Ricordo che ci fu un’epoca in cui su Repubblica scriveva un attento osservatore di faccende arabe e nordafricane. Che colpiva l’attenzione perché non si chiamava “Mario Rossi” o “Giovanni Bianchi”, ma aveva un nome egiziano (ma non egiziano come la nipote di Mubarak: proprio egiziano egiziano) e quindi uno si metteva lì a leggere con quella particolare attenzione che si dedica a chi è competente. Sapendo già che quello è competente a prescindere.
Poi non lo so cos’è successo, non so nemmeno quando è cambiata la cosa, se perché ha scoperto Oriana Fallaci o cosa. So soltanto che quell’attento osservatore ha cominciato a scrivere cose via via più banali e scontate, già dalle prime tre righe dei suoi articoli capivi dove sarebbe andato a parare e, soprattutto, intuivi che non ti avrebbe detto niente che non sapevi già o che non potesse scrivere un Renato Farina qualunque.
L’Islamismo? Bleah, le moschee nel mondo generano violenza.
Il multiculturalismo? Ri-bleah, guarda cos’è successo in Norvegia.
Il pacifismo? Puah, in ginocchio dagli Imam.
Poi il protagonista di questo post è finito all’europarlamento iscrivendosi a un gruppo euroscettico del quale fanno parte, tra gli altri, la Lega Nord e un manipolo di olandesi favorevoli alla pena capitale e che fino al 2006 vietavano l’attività politica alle donne.
Oggi Magdi Cristiano Allam, ché di lui stiamo parlando, vede scontri di civiltà, vere e proprie guerre, un po’ dappertutto. E ci avvisa che anche noi italiani siamo impegnati in uno di questi conflitti. Eh già, non ce n’eravamo accorti perché non siamo attenti osservatori come lui. Se lo fossimo stati, avremmo avuto contezza del fatto che “dopo il diktat della Merkel alla Grecia, ormai siamo in guerra” e che “il diktat tedesco conferma che questa Unione europea è proiettata verso la costituzione di un super-Stato dove verrà del tutto meno la sovranità nazionale dei singoli Paesi aderenti all’eurozona”. Forse qualcuno dovrebbe avvertire Allam che se Angela Merkel si è allargata tanto è perché qualcuno, con le proprie manchevolezze e le proprie omissioni, glielo ha permesso. Ma bisogna andare avanti nella lettura: di guerra in guerra, di scontro di civiltà in scontro di civiltà, Allam a un certo punto sostiene: “Monti gode di un fronte interno incredibilmente coeso (…) neppure sotto il fascismo si registrò un tale appiattimento in modo spontaneo del fronte interno. Il fatto che sono gli stessi italiani – tutti gli eletti e buona parte degli elettori – a rinunciare volontariamente alla democrazia sostanziale, evidenzia che quella di Monti è la peggiore delle dittature”. Eh già. Così subdolamente astuta questa dittatura, aggiungo io, da permettere di pubblicare cazzate del genere in prima pagina su un quotidiano a tiratura nazionale.
martedì 31 gennaio 2012
lunedì 30 gennaio 2012
Tra Cossiga e Scalfaro
La morte di Oscar Luigi Scalfaro mi ha fatto ripensare a quella del suo predecessore, Francesco Cossiga. Entrambi, volenti o nolenti, durante il loro mandato presidenziale hanno finito più per dividere che unire e sono stati invisi a una parte politica.
Ma con una grande differenza. Che Scalfaro ha sempre agito nella difesa della Costituzione esistente e, in particolare, della forma di governo; Cossiga, nella fase terminale del suo settennato, si muoveva per picconare l’ordinamento istituzionale a partire proprio dalla forma di governo.
Anche nei suoi interventi più criticati (il famoso ribaltone) e discutibili (il discorso del “non ci sto” e la mancata firma del decreto Conso), Scalfaro non ha mai oltrepassato un certo limite, nei suoi anni al Quirinale. Non ha mai insultato ministri o giudici, non ha acceso inutili e infondati conflitti con il potere giudiziario come fece invece Cossiga. Certo, ha dato pure lui – come tutti i capi di Stato, da Pertini in poi – un’interpretazione, come dire?, estensiva delle prerogative presidenziali così come (blandamente) previste dalla Costituzione. Senza però mai violare né lo spirito, né la lettera della Carta. Lo stesso ribaltone altro non è che un’ipotesi normale (non nel senso che avviene spesso, ma che è nella norma) in una forma di governo parlamentare: l’abnormità starebbe nel forzare il peso di una legge elettorale che per il solo fatto di essere maggioritaria prevarrebbe su una disposizione costituzionale.
Ma con una grande differenza. Che Scalfaro ha sempre agito nella difesa della Costituzione esistente e, in particolare, della forma di governo; Cossiga, nella fase terminale del suo settennato, si muoveva per picconare l’ordinamento istituzionale a partire proprio dalla forma di governo.
Anche nei suoi interventi più criticati (il famoso ribaltone) e discutibili (il discorso del “non ci sto” e la mancata firma del decreto Conso), Scalfaro non ha mai oltrepassato un certo limite, nei suoi anni al Quirinale. Non ha mai insultato ministri o giudici, non ha acceso inutili e infondati conflitti con il potere giudiziario come fece invece Cossiga. Certo, ha dato pure lui – come tutti i capi di Stato, da Pertini in poi – un’interpretazione, come dire?, estensiva delle prerogative presidenziali così come (blandamente) previste dalla Costituzione. Senza però mai violare né lo spirito, né la lettera della Carta. Lo stesso ribaltone altro non è che un’ipotesi normale (non nel senso che avviene spesso, ma che è nella norma) in una forma di governo parlamentare: l’abnormità starebbe nel forzare il peso di una legge elettorale che per il solo fatto di essere maggioritaria prevarrebbe su una disposizione costituzionale.
domenica 29 gennaio 2012
Quelli che fanno i brillanti per il giorno della memoria
Tutti gli anni, in prossimità del Giorno della Memoria, c'è sempre quello che fa il brillante e la butta in politica rispolverando la polemica sui crimini del comunismo.
Lo posso dire? Mi sono rotto le scatole di questo revisionismo giornalistico. Non oso chiamarlo "storico", perché il revisionismo storico è roba seria: uno storico deve essere revisionista, altrimenti si limiterebbe a ripetere quel che i suoi insegnanti e predecessori hanno scritto e non farebbe ricerca. Invece, il revisionismo giornalistico è la polemica giusto per riempire la pagina della cultura ("Silone era un collaborazionista" e cose del genere) o per parlare d'altro che niente ha a che vedere con la storia e parecchio con il dibattito tra partiti ("eh, Napolitano nel '56..." e così via).
Ed è pericolosa questa banalizzazione della storia, perché poi cosa succede? Succede che un ex repubblichino - ossia uno che sosteneva un ordinamento che discriminava le persone di religione ebraica (vedi art. 73 Cost. RSI) - chiede di posare una foto commemorativa di Mussolini e Petacci nel luogo dove furono uccisi e un'amministrazione comunale risponde di sì, perché "non vi è nessuna rievocazione storica, ma soltanto un ricordo umano di due persone".
E' l'ora di finirla con queste semplificazioni, con queste equiparazioni, con questi tentativi di spedire in soffitta l'antifascismo.
Lo posso dire? Mi sono rotto le scatole di questo revisionismo giornalistico. Non oso chiamarlo "storico", perché il revisionismo storico è roba seria: uno storico deve essere revisionista, altrimenti si limiterebbe a ripetere quel che i suoi insegnanti e predecessori hanno scritto e non farebbe ricerca. Invece, il revisionismo giornalistico è la polemica giusto per riempire la pagina della cultura ("Silone era un collaborazionista" e cose del genere) o per parlare d'altro che niente ha a che vedere con la storia e parecchio con il dibattito tra partiti ("eh, Napolitano nel '56..." e così via).
Ed è pericolosa questa banalizzazione della storia, perché poi cosa succede? Succede che un ex repubblichino - ossia uno che sosteneva un ordinamento che discriminava le persone di religione ebraica (vedi art. 73 Cost. RSI) - chiede di posare una foto commemorativa di Mussolini e Petacci nel luogo dove furono uccisi e un'amministrazione comunale risponde di sì, perché "non vi è nessuna rievocazione storica, ma soltanto un ricordo umano di due persone".
E' l'ora di finirla con queste semplificazioni, con queste equiparazioni, con questi tentativi di spedire in soffitta l'antifascismo.
sabato 28 gennaio 2012
La realtà e la fantasia
Il nuovo sito web del Popolo della Libertà ha pubblicato un sondaggio su "I principali meriti dei diciotto anni di Berlusconi in politica".
Dopo aver espresso la mia ammirazione all'ideatore di simile consultazione (giusto per dare un'idea della titanica impresa cui si è sottoposto: non è facile trovare un punto positivo nel Porcellum, ma costui ci è riuscito) ed essermi ripreso dalla scoperta che io sì, scrivo cazzate, ma c'è chi mi supera e di gran lunga, arrivo al penultimo punto tra i - presunti - meriti dell'ex presidente del Consiglio. Credo possa essere commentato al meglio, non con parole mie, ma con quelle di Philip Stephens, associate editor e chief political commentator del Financial Times (che non è esattamente l'organo di stampa ufficiale dei carri armati sovietici in Ungheria nel '56), che troviamo scritte nell'editoriale pubblicato sull'ultimo numero del quotidiano finanziario londinese.
Sito PdL sui meriti della politica estera berlusconiana
"Più forza all'Italia in Europa e nel mondo"
Financial Times
"There was a time when Italy had something to say in Europe (...) The era of Silvio Berlusconi put an end to italian influence".
Sito PdL sui meriti della politica estera berlusconiana
"Con il suo stile personale ma incisivo, Berlusconi ha promosso il legittimo interesse nazionale attraverso una politica estera chiara e senza titubanze"
Financial Times
"Mr Berlusconi made cruel jokes about Mrs Merkel's appearance. Mr Monti talks to her about economics"
Sito PdL sui meriti della politica estera berlusconiana
"nessuna subalternità rispetto ai partner europei"
Financial Times
"Though always assured a warm welcome from Vladimir Putin, Mr Berlusconi was shunned by his European Union peers - seen by turns as a cause of irritation and embarassment".
Dopo aver espresso la mia ammirazione all'ideatore di simile consultazione (giusto per dare un'idea della titanica impresa cui si è sottoposto: non è facile trovare un punto positivo nel Porcellum, ma costui ci è riuscito) ed essermi ripreso dalla scoperta che io sì, scrivo cazzate, ma c'è chi mi supera e di gran lunga, arrivo al penultimo punto tra i - presunti - meriti dell'ex presidente del Consiglio. Credo possa essere commentato al meglio, non con parole mie, ma con quelle di Philip Stephens, associate editor e chief political commentator del Financial Times (che non è esattamente l'organo di stampa ufficiale dei carri armati sovietici in Ungheria nel '56), che troviamo scritte nell'editoriale pubblicato sull'ultimo numero del quotidiano finanziario londinese.
Sito PdL sui meriti della politica estera berlusconiana
"Più forza all'Italia in Europa e nel mondo"
Financial Times
"There was a time when Italy had something to say in Europe (...) The era of Silvio Berlusconi put an end to italian influence".
Sito PdL sui meriti della politica estera berlusconiana
"Con il suo stile personale ma incisivo, Berlusconi ha promosso il legittimo interesse nazionale attraverso una politica estera chiara e senza titubanze"
Financial Times
"Mr Berlusconi made cruel jokes about Mrs Merkel's appearance. Mr Monti talks to her about economics"
Sito PdL sui meriti della politica estera berlusconiana
"nessuna subalternità rispetto ai partner europei"
Financial Times
"Though always assured a warm welcome from Vladimir Putin, Mr Berlusconi was shunned by his European Union peers - seen by turns as a cause of irritation and embarassment".
venerdì 27 gennaio 2012
Sallusteide
Ho provato a fare la classifica delle dieci frasi o titoli più memorabili di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, negli ultimi due mesi.
Al termine dell’ardua selezione, ecco la mia scelta:
10. Di reati specifici non c’è traccia, come non ce n’era nella P2 (04.01)
9. Napolitano ora punta ad anestetizzare l’intero centrodestra per poi consegnare il Paese a una sinistra magari resa presentabile dall’innesto di alcuni dei professori e banchieri messi in campo con il trucco dello spread e con l’aiuto del duo Merkel-Sarkozy (16.01)
8. Il PdL è rimasto sulla plancia di questa Italia inclinata. Perché così fanno i comandanti veri, così non fanno invece banchieri e professori (19.01)
7. Effetto Monti, va tutto peggio (27.12)
6. Se Germania e Francia pensano di risolvere i loro problemi annettendo o svendendo l’Italia più che una elezione servirà una rivoluzione (28.11)
5. Mi chiedo che diavolo ce ne freghi a noi dei tedeschi. Ci abbiamo combattuto contro una guerra mondiale e mezzo, abbiamo contenziosi aperti per stragi di nostri civili e ancora dobbiamo tenerceli buoni? (30.12)
4. Come 150 anni fa, ci manca il senso dello Stato e in più subiamo ancora i postumi di una guerra civile ufficialmente chiusa nel 1945, ma mai finita e che ha generato il partito comunista più forte dell’occidente che ha infettato i gangli della nazione (magistratura, scuola, sindacato, pubblica amministrazione, editoria). (31.12)
3. E’ stata la culona (31.12)
2. Ieri guardavo il premier Mario Monti parlare al Senato. Noioso. Capisco che ci sia poco da ridere, ma il nostro premier va molto oltre, è l’immagine della tristezza. Uno lo guarda, lo ascolta e si deprime (15.12)
1. A noi Schettino, a voi Auschwitz (27.01)
Al termine dell’ardua selezione, ecco la mia scelta:
10. Di reati specifici non c’è traccia, come non ce n’era nella P2 (04.01)
9. Napolitano ora punta ad anestetizzare l’intero centrodestra per poi consegnare il Paese a una sinistra magari resa presentabile dall’innesto di alcuni dei professori e banchieri messi in campo con il trucco dello spread e con l’aiuto del duo Merkel-Sarkozy (16.01)
8. Il PdL è rimasto sulla plancia di questa Italia inclinata. Perché così fanno i comandanti veri, così non fanno invece banchieri e professori (19.01)
7. Effetto Monti, va tutto peggio (27.12)
6. Se Germania e Francia pensano di risolvere i loro problemi annettendo o svendendo l’Italia più che una elezione servirà una rivoluzione (28.11)
5. Mi chiedo che diavolo ce ne freghi a noi dei tedeschi. Ci abbiamo combattuto contro una guerra mondiale e mezzo, abbiamo contenziosi aperti per stragi di nostri civili e ancora dobbiamo tenerceli buoni? (30.12)
4. Come 150 anni fa, ci manca il senso dello Stato e in più subiamo ancora i postumi di una guerra civile ufficialmente chiusa nel 1945, ma mai finita e che ha generato il partito comunista più forte dell’occidente che ha infettato i gangli della nazione (magistratura, scuola, sindacato, pubblica amministrazione, editoria). (31.12)
3. E’ stata la culona (31.12)
2. Ieri guardavo il premier Mario Monti parlare al Senato. Noioso. Capisco che ci sia poco da ridere, ma il nostro premier va molto oltre, è l’immagine della tristezza. Uno lo guarda, lo ascolta e si deprime (15.12)
1. A noi Schettino, a voi Auschwitz (27.01)
giovedì 26 gennaio 2012
Un post confuso
A me la politica piace. Altrimenti, non scriverei una cazzata al giorno sul blogghettino. Però ci sono cose che non riesco a capire.
Nelle ultime settimane mi rimbombano nella testa alcune frasi che sento dire e ripetere da alcuni miei concittadini molto attivi in politica: “aprire ai moderati”, “guardare a sinistra”.
Dove abito si avvicinano le elezioni comunali e davvero c’è qualcuno, nel Partito Democratico della mia città (non so se pure altrove), che a questa cosa dei moderati e della sinistra ci tiene e si appassiona. Su Facebook un tale ha lamentato che il PD locale parla tanto di svolta moderata e poi, come prima iniziativa, invita Stefano Fassina che è l’esponente (cito) “più estremista di sinistra della segreteria nazionale” (era in città per altri motivi, è giunto la sera prima e così il partito ha pensato bene di organizzare in fretta e furia una serata per parlare di economia e lavoro). Poi non so cosa ci sia di moderato nel rifiutarsi di andare ad ascoltare il responsabile economia e lavoro del tuo partito in un incontro su economia e lavoro soltanto perché costui la pensa un po’ diversamente da te.
E così vengo al dunque.
Mi si deve dire per quale motivo fare gli estremisti sull’abolizione dell’articolo 18 è da moderati, mentre opporsi alla riforma radicale di un welfare state assurdo – e che tutela poco o niente i veri deboli – è di sinistra. Mi si deve far capire cosa significhino le categorie “sinistra” e “centro” quando in ballo non ci sono i grandi temi dell’agenda nazionale, ma quelli locali (opporsi o sostenere una certa volumetria in un quartiere anziché in un altro, per esempio). Rimanendo alla mia città, l’esponente considerato “moderato” al quale guardare è un tale che prima ha fatto il kingmaker dell’attuale sindaco di centrodestra, poi ci ha litigato così di brutto che oggi, sulle politiche urbanistiche, è un estremista che in confronto i grillini sono vecchi dorotei democristiani.
Io mi ritengo di sinistra e ieri sera Fassina non mi è dispiaciuto affatto: trovo, anzi, che abbia fatto un’analisi molto condivisibile della situazione (e mi vien da pensare che non è cattivo, è che lo disegnano così); però – per esempio – sul lavoro sono un fan, da sempre, del Contratto Unico di Inserimento che, nella banalità degli schematismi, è una proposta moderata e poco fassiniana.
Rileggo il testo che Bersani lesse da Fazio l’anno scorso su cosa significhi essere di sinistra: un moderato non vuole forse anch’egli un mondo senza odio e violenza o combattere contro pena di morte e tortura (è il moderato Mario Monti ad aver chiuso i manicomi criminali)? Però, certo, rimanendo a quella lista, “chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto”: e davvero non so cosa ci sia di moderato nel precariato a vita. E, insomma, ripartono le domande: se essere di sinistra significa avere a cuore le sorti dell’Italia, essere moderati significa forse disinteressarsene?
Non lo so, chiedo. Sperando di trovare risposte prima che mi convinca definitivamente e irrimediabilmente che questa storia dei moderati e della sinistra altro non sia che l’ennesima foglia di fico inventata dalla classe dirigente del PD per combattere le sue guerre tra correnti.
Nelle ultime settimane mi rimbombano nella testa alcune frasi che sento dire e ripetere da alcuni miei concittadini molto attivi in politica: “aprire ai moderati”, “guardare a sinistra”.
Dove abito si avvicinano le elezioni comunali e davvero c’è qualcuno, nel Partito Democratico della mia città (non so se pure altrove), che a questa cosa dei moderati e della sinistra ci tiene e si appassiona. Su Facebook un tale ha lamentato che il PD locale parla tanto di svolta moderata e poi, come prima iniziativa, invita Stefano Fassina che è l’esponente (cito) “più estremista di sinistra della segreteria nazionale” (era in città per altri motivi, è giunto la sera prima e così il partito ha pensato bene di organizzare in fretta e furia una serata per parlare di economia e lavoro). Poi non so cosa ci sia di moderato nel rifiutarsi di andare ad ascoltare il responsabile economia e lavoro del tuo partito in un incontro su economia e lavoro soltanto perché costui la pensa un po’ diversamente da te.
E così vengo al dunque.
Mi si deve dire per quale motivo fare gli estremisti sull’abolizione dell’articolo 18 è da moderati, mentre opporsi alla riforma radicale di un welfare state assurdo – e che tutela poco o niente i veri deboli – è di sinistra. Mi si deve far capire cosa significhino le categorie “sinistra” e “centro” quando in ballo non ci sono i grandi temi dell’agenda nazionale, ma quelli locali (opporsi o sostenere una certa volumetria in un quartiere anziché in un altro, per esempio). Rimanendo alla mia città, l’esponente considerato “moderato” al quale guardare è un tale che prima ha fatto il kingmaker dell’attuale sindaco di centrodestra, poi ci ha litigato così di brutto che oggi, sulle politiche urbanistiche, è un estremista che in confronto i grillini sono vecchi dorotei democristiani.
Io mi ritengo di sinistra e ieri sera Fassina non mi è dispiaciuto affatto: trovo, anzi, che abbia fatto un’analisi molto condivisibile della situazione (e mi vien da pensare che non è cattivo, è che lo disegnano così); però – per esempio – sul lavoro sono un fan, da sempre, del Contratto Unico di Inserimento che, nella banalità degli schematismi, è una proposta moderata e poco fassiniana.
Rileggo il testo che Bersani lesse da Fazio l’anno scorso su cosa significhi essere di sinistra: un moderato non vuole forse anch’egli un mondo senza odio e violenza o combattere contro pena di morte e tortura (è il moderato Mario Monti ad aver chiuso i manicomi criminali)? Però, certo, rimanendo a quella lista, “chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto”: e davvero non so cosa ci sia di moderato nel precariato a vita. E, insomma, ripartono le domande: se essere di sinistra significa avere a cuore le sorti dell’Italia, essere moderati significa forse disinteressarsene?
Non lo so, chiedo. Sperando di trovare risposte prima che mi convinca definitivamente e irrimediabilmente che questa storia dei moderati e della sinistra altro non sia che l’ennesima foglia di fico inventata dalla classe dirigente del PD per combattere le sue guerre tra correnti.
mercoledì 25 gennaio 2012
Panico in redazione
Ogni giorno, nel mondo, ci sono in media dai tre ai sei terremoti di magnitudo superiore a 5. Solamente nell’ultima settimana, sismi di tale intensità hanno colpito le Molucche, le Isole Santa Cruz, la Repubblica Dominicana, la Nuova Zelanda, il Giappone, l’Indonesia, il Messico, il Cile, il Kenia, le Filippine, la Nuova Guinea e l’Alaska.
Ecco come le edizioni online dei due quotidiani italiani più importanti hanno presentato l’evento (e mi fermo a titoli e occhielli): allarme, panico sui social network, evacuazioni e paura, centralini intasati, paura al nord, salvo per una sigaretta. Non mancano gli inviti all’interattività: cari lettori mandateci i vostri racconti, le vostre foto, i vostri video.
…
Io temo che il panico magnitudo 7.5 o forse anche 8 ci sia ogni mattina nelle redazioni dei giornali, da quando Berlusconi non è più presidente del Consiglio. Ogni tanto c’è un naufragio a salvare i poveri cronisti, ma nell’attesa del fattaccio di nera che veda protagonista una donna (in modo da poter scavare con il massimo del guardonismo sul passato sentimentale di costei), non è che questi disgraziati possono andare avanti spiegando ai lettori cosa sono gli eurobond e il fondo salva-Stati e sul perché e il percome sarebbe bene introdurli: qualcosa dovranno pure inventarsi e che c’è di meglio di un buon terremoto senza vittime e (quasi) senza danni?
Ecco come le edizioni online dei due quotidiani italiani più importanti hanno presentato l’evento (e mi fermo a titoli e occhielli): allarme, panico sui social network, evacuazioni e paura, centralini intasati, paura al nord, salvo per una sigaretta. Non mancano gli inviti all’interattività: cari lettori mandateci i vostri racconti, le vostre foto, i vostri video.
…
Io temo che il panico magnitudo 7.5 o forse anche 8 ci sia ogni mattina nelle redazioni dei giornali, da quando Berlusconi non è più presidente del Consiglio. Ogni tanto c’è un naufragio a salvare i poveri cronisti, ma nell’attesa del fattaccio di nera che veda protagonista una donna (in modo da poter scavare con il massimo del guardonismo sul passato sentimentale di costei), non è che questi disgraziati possono andare avanti spiegando ai lettori cosa sono gli eurobond e il fondo salva-Stati e sul perché e il percome sarebbe bene introdurli: qualcosa dovranno pure inventarsi e che c’è di meglio di un buon terremoto senza vittime e (quasi) senza danni?
I paradossi del welfare all'italiana
Sullo stato sociale italiano, l’economista Carlo Clericetti ha pubblicato un editoriale su Repubblica che svela con semplicità come il re sia nudo. Personalmente, ne traggo tre (amare) conclusioni
La prima è che il nostro welfare è talmente scombiccherato che se togli la cassa integrazione straordinaria e quella in deroga rimane davvero ben poco di ammortizzatori sociali. Tant’è che il tasso di disoccupazione sarebbe al 10% e non potremmo nemmeno più consolarci con lo slogan tanto caro a un noto ex ministro (“stiamo meglio noi che negli altri Paesi europei”).
La seconda conclusione è che il welfare state italiano è assurdo al punto tale che a modificarlo oggi, quando purtroppo ci siamo ridotti a non avere liquidità disponibile e si rischia il fallimento dell’intero sistema nazionale, si rischia di causare danni ancor peggiori.
La terza conclusione è che sindacati e Confindustria dovrebbero farsi un bel mea culpa e le loro chiusure metodologiche di questi giorni altro non sono che l’ennesimo esempio di un vecchio conservatorismo che, alla lunga, ha prodotto lo sfacelo attuale nel settore degli ammortizzatori sociali e della legislazione sul lavoro.
Ma se faccio un passo indietro, pur non dimenticando le conclusioni cui sono arrivato, non posso fare a meno di pensare che arriverà anche un giorno in cui tutto quello che stiamo vivendo oggi sarà alle spalle. E quel giorno sarà bene che in Italia ci sia un welfare state decente, con i lavoratori che, accanto alle tutele derivanti dai contributi che hanno versato, possano godere, in cambio del soddisfacimento di talune condizioni, pure di un reddito minimo garantito e di un vero sistema di ammortizzatori sociali.
La prima è che il nostro welfare è talmente scombiccherato che se togli la cassa integrazione straordinaria e quella in deroga rimane davvero ben poco di ammortizzatori sociali. Tant’è che il tasso di disoccupazione sarebbe al 10% e non potremmo nemmeno più consolarci con lo slogan tanto caro a un noto ex ministro (“stiamo meglio noi che negli altri Paesi europei”).
La seconda conclusione è che il welfare state italiano è assurdo al punto tale che a modificarlo oggi, quando purtroppo ci siamo ridotti a non avere liquidità disponibile e si rischia il fallimento dell’intero sistema nazionale, si rischia di causare danni ancor peggiori.
La terza conclusione è che sindacati e Confindustria dovrebbero farsi un bel mea culpa e le loro chiusure metodologiche di questi giorni altro non sono che l’ennesimo esempio di un vecchio conservatorismo che, alla lunga, ha prodotto lo sfacelo attuale nel settore degli ammortizzatori sociali e della legislazione sul lavoro.
Ma se faccio un passo indietro, pur non dimenticando le conclusioni cui sono arrivato, non posso fare a meno di pensare che arriverà anche un giorno in cui tutto quello che stiamo vivendo oggi sarà alle spalle. E quel giorno sarà bene che in Italia ci sia un welfare state decente, con i lavoratori che, accanto alle tutele derivanti dai contributi che hanno versato, possano godere, in cambio del soddisfacimento di talune condizioni, pure di un reddito minimo garantito e di un vero sistema di ammortizzatori sociali.
martedì 24 gennaio 2012
Parla come mangi / Beppe Grillo
Ho applicato il mio software decriptatore a uno degli ultimi post di Beppe Grillo, dedicato al diritto di cittadinanza. In corsivo, quel che è stato pubblicato; in blu quel che ne è venuto fuori dal mio - ehm - software.
La cittadinanza di chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.
Versione decriptata:
Finché scrivo post sull’energia pulita e sui parlamentari ladri, è impossibile che i miei tifosi non siano d’accordo. Ci sono però argomenti – per esempio, le tasse, l'immigrazione o la politica estera – sui quali è meglio stare attenti perché finché si rimane sul generico (abbasso la guerra, la Merkel vuol dettare legge, le tasse sono troppo alte), tutto a posto; quando si entra nel dettaglio, si rischia di dividere il Movimento: i miei tifosi di sinistra senza se e senza ma da una parte, i miei tifosi postleghisti e di destra dall’altra. In questi casi, niente di meglio di un bell’editoriale cerchiobottista di quelli che quando li leggi sul Corriere si criticano per la mancanza di coraggio e la fumosità.
Comunque, un editoriale del genere meglio pubblicarlo di spalla, senza dagli troppo risalto: non si sa mai...
La cittadinanza di chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.
Versione decriptata:
Finché scrivo post sull’energia pulita e sui parlamentari ladri, è impossibile che i miei tifosi non siano d’accordo. Ci sono però argomenti – per esempio, le tasse, l'immigrazione o la politica estera – sui quali è meglio stare attenti perché finché si rimane sul generico (abbasso la guerra, la Merkel vuol dettare legge, le tasse sono troppo alte), tutto a posto; quando si entra nel dettaglio, si rischia di dividere il Movimento: i miei tifosi di sinistra senza se e senza ma da una parte, i miei tifosi postleghisti e di destra dall’altra. In questi casi, niente di meglio di un bell’editoriale cerchiobottista di quelli che quando li leggi sul Corriere si criticano per la mancanza di coraggio e la fumosità.
Comunque, un editoriale del genere meglio pubblicarlo di spalla, senza dagli troppo risalto: non si sa mai...
lunedì 23 gennaio 2012
Una (possibile) liberalizzazione che mi lascia perplesso
Di tutte le possibili liberalizzazioni una di quelle che mi lasciano perplesso è l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Il governo Monti affronterà la questione in settimana.
Ora, a me pare che la questione riguardi soprattutto due casi: l’accesso agli ordini professionali e quello alla pubblica amministrazione o l’avanzamento di carriera all’interno della stessa tramite concorso.
Nel primo caso, soprattutto ora che la direzione è quella di andare verso una (giusta) liberalizzazione, casomai il mantenimento dell’esistente potrebbe essere una tutela da falsi avvocati o falsi architetti o falsi farmacisti.
Nell’altro, mi chiedo che senso abbia abolire il valore legale del titolo di studio, magari a favore di una graduatoria delle singole università. Se la mia famiglia è povera o io, per motivi vari, non posso trasferirmi in un’altra regione e l’università della mia città non è ai vertici di questa classifica, già sono svantaggiato a cose normali per poter proseguire gli studi; e dovrei essere ulteriormente penalizzato nei concorsi prossimi futuri soltanto perché non ho potuto permettermi l’università a cinquecento chilometri di distanza?
Vogliamo eliminare (con le dovute eccezioni tecniche: se serve un ingegnere, serve un ingegnere e c’è poco da fare) il vincolo del tipo di laurea? Bene. Vogliamo annullare o limitare l’incidenza del voto di laurea sul punteggio nel concorso? D’accordo. Ma andare oltre no. Sarò conservatore, sarò legato agli stereotipi del Sessantotto e forse sarò pure veterocomunista, ma riformiamo i concorsi, anziché abolire il valore legale del titolo di studio: per come la vedo io, insomma, si rischia di fare come con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ossia una battaglia soltanto apparentemente pragmatica, in realtà tutta ideologica.
Il governo Monti affronterà la questione in settimana.
Ora, a me pare che la questione riguardi soprattutto due casi: l’accesso agli ordini professionali e quello alla pubblica amministrazione o l’avanzamento di carriera all’interno della stessa tramite concorso.
Nel primo caso, soprattutto ora che la direzione è quella di andare verso una (giusta) liberalizzazione, casomai il mantenimento dell’esistente potrebbe essere una tutela da falsi avvocati o falsi architetti o falsi farmacisti.
Nell’altro, mi chiedo che senso abbia abolire il valore legale del titolo di studio, magari a favore di una graduatoria delle singole università. Se la mia famiglia è povera o io, per motivi vari, non posso trasferirmi in un’altra regione e l’università della mia città non è ai vertici di questa classifica, già sono svantaggiato a cose normali per poter proseguire gli studi; e dovrei essere ulteriormente penalizzato nei concorsi prossimi futuri soltanto perché non ho potuto permettermi l’università a cinquecento chilometri di distanza?
Vogliamo eliminare (con le dovute eccezioni tecniche: se serve un ingegnere, serve un ingegnere e c’è poco da fare) il vincolo del tipo di laurea? Bene. Vogliamo annullare o limitare l’incidenza del voto di laurea sul punteggio nel concorso? D’accordo. Ma andare oltre no. Sarò conservatore, sarò legato agli stereotipi del Sessantotto e forse sarò pure veterocomunista, ma riformiamo i concorsi, anziché abolire il valore legale del titolo di studio: per come la vedo io, insomma, si rischia di fare come con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ossia una battaglia soltanto apparentemente pragmatica, in realtà tutta ideologica.
domenica 22 gennaio 2012
Ancora sull'articolo 18
Ho il timore che quando si parla di articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si sappia bene di cosa si parli o che il discorso sia fuorviato dall’ideologia (in un senso e nell’altro, intendiamoci).
Oggi, per esempio, il premiato duo iperliberista Alesina & Giavazzi, sul Corriere della Sera, scrive che la battaglia per eliminare quella disposizione è fondamentale perché “per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’articolo 18, e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa”.
Ora, a parte che – se così fosse – i precari esisterebbero solamente nelle aziende con più di quindici dipendenti e questo non è vero, sarà il caso di rileggersi il testo dell’articolo in questione?
Esso prevede che il giudice ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato “senza giusta causa o giustificato motivo”.
Allora, siccome la formula “senza giusta causa o giustificato motivo” a casa mia ha un significato abbastanza chiaro, i casi sono tre.
Caso uno: Alesina & Giavazzi (e molti altri con loro) hanno una strana idea dell'imprenditoria italiana e pensano che il vero motivo del mancato sviluppo delle aziende e della precarietà del lavoro sia che uno non possa licenziare un suo dipendente senza giusto motivo. Per rilanciare lo sviluppo e stare tutti meglio, il titolare o l'amministratore deve essere in grado di svegliarsi una mattina, decidere che Pinco Pallo gli sta sugli zebedei (deh, ha partecipato a uno sciopero l'altra settimana!) e mandarlo a casa senza troppe ansie, altrimenti è lui a correre “un rischio troppo elevato”. In questa maniera non esisterebbe più – secondo i due autorevoli economisti – la precarietà. E certo che no: l’importante è che i lavoratori subordinati non vivano come precarietà la possibilità di essere mandati a casa dall’oggi al domani soltanto perché al loro datore di lavoro gli gira storta.
Caso due: Alesina & Giavazzi pensano che i casi di licenziamento per scarso rendimento, crisi economica, indisciplina, troppi giorni di malattia, disonestà rientrino nella casistica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Li voglio rincuorare: non è così. La Corte di Cassazione in più circostanze (per esempio, sentenza 21121/2004, ma anche 10672/2007) ha ribadito che, in virtù del tanto vituperato articolo 41 della Costituzione (quello che secondo Tremonti non tutela abbastanza la libera iniziativa) il giudice non può sindacare la scelta di un imprenditore di ridurre il personale per motivi economici, ma soltanto la reale sussistenza e la non pretestuosità del motivo addotto dall’imprenditore. E’ vero che ci sono sentenze, sempre della Corte di Cassazione, che muovono da interpretazioni più restrittive, ma il licenziamento per giusta causa e motivi economici viene comunque ribadito.
Caso numero tre: Alesina & Giavazzi, al contrario di quanto vogliono farci credere, hanno un approccio ideologico alla questione articolo 18 non meno forte di Maurizio Landini e della Fiom.
Secondo me, è il caso numero tre quello giusto.
Oggi, per esempio, il premiato duo iperliberista Alesina & Giavazzi, sul Corriere della Sera, scrive che la battaglia per eliminare quella disposizione è fondamentale perché “per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’articolo 18, e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa”.
Ora, a parte che – se così fosse – i precari esisterebbero solamente nelle aziende con più di quindici dipendenti e questo non è vero, sarà il caso di rileggersi il testo dell’articolo in questione?
Esso prevede che il giudice ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato “senza giusta causa o giustificato motivo”.
Allora, siccome la formula “senza giusta causa o giustificato motivo” a casa mia ha un significato abbastanza chiaro, i casi sono tre.
Caso uno: Alesina & Giavazzi (e molti altri con loro) hanno una strana idea dell'imprenditoria italiana e pensano che il vero motivo del mancato sviluppo delle aziende e della precarietà del lavoro sia che uno non possa licenziare un suo dipendente senza giusto motivo. Per rilanciare lo sviluppo e stare tutti meglio, il titolare o l'amministratore deve essere in grado di svegliarsi una mattina, decidere che Pinco Pallo gli sta sugli zebedei (deh, ha partecipato a uno sciopero l'altra settimana!) e mandarlo a casa senza troppe ansie, altrimenti è lui a correre “un rischio troppo elevato”. In questa maniera non esisterebbe più – secondo i due autorevoli economisti – la precarietà. E certo che no: l’importante è che i lavoratori subordinati non vivano come precarietà la possibilità di essere mandati a casa dall’oggi al domani soltanto perché al loro datore di lavoro gli gira storta.
Caso due: Alesina & Giavazzi pensano che i casi di licenziamento per scarso rendimento, crisi economica, indisciplina, troppi giorni di malattia, disonestà rientrino nella casistica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Li voglio rincuorare: non è così. La Corte di Cassazione in più circostanze (per esempio, sentenza 21121/2004, ma anche 10672/2007) ha ribadito che, in virtù del tanto vituperato articolo 41 della Costituzione (quello che secondo Tremonti non tutela abbastanza la libera iniziativa) il giudice non può sindacare la scelta di un imprenditore di ridurre il personale per motivi economici, ma soltanto la reale sussistenza e la non pretestuosità del motivo addotto dall’imprenditore. E’ vero che ci sono sentenze, sempre della Corte di Cassazione, che muovono da interpretazioni più restrittive, ma il licenziamento per giusta causa e motivi economici viene comunque ribadito.
Caso numero tre: Alesina & Giavazzi, al contrario di quanto vogliono farci credere, hanno un approccio ideologico alla questione articolo 18 non meno forte di Maurizio Landini e della Fiom.
Secondo me, è il caso numero tre quello giusto.
sabato 21 gennaio 2012
Le liberalizzazioni, quelle vere.
Leggendo di scioperi e mobilitazioni di questa o quella categoria non posso fare a meno di pensare a dove saremmo, come Paese intendo, se in questi ultimi dieci anni l’Italia non fosse stata governata quasi sempre da un governo liberale soltanto a parole.
Cioè, voglio dire: qui per diciotto anni abbiamo avuto un tizio che continuava a invocare meno lacci e lacciuoli, meno Stato e più mercato e così via, ma poi, alla prova dei fatti, ha fatto il minimo indispensabile in tema di liberalizzazioni e, anzi, ha assecondato la corporazione di turno. Il danno non è soltanto in termini di mancata crescita di PIL, ma anche di tipo culturale. Avessimo iniziato un po’ di anni fa, forse non avremmo sentito una frase molto in voga in questi giorni: “siamo favorevoli alle liberalizzazioni sì, ma quelle vere”. Così giustificando le rivendicazioni – in minima parte fondate, in gran parte no, ma sempre e comunque derivanti da un sistema incrostato da anni – di farmacisti, benzinai, negozianti, tassisti, avvocati e financo notai.
Può essere fatto di più anche dal governo Monti? Sì.
Certi provvedimenti sono più di facciata che altro? Sì (penso alla società a responsabilità limitata per gli under 35).
Ma non è importante. Il governo Monti sta facendo qualcosa di mai visto in tanti anni di discorsi e slogan. Con questi provvedimenti, per quanto perfettibili, ci sta ridando la speranza che l’Italia possa diventare un Paese europeo: ci vuole ben altro? Intanto, ci vuole questo.
Cioè, voglio dire: qui per diciotto anni abbiamo avuto un tizio che continuava a invocare meno lacci e lacciuoli, meno Stato e più mercato e così via, ma poi, alla prova dei fatti, ha fatto il minimo indispensabile in tema di liberalizzazioni e, anzi, ha assecondato la corporazione di turno. Il danno non è soltanto in termini di mancata crescita di PIL, ma anche di tipo culturale. Avessimo iniziato un po’ di anni fa, forse non avremmo sentito una frase molto in voga in questi giorni: “siamo favorevoli alle liberalizzazioni sì, ma quelle vere”. Così giustificando le rivendicazioni – in minima parte fondate, in gran parte no, ma sempre e comunque derivanti da un sistema incrostato da anni – di farmacisti, benzinai, negozianti, tassisti, avvocati e financo notai.
Può essere fatto di più anche dal governo Monti? Sì.
Certi provvedimenti sono più di facciata che altro? Sì (penso alla società a responsabilità limitata per gli under 35).
Ma non è importante. Il governo Monti sta facendo qualcosa di mai visto in tanti anni di discorsi e slogan. Con questi provvedimenti, per quanto perfettibili, ci sta ridando la speranza che l’Italia possa diventare un Paese europeo: ci vuole ben altro? Intanto, ci vuole questo.
venerdì 20 gennaio 2012
Sì alle primarie per i parlamentari
Io sono certo che il Partito Democratico, se non dovesse essere riformata la legge elettorale per Camera e Senato o se dovesse essere cambiata introducendo il maggioritario, designerà i candidati con il metodo delle primarie, facendo seguire i fatti alle promettenti parole di Pierluigi Bersani oggi all’Assemblea Nazionale.
E sarà qualcosa che apprezzerò. Anche perché, al contrario di quanto sostenuto da Rosy Bindi in quella stessa sede, sarà un modo per rispettare la volontà di chi ha sottoscritto le richieste di referendum, oltre che una questione di buonsenso.
Però a me le primarie piacciono talmente tanto che vorrei, in pari misura, evitare situazioni come quelle che si verificano puntualmente dalle mie parti ogni volta che vengono organizzate: guerre tra bande o quasi.
Per far ciò sarebbe il caso che il PD si muovesse subito, anziché temporeggiare come suo solito. Non si sa ancora se la legge elettorale verrà modificata e come? Chi se ne importa: il partito fa tavoli e commissioni e forum su tutto lo scibile umano, aprirne uno sulle regole per le primarie cosa gli costa?
Mi permetto comunque di avanzare due modeste propostine.
La prima è che tutti – e sottolineo tutti, compreso il segretario nazionale – passino attraverso il filtro delle primarie. E’ il modo per rispettare i territori, i militanti, i simpatizzanti, quelli che poi si danno da fare. Regole uguali per tutti dal Tarvisio a Lampedusa, con un election day in tutta Italia. E quel che vien fuori vien fuori, senza se e senza ma.
La seconda proposta è che tutti presentino un piccolissimo programmino per il collegio. Quaranta o cinquanta righe in cui spiegano agli elettori su come intendono impostare il rapporto con loro e su cosa in particolare pensano di impegnarsi una volta eletti. Questo servirebbe ad attenuare i toni del confronto e, almeno in parte, a evitare che la campagna per le primarie si trasformi in una lotta nella quale Tizio Caio e Sempronio la buttano sul personale (“io sono espressione della società civile, tu della Casta!” e robe del genere) o sul generico luogo comune (“senza centro non si vince”): i candidati e i loro sostenitori più sfegatati sarebbero quasi costretti a confrontarsi anche su qualcosa di più concreto che non i discorsi a bischero che talvolta infestano le primarie a livello locale.
Chiedo troppo?
E sarà qualcosa che apprezzerò. Anche perché, al contrario di quanto sostenuto da Rosy Bindi in quella stessa sede, sarà un modo per rispettare la volontà di chi ha sottoscritto le richieste di referendum, oltre che una questione di buonsenso.
Però a me le primarie piacciono talmente tanto che vorrei, in pari misura, evitare situazioni come quelle che si verificano puntualmente dalle mie parti ogni volta che vengono organizzate: guerre tra bande o quasi.
Per far ciò sarebbe il caso che il PD si muovesse subito, anziché temporeggiare come suo solito. Non si sa ancora se la legge elettorale verrà modificata e come? Chi se ne importa: il partito fa tavoli e commissioni e forum su tutto lo scibile umano, aprirne uno sulle regole per le primarie cosa gli costa?
Mi permetto comunque di avanzare due modeste propostine.
La prima è che tutti – e sottolineo tutti, compreso il segretario nazionale – passino attraverso il filtro delle primarie. E’ il modo per rispettare i territori, i militanti, i simpatizzanti, quelli che poi si danno da fare. Regole uguali per tutti dal Tarvisio a Lampedusa, con un election day in tutta Italia. E quel che vien fuori vien fuori, senza se e senza ma.
La seconda proposta è che tutti presentino un piccolissimo programmino per il collegio. Quaranta o cinquanta righe in cui spiegano agli elettori su come intendono impostare il rapporto con loro e su cosa in particolare pensano di impegnarsi una volta eletti. Questo servirebbe ad attenuare i toni del confronto e, almeno in parte, a evitare che la campagna per le primarie si trasformi in una lotta nella quale Tizio Caio e Sempronio la buttano sul personale (“io sono espressione della società civile, tu della Casta!” e robe del genere) o sul generico luogo comune (“senza centro non si vince”): i candidati e i loro sostenitori più sfegatati sarebbero quasi costretti a confrontarsi anche su qualcosa di più concreto che non i discorsi a bischero che talvolta infestano le primarie a livello locale.
Chiedo troppo?
giovedì 19 gennaio 2012
I luoghi comuni (infondati) di Angelo Panebianco
Oggi, forzando un po’ la mia voglia di editoriali cerchiobottisti, mi sono letto il pippone di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera dedicato alla legge elettorale.
L’illustre politologo, assieme a considerazioni certo ragionevoli e condivisibili, inserisce alcune conclusioni che, forse dettate dall’ideologia (tutti ne abbiamo una, inutile nasconderci dietro un dito), ricalcano luoghi comuni.
La prima è che il sistema elettorale proporzionale produca “un effetto marmellata, una condizione permanente di confusione e precarietà”. In realtà, non è detto che sia così e ci sono sistemi proporzionali che non producono alcun effetto marmellata e alcuna precarietà. Come ho avuto altre volte modo di accennare, in realtà bisogna guardare i dettagli perché con il termine “proporzionale” si indica una serie tanto ampia di sistemi diversi che è come dire che un allenatore di calcio fa giocare a zona la sua squadra anziché a uomo. In Spagna, per esempio, ogni collegio ha un numero di seggi così ridotti che per entrare in Parlamento le liste devono avere almeno un 20-30% di voti espressi in ogni circoscrizione; e, grazie anche a questo accorgimento (ma non solo), i governi iberici sono tra i più stabili in Europa: Zapatero sette anni al governo, Aznar otto, Gonzales quattordici, Suarez quattro.
La seconda considerazione infondata è relativa all’idea che sia stato uno sbaglio inserire un sistema elettorale maggioritario in un tessuto istituzionale pensato dai padri costituenti in un periodo in cui “i governi, nati da accordi parlamentari, avevano legittimazione debole e precaria”. A parte il fatto che nel 1947 ancora non si sapeva che i governi italiani si sarebbero caratterizzati per instabilità, mi si dovrebbe dire quale degli organismi non è adeguato o quale delle procedure. Tolto il bicameralismo perfetto (che casomai è particolarmente inefficiente con un proporzionale puro come quello che avevamo fino a vent’anni fa e non con il maggioritario o i sistemi misti adottati più di recente), tutte le altre istituzioni sono neutre rispetto al sistema elettorale. Temo che si confonda quest’ultimo con la forma di governo e che si pensi che il sistema maggioritario si coniughi soltanto con una forma di governo presidenziale. Però è strano che a fare questa confusione sia un docente universitario editorialista da prima pagina del quotidiano più diffuso d’Italia.
Infine, terzo errore di Panebianco è pensare che siano soltanto gli estremisti a far danni, “persone alla perenne ricerca di una leva per rovesciare il tavolo”. Io guardo all’esperienza di questi anni. A rovesciare il tavolo con leve pretestuose sono stati personaggi talvolta insospettabili e solitamente considerati moderati: o ci siamo già dimenticati dei comportamenti di Willer Bordon, di Lamberto Dini, di Pierluigi Mantini nella precedente legislatura? E cosa dire, in questa legislatura, di Gianfranco Fini e Benedetto Della Vedova? Sono da considerare tra gli estremisti?
Insomma, ancora una volta: mai fidarsi dei luoghi comuni quando si parla di sistemi elettorali.
L’illustre politologo, assieme a considerazioni certo ragionevoli e condivisibili, inserisce alcune conclusioni che, forse dettate dall’ideologia (tutti ne abbiamo una, inutile nasconderci dietro un dito), ricalcano luoghi comuni.
La prima è che il sistema elettorale proporzionale produca “un effetto marmellata, una condizione permanente di confusione e precarietà”. In realtà, non è detto che sia così e ci sono sistemi proporzionali che non producono alcun effetto marmellata e alcuna precarietà. Come ho avuto altre volte modo di accennare, in realtà bisogna guardare i dettagli perché con il termine “proporzionale” si indica una serie tanto ampia di sistemi diversi che è come dire che un allenatore di calcio fa giocare a zona la sua squadra anziché a uomo. In Spagna, per esempio, ogni collegio ha un numero di seggi così ridotti che per entrare in Parlamento le liste devono avere almeno un 20-30% di voti espressi in ogni circoscrizione; e, grazie anche a questo accorgimento (ma non solo), i governi iberici sono tra i più stabili in Europa: Zapatero sette anni al governo, Aznar otto, Gonzales quattordici, Suarez quattro.
La seconda considerazione infondata è relativa all’idea che sia stato uno sbaglio inserire un sistema elettorale maggioritario in un tessuto istituzionale pensato dai padri costituenti in un periodo in cui “i governi, nati da accordi parlamentari, avevano legittimazione debole e precaria”. A parte il fatto che nel 1947 ancora non si sapeva che i governi italiani si sarebbero caratterizzati per instabilità, mi si dovrebbe dire quale degli organismi non è adeguato o quale delle procedure. Tolto il bicameralismo perfetto (che casomai è particolarmente inefficiente con un proporzionale puro come quello che avevamo fino a vent’anni fa e non con il maggioritario o i sistemi misti adottati più di recente), tutte le altre istituzioni sono neutre rispetto al sistema elettorale. Temo che si confonda quest’ultimo con la forma di governo e che si pensi che il sistema maggioritario si coniughi soltanto con una forma di governo presidenziale. Però è strano che a fare questa confusione sia un docente universitario editorialista da prima pagina del quotidiano più diffuso d’Italia.
Infine, terzo errore di Panebianco è pensare che siano soltanto gli estremisti a far danni, “persone alla perenne ricerca di una leva per rovesciare il tavolo”. Io guardo all’esperienza di questi anni. A rovesciare il tavolo con leve pretestuose sono stati personaggi talvolta insospettabili e solitamente considerati moderati: o ci siamo già dimenticati dei comportamenti di Willer Bordon, di Lamberto Dini, di Pierluigi Mantini nella precedente legislatura? E cosa dire, in questa legislatura, di Gianfranco Fini e Benedetto Della Vedova? Sono da considerare tra gli estremisti?
Insomma, ancora una volta: mai fidarsi dei luoghi comuni quando si parla di sistemi elettorali.
mercoledì 18 gennaio 2012
Travaglio, la Corte ha detto no: fattene una ragione!
A Marco Travaglio il no della Consulta ai referendum elettorali proprio non è andato giù. E così, accantonati provvisoriamente Mills e B., non passa giorno che non abbia da parlare di questa bocciatura. Magari a sproposito o forzando la realtà (la famosa scomparsa dei fatti...).
Come è capitato domenica scorsa, quando ha scritto questa perla: “il giudizio di legittimità su un referendum non è un processo penale dove si giudica un imputato. Nel referendum il numero dei proponenti conta eccome, infatti se le firme non superano il mezzo milione non si vota. Dunque fingere che quel milione e 200mila persone (più 115 costituzionalisti convinti della legittimità dei quesiti) non esistano non è come condannare un imputato che molti ritengono innocente, o viceversa”. Certo, la conclusione non fa una piega. Ma è il concetto che precede a essere totalmente fuori luogo: la Corte costituzionale, infatti, delibera soltanto ed esclusivamente sulla base dell’art. 75 comma 2 della Costituzione. Non per niente, il controllo sulle firme lo fa la Corte di Cassazione: una volta che i quesiti arrivano alla Consulta questa non si pone proprio il problema.
Travaglio, però, non si dà pace e non capisce come altri possano non essere dalla sua parte. Che è quella della ragione a prescindere. Così se la prende pure con Eugenio Scalfari “mi ha meravigliato leggere domenica su Repubblica – scrive il vicedirettore del Fatto – queste sue parole: ‘i referendum elettorali andrebbero esclusi come quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta’. Oibò, ci siamo detti”. Il punto è che per sostenere la propria tesi, Travaglio esclude quel che c’è scritto prima e dopo la frase da lui riportata e che inverte totalmente il pensiero del fondatore di Repubblica, ossia quel che la Corte in precedenti sentenze aveva stabilito: “una democrazia parlamentare non può restare priva di una legge elettorale neppure per un minuto. Il nostro istituto referendario è abrogativo e non propositivo. I referendum elettorali andrebbero dunque esclusi come lo sono quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta. Questa disposizione non fu messa in costituzione affinché fosse possibile anche un referendum elettorale quando si limiti ad abrogare qualche parola o qualche comma da una legge elettiva esistente trasformandola in una nuova legge attraverso l’istituto referendario”.
Insomma, Travaglio si sta comportando come certi ragazzini così innamorati della loro bella che la difendono sempre e comunque, finché non scoprono che l’adorata creatura non ricambia e va avanti per la sua strada: a quel punto riversano tutto l’astio possibile e immaginabile su di lei e sulle sue amiche. Il guaio qual è? Che, come tutti i ragazzini innamorati delusi, anche una volta messo di fronte alla realtà, Travaglio non si rassegnerà e continuerà a percuoterci gli zebedei con le sue firme referendarie che contano e gli editoriali che Scalfari o chi per lui scrisse quindici o vent’anni fa.
p.s.: sulla querelle Travaglio-Scalfari puntuale la ricostruzione di Pazzo Per Repubblica.
Come è capitato domenica scorsa, quando ha scritto questa perla: “il giudizio di legittimità su un referendum non è un processo penale dove si giudica un imputato. Nel referendum il numero dei proponenti conta eccome, infatti se le firme non superano il mezzo milione non si vota. Dunque fingere che quel milione e 200mila persone (più 115 costituzionalisti convinti della legittimità dei quesiti) non esistano non è come condannare un imputato che molti ritengono innocente, o viceversa”. Certo, la conclusione non fa una piega. Ma è il concetto che precede a essere totalmente fuori luogo: la Corte costituzionale, infatti, delibera soltanto ed esclusivamente sulla base dell’art. 75 comma 2 della Costituzione. Non per niente, il controllo sulle firme lo fa la Corte di Cassazione: una volta che i quesiti arrivano alla Consulta questa non si pone proprio il problema.
Travaglio, però, non si dà pace e non capisce come altri possano non essere dalla sua parte. Che è quella della ragione a prescindere. Così se la prende pure con Eugenio Scalfari “mi ha meravigliato leggere domenica su Repubblica – scrive il vicedirettore del Fatto – queste sue parole: ‘i referendum elettorali andrebbero esclusi come quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta’. Oibò, ci siamo detti”. Il punto è che per sostenere la propria tesi, Travaglio esclude quel che c’è scritto prima e dopo la frase da lui riportata e che inverte totalmente il pensiero del fondatore di Repubblica, ossia quel che la Corte in precedenti sentenze aveva stabilito: “una democrazia parlamentare non può restare priva di una legge elettorale neppure per un minuto. Il nostro istituto referendario è abrogativo e non propositivo. I referendum elettorali andrebbero dunque esclusi come lo sono quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta. Questa disposizione non fu messa in costituzione affinché fosse possibile anche un referendum elettorale quando si limiti ad abrogare qualche parola o qualche comma da una legge elettiva esistente trasformandola in una nuova legge attraverso l’istituto referendario”.
Insomma, Travaglio si sta comportando come certi ragazzini così innamorati della loro bella che la difendono sempre e comunque, finché non scoprono che l’adorata creatura non ricambia e va avanti per la sua strada: a quel punto riversano tutto l’astio possibile e immaginabile su di lei e sulle sue amiche. Il guaio qual è? Che, come tutti i ragazzini innamorati delusi, anche una volta messo di fronte alla realtà, Travaglio non si rassegnerà e continuerà a percuoterci gli zebedei con le sue firme referendarie che contano e gli editoriali che Scalfari o chi per lui scrisse quindici o vent’anni fa.
p.s.: sulla querelle Travaglio-Scalfari puntuale la ricostruzione di Pazzo Per Repubblica.
martedì 17 gennaio 2012
La mala comunicacion
Come ha scritto qualcuno “il PD è l’unico partito per il quale gli avversari non devono commissionare campagne di comunicazione negativa. Fa tutto da solo”.
C’è una lunga teoria, che parte dalla segreteria Veltroni e arriva ad oggi, di manifesti, spot e tutto l’ambaradan possibile e immaginabile sbagliati. L’ultimo esempio riguarda la campagna per il tesseramento 2012 e, probabilmente, è la meno dannosa perché, in fondo, riguarda un’iniziativa autoreferenziale, che interessa i malati di politica, quelli che quando comprano un quotidiano leggono i retroscena di Claudio Tito e Maria Teresa Meli anziché i resoconti da Avetrana o da Garlasco.
Però il passo falso è parecchio interessante. Perché evidenzia un totale distacco dalla realtà da parte di un gruppo dirigente: puntare su una campagna di marketing virale sui social network per un partito che ha scarsissimo appeal su chi frequenta il web è come mandare in onda videoclip heavy metal su Rete4.
E qui i casi sono due. O l’agenzia di comunicazione a cui si è affidato il PD non capisce niente oppure...
Io ho una mia teoria su come potrebbero essere andate le cose. Probabilmente infondata, ma se fosse andata davvero così non mi stupirei proprio niente (pronto a essere smentito, trattasi di frutto della mia fantasia).
Agenzia di Comunicazione: “...e poi ci sarebbe un’ultima ipotesi, un po’ rischiosa, però ve la sottoponiamo comunque: marketing virale sfruttando Facebook”.
Dirigente piddino giovane: “Figo! Fa tanto giovane!”
Agenzia: “Sì, senza dubbio, però...”
Dirigente piddino giovane: “La prendo!”
Agenzia: “Ma...”
Dirigente piddino giovane: “Ci accusano sempre di essere vecchi! Stavolta, vedrete...”
Dirigente piddino vecchio: “Ma manifesti ne facciamo? Sapete, i manifesti han sempre funzionato”
Agenzia: “Beh, se si fa marketing virale sui social forum i manifesti sono un po’ un controsenso...”
Dirigente piddino vecchio: “I manifesti ci vogliono”
Dirigente piddino giovane: “Ma il marketing virale è figo”
Dirigente piddino vecchio e dirigente piddino giovane, in coro: “Facciamo tutti e due!”
Agenzia: “Vabbuò... basta che pagate”
C’è una lunga teoria, che parte dalla segreteria Veltroni e arriva ad oggi, di manifesti, spot e tutto l’ambaradan possibile e immaginabile sbagliati. L’ultimo esempio riguarda la campagna per il tesseramento 2012 e, probabilmente, è la meno dannosa perché, in fondo, riguarda un’iniziativa autoreferenziale, che interessa i malati di politica, quelli che quando comprano un quotidiano leggono i retroscena di Claudio Tito e Maria Teresa Meli anziché i resoconti da Avetrana o da Garlasco.
Però il passo falso è parecchio interessante. Perché evidenzia un totale distacco dalla realtà da parte di un gruppo dirigente: puntare su una campagna di marketing virale sui social network per un partito che ha scarsissimo appeal su chi frequenta il web è come mandare in onda videoclip heavy metal su Rete4.
E qui i casi sono due. O l’agenzia di comunicazione a cui si è affidato il PD non capisce niente oppure...
Io ho una mia teoria su come potrebbero essere andate le cose. Probabilmente infondata, ma se fosse andata davvero così non mi stupirei proprio niente (pronto a essere smentito, trattasi di frutto della mia fantasia).
Agenzia di Comunicazione: “...e poi ci sarebbe un’ultima ipotesi, un po’ rischiosa, però ve la sottoponiamo comunque: marketing virale sfruttando Facebook”.
Dirigente piddino giovane: “Figo! Fa tanto giovane!”
Agenzia: “Sì, senza dubbio, però...”
Dirigente piddino giovane: “La prendo!”
Agenzia: “Ma...”
Dirigente piddino giovane: “Ci accusano sempre di essere vecchi! Stavolta, vedrete...”
Dirigente piddino vecchio: “Ma manifesti ne facciamo? Sapete, i manifesti han sempre funzionato”
Agenzia: “Beh, se si fa marketing virale sui social forum i manifesti sono un po’ un controsenso...”
Dirigente piddino vecchio: “I manifesti ci vogliono”
Dirigente piddino giovane: “Ma il marketing virale è figo”
Dirigente piddino vecchio e dirigente piddino giovane, in coro: “Facciamo tutti e due!”
Agenzia: “Vabbuò... basta che pagate”
lunedì 16 gennaio 2012
Triste metafora dell'Italia
Sì, lo so. E' un po' cinico pensare a certe cose.
Ma il comandante della nave che, ridendo e scherzando, per fare il brillante manda l'imbarcazione da crociera a rovinarsi contro uno scoglio; e poi nega il problema ai passeggeri anche quando la situazione è ormai palese a tutti; e non soltanto ai passeggeri, ma pure alla capitaneria; e infine lo stesso comandante che abbandona la nave mentre sta affondando lasciando ad altri il compito di gestire l'emergenza causata dalla sua dissennatezza.
Sì, lo so. E' triste come metafora dell'Italia contemporanea e di certi governi di un passato recente che speriamo non ritorni.
La speranza è che il serbatoio, con tutto il carburante dentro, almeno quello regga.
Ma il comandante della nave che, ridendo e scherzando, per fare il brillante manda l'imbarcazione da crociera a rovinarsi contro uno scoglio; e poi nega il problema ai passeggeri anche quando la situazione è ormai palese a tutti; e non soltanto ai passeggeri, ma pure alla capitaneria; e infine lo stesso comandante che abbandona la nave mentre sta affondando lasciando ad altri il compito di gestire l'emergenza causata dalla sua dissennatezza.
Sì, lo so. E' triste come metafora dell'Italia contemporanea e di certi governi di un passato recente che speriamo non ritorni.
La speranza è che il serbatoio, con tutto il carburante dentro, almeno quello regga.
domenica 15 gennaio 2012
Chi è che paragona Monti a Mussolini?
L’ho già scritto in passato e ora mi ripeto: uno dei motivi per cui non apprezzo il cosiddetto “terzismo” degli editorialisti del Corriere della Sera è che si tratta, perlopiù, di esercizi di stile basati sull’ipocrisia.
Si chiama cerchiobottismo, ma in realtà si dà un colpo al cerchio e poi si finge solamente di dare il colpo anche alla botte.
E così può succedere che Piero “Io-sono-un-vero-liberale” Ostellino si esprima su Mario Monti come mai aveva fatto con il suo predecessore, sempre trattato in modo conciliante anche nelle critiche.
“Altro che tecnico, Mario è un gran politico: se non sai come cavartela, vendi fumo ai cittadini. E’ la parabola di chi parte servitore dello Stato (canaglia) e diventa egli stesso canagliesco”. Occhio, Ostellino non sta parlando di certe promesse, fino ad oggi effettivamente un po’ vacue, sulle liberalizzazioni. Sta parlando dei controlli della Guardia di Finanza a Cortina per stanare certe pratiche di evasione fiscale. Monti vende fumo, diventa egli stesso canagliesco, dice l'illustre giornalista. Lo avesse scritto Marco Travaglio di Berlusconi, ci sarebbe stata un’alzata di scudi al Corriere. E chissà cosa avrebbe scritto Ostellino se Travaglio avesse paragonato il prededessore di Monti a Mussolini. Se, per esempio, avesse scritto che l’Italia “ieri inneggiava al Duce, oggi a un bravo docente della Bocconi che si scopre anch’egli – effetto corruttore del potere, direbbe Lord Acton – incline alla demagogia dilagante”. Già... Peccato che una frase del genere non l’abbia scritta Travaglio. Chi sarà stato l’autore?
Si chiama cerchiobottismo, ma in realtà si dà un colpo al cerchio e poi si finge solamente di dare il colpo anche alla botte.
E così può succedere che Piero “Io-sono-un-vero-liberale” Ostellino si esprima su Mario Monti come mai aveva fatto con il suo predecessore, sempre trattato in modo conciliante anche nelle critiche.
“Altro che tecnico, Mario è un gran politico: se non sai come cavartela, vendi fumo ai cittadini. E’ la parabola di chi parte servitore dello Stato (canaglia) e diventa egli stesso canagliesco”. Occhio, Ostellino non sta parlando di certe promesse, fino ad oggi effettivamente un po’ vacue, sulle liberalizzazioni. Sta parlando dei controlli della Guardia di Finanza a Cortina per stanare certe pratiche di evasione fiscale. Monti vende fumo, diventa egli stesso canagliesco, dice l'illustre giornalista. Lo avesse scritto Marco Travaglio di Berlusconi, ci sarebbe stata un’alzata di scudi al Corriere. E chissà cosa avrebbe scritto Ostellino se Travaglio avesse paragonato il prededessore di Monti a Mussolini. Se, per esempio, avesse scritto che l’Italia “ieri inneggiava al Duce, oggi a un bravo docente della Bocconi che si scopre anch’egli – effetto corruttore del potere, direbbe Lord Acton – incline alla demagogia dilagante”. Già... Peccato che una frase del genere non l’abbia scritta Travaglio. Chi sarà stato l’autore?
La democrazia interna ai partiti nell'Italia contemporanea
Il paragone di Antonello Paciolla è pertinente e acuto.
Ma io mi chiedo: ma perché, abbiate pazienza, forse che nel Popolo della Libertà le dinamiche di partito avvengono in maniera diversa? E tra i radicali?
Provate ad andare nel PdL e contestare Berlusconi. Provate a portare avanti politiche che a lui non piacciono.
Provate ad andare tra i radicali e contestare Pannella (senza chiamarvi Emma Bonino).
Noi abbiamo in Italia almeno tre partiti rappresentati in Parlamento in cui la democrazia interna di fatto è sospesa. Da sempre. E per sempre, fintanto che il capo spirituale non raggiungerà i propri avi. A quel punto lì, non sapremo nemmeno se quei tre partiti continueranno a esistere.
Ma io mi chiedo: ma perché, abbiate pazienza, forse che nel Popolo della Libertà le dinamiche di partito avvengono in maniera diversa? E tra i radicali?
Provate ad andare nel PdL e contestare Berlusconi. Provate a portare avanti politiche che a lui non piacciono.
Provate ad andare tra i radicali e contestare Pannella (senza chiamarvi Emma Bonino).
Noi abbiamo in Italia almeno tre partiti rappresentati in Parlamento in cui la democrazia interna di fatto è sospesa. Da sempre. E per sempre, fintanto che il capo spirituale non raggiungerà i propri avi. A quel punto lì, non sapremo nemmeno se quei tre partiti continueranno a esistere.
sabato 14 gennaio 2012
Come tradire lo spirito delle primarie e vivere felici
Lo scorso mese di giugno il Partito Democratico della mia città individua un candidato sindaco per le prossime elezioni amministrative, che si svolgeranno a primavera. Il percorso è lineare: ampia consultazione nei circoli cui è richiesto di avanzare proposte, tutti esprimono un solo nome e su quello si registra l’unanimità all’interno del partito, nonostante l’appello affinché altre persone si facciano avanti a proporre la loro candidatura e magari andare a primarie. Ma la persona che si è dichiarata disponibile gode davvero del consenso e della stima direi universale in città. Anche delle altre forze politiche, tant’è che Sinistra e Libertà fa sapere che se non lo candida il PD ci pensano loro a proporre quel nome. Così un ampio schieramento che va dall’Italia dei Valori alla Federazione della Sinistra a esponenti della società civile vicini ai grillini (ebbene sì!) appoggia il tizio. Che inizia la sua maratona. Senza primarie per mancanza di avversari e il voto unanime dell’assemblea comunale del PD.
Passa l’estate.
Passa anche l’autunno.
Arriva Mario Monti e decide che le Province si aboliscono.
Così il presidente della Provincia, eletto a maggio 2011, all’improvviso scopre che a livello nazionale lo scenario politico è cambiato e che la maratona del candidato sindaco sta andando troppo a rilento e che il centrosinistra rischia di perdere nuovamente le elezioni: al termine di uno stillicidio di dichiarazioni e non-smentite, annuncia che si candiderà chiedendo primarie di coalizione.
A mio avviso, si tratta di un vero e proprio tradimento dello spirito delle primarie. Che sono una grandiosa forma di partecipazione democratica, ma devono – come ho già rilevato altre volte in passato – essere maneggiate con cura. Perché non sono né un randello da esibire per prove di forza correntizia all’interno di un partito, né un abito bello ed elegante da indossare per apparire diversi da quel che si è. Fuor di metafora: mascherare con un’iniziativa di pseudo-legittimazione popolare (si sa già che sono in azione le truppe cammellate di forze politiche locali che niente hanno a che vedere con il centrosinistra) un’operazione di politica politicante significa prendere per il culo il cittadino e il militante della base, chiamati a fare la figura degli utili idioti.
Sì, le primarie sono un bello strumento. Siamo noi italiani, è la nostra classe politica a non essere pronta alle primarie.
venerdì 13 gennaio 2012
Un inciucio per la legge elettorale
Bene, ora si tornerà a parlare molto di legge elettorale e così finalmente potremo distrarci dalle notizie di borsa, dall’andamento dello spread, dal fondo salva Stati e tante altre cose complicate. Finalmente i retroscenisti riavranno il ruolo che a loro compete, mentre gli editorialisti dei giornali ridaranno spazio a pseudodefinizioni di leggi elettorali all’ungherese, alla slovacca, alla tedesca, alla spagnola (che ai miei tempi era qualcos’altro). Alla peggio, prenderanno il nome del primo firmatario di una proposta, ci aggiungeranno una desinenza latina in fondo e avremo – chessò – l’Alfanum o il Bersanum o il Casinum (e voglio ridere se ci sarà una proposta di Daniela Santanché). Io confido in uno Stracquadanium, che mi sa tanto di fortino romano nei pressi del noto villaggio gallico assediato dalle truppe di Cesare.
Alcune istruzioni per l’uso, in vista del dibattito prossimo venturo.
* Non esiste la legge elettorale perfetta. Ognuna ha le sue lacune e le sue controindicazioni.
* La legge elettorale conta, ma relativamente. Se i politici si muovono come se fossero in un sistema proporzionale puro, si può adottare anche il maggioritario secco all’inglese, ma i vizi rimangono gli stessi di sempre.
* Gli aspetti qualificanti di una legge elettorale non stanno nella categoria (“proporzionale”, “maggioritario” e così via), ma nei dettagli. Il sistema attuale che abbiamo in Italia in teoria dovrebbe garantire stabilità perché prevede premio di maggioranza e clausola di sbarramento; nella pratica, il premio di maggioranza su base regionale al Senato rende aleatoria la formazione di una maggioranza. In Spagna hanno un proporzionale, ma la definizione dei collegi elettorali è tale che il sistema è molto stabile. Sulla carta, il sistema attuale avrebbe dovuto mandare in Parlamento soltanto i fidi delle segreterie di partito: invece, mai come in questi ultimi cinque anni abbiamo assistito a fenomeni di transumanza.
* Ma, soprattutto, chi davvero vuole una legge elettorale diversa dall’attuale prima di andare a nuove elezioni deve essere disposto ad abbandonare non soltanto ogni ideologia, ma pure ogni pregiudizio. Nello scenario attuale, con la composizione attuale del Parlamento, avanzare una proposta di legge elettorale che non tenga conto, almeno in piccola parte, di alcune richieste o dell’UdC o del PdL significa non avanzare niente di davvero utile allo scopo e voler conservare la normativa esistente. Elogio dell’inciucio? No, pragmatismo.
Alcune istruzioni per l’uso, in vista del dibattito prossimo venturo.
* Non esiste la legge elettorale perfetta. Ognuna ha le sue lacune e le sue controindicazioni.
* La legge elettorale conta, ma relativamente. Se i politici si muovono come se fossero in un sistema proporzionale puro, si può adottare anche il maggioritario secco all’inglese, ma i vizi rimangono gli stessi di sempre.
* Gli aspetti qualificanti di una legge elettorale non stanno nella categoria (“proporzionale”, “maggioritario” e così via), ma nei dettagli. Il sistema attuale che abbiamo in Italia in teoria dovrebbe garantire stabilità perché prevede premio di maggioranza e clausola di sbarramento; nella pratica, il premio di maggioranza su base regionale al Senato rende aleatoria la formazione di una maggioranza. In Spagna hanno un proporzionale, ma la definizione dei collegi elettorali è tale che il sistema è molto stabile. Sulla carta, il sistema attuale avrebbe dovuto mandare in Parlamento soltanto i fidi delle segreterie di partito: invece, mai come in questi ultimi cinque anni abbiamo assistito a fenomeni di transumanza.
* Ma, soprattutto, chi davvero vuole una legge elettorale diversa dall’attuale prima di andare a nuove elezioni deve essere disposto ad abbandonare non soltanto ogni ideologia, ma pure ogni pregiudizio. Nello scenario attuale, con la composizione attuale del Parlamento, avanzare una proposta di legge elettorale che non tenga conto, almeno in piccola parte, di alcune richieste o dell’UdC o del PdL significa non avanzare niente di davvero utile allo scopo e voler conservare la normativa esistente. Elogio dell’inciucio? No, pragmatismo.
giovedì 12 gennaio 2012
Dicesi "Stato di diritto"
A me non stupisce la reazione di certuni alla sentenza della Corte costituzionale sui referendum elettorali. Altri – e meglio di me – hanno proposto paralleli interessanti e confrontato le dichiarazioni di ieri e di oggi. Né mi preme sottolineare che l’ammissibilità si sapeva da sempre che fosse tutt’altro che certa: pure quel cretino del blogger che qui scrive lo fece presente in tempi non sospetti (e prima di eminenti costituzionalisti come Michele Ainis), suscitando la reazione del professor Andrea Morrone, presidente del comitato promotore. Io, nella mia ignoranza, mi accodai, ma evidentemente non avevo avuto tutti i torti, anzi.
Mi interessa, però, puntualizzare una cosuccia che poi si riallaccia a quel discorso sulla nostra Costituzione che ho già fatto spesso in passato.
Dicesi “Stato di diritto” quell’ordinamento nel quale la legge viene votata dai rappresentanti del popolo, ma tutte le leggi e tutti i comportamenti di chi detiene il potere sono poi sottoposte a giudizio indipendente e imparziale di legalità.
Dicesi “Populismo” un orientamento politico che concepisce il popolo come sempre virtuoso, omogeneo e contrapposto a élites che attentano continuamente a valori, beni e identità del popolo.
Per certi aspetti, il populismo è l’antitesi dello Stato di diritto (e infatti molte dittature vi hanno trovato il proprio terreno di coltura) perché antepone la soggettività (e la retorica che sempre l’accompagna) all’oggettività.
Oggi abbiamo visto un mediocre e, si spera, inutile esempio di populismo. Personaggi – rispettabilissimi – si sono appellati al milione e passa di firme per sostenere la tesi che la volontà popolare non è stata rispettata perché la Corte costituzionale non ha ammesso a referendum i quesiti appoggiati da tali sottoscrizioni.
Oggi, però, abbiamo visto un esempio pure di “Stato di diritto”. Una legge, votata dai rappresentanti del popolo (all’epoca c’era ancora il Mattarellum, tra l’altro), è stata sottoposta al giudizio di un organo super partes. Che può anche aver sbagliato e magari fra tre o cinque o dieci anni, su un quesito analogo, deciderà in maniera completamente diversa. Ma questa è la democrazia, questo è lo Stato di diritto. Chi urla, chi – magari contraddicendo sé stesso – sbraita contro il regime o è in malafede o deve ripassare l’abc dell’educazione civica.
Mi interessa, però, puntualizzare una cosuccia che poi si riallaccia a quel discorso sulla nostra Costituzione che ho già fatto spesso in passato.
Dicesi “Stato di diritto” quell’ordinamento nel quale la legge viene votata dai rappresentanti del popolo, ma tutte le leggi e tutti i comportamenti di chi detiene il potere sono poi sottoposte a giudizio indipendente e imparziale di legalità.
Dicesi “Populismo” un orientamento politico che concepisce il popolo come sempre virtuoso, omogeneo e contrapposto a élites che attentano continuamente a valori, beni e identità del popolo.
Per certi aspetti, il populismo è l’antitesi dello Stato di diritto (e infatti molte dittature vi hanno trovato il proprio terreno di coltura) perché antepone la soggettività (e la retorica che sempre l’accompagna) all’oggettività.
Oggi abbiamo visto un mediocre e, si spera, inutile esempio di populismo. Personaggi – rispettabilissimi – si sono appellati al milione e passa di firme per sostenere la tesi che la volontà popolare non è stata rispettata perché la Corte costituzionale non ha ammesso a referendum i quesiti appoggiati da tali sottoscrizioni.
Oggi, però, abbiamo visto un esempio pure di “Stato di diritto”. Una legge, votata dai rappresentanti del popolo (all’epoca c’era ancora il Mattarellum, tra l’altro), è stata sottoposta al giudizio di un organo super partes. Che può anche aver sbagliato e magari fra tre o cinque o dieci anni, su un quesito analogo, deciderà in maniera completamente diversa. Ma questa è la democrazia, questo è lo Stato di diritto. Chi urla, chi – magari contraddicendo sé stesso – sbraita contro il regime o è in malafede o deve ripassare l’abc dell’educazione civica.
mercoledì 11 gennaio 2012
E poi dice che i giovani sono sfiduciati
Quando si parla di disoccupazione c’è sempre una corrente che tende a minimizzare la questione proponendo l’argomento “mancano idraulici (imbianchini, falegnami, manovali...), se uno vuol darsi da fare il lavoro lo trova, invece tutti pensano a fare gli ingegneri o ad avere la poltrona sotto il sedere”.
Argomento stupido e che non tiene conto di una serie di situazioni: la retribuzione proposta, i precedenti professionali richiesti, le condizioni familiari, la legittima aspirazione a diventare ingegnere o professore di latino e così via. Ma vallo a far capire ai Sacconi di turno.
Ora, nella mia città è successo questo: il Comune ha fatto un bando per l’assegnazione di case in affitto a trentatré coppie, ma hanno risposto soltanto in cinque.
Che c’entra l’alloggio in affitto con il lavoro?
C’entra in questo senso. Che se ventotto alloggi son rimasti sfitti, non è perché non esista un problema “casa” nella mia città. Semplicemente, se il requisito è essere sposati da almeno due anni, avere meno di 35 anni e dichiarare un reddito complessivo familiare di non più di 39mila euro (ossia, i due coniugi devono guadagnare ciascuno meno di 1.500 euro lordi al mese, o uno dei due essere disoccupato), probabilmente sono cinque in tutta la città le coppie che possono fare domanda. A meno che non ci siano i famosi “incidenti di percorso”, oggi nessuno si sposa (e lasciamo perdere tutte le discussioni sulle coppie di fatto, escluse dal bando) se il reddito complessivo è così basso. E la stragrande maggioranza di coloro che decidono di fare quel passo prima si assicurano di avere un alloggio.
Così si torna alla questione iniziale. Invece di trarre conclusioni affrettate su chi è senza lavoro e sul lavoro che ci sarebbe, bisognerebbe capirne qualcosa di più. Magari si scoprirebbe che per cinque ragazzotti che davvero non hanno voglia di darsi un po’ da fare e prendere in mano un badile e una cazzuola, ce ne sono altri venticinque che sarebbero anche disposti se soltanto le condizioni date fossero dignitose o perlomeno praticabili. Credo che per confermare quanto sostengo sia sufficiente un giro veloce tra le inserzioni dei quotidiani sulle offerte di lavoro e un paio di telefonate.
Argomento stupido e che non tiene conto di una serie di situazioni: la retribuzione proposta, i precedenti professionali richiesti, le condizioni familiari, la legittima aspirazione a diventare ingegnere o professore di latino e così via. Ma vallo a far capire ai Sacconi di turno.
Ora, nella mia città è successo questo: il Comune ha fatto un bando per l’assegnazione di case in affitto a trentatré coppie, ma hanno risposto soltanto in cinque.
Che c’entra l’alloggio in affitto con il lavoro?
C’entra in questo senso. Che se ventotto alloggi son rimasti sfitti, non è perché non esista un problema “casa” nella mia città. Semplicemente, se il requisito è essere sposati da almeno due anni, avere meno di 35 anni e dichiarare un reddito complessivo familiare di non più di 39mila euro (ossia, i due coniugi devono guadagnare ciascuno meno di 1.500 euro lordi al mese, o uno dei due essere disoccupato), probabilmente sono cinque in tutta la città le coppie che possono fare domanda. A meno che non ci siano i famosi “incidenti di percorso”, oggi nessuno si sposa (e lasciamo perdere tutte le discussioni sulle coppie di fatto, escluse dal bando) se il reddito complessivo è così basso. E la stragrande maggioranza di coloro che decidono di fare quel passo prima si assicurano di avere un alloggio.
Così si torna alla questione iniziale. Invece di trarre conclusioni affrettate su chi è senza lavoro e sul lavoro che ci sarebbe, bisognerebbe capirne qualcosa di più. Magari si scoprirebbe che per cinque ragazzotti che davvero non hanno voglia di darsi un po’ da fare e prendere in mano un badile e una cazzuola, ce ne sono altri venticinque che sarebbero anche disposti se soltanto le condizioni date fossero dignitose o perlomeno praticabili. Credo che per confermare quanto sostengo sia sufficiente un giro veloce tra le inserzioni dei quotidiani sulle offerte di lavoro e un paio di telefonate.
martedì 10 gennaio 2012
C'eravamo tanto amati
Beh, sì: in effetti, il comportamento della Lega Nord che dopo anni scopre all’improvviso che l’ex sottosegretario Nicola Cosentino merita di essere arrestato è abbastanza vomitevole.
Ma cosa dire del Giornale che, dopo anni, trova il modo di attaccare pesantemente la Lega sull’uso dei soldi?
Oh, a me hanno sempre dato parecchio fastidio le modalità in cui interagiscono le correnti e le anime del centrosinistra in generale e del Partito Democratico in particolare. Però almeno lì si scannano a prescindere, c’è questo di buono, e nella maggior parte dei casi perché ognuno è convinto di essere più furbo e strategicamente migliore. Può finire che si portan via un po' di elettori l'uno con l'altro, oppure che qualcuno se ne va altrove o fonda un nuovo partito dicendo che serve per unire tutti.
A destra, invece, vanno d’amore e d’accordo finché qualcuno non pesta i piedi a qualcun altro. A quel punto vengon giù tutte le ipocrisie che avevano retto la baracca per anni. Deprimente.
La domanda che mi pongo a questo punto è la seguente: se la macchina del fango, che è appena partita e non sappiamo dove e quando si fermerà, invece di investire qualcuno dei buoni dovesse investire un Bossi o un Calderoli, ci indigneremmo ugualmente?
Ma cosa dire del Giornale che, dopo anni, trova il modo di attaccare pesantemente la Lega sull’uso dei soldi?
Oh, a me hanno sempre dato parecchio fastidio le modalità in cui interagiscono le correnti e le anime del centrosinistra in generale e del Partito Democratico in particolare. Però almeno lì si scannano a prescindere, c’è questo di buono, e nella maggior parte dei casi perché ognuno è convinto di essere più furbo e strategicamente migliore. Può finire che si portan via un po' di elettori l'uno con l'altro, oppure che qualcuno se ne va altrove o fonda un nuovo partito dicendo che serve per unire tutti.
A destra, invece, vanno d’amore e d’accordo finché qualcuno non pesta i piedi a qualcun altro. A quel punto vengon giù tutte le ipocrisie che avevano retto la baracca per anni. Deprimente.
La domanda che mi pongo a questo punto è la seguente: se la macchina del fango, che è appena partita e non sappiamo dove e quando si fermerà, invece di investire qualcuno dei buoni dovesse investire un Bossi o un Calderoli, ci indigneremmo ugualmente?
lunedì 9 gennaio 2012
Il Contratto Unico di Ingresso: obiezioni e risposte
Poiché pare che, relativamente al mercato del lavoro, alla fine possa essere trovato un accettabile compromesso sulla proposta Boeri-Garibaldi (contratto unico di ingresso) e poiché io, da sempre, sono favorevole ad essa, credo sia il caso di mettere qualche puntino sulle i. A futura memoria. Perché si sa già quali saranno alcune delle principali obiezioni.
Prendo come riferimento la proposta di legge primo firmatario il senatore Paolo Nerozzi.
Il CUI (contratto unico di ingresso) aggira l’articolo 18?
L’articolo 4 stabilisce che “resta comunque ferma l’applicazione della normativa vigente in caso di licenziamento disciplinare e di licenziamento del quale il giudice ravvisi un motivo determinante discriminatorio ovvero un motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo”.
Ma in fondo non è un contratto a tempo determinato che poi si trasforma a tempo indeterminato?
No. E’ un contratto a tempo indeterminato da subito. Soltanto, le tutele a favore del dipendente variano a seconda del periodo lavorativo: nel periodo di ingresso, il dipendente può essere licenziato – ma non per motivi discriminatori o futili – dietro riconoscimento di una indennità a carico del datore di lavoro; dopo tre anni, nella fase di stabilità, si applicherà la “normativa vigente in materia di licenziamento individuale”.
Tre anni di periodo di prova: alla fine, quali sono le differenze con i contratti a tempo determinato?
Sempre l’articolo 4 stabilisce che “durante la fase di ingresso, in caso di cessazione del rapporto conseguente al recesso del datore di lavoro per motivi diversi dal licenziamento disciplinare, al prestatore è riconosciuta la tutela obbligatoria nella forma di un’indennità di licenziamento a carico del datore di lavoro di ammontare pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione lavorativa”. Ciò significa che dopo tre anni se il datore di lavoro non vuol trasformare la fase di ingresso in fase di stabilità dovrà versare al lavoratore una cifra pari a sei mensilità. Da un lato, è un passo avanti rispetto alla situazione attuale dei lavoratori con contratto a tempo determinato (che al termine del periodo se ne tornano a casina loro senza un euro di indennità), dall’altro il datore di lavoro non ha alcun interesse a interrompere il rapporto dopo tre anni: o lo interrompe prima (e comunque paga un’indennità) o al terzo anno avrà la convenienza a far entrare il lavoratore nella fase di stabilità.
Non verrebbe svantaggiato chi oggi può avere, da subito, un contratto a tempo indeterminato?
Per certi aspetti sì: perché oggi uno potrebbe essere assunto a tempo indeterminato e avere subito una certa qualità di tutele e un periodo di prova molto breve e domani non sarà più possibile. E’ anche vero che se un lavoratore non è un fannullone ed è una persona valida, il datore di lavoro è comunque disincentivato a licenziarlo in virtù dell’indennità da corrispondergli.
L’indennizzo piuttosto alto in caso di recesso non provocherà una diminuzione del salario d’ingresso?
Non è detto. Perché l’articolo 6 prevede l’introduzione del “salario minimo”, ossia un “compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti di lavoro”. Sarà stabilito d’intesa con le parti sociali e, nel caso non si raggiungesse l’accordo, sarà il governo a decidere, sentiti i principali sindacati e su proposta del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.
Ma non si introduce così un’altra forma contrattuale rispetto alle tante già vigenti?
Il CUI si applica a tutte le prime assunzioni alle dipendenze del medesimo datore o committente (art. 1). Quindi, nell’arco di alcuni anni – man mano che cesseranno rapporti di lavoro già in essere e ne saranno costituiti di nuovi – diventerà a tutti gli effetti “contratto unico di ingresso”; i contratti a tempo determinato rimarranno per poche e ben precise situazioni.
Prendo come riferimento la proposta di legge primo firmatario il senatore Paolo Nerozzi.
Il CUI (contratto unico di ingresso) aggira l’articolo 18?
L’articolo 4 stabilisce che “resta comunque ferma l’applicazione della normativa vigente in caso di licenziamento disciplinare e di licenziamento del quale il giudice ravvisi un motivo determinante discriminatorio ovvero un motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo”.
Ma in fondo non è un contratto a tempo determinato che poi si trasforma a tempo indeterminato?
No. E’ un contratto a tempo indeterminato da subito. Soltanto, le tutele a favore del dipendente variano a seconda del periodo lavorativo: nel periodo di ingresso, il dipendente può essere licenziato – ma non per motivi discriminatori o futili – dietro riconoscimento di una indennità a carico del datore di lavoro; dopo tre anni, nella fase di stabilità, si applicherà la “normativa vigente in materia di licenziamento individuale”.
Tre anni di periodo di prova: alla fine, quali sono le differenze con i contratti a tempo determinato?
Sempre l’articolo 4 stabilisce che “durante la fase di ingresso, in caso di cessazione del rapporto conseguente al recesso del datore di lavoro per motivi diversi dal licenziamento disciplinare, al prestatore è riconosciuta la tutela obbligatoria nella forma di un’indennità di licenziamento a carico del datore di lavoro di ammontare pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione lavorativa”. Ciò significa che dopo tre anni se il datore di lavoro non vuol trasformare la fase di ingresso in fase di stabilità dovrà versare al lavoratore una cifra pari a sei mensilità. Da un lato, è un passo avanti rispetto alla situazione attuale dei lavoratori con contratto a tempo determinato (che al termine del periodo se ne tornano a casina loro senza un euro di indennità), dall’altro il datore di lavoro non ha alcun interesse a interrompere il rapporto dopo tre anni: o lo interrompe prima (e comunque paga un’indennità) o al terzo anno avrà la convenienza a far entrare il lavoratore nella fase di stabilità.
Non verrebbe svantaggiato chi oggi può avere, da subito, un contratto a tempo indeterminato?
Per certi aspetti sì: perché oggi uno potrebbe essere assunto a tempo indeterminato e avere subito una certa qualità di tutele e un periodo di prova molto breve e domani non sarà più possibile. E’ anche vero che se un lavoratore non è un fannullone ed è una persona valida, il datore di lavoro è comunque disincentivato a licenziarlo in virtù dell’indennità da corrispondergli.
L’indennizzo piuttosto alto in caso di recesso non provocherà una diminuzione del salario d’ingresso?
Non è detto. Perché l’articolo 6 prevede l’introduzione del “salario minimo”, ossia un “compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti di lavoro”. Sarà stabilito d’intesa con le parti sociali e, nel caso non si raggiungesse l’accordo, sarà il governo a decidere, sentiti i principali sindacati e su proposta del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.
Ma non si introduce così un’altra forma contrattuale rispetto alle tante già vigenti?
Il CUI si applica a tutte le prime assunzioni alle dipendenze del medesimo datore o committente (art. 1). Quindi, nell’arco di alcuni anni – man mano che cesseranno rapporti di lavoro già in essere e ne saranno costituiti di nuovi – diventerà a tutti gli effetti “contratto unico di ingresso”; i contratti a tempo determinato rimarranno per poche e ben precise situazioni.
domenica 8 gennaio 2012
Il centrodestra e le liberalizzazioni
Un annetto fa il centrodestra – all’epoca al governo – ne inventò una delle sue: la riscrittura dell’articolo 41 della Costituzione. Era fumo negli occhi per distrarre i cittadini dalle tante mancate riforme e inefficienze ed esempi di malgoverno a cui quell’esecutivo ci aveva abituati. Ma presidente del Consiglio e ministri zelantemente ci spiegavano che bisognava liberalizzare tutto ciò che non era espressamente vietato dalla legge e così l’economia sarebbe ripartita alla grande.
Più concorrenza, del resto, era uno dei capisaldi del berlusconismo sin dal 1994. L’allora ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, ossia colui che avrebbe dovuto essere schierato in prima linea per il raggiungimento dell’obiettivo, spiegava ai quotidiani amici che “discuteremo presto dell’approvazione di questo testo sulla concorrenza (un disegno di legge sulle liberalizzazioni, ndb), forse già al prossimo consiglio dei ministri”.
Oggi Romani rilascia una intervista al Giornale di famiglia nella quale spiega che le liberalizzazioni nel settore aereo ed energetico non hanno portato vantaggi, che nel settore postale è meglio non farle, che sui carburanti non è il caso di andare oltre e pure sulle farmacie è bene non procedere (per tacer dei tassisti e dei negozi aperti di notte).
Ma come? E il principio che stava alla base della grande riforma costituzionale, tutto è libero quel che non è espressamente vietato? Scomparso: ora le liberalizzazioni “non devono essere solo una bandiera o una battaglia ideologica. Bisogna verificare l’efficacia in base al modello italiano”.
Non è tutto. Uno pensa che dopo tanti anni al governo il Popolo della Libertà abbia le idee chiare su quel che vuol proporre e fare. Del resto, a sentire Romani, le liberalizzazioni avrebbero dovuto essere oggetto di una seduta di Consiglio dei ministri un anno fa. E invece, sorpresa: a distanza di undici mesi l’ex ministro annuncia che “martedì ci sarà una riunione di partito, nella quale definiremo le nostre posizioni”.
Eccoli, i liberalizzatori. Quelli che volevano rivoltare l’Italia come un calzino e fare una rivoluzione d’innovazione economica del Paese. Dopo tanti anni non soltanto “bisogna verificare l’efficacia in base al modello italiano”, ma nemmeno hanno elaborato una posizione su quel che intendono fare.
Il centrosinistra sarà anche poco credibile, ma al centrodestra una volta tolti gli slogan rimane proprio niente.
Più concorrenza, del resto, era uno dei capisaldi del berlusconismo sin dal 1994. L’allora ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, ossia colui che avrebbe dovuto essere schierato in prima linea per il raggiungimento dell’obiettivo, spiegava ai quotidiani amici che “discuteremo presto dell’approvazione di questo testo sulla concorrenza (un disegno di legge sulle liberalizzazioni, ndb), forse già al prossimo consiglio dei ministri”.
Oggi Romani rilascia una intervista al Giornale di famiglia nella quale spiega che le liberalizzazioni nel settore aereo ed energetico non hanno portato vantaggi, che nel settore postale è meglio non farle, che sui carburanti non è il caso di andare oltre e pure sulle farmacie è bene non procedere (per tacer dei tassisti e dei negozi aperti di notte).
Ma come? E il principio che stava alla base della grande riforma costituzionale, tutto è libero quel che non è espressamente vietato? Scomparso: ora le liberalizzazioni “non devono essere solo una bandiera o una battaglia ideologica. Bisogna verificare l’efficacia in base al modello italiano”.
Non è tutto. Uno pensa che dopo tanti anni al governo il Popolo della Libertà abbia le idee chiare su quel che vuol proporre e fare. Del resto, a sentire Romani, le liberalizzazioni avrebbero dovuto essere oggetto di una seduta di Consiglio dei ministri un anno fa. E invece, sorpresa: a distanza di undici mesi l’ex ministro annuncia che “martedì ci sarà una riunione di partito, nella quale definiremo le nostre posizioni”.
Eccoli, i liberalizzatori. Quelli che volevano rivoltare l’Italia come un calzino e fare una rivoluzione d’innovazione economica del Paese. Dopo tanti anni non soltanto “bisogna verificare l’efficacia in base al modello italiano”, ma nemmeno hanno elaborato una posizione su quel che intendono fare.
Il centrosinistra sarà anche poco credibile, ma al centrodestra una volta tolti gli slogan rimane proprio niente.
sabato 7 gennaio 2012
E un Vaffaday per i deliri di Grillo?
Nei suoi deliri propagandistici e acchiappacitrulli, ora Beppe Grillo (che sui recenti controlli della finanza sembra essere su posizioni simili a quelle della Lega e del Popolo della Libertà) si è inventato il vaffaday contro la Costituzione italiana.
Già, niente di meglio che prendersela con le regole quando non si hanno argomenti migliori.
Secondo l’ex comico genovese, la Costituzione è – insieme al finanziamento pubblico dei partiti e ai contributi ai giornali – la terza gamba del tavolino sul quale si reggono i partiti.
Ora, è da dire innanzitutto che i partiti ci sono in tutti e dico tutti i Paesi democratici del mondo. Se i politici che ne fanno parte sono incapaci o sono disonesti, non è colpa dell’istituzione “partito” o della Costituzione che ne garantisce l’attività: se Beppe Grillo scrive cazzate su un blog, non è colpa di Internet e non per questo bisogna abolire i blog.
Comunque, i motivi – davvero risibili – per cui viene sostenuto tutto ciò sono i seguenti:
* la Costituzione non prevede referendum propositivi, ma solo abrogativi;
* il Parlamento non è obbligato a discutere le proposte di legge di iniziativa popolare;
* il cittadino non può votare per un candidato.
Grillo vada a chiedere a un cittadino francese o tedesco o spagnolo in quali circostanze può chiedere il referendum, anche soltanto quello abrogativo.
In Germania (art. 29 LF), può essere chiesto solamente per nuove delimitazioni del territorio federale (ossia, se vengono variati i confini dei Lander); in Spagna (art. 92 Cost.) soltanto per “decisioni politiche di speciale importanza” e su “proposta del Governo, previa autorizzazione del Congresso dei Deputati”; in Francia (art. 11 Cost.) soltanto per alcune leggi riguardanti l’organizzazione dei pubblici poteri e su proposta del Governo o delle Assemblee.
Dopo che ha raccolto queste informazioni sul referendum, Grillo vada a chiedere a un cittadino francese, tedesco, spagnolo o britannico in quali circostanze può avanzare proposte di legge di iniziativa popolare.
Bene: in Francia, Germania e Regno Unito l’iniziativa legislativa appartiene solamente a Parlamento e Governo, non al popolo. In Spagna (art. 87 co. 3 Cost.) servono 500mila firme (dieci volte tanto quante ne occorrano in Italia) e per certe materie è comunque esclusa tale possibilità.
Inoltre, è inesatto e fuorviante sostenere che “il cittadino può raccogliere firme per una proposta di legge popolare, ma il Parlamento non è obbligato a discuterla”: quel che succede – ed è successo per esempio alla proposta “Parlamento pulito” – è che le Camere danno la precedenza ai disegni di legge che interessano al governo e alla maggioranza che lo sostiene, mentre le altre proposte (comprese quelle dei partiti di opposizione) vanno avanti al rallentatore. E’ brutto ed è certamente una procedura che deve essere modificata: ma basterebbe variare i regolamenti di Camera e Senato, non occorrerebbe nemmeno intervenire sulla Carta fondamentale.
Infine, la terza obiezione grillina alla Costituzione: il cittadino non può scegliere il candidato da votare alle politiche. Oh, se la legge elettorale (di rango ordinario, non costituzionale) è stata fatta con i piedi leghisti la colpa mica è della Costituzione. Così come non è colpa della Costituzione se esistono la disoccupazione giovanile, la povertà e tante altre cose che non ci piacciono. Si torna al discorso di cui sopra: sarebbe come prendersela con il web e chiedere l’abolizione di internet perché non tutela i cittadini dalla pedopornografia.
Con tutto ciò non voglio dire che sia giusto fare come in altri Paesi, ossia limitare ancor di più il ricorso al referendum o negare l’iniziativa legislativa popolare. Noi abbiamo questi istituti e ciò rende la nostra una Costituzione più avanzata rispetto ad altre che pure sono state scritte successivamente. Volerne una ancora più avanzata è legittimo, fare proposte migliorative è intelligente, gettare badilate di letame su quella che c’è soltanto per guadagnare un po’ di facile e immeritato consenso giocando sull'ignoranza di adoranti groupies è invece tristemente e amaramente meschino.
Già, niente di meglio che prendersela con le regole quando non si hanno argomenti migliori.
Secondo l’ex comico genovese, la Costituzione è – insieme al finanziamento pubblico dei partiti e ai contributi ai giornali – la terza gamba del tavolino sul quale si reggono i partiti.
Ora, è da dire innanzitutto che i partiti ci sono in tutti e dico tutti i Paesi democratici del mondo. Se i politici che ne fanno parte sono incapaci o sono disonesti, non è colpa dell’istituzione “partito” o della Costituzione che ne garantisce l’attività: se Beppe Grillo scrive cazzate su un blog, non è colpa di Internet e non per questo bisogna abolire i blog.
Comunque, i motivi – davvero risibili – per cui viene sostenuto tutto ciò sono i seguenti:
* la Costituzione non prevede referendum propositivi, ma solo abrogativi;
* il Parlamento non è obbligato a discutere le proposte di legge di iniziativa popolare;
* il cittadino non può votare per un candidato.
Grillo vada a chiedere a un cittadino francese o tedesco o spagnolo in quali circostanze può chiedere il referendum, anche soltanto quello abrogativo.
In Germania (art. 29 LF), può essere chiesto solamente per nuove delimitazioni del territorio federale (ossia, se vengono variati i confini dei Lander); in Spagna (art. 92 Cost.) soltanto per “decisioni politiche di speciale importanza” e su “proposta del Governo, previa autorizzazione del Congresso dei Deputati”; in Francia (art. 11 Cost.) soltanto per alcune leggi riguardanti l’organizzazione dei pubblici poteri e su proposta del Governo o delle Assemblee.
Dopo che ha raccolto queste informazioni sul referendum, Grillo vada a chiedere a un cittadino francese, tedesco, spagnolo o britannico in quali circostanze può avanzare proposte di legge di iniziativa popolare.
Bene: in Francia, Germania e Regno Unito l’iniziativa legislativa appartiene solamente a Parlamento e Governo, non al popolo. In Spagna (art. 87 co. 3 Cost.) servono 500mila firme (dieci volte tanto quante ne occorrano in Italia) e per certe materie è comunque esclusa tale possibilità.
Inoltre, è inesatto e fuorviante sostenere che “il cittadino può raccogliere firme per una proposta di legge popolare, ma il Parlamento non è obbligato a discuterla”: quel che succede – ed è successo per esempio alla proposta “Parlamento pulito” – è che le Camere danno la precedenza ai disegni di legge che interessano al governo e alla maggioranza che lo sostiene, mentre le altre proposte (comprese quelle dei partiti di opposizione) vanno avanti al rallentatore. E’ brutto ed è certamente una procedura che deve essere modificata: ma basterebbe variare i regolamenti di Camera e Senato, non occorrerebbe nemmeno intervenire sulla Carta fondamentale.
Infine, la terza obiezione grillina alla Costituzione: il cittadino non può scegliere il candidato da votare alle politiche. Oh, se la legge elettorale (di rango ordinario, non costituzionale) è stata fatta con i piedi leghisti la colpa mica è della Costituzione. Così come non è colpa della Costituzione se esistono la disoccupazione giovanile, la povertà e tante altre cose che non ci piacciono. Si torna al discorso di cui sopra: sarebbe come prendersela con il web e chiedere l’abolizione di internet perché non tutela i cittadini dalla pedopornografia.
Con tutto ciò non voglio dire che sia giusto fare come in altri Paesi, ossia limitare ancor di più il ricorso al referendum o negare l’iniziativa legislativa popolare. Noi abbiamo questi istituti e ciò rende la nostra una Costituzione più avanzata rispetto ad altre che pure sono state scritte successivamente. Volerne una ancora più avanzata è legittimo, fare proposte migliorative è intelligente, gettare badilate di letame su quella che c’è soltanto per guadagnare un po’ di facile e immeritato consenso giocando sull'ignoranza di adoranti groupies è invece tristemente e amaramente meschino.
venerdì 6 gennaio 2012
I luoghi comuni (infondati) di Minzolini
Augusto Minzolini, quello che ha dichiarato di aver fatto “un tg moderno”, con “il modo più asettico di porre la notizia rispetto al Tg3 e al Tg4”, non è più direttore del Tg1, ma continua la sua attività pubblicistica scrivendo su Panorama.
Nell’ultimo numero riesce a concentrare in poche righe alcuni dei più infondati luoghi comuni che circolano da un paio di mesi a questa parte:
“non c’è neanche uno straccio di professor Gustavo Zagrebelsky di turno non dico a protestare, ma almeno a ricordare che in questo Paese la democrazia è sospesa. Che abbiamo perso due terzi della nostra sovranità nazionale in favore di un’Europa che batte bandiera tedesca o, peggio ancora, di quella formula ambigua quanto oscura – ‘mercati finanziari’ – che sta guidando da mesi i processi politici del Belpaese. Che in fondo ha ragione chi sostiene (ma sono ancora pochi) che al posto di un sistema in cui i partiti sono espropriati del loro ruolo, in cui il Parlamento è diventato un organo passacarte sotto il ricatto di uno spread che comunque non cala mai, in cui un governo senza investitura popolare si appresta a proporre riforme strutturali che dovrebbero essere il sale della politica, forse sarebbe meglio dare vita a un’autentica repubblica presidenziale con regole certe e non determinate dalle contingenze”.
Prendo l’editoriale di Minzolini, ma in fondo lui non fa altro che ripetere concetti già letti diverse volte – anche da giornalisti di altro orientamento politico – nelle ultime settimane.
Vogliamo fare un po’ d’ordine?
La democrazia è sospesa?
No, la democrazia non è sospesa. La nostra è una forma di governo parlamentare: chi è alla Camera e al Senato, secondo le regole costituzionali che ci siamo liberamente dati, deve dare fiducia a un esecutivo. Il fatto che esso veda come primus inter pares una persona diversa da colui che aveva guidato lo schieramento politico vincente alle elezioni, non ha importanza: quel che conta è che la maggioranza del Parlamento dia la fiducia al governo. In Regno Unito (forma di governo parlamentare), per esempio, negli ultimi vent’anni è successo ben due volte che uno sia diventato premier senza prima aver vinto le elezioni (John Major nel 1990, Gordon Brown nel 2007).
Si dirà che in Regno Unito lo schieramento politico era il solito. Ancora una volta: embè? In Italia il partito che ha avuto maggiori consensi alle ultime politiche sta appoggiando il governo. E, volendo, si potrebbe rievocare un altro esempio britannico: James Callaghan diventò premier nel 1976 con una maggioranza diversa da quella uscita vincente alle elezioni.
Il governo italiano è senza investitura popolare?
No. L’investitura popolare del governo italiano è il voto di fiducia del Parlamento. A chi dice che nel 2008 sulla scheda elettorale c’era un nome basterebbe ricordare che la legge elettorale è una legge ordinaria, mentre la forma di governo è sancita dalla Costituzione.
Abbiamo perso due terzi della sovranità nazionale?
No. La sovranità nazionale è sempre la solita di un anno fa e di tre anni fa. Semplicemente, l’Italia fa parte di una cosuccia chiamata “Unione europea” e, all’interno di questa, ha una cosuccia in comune con altri Paesi che ne fanno parte: la moneta.
E se l’Europa batte bandiera tedesca noi italiani possiamo prendercela soltanto con noi stessi. Casomai, dovremmo chiedere conto al governo che ha preceduto quello di Monti per quale motivo siamo arrivati a questo punto, per quale motivo l’Italia è giunta a essere tanto ininfluente sullo scenario internazionale a tutto vantaggio di altri governi che fanno il bello e il cattivo tempo.
I mercati finanziari stanno guidando i processi politici del Belpaese?
Non più di quanto avvenisse un anno fa o tre anni fa. In ogni caso, i mercati finanziari stanno guidando i processi politici di tutti gli Stati, non soltanto dell’Italia. Se l’Ungheria – Paese che non ha adottato l’euro – dovesse andare in défault, ci sarebbe comunque un effetto domino su tutto il continente, pensando ai rapporti che quel Paese ha con l’Austria e i rapporti che l’Austria – moneta: euro – ha con la Germania, l’Italia...
Meglio sarebbe la repubblica presidenziale in un contesto del genere?
No. La forma di governo è assolutamente neutra rispetto agli scenari economici o politici internazionali. La Germania ha una forma di governo parlamentare e sta andando bene, la Francia ha un semipresidenzialismo e qualche problemino ce l’ha. Le “regole certe e non determinate dalle contingenze” invocate da Minzolini possono esserci o non esserci in qualsiasi forma di governo.
Il Parlamento, con il governo Monti, è ridotto a un organo passacarte?
No. O, perlomeno, non più dell’epoca in cui c’era Berlusconi. Anzi, se vogliamo, la manovra varata dai tecnici ha recepito più punti dal Parlamento rispetto all’epoca in cui c’era il governo politico.
E’ inoltre sbagliato far credere che in un sistema presidenziale il Parlamento conti poco: chiedere a Barack Obama dettagli sulla riforma sanitaria o sull’azione da lui fatta sul debito pubblico.
Nell’ultimo numero riesce a concentrare in poche righe alcuni dei più infondati luoghi comuni che circolano da un paio di mesi a questa parte:
“non c’è neanche uno straccio di professor Gustavo Zagrebelsky di turno non dico a protestare, ma almeno a ricordare che in questo Paese la democrazia è sospesa. Che abbiamo perso due terzi della nostra sovranità nazionale in favore di un’Europa che batte bandiera tedesca o, peggio ancora, di quella formula ambigua quanto oscura – ‘mercati finanziari’ – che sta guidando da mesi i processi politici del Belpaese. Che in fondo ha ragione chi sostiene (ma sono ancora pochi) che al posto di un sistema in cui i partiti sono espropriati del loro ruolo, in cui il Parlamento è diventato un organo passacarte sotto il ricatto di uno spread che comunque non cala mai, in cui un governo senza investitura popolare si appresta a proporre riforme strutturali che dovrebbero essere il sale della politica, forse sarebbe meglio dare vita a un’autentica repubblica presidenziale con regole certe e non determinate dalle contingenze”.
Prendo l’editoriale di Minzolini, ma in fondo lui non fa altro che ripetere concetti già letti diverse volte – anche da giornalisti di altro orientamento politico – nelle ultime settimane.
Vogliamo fare un po’ d’ordine?
La democrazia è sospesa?
No, la democrazia non è sospesa. La nostra è una forma di governo parlamentare: chi è alla Camera e al Senato, secondo le regole costituzionali che ci siamo liberamente dati, deve dare fiducia a un esecutivo. Il fatto che esso veda come primus inter pares una persona diversa da colui che aveva guidato lo schieramento politico vincente alle elezioni, non ha importanza: quel che conta è che la maggioranza del Parlamento dia la fiducia al governo. In Regno Unito (forma di governo parlamentare), per esempio, negli ultimi vent’anni è successo ben due volte che uno sia diventato premier senza prima aver vinto le elezioni (John Major nel 1990, Gordon Brown nel 2007).
Si dirà che in Regno Unito lo schieramento politico era il solito. Ancora una volta: embè? In Italia il partito che ha avuto maggiori consensi alle ultime politiche sta appoggiando il governo. E, volendo, si potrebbe rievocare un altro esempio britannico: James Callaghan diventò premier nel 1976 con una maggioranza diversa da quella uscita vincente alle elezioni.
Il governo italiano è senza investitura popolare?
No. L’investitura popolare del governo italiano è il voto di fiducia del Parlamento. A chi dice che nel 2008 sulla scheda elettorale c’era un nome basterebbe ricordare che la legge elettorale è una legge ordinaria, mentre la forma di governo è sancita dalla Costituzione.
Abbiamo perso due terzi della sovranità nazionale?
No. La sovranità nazionale è sempre la solita di un anno fa e di tre anni fa. Semplicemente, l’Italia fa parte di una cosuccia chiamata “Unione europea” e, all’interno di questa, ha una cosuccia in comune con altri Paesi che ne fanno parte: la moneta.
E se l’Europa batte bandiera tedesca noi italiani possiamo prendercela soltanto con noi stessi. Casomai, dovremmo chiedere conto al governo che ha preceduto quello di Monti per quale motivo siamo arrivati a questo punto, per quale motivo l’Italia è giunta a essere tanto ininfluente sullo scenario internazionale a tutto vantaggio di altri governi che fanno il bello e il cattivo tempo.
I mercati finanziari stanno guidando i processi politici del Belpaese?
Non più di quanto avvenisse un anno fa o tre anni fa. In ogni caso, i mercati finanziari stanno guidando i processi politici di tutti gli Stati, non soltanto dell’Italia. Se l’Ungheria – Paese che non ha adottato l’euro – dovesse andare in défault, ci sarebbe comunque un effetto domino su tutto il continente, pensando ai rapporti che quel Paese ha con l’Austria e i rapporti che l’Austria – moneta: euro – ha con la Germania, l’Italia...
Meglio sarebbe la repubblica presidenziale in un contesto del genere?
No. La forma di governo è assolutamente neutra rispetto agli scenari economici o politici internazionali. La Germania ha una forma di governo parlamentare e sta andando bene, la Francia ha un semipresidenzialismo e qualche problemino ce l’ha. Le “regole certe e non determinate dalle contingenze” invocate da Minzolini possono esserci o non esserci in qualsiasi forma di governo.
Il Parlamento, con il governo Monti, è ridotto a un organo passacarte?
No. O, perlomeno, non più dell’epoca in cui c’era Berlusconi. Anzi, se vogliamo, la manovra varata dai tecnici ha recepito più punti dal Parlamento rispetto all’epoca in cui c’era il governo politico.
E’ inoltre sbagliato far credere che in un sistema presidenziale il Parlamento conti poco: chiedere a Barack Obama dettagli sulla riforma sanitaria o sull’azione da lui fatta sul debito pubblico.
giovedì 5 gennaio 2012
C'è sempre qualcuno più duro e puro
Non sono di Napoli, non sono in grado di esprimere giudizi sull’attività amministrativa di Luigi de Magistris, né di dire se il problema dei rifiuti sia stato risolto e fino a che punto.
Però, leggendo della vicenda che riguarda il sindaco partenopeo e l’ex direttore dell’azienda per la raccolta dell’immondizia Raphael Rossi, una conclusione si può trarre: occhio, perché c’è sempre qualcuno più duro e puro di te. L’immagine del cavaliere indomito senza macchia e senza paura che sfida i poteri forti e furbi e cattivi regge fintanto che l’orizzonte politico è quello dell’opposizione e di rimanerci, all’opposizione. In quella situazione si può dire tutto e il contrario di tutto.
I problemi sorgono quando si è chiamati alla sfida del governo. Che sia una città, una regione, una nazione non importa. Se vuoi governare, qualche compromesso lo devi fare. Il che non significa avere comportamenti disonesti (ci mancherebbe altro!) o vivacchiare. Significa prendere atto che magari fino a ieri dicevi che l’inceneritore era robaccia e oggi invece devi cominciare a prenderlo in considerazione, che una strada fino a ieri la osteggiavi perché era una colata di cemento e oggi sei costretto a valutare dei progetti perché i cittadini non ne possono più del traffico e l’unica a fare quella cacchio di strada, che le tasse non le volevi e invece, guarda lavoro!, ti tocca inventarne di nuove e così via.
Estremizzando: se l’orizzonte politico è quello di stare all’opposizione puoi anche aprire una stupidissima polemica sul cotechino e le lenticchie, ma se sei al governo puoi trovarti costretto a litigare con il buonsenso e l’educazione civica per difendere l’indifendibile.
La politica non è aprire un blog o chiamare a raccolta i migliori venditori della tua azienda per poi far circolare quattro proposte accattivanti per un certo target, magari sfruttando la delusione di tanti cittadini verso una congrega di deputati e senatori e ministri indegni di occupare i posti che occupano.
La politica è l’arte del possibile.
Perché poi cosa succede a fare i duri e puri? Succede che anche se ti muovi in maniera onesta e cristallina, alla prima che non è proprio del tutto chiara e trasparente fino in fondissimo, succede un pandemonio.
Però, leggendo della vicenda che riguarda il sindaco partenopeo e l’ex direttore dell’azienda per la raccolta dell’immondizia Raphael Rossi, una conclusione si può trarre: occhio, perché c’è sempre qualcuno più duro e puro di te. L’immagine del cavaliere indomito senza macchia e senza paura che sfida i poteri forti e furbi e cattivi regge fintanto che l’orizzonte politico è quello dell’opposizione e di rimanerci, all’opposizione. In quella situazione si può dire tutto e il contrario di tutto.
I problemi sorgono quando si è chiamati alla sfida del governo. Che sia una città, una regione, una nazione non importa. Se vuoi governare, qualche compromesso lo devi fare. Il che non significa avere comportamenti disonesti (ci mancherebbe altro!) o vivacchiare. Significa prendere atto che magari fino a ieri dicevi che l’inceneritore era robaccia e oggi invece devi cominciare a prenderlo in considerazione, che una strada fino a ieri la osteggiavi perché era una colata di cemento e oggi sei costretto a valutare dei progetti perché i cittadini non ne possono più del traffico e l’unica a fare quella cacchio di strada, che le tasse non le volevi e invece, guarda lavoro!, ti tocca inventarne di nuove e così via.
Estremizzando: se l’orizzonte politico è quello di stare all’opposizione puoi anche aprire una stupidissima polemica sul cotechino e le lenticchie, ma se sei al governo puoi trovarti costretto a litigare con il buonsenso e l’educazione civica per difendere l’indifendibile.
La politica non è aprire un blog o chiamare a raccolta i migliori venditori della tua azienda per poi far circolare quattro proposte accattivanti per un certo target, magari sfruttando la delusione di tanti cittadini verso una congrega di deputati e senatori e ministri indegni di occupare i posti che occupano.
La politica è l’arte del possibile.
Perché poi cosa succede a fare i duri e puri? Succede che anche se ti muovi in maniera onesta e cristallina, alla prima che non è proprio del tutto chiara e trasparente fino in fondissimo, succede un pandemonio.
mercoledì 4 gennaio 2012
L'otto per mille e le sovvenzioni a pioggia
C’è una cosa che mi è piaciuta e che avrebbe meritato maggiore attenzione. Il governo ha deciso di destinare la sua parte di otto per mille a due soli capitoli, dicendo basta alle sovvenzioni a pioggia.
Lo ha fatto anche un po’ per necessità, intendiamoci, ma è un passaggio comunque positivo.
E’ una buona pratica e dovrebbe essere fatta sistematicamente: ogni anno, a febbraio o a marzo, l’esecutivo dice “quest’anno l’otto per mille lo destiniamo a”. E la destinazione dovrebbe essere la più settoriale possibile: laboratori di lingue e di informatica nelle scuole, anziché ricostruzione di tetti negli edifici scolastici dove ci piove, anziché fornitura di carta e fotocopiatrici nei tribunali, anziché restauro di un certo numero di monumenti, anziché costruzione di un ospedale o fornitura di una serie di attrezzature mediche agli ospedali che ne hanno più bisogno, anziché acquisto di Canadair, anziché ampliamento di un carcere per rendere più umana la vita a chi sconta la pena... Una soltanto di queste possibili destinazioni. Insomma, qualcosa per la quale si possa dire “l’otto per mille ha risolto un problema”. Pensiamoci. I cittadini avrebbero anche modo di vedere chiaramente se, come e quanto i loro soldi sono stati davvero impiegati.
Ci sono davvero tanti problemi, in Italia: risolverne uno, anche piccolino, sarebbe già una bella novità. Un governo, qualsiasi governo, avrebbe di che vantarsene. Senza considerare che il modo in cui decidesse di impiegare quei soldi – non tanti, ma sempre meglio che uno sputo in un occhio – sarebbe già un modo per giudicarne l’operato e l’orientamento politico.
Lo ha fatto anche un po’ per necessità, intendiamoci, ma è un passaggio comunque positivo.
E’ una buona pratica e dovrebbe essere fatta sistematicamente: ogni anno, a febbraio o a marzo, l’esecutivo dice “quest’anno l’otto per mille lo destiniamo a”. E la destinazione dovrebbe essere la più settoriale possibile: laboratori di lingue e di informatica nelle scuole, anziché ricostruzione di tetti negli edifici scolastici dove ci piove, anziché fornitura di carta e fotocopiatrici nei tribunali, anziché restauro di un certo numero di monumenti, anziché costruzione di un ospedale o fornitura di una serie di attrezzature mediche agli ospedali che ne hanno più bisogno, anziché acquisto di Canadair, anziché ampliamento di un carcere per rendere più umana la vita a chi sconta la pena... Una soltanto di queste possibili destinazioni. Insomma, qualcosa per la quale si possa dire “l’otto per mille ha risolto un problema”. Pensiamoci. I cittadini avrebbero anche modo di vedere chiaramente se, come e quanto i loro soldi sono stati davvero impiegati.
Ci sono davvero tanti problemi, in Italia: risolverne uno, anche piccolino, sarebbe già una bella novità. Un governo, qualsiasi governo, avrebbe di che vantarsene. Senza considerare che il modo in cui decidesse di impiegare quei soldi – non tanti, ma sempre meglio che uno sputo in un occhio – sarebbe già un modo per giudicarne l’operato e l’orientamento politico.
martedì 3 gennaio 2012
Abbiamo un problema: i sindacati
Oggi tre quotidiani hanno intervistato i tre principali leader sindacali a proposito della riforma del mercato del lavoro. Tutti hanno detto, a modo loro, cose interessanti.
Di Raffaele Bonanni ho capito che è una persona in grande difficoltà, talmente in difficoltà che nemmeno si accorge delle assurdità logico-concettuali in cui incappa in questa fase di risveglio dopo il lungo letargo dell’era sacconiana.
Dice: “Non abbiamo pregiudiziali, né mettiamo veti”
E però dice anche: “Macché modello danese! Niente contratto unico, né reddito minimo garantito”.
Ah, meno male: chissà cosa avrebbe dichiarato se avesse messo dei veti o delle pregiudiziali.
Di Luigi Angeletti ho capito che ha poche idee e abbastanza confuse.
“La ricetta è semplice. Non si tratta di fare leggi sul mercato del lavoro, ma occorre ridurre le tasse, cambiare la legge sugli investimenti pubblici, combattere l’evasione fiscale e tagliare con decisione i costi della politica. Poi si può modificare qualche regola sul mercato del lavoro. Può aiutare, ma poco. La soluzione adottata da Marchionne è l’unica che ha funzionato. Se avessimo dieci Pomigliano avremmo risolto i problemi”.
E forse il segretario della Uil ha bisogno di qualcuno che gli spieghi lo stato attuale delle finanze statali:
“Occorrono anche investimenti pubblici”.
Di Susanna Camusso ho capito che dei tre è la più concreta. La si può criticare quanto vogliamo per certe sue rigidità, ma forse è l’unica che ha capito quel che ancora non è chiaro ad Angeletti.
“Ci sono tante risorse da reperire senza aumentare per forza il debito pubblico. Basterebbe regolarizzare tutti gli immigrati per avere 5 miliardi”.
Da tutti e tre ho capito che l’unità sindacale è tale soltanto in apparenza e reggerà fintanto che potranno continuare a dire “no” al governo e finché potranno scaricare sull’inadeguatezza della classe politica italiana la loro mediocrità.
Infatti, leggendo le interviste – ce n’è pure un’altra, abbastanza illuminante in proposito, del Fatto Quotidiano a Maurizio Landini, della Fiom – mi pare emerga con chiarezza quanto i principali sindacati italiani siano non soltanto indietro nel dibattito, ma pure abbastanza lontani tra di loro sul percorso da fare riguardo alla riforma del mercato del lavoro e del welfare state. Non credo sia una buona cosa.
Di Raffaele Bonanni ho capito che è una persona in grande difficoltà, talmente in difficoltà che nemmeno si accorge delle assurdità logico-concettuali in cui incappa in questa fase di risveglio dopo il lungo letargo dell’era sacconiana.
Dice: “Non abbiamo pregiudiziali, né mettiamo veti”
E però dice anche: “Macché modello danese! Niente contratto unico, né reddito minimo garantito”.
Ah, meno male: chissà cosa avrebbe dichiarato se avesse messo dei veti o delle pregiudiziali.
Di Luigi Angeletti ho capito che ha poche idee e abbastanza confuse.
“La ricetta è semplice. Non si tratta di fare leggi sul mercato del lavoro, ma occorre ridurre le tasse, cambiare la legge sugli investimenti pubblici, combattere l’evasione fiscale e tagliare con decisione i costi della politica. Poi si può modificare qualche regola sul mercato del lavoro. Può aiutare, ma poco. La soluzione adottata da Marchionne è l’unica che ha funzionato. Se avessimo dieci Pomigliano avremmo risolto i problemi”.
E forse il segretario della Uil ha bisogno di qualcuno che gli spieghi lo stato attuale delle finanze statali:
“Occorrono anche investimenti pubblici”.
Di Susanna Camusso ho capito che dei tre è la più concreta. La si può criticare quanto vogliamo per certe sue rigidità, ma forse è l’unica che ha capito quel che ancora non è chiaro ad Angeletti.
“Ci sono tante risorse da reperire senza aumentare per forza il debito pubblico. Basterebbe regolarizzare tutti gli immigrati per avere 5 miliardi”.
Da tutti e tre ho capito che l’unità sindacale è tale soltanto in apparenza e reggerà fintanto che potranno continuare a dire “no” al governo e finché potranno scaricare sull’inadeguatezza della classe politica italiana la loro mediocrità.
Infatti, leggendo le interviste – ce n’è pure un’altra, abbastanza illuminante in proposito, del Fatto Quotidiano a Maurizio Landini, della Fiom – mi pare emerga con chiarezza quanto i principali sindacati italiani siano non soltanto indietro nel dibattito, ma pure abbastanza lontani tra di loro sul percorso da fare riguardo alla riforma del mercato del lavoro e del welfare state. Non credo sia una buona cosa.
lunedì 2 gennaio 2012
La nostra rabbia verso Equitalia
Credo che se facessimo un sondaggio sul numero di italiani che non sopportano Equitalia avremmo un dato vicino al 100%. Io sono tra quelli, perché anch'io ho la brava rateazione Equitalia da rispettare per via di certi vecchi contributi Inpgi di quando facevo (anche) il pubblicista.
Ora, io non voglio certo spezzare una lancia a favore di questa società, però diamo a Cesare quel che è di Cesare.
1. Equitalia agisce sulla base della legge e su input di un'amministrazione pubblica. Se ci viene chiesto di versare 100 euro non dobbiamo prendercela con Equitalia, ma con l'ente - il Comune, il Ministero, l'Inps o chi per essi - che un giorno si è accorto che, a torto o a ragione, dobbiamo versagli 100 euro. Insomma, è come se un governo se la prendesse con l'ambasciatore di un Paese straniero anziché con il Paese straniero che egli rappresenta.
In particolare, Equitalia deve muoversi ai sensi del dl 203/2003 art. 3, del DPR 602/1973 e del dlgs 237/1997 art. 4.
2. Se l'ente che dà mandato a Equitalia di riscuotere ha sbagliato, ha sbagliato l'Ente e non Equitalia che, per legge, è soltanto il braccio e non la mente.
La domande da porsi sarebbe dunque la seguente: perché un ente pubblico o previdenziale ci chiede di pagare ingiustamente?
Io una risposta ce l'avrei, non so se è quella giusta: probabilmente, perché la pubblica amministrazione in Italia funziona alla cazzo di cane e nella miriade di leggi qualche volta siamo noi cittadini a sbagliare anche in buona fede (come è successo a me), qualche volta è l'ente che si avvita nella burocrazia. Per dire: in quella vicenda mia, io intanto devo pagare, poi avrò diritto al rimborso; in un sistema normale, una verifica preventiva sulla mia dichiarazione dei redditi (che è un dato facilmente accessibile per l'ente a cui devo i soldi) avrebbe evitato tutto ciò.
E, forse (ipotesi mia), c'è da aggiungere che oggi l'ente pubblico è sempre più a corto di quattrini e se prima chiudeva un occhio, oggi raschia anche il fondo del barile.
3. Equitalia è nata nel 2006, accentrando i compiti di riscossione che fino a quella data erano affidati in concessione a una quarantina di diversi istituti privati e bancari. Probabilmente, le cartelle da pagare ci sarebbero arrivate ugualmente, soltanto che ce la saremmo presa una volta con la Banca X, una volta con la Banca Y, una volta con l'Istituto Z. Oggi il mittente è sempre il solito soggetto: Equitalia. E così ci sembra che sia una sorta di Grande Fratello Esattore Cattivo Cattivo.
4. Last but not least. Forse se in Italia ci fossero, oltre a una pubblica amministrazione organizzata meglio, anche meno evasione fiscale e strumenti più appropriati di accertamento dei reati fiscali, non saremmo tutti così arrabbiati con Equitalia. Certo, se ogni volta la reazione è "no agli accertamenti sui conti correnti perché violano la privacy", "no alla tracciabilità dei pagamenti perché la vecchietta non è abituata" e così via, beh, poi non lamentiamoci...
Ora, io non voglio certo spezzare una lancia a favore di questa società, però diamo a Cesare quel che è di Cesare.
1. Equitalia agisce sulla base della legge e su input di un'amministrazione pubblica. Se ci viene chiesto di versare 100 euro non dobbiamo prendercela con Equitalia, ma con l'ente - il Comune, il Ministero, l'Inps o chi per essi - che un giorno si è accorto che, a torto o a ragione, dobbiamo versagli 100 euro. Insomma, è come se un governo se la prendesse con l'ambasciatore di un Paese straniero anziché con il Paese straniero che egli rappresenta.
In particolare, Equitalia deve muoversi ai sensi del dl 203/2003 art. 3, del DPR 602/1973 e del dlgs 237/1997 art. 4.
2. Se l'ente che dà mandato a Equitalia di riscuotere ha sbagliato, ha sbagliato l'Ente e non Equitalia che, per legge, è soltanto il braccio e non la mente.
La domande da porsi sarebbe dunque la seguente: perché un ente pubblico o previdenziale ci chiede di pagare ingiustamente?
Io una risposta ce l'avrei, non so se è quella giusta: probabilmente, perché la pubblica amministrazione in Italia funziona alla cazzo di cane e nella miriade di leggi qualche volta siamo noi cittadini a sbagliare anche in buona fede (come è successo a me), qualche volta è l'ente che si avvita nella burocrazia. Per dire: in quella vicenda mia, io intanto devo pagare, poi avrò diritto al rimborso; in un sistema normale, una verifica preventiva sulla mia dichiarazione dei redditi (che è un dato facilmente accessibile per l'ente a cui devo i soldi) avrebbe evitato tutto ciò.
E, forse (ipotesi mia), c'è da aggiungere che oggi l'ente pubblico è sempre più a corto di quattrini e se prima chiudeva un occhio, oggi raschia anche il fondo del barile.
3. Equitalia è nata nel 2006, accentrando i compiti di riscossione che fino a quella data erano affidati in concessione a una quarantina di diversi istituti privati e bancari. Probabilmente, le cartelle da pagare ci sarebbero arrivate ugualmente, soltanto che ce la saremmo presa una volta con la Banca X, una volta con la Banca Y, una volta con l'Istituto Z. Oggi il mittente è sempre il solito soggetto: Equitalia. E così ci sembra che sia una sorta di Grande Fratello Esattore Cattivo Cattivo.
4. Last but not least. Forse se in Italia ci fossero, oltre a una pubblica amministrazione organizzata meglio, anche meno evasione fiscale e strumenti più appropriati di accertamento dei reati fiscali, non saremmo tutti così arrabbiati con Equitalia. Certo, se ogni volta la reazione è "no agli accertamenti sui conti correnti perché violano la privacy", "no alla tracciabilità dei pagamenti perché la vecchietta non è abituata" e così via, beh, poi non lamentiamoci...
Le spese militari da ridurre
Così come non mi piace che alti ufficiali dell’esercito rivestano ruoli politici e di governo, non ho affatto simpatia per il ministero della Difesa. E infatti, a suo tempo – un tempo in cui quella scelta era una cosa seria e il servizio civile durava venti mesi –, mi dichiarai obiettore di coscienza al servizio militare.
Quindi, leggo con occhio particolarmente favorevole tutte le inchieste su sprechi e riduzione di costi in quel settore.
Però devo anche guardare il rovescio della medaglia e, se voglio essere obiettivo, dico che bisogna evitare anche qui le generalizzazioni che, invece, mi pare abbondino quando leggo commenti qua e là nella blogosfera e sui social forum.
Io vedo solamente due alternative a un esercito nazionale.
La prima è la difesa popolare nonviolenta, ossia l’opzione per la quale io mi esposi all’epoca. Purtroppo, ahinoi, è una idea tanto bella quanto poco efficace oggi. Diciamo che è un obiettivo di lungo periodo che è giusto continuare a inseguire. Quasi un’utopia, ma una di quelle utopie per le quali io credo valga la pena combattere e per le quali a distanza di tanti anni non mi pento di essere stato più idealista che pragmatico.
La seconda alternativa è l’esercito sovrazionale a guida Nazioni Unite, insomma il capo VII della Carta. E pure qui c’è da dire: ahinoi, sarebbe bello, ma è un’altra prospettiva sulla quale è inutile farsi tante illusioni.
Resta quindi l’opzione base, ossia: esercito nazionale. Che significa tante spese. Qui viene il brutto. Perché in tempi di crisi e di sacrifici per le famiglie è giusto che anche la Difesa faccia la sua parte: i quasi 10miliardi di euro spesi nel 2011 per il personale, per esempio, sono una discreta cifra. Se n’è parlato poco, ma se ci pensiamo bene forse tra i costi della politica delle Province che vogliamo abolire e i costi per i graduati dell’esercito, non so cosa pesi di più e sia maggiormente inutile nel bilancio nazionale. E, per iniziare a diminuire qualche spesa, forse basterebbe che i carabinieri... vabbè, ne ho già scritto in passato. Anche sui cacciabombardieri bisognerebbe capire quali e quanti sono davvero indispensabili e lo stesso potremmo dire per le navi.
Però dovremmo anche fare attenzione al populismo e al semplicismo, alla banalizzazione: sostenere, per esempio, che “l’Italia è di per sé una grande portaerei”, infelice citazione mussoliniana a parte, è una sciocchezza, visto che il nostro Paese partecipa anche a missioni internazionali. Così come bollare di inutilità tout-court l’acquisto di navi a supporto di una portaerei: se l’una è indispensabile, è indispensabile pure l’appoggio.
Beh, io non auspico un aumento delle spese militari e, anzi, son contento che in Italia il rapporto tra spesa per funzione Difesa e PIL sia più basso che in tanti altri Paesi europei (del resto, tolte le pensioni, è molto più bassa anche la spesa per il welfare state rispetto alla media). Il mio timore è che ponendo come presupposto soltanto che spendere miliardi di euro in armi è più importante che costruire ospedali e far funzionare scuole, si vada poco lontano.
EDIT: rileggendo l'ultima frase (dopo i due commenti di Francesca) non vorrei che venisse fraintesa. Il senso corretto è: se pretendiamo di diminuire le spese militari con la motivazione che spendere miliardi di euro in armi significa sottrarre miliardi di euro alla costruzione di ospedali, si va poco lontano. Almeno temo. Questo perché, come ho scritto nel post, o si decide di ridurre a zero le spese per la difesa, oppure se si investe bisogna investire anche in cacciabombardieri e portaerei. E, come ho scritto nel post, mi piange il cuore, ma ad oggi rimane pragmaticamente l'unica opzione possibile.
Quindi, leggo con occhio particolarmente favorevole tutte le inchieste su sprechi e riduzione di costi in quel settore.
Però devo anche guardare il rovescio della medaglia e, se voglio essere obiettivo, dico che bisogna evitare anche qui le generalizzazioni che, invece, mi pare abbondino quando leggo commenti qua e là nella blogosfera e sui social forum.
Io vedo solamente due alternative a un esercito nazionale.
La prima è la difesa popolare nonviolenta, ossia l’opzione per la quale io mi esposi all’epoca. Purtroppo, ahinoi, è una idea tanto bella quanto poco efficace oggi. Diciamo che è un obiettivo di lungo periodo che è giusto continuare a inseguire. Quasi un’utopia, ma una di quelle utopie per le quali io credo valga la pena combattere e per le quali a distanza di tanti anni non mi pento di essere stato più idealista che pragmatico.
La seconda alternativa è l’esercito sovrazionale a guida Nazioni Unite, insomma il capo VII della Carta. E pure qui c’è da dire: ahinoi, sarebbe bello, ma è un’altra prospettiva sulla quale è inutile farsi tante illusioni.
Resta quindi l’opzione base, ossia: esercito nazionale. Che significa tante spese. Qui viene il brutto. Perché in tempi di crisi e di sacrifici per le famiglie è giusto che anche la Difesa faccia la sua parte: i quasi 10miliardi di euro spesi nel 2011 per il personale, per esempio, sono una discreta cifra. Se n’è parlato poco, ma se ci pensiamo bene forse tra i costi della politica delle Province che vogliamo abolire e i costi per i graduati dell’esercito, non so cosa pesi di più e sia maggiormente inutile nel bilancio nazionale. E, per iniziare a diminuire qualche spesa, forse basterebbe che i carabinieri... vabbè, ne ho già scritto in passato. Anche sui cacciabombardieri bisognerebbe capire quali e quanti sono davvero indispensabili e lo stesso potremmo dire per le navi.
Però dovremmo anche fare attenzione al populismo e al semplicismo, alla banalizzazione: sostenere, per esempio, che “l’Italia è di per sé una grande portaerei”, infelice citazione mussoliniana a parte, è una sciocchezza, visto che il nostro Paese partecipa anche a missioni internazionali. Così come bollare di inutilità tout-court l’acquisto di navi a supporto di una portaerei: se l’una è indispensabile, è indispensabile pure l’appoggio.
Beh, io non auspico un aumento delle spese militari e, anzi, son contento che in Italia il rapporto tra spesa per funzione Difesa e PIL sia più basso che in tanti altri Paesi europei (del resto, tolte le pensioni, è molto più bassa anche la spesa per il welfare state rispetto alla media). Il mio timore è che ponendo come presupposto soltanto che spendere miliardi di euro in armi è più importante che costruire ospedali e far funzionare scuole, si vada poco lontano.
EDIT: rileggendo l'ultima frase (dopo i due commenti di Francesca) non vorrei che venisse fraintesa. Il senso corretto è: se pretendiamo di diminuire le spese militari con la motivazione che spendere miliardi di euro in armi significa sottrarre miliardi di euro alla costruzione di ospedali, si va poco lontano. Almeno temo. Questo perché, come ho scritto nel post, o si decide di ridurre a zero le spese per la difesa, oppure se si investe bisogna investire anche in cacciabombardieri e portaerei. E, come ho scritto nel post, mi piange il cuore, ma ad oggi rimane pragmaticamente l'unica opzione possibile.
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