Credo
sia giusto tornare per un attimo alla questione del
semipresidenzialismo. E a Berlusconi preso sul serio.
Sul
Corriere della Sera di ieri Angelino Alfano interviene con un lungo articolo per ribadire le sue ragioni. Peccato che esse siano basate
su false rappresentazioni della realtà.
Vediamole.
“Vi
sono democrazie della decisione, come la Francia, dove la sera delle
elezioni presidenziali i cittadini sanno chi guiderà il Paese nel
successivo quinquennio”.
Potremmo
ribattere che la sera del 14 aprile 2008 anche i cittadini italiani
sapevano chi avrebbe guidato il Paese; nel 2006 ci volle qualche ora
di più, ma nel 2001 la sera stessa della chiusura delle urne
sapevamo chi aveva vinto e chi aveva perso e così pure nel 1996. Se
poi chi ha vinto non dura cinque anni perché la coalizione è
litigiosa o perché fa più pasticci che buone azioni, non è colpa
della forma di governo. Al limite, della legge elettorale: e quella
attualmente in vigore è stata votata, tra gli altri, dallo stesso
Alfano.
“Se
si guarda all’esempio francese, si comprende come solo
l’abbinamento al doppio turno dell’elezione diretta del
presidente della Repubblica garantisca un esito certamente bipolare e
insieme la certezza di non produrre, in nessun caso, il blocco delle
istituzioni”.
E
perché mai? Al limite, potrà forse – e ripeto: “forse” –
essere il contrario. Ossia, è il semipresidenzialismo che si abbina
perfettamente a una legge maggioritaria a doppio turno: la Francia ha
avuto il suo periodo proporzionale, quando il presidente Mitterrand
pensava di scampare a una sconfitta elettorale (e pensava male), e
ogni tanto il dibattito torna in auge, ma in linea di massima il
sistema regge meglio con un maggioritario. La conferma la avremo fra
un paio di settimane, per le elezioni politiche: vedere il risultato
che otterrà il Front National per credere. Ma un esito simile i
francesi potrebbero ottenerlo con un proporzionale con collegi
uninominali alla spagnola e soglia di sbarramento.
Il
maggioritario, a turno unico o con ballottaggio, va bene in qualsiasi
forma di governo: Regno Unito insegna.
Inoltre,
la certezza di non produrre blocco delle istituzioni non si ha grazie
a una legge elettorale (che, se incide, incide in negativo e non in
positivo), ma casomai in virtù di un’adeguata descrizione di chi
fa cosa e perché, con tutti i pesi e contrappesi necessari. Parte
che non è prevista nel progetto del PdL.
“Le
proposte ci sono, i tempi anche. Se fossimo d’accordo e
approvassimo, in prima lettura, la riforma al Senato e alla Camera
entro i primi di agosto, potremmo giungere entro ottobre al varo
definitivo. Resterebbero tre mesi per mettere a punto la legge
elettorale e le norme attuative di dettaglio. Con una disposizione
transitoria (come è sempre accaduto per i più significativi
interventi sulla Costituzione) si potrebbero svolgere le prime
elezioni presidenziali dirette della Repubblica italiana entro marzo
e le successive elezioni politiche nel mese di aprile”.
Questo
scenario, intanto, prevede di concentrarsi solo ed esclusivamente
sull’elezione del presidente, senza tener conto dei contrappesi,
delle competenze e dei rapporti con il potere legislativo, con il
governo e con la magistratura, aspetti invece fondamentali. E sarei
curioso di vederlo il nuovo presidente alla prima seduta del CSM a
invocare la propria legittimazione popolare, tanto per dirne una.
Comunque,
andiamo avanti e facciamo finta che tutto va ben. Come ha dimostrato Marco Bertoncini su un giornale certo non ostile al centrodestra come
Italia Oggi, affinché il percorso a tappe forzate illustrato da
Alfano venga rispettato bisognerebbe che in questo momento gli sherpa
della maggioranza – di tutta la maggioranza, perché sennò col
cavolo che approvi la riforma nei tempi giusti e senza andare a
referendum confermativo – fossero già al lavoro e pure a buon
punto del lavoro. Cosa che non è.
Insomma,
chi invoca di vedere le carte stavolta è particolarmente ingenuo. O
forse lo chiede pensando ad altro.
...e non voglio che mi si dica GRAZIE...
RispondiEliminaPROMESSA MANTENUTA!