inaccettabile che si dia luogo a manifestazioni di linciaggio”. Punto.
Di cosa siamo indignati? Soltanto del fatto che c’è stata una rivolta contro persone innocenti, casualmente rom, o anche perché la gente pretende di farsi giustizia da sé, come nel far west? L’episodio sarebbe stato grave pure se lo stupro fosse realmente avvenuto e se l’accusato fosse stato un torinese stanziale da sette generazioni di cognome Rebaudengo o Pautasso e la gente del quartiere (ipotesi alquanto remota, lo so) se la fosse presa con lui e la sua famiglia.
La matrice razzista è, in questo caso, soltanto un’aggravante al reato e alla mia, alla nostra, indignazione. Articolo 3 della legge 205 del 1993: “Per i reati punibili con pena diversa da quella dell'ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (...), la pena è aumentata fino alla metà”.
Poi possiamo scusarci per titoli seriali che insistono sull’etnia di una persona, come onestamente ha fatto La Stampa; possiamo avere difficoltà a trovare le parole giuste per descrivere tutta la situazione come ha notato letteredalucca in un bel post che condivido da cima a fondo; possiamo buttarla in politica prendendocela con il “buonismo cattocomunista”, come ha fatto qualche lettore del Giornale online o con la “xenofobia leghista”, come tanti lettori di una qualsiasi testata di sinistra.
Non voglio con tutto ciò minimizzare lo stampo razzista del truce episodio di ieri a Torino (tutt'altro), ma il punto di fondo è che sia la domanda di giustizia (pure quella che nasce da un’ingiustizia subita) che la legalità non sono e non possono ridursi a valvole di sfogo per le nostre frustrazioni.
sabato 10 dicembre 2011
Gli unici stipendi da tagliare sarebbero questi
Ho la sensazione che domani e nei prossimi giorni si parlerà un bel po’ di una notizia lanciata oggi da Repubblica e ripresa dagli altri organi di stampa: “sarà modificata la norma della manovra che prevede il taglio degli stipendi dei parlamentari a partire da gennaio”. Allora, prima di strapparsi i capelli e montare l’onda antiCasta, cerchiamo di fare ordine.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ragione: la legge 1261 del 31.10.1965 stabilisce, all’articolo 1, che spetta agli uffici di presidenza delle due Camere determinare l’ammontare dell’indennità dei parlamentari, dando come unico criterio che le quote mensili “non superino il dodicesimo del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate”. E all’articolo 2 si prevedono criteri analoghi per le diarie.
Per cui, è vero: l’art. 23 co. 7 della manovra finanziaria varata dal governo Monti è mal scritto. Perché avrebbe dovuto far riferimento, anziché al decreto legge 98 del 2011, alla legge del 1965 prevedendo, per esempio, l’abrogazione degli articoli 1 e 2 e la sua sostituzione con una frase del tipo “spetta al governo determinare l’ammontare dell’indennità parlamentare” (la legge 1261 è ordinaria e non costituzionale).
Ma quanto prendono realmente i deputati?
Lo “stipendio” lordo è di 11.283,28 euro mensili.
Di questi: 5.246,97 euro sono il netto che percepisce il parlamentare (ai quali vanno ulteriormente tolte alcune centinaia di euro di addizionali Irpef regionali e comunali);
3.719,00 sono le ritenute fiscali;
1.006,51 sono il contributo per il vitalizio;
784,14 sono le ritenute previdenziali;
526,66 sono le ritenute assistenziali.
Ai 5.256,97 euro, però, vanno aggiunti:
3.503,11 euro di diaria;
3.690,00 euro di rimborso spese inerenti al rapporto con gli elettori;
1.107,90 euro (minimi) di rimborso spese di viaggio da casa a Montecitorio;
258,23 euro di rimborso spese telefoniche.
Dunque, in fondo al mese ogni deputato ha 13.806,21 euro.
I senatori prendono un po’ di più sia come indennità netta (5.613,63 euro, al lordo delle addizionali Irpef regionali e comunali), sia come rimborso per spese inerenti al rapporto con gli elettori (4.180 euro), sia come rimborso forfettario per tutte gli altri costi sostenuti (1.650 euro). Il totale, compresa la diaria di 3.500 euro, ammonta a 14.843,63 euro.
Bene: posso fare la mia proposta?
Poiché i nostri onorevoli e senatori hanno tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale il rimborso spese di viaggio può essere tranquillamente cassato.
Poi, visto che siamo in regime di austerity e che non glielo ha ordinato il dottore di candidarsi, penso sarebbe giusto che anche quei 258 euro di rimborso spese telefoniche ai membri della Camera possa essere abolito.
Inoltre, potremmo tranquillamente decimare il rimborso spese per il rapporto con gli elettori: 370 euro al mese possono bastare, sia per i deputati che per i senatori.
E la diaria? Senza voler essere troppo cattivi, possiamo lasciar loro comunque un 1.500 euro, più che sufficienti per un appartamentino (ammobiliato) in affitto a Roma.
Quanto all’indennità vera e propria, considerando che stiamo parlando di deindicizzare le pensioni a 1.400 euro mensili, credo che si possa tranquillamente decurtare ai deputati un 5%: verrebbero così a prendere 4.984 euro netti mensili. Con diarie e rimborsi spese arriverebbero a un totale di 6.854,62 euro. Che sarebbe comunque una bella cifretta, sarebbe sulla media europea e comunque permetterebbe a ciascuno di loro di pagare almeno un portaborse.
Su questo blog abbiamo sempre evitato la demagogia e il furore antiCasta, abbiamo difeso le prerogative degli eletti, abbiamo sostenuto che il limite dei due mandati è uno strumento rozzo, abbiamo ritenuto una boiata pazzesca certe proposte che avrebbero voluto equiparare lo stipendio di un parlamentare a quello di un impiegato di medio livello. Però son tempi duri e sarebbe davvero odioso e insopportabile che, con questi chiari di luna, gli unici a non fare la loro parte di sacrifici fossero deputati e senatori. Per questo spero vivamente che la commissione istituita con il decreto legge dell’agosto scorso presenti una sua proposta in tempo e che i parlamentari abbiano il buon gusto di non opporsi alle sue conclusioni: come si vede, non ci vuole chissà cosa e taluni privilegi (tipo l'andar gratuitamente per autostrade e ferrovie) verrebbero pure mantenuti.
Nel caso, il governo presenti un bel decreto legge che però, stavolta, prenda in considerazione la normativa giusta.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ragione: la legge 1261 del 31.10.1965 stabilisce, all’articolo 1, che spetta agli uffici di presidenza delle due Camere determinare l’ammontare dell’indennità dei parlamentari, dando come unico criterio che le quote mensili “non superino il dodicesimo del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate”. E all’articolo 2 si prevedono criteri analoghi per le diarie.
Per cui, è vero: l’art. 23 co. 7 della manovra finanziaria varata dal governo Monti è mal scritto. Perché avrebbe dovuto far riferimento, anziché al decreto legge 98 del 2011, alla legge del 1965 prevedendo, per esempio, l’abrogazione degli articoli 1 e 2 e la sua sostituzione con una frase del tipo “spetta al governo determinare l’ammontare dell’indennità parlamentare” (la legge 1261 è ordinaria e non costituzionale).
Ma quanto prendono realmente i deputati?
Lo “stipendio” lordo è di 11.283,28 euro mensili.
Di questi: 5.246,97 euro sono il netto che percepisce il parlamentare (ai quali vanno ulteriormente tolte alcune centinaia di euro di addizionali Irpef regionali e comunali);
3.719,00 sono le ritenute fiscali;
1.006,51 sono il contributo per il vitalizio;
784,14 sono le ritenute previdenziali;
526,66 sono le ritenute assistenziali.
Ai 5.256,97 euro, però, vanno aggiunti:
3.503,11 euro di diaria;
3.690,00 euro di rimborso spese inerenti al rapporto con gli elettori;
1.107,90 euro (minimi) di rimborso spese di viaggio da casa a Montecitorio;
258,23 euro di rimborso spese telefoniche.
Dunque, in fondo al mese ogni deputato ha 13.806,21 euro.
I senatori prendono un po’ di più sia come indennità netta (5.613,63 euro, al lordo delle addizionali Irpef regionali e comunali), sia come rimborso per spese inerenti al rapporto con gli elettori (4.180 euro), sia come rimborso forfettario per tutte gli altri costi sostenuti (1.650 euro). Il totale, compresa la diaria di 3.500 euro, ammonta a 14.843,63 euro.
Bene: posso fare la mia proposta?
Poiché i nostri onorevoli e senatori hanno tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale il rimborso spese di viaggio può essere tranquillamente cassato.
Poi, visto che siamo in regime di austerity e che non glielo ha ordinato il dottore di candidarsi, penso sarebbe giusto che anche quei 258 euro di rimborso spese telefoniche ai membri della Camera possa essere abolito.
Inoltre, potremmo tranquillamente decimare il rimborso spese per il rapporto con gli elettori: 370 euro al mese possono bastare, sia per i deputati che per i senatori.
E la diaria? Senza voler essere troppo cattivi, possiamo lasciar loro comunque un 1.500 euro, più che sufficienti per un appartamentino (ammobiliato) in affitto a Roma.
Quanto all’indennità vera e propria, considerando che stiamo parlando di deindicizzare le pensioni a 1.400 euro mensili, credo che si possa tranquillamente decurtare ai deputati un 5%: verrebbero così a prendere 4.984 euro netti mensili. Con diarie e rimborsi spese arriverebbero a un totale di 6.854,62 euro. Che sarebbe comunque una bella cifretta, sarebbe sulla media europea e comunque permetterebbe a ciascuno di loro di pagare almeno un portaborse.
Su questo blog abbiamo sempre evitato la demagogia e il furore antiCasta, abbiamo difeso le prerogative degli eletti, abbiamo sostenuto che il limite dei due mandati è uno strumento rozzo, abbiamo ritenuto una boiata pazzesca certe proposte che avrebbero voluto equiparare lo stipendio di un parlamentare a quello di un impiegato di medio livello. Però son tempi duri e sarebbe davvero odioso e insopportabile che, con questi chiari di luna, gli unici a non fare la loro parte di sacrifici fossero deputati e senatori. Per questo spero vivamente che la commissione istituita con il decreto legge dell’agosto scorso presenti una sua proposta in tempo e che i parlamentari abbiano il buon gusto di non opporsi alle sue conclusioni: come si vede, non ci vuole chissà cosa e taluni privilegi (tipo l'andar gratuitamente per autostrade e ferrovie) verrebbero pure mantenuti.
Nel caso, il governo presenti un bel decreto legge che però, stavolta, prenda in considerazione la normativa giusta.
venerdì 9 dicembre 2011
Spurgarsi bene
Forse non ce ne siamo accorti, ma in questi due ultimi giorni c’è stato un vertice europeo. Parecchio importante, tra l’altro, anche se per noi profani non è facile afferrarne il motivo e pure tra gli addetti ai lavori non sembra esserci unanimità di giudizio sulle conclusioni dei lavori.
Dico che forse non ce ne siamo accorti perché è successo che il presidente del Consiglio italiano non ha guardato le gambe alle donne presenti, non ha raccontato barzellette sceme in conferenza stampa, non è stato accolto con malcelato imbarazzo dagli altri leader, non ha fatto le corna durante la foto ufficiale, né chiamato a gran voce qualcuno subito dopo, non ha perso tempo a spiegare per quale cacchio di motivo in Italia ce l’hanno tutti con lui, non si è fermato a parlare al telefonino mentre la cancelliera tedesca lo aspettava visibilmente contrariata e non ha dovuto giustificare questo o quel provvedimento inserito nell’ultima manovra finanziaria. L’unico sussulto si è avuto, durante l'incontro con i giornalisti, per un’uscita poco felice di una collaboratrice sul riposo del presidente.
Eh, stavolta è andata così. Mi spiace per quel mio ex direttore commerciale che, alla vigilia delle elezioni 2006, mi disse che Prodi e Berlusconi ci avrebbero entrambi inculato, ma perlomeno con il secondo dei due ci saremmo divertiti e per questo lo avrebbe votato: quei tempi son passati, spero per sempre, bisogna rassegnarsi. E, probabilmente, prendere atto che nella vita di ogni italiano maggiorenne politicamente responsabile è previsto, prima o poi, il doversi accontentare del governo Forlani in uno dei suoi innumerevoli remake. Se non altro per spurgarsi.
Dico che forse non ce ne siamo accorti perché è successo che il presidente del Consiglio italiano non ha guardato le gambe alle donne presenti, non ha raccontato barzellette sceme in conferenza stampa, non è stato accolto con malcelato imbarazzo dagli altri leader, non ha fatto le corna durante la foto ufficiale, né chiamato a gran voce qualcuno subito dopo, non ha perso tempo a spiegare per quale cacchio di motivo in Italia ce l’hanno tutti con lui, non si è fermato a parlare al telefonino mentre la cancelliera tedesca lo aspettava visibilmente contrariata e non ha dovuto giustificare questo o quel provvedimento inserito nell’ultima manovra finanziaria. L’unico sussulto si è avuto, durante l'incontro con i giornalisti, per un’uscita poco felice di una collaboratrice sul riposo del presidente.
Eh, stavolta è andata così. Mi spiace per quel mio ex direttore commerciale che, alla vigilia delle elezioni 2006, mi disse che Prodi e Berlusconi ci avrebbero entrambi inculato, ma perlomeno con il secondo dei due ci saremmo divertiti e per questo lo avrebbe votato: quei tempi son passati, spero per sempre, bisogna rassegnarsi. E, probabilmente, prendere atto che nella vita di ogni italiano maggiorenne politicamente responsabile è previsto, prima o poi, il doversi accontentare del governo Forlani in uno dei suoi innumerevoli remake. Se non altro per spurgarsi.
giovedì 8 dicembre 2011
La patrimoniale di Vendola e qualche cifra che non mi torna
Dobbiamo riconoscere che la manovra di Monti – con le sue iniquità, le sue pesantezze e i suoi compromessi per superare gli scogli parlamentari – ci sta facendo diventare tutti economisti e fiscalisti. E’ bellissimo: ognuno di noi si sente in diritto di sparare cifre.
Nichi Vendola, per esempio, ha appena narrato la sua finanziaria alternativa.
Vuole una patrimoniale straordinaria una tantum, che tassi “le ricchezze finanziarie liquide del 20% più abbiente della popolazione che ammontano a 2200 miliardi di euro. Con un’imposta al 10%, gettito potenziale 200 miliardi (impatto non invasivo in termini di riduzione del PIL)”.
Ora, magari son io che interpreto male e in tal caso invito i miei ventiquattro lettori a farmi capire dov'è che sbaglio. Ma io prendo alla lettera quel che dice Vendola e poi faccio finta di non vedere che si tratta di misura una tantum (ossia, una volta incassati i soldi, un po' di problemi di medio lungo periodo rimarrebbero), né che questi abbienti non hanno tutti lo stesso livello di reddito e quindi l’impatto del 10% non sarebbe lo stesso per ognuno di loro.
I contribuenti italiani sono circa 40 milioni.
In totale le entrate tributarie dello Stato sono sui 400 miliardi di euro: quindi, si avrebbero, in un solo anno, il 50% in più di entrate.
A carico di chi? Del 20% dei contribuenti italiani.
Il 20% più abbiente sono 8 milioni di persone.
Questi 8 milioni di persone devono dare – in media – 25mila euro a testa.
Cash. Subito. Senza dilazioni.
Ora, che si chiami Vendola, Bersani, Di Pietro, Monti, Berlusconi o PincoPallino: un politico che riuscisse a fare una roba del genere – ma ci riuscisse veramente – evitando impatti recessivi sull’economia e facendolo pure in modo equo (perché se stiamo alle dichiarazioni dei redditi, in quegli 8 milioni di italiani rientrerebbero pure tanti che dichiarano sui 30mila euro l’anno lordi e per i quali un’imposta straordinaria del 10% significherebbe parecchio...), io lo voterei subito, lo voterei per sempre e poi proporrei di erigergli un monumento in tutte le piazze d’Italia.
Con epigrafe al Miracle Man che realizzò la quadratura del cerchio.
Nichi Vendola, per esempio, ha appena narrato la sua finanziaria alternativa.
Vuole una patrimoniale straordinaria una tantum, che tassi “le ricchezze finanziarie liquide del 20% più abbiente della popolazione che ammontano a 2200 miliardi di euro. Con un’imposta al 10%, gettito potenziale 200 miliardi (impatto non invasivo in termini di riduzione del PIL)”.
Ora, magari son io che interpreto male e in tal caso invito i miei ventiquattro lettori a farmi capire dov'è che sbaglio. Ma io prendo alla lettera quel che dice Vendola e poi faccio finta di non vedere che si tratta di misura una tantum (ossia, una volta incassati i soldi, un po' di problemi di medio lungo periodo rimarrebbero), né che questi abbienti non hanno tutti lo stesso livello di reddito e quindi l’impatto del 10% non sarebbe lo stesso per ognuno di loro.
I contribuenti italiani sono circa 40 milioni.
In totale le entrate tributarie dello Stato sono sui 400 miliardi di euro: quindi, si avrebbero, in un solo anno, il 50% in più di entrate.
A carico di chi? Del 20% dei contribuenti italiani.
Il 20% più abbiente sono 8 milioni di persone.
Questi 8 milioni di persone devono dare – in media – 25mila euro a testa.
Cash. Subito. Senza dilazioni.
Ora, che si chiami Vendola, Bersani, Di Pietro, Monti, Berlusconi o PincoPallino: un politico che riuscisse a fare una roba del genere – ma ci riuscisse veramente – evitando impatti recessivi sull’economia e facendolo pure in modo equo (perché se stiamo alle dichiarazioni dei redditi, in quegli 8 milioni di italiani rientrerebbero pure tanti che dichiarano sui 30mila euro l’anno lordi e per i quali un’imposta straordinaria del 10% significherebbe parecchio...), io lo voterei subito, lo voterei per sempre e poi proporrei di erigergli un monumento in tutte le piazze d’Italia.
Con epigrafe al Miracle Man che realizzò la quadratura del cerchio.
mercoledì 7 dicembre 2011
I risparmi di Monti sulle Province
Ne avevo già scritto più e più volte nei mesi scorsi: l’abolizione delle Province potrà anche essere una riforma concettualmente giusta, ma è una misura poco incisiva ai fini del risparmio sui costi dello Stato.
Ben lungi dai mirabolanti risparmi di spesa prospettati dai grillotravagli (miliardi e miliardi di euro e chi spara la cifra più alta vince il pelouche confezionato dalle groupies), la relazione tecnica (pagina 36) alla manovra del governo spiega, a proposito dello svuotamento delle funzioni provinciali (non è un’abolizione, ma poco ci manca): “per quanto attiene i c.d. ‘costi della politica’ che – da dati SIOPE – ammontano a circa 130milioni di euro lordi, appare verosimile considerare una riduzione percentuale nell’ordine del 50%, considerando che rimarrebbero quali organi i Presidenti e i componenti del Consiglio e che dovrà essere assicurato un supporto di segreteria (…). Il risparmio di spesa associabile al complesso normativo in esame – 65 milioni di euro lordi – è destinato a prodursi dal 2013 e peraltro in via prudenziale non viene considerato in quanto verrà registrato a consuntivo”.
130 milioni di euro è circa lo 0,007% del debito pubblico.
130 milioni di euro è circa lo 0,018% della spesa pubblica.
E parlo dei 130 milioni di euro disponibili, non dei 65 sui quali conta l’esecutivo.
Insomma, se da un lato la relazione tecnica conferma quanto su questo mediocrissimo blogghettino si diceva mesi fa (la cifra che si può risparmiare è modesta e nemmeno immediata e i veri risparmi si potranno avere nel medio-lungo periodo con le economie di scala se il trasferimento delle funzioni alle Regioni e ai Comuni avverrà cum grano salis), smentendo i pasdaran dell’“abolire subito le Province per ridurre il debito pubblico”, dall’altro lo svuotamento del ruolo di questi enti locali è il dazio che il governo Monti ha pagato a mesi e mesi di stupidaggini demagogiche. Un provvedimento inutile (e speriamo che alla fine non si riveli addirittura controproducente) ai fini della riduzione della spesa, ma necessario per dare un segnale a un’opinione pubblica malata di banalità e superficialità e farle digerire meglio altri provvedimenti. Forse l’emblema di una manovra iniqua, brutta, lacunosa quanto vogliamo, ma – ahinoi – irrinunciabile.
AGGIORNAMENTO 08.12 ore 10.15: stamani parecchi quotidiani parlano della questione delle Province, dello svuotamento delle loro funzioni e del rinvio dei tagli. Perlopiù ricalcano certi slogan dei mesi scorsi (i giornali hanno parecchie responsabilità in questo dibattito), ma fa piacere che un osservatore attento come Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, alla fine riconosca che i veri risparmi non derivino dai cosiddetti costi della politica, ma quelli "in prospettiva" legati ai passaggi burocratici. Se fin dall'inizio il ragionamento si fosse concentrato su questo aspetto, forse tutto il dibattito avrebbe preso un'altra piega. Più ragionevole.
Ben lungi dai mirabolanti risparmi di spesa prospettati dai grillotravagli (miliardi e miliardi di euro e chi spara la cifra più alta vince il pelouche confezionato dalle groupies), la relazione tecnica (pagina 36) alla manovra del governo spiega, a proposito dello svuotamento delle funzioni provinciali (non è un’abolizione, ma poco ci manca): “per quanto attiene i c.d. ‘costi della politica’ che – da dati SIOPE – ammontano a circa 130milioni di euro lordi, appare verosimile considerare una riduzione percentuale nell’ordine del 50%, considerando che rimarrebbero quali organi i Presidenti e i componenti del Consiglio e che dovrà essere assicurato un supporto di segreteria (…). Il risparmio di spesa associabile al complesso normativo in esame – 65 milioni di euro lordi – è destinato a prodursi dal 2013 e peraltro in via prudenziale non viene considerato in quanto verrà registrato a consuntivo”.
130 milioni di euro è circa lo 0,007% del debito pubblico.
130 milioni di euro è circa lo 0,018% della spesa pubblica.
E parlo dei 130 milioni di euro disponibili, non dei 65 sui quali conta l’esecutivo.
Insomma, se da un lato la relazione tecnica conferma quanto su questo mediocrissimo blogghettino si diceva mesi fa (la cifra che si può risparmiare è modesta e nemmeno immediata e i veri risparmi si potranno avere nel medio-lungo periodo con le economie di scala se il trasferimento delle funzioni alle Regioni e ai Comuni avverrà cum grano salis), smentendo i pasdaran dell’“abolire subito le Province per ridurre il debito pubblico”, dall’altro lo svuotamento del ruolo di questi enti locali è il dazio che il governo Monti ha pagato a mesi e mesi di stupidaggini demagogiche. Un provvedimento inutile (e speriamo che alla fine non si riveli addirittura controproducente) ai fini della riduzione della spesa, ma necessario per dare un segnale a un’opinione pubblica malata di banalità e superficialità e farle digerire meglio altri provvedimenti. Forse l’emblema di una manovra iniqua, brutta, lacunosa quanto vogliamo, ma – ahinoi – irrinunciabile.
AGGIORNAMENTO 08.12 ore 10.15: stamani parecchi quotidiani parlano della questione delle Province, dello svuotamento delle loro funzioni e del rinvio dei tagli. Perlopiù ricalcano certi slogan dei mesi scorsi (i giornali hanno parecchie responsabilità in questo dibattito), ma fa piacere che un osservatore attento come Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, alla fine riconosca che i veri risparmi non derivino dai cosiddetti costi della politica, ma quelli "in prospettiva" legati ai passaggi burocratici. Se fin dall'inizio il ragionamento si fosse concentrato su questo aspetto, forse tutto il dibattito avrebbe preso un'altra piega. Più ragionevole.
Partiti politici e sondaggi online
Stavo guardando: sul sito dell'Italia dei Valori c’è una sorta di referendum rivolto ai lettori ai cui è chiesto se sono d’accordo oppure no con la manovra del governo Monti.
La scorsa settimana era stato Beppe Grillo a lanciare una consultazione on line, domandando se l’Italia deve uscire dall’euro.
La domanda – mia, stavolta – sorge spontanea. Ma un partito (o un movimento politico) su questioni tanto fondamentali e fondanti deve chiedere il parere dei simpatizzanti e iscritti e votanti e adeguarvisi o, al contrario, deve guidarli?
Intendiamoci: la partecipazione è fondamentale. E i cittadini devono poter dire la loro sulle questioni e più queste sono importanti e più è giusto consultarli. La stessa Costituzione prevede l’istituto del referendum, sia abrogativo per le leggi ordinarie che confermativo per quelle costituzionali di recente approvazione parlamentare.
Però un partito esiste anche perché in certe occasioni deve gettare il cuore oltre l’ostacolo e farsi carico di decisioni non sempre popolari; anzi, la propria capacità di elaborazione politica e la propria credibilità si misurano anche – e a volte soprattutto – su questa base.
E’ la solita frase di De Gasperi tanto citata ultimamente, insomma, quella che lo statista non pensa alle prossime elezioni politiche, ma alle prossime generazioni. Se siamo al punto in cui siamo, infatti, è anche perché negli ultimi vent’anni ci sono stati partiti che sono andati per la maggiore costruendo il loro successo elettorale determinando le loro azioni sulla base dei sondaggi d’opinione. La gente non vuol pagare le tasse? E noi diciamo basta tasse. La gente ce l’ha con gli immigrati extracomunitari? E noi diciamo basta con gli immigrati extracomunitari. Così il dibattito è andato sempre peggiorando e banalizzandosi.
Che poi, una volta che si propongono simili sondaggi vanno pure assecondati: l’orizzonte politico-temporale del partito o del leader in questione è quello di un clic?
A meno che la scelta di rivolgersi ai propri elettori (o e-lettori, nel senso che è gente che va sul sito web di un personaggio e legge quel che costui scrive) non sia lo solita paraculata demagogica per far vedere che si è il partito vicino ai cittadini. Peccato che il modo migliore di essere vicini ai cittadini talvolta sia distaccarsene il più possibile. Già, ma vallo a spiegare a Grillo, a Di Pietro e ai loro consulenti di marketing elettorale.
La scorsa settimana era stato Beppe Grillo a lanciare una consultazione on line, domandando se l’Italia deve uscire dall’euro.
La domanda – mia, stavolta – sorge spontanea. Ma un partito (o un movimento politico) su questioni tanto fondamentali e fondanti deve chiedere il parere dei simpatizzanti e iscritti e votanti e adeguarvisi o, al contrario, deve guidarli?
Intendiamoci: la partecipazione è fondamentale. E i cittadini devono poter dire la loro sulle questioni e più queste sono importanti e più è giusto consultarli. La stessa Costituzione prevede l’istituto del referendum, sia abrogativo per le leggi ordinarie che confermativo per quelle costituzionali di recente approvazione parlamentare.
Però un partito esiste anche perché in certe occasioni deve gettare il cuore oltre l’ostacolo e farsi carico di decisioni non sempre popolari; anzi, la propria capacità di elaborazione politica e la propria credibilità si misurano anche – e a volte soprattutto – su questa base.
E’ la solita frase di De Gasperi tanto citata ultimamente, insomma, quella che lo statista non pensa alle prossime elezioni politiche, ma alle prossime generazioni. Se siamo al punto in cui siamo, infatti, è anche perché negli ultimi vent’anni ci sono stati partiti che sono andati per la maggiore costruendo il loro successo elettorale determinando le loro azioni sulla base dei sondaggi d’opinione. La gente non vuol pagare le tasse? E noi diciamo basta tasse. La gente ce l’ha con gli immigrati extracomunitari? E noi diciamo basta con gli immigrati extracomunitari. Così il dibattito è andato sempre peggiorando e banalizzandosi.
Che poi, una volta che si propongono simili sondaggi vanno pure assecondati: l’orizzonte politico-temporale del partito o del leader in questione è quello di un clic?
A meno che la scelta di rivolgersi ai propri elettori (o e-lettori, nel senso che è gente che va sul sito web di un personaggio e legge quel che costui scrive) non sia lo solita paraculata demagogica per far vedere che si è il partito vicino ai cittadini. Peccato che il modo migliore di essere vicini ai cittadini talvolta sia distaccarsene il più possibile. Già, ma vallo a spiegare a Grillo, a Di Pietro e ai loro consulenti di marketing elettorale.
martedì 6 dicembre 2011
Angeletti e Bonanni fuori tempo massimo. Fuori tempo. Fuori!
Caro Raffaele Bonanni
Caro Luigi Angeletti
ho dato un'occhiata ad alcune interviste d’archivio nella rassegna stampa della Camera.
Una delle frasi che mi hanno colpito è la seguente:
“Questo governo è in carica da pochi mesi. Perché dovremmo fargli le barricate senza solidi argomenti?”
La riconosce, segretario della Uil?
E questa frase, incredibile a rileggerla oggi:
“Riconosco a Tremonti il merito di aver capito subito cosa stava succedendo nel mondo e di essersi concentrato sulle cose essenziali”
le dice niente, segretario della Cisl?
Ah, a proposito:“Io ritengo che il sindacalismo significa dialogare con il governo centrale e con quelli locali per trovare soluzioni, con un lavoro paziente e quotidiano”. Eh sì, Bonanni: era con questi argomenti che Lei contestava la vena scioperante della Cgil.
Devo continuare con le cialtronate che avete detto e fatto in questi anni? E con i vostri peccati di omissione?
Se ora l’Italia è ridotta a una casa diroccata da ricostruire completamente, voi non siete esenti da responsabilità. Del resto – Angeletti lo ha detto in un’intervista rilasciata un annetto fa – “il governo, in questi due anni, ha accolto le nostre richieste”. Bene. Il governo le ha accolte. Non sono servite a niente, evidentemente: complimenti pure a voi.
Direte: ...ma perché la Cgil, invece?
La Cgil forse ha commesso anche più errori di voi, ma perlomeno è stata coerente. Voi avete dormito per anni e ora, non si sa con quale credibilità e con quale autorevolezza, siete lì a proclamare mobilitazioni e scioperi.
Certo, la manovra varata ieri dal governo ha elementi davvero odiosi, avrebbe dovuto essere più equa, non è innovativa, tolte le pensioni non fa riforme strutturali. Ma voi, in questi anni, dove eravate? Perché non avete scioperato quando c’era un altro esecutivo che la crisi la negava e come misura anticiclica prevedeva la detassazione degli straordinari ben sapendo che in tempi di crisi gli straordinari non li fa nessuno? Perché vi svegliate soltanto ora? Sì, certo: la deindicizzazione delle pensioni a mille euro è una cosa davvero brutta. Ma volete che mio padre vi porti le sue buste da un paio di anni a questa parte, per farvi vedere che la sua rendita da mille euro già ai tempi di Berlusconi valeva sempre meno, con il vostro silenzio assenso?
Tre anni fa dicevate che il governo doveva lavorare, bisognava dargli tempo. Aggiungevate che lo sciopero non serviva a niente e, anzi, era un danno all'economia. Oggi che, soprattutto a causa delle scelte di quell’esecutivo a cui avete accordata tanta fiducia, i margini di manovra sono ristretti, non siete disposti a concedere niente. Sciopero e mobilitazione, subito e senza appello. Alé, sia mai detto che i pensionati iscritti ai vostri sindacati poi non rinnovino la tessera, ché tanto è questa la vostra unica preoccupazione.
La differenza tra voi e Berlusconi è che quest’ultimo è stato sfiduciato, si è dimesso e forse (si spera) non potrà più ripresentarsi come presidente del Consiglio. Voi invece siete sempre lì, a pontificare, a chiacchierare, a essere inutili protagonisti di un’Italia che tutti vorremmo lasciarci alle spalle.
Caro Luigi Angeletti
ho dato un'occhiata ad alcune interviste d’archivio nella rassegna stampa della Camera.
Una delle frasi che mi hanno colpito è la seguente:
“Questo governo è in carica da pochi mesi. Perché dovremmo fargli le barricate senza solidi argomenti?”
La riconosce, segretario della Uil?
E questa frase, incredibile a rileggerla oggi:
“Riconosco a Tremonti il merito di aver capito subito cosa stava succedendo nel mondo e di essersi concentrato sulle cose essenziali”
le dice niente, segretario della Cisl?
Ah, a proposito:“Io ritengo che il sindacalismo significa dialogare con il governo centrale e con quelli locali per trovare soluzioni, con un lavoro paziente e quotidiano”. Eh sì, Bonanni: era con questi argomenti che Lei contestava la vena scioperante della Cgil.
Devo continuare con le cialtronate che avete detto e fatto in questi anni? E con i vostri peccati di omissione?
Se ora l’Italia è ridotta a una casa diroccata da ricostruire completamente, voi non siete esenti da responsabilità. Del resto – Angeletti lo ha detto in un’intervista rilasciata un annetto fa – “il governo, in questi due anni, ha accolto le nostre richieste”. Bene. Il governo le ha accolte. Non sono servite a niente, evidentemente: complimenti pure a voi.
Direte: ...ma perché la Cgil, invece?
La Cgil forse ha commesso anche più errori di voi, ma perlomeno è stata coerente. Voi avete dormito per anni e ora, non si sa con quale credibilità e con quale autorevolezza, siete lì a proclamare mobilitazioni e scioperi.
Certo, la manovra varata ieri dal governo ha elementi davvero odiosi, avrebbe dovuto essere più equa, non è innovativa, tolte le pensioni non fa riforme strutturali. Ma voi, in questi anni, dove eravate? Perché non avete scioperato quando c’era un altro esecutivo che la crisi la negava e come misura anticiclica prevedeva la detassazione degli straordinari ben sapendo che in tempi di crisi gli straordinari non li fa nessuno? Perché vi svegliate soltanto ora? Sì, certo: la deindicizzazione delle pensioni a mille euro è una cosa davvero brutta. Ma volete che mio padre vi porti le sue buste da un paio di anni a questa parte, per farvi vedere che la sua rendita da mille euro già ai tempi di Berlusconi valeva sempre meno, con il vostro silenzio assenso?
Tre anni fa dicevate che il governo doveva lavorare, bisognava dargli tempo. Aggiungevate che lo sciopero non serviva a niente e, anzi, era un danno all'economia. Oggi che, soprattutto a causa delle scelte di quell’esecutivo a cui avete accordata tanta fiducia, i margini di manovra sono ristretti, non siete disposti a concedere niente. Sciopero e mobilitazione, subito e senza appello. Alé, sia mai detto che i pensionati iscritti ai vostri sindacati poi non rinnovino la tessera, ché tanto è questa la vostra unica preoccupazione.
La differenza tra voi e Berlusconi è che quest’ultimo è stato sfiduciato, si è dimesso e forse (si spera) non potrà più ripresentarsi come presidente del Consiglio. Voi invece siete sempre lì, a pontificare, a chiacchierare, a essere inutili protagonisti di un’Italia che tutti vorremmo lasciarci alle spalle.
lunedì 5 dicembre 2011
Quel remoto sapore di normalità
L’ho scritto tante volte e più di una volta sono arrivato a pensare che forse ero io a sbagliare. Poi ieri sera ho sentito Mario Monti in conferenza stampa. Anni e anni di invettive dipietresche, di narrazioni vendoliane, di vaffanculi grillini, di accigliati editoriali travagliotti, di sapide metafore bersaniane e invece erano sufficienti poche parole, quasi sussurrate, che riguardassero il merito dei provvedimenti berlusconiani. Con due caratteristiche, che nessuno dei leader dello schieramento antiberlusconiano ha potuto vantare, in questi anni: l’autorevolezza e la credibilità nel pronunciarle.
Io ieri sera mi sono guardato una conferenza stampa manco fosse la finale dei mondiali di calcio. E vedevo un presidente del Consiglio, dei ministri e dei sottosegretari – e magari anche ironizzando sul loro aspetto fisico o sulle loro umane debolezze – che erano davvero un presidente del Consiglio, dei ministri e dei sottosegretari, non degli imbonitori impegnati in una farsa televisiva. Non ci ero più abituato. E’ accaduto così che ogni tanto quei personaggi tiravano fuori alcune frasette – reintroduciamo l’Ice perché pensiamo che serva alle nostre imprese, non condoni, non mi sentirete mai dire ce lo chiede l’Europa – che smontavano pezzo per pezzo, e nel merito, le politiche berlusconiane ed erano credibili.
Da un lato ero contento.
Dall’altro ero triste, pensando a tutto il tempo che abbiamo perso.
Questo non sarà il miglior governo possibile e la manovra che è stata varata non è la più bella né la più equa del mondo. Ma finalmente respiriamo normalità!
Io ieri sera mi sono guardato una conferenza stampa manco fosse la finale dei mondiali di calcio. E vedevo un presidente del Consiglio, dei ministri e dei sottosegretari – e magari anche ironizzando sul loro aspetto fisico o sulle loro umane debolezze – che erano davvero un presidente del Consiglio, dei ministri e dei sottosegretari, non degli imbonitori impegnati in una farsa televisiva. Non ci ero più abituato. E’ accaduto così che ogni tanto quei personaggi tiravano fuori alcune frasette – reintroduciamo l’Ice perché pensiamo che serva alle nostre imprese, non condoni, non mi sentirete mai dire ce lo chiede l’Europa – che smontavano pezzo per pezzo, e nel merito, le politiche berlusconiane ed erano credibili.
Da un lato ero contento.
Dall’altro ero triste, pensando a tutto il tempo che abbiamo perso.
Questo non sarà il miglior governo possibile e la manovra che è stata varata non è la più bella né la più equa del mondo. Ma finalmente respiriamo normalità!
domenica 4 dicembre 2011
Quelli che si svegliano ora e quelli che ancora dormono
Quelli che si svegliano ora sono i partiti che pensavano bastasse far cadere Berlusconi e mettere un bravo economista al suo posto per risolvere le cose, magari trovando soluzioni a cui nessuno aveva mai pensato, manco Monti fosse Silvan. Si erano probabilmente illusi di potersela cavare a buon mercato o di non dover mettere la loro faccia e la loro firma su provvedimenti ad alto tasso di impopolarità a poco più di un anno dalle elezioni politiche.
Quelli che ancora non si svegliano sono gli economisti che pontificano sui giornali. Loro hanno la ricetta facile facile, ma possono permettersi tutto: non hanno da far approvare a un Parlamento di irresponsabili una manovra finanzaria, non hanno l’esigenza del consenso di un migliaio di tizi affinché un disegno di legge diventi operativo. E allora parlano, parlano. E scrivono, scrivono.
Quelli che si svegliano ora sono la Cisl e la Uil. Per quasi un decennio hanno accettato praticamente tutto dai governi Berlusconi – a partire dagli atteggiamenti di rottura con la Cgil – e ora che devono assumersi la loro parte di responsabilità scoprono la vena barricadera.
Quelli che ancora non si svegliano sono i partiti che preferiscono cianciare di secessione e altre amenità, per avere lo zero virgola o anche l’uno virgola in più alle prossime elezioni. Sai che goduria, dover governare un Paese in bancarotta... Ma, infatti, il loro obiettivo non è governare: è rimanere all’opposizione, scaldando uno scranno a Montecitorio nei panni dei difensori della gggente. Non hanno ancora capito che i bei tempi da perdenti vincenti son terminati.
Quelli che ancora non si svegliano sono gli economisti che pontificano sui giornali. Loro hanno la ricetta facile facile, ma possono permettersi tutto: non hanno da far approvare a un Parlamento di irresponsabili una manovra finanzaria, non hanno l’esigenza del consenso di un migliaio di tizi affinché un disegno di legge diventi operativo. E allora parlano, parlano. E scrivono, scrivono.
Quelli che si svegliano ora sono la Cisl e la Uil. Per quasi un decennio hanno accettato praticamente tutto dai governi Berlusconi – a partire dagli atteggiamenti di rottura con la Cgil – e ora che devono assumersi la loro parte di responsabilità scoprono la vena barricadera.
Quelli che ancora non si svegliano sono i partiti che preferiscono cianciare di secessione e altre amenità, per avere lo zero virgola o anche l’uno virgola in più alle prossime elezioni. Sai che goduria, dover governare un Paese in bancarotta... Ma, infatti, il loro obiettivo non è governare: è rimanere all’opposizione, scaldando uno scranno a Montecitorio nei panni dei difensori della gggente. Non hanno ancora capito che i bei tempi da perdenti vincenti son terminati.
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