Ho il timore che quando si parla di articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si sappia bene di cosa si parli o che il discorso sia fuorviato dall’ideologia (in un senso e nell’altro, intendiamoci).
Oggi, per esempio, il premiato duo iperliberista Alesina & Giavazzi, sul Corriere della Sera, scrive che la battaglia per eliminare quella disposizione è fondamentale perché “per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’articolo 18, e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa”.
Ora, a parte che – se così fosse – i precari esisterebbero solamente nelle aziende con più di quindici dipendenti e questo non è vero, sarà il caso di rileggersi il testo dell’articolo in questione?
Esso prevede che il giudice ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato “senza giusta causa o giustificato motivo”.
Allora, siccome la formula “senza giusta causa o giustificato motivo” a casa mia ha un significato abbastanza chiaro, i casi sono tre.
Caso uno: Alesina & Giavazzi (e molti altri con loro) hanno una strana idea dell'imprenditoria italiana e pensano che il vero motivo del mancato sviluppo delle aziende e della precarietà del lavoro sia che uno non possa licenziare un suo dipendente senza giusto motivo. Per rilanciare lo sviluppo e stare tutti meglio, il titolare o l'amministratore deve essere in grado di svegliarsi una mattina, decidere che Pinco Pallo gli sta sugli zebedei (deh, ha partecipato a uno sciopero l'altra settimana!) e mandarlo a casa senza troppe ansie, altrimenti è lui a correre “un rischio troppo elevato”. In questa maniera non esisterebbe più – secondo i due autorevoli economisti – la precarietà. E certo che no: l’importante è che i lavoratori subordinati non vivano come precarietà la possibilità di essere mandati a casa dall’oggi al domani soltanto perché al loro datore di lavoro gli gira storta.
Caso due: Alesina & Giavazzi pensano che i casi di licenziamento per scarso rendimento, crisi economica, indisciplina, troppi giorni di malattia, disonestà rientrino nella casistica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Li voglio rincuorare: non è così. La Corte di Cassazione in più circostanze (per esempio, sentenza 21121/2004, ma anche 10672/2007) ha ribadito che, in virtù del tanto vituperato articolo 41 della Costituzione (quello che secondo Tremonti non tutela abbastanza la libera iniziativa) il giudice non può sindacare la scelta di un imprenditore di ridurre il personale per motivi economici, ma soltanto la reale sussistenza e la non pretestuosità del motivo addotto dall’imprenditore. E’ vero che ci sono sentenze, sempre della Corte di Cassazione, che muovono da interpretazioni più restrittive, ma il licenziamento per giusta causa e motivi economici viene comunque ribadito.
Caso numero tre: Alesina & Giavazzi, al contrario di quanto vogliono farci credere, hanno un approccio ideologico alla questione articolo 18 non meno forte di Maurizio Landini e della Fiom.
Secondo me, è il caso numero tre quello giusto.
A&G battono i pugni sul tavolo perché temono di non esser ascoltati.
RispondiEliminaCaso numero quattro : A&G insieme con il 99% degli imprenditori italiani ritengono , forse ideologicamente , forse erroneamente , che la giurisprudenza dia un interpretazione molto estesa del concetto di “senza giusta causa o giustificato motivo” e basano il loro operato su questa convinzione .
RispondiEliminaOrmazad
La terza che hai scritto. E di approcci visceralmente ideologici - da una parte e dall'altra, beninteso - ne ho da un pezzo le tasche piene: sono miopi e controproducenti.
RispondiEliminaBea
Da stefanofassiniano (e quindi di parte), confesso che mi piace molto il tuo approccio equilibrato e obiettivo. Sull'art. 18 anche persone altrimenti apprezzabili come Francesco Costa perdono la bussola, tu invece riesci sempre a mantenere il punto senza essere banale.
RispondiEliminaBravo! :)
@ Ormazad
RispondiEliminaè una convinzione errata. in realtà, da un lato ti ho ricordato le sentenza della Cassazione, che sono molto meno drastiche di quanto possano pensare il 99% degli imprenditori. e poi c'è pure uno studio dei professori paladini e gabrielli sulle sentenze relative ai licenziamenti a roma nel 2001: è molto limitata sia temporalmente che geograficamente, ma ci dice che in realtà nella maggior parte dei casi studiati danno torto ai lavoratori...
Può anche essere errata (sinceramente ne dubito)ma è quella che regola il comportamento di datori di lavoro e di dipendenti , per cui è quella che vale .
EliminaOrmazad
@ Ormazad
Eliminale imprese italiane sono sempre state molto restie a farsi quotare in borsa. sbaglieranno, ma è l'atteggiamento che regola il comportamento dei datori di lavoro, per cui è quello che vale. e quindi, aboliamo le borse...
La legge regola i comportamenti delle persone , la borsa no .
EliminaOrmazad
Ichino sostiene che la causa economica viene considerata, dai giudici, solo quando un'azienda è praticamente sull'orlo del fallimento, ovvero quando è di gran lunga troppo tardi.
RispondiEliminaPer non farsi prendere da opposti ideologismi, bisognere cmq vedere se quanto dicono A&G è vero o falso: loro dicono che l'art. 18 ce l'abbiamo solo noi, e sarebbe un argomento importante.
Peraltro, anche il fatto che i giudici possano spesso dare torto ai lavoratori è relativo: per arrivare ad un punto fermo può passare una vita, ci sono ricorsi, controricorsi, incertezze: tutti costi insostenibili.
D'altra parte, ICHINO STESSO non ha mai sostenuto di voler rilanciare l'occupazione con questa riforma (se non indirettamente perché la proposta snellirebbe il diritto del lavoro e attirerebbe più capitali stranieri), bensì di dare più diritti a chi non ne ha.
E il quisquibus è tutto qui.
Uqbal
D'accordo cone te. L'art.18 non è un tabù, ma un normale diritto del lavoratore. Senza si tornerebbe ai licenziamenti per ritorsione. Un lavoratore non potrebbe scioperare, o nemmeno tesserarsi ad un sindacato, senza paura di essere licenziato.
RispondiEliminaE poi siamo sicuri che questo gioverebbe davvero all'economia? Praticamente diventerebbero tutti precari. Nessuna banca potrebbe fornire un mutuo perchè il lavoratore potrebbe essere licenziato in qualsiasi momento, senza garanzie di stabilità. Insomma, non è uno scenario molto divertente.
L'art.18 dovrebbe essere modificato al limite, ma non rimosso. Una possibile alternativa potrebbe essere questa: un azienda in crisi (e deve dimostrare di essere in crisi) può licenziare per ristabilire il bilancio (e deve dimostrare che questi licenziamenti ristabiliscano effettivamente il bilancio) contribuendo poi al sussidio (come dicono anche quelli del Corriere).
Se viene il giudice del lavoro a gestire la ditta facciamo prima :-)
EliminaOrmazad
Sestili
RispondiEliminaBella forza: siete d'accordo. Costa argomenta quel che dice e non perde nessuna bussola (e qua al limite sono io a farla facile, visto che sono d'accordo con lui).
NUCS argomenta quello che dice, mentre quell'ideologismo che denuncia io lo vedo spesso nei difensori dell'art. 18. Molti, talvolta in buona fede (anche se informarsi, prima di parlare, sarebbe doveroso) criticano di Ichino cose che non sono assolutamente di Ichino.
Leonardo Tondelli (che mi fa incazzare con una biscia, infatti) per esempio, prima si è inventato una proposta Ichino inesistente nella realtà, poi, a fronte delle correzioni di Ichino, si è ridotto a dire sull'Unità che secondo lui Ichino sbaglia perché...perché...perché a lui pare così, e stop.
E non si fa così.
Uqbal
@ Uqbal
RispondiEliminati posso assicurare - per esperienza diretta - che non è assolutamente vero che la causa economica viene considerata solamente quando l'azienda è sull'orlo del fallimento (peraltro la sentenza della Cassazione che cito fa riferimento non a una riduzione del personale per crisi economica, ms a riorganizzazione per incremento dei profitti).
ma se così fosse, allora non sarebbe IN OGNI CASO da abrogare l'articolo 18, bensì basterebbe riformare la normativa sui licenziamenti per motivi economici (legge 604/1966). e allora la dmanda diventerebbe la seguente: perché si parla soltanto dell'articolo 18 anziché di altre leggi ordinarie?
NUCS
RispondiEliminaL'isteria sull'art.18 infatti non nasce da Ichino, che peraltro non ne propugna l'abolizione, ma dal fatto che come si accenna alla possibilita' che il diritto del lavoro cambi, partono le sirene: "Ci volete togliere i diritti!", "Ci volete cinesizzare", "Venduti!".
Sempre per citare Tondelli, che reputo rappresentativo di questa maniera di ragionare, si e' arrivati al punto che chiedere ferie, malattia e stabilita' per tutti e' da "ossessionati".
Ora: non si vuole toccare l'art. 18? Benissimo, pero' spiegatemi come fare a garantire diritti ai lavoratori che oggi non ne hanno (sono disposto ad ammettere che questo e' un lieve scarto rispetto al tema di A&G).
Oggi si ripiega sulla proposta Boeri-Garibaldi, che e' gia' qualcosa, ma fino all'altro ieri anche quella era tabu' (anzi, per la Camusso e' ancora tabu' anche solo parlare della cosa...sembra si parli di Voldemort...)
Uqbal
@ Uqbal
RispondiEliminasai bene che io il CUI l'ho sempre sostenuto e non come ripiego.
e, come ho già avuto modo di spiegare, credo che l'arroccamento sull'articolo 18 sia legato al combinato disposto di avere avuto
1. sino a due mesi fa un governo che puntava soltanto a dividere i sindacati isolando quello numericamente più rappresentativo;
2. un dibattito che partiva dall'abolizione dell'articolo 18 senza però indicare un modello di welfare alternativo.
ora invece siamo nella situazione che di un modello di welfare alternativo se ne parla, ma se ne può parlare e basta perché non ci sono soldi!
"il giudice (...) può sindacare (...) la reale sussistenza e la non pretestuosità del motivo addotto dall’imprenditore"
RispondiEliminaE ti pare poco? Storie di vita vissuta: metti che un'azienda, che sta facendo utili, decide di licenziare il 10% del personale perché il titolo in borsa è calato. O metti che licenzia perché ha deciso di cambiare strategia aziendale per il futuro, o perché il management prevede che negli anni a venire avrà bisogno di meno manodopera e prevenire è meglio che curare, etc. etc. Non esiste che debba subordinare le sue scelte alla decisione di un giudice. Ovvero esiste in Italia, il che è una delle ragioni per cui le aziende straniere ne stanno alla larga il più possibile.
@ Philip
Eliminala sentenza della cassazione che ho citato fa riferimento proprio a un caso del genere: l'azienda che manda a casa non perché sta andando male, ma perché vuole migliorare i profitti. e la cassazione le dà ragione. e comunque si torna al discorso di prima: modifica la legge sui licenziamenti per motivi economici, non l'articolo 18.
Concorderai che dover dipendere dall'opinione di un giudice sulla sussistenza o meno dei motivi per licenziare è quanto meno aleatorio.
EliminaPerché un'impresa dovrebbe venire ad investire in Italia dove i licenziamenti vanno in mano ai sindacati, agli avvocati, etc.? All'estero tu vieni licenziato, punto e basta. E invece di andare dal sindacato o dall'avvocato ti cerchi un altro lavoro.
Altra storia di vita vissuta: quando un'impresa vuole licenziare qualcuno in Italia gli chiede gentilmente di dare le dimissioni in cambio di una buonuscita di qualche mensilità (6, 12, 18 mesi a seconda dei casi) di stipendio. Ovvero il welfare è carico dell'impresa invece che dello stato.
Quindi in definitiva: il licenziamento è un costo. Che si somma al costo del lavoro e della produttività in Italia.
@ Philip
Elimina"all'estero si fa così" è un bel luogo comune che andrebbe sfatato.
in germania - paese che sta andando benino, mi pare - se vieni licenziato vai dal sindacato o dall'avvocato come in italia, anche se la legislazione è diversa perché, guarda caso, pur non essendoci un articolo 18 però non è così semplice licenziare.
e quanto al welfare a carico dell'impresa anziché dello stato, leggiti l'articolo di alesina e giavazzi, due pericolosi comunisti.
NUCS
EliminaNon puoi scrivere che "all'estero si fa cosi' e poi attaccare con "In Germania...".
Prendere d'esempio quel che accade all'estero (in un senso e nell'altro) puo' essere piu' che utile, per evitare il peggio e copiare il meglio.
Uqbal
@ Uqbal
Eliminaho portato l'esempio della germania perché "all'estero" significa tutto e niente. allora se tu mi dici che "all'estero" si fa così io ti porto un caso (ma avrei potuto portarne tanti altri) in cui "all'estero" non si fa così!
Continuo con le storie di vita vissuta: a un direttore di un'impresa con uffici in vari paesi in europa il dipartimento del personale ha raccomandato di assumere, nei limiti del possibile, dove vuole fuorché in Italia e in Francia (i due paesi con il diritto del lavoro più favorevole al dipendente).
EliminaNon conosco il diritto tedesco, ma in quell'azienda la Germania non è nella "lista nera". Più in generale mi viene da dire che ogni paese ha le protezioni sociali che si può permettere.
Tempo fa citai qui l'esempio della Lehman Brothers: a Manhattan i licenziati portarono via le loro cose con una scatola di cartone e si cercarono un nuovo lavoro, a Milano metà di loro si rivolse all'avvocato: queste sono cose che le aziende sanno perfettamente.
Dopo di che quando dico "all'estero" suggerisco di guardare chi e con quali politiche è riuscito a ridurre la disoccupazione e chi non c'è riuscito. Fatto ciò si decida quanti bocconi amari si è disposti a mandare giù (se si è disposti a farlo), e quali obiettivi si intende raggiungere.
Per il resto (non ho ancora letto l'articolo di Giavazzi e Alesina) sono d'accordo con te: non è solo l'art.18. Quella è la norma più "dura", ma è tutto il diritto del lavoro (e la relativa fiscalità) a dover essere ripensato (sempre in rapporto agli obiettivi che si vuole raggiungere).
il nolo del contendere è complesso , da una parte i lavoratori (quelli non precari e nelle aziende oltre i 15 dipendenti , quindi una frazione del totale) vogliono le garanzia, i datori di lavoro volionon eliminare l'obbligo del rientro.
RispondiEliminaMi sembra di capire che l'intenzione dei datori di lavoro sia di disfarsi (a titolo oneroso) dell'esigua minoranza di lavoratori scomodi , tipo i sindacalisti , per esempio.
Ovvero gli si da la buonuscita e arrivederci e grazie!
Non li biasimo , d'altro canto la soluzione qual'è, e chiaro che nessuno assume ormai senza un contratto a termine, e da parecchi anni.
Quindi o eliminiamo i contratti a termine e permettiamo solo assunzioni a tempo indeterminato oppure aboliamo l'obbligo del reintegro del lavoratore licenziato.
D'altro canto se nel mercato del lavoro ci sono più lavoratori in cerca di posti disponibili , occorre rivedere le condizioni del lavoro stesso, altrimenti la parola "mercato" non avrebbe senso.
Come si diceva negli anni 30 in America , "non esistono buoni o cattivi lavori , faticosi o facili , esistono solo lavori , e basta"
Ovvero , o ti prendi il lavoro , e alle condizioni che ti offrono, oppure ne fai a meno.
Semmai bisogna discutere di un risarcimento economico tale che renda difficile licenziare un cinquantenne a tempo "indeterminato" per lasciare il posto ad un trentenne precario.
Purtroppo è la situazione economica attuale che ce lo impone ( e la voglia di liberarsi di quell'1 per cento "scomodo", lo ammetto.
Inoltre la vera rivoluzione relativa alla legislazione precedente è l'eliminazione dell'obbligo di rientro.
Ovvero , ti licenziano , ti offrono un "bonus" magari superiore di alcune mensilità al minimo di legge e ti dicono:
"o così , oppure ci fai causa , non ti riprendi comunque il posto di lavoro , spendi i soldi dell'avvocato e ti pagheremo solo a causa finita"
Un altro modo per limitare le causa di lavoro.
Non dico mica che è giusto o è sbagliato , ma io , a quarantasette anni mi sono ritrovato a fare diversi lavori , e senza MAI nessuna tutela del posto di lavoro , e non me ne lamento certamente.
Diciamo che il posto fisso "assicurato" rappresenta , secondo me , una prigione , elimina la necessità di cambiare e di cercare qualche cosa di meglio , e elimina la preoccupazione di perdere il posto di lavoro , che aiuta , e molto , ad aumentare l'efficienza lavorativa.
Ovvero prima si pensa "l'azienda mi tiene solo se la faccio guadagnare più di quello che spende per me " poi "se l'azienda non guadagna più di quello che spende per me l'azienda prima o poi salta , e perdo il posto di lavoro".
Purtroppo la crisi ha insegnato che il "posto fisso" non esiste , anche le aziende prima o poi delocalizzano o chiudono, bisogna sempre essere pronti al peggio.
La protesta nasce dal fatto che anche gli statali , nei prossimi mesi , avranno amare sorprese, ovvero una volta passata questa "ridforma del lavoro " toccherà a loro , con tagli al personale e degli stipendi.
Poi come l'abolizione dell'articolo 18 e tagli allo stipendio degli statali possa portare ad una crescita dell'economia e non ad una rinnovata recessione, questo lo ignoro.
Ovvero i dipendenti "delocalizzati" dal posto di lavoro e "trasportati" sulla strada con alcune mensilità di buonuscita non credo faranno le file alla gioiellerie o al supermercato per festeggiare con caviale e champagne, no?