La
reazione mia (e non mi piaccio per niente) e di tante altre persone –
anche importanti, anche politici o giornalisti di grido – è quella
di pencolare tra le seguenti categorie o di entrare come membri di
diritto in una di esse.
Quelli
che “cui prodest?”. Magistrati e poliziotti sono sempre lì che
brancolano nel buio nell’attesa di capire movente e mandanti del
fatto tremendo che ha scosso l’opinione pubblica, ma loro hanno già
la risposta. Basata non su prove, fatti ed evidenze, ma su trame
oscure, complotti e supposizioni. La loro risposta, oltre ad andare –
guarda caso – proprio nella direzione che loro sostengono da mesi o
da anni, da molto prima che avvenisse l’episodio incriminato che
loro avevano ovviamente già profetizzato, è più che assertiva, non
ammette repliche, è equiparabile talvolta a un mistero di fede. Così
è, amen. Dalla loro ricostruzione scaturirà spesso un articolo nel
giornale sul quale scrivono, un istant book per l’editore
specializzato in dietrologia o un comizio rivolto allo zoccolo duro
dei militanti del proprio partito o movimento.
Quelli
che “ci vorrebbe la pena di morte”. Qualunque sia l’episodio
che ha conquistato la ribalta mediatica, puntuale ti arriva quello
che, immediatamente dopo aver premesso di essere contrario alla pena
di morte, la invoca (talora unitamente a leggi speciali) per quel
fatto. Perché quella vicenda specifica – di volta in volta uno
stupro, una storia di pedofilia, l’assassinio immotivato di una
donna o di un minorenne, una strage mafiosa, un attentato
terroristico, un raid di fondamentalisti islamici – è
particolarmente odiosa, la più odiosa di tutte.
Quelli
che “io c’ero”. Sentono il bisogno di scrivere che erano stati
in quel luogo giusto un mese fa, oppure inquadrano la vicenda alla
luce di quel fenomeno che loro studiano da sempre e, in fondo, loro
l’avevano previsto che avrebbe potuto avvenire una roba del genere.
Non aggiungono niente alla comprensione del fatto accaduto, non
trasmettono niente a chi li legge. In compenso, il loro ego ne uscirà
notevolmente appagato.
Quelli
che “la catena di sant’antonio sul social forum”. Vanno su
facebook e postano e ripostano compulsivamente frasi e immagini
ideate non si sa bene da chi, sposando in maniera irresponsabile e
superficiale anche più tesi in contrasto tra loro. La loro bacheca
si trasforma per alcune ore nella fiera delle banalità: ciò che
hanno postato non serve nemmeno come spunto di riflessione e alla
fine, a causa del numero troppo elevato di eteropensieri pubblicati,
finisce nel marasma degli aggiornamenti di giornata.
p.s.: quanto sopra vale anche per eventi e calamità naturali.
p.s.: quanto sopra vale anche per eventi e calamità naturali.
siamo un popolo di chiacchieroni con manie di protagonismo...
RispondiEliminacosì è, se vi pare.
"Era nell'aria" disse lo strumentalizzatore.
RispondiEliminaT.
Apro facebook e leggendo nella home i commenti sulla bomba a Brindisi vedo "il meglio del peggio", poi da un link arrivo a leggere un articolo assurdo e illogico sul sito de Il Fatto che pare un post di Grillo e che ha 13mila "mi piace"... in questi momenti ho la tentazione di cancellarmi da fb e mi viene in mente questa frase di Churchill: "Il più forte argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l'elettore medio"; amareggiato apro il mio google reader e trovo questo post (http://ilnichilista.wordpress.com/2012/05/19/la-strategia-delle-prove/) di Fabio Chiusi, noto che ha un buon numero di condivisioni e mi riprendo un po'...
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