C’è
stato un po’ di baccano oggi su una frase del ministro Fornero
riguardante il diritto al lavoro: “we’re
trying to protect individuals not their jobs. People’s attitudes
have to change. Work isn’t a right, it has to be earned, including
through sacrifice”, ha detto al Wall Street Journal. Tre affermazioni, due delle quali già sentite varie
volte e, per quanto mi riguarda, condivisibili (proteggere le persone
e non il loro posto di lavoro; le nostre abitudini devono cambiare);
l’ultima (il posto di lavoro non è un diritto, ma va guadagnato anche
attraverso il sacrificio), invece, sembrerebbe andare contro un
principio fondamentale della nostra Costituzione e bene ha fatto il
ministro a chiarirne il significato.
Forse
può essere d’aiuto tornare al 1947, quando i padri costituenti,
dopo il famoso articolo 1 che dichiarava la Repubblica fondata sul
lavoro, decisero di scrivere un articolo costituzionale che recitava
così:
“La
Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e
promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni
cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e
la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al
progresso materiale o spirituale della società”.
C’è
un primo comma che riconosce un diritto, perché – come spiegò il
relatore Meuccio Ruini – “trattandosi
di un diritto potenziale, la Costituzione può indicarlo, come
avviene in altri casi, perché il legislatore ne promuova
l’attuazione, secondo l’impegno che la Repubblica nella
Costituzione stessa si assume”.
E
poi c’è un secondo comma che prevede un dovere. Ancora Ruini:
“come
è nel grande motto di San Paolo, riprodotto anche nella costituzione
russa: «chi non lavora non mangia»”.
Questo aspetto – del dovere del lavoro – fu oggetto di grande
dibattito in assemblea costituente. Inizialmente, infatti, l’articolo
si concludeva con un comma: “l’adempimento
di questo dovere è presupposto per l’esercizio dei diritti
politici”.
Ancora
Ruini il 12 marzo 1947 pose un problema: “vi
sono due opposizioni; una di forma, per il rinvio dell’affermazione
al preambolo, ed un’altra che è contro il diritto al lavoro,
perché ne ritiene impossibile la garanzia. Vorrei che anche la prima
corrente chiarisse bene i suoi propositi, e se è favorevole al
principio vedesse di sacrificare lo scrupolo alla sostanza. Si è
obbiettato: se proclamate il diritto al lavoro, e non potrete
mantenere subito l'impegno, verrà l'esasperazione, per la tradita
promessa. Ma l’esasperazione non c’è anche adesso con tutte le
dimostrazioni di disoccupati al Viminale? La Costituzione non poteva
tacere del diritto al lavoro, e lo ha formulato nel modo più cauto e
con grande equilibrio. Lo Stato riconosce il diritto e promuove le
condizioni per attuarlo. Il principio è posto; e va realizzato nei
termini concreti e graduali delle possibilità”.
Nelle
settimane successive, Vittorio Foa e altri presentarono
un’emendamento: “allo
scopo di garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini, lo
Stato interverrà per coordinare e dirigere l’attività produttiva,
secondo un piano che dia il massimo rendimento per la collettività”.
Tale proposta, che nient’altro era la riproposizione di una già
avanzata (senza successo) mesi prima nella commissione per la
Costituzione, scatenò parecchie polemiche anche sui giornali perché
per molti avrebbe introdotto i princìpi dell’economia totalitaria.
Giancarlo Pajetta spiegò: “noi
abbiamo ieri insieme deciso che questa nuova Repubblica deve
garantire il diritto al lavoro. Ebbene, abbiamo voluto che si
precisasse, che si dicesse che c’era soltanto l’intenzione, ma
che ci fosse una indicazione sul modo come può essere garantito il
diritto al lavoro
(…) Vogliamo
specificare e sottolineare che su un problema essenziale come questo
noi intendiamo andare più in là di una semplice affermazione e
vogliamo dimostrare almeno la nostra decisa volontà che sia
realizzato ciò che proponiamo”.
I
costituenti avevano dunque chiaro che il lavoro non può essere
assicurato a priori a tutti, tant’è che già in commissione
qualcuno aveva proposto di scrivere l’assunto “non in modo
tassativo, ma piuttosto in guisa da esprimere una tendenza”
(Francesco Colitto, 9 settembre 1946). Però introdussero questo
articolo che si rifaceva a un principio lavoristico che andava oltre
il liberalismo classico e implicava non che il singolo cittadino
senza lavoro potesse pretendere dallo Stato la creazione di un posto
di lavoro (chissà perché mi viene in mente l’Alberto Sordi del
“Vigile”), ma lo sforzo da parte delle istituzioni statali
nell’elaborazione di politiche atte a favorire la piena
occupazione. La Corte Costituzionale in più sentenze (la numero 45
del 1965, la 81 del 1969, la 1 del 1986, la 219 e la 419 del 1993, la
390 del 1999) ha confermato tale impostazione: “gli articoli 4 e
35 della Costituzione, se impongono di promuovere le condizioni per
rendere effettivo il diritto al lavoro, non assicurano in ogni caso
il conseguimento di una occupazione o la conservazione del posto di
lavoro”.
Sono
certo che non è nelle intenzioni di Elsa Fornero andare nella
direzione contraria all’imposizione costituzionale. Non vorrei però
che, a furia di affermazioni rettificate, di distinzioni tra “tutela
del lavoratore nel mercato” e “singolo posto di lavoro”,
venisse alla fine messo in discussione un concetto basilare della
nostra Costituzione. C’è infatti quasi più ideologia oggi, con il
comunismo morto e sepolto, che sessantacinque anni fa quando la
nostra Carta venne scritta (all’epoca perlomeno c’era un motivo
nell’essere anticomunisti) e il mio timore, spero infondato, è che
alla fine pure l’assunto che le istituzioni debbano far di tutto
per rendere effettivo il diritto al lavoro possa essere considerato
alla stregua di un precetto marxista da rottamare.
Fatto 1) Disoccupazione c'è né sempre stata e fra i paesi industrializzati l'Italia ha sempre avuto il minor tasso di occupazione.
RispondiEliminaFatto 2) Leggi della Repubblica hanno fatto si che alcuni andassero in pensione a 30 anni e passassero il resto della vita a carico della collettività .
Fatto 3)le "politiche atte a favorire la piena occupazione" hanno portato ai forestali calabresi e ai camminatori siciliani.
Non è che molto poco ideologicamente la costituzione dice un sacco di minchiate , il lavoro è una merce come un altra e ognuno deve essere in grado di venderla ??
Ormazad
@ ormazad:
Eliminarispetto ai punti 2 e 3 mi pare che confondere la tendenza al clientelismo della nostra classe politica con il rispetto della costituzione non ti renda merito.
Ma porsi la domanda ha un senso: personalmente non ritengo corretto considerare il lavoro una merce come un'altra, e trovo ovvio che ognuno debba essere in grado di venderlo.
Ciao
Paolo
Punti 2 e 3 :Se la costituzione imponesse di uscire a Gennaio a torso lamentarsi poi delle bronchiti mi sembrerebbe stupido .
EliminaMa sopratutto : perché il lavoro non è una merce ??
Ormazad
lo spirito di pigi cerchiobattista si è nuovamente impossessato di te
RispondiEliminac'è un modo per distinguere una precisazione fatta per metterci una pezza e una fatta perché i commentatori sono stati impecisi
In questo caso poi è semplicissimo: job va tradotto con posto di lavoro o con lavoro?
marco,
Eliminanon ho ben capito dove stia il cerchiobottismo, visto che ho scritto un post in cui dico che, stando alla costituzione, nessuno può pretendere di avere un posto di lavoro garantito. e siccome nel link che ho postato - che è quello del sito web del wsj - leggo "work ins't a right" ho inteso chiarire, poiché "sembrerebbe" frase anticostituzionale, cosa intende la costituzione per diritto al lavoro.
se il cerchiobottismo sta nella parte finale, mi sembra una preoccupazione legittima, vista la storia politica recente di questo paese: dopo l'art. 41 qualcuno incolperà l'art. 4 del mancato sviluppo italiano?
Mi piacerebbe che il contenuto di questo post fosse di spunto per i molti giornalisti che, domani, scriveranno a proposito della frase in oggetto.
RispondiEliminaCri Tista