Non
sono contrario a prescindere al semipresidenzialismo alla francese.
Nemmeno sono favorevole ad esso a prescindere. Diciamo che sono laico
su quel modello, come sugli altri, e spiego perché.
Non
esiste la forma di governo perfetta, così come non esiste la legge
elettorale perfetta. La Germania ha una forma di governo parlamentare
e una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento, la
Francia ha una forma di governo a metà tra il parlamentare e il
presidenziale e una legge elettorale maggioritaria a doppio turno, il
Regno Unito ha una forma di governo parlamentare e un maggioritario
puro e gli Stati Uniti una forma di governo presidenziale e un
maggioritario puro. Quattro Paesi, tre forme di governo differenti,
tre sistemi elettorali diversi. Eppure sono quattro Paesi che spesso
indichiamo tutti come buoni esempi, in cui chi vince le elezioni può
governare per un’intera legislatura e c’è stabilità
istituzionale. Questo significa che forma di governo e sistema
elettorale incidono sì, ma fino a un certo punto. La vera differenza
la fanno altri dispositivi costituzionali o una certa prassi nei
rapporti politici.
In
Italia spesso il dibattito si concentra sul modello – il tedesco,
il francese, lo spagnolo, l’ungherese – e, quel che è peggio,
sulla superficie di quel modello.
In
linea teorica, se il problema italiano è quello della governabilità
e della stabilità basterebbe poco per risolverlo.
Faccio
un esempio prendendo a pretesto una delle legislature più
controverse, quella del 2006-2008.
Mettiamo
il caso che in quel periodo fosse stato vigente l’istituto della
sfiducia costruttiva. Ossia, quel meccanismo in base al quale per
sfiduciare il governo il Parlamento deve contemporaneamente formare
un’altra maggioranza o indicare un altro esecutivo. Per introdurlo
sarebbe stato sufficiente modificare tre commi all’articolo 94
della Costituzione. Molto probabilmente – pure con il porcellum,
anzi: soprattutto con il porcellum, visto che in Italia il Governo
deve avere la fiducia di due Camere – la storia della legislatura
2006-2008 sarebbe stata parecchio diversa. Perché l’ultimo dei
senatori eletti in capo al mondo non avrebbe avuto il potere di
ricatto, perché non avremmo vissuto uno psicodramma governativo ogni
volta che Turigliatto annunciava voto contrario al rifinanziamento
delle missioni all’estero, perché Willer Bordon e Lamberto Dini ci
avrebbero pensato dieci volte prima di cambiare schieramento. E’
possibile che ora non staremmo a leggere editoriali in cui Travaglio
rinfaccia al PD di non aver legiferato sul conflitto d’interessi (e
se li scrivesse, lo farebbe a ragione) e forse con la spending review
saremmo partiti due o tre anni prima.
Ma,
anche senza sfiducia costruttiva, quella legislatura avrebbe potuto
essere diversa semplicemente con una legge maggioritaria a doppio
turno (senza scorpori, senza coalizioni forzate e senza meccanismi
che annacquano tale sistema elettorale), ossia evitando di toccare
anche un solo comma della Costituzione. In quel caso, infatti,
difficilmente uno come Turigliatto sarebbe entrato in Parlamento,
mentre chi cambiò schieramento in corso d’opera forse ci avrebbe
pensato non dieci, ma cento volte prima di attuarlo sapendo che poi –
per essere rieletto – avrebbe dovuto sottoporsi al giudizio degli
elettori.
Tuttavia,
in entrambi i casi – doppio turno e sfiducia costruttiva – ho
usato il condizionale. Perché poi vai a sapere te come si evolve il
quadro politico, la contrapposizione in Parlamento, l’evoluzione di
uno o più partiti.
Quel
che è bene sapere è che non soltanto non esiste il modello perfetto
(altrimenti, lo avrebbero adottato tutti), ma il segreto del
funzionamento di un sistema istituzionale spesso si nasconde nei
dettagli, nelle modalità di attuazione di un sistema: ossia, proprio
quello che nel dibattito politico-giornalistico italiano viene spesso
ignorato. Il tanto decantato sistema francese è stato modificato
dopo cinquant’anni perché c’era qualcosa che non tornava e
ancora oggi da quelle parti si chiedono se non sia il caso di
modificarlo ulteriormente.
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