Una volta, a sinistra, funzionava che Tizio diceva di essere più di sinistra rispetto a Caio e poi fondava un partito per unire la sinistra. Nessuno è mai riuscito a capire perché, per unire la sinistra, fosse indispensabile dividerla ulteriormente, ma tant’è.
Oggi – complice la triste esperienza postcomunista del 2008 – il secondo passo, quello della scissione dell’atomo, non è più di moda. Ma il primo, Tizio che rinfaccia a Caio di essere di destra o non abbastanza di sinistra, è una pratica che va ancora forte.
Il bello è che nessuno sa, nel concreto, cosa significhi essere di sinistra.
A me viene in mente Norberto Bobbio, quando distinse tra destra e sinistra sostenendo che la sinistra era per l’uguaglianza degli uomini, non soltanto in senso formale (di fronte alla legge), ma anche sostanziale (ossia, la distribuzione della ricchezza). Alla fine: uguaglianza sì, ma tra chi, in cosa, in base a quale criterio? Con una serie pressoché infinita di possibilità e combinazioni: c’è addirittura gente che ha votato e vota Berlusconi o Bossi sostenendo di essere rimasta coerente ai valori di sinistra che seguiva in gioventù. Insomma, Einstein applicato alla politica.
Per questo motivo è una discussione che non riesce ad appassionarmi.
Però, chi vuole, può dilettarsi a rispondere alle domandone di sempre: il governo Monti è di destra o di sinistra? E Di Pietro? Abolire la cassa integrazione è di destra o di sinistra? E l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? E lo jus soli al posto dello jus sanguinis?
mercoledì 29 febbraio 2012
martedì 28 febbraio 2012
Lo scrivessi io di loro, mi querelerebbero
Fossi un blogger professionista o uno che vive di rendita, stasera scriverei un post definendo cretinetti o bamba qualcuno che so io. Così, tanto per vedere di nascosto l'effetto che fa, per la curiosità di vedere se poi i personaggi da me insultati mi querelerebbero o la prenderebbero più sportivamente.
Di certo, il numero di pagine visitate e di link a questo blog sarebbe assai più alto e sai che soddisfazione...
lunedì 27 febbraio 2012
Berlusconi è meglio che non ci pensi al Quirinale
Vedo che i media berlusconiani, fortificati da una prescrizione, si sono lanciati già nella candidatura al Quirinale di Silvio Berlusconi.
Facciano pure.
Per quanto mi riguarda, il Capo dello Stato – riprendo le parole di Meuccio Ruini in Assemblea Costituente – “rappresenta e impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle mutevoli maggioranze. E’ il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica”. Berlusconi, con tutto il rispetto, ha sempre agito politicamente in maniera opposta: che la sua azione si possa approvare o meno, ha sempre e comunque rappresentato la divisione nazionale, la discontinuità voluta talvolta a dispetto anche del buonsenso, la fazione. E se c’è una cosa che, indubitabilmente, può essergli rimproverata è proprio l’incapacità di vestire i panni del “magistrato di persuasione e di influenza”: non gli è mai interessato farlo e, probabilmente, nemmeno è nelle sue corde.
Inoltre, gli effetti perversi della sua lunga attività di governo si stanno dispiegando e continueranno ancora per anni. La recessione, l’aumento della disoccupazione (in particolare quella giovanile), il declassamento delle agenzie di rating, la Rai che è diventata un pollaio fuori controllo, la Protezione civile che è un buco nero e, insomma, tutte quelle cose che il direttore del Giornale di famiglia imputa al governo Monti, in realtà sono l’eredità di anni di malgoverno berlusconiano. Come può un Capo dello Stato essere autorevole per tutte le forze politiche dopo aver contribuito in maniera non indifferente a causare un contesto del genere?
P.S.: volutamente non accenno alle questioni giudiziarie e all’irrisolto conflitto di interessi, perché entreremmo in argomenti scivolosi che darebbero il via ad arrampicate sugli specchi degne di ben altre cause. E’ che bastano le motivazioni istituzionali, quelle più strettamente inerenti all’elezione, per capire come ogni ipotesi di un Berlusconi al Quirinale poggi su basi davvero troppo precarie per poter essere presa seriamente in considerazione.
Facciano pure.
Per quanto mi riguarda, il Capo dello Stato – riprendo le parole di Meuccio Ruini in Assemblea Costituente – “rappresenta e impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle mutevoli maggioranze. E’ il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica”. Berlusconi, con tutto il rispetto, ha sempre agito politicamente in maniera opposta: che la sua azione si possa approvare o meno, ha sempre e comunque rappresentato la divisione nazionale, la discontinuità voluta talvolta a dispetto anche del buonsenso, la fazione. E se c’è una cosa che, indubitabilmente, può essergli rimproverata è proprio l’incapacità di vestire i panni del “magistrato di persuasione e di influenza”: non gli è mai interessato farlo e, probabilmente, nemmeno è nelle sue corde.
Inoltre, gli effetti perversi della sua lunga attività di governo si stanno dispiegando e continueranno ancora per anni. La recessione, l’aumento della disoccupazione (in particolare quella giovanile), il declassamento delle agenzie di rating, la Rai che è diventata un pollaio fuori controllo, la Protezione civile che è un buco nero e, insomma, tutte quelle cose che il direttore del Giornale di famiglia imputa al governo Monti, in realtà sono l’eredità di anni di malgoverno berlusconiano. Come può un Capo dello Stato essere autorevole per tutte le forze politiche dopo aver contribuito in maniera non indifferente a causare un contesto del genere?
P.S.: volutamente non accenno alle questioni giudiziarie e all’irrisolto conflitto di interessi, perché entreremmo in argomenti scivolosi che darebbero il via ad arrampicate sugli specchi degne di ben altre cause. E’ che bastano le motivazioni istituzionali, quelle più strettamente inerenti all’elezione, per capire come ogni ipotesi di un Berlusconi al Quirinale poggi su basi davvero troppo precarie per poter essere presa seriamente in considerazione.
sabato 25 febbraio 2012
Bersani ha ragione, però non la dice tutta
Pierluigi Bersani ha detto (leggo sull'Unità) che bisogna smetterla di parlare di un PD diviso sull’articolo 18: la realtà – secondo il segretario – è che è l’unico a discuterne e per questo i problemi balzano all’attenzione.
E’ un’affermazione vera. In altri partiti non c'è questa discussione. Stanno attenti a non sbilanciarsi: al massimo, qualcuno fa un’affermazione un po’ eterodossa rispetto alla linea di partito, ma comunque stando bene attento a dosare le parole. Oppure sono compatti: tutti per l’abolizione o tutti per lo status quo. A pensarci bene è innaturale. Perché comunque un partito non è un sindacato e la normalità è che se una questione è tanto importante non ci può essere identità di vedute, almeno all’inizio.
Sotto questo aspetto ben venga il dibattito nel PD. Il fatto che oggi sia così forte, casomai, è segno che in passato la questione non è stata sviscerata davvero a fondo, che è stata data la priorità a un unanimità solamente di facciata a scapito della chiarezza.
Bersani – ed è comprensibile – glissa però sull’altra faccia della medaglia. Il PD è l’unico partito che ne discute, sì. Ma ne discute sui giornali e nei talk show, non nei consessi di partito. E ogni volta che un dirigente avanza la sua idea in merito, sembra che in realtà lanci messaggi in codice alla corrente avversaria, al segretario, all’ex segretario, alla stella nascente o alla stella calante. E questa è l’anomalia in negativo del partito che dovrebbe essere punto di riferimento per il “popolo di centrosinistra” e non lo è, non può esserlo finché il dibattito su questioni grandi verrà confuso in uno scenario che di grande ha davvero poco.
E’ un’affermazione vera. In altri partiti non c'è questa discussione. Stanno attenti a non sbilanciarsi: al massimo, qualcuno fa un’affermazione un po’ eterodossa rispetto alla linea di partito, ma comunque stando bene attento a dosare le parole. Oppure sono compatti: tutti per l’abolizione o tutti per lo status quo. A pensarci bene è innaturale. Perché comunque un partito non è un sindacato e la normalità è che se una questione è tanto importante non ci può essere identità di vedute, almeno all’inizio.
Sotto questo aspetto ben venga il dibattito nel PD. Il fatto che oggi sia così forte, casomai, è segno che in passato la questione non è stata sviscerata davvero a fondo, che è stata data la priorità a un unanimità solamente di facciata a scapito della chiarezza.
Bersani – ed è comprensibile – glissa però sull’altra faccia della medaglia. Il PD è l’unico partito che ne discute, sì. Ma ne discute sui giornali e nei talk show, non nei consessi di partito. E ogni volta che un dirigente avanza la sua idea in merito, sembra che in realtà lanci messaggi in codice alla corrente avversaria, al segretario, all’ex segretario, alla stella nascente o alla stella calante. E questa è l’anomalia in negativo del partito che dovrebbe essere punto di riferimento per il “popolo di centrosinistra” e non lo è, non può esserlo finché il dibattito su questioni grandi verrà confuso in uno scenario che di grande ha davvero poco.
venerdì 24 febbraio 2012
Elsa Fornero, ministro tecnico
Come altri cinquantanove milioni di italiani, fino a tre mesi fa il nome di Elsa Fornero mi era sconosciuto. Nel frattempo ho imparato ad apprezzarla e, se fossi un americano, direi che è persona dalla quale si può comperare un’auto usata.
Ma.
Ma Elsa Fornero è anche la rappresentazione viva del perché un governo tecnico è l’anomalia e di quali sono – o possono essere – le differenze tra chi fa politica per professione e chi fa il docente universitario prestato alla politica.
I suoi cento giorni da ministro sono stati costellati da una serie ormai piuttosto importante di uscite mediatiche infelici, che hanno causato il risentimento di sindacati e forze politiche che già hanno dovuto, devono, dovranno digerire – e far digerire ai loro iscritti e simpatizzanti – bocconi amari. Questo nel bel mezzo di trattative difficili che riguardano il nostro presente e, soprattutto, il nostro futuro.
Sto pensando al fatto che uno può essere bravo e preparato quanto vogliamo (e Fornero lo è: la sera in cui spiegò la riforma delle pensioni mi sentii così piccino di fronte alle sue argomentazioni tecniche che bastarono tre frasi per convincermi), può essere anche nel giusto, ma quando c’è da fare una trattativa o far approvare un provvedimento ai rappresentanti del potere legislativo – i quali poi renderanno conto ai cittadini alle elezioni politiche – devono emergere pure altre doti, che vadano oltre le competenze tecniche e le conoscenze accademiche. Un bravo politico, un bravo governante deve avere anche queste capacità. Mi sto chiedendo se le abbia il ministro Fornero. Lo spero, ma non ne sono più tanto sicuro.
Ma.
Ma Elsa Fornero è anche la rappresentazione viva del perché un governo tecnico è l’anomalia e di quali sono – o possono essere – le differenze tra chi fa politica per professione e chi fa il docente universitario prestato alla politica.
I suoi cento giorni da ministro sono stati costellati da una serie ormai piuttosto importante di uscite mediatiche infelici, che hanno causato il risentimento di sindacati e forze politiche che già hanno dovuto, devono, dovranno digerire – e far digerire ai loro iscritti e simpatizzanti – bocconi amari. Questo nel bel mezzo di trattative difficili che riguardano il nostro presente e, soprattutto, il nostro futuro.
Sto pensando al fatto che uno può essere bravo e preparato quanto vogliamo (e Fornero lo è: la sera in cui spiegò la riforma delle pensioni mi sentii così piccino di fronte alle sue argomentazioni tecniche che bastarono tre frasi per convincermi), può essere anche nel giusto, ma quando c’è da fare una trattativa o far approvare un provvedimento ai rappresentanti del potere legislativo – i quali poi renderanno conto ai cittadini alle elezioni politiche – devono emergere pure altre doti, che vadano oltre le competenze tecniche e le conoscenze accademiche. Un bravo politico, un bravo governante deve avere anche queste capacità. Mi sto chiedendo se le abbia il ministro Fornero. Lo spero, ma non ne sono più tanto sicuro.
giovedì 23 febbraio 2012
Proposta (presuntuosa e bizzarra) sull'articolo 18
Su questo blog ho scritto varie volte come la penso riguardo alla riforma del mercato del lavoro. Una posizione che è sintetizzabile nel sì al contratto unico di inserimento modello Boeri-Garibaldi, magari con qualche accorgimento, nessun pregiudizio di alcun tipo (né in un senso, né in quell’altro) sull’articolo 18, ma anche consapevolezza che l’articolo 18 (la sua manutenzione o la sua abolizione) non è la panacea di tutti i mali.
Però ha ragione Emanuele Macaluso: esiste pure un tabù dei nemici del tabù.
E allora io avanzo una proposta.
Diamogliele tutte vinte a questi che invocano la soppressione dell’articolo 18. Aboliamolo definitivamente e senza sotterfugi. E facciamo che tutte le fabbriche sono organizzate come vuole Marchionne.
Però poi chi sostiene questa riforma – visto che ama parlare tanto di responsabilità, di merito, di liberismo, di flessibilità – si assume un impegno formale. Scritto e sottoscritto pubblicamente. Trascorsi ventiquattro mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle nuove disposizioni, la disoccupazione giovanile deve essere scesa dal 30% al 15%, il PIL deve essere cresciuto di almeno due punti l’anno, la retribuzione media dei lavoratori dipendenti deve essere aumentata almeno quanto l’inflazione, un certo numero di aziende straniere deve essere venuta a investire in Italia e la Fiat deve aver venduto almeno una Panda e una Punto in più del previsto. Se anche una sola di queste condizioni non si dovesse verificare (e non ci sono se e non ci sono ma a giustificare eventuali défaillances), chi ha sostenuto l’accordo nel caso che sia un politico (ministro, segretario di partito, capogruppo parlamentare, capocorrente, sindaco di Firenze o cos’altro) si ritira a vita privata definitivamente; se invece è un imprenditore o un supermanagar o un docente universitario va in pensione immediatamente e senza stock options o megaliquidazioni. E, soprattutto, si ritorna all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Per tutti.
Oh, visto che son tanto convinti di essere nel giusto non dovrebbero aver problemi ad accettare una sfida del genere.
O no?
Però ha ragione Emanuele Macaluso: esiste pure un tabù dei nemici del tabù.
E allora io avanzo una proposta.
Diamogliele tutte vinte a questi che invocano la soppressione dell’articolo 18. Aboliamolo definitivamente e senza sotterfugi. E facciamo che tutte le fabbriche sono organizzate come vuole Marchionne.
Però poi chi sostiene questa riforma – visto che ama parlare tanto di responsabilità, di merito, di liberismo, di flessibilità – si assume un impegno formale. Scritto e sottoscritto pubblicamente. Trascorsi ventiquattro mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle nuove disposizioni, la disoccupazione giovanile deve essere scesa dal 30% al 15%, il PIL deve essere cresciuto di almeno due punti l’anno, la retribuzione media dei lavoratori dipendenti deve essere aumentata almeno quanto l’inflazione, un certo numero di aziende straniere deve essere venuta a investire in Italia e la Fiat deve aver venduto almeno una Panda e una Punto in più del previsto. Se anche una sola di queste condizioni non si dovesse verificare (e non ci sono se e non ci sono ma a giustificare eventuali défaillances), chi ha sostenuto l’accordo nel caso che sia un politico (ministro, segretario di partito, capogruppo parlamentare, capocorrente, sindaco di Firenze o cos’altro) si ritira a vita privata definitivamente; se invece è un imprenditore o un supermanagar o un docente universitario va in pensione immediatamente e senza stock options o megaliquidazioni. E, soprattutto, si ritorna all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Per tutti.
Oh, visto che son tanto convinti di essere nel giusto non dovrebbero aver problemi ad accettare una sfida del genere.
O no?
I catenacciari
Negli anni novanta la squadra della mia città non era messa malaccio come ora. Un anno aveva un allenatore anziano, ma con diverse promozioni alle spalle. Era un difensivista, che non rischiava mai niente e puntava su giocatori già maturi. Il concetto era: a parità di rendimento, si manda in campo quello più anziano (e più propenso alla fase difensiva). Una domenica, complici parecchie assenze, fece debuttare un ragazzino, uno che poi ha avuto una discreta carriera tra serie A e B e con qualche apparizione e un paio di gol in nazionale under 21. Ma poi il tecnico non gli fece più vedere la prima squadra per due mesi. Motivazione: non aveva giocato male, ma aveva provato a fare un tunnel a un avversario e son cose che, all’esordio, non si fanno; quando si debutta – spiegò il mister – si fanno solamente giocate semplici e appoggi al compagno più vicino.
Per la cronaca, l’annata a un certo punto cominciò ad andare male e la squadra si salvò quando, a primavera, l’allenatore fu sostituito: il nuovo tecnico ridette fiducia al ragazzino impertinente che provava i tunnel e ad altri due o tre giovani che portarono in campo entusiasmo e velocità.
Pensavo a questa cosa perché mi sembra che l’atteggiamento dei sindacati e della Confindustria in tutta la partita sul welfare state sia abbastanza simile. Ognuno degli attempati protagonisti rimane sulla difensiva: prudenza al massimo livello, fiducia agli anziani che per i giovani c’è tempo, nessun rischio e nessun colpo di genio. Prevedibili e compassati. E guai a chi osa.
Speriamo che l’esito non sia ugualmente deludente, ché in zona retrocessione ci siamo già da un pezzo.
Per la cronaca, l’annata a un certo punto cominciò ad andare male e la squadra si salvò quando, a primavera, l’allenatore fu sostituito: il nuovo tecnico ridette fiducia al ragazzino impertinente che provava i tunnel e ad altri due o tre giovani che portarono in campo entusiasmo e velocità.
Pensavo a questa cosa perché mi sembra che l’atteggiamento dei sindacati e della Confindustria in tutta la partita sul welfare state sia abbastanza simile. Ognuno degli attempati protagonisti rimane sulla difensiva: prudenza al massimo livello, fiducia agli anziani che per i giovani c’è tempo, nessun rischio e nessun colpo di genio. Prevedibili e compassati. E guai a chi osa.
Speriamo che l’esito non sia ugualmente deludente, ché in zona retrocessione ci siamo già da un pezzo.
mercoledì 22 febbraio 2012
Ma magari son io che ho problemi con la lingua italiana
"A dividerci non è il giudizio sul governo Monti, che non è nemmeno l’oggetto della manifestazione Fiom"
(Matteo Orfini, Partito Democratico, a proposito della propria partecipazione al corteo Fiom del 9 marzo prossimo)
"Il comitato centrale considera non accettabili e sbagliate le scelte del governo italiano, che si rifanno all'applicazione della lettera della BCE, che non intervengono sulle ragioni che hanno prodotto la crisi, ma semplicemente tagliano lo Stato sociale, privatizzano e attaccano i diritti nel lavoro"
(comunicato del Comitato centrale Fiom sui motivi dello sciopero e del corteo del 9 marzo prossimo)
martedì 21 febbraio 2012
La situazione nel PD e nel centrosinistra, secondo me
Alessandro Gilioli, uno che scrive cose che spesso condivido, sul profilo facebook di Pippo Civati sostiene che negli anni Novanta è nato quello che potremmo chiamare “popolo di centrosinistra” e temuto, più che dai suoi avversari, dai suoi stessi dirigenti, una parte dei quali non vede l’ora di scioglierlo “per andare a ripararsi sotto l’ombrello di Monti”.
Contemporaneamente Stefano Menichini, un altro che scrive cose che spesso condivido, pubblica un editoriale in cui sembra andare esattamente a ripararsi sotto l’ombrello di Monti: “Fallire l’occasione nel nome di rigidità ideologiche figlie di un anacronistico sospetto anti-liberale sarebbe una follia, la negazione dell’esistenza stessa del Pd e dell’adesione di tanta gente”.
L’aspetto curioso è che hanno entrambi ragione.
Io credo che il rischio insito nell’operazione Monti sia il neodemocristianismo, qualcosa cioè che andrebbe oltre quell’ottica bipolare in cui si è formato il “popolo di centrosinistra” e che, alla pari del veterodemocristianismo, potrebbe rivelarsi deleterio. Al tempo stesso le sfide cui siamo chiamati (e alle quali l'esecutivo sta rispondendo per ora degnamente) rendono anacronistiche le categorie ideologiche (liberismo, cristianesimo sociale, socialismo e così via) con le quali ragionano i dirigenti del centrosinistra (e non soltanto loro).
E qui possiamo cominciare a parlare del PD, del ruolo che dovrebbe assolvere, di quello che non riesce a essere e a fare.
Spesso mi chiedo se certe polemiche che si formano all’interno di quello che dovrebbe essere il punto di riferimento ideale del “popolo di centrosinistra” derivino da visioni del mondo diverse o non siano piuttosto legate a lotte correntizie, inimicizie e dissapori personali, voglia di poltrone: non so a quanti faccia lo stesso effetto, ma io ogni volta che leggo una presa di posizione sulla cassa integrazione o sull’articolo 18 o sullo sciopero della Fiom non riesco a fare a meno di chiedermi se quel tal dirigente la pensa realmente così o se il suo è soltanto posizionamento tattico nei confronti della segreteria o della minoranza interna. O, peggio ancora, se è funzionale al quarto d’ora di celebrità sotto forma di una menzione nel retroscena di Maria Teresa Meli del giorno successivo.
Probabilmente stanno anche venendo al pettine nodi lasciati irrisolti cinque anni fa. Nel senso che i DS vissero la fine di quell’esperienza in modo traumatico e molti di loro non aderirono alla nuova formazione; la Margherita entrò nel PD senza alcun problema e, ipotizzo, senza nemmeno valutare a fondo le conseguenze della scelta. Matrimonio prematuro, allora? Avevano ragione quelli che dicevano che si trattava di una fusione a freddo e sarebbe stato meglio attendere? Con il senno di poi dico di no, che il passaggio fu giusto farlo all’epoca perché – visto come sono andate poi le vicende – se non fosse stato preso quel treno, non ci sarebbe stata occasione successivamente.
Un’ultima considerazione. Magari gli avversari non temono il popolo di centrosinistra, ma hanno temuto (temono) il contenitore politico che avrebbe potuto (potrebbe) raccoglierlo. E’ innegabile che un qualsiasi starnuto nel PD abbia molta più enfasi e catalizzi una serie di critiche sconosciute a qualsiasi altra forza politica. Faccio un esempio: la scorsa settimana è stato arrestato un vicepresidente di consiglio regionale. Di Rifondazione Comunista. I giornali ne hanno parlato un giorno e poi è finita lì. Immaginiamoci cosa sarebbe avvenuto se in manette fosse finito uno del PD. Faccio un altro esempio. Quando si parla di rinnovamento della classe politica, ci si riferisce quasi sempre e quasi esclusivamente a Bersani & compagnia: mai o quasi mai a Diliberto, Ferrero, Casini, Fini, Vendola, Bonino che sono in politica da un numero di anni simile a quello del gruppo dirigente piddino e che hanno fatto un percorso di formazione politica analogo. Lo stesso Di Pietro, di riffe o di raffe, ricopre incarichi politici di rilievo da circa sedici anni: non è tanto, soprattutto se paragonato a una Bindi o a un D’Alema, ma se valesse pure per lui il metro di paragone dei due mandati parlamentari (sempre invocato per il PD), il tempo sarebbe abbondantemente scaduto.
Contemporaneamente Stefano Menichini, un altro che scrive cose che spesso condivido, pubblica un editoriale in cui sembra andare esattamente a ripararsi sotto l’ombrello di Monti: “Fallire l’occasione nel nome di rigidità ideologiche figlie di un anacronistico sospetto anti-liberale sarebbe una follia, la negazione dell’esistenza stessa del Pd e dell’adesione di tanta gente”.
L’aspetto curioso è che hanno entrambi ragione.
Io credo che il rischio insito nell’operazione Monti sia il neodemocristianismo, qualcosa cioè che andrebbe oltre quell’ottica bipolare in cui si è formato il “popolo di centrosinistra” e che, alla pari del veterodemocristianismo, potrebbe rivelarsi deleterio. Al tempo stesso le sfide cui siamo chiamati (e alle quali l'esecutivo sta rispondendo per ora degnamente) rendono anacronistiche le categorie ideologiche (liberismo, cristianesimo sociale, socialismo e così via) con le quali ragionano i dirigenti del centrosinistra (e non soltanto loro).
E qui possiamo cominciare a parlare del PD, del ruolo che dovrebbe assolvere, di quello che non riesce a essere e a fare.
Spesso mi chiedo se certe polemiche che si formano all’interno di quello che dovrebbe essere il punto di riferimento ideale del “popolo di centrosinistra” derivino da visioni del mondo diverse o non siano piuttosto legate a lotte correntizie, inimicizie e dissapori personali, voglia di poltrone: non so a quanti faccia lo stesso effetto, ma io ogni volta che leggo una presa di posizione sulla cassa integrazione o sull’articolo 18 o sullo sciopero della Fiom non riesco a fare a meno di chiedermi se quel tal dirigente la pensa realmente così o se il suo è soltanto posizionamento tattico nei confronti della segreteria o della minoranza interna. O, peggio ancora, se è funzionale al quarto d’ora di celebrità sotto forma di una menzione nel retroscena di Maria Teresa Meli del giorno successivo.
Probabilmente stanno anche venendo al pettine nodi lasciati irrisolti cinque anni fa. Nel senso che i DS vissero la fine di quell’esperienza in modo traumatico e molti di loro non aderirono alla nuova formazione; la Margherita entrò nel PD senza alcun problema e, ipotizzo, senza nemmeno valutare a fondo le conseguenze della scelta. Matrimonio prematuro, allora? Avevano ragione quelli che dicevano che si trattava di una fusione a freddo e sarebbe stato meglio attendere? Con il senno di poi dico di no, che il passaggio fu giusto farlo all’epoca perché – visto come sono andate poi le vicende – se non fosse stato preso quel treno, non ci sarebbe stata occasione successivamente.
Un’ultima considerazione. Magari gli avversari non temono il popolo di centrosinistra, ma hanno temuto (temono) il contenitore politico che avrebbe potuto (potrebbe) raccoglierlo. E’ innegabile che un qualsiasi starnuto nel PD abbia molta più enfasi e catalizzi una serie di critiche sconosciute a qualsiasi altra forza politica. Faccio un esempio: la scorsa settimana è stato arrestato un vicepresidente di consiglio regionale. Di Rifondazione Comunista. I giornali ne hanno parlato un giorno e poi è finita lì. Immaginiamoci cosa sarebbe avvenuto se in manette fosse finito uno del PD. Faccio un altro esempio. Quando si parla di rinnovamento della classe politica, ci si riferisce quasi sempre e quasi esclusivamente a Bersani & compagnia: mai o quasi mai a Diliberto, Ferrero, Casini, Fini, Vendola, Bonino che sono in politica da un numero di anni simile a quello del gruppo dirigente piddino e che hanno fatto un percorso di formazione politica analogo. Lo stesso Di Pietro, di riffe o di raffe, ricopre incarichi politici di rilievo da circa sedici anni: non è tanto, soprattutto se paragonato a una Bindi o a un D’Alema, ma se valesse pure per lui il metro di paragone dei due mandati parlamentari (sempre invocato per il PD), il tempo sarebbe abbondantemente scaduto.
lunedì 20 febbraio 2012
Due torti non fanno una ragione
Prima di tornare a discutere di Sanremo e di cose più importanti, dedichiamo due parole a uno di quei temi di cui in genere si parla soltanto quando è ormai troppo tardi.
L’Iran sta costruendo un arsenale atomico?
Pare proprio di sì.
In tal caso farebbe qualcosa che non dovrebbe?
Sì, perché ha aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, che impegna gli Stati che già non le hanno “a non produrre né altrimenti procurarsi armi nucleari” (art. 2) e ad accettare le garanzie volte ad accertare “l’adempimento degli obblighi assunti sulla base del trattato” (art. 3).
Israele sta pensando a bombardare l’Iran preventivamente a causa del suo impegno nucleare?
Pare proprio di sì.
In tal caso farebbe qualcosa che non dovrebbe?
Sì, perché la legittima difesa preventiva è condannata come crimine dal diritto internazionale. E non serve, in tal caso, reclamare l’inefficacia delle sanzioni Onu o la possibilità che il Consiglio di Sicurezza sarebbe bloccato a causa dei rapporti tra Mosca e Teheran: se l’Iran rappresenta una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale non spetta in ogni caso al governo Nethanyahu deciderlo unilateralmente.
In tutto ciò è ovviamente ininfluente che Israele, al contrario dell’Iran, non abbia firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare.
Insomma, se le attività di questi due Paesi fossero confermate, avrebbero torto entrambi e questo è il tipico caso in cui due torti non fanno una ragione.
L’Iran sta costruendo un arsenale atomico?
Pare proprio di sì.
In tal caso farebbe qualcosa che non dovrebbe?
Sì, perché ha aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, che impegna gli Stati che già non le hanno “a non produrre né altrimenti procurarsi armi nucleari” (art. 2) e ad accettare le garanzie volte ad accertare “l’adempimento degli obblighi assunti sulla base del trattato” (art. 3).
Israele sta pensando a bombardare l’Iran preventivamente a causa del suo impegno nucleare?
Pare proprio di sì.
In tal caso farebbe qualcosa che non dovrebbe?
Sì, perché la legittima difesa preventiva è condannata come crimine dal diritto internazionale. E non serve, in tal caso, reclamare l’inefficacia delle sanzioni Onu o la possibilità che il Consiglio di Sicurezza sarebbe bloccato a causa dei rapporti tra Mosca e Teheran: se l’Iran rappresenta una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale non spetta in ogni caso al governo Nethanyahu deciderlo unilateralmente.
In tutto ciò è ovviamente ininfluente che Israele, al contrario dell’Iran, non abbia firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare.
Insomma, se le attività di questi due Paesi fossero confermate, avrebbero torto entrambi e questo è il tipico caso in cui due torti non fanno una ragione.
domenica 19 febbraio 2012
Da Veltroni a Ferrara, all'insegna dell'ipocrisia
Oh, intendiamoci: Walter Veltroni ha perfettamente ragione quando sottolinea che non va consegnato “al centro o al nuovo centrodestra il lavoro del governo Monti”; ha ragione anche quando che sull’articolo 18 non ci devono essere totem né tabù; e ha ancor più ragione quando afferma che “le correnti, comprese le numerose componenti della maggioranza di Bersani, stanno allontanando persone che vogliono far vivere le loro idee senza sentirsi chiedere con chi stai” (concetto analogo l’avevo scritto martedì scorso, figuriamoci se non sono d’accordo).
E però che poi sia proprio lui a chiedere che non ci siano più correnti quando proprio la sua è tra quelle più scalmanate in questo periodo (almeno dalle mie parti), e dopo tutti i precedenti con D’Alema (giustamenti Curzio Maltese glieli rinfaccia, ma lui svicola abilmente), ecco: mi suona un po’ ipocrita.
Oh, intendiamoci: Giuliano Ferrara ha perfettamente ragione quando sostiene che PdL, PD e UdC non servono a niente, se non a far danni, che “si nutrono di finanziamenti ipertrofici e fuori controllo” e “coltivano la guerricciola tra gruppi, l’accaparramento delle tessere, la formazione di maggioranze implausibili strutturate sul nulla delle relazioni personali”. Ma che sia proprio lui a dire “viva i partiti, se i partiti sono cose che invadono poco lo spazio pubblico”, ecco: mi suona un po’ ipocrita.
Non mi preoccupano i concetti che vengono esternati da certi personaggi. Mi preoccupa la rilevanza che comunque riescono a ottenere. Ma, in fondo, se esiste il governo Monti e ci appare così autorevole e così innovatore una ragione c’è.
E però che poi sia proprio lui a chiedere che non ci siano più correnti quando proprio la sua è tra quelle più scalmanate in questo periodo (almeno dalle mie parti), e dopo tutti i precedenti con D’Alema (giustamenti Curzio Maltese glieli rinfaccia, ma lui svicola abilmente), ecco: mi suona un po’ ipocrita.
Oh, intendiamoci: Giuliano Ferrara ha perfettamente ragione quando sostiene che PdL, PD e UdC non servono a niente, se non a far danni, che “si nutrono di finanziamenti ipertrofici e fuori controllo” e “coltivano la guerricciola tra gruppi, l’accaparramento delle tessere, la formazione di maggioranze implausibili strutturate sul nulla delle relazioni personali”. Ma che sia proprio lui a dire “viva i partiti, se i partiti sono cose che invadono poco lo spazio pubblico”, ecco: mi suona un po’ ipocrita.
Non mi preoccupano i concetti che vengono esternati da certi personaggi. Mi preoccupa la rilevanza che comunque riescono a ottenere. Ma, in fondo, se esiste il governo Monti e ci appare così autorevole e così innovatore una ragione c’è.
venerdì 17 febbraio 2012
Un mestiere precario
Nel novembre 1988 ero al primo anno di università e decisi che per pagarmi una parte delle spese che avrei dovuto sostenere – diciamo l’abbonamento del treno e la mensa – avrei fatto qualche collaborazione con un quotidiano locale. Entrai dunque in una redazione, conobbi il caposervizio che mi fece fare un paio di articoli di prova e poi mi dette il benvenuto mettendomi in guardia: “su cento che provano a fare i giornalisti, ne arriva uno”. Seguì un periodo di gavetta sui campi di calcio della provincia, a resocontare sui match di seconda categoria tra Virtus Taglialegna e Atletico Scarponi (che comunque avevano un discreto seguito, almeno dalle mie parti). Ogni cronaca di partita veniva pagata diecimila lire lorde: ne facevo quattro ogni domenica, andando a seguirne una e facendomi raccontare per telefono da qualche dirigente le altre tre (all'epoca non erano ancora diffusi i cellulari e imparai a scrivere velocemente un articolo, cosa che mi sarebbe tornata utile un paio di decenni più tardi quando decisi di aprire un blog). Tenni comunque sempre bene in mente le parole del capo e, quando mi laureai, optai per altre strade professionali.
Cito l’episodio perché mi è capitato di leggere questo articolo e perché professionisti dell’informazione che conosco stanno vivendo oggi l’esperienza della cassa integrazione.
Ci sono, nel servizio che ho linkato, dati che colpiscono davvero tanto: in Italia abbiamo un numero stratosferico di giornalisti rispetto al numero di copie vendute (forse la statistica considera anche i pubblicisti?) e contributi pubblici molto alti in confronto ad altri Stati. E senza che tutto ciò si traduca in un'informazione migliore. Anzi!
Io non tifo per la chiusura di alcun giornale e sui finanziamenti dello Stato all’editoria non sono così radicale come certuni che vorrebbero chiudere i rubinetti senza curarsi delle conseguenze. Però bisogna anche fare i conti con la realtà: i ricavi dalla vendita in edicola (per la carta stampata, ché per le televisioni l’edicola non c’è) sono assai minori rispetto a quelli per la pubblicità. E oggi, con la crisi che ha colpito il Paese, si vendono meno giornali e si raccoglie meno pubblicità. Mentre i costi, quelli ci sono sempre.
Chi li mantiene tutti quei giornalisti?
Non so, forse bisognerebbe che tanti ragazzi che sognano di diventare inviati all’estero o editorialisti da prima pagina trovassero più capiservizio che li scoraggiano bene all’inizio. Magari facendo loro notare pure che nelle redazioni italiane ci sono cognomi abbastanza ricorrenti...
Cito l’episodio perché mi è capitato di leggere questo articolo e perché professionisti dell’informazione che conosco stanno vivendo oggi l’esperienza della cassa integrazione.
Ci sono, nel servizio che ho linkato, dati che colpiscono davvero tanto: in Italia abbiamo un numero stratosferico di giornalisti rispetto al numero di copie vendute (forse la statistica considera anche i pubblicisti?) e contributi pubblici molto alti in confronto ad altri Stati. E senza che tutto ciò si traduca in un'informazione migliore. Anzi!
Io non tifo per la chiusura di alcun giornale e sui finanziamenti dello Stato all’editoria non sono così radicale come certuni che vorrebbero chiudere i rubinetti senza curarsi delle conseguenze. Però bisogna anche fare i conti con la realtà: i ricavi dalla vendita in edicola (per la carta stampata, ché per le televisioni l’edicola non c’è) sono assai minori rispetto a quelli per la pubblicità. E oggi, con la crisi che ha colpito il Paese, si vendono meno giornali e si raccoglie meno pubblicità. Mentre i costi, quelli ci sono sempre.
Chi li mantiene tutti quei giornalisti?
Non so, forse bisognerebbe che tanti ragazzi che sognano di diventare inviati all’estero o editorialisti da prima pagina trovassero più capiservizio che li scoraggiano bene all’inizio. Magari facendo loro notare pure che nelle redazioni italiane ci sono cognomi abbastanza ricorrenti...
Le metamorfosi
Fra tre mesi nella mia cittadina si voterà per il sindaco e, anche se manca ancora un po’ all’inizio della campagna elettorale vera e propria, già da alcune settimane si assiste a un fenomeno interessante, che si ripete esattamente ogni cinque anni e che coinvolge quelle persone che – benché la notizia non sia ancora ufficiale – correranno per diventare consiglieri comunali.
Esse le riconosci perché, improvvisamente, cominciano a partecipare a tutte le riunioni che per anni avevano schifato o anche soltanto snobbato: il numero dei partecipanti a tali consessi è inversamente proporzionale al numero dei giorni che mancano all’inizio della campagna elettorale e direttamente proporzionale alle possibilità di vittoria dello schieramento politico ai cui eventi partecipano. Di più: agli incontri pubblici, la necessità di raccogliere voti è tanto più sentita quanto più vicini al tavolo dell’oratore e del candidato sindaco costoro prenderanno posizione (ma c’è chi, strategicamente, ritiene più opportuno starsene in piedi in fondo alla sala o alla piazza).
Soprattutto, i futuri candidati consiglieri li riconosci perché ti avvicinano, ti sorridono, ti chiedono come stai e come va il lavoro, anche se fino a poco tempo prima al massimo ti dedicavano un saluto di sfuggita quando li incrociavi in città. Se sei lì che parli con un altro candidato – o uno che potrebbe candidarsi –, cominciano a guardarti di sghimbescio, fanno brevi giri concentrici di avvicinamento tattico e, appena l’altro ha salutato, ti avvicinano e – zac! – ti attaccano bottone, cercando di far durare la conversazione almeno un secondo di più rispetto a chi li ha preceduti.
Ogni tanto, poi, li vedi irrigidirsi e ti accorgi che hanno cominciato a pensare ad altro. Cercano di mascherare una preoccupazione che li ha repentinamente assaliti, ma, per quanti sforzi producano, è palese che il loro sorriso è diventato tirato e che la mente è volata altrove. Cosa sta succedendo? Semplice: hanno captato qualcosa, anche in lontananza dall’altra parte della stanza o della strada o della piazzetta in cui si svolge la chiacchierata, che potrebbe mettere a rischio la loro elezione. Chessò, uno scambio di opinioni tra il sindaco in pectore e un probabile assessore in cui questi parla di Cecco di Colle che, in effetti, è molto conosciuto e potrebbe dare una mano. Oppure la presenza inaspettata di un personaggio assai noto e che, hai visto mai?, potrebbe pure decidere di candidarsi sottraendo voti – disgrazia massima! – proprio nel quartiere che doveva fare da serbatoio elettorale.
Il modo migliore per fare ammattire questi soggetti è portare il discorso su uno degli argomenti spinosi della campagna elettorale senza però far capire come la si pensa: una conversazione a due può diventare un piccolo psicodramma in cui il candidato consigliere comunale mette in evidenza le proprie capacità diplomatiche e raggiunge vette ineguagliate nell’arte di parlare senza dire niente.
L’altra sera ho assistito al dialogo tra due probabili candidati consiglieri del solito partito. In maniera molto sottile cercavano di scoraggiarsi a vicenda: “Lo sai, vero?, che di tutti quelli che ti dicono che ti voteranno, poi in realtà devi dividere per tre per capire quanti voti prenderai...” “Per tre? Io divido per quattro!” “Comunque, non è che se io non vengo eletto ne faccio un dramma” “Ma infatti... anche la mia è una candidatura di servizio. L’importante è vincere la partita delle comunali, dopo tanti anni che vincono quegli altri” “Eh, ma bisogna correre, sai? Come Obama, bisogna consumare le scarpe...” “Davvero, è un investimento anche di denaro... Io ho fatto due conti, alla fine ci rimetto un bel po’ di soldi”.
(son cose che avvengono in un piccolo capoluogo di provincia come il mio, dove un po’ tutti ci conosciamo. Non so se analoghi fenomeni metamorfici e simili trasformazioni caratteriali avvengano anche nelle metropoli o nelle città più grandi)
Esse le riconosci perché, improvvisamente, cominciano a partecipare a tutte le riunioni che per anni avevano schifato o anche soltanto snobbato: il numero dei partecipanti a tali consessi è inversamente proporzionale al numero dei giorni che mancano all’inizio della campagna elettorale e direttamente proporzionale alle possibilità di vittoria dello schieramento politico ai cui eventi partecipano. Di più: agli incontri pubblici, la necessità di raccogliere voti è tanto più sentita quanto più vicini al tavolo dell’oratore e del candidato sindaco costoro prenderanno posizione (ma c’è chi, strategicamente, ritiene più opportuno starsene in piedi in fondo alla sala o alla piazza).
Soprattutto, i futuri candidati consiglieri li riconosci perché ti avvicinano, ti sorridono, ti chiedono come stai e come va il lavoro, anche se fino a poco tempo prima al massimo ti dedicavano un saluto di sfuggita quando li incrociavi in città. Se sei lì che parli con un altro candidato – o uno che potrebbe candidarsi –, cominciano a guardarti di sghimbescio, fanno brevi giri concentrici di avvicinamento tattico e, appena l’altro ha salutato, ti avvicinano e – zac! – ti attaccano bottone, cercando di far durare la conversazione almeno un secondo di più rispetto a chi li ha preceduti.
Ogni tanto, poi, li vedi irrigidirsi e ti accorgi che hanno cominciato a pensare ad altro. Cercano di mascherare una preoccupazione che li ha repentinamente assaliti, ma, per quanti sforzi producano, è palese che il loro sorriso è diventato tirato e che la mente è volata altrove. Cosa sta succedendo? Semplice: hanno captato qualcosa, anche in lontananza dall’altra parte della stanza o della strada o della piazzetta in cui si svolge la chiacchierata, che potrebbe mettere a rischio la loro elezione. Chessò, uno scambio di opinioni tra il sindaco in pectore e un probabile assessore in cui questi parla di Cecco di Colle che, in effetti, è molto conosciuto e potrebbe dare una mano. Oppure la presenza inaspettata di un personaggio assai noto e che, hai visto mai?, potrebbe pure decidere di candidarsi sottraendo voti – disgrazia massima! – proprio nel quartiere che doveva fare da serbatoio elettorale.
Il modo migliore per fare ammattire questi soggetti è portare il discorso su uno degli argomenti spinosi della campagna elettorale senza però far capire come la si pensa: una conversazione a due può diventare un piccolo psicodramma in cui il candidato consigliere comunale mette in evidenza le proprie capacità diplomatiche e raggiunge vette ineguagliate nell’arte di parlare senza dire niente.
L’altra sera ho assistito al dialogo tra due probabili candidati consiglieri del solito partito. In maniera molto sottile cercavano di scoraggiarsi a vicenda: “Lo sai, vero?, che di tutti quelli che ti dicono che ti voteranno, poi in realtà devi dividere per tre per capire quanti voti prenderai...” “Per tre? Io divido per quattro!” “Comunque, non è che se io non vengo eletto ne faccio un dramma” “Ma infatti... anche la mia è una candidatura di servizio. L’importante è vincere la partita delle comunali, dopo tanti anni che vincono quegli altri” “Eh, ma bisogna correre, sai? Come Obama, bisogna consumare le scarpe...” “Davvero, è un investimento anche di denaro... Io ho fatto due conti, alla fine ci rimetto un bel po’ di soldi”.
(son cose che avvengono in un piccolo capoluogo di provincia come il mio, dove un po’ tutti ci conosciamo. Non so se analoghi fenomeni metamorfici e simili trasformazioni caratteriali avvengano anche nelle metropoli o nelle città più grandi)
giovedì 16 febbraio 2012
Le metafore di Calderoli. Metafore?
Dice Calderoli che da ora in poi “sarà guerra senza quartiere” al governo Monti.
Ora, delle due l’una. O le parole dell’ex ministro (ex ministro!) sono una metafora e allora possiamo dire che di metafora triste e imprudente si tratta; oppure non sono una metafora e allora forse sarebbe il caso che qualche pubblico ministero aprisse un fascicolo.
No, lo scrivo perché non mi va l’idea – anche soltanto l’idea – di abituarmi alle cazzate sesquipedali, alle terminologie esageratamente sopra le righe, ai proclami rozzi e volgari dei leghisti. E’ che a forza di giustificare certe battute derubricandole alla voce “folklore padano” ci siamo ritrovati con questo gruppo di prim’attori della politica più deleteria al potere. E che potere!
mercoledì 15 febbraio 2012
Le beghe nel mondo e Dio
Il sabato vado a pranzare a casa dei miei. In genere arrivo sempre un po’ presto e così occupo la poltrona vicino al caminetto e dal cesto portariviste prendo l’ultimo numero di Famiglia Cristiana, a cui mia madre è abbonata. Sfoglio e basta, non sto a leggere tutto anche perché confesso che la maggior parte degli articoli non mi incuriosisce abbastanza.
In genere, una rubrica che cattura la mia attenzione è quella dei “colloqui col Padre”, in cui uomini o donne – più donne che uomini, a dire il vero – raccontano di una loro tribolazione al direttore (“mio marito forse mi tradisce”, “mio figlio è innamorato di una donna divorziata”, “mio nipote è morto e aveva soltanto sette anni”) e questi risponde. Si può condividere oppure no, la risposta (e talvolta è accaduto che abbia fatto notizia perché basata su posizioni diciamo non proprio vaticane), però nessuno può negare che di mezzo ci sia sempre “Dio e i suoi progetti”, anche se son progetti di cui spesso ci sfugge il significato ultimo. Ma se tante persone scrivono, significa che quelle risposte le trovano confortanti.
Un’altra cosa che ho sempre trovato interessante sono i servizi dall’Africa e da quei Paesi di cui i newsmagazines con le donne nude in copertina si occupano poco o niente. E forse non tutti sanno che una delle testate che più e meglio ha trattato la vicenda Ilaria Alpi è stata proprio Famiglia Cristiana: non è un caso e il motivo è quello sopra, un’attenzione di lunga data verso Stati un po’ ignorati da noi. Anche questo è un po’ occuparsi di Dio: “le beghe nel mondo” spesso sono soltanto situazioni in cui il nostro prossimo – un prossimo remoto fisicamente, ma sempre prossimo per chi è credente – si trova invischiato senza colpe e senza vie di uscita.
Poi, vabbè, Famiglia Cristiana è reticente quando si tratta di preti pedofili, tira un po’ l’acqua al suo mulino quando c’è di mezzo l’esenzione Ici alla Chiesa, non dedicherà mai la copertina a due uomini che si baciano e manterrà una certa simpatia per gli ex democristiani, siano essi confluiti nel polo di destra, nel polo di sinistra e nel polo di centro. Ma, onestamente, mi pare un po’ poco per chiederne la chiusura definitiva o anche soltanto per bollarla come giornale inutile. Mi paiono più inutili i sermoni di quei predicatori internetici, televisivi e parlamentari che spesso si producono in deliri illusori e, quelli sì, ipocriti (l’ipocrisia emerge soprattutto quando ci sono di mezzo i soldi).
E comunque, alla fine della storia, mi pongo una domanda: qual è la differenza di mentalità tra chi chiede di chiudere un giornale soltanto perché non scrive di Dio nel modo che lui vorrebbe e chi chiede di uccidere un poeta soltanto perché scrive di Dio in modo diverso da quello che lui vorrebbe?
In genere, una rubrica che cattura la mia attenzione è quella dei “colloqui col Padre”, in cui uomini o donne – più donne che uomini, a dire il vero – raccontano di una loro tribolazione al direttore (“mio marito forse mi tradisce”, “mio figlio è innamorato di una donna divorziata”, “mio nipote è morto e aveva soltanto sette anni”) e questi risponde. Si può condividere oppure no, la risposta (e talvolta è accaduto che abbia fatto notizia perché basata su posizioni diciamo non proprio vaticane), però nessuno può negare che di mezzo ci sia sempre “Dio e i suoi progetti”, anche se son progetti di cui spesso ci sfugge il significato ultimo. Ma se tante persone scrivono, significa che quelle risposte le trovano confortanti.
Un’altra cosa che ho sempre trovato interessante sono i servizi dall’Africa e da quei Paesi di cui i newsmagazines con le donne nude in copertina si occupano poco o niente. E forse non tutti sanno che una delle testate che più e meglio ha trattato la vicenda Ilaria Alpi è stata proprio Famiglia Cristiana: non è un caso e il motivo è quello sopra, un’attenzione di lunga data verso Stati un po’ ignorati da noi. Anche questo è un po’ occuparsi di Dio: “le beghe nel mondo” spesso sono soltanto situazioni in cui il nostro prossimo – un prossimo remoto fisicamente, ma sempre prossimo per chi è credente – si trova invischiato senza colpe e senza vie di uscita.
Poi, vabbè, Famiglia Cristiana è reticente quando si tratta di preti pedofili, tira un po’ l’acqua al suo mulino quando c’è di mezzo l’esenzione Ici alla Chiesa, non dedicherà mai la copertina a due uomini che si baciano e manterrà una certa simpatia per gli ex democristiani, siano essi confluiti nel polo di destra, nel polo di sinistra e nel polo di centro. Ma, onestamente, mi pare un po’ poco per chiederne la chiusura definitiva o anche soltanto per bollarla come giornale inutile. Mi paiono più inutili i sermoni di quei predicatori internetici, televisivi e parlamentari che spesso si producono in deliri illusori e, quelli sì, ipocriti (l’ipocrisia emerge soprattutto quando ci sono di mezzo i soldi).
E comunque, alla fine della storia, mi pongo una domanda: qual è la differenza di mentalità tra chi chiede di chiudere un giornale soltanto perché non scrive di Dio nel modo che lui vorrebbe e chi chiede di uccidere un poeta soltanto perché scrive di Dio in modo diverso da quello che lui vorrebbe?
martedì 14 febbraio 2012
Meno male ha detto di no...
Io sono contento che il governo non abbia appoggiato l’operazione Olimpiadi a Roma. Un po’ per i motivi spiegati da Monti, che sono importanti e condivisibili. Ma, soprattutto, con il suo no, il presidente del Consiglio ci ha risparmiato anche, come minimo (cito in ordine sparso e non di importanza):
- Montezemolo presidente di qualche comitato che ha a che fare con la manifestazione;
- il programma speciale organizzato dalla Rai pieno di personaggi bolsi, visti e rivisti;
- Bocelli che canta e Allevi che compone qualcosa per il grande evento;
- i gadget;
- i leghisti che intonano il refrain dei soldi che si trovano per le Olimpiadi mentre su, in Padania...;
- gli ex militanti di AN intrufolati in comitati e organismi vari;
- le inchieste delle procure sugli ex militanti di AN intrufolati in comitati e organismi vari;
- Bruno Vespa con il plastico del villaggio olimpico;
- Berlusconi che fa il brillante con le atlete italiane;
- Guariniello che indaga sullo scandalo delle medaglie che non sono realmente tutte d’oro, d’argento e di bronzo, ma di vile metallo patinato d'oro, d'argento e di bronzo.
Ennesime considerazioni sulle primarie
Ci sono due modi sbagliati di reagire all’esito delle primarie genovesi.
Il primo è quello di chi enfatizza la sconfitta delle due candidate del Partito Democratico.
Il secondo è quello di chi minimizza, dicendo che meglio così che i plebisciti stile Prodi e Veltroni.
A me pare piuttosto interessante un altro dato: l’affluenza inferiore al previsto. Era freddo? No, quella è la scusa ufficiale, il dito dietro cui nascondersi. Non vorrei sbagliarmi, ma non mi pare sia la prima volta che alle urne delle primarie vanno meno persone di quante se ne aspettavano gli organizzatori. Forse qualcuno, a partire dal PD, dovrebbe farsi un esame di coscienza e magari chiedersi se qualche volta le primarie non siano state un paravento dietro il quale fare le conte interne tra correnti che invece di confrontarsi nel merito dei problemi in modo pragmatico stanno a riproporre i vecchi schemi ideologici (“scandalo, quello è un socialdemocratico!”, “oh, quello è un liberista anni Ottanta!”, e così via). Il rischio è che, così come è affievolito l’interesse di tanti cittadini nei confronti del PD, oggi di gran lunga il partito più antipatico d’Italia, anche l’interesse verso le primarie si affievolisca fino a farle diventare esercizio di antipatia anziché di democrazia.
Tutto ciò fermo restando che quando un sindaco al primo mandato intende ricandidarsi non deve andare a primarie: se si sente questa esigenza – meglio: se si sente l’esigenza di farlo con avversari non di bandiera –, significa che non ha amministrato bene o che ha sbagliato qualcosa nel metodo di governo e allora bisogna avere il coraggio di ammetterlo subito: un partito a contatto con il mitico territorio e che sa ascoltare l’omino del bar si riconosce anche da questa capacità.
Il primo è quello di chi enfatizza la sconfitta delle due candidate del Partito Democratico.
Il secondo è quello di chi minimizza, dicendo che meglio così che i plebisciti stile Prodi e Veltroni.
A me pare piuttosto interessante un altro dato: l’affluenza inferiore al previsto. Era freddo? No, quella è la scusa ufficiale, il dito dietro cui nascondersi. Non vorrei sbagliarmi, ma non mi pare sia la prima volta che alle urne delle primarie vanno meno persone di quante se ne aspettavano gli organizzatori. Forse qualcuno, a partire dal PD, dovrebbe farsi un esame di coscienza e magari chiedersi se qualche volta le primarie non siano state un paravento dietro il quale fare le conte interne tra correnti che invece di confrontarsi nel merito dei problemi in modo pragmatico stanno a riproporre i vecchi schemi ideologici (“scandalo, quello è un socialdemocratico!”, “oh, quello è un liberista anni Ottanta!”, e così via). Il rischio è che, così come è affievolito l’interesse di tanti cittadini nei confronti del PD, oggi di gran lunga il partito più antipatico d’Italia, anche l’interesse verso le primarie si affievolisca fino a farle diventare esercizio di antipatia anziché di democrazia.
Tutto ciò fermo restando che quando un sindaco al primo mandato intende ricandidarsi non deve andare a primarie: se si sente questa esigenza – meglio: se si sente l’esigenza di farlo con avversari non di bandiera –, significa che non ha amministrato bene o che ha sbagliato qualcosa nel metodo di governo e allora bisogna avere il coraggio di ammetterlo subito: un partito a contatto con il mitico territorio e che sa ascoltare l’omino del bar si riconosce anche da questa capacità.
lunedì 13 febbraio 2012
Hold on, please!
"Digitare 1 per servizi tecnici, 2 per abbonamenti, 3 per fibra ottica, 4 per..."
...
"la preghiamo di attendere, hold on please... (canzoncina)"
...
"la preghiamo di attendere, hold on please... (canzoncina)"
...
"la preghiamo di attendere, hold on please... (canzoncina)"
(dopo cinque minuti e tredici secondi)
"buonasera sono Stefania, in cosa posso esserle utile?"
"sì, senta... sto per traslocare e vorrei sapere per la linea telefonica... cosa devo fare per portare il numero nella mia futura residenza"
"bisogna vedere se è possibile, se è da noi coperta. E' all'interno del Comune?"
"certo. l'indirizzo è via della Chiesa, località Sorbole"
"uhm... un attimo che verifico"
...
...
"ehm... pronto?"
"sì, sì... sto verificando... un attimo di pazienza... via della Chiesa, località Sorbole ha detto?"
"sì! guardi, è soltanto per telefono fisso e adsl, non per chissà quali servizi"
"certo!"
...
...
(dopo altri due minuti e dodici secondi)
"senta, per cortesia, potrebbe darmi un numero di telefono di qualche utente della zona? Perché qua il sistema non risponde"
"sì. Allora 953..."
"Attenda soltanto un attimo, per cortesia".
...
...
(dopo un minuto e ventisette secondi)
"eh eh... ancora niente!"
"Scusi, dottoressa operatrice, ma questa attesa significa che la zona non è da voi coperta? E' nel comune capoluogo, a due chilometri dal centro!"
"Non si preoccupi! Vedo la clessidra, significa che il sistema è un po' lento..."
"Non mi dica che devo richiamare e risentirmi tutta la canzoncina? Anche perché sono in pausa pranzo, non vorrei occuparla tutta con una telefonata..."
"No, no... non si preoccupi: poiché qui vedo che la clessidra rimane, le suggerisco di andare sul nostro sito web. Se segue la procedura vedrà che potrà vedere anche lei da solo se è possibile fare il trasferimento del numero in quest'altro quartiere".
"ah!"
Vado sul sito web, entro nell'area riservata, seguo tutta la procedura e però non ottengo risposta.
Richiamo.
"Digitare 1 per servizi tecnici, 2 per abbonamenti, 3 per fibra ottica, 4 per..."
...
"la preghiamo di attendere, hold on please... (canzoncina)"
...
"la preghiamo di attendere, hold on please... (canzoncina)"
...
"la preghiamo di attendere, hold on please... (canzoncina)"
(dopo tre minuti e ventinove secondi)
"buonasera sono Maurizio, in cosa posso esserle utile?"
"sto per traslocare eccetera eccetera"
"un attimo di pazienza che verifico la disponibilità"
...
...
(dopo quattro minuti e quarantacinque secondi)
"sì, principalmente dovrebbe esserci la disponibilità"
"in che senso 'dovrebbe'? C'è o non c'è?"
"Principalmente c'è, ma la certezza l'avremo soltanto in fase di attivazione del contratto"
"Ma io un contratto ce l'ho già!"
"Sì, ma principalmente funziona che è come se fosse un nuovo contratto. Per cui, lei ora dovrebbe richiamare e mettersi in contatto con il commerciale e attivare la proced..."
Click (traduzione: Vaffanculo)
domenica 12 febbraio 2012
Garantismo e cavillismo
Leggo l’articolo di Luigi Ferrarella sul processo Mills e non posso fare a meno di rifletterci su, di pensare con un certo sconforto al Paese in cui vivo, alle sue regole, alle sue istituzioni. E anche ai dibattiti in cui spesso si avvita.
Non ne faccio una questione di “Berlusconi innocente / Berlusconi colpevole”. Per me, uno rimane innocente fino a sentenza definitiva e comunque io non mi sono letto le carte processuali e quindi – come chiunque non abbia fatto ciò – non sono in grado di esprimermi nel merito. Però il mio pensiero va a tutte quelle volte che ho letto la frase “il pm deve andare dal giudice con il cappello in mano”. E’ l’immagine simbolica che i sostenitori della separazione delle carriere in magistratura utilizzano per rafforzare la loro causa. E’ possibile, forse addirittura probabile, che le attribuzioni dei pubblici ministeri debbano essere ridimensionate o riviste; ma, allo stato attuale, prima ancora di questo passaggio dovremmo rivedere certe facoltà che spettano alla difesa. La sensazione che in tutti questi anni si sia confuso il garantismo con il cavillismo è sempre più forte e dirompente. Perché io non credo che il cavillismo sia una risposta degli avvocati allo strapotere dei pm. Ci sarebbe comunque, perché l’avvocato è un libero professionista pagato per fare gli interessi di una parte ed è suo diritto ricorrere a tutti gli strumenti che la legge prevede, pure quelli (e non mi riferisco alla vicenda in questione, parlo in generale) che invece di andare incontro alla giustizia e alla verità vanno incontro – appunto – a quella parte.
Infine, mi chiedo quante volte, in questi ultimi due decenni, la prescrizione nel processo penale ha avuto come ratio il venir meno dell’interesse dello Stato a punire una condotta in virtù del tempo trascorso e quante, invece, l’emergere dell’interesse di una delle parti in causa ad affossare la conoscenza di una verità.
Non ne faccio una questione di “Berlusconi innocente / Berlusconi colpevole”. Per me, uno rimane innocente fino a sentenza definitiva e comunque io non mi sono letto le carte processuali e quindi – come chiunque non abbia fatto ciò – non sono in grado di esprimermi nel merito. Però il mio pensiero va a tutte quelle volte che ho letto la frase “il pm deve andare dal giudice con il cappello in mano”. E’ l’immagine simbolica che i sostenitori della separazione delle carriere in magistratura utilizzano per rafforzare la loro causa. E’ possibile, forse addirittura probabile, che le attribuzioni dei pubblici ministeri debbano essere ridimensionate o riviste; ma, allo stato attuale, prima ancora di questo passaggio dovremmo rivedere certe facoltà che spettano alla difesa. La sensazione che in tutti questi anni si sia confuso il garantismo con il cavillismo è sempre più forte e dirompente. Perché io non credo che il cavillismo sia una risposta degli avvocati allo strapotere dei pm. Ci sarebbe comunque, perché l’avvocato è un libero professionista pagato per fare gli interessi di una parte ed è suo diritto ricorrere a tutti gli strumenti che la legge prevede, pure quelli (e non mi riferisco alla vicenda in questione, parlo in generale) che invece di andare incontro alla giustizia e alla verità vanno incontro – appunto – a quella parte.
Infine, mi chiedo quante volte, in questi ultimi due decenni, la prescrizione nel processo penale ha avuto come ratio il venir meno dell’interesse dello Stato a punire una condotta in virtù del tempo trascorso e quante, invece, l’emergere dell’interesse di una delle parti in causa ad affossare la conoscenza di una verità.
sabato 11 febbraio 2012
Frattini è soltanto la punta dell'iceberg
Leggo i tweet di Franco Frattini dedicati a Putin e la domanda sorge spontanea: questi del centrodestra italiano, hanno mai capito qualcosa di politica estera?
No, dico sul serio. Perché uno può anche sostenere idee anticonformiste o che, nel medio lungo periodo, si rivelano sbagliate. Oppure può allinearsi e accoglierne acriticamente altre. Ma qualcuno è in grado di spiegare qual è - qual è stata, al limite - la visione di politica internazionale dell'era berlusconiana? Oltre la pacca sulla spalla e la foto con il potente di turno - si chiamasse Moubarak o Gheddafi o Bush o Obama o Erdogan o Putin - cosa c'era di strategico, di sostanzioso o anche soltanto di ragionato nell'appoggiare tizio o contrastare caio?
venerdì 10 febbraio 2012
Parla come mangi / Paolo Ferrero
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Federazione della Sinistra, è intervenuto sul Fatto Quotidiano per dare il suo imprescindibile contributo al dibattito sulla legge elettorale.
Di seguito e in corsivo quel che lui ha scritto; in blu quel che realmente era il suo pensiero.
"Occorre ridare potere ai cittadini. Questo richiede una modifica delle politiche economiche ma impone – per quanto riguarda la legge elettorale – di ridare ai cittadini la possibilità di scegliere chi votare, senza costrizioni o voti utili di sorta: la strada maestra si chiama proporzionale, in cui i cittadini possano liberamente scegliere sia i partiti che le persone. Se le scelte più rilevanti sono fatte al di fuori dai parlamenti e dai governi nazionali, se i governi si muovono in una strada che è in larga parte segnata a priori, è necessario che i parlamenti abbiano almeno la funzione di rappresentare i popoli, senza sbarramenti o coalizioni che non hanno ragion d’essere".
La Federazione della Sinistra, stando ai più recenti sondaggi, ha circa il 2.3% dei voti. Un terzo di quelli che prende Nichi Vendola. Meno dei grillini e addirittura dei finiani. Ma noi comunisti fuori dal Parlamento non possiamo rimanere e l’unica nostra possibilità di poter esistere ancora e prendere qualche contributo dallo Stato è che venga adottata una bella legge proporzionale. Come trenta o quarant’anni fa, quando bastava l’1% per avere una rappresentanza in Parlamento. Ah, i bei tempi del Pdup e della Nuova Sinistra Unita...
"Anche per questo, se la modifica della legge elettorale dovesse portare a un sistema fatto unicamente per conservare la posizione di rendita dei grandi partiti, ritengo necessario dar vita a una grande lista di sinistra in cui confluiscano la Federazione della Sinistra, Sel, l’Idv, comitati e associazioni della società civile e tutti coloro condividano il progetto, così come ha proposto in questi giorni anche Antonio di Pietro".
Non sapete quanto Vendola mi stia sugli zebedei. E Di Pietro? Niente a che spartire con uno di destra come lui. Ma pur di tornare in Parlamento siamo disposti anche a scendere a patti con il diavolo e allearci con questi due loschi figuri. Una bella ammucchiata preelettorale, poi una volta eletti chi s’è visto s’è visto. Ora scusate, ma devo lasciarvi: ho il compagno Turigliatto al telefono.
Di seguito e in corsivo quel che lui ha scritto; in blu quel che realmente era il suo pensiero.
"Occorre ridare potere ai cittadini. Questo richiede una modifica delle politiche economiche ma impone – per quanto riguarda la legge elettorale – di ridare ai cittadini la possibilità di scegliere chi votare, senza costrizioni o voti utili di sorta: la strada maestra si chiama proporzionale, in cui i cittadini possano liberamente scegliere sia i partiti che le persone. Se le scelte più rilevanti sono fatte al di fuori dai parlamenti e dai governi nazionali, se i governi si muovono in una strada che è in larga parte segnata a priori, è necessario che i parlamenti abbiano almeno la funzione di rappresentare i popoli, senza sbarramenti o coalizioni che non hanno ragion d’essere".
La Federazione della Sinistra, stando ai più recenti sondaggi, ha circa il 2.3% dei voti. Un terzo di quelli che prende Nichi Vendola. Meno dei grillini e addirittura dei finiani. Ma noi comunisti fuori dal Parlamento non possiamo rimanere e l’unica nostra possibilità di poter esistere ancora e prendere qualche contributo dallo Stato è che venga adottata una bella legge proporzionale. Come trenta o quarant’anni fa, quando bastava l’1% per avere una rappresentanza in Parlamento. Ah, i bei tempi del Pdup e della Nuova Sinistra Unita...
"Anche per questo, se la modifica della legge elettorale dovesse portare a un sistema fatto unicamente per conservare la posizione di rendita dei grandi partiti, ritengo necessario dar vita a una grande lista di sinistra in cui confluiscano la Federazione della Sinistra, Sel, l’Idv, comitati e associazioni della società civile e tutti coloro condividano il progetto, così come ha proposto in questi giorni anche Antonio di Pietro".
Non sapete quanto Vendola mi stia sugli zebedei. E Di Pietro? Niente a che spartire con uno di destra come lui. Ma pur di tornare in Parlamento siamo disposti anche a scendere a patti con il diavolo e allearci con questi due loschi figuri. Una bella ammucchiata preelettorale, poi una volta eletti chi s’è visto s’è visto. Ora scusate, ma devo lasciarvi: ho il compagno Turigliatto al telefono.
giovedì 9 febbraio 2012
Un inciucio per la legge elettorale / 2
Come la penso sugli accordi tra partiti in vista della nuova legge elettorale l’ho scritto un mese fa. Ma oggi voglio dare retta ai grillotravagli e alle schiene dritte, quelli che con Berlusconi (anzi, no: con B.) non si dialoga perché tanto poi te la mette nel baugigi, e voglio provare a immaginare gli scenari che si aprirebbero se si desse retta a loro.
Ossia, nessuna trattativa e nessun accordo preventivo tra centrosinistra e centrodestra.
Al contrario, come ha richiesto stamani Antonio Di Pietro in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, se ne discute apertamente in commissione affari costituzionali, facendo finta di non essere – come invece siamo – ancora ai blocchi di partenza (anzi, al riscaldamento pre-gara) e con qualche attore che, in realtà, vorrebbe che venisse giù un bel temporalone per annullare la gara stessa perché non ha alcun interesse a modificare lo status quo.
Ipotesi 1
Bersani si accorda con Di Pietro e Vendola per una legge elettorale e, insieme, sfornano il miglior sistema elettorale dell’universo. Insieme, però, fanno 227 deputati disposti a votare sì: troppo pochi per approvare il loro progetto, e quindi devono cercare l’appoggio delle altre forze politiche. Ne discutono pubblicamente e in modo trasparente in commissione affari costituzionali e, poiché terzo polo e PdL convengono che si tratta del miglior sistema elettorale dell’universo, accettano la proposta e la votano.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 0,01%
Ipotesi 2
Bersani si accorda con Di Pietro e Vendola per una legge elettorale e, insieme, sfornano il miglior sistema elettorale dell’universo. Insieme, però, fanno 227 deputati disposti a votare sì: troppo pochi per approvare il loro progetto, e quindi devono cercare l’appoggio delle altre forze politiche. Ne discutono pubblicamente e in modo trasparente in commissione affari costituzionali: terzo polo e PdL, segretamente, convengono che si tratta del miglior sistema elettorale dell’universo, ma vogliono ugualmente modificarlo perché a loro non conviene o perché hanno altre idee in proposito. Per cui, non votano la proposta e risiamo daccapo dopo aver perso un po' di settimane (nel frattempo c'è pure la campagna elettorale per le amministrative), mentre la scadenza di legislatura si avvicina impietosamente.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 99,99%
Ipotesi 2a
PdL e terzo polo avanzano proposte emendative al progetto Bersani-Di Pietro-Vendola. Né Di Pietro, né Bersani le accettano. Si arriva alla fine della legislatura e c’è ancora il porcellum.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 25%
Ipotesi 2b
PdL e terzo polo avanzano proposte emendative al progetto Bersani-Di Pietro-Vendola. Di Pietro non le accetta, il PD sì. Di Pietro grida all’inciucio, Vendola ci scrive una poesia, mentre i movimenti se la prendono con il tradimento di Bersani.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 25%
Ipotesi 2c
PdL e terzo polo avanzano proposte emendative al progetto Bersani-Di Pietro-Vendola. Né Di Pietro, né Bersani le accettano. PdL, terzo polo e Lega si accordano per una legge elettorale come vogliono loro, che stravolge il progetto originario del centrosinistra e se la votano contando su una maggioranza ipotetica di 356 voti alla Camera.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 10%
Ipotesi 2d
Il PdL presenta una sua proposta, il terzo polo pure e in commissione affari costituzionali non si trova alcun accordo. Nessuna delle tre proposte avanzate è in grado di ottenere una maggioranza e la legislatura si conclude senza una nuova legge elettorale: si va a votare con il porcellum.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 40%
Confessiamolo. Proclami a parte, il Porcellum fa comodo a troppa gente, soprattutto ora che non c’è più un Berlusconi contro cui urlare un giorno sì e l’altro pure.
Ossia, nessuna trattativa e nessun accordo preventivo tra centrosinistra e centrodestra.
Al contrario, come ha richiesto stamani Antonio Di Pietro in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, se ne discute apertamente in commissione affari costituzionali, facendo finta di non essere – come invece siamo – ancora ai blocchi di partenza (anzi, al riscaldamento pre-gara) e con qualche attore che, in realtà, vorrebbe che venisse giù un bel temporalone per annullare la gara stessa perché non ha alcun interesse a modificare lo status quo.
Ipotesi 1
Bersani si accorda con Di Pietro e Vendola per una legge elettorale e, insieme, sfornano il miglior sistema elettorale dell’universo. Insieme, però, fanno 227 deputati disposti a votare sì: troppo pochi per approvare il loro progetto, e quindi devono cercare l’appoggio delle altre forze politiche. Ne discutono pubblicamente e in modo trasparente in commissione affari costituzionali e, poiché terzo polo e PdL convengono che si tratta del miglior sistema elettorale dell’universo, accettano la proposta e la votano.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 0,01%
Ipotesi 2
Bersani si accorda con Di Pietro e Vendola per una legge elettorale e, insieme, sfornano il miglior sistema elettorale dell’universo. Insieme, però, fanno 227 deputati disposti a votare sì: troppo pochi per approvare il loro progetto, e quindi devono cercare l’appoggio delle altre forze politiche. Ne discutono pubblicamente e in modo trasparente in commissione affari costituzionali: terzo polo e PdL, segretamente, convengono che si tratta del miglior sistema elettorale dell’universo, ma vogliono ugualmente modificarlo perché a loro non conviene o perché hanno altre idee in proposito. Per cui, non votano la proposta e risiamo daccapo dopo aver perso un po' di settimane (nel frattempo c'è pure la campagna elettorale per le amministrative), mentre la scadenza di legislatura si avvicina impietosamente.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 99,99%
Ipotesi 2a
PdL e terzo polo avanzano proposte emendative al progetto Bersani-Di Pietro-Vendola. Né Di Pietro, né Bersani le accettano. Si arriva alla fine della legislatura e c’è ancora il porcellum.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 25%
Ipotesi 2b
PdL e terzo polo avanzano proposte emendative al progetto Bersani-Di Pietro-Vendola. Di Pietro non le accetta, il PD sì. Di Pietro grida all’inciucio, Vendola ci scrive una poesia, mentre i movimenti se la prendono con il tradimento di Bersani.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 25%
Ipotesi 2c
PdL e terzo polo avanzano proposte emendative al progetto Bersani-Di Pietro-Vendola. Né Di Pietro, né Bersani le accettano. PdL, terzo polo e Lega si accordano per una legge elettorale come vogliono loro, che stravolge il progetto originario del centrosinistra e se la votano contando su una maggioranza ipotetica di 356 voti alla Camera.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 10%
Ipotesi 2d
Il PdL presenta una sua proposta, il terzo polo pure e in commissione affari costituzionali non si trova alcun accordo. Nessuna delle tre proposte avanzate è in grado di ottenere una maggioranza e la legislatura si conclude senza una nuova legge elettorale: si va a votare con il porcellum.
Probabilità che si verifichi simile scenario: 40%
Confessiamolo. Proclami a parte, il Porcellum fa comodo a troppa gente, soprattutto ora che non c’è più un Berlusconi contro cui urlare un giorno sì e l’altro pure.
mercoledì 8 febbraio 2012
Dove sono i pacifisti?
Da pacifista dico che tutto questo silenzio su quel che sta accadendo in Siria è desolante.
Sì, è vero: la neve, l’articolo 18, la Casta, il défault dietro l’angolo... Ma qui ormai si va al ritmo di una strage di civili al giorno.
E noi pacifisti? Perché non sfiliamo in piazza, perché non manifestiamo?
La risposta che mi do è che con tutti i problemi che abbiamo a casa nostra, la fatica di arrivare a fine mese, l’incertezza sul nostro futuro, forse abbiamo anche meno voglia di occuparci dei casini degli altri, per quanto siano oggettivamente più grossi: inutile dire a un tizio che in quel momento ha un forte mal di denti quanto sia importante la lotta alla leucemia, il tuo interlocutore non ti ascolterà perché in quel momento l’unica cosa che gli interessa è il suo mal di denti.
Probabilmente, incide anche il fatto che il presidente siriano quando andò al potere sembrava un riformista, è ancora oggi relativamente giovane e ha una moglie bella, intelligente e che si dà tanto da fare per la cultura: insomma, è uno che si presenta bene anche quando fa cose brutte.
Comunque, queste son tutte scuse. Il dato di fatto è che di quanto accade in Siria ce ne importa il giusto. Cioè niente. Peccato. Perché di questo passo finirà che ce ne occuperemo nella maniera peggiore. Ossia, un giorno l’Onu adotterà una risoluzione e noi saremo di nuovo lì, a polemizzare su quel passaggio ambiguo in una formula sufficientemente vaga per mettere tutti d’accordo; e a sviscerare per l’ennesima volta il pensiero dei padri costituenti sull’articolo 11 della nostra Costituzione.
Nel frattempo chissà quante persone saranno morte nella città ribelle di Homs.
Sì, è vero: la neve, l’articolo 18, la Casta, il défault dietro l’angolo... Ma qui ormai si va al ritmo di una strage di civili al giorno.
E noi pacifisti? Perché non sfiliamo in piazza, perché non manifestiamo?
La risposta che mi do è che con tutti i problemi che abbiamo a casa nostra, la fatica di arrivare a fine mese, l’incertezza sul nostro futuro, forse abbiamo anche meno voglia di occuparci dei casini degli altri, per quanto siano oggettivamente più grossi: inutile dire a un tizio che in quel momento ha un forte mal di denti quanto sia importante la lotta alla leucemia, il tuo interlocutore non ti ascolterà perché in quel momento l’unica cosa che gli interessa è il suo mal di denti.
Probabilmente, incide anche il fatto che il presidente siriano quando andò al potere sembrava un riformista, è ancora oggi relativamente giovane e ha una moglie bella, intelligente e che si dà tanto da fare per la cultura: insomma, è uno che si presenta bene anche quando fa cose brutte.
Comunque, queste son tutte scuse. Il dato di fatto è che di quanto accade in Siria ce ne importa il giusto. Cioè niente. Peccato. Perché di questo passo finirà che ce ne occuperemo nella maniera peggiore. Ossia, un giorno l’Onu adotterà una risoluzione e noi saremo di nuovo lì, a polemizzare su quel passaggio ambiguo in una formula sufficientemente vaga per mettere tutti d’accordo; e a sviscerare per l’ennesima volta il pensiero dei padri costituenti sull’articolo 11 della nostra Costituzione.
Nel frattempo chissà quante persone saranno morte nella città ribelle di Homs.
Mie considerazioni sul Ceccantum
C’è un gran fermento sulla legge elettorale e pochi resistono alla tentazione di avanzare la propria epocale proposta o sostenere quella che per loro è il sistema migliore del mondo.
Ho già scritto altre volte come la penso: la perfezione non esiste, soprattutto quando si ha a che fare con meccanismi che devono tradurre delle crocette su una scheda in seggi al Parlamento.
Mesi fa mi sono espresso sulla proposta ufficiale del Partito Democratico. Oggi analizzo il progetto presentato dal senatore piddino Stefano Ceccanti. E’ un mix tra il sistema spagnolo e quello tedesco.
In breve, ogni elettore si vede consegnare una scheda e fa la sua crocetta sul partito. Fin qui tutto semplice, ma dietro quella crocetta c’è un mondo.
Eletti e liste bloccate
Intanto, 315 deputati vengono eletti in collegi uninominali. Per cui, io vado a votare, faccio la crocetta su un partito e, poiché il candidato di quel partito nel mio collegio uninominale è Tizio, automaticamente do la preferenza a Tizio (oppure, a seconda dei punti di vista, voto Tizio perché ho stima di lui e automaticamente do la preferenza a quel partito).
Gli altri 315 deputati invece vengono nominati. Ogni partito, infatti, oltre al suo candidato da uninominale presenta una lista di nomi e se, in base ai voti presi a livello nazionale, ha diritto di eleggere in quel collegio due candidati (oltre a quello eventualmente vincente nel collegio uninominale), vanno in Parlamento i primi due nomi che compaiono su quella lista.
Lo stesso, più o meno, avviene al Senato.
Insomma, un Parlamento per metà di nominati e per metà di eletti: nessuno scandalo, anche in Germania funziona così (ma lì la percentuale è 45 a 55). La chiave di questo meccanismo è che, nella pratica, i partiti più piccoli hanno pochi o pochissimi eletti nell’uninominale e la maggior parte dei loro parlamentari vengono fuori dalle liste bloccate. Al contrario, i partiti più grandi dovrebbero avere perlopiù eletti nei collegi uninominali.
Il collegio
Affinché ci sia un effetto disproporzionale adeguato, il collegio deve essere piccolo: la Spagna insegna. Ma una rapida occhiata all’allegato A del progetto Ceccanti qualche dubbio in proposito lo fa sorgere. Soprattutto se poi dovesse essere ridotto il numero di deputati e senatori, i collegi non saranno poi tanto piccoli e l’effetto di correzione avrà effetti minori in proporzione.
La soglia di sbarramento
E’ prevista una soglia di sbarramento fissata al 3% (a livello nazionale) alla Camera e al 4% (a livello regionale) al Senato. Il 3% è mutuato dalla Spagna, ma in Germania è al 5%. Forse, vista la frammentazione partitica in Italia, una soglia un po’ più alta non avrebbe fatto male, anche perché – come detto – è dubbio che i collegi siano sufficientemente piccoli.
Le primarie
Ecco, qui c’è una novità. La legge prevede la possibilità di organizzare primarie per decidere i candidati nell’uninominale. Non è obbligatorio, ma chi si avvale di tale facoltà può inserire una dizione sulla scheda: “lista composta con metodo democratico sulla base di elezioni primarie”. E per chi non sceglie tramite primarie almeno due terzi dei candidati e non rispetta requisiti minimi di genere (un terzo) i rimborsi elettorali vengono dimezzati. In definitiva, una quasi certa mannaia sui soldi ai piccoli partiti che difficilmente possono permettersi di organizzare primarie e possono avere maggiori difficoltà a rispettare gli equilibri di genere.
Conclusioni mie (opinabilissime)
E’ un sistema che spinge i partiti maggiori a individuare candidati per l’uninominale molto rappresentativi per il territorio, altrimenti corrono rischi seri. Spariscono le logiche del voto utile e le desistenze tipiche del mattarellum: questo perché ogni cittadino ha una sola scheda e una sola crocetta da fare.
L’ottica bipolare sembrerebbe salva (i partiti maggiori dovrebbero uscirne rafforzati) e la frammentazione attuale, in teoria, dovrebbe essere ridotta, ma l'uso del modo condizionale è d’obbligo. Un sistema del genere prevede infatti la presenza di partiti minori e, ahimè, sotto questo aspetto la soglia di sbarramento bassa se da un lato può favorire un accordo parlamentare per l’approvazione di tale progetto, dall’altra rischia di trasformarsi in un boomerang una volta che la legge dovesse essere vigente, perché sarebbero presenti diversi partiti piccoli, per di più con quasi tutti i propri parlamentari che non saranno scelti dagli elettori, ma nominati nelle segreterie.
Infine, una parola su primarie e rappresentanza di genere. Non è detto, assolutamente, che i due requisiti possano coesistere: niente e nessuno può assicurare che i risultati scaturiti dalle primarie rispettino gli equilibri di genere. A meno che ciò non sia un modo macchinoso per risparmiare sui contributi pubblici ai partiti, basterebbe specificare che il conteggio sulla rappresentanza di genere oltre all'uninominale si estende a tutta la lista bloccata.
Ho già scritto altre volte come la penso: la perfezione non esiste, soprattutto quando si ha a che fare con meccanismi che devono tradurre delle crocette su una scheda in seggi al Parlamento.
Mesi fa mi sono espresso sulla proposta ufficiale del Partito Democratico. Oggi analizzo il progetto presentato dal senatore piddino Stefano Ceccanti. E’ un mix tra il sistema spagnolo e quello tedesco.
In breve, ogni elettore si vede consegnare una scheda e fa la sua crocetta sul partito. Fin qui tutto semplice, ma dietro quella crocetta c’è un mondo.
Eletti e liste bloccate
Intanto, 315 deputati vengono eletti in collegi uninominali. Per cui, io vado a votare, faccio la crocetta su un partito e, poiché il candidato di quel partito nel mio collegio uninominale è Tizio, automaticamente do la preferenza a Tizio (oppure, a seconda dei punti di vista, voto Tizio perché ho stima di lui e automaticamente do la preferenza a quel partito).
Gli altri 315 deputati invece vengono nominati. Ogni partito, infatti, oltre al suo candidato da uninominale presenta una lista di nomi e se, in base ai voti presi a livello nazionale, ha diritto di eleggere in quel collegio due candidati (oltre a quello eventualmente vincente nel collegio uninominale), vanno in Parlamento i primi due nomi che compaiono su quella lista.
Lo stesso, più o meno, avviene al Senato.
Insomma, un Parlamento per metà di nominati e per metà di eletti: nessuno scandalo, anche in Germania funziona così (ma lì la percentuale è 45 a 55). La chiave di questo meccanismo è che, nella pratica, i partiti più piccoli hanno pochi o pochissimi eletti nell’uninominale e la maggior parte dei loro parlamentari vengono fuori dalle liste bloccate. Al contrario, i partiti più grandi dovrebbero avere perlopiù eletti nei collegi uninominali.
Il collegio
Affinché ci sia un effetto disproporzionale adeguato, il collegio deve essere piccolo: la Spagna insegna. Ma una rapida occhiata all’allegato A del progetto Ceccanti qualche dubbio in proposito lo fa sorgere. Soprattutto se poi dovesse essere ridotto il numero di deputati e senatori, i collegi non saranno poi tanto piccoli e l’effetto di correzione avrà effetti minori in proporzione.
La soglia di sbarramento
E’ prevista una soglia di sbarramento fissata al 3% (a livello nazionale) alla Camera e al 4% (a livello regionale) al Senato. Il 3% è mutuato dalla Spagna, ma in Germania è al 5%. Forse, vista la frammentazione partitica in Italia, una soglia un po’ più alta non avrebbe fatto male, anche perché – come detto – è dubbio che i collegi siano sufficientemente piccoli.
Le primarie
Ecco, qui c’è una novità. La legge prevede la possibilità di organizzare primarie per decidere i candidati nell’uninominale. Non è obbligatorio, ma chi si avvale di tale facoltà può inserire una dizione sulla scheda: “lista composta con metodo democratico sulla base di elezioni primarie”. E per chi non sceglie tramite primarie almeno due terzi dei candidati e non rispetta requisiti minimi di genere (un terzo) i rimborsi elettorali vengono dimezzati. In definitiva, una quasi certa mannaia sui soldi ai piccoli partiti che difficilmente possono permettersi di organizzare primarie e possono avere maggiori difficoltà a rispettare gli equilibri di genere.
Conclusioni mie (opinabilissime)
E’ un sistema che spinge i partiti maggiori a individuare candidati per l’uninominale molto rappresentativi per il territorio, altrimenti corrono rischi seri. Spariscono le logiche del voto utile e le desistenze tipiche del mattarellum: questo perché ogni cittadino ha una sola scheda e una sola crocetta da fare.
L’ottica bipolare sembrerebbe salva (i partiti maggiori dovrebbero uscirne rafforzati) e la frammentazione attuale, in teoria, dovrebbe essere ridotta, ma l'uso del modo condizionale è d’obbligo. Un sistema del genere prevede infatti la presenza di partiti minori e, ahimè, sotto questo aspetto la soglia di sbarramento bassa se da un lato può favorire un accordo parlamentare per l’approvazione di tale progetto, dall’altra rischia di trasformarsi in un boomerang una volta che la legge dovesse essere vigente, perché sarebbero presenti diversi partiti piccoli, per di più con quasi tutti i propri parlamentari che non saranno scelti dagli elettori, ma nominati nelle segreterie.
Infine, una parola su primarie e rappresentanza di genere. Non è detto, assolutamente, che i due requisiti possano coesistere: niente e nessuno può assicurare che i risultati scaturiti dalle primarie rispettino gli equilibri di genere. A meno che ciò non sia un modo macchinoso per risparmiare sui contributi pubblici ai partiti, basterebbe specificare che il conteggio sulla rappresentanza di genere oltre all'uninominale si estende a tutta la lista bloccata.
p.s.: sugli eventuali accordi trasversali per la legge elettorale e le accuse di inciucio, rileggersi quanto scrivevo un mese fa.
martedì 7 febbraio 2012
Coerenza
La classe politica va azzerata e isolata. Per un Casini o un Fassino o un Cicchitto o un Brunetta va previsto l'isolamento sociale. Gli italiani non devono più avere rapporti con questa gentaglia.
Il Movimento 5 Stelle difende la libertà di manifestare per tutti nell'ambito delle leggi. Voler sostituire la legge con una delibera comunale, come è avvenuto a Rimini, per proibire la piazza a Forza Nuova oggi, e magari domani a chiunque altro, è contro la democrazia.
lunedì 6 febbraio 2012
Tipo quando c'erano Prodi e l'Unione
Fra qualche anno, commentando i problemi che dovrà affrontare il governo che sarà in carica, qualche giornalista dalla schiena dritta ci ricorderà tutte le occasioni sprecate dal governo Monti, sottolineando che in quel periodo non venne fatta la legge elettorale più bella del mondo, che non furono cancellate con un colpo di spugna le leggi ad personam ancora in vigore, che pure gli assetti dei telegiornali Rai erano condizionati dagli stessi protagonisti dell’era berlusconiana e che, in definitiva, tra un inciucio e l’altro le cose non andavano poi così bene come si voleva dare a credere e anche le liberalizzazioni decise tutto sommato erano poca roba e il piddì era un po’ troppo consenziente, come al solito.
Qualcun altro ribatterà che quello di Monti era un governo tecnico, che si occupava prevalentemente di economia e che doveva fare buon viso a cattivo gioco perché la maggioranza in Parlamento era quella che era e che se la vecchia maggioranza si svegliava con la luna di traverso c’era il serio rischio che tutto andasse a carte quarantotto proprio nel bel mezzo del lavoro e quindi al piddì, sempre responsabile, toccava ingoiare qualche rospo.
Il dibattito andrà avanti per un po’, ognuno nelle sue posizioni, e qualcuno ne approfitterà per guadagnarci uno zero virgola nel sondaggio del martedì sera, mentre il piddì di cui sopra si avviterà su sé stesso con ragionamenti in politichese nei quali spiccheranno gli estremisti della rottamazione e gli estremisti del dalemismo.
Insomma, niente di nuovo...
Qualcun altro ribatterà che quello di Monti era un governo tecnico, che si occupava prevalentemente di economia e che doveva fare buon viso a cattivo gioco perché la maggioranza in Parlamento era quella che era e che se la vecchia maggioranza si svegliava con la luna di traverso c’era il serio rischio che tutto andasse a carte quarantotto proprio nel bel mezzo del lavoro e quindi al piddì, sempre responsabile, toccava ingoiare qualche rospo.
Il dibattito andrà avanti per un po’, ognuno nelle sue posizioni, e qualcuno ne approfitterà per guadagnarci uno zero virgola nel sondaggio del martedì sera, mentre il piddì di cui sopra si avviterà su sé stesso con ragionamenti in politichese nei quali spiccheranno gli estremisti della rottamazione e gli estremisti del dalemismo.
Insomma, niente di nuovo...
Non sono pregiudizi
Oggi mi sono reso conto di uno dei tanti motivi per i quali, nonostante tutto, continuo a preferire il centrosinistra al centrodestra.
Di fronte all’emergenza neve, esponenti locali (ma anche nazionali) del Popolo della Libertà, che hanno responsabilità amministrative importanti, non hanno saputo andare oltre la riproposizione dei tre stereotipi che contraddistinguono la politica da quelle parti. Esattamente quel che ci aspettavamo da loro.
C’è quello che fa il brillante.
C’è quello che fa lo scaricabarile.
E c’è quello che la butta sulla xenofobia.
In fondo, tre modalità diverse di non assumersi le proprie responsabilità, che poi è la ragione per cui in Italia siamo dove siamo.
Di fronte all’emergenza neve, esponenti locali (ma anche nazionali) del Popolo della Libertà, che hanno responsabilità amministrative importanti, non hanno saputo andare oltre la riproposizione dei tre stereotipi che contraddistinguono la politica da quelle parti. Esattamente quel che ci aspettavamo da loro.
C’è quello che fa il brillante.
C’è quello che fa lo scaricabarile.
E c’è quello che la butta sulla xenofobia.
In fondo, tre modalità diverse di non assumersi le proprie responsabilità, che poi è la ragione per cui in Italia siamo dove siamo.
domenica 5 febbraio 2012
Beh...
L'altro ieri Mario Monti ha detto di essere stato frainteso.
Ieri ha precisato che non siamo in mezzo alla crisi, ma siamo avviati verso la soluzione.
Ora, la persona è molto autorevole e ispira fiducia. Però il ricordo dell'ultimo presidente del Consiglio che pronunciava frasi dello stesso tenore mi invita ugualmente a darmi una toccatina ai cosiddetti.
Non si sa mai...
Ieri ha precisato che non siamo in mezzo alla crisi, ma siamo avviati verso la soluzione.
Ora, la persona è molto autorevole e ispira fiducia. Però il ricordo dell'ultimo presidente del Consiglio che pronunciava frasi dello stesso tenore mi invita ugualmente a darmi una toccatina ai cosiddetti.
Non si sa mai...
giovedì 2 febbraio 2012
La pancia piena di Mario Monti
Anni fa mi è successo di rimanere, da un giorno all’altro e non per colpe mie, senza lavoro.
Era novembre e lo ricordo come uno dei mesi più brutti e formativi della mia vita. Se non avessi sentito la vicinanza di alcune persone, una in particolare, non so come avrei potuto superarlo. Una mattina mi ritrovai sul molo a guardare il mare e riuscii a risollevarmi soltanto perché vicino a me c’erano tre nordafricani ubriachi. Guardandoli in quelle condizioni, già gonfi di birra alle dieci di mattina, mentre io ero ancora lucido, capii quanto fossi stato fortunato a spezzare la monotonia di una giornata senza lavoro andando lì, a respirare l’aria del mare e a guardare le mie montagne in lontananza.
Perché la vera monotonia non è quella di chi ha un lavoro fisso, ma quella di chi l’ha persa un’occupazione – fissa o precaria che sia – e si ritrova a dover riempire le giornate in qualche modo.
Di quel mese di novembre ricordo poi che tante delle notizie che leggevo sui quotidiani o ascoltavo al telegiornale non mi interessavano proprio. Le vicende giudiziarie di Ottaviano Del Turco, il dibattito interno al Partito Democratico tra Veltroni e i suoi avversari, le primarie, l’avvocato Mills, Dell’Utri (Ruby e il bunga bunga erano ancora lontani da venire), la legge ad personam dell’epoca (non ricordo quale fosse), il conflitto d’interessi: tutte cazzate. Mi interessava soltanto sapere cosa proponevano i partiti per affrontare la crisi, quali le loro ricette sugli ammortizzatori sociali, quali le loro proposte sui nuovi contratti di lavoro.
Tutti noi pensiamo a come migliorare la qualità della nostra vita. Soltanto che a pancia piena pensiamo a cose alle quali non pensiamo quando la pancia è vuota. E viceversa.
Mario Monti ieri sera aveva la pancia piena e pensava alla qualità della vita di un lavoratore di un’azienda senza grandi problemi e in grado di guardare con cauta fiducia al proprio avvenire. Si è dimenticato di quei tanti lavoratori che invece hanno la pancia vuota, che devono andare in banca a chiedere di sospendere il mutuo casa perché stanno perdendo il lavoro e che desidererebbero tanto la monotonia di un posto di lavoro. Il presidente del Consiglio è persona competente nel suo lavoro e intelligente: sicuramente si è reso conto della cazzata, degna di un Maurizio Sacconi in piena forma, che ha fatto pronunciando quella frase, che può anche avere un suo fondamento, ma è molto irrispettosa verso la situazione, qui e ora, di milioni di italiani.
Era novembre e lo ricordo come uno dei mesi più brutti e formativi della mia vita. Se non avessi sentito la vicinanza di alcune persone, una in particolare, non so come avrei potuto superarlo. Una mattina mi ritrovai sul molo a guardare il mare e riuscii a risollevarmi soltanto perché vicino a me c’erano tre nordafricani ubriachi. Guardandoli in quelle condizioni, già gonfi di birra alle dieci di mattina, mentre io ero ancora lucido, capii quanto fossi stato fortunato a spezzare la monotonia di una giornata senza lavoro andando lì, a respirare l’aria del mare e a guardare le mie montagne in lontananza.
Perché la vera monotonia non è quella di chi ha un lavoro fisso, ma quella di chi l’ha persa un’occupazione – fissa o precaria che sia – e si ritrova a dover riempire le giornate in qualche modo.
Di quel mese di novembre ricordo poi che tante delle notizie che leggevo sui quotidiani o ascoltavo al telegiornale non mi interessavano proprio. Le vicende giudiziarie di Ottaviano Del Turco, il dibattito interno al Partito Democratico tra Veltroni e i suoi avversari, le primarie, l’avvocato Mills, Dell’Utri (Ruby e il bunga bunga erano ancora lontani da venire), la legge ad personam dell’epoca (non ricordo quale fosse), il conflitto d’interessi: tutte cazzate. Mi interessava soltanto sapere cosa proponevano i partiti per affrontare la crisi, quali le loro ricette sugli ammortizzatori sociali, quali le loro proposte sui nuovi contratti di lavoro.
Tutti noi pensiamo a come migliorare la qualità della nostra vita. Soltanto che a pancia piena pensiamo a cose alle quali non pensiamo quando la pancia è vuota. E viceversa.
Mario Monti ieri sera aveva la pancia piena e pensava alla qualità della vita di un lavoratore di un’azienda senza grandi problemi e in grado di guardare con cauta fiducia al proprio avvenire. Si è dimenticato di quei tanti lavoratori che invece hanno la pancia vuota, che devono andare in banca a chiedere di sospendere il mutuo casa perché stanno perdendo il lavoro e che desidererebbero tanto la monotonia di un posto di lavoro. Il presidente del Consiglio è persona competente nel suo lavoro e intelligente: sicuramente si è reso conto della cazzata, degna di un Maurizio Sacconi in piena forma, che ha fatto pronunciando quella frase, che può anche avere un suo fondamento, ma è molto irrispettosa verso la situazione, qui e ora, di milioni di italiani.
mercoledì 1 febbraio 2012
Mica m'ha convinto, quello...
Mi sono letto l’intervista di Matteo Renzi al Foglio e non mi è piaciuta.
In particolare, ci sono tre passaggi che non mi convincono.
Il primo è quello sulle scelte dell’attuale esecutivo. Il sindaco di Firenze su alcuni punti rivendica continuità con le sue idee (“qualcuno mi ha detto che il 41% delle proposte che abbiamo presentato sono nel programma del governo di Monti”). Ora, sarebbe fin troppo facile obiettare che una buona parte di quelle proposte sono assolutamente di buon senso e magari già avanzate ufficialmente dal PD, mentre quelle più eterodosse (servizio civile obbligatorio, maggiore età a sedici anni, quoziente familiare...) sembra non interessino granché, almeno per ora. Ma quello che mi lascia perplesso è l’atteggiamento di fondo: una rivendicazione che non è poi tanto diversa da quella di Bersani quando dice che Berlusconi è caduto per merito del PD.
Secondo passaggio sgradevole è quello sulle primarie (non per i candidati a Camera e Senato, ché su quelle siamo tutti d’accordo). Intendiamoci: Renzi ha perfettamente ragione quando dice che il governo tecnico nasce dall’inadeguatezza della proposta offerta dal centrosinistra, che in Italia avevamo un’opposizione che per troppo tempo si è preoccupata di Ruby e bunga bunga dimenticandosi di offrire un vero progetto per il Paese, che il governo Monti offrirà al centrodestra l’opportunità di rifarsi una sua verginità. Ma quando poi arriva, in contrasto con l’articolo 20 comma 5 dello statuto del PD, a chiedere primarie in autunno aperte a tutti, non posso fare a meno di attualizzare la vecchia frase di Clausewiz: viene da pensare che per qualcuno le primarie non siano che la continuazione di un congresso di partito con altri mezzi.
Infine, terzo passaggio è quello sulla legge elettorale. Spiega Renzi: “c’è chi sogna di poter ristrutturare il sistema politico in chiave tedesca. Beh: bisogna dirlo senza ipocrisie. Quel modello verrebbe fatto per dare la possibilità al centro di diventare un grande centro e per far diventare il Pd una specie di Pse, un nuovo Pds, una sorta di vecchio Spd e insomma un ex Pd. Francamente, non capisco cosa ci voglia a capire che se il Pd vuole restare il Pd deve difendere fino allo stremo il bipolarismo. Altrimenti, e il modello tedesco secondo me indica questa strada, potremmo prepararci a celebrare i funerali del Pd”. Beh, anch’io lo dico senza ipocrisie: o Renzi sostiene ciò per motivi di lotte interne al partito, oppure non sa di aver detto una bischerata. Il modello elettorale tedesco, infatti, un po’ per la soglia di sbarramento piuttosto alta, un po’ perché metà dei collegi sono uninominali, tende a rafforzare i due partiti maggiori, anche se di regola essi devono allearsi con qualcuno: quindi, il bipolarismo è salvo e non c’è spazio per un grande centro terzopolista nel senso renziano (o casiniano, a seconda dei punti di vista) del termine. Ma soprattutto, come ho già scritto altre volte, a fare davvero la differenza non è tanto il sistema elettorale, quanto il cervello dei partiti: quelli tedeschi danno per scontato di dichiarare anticipatamente candidato cancelliere e possibili alleanze; ma se quelli italiani ragionano, come hanno sempre fatto, in termini “proporzionalisti” e non bipolaristi, possiamo avere anche un maggioritario secco di tipo inglese, ma non se uscirà mai.
Ecco, ora mi è chiaro: il motivo per cui l’intervista di Renzi non mi è piaciuta è che odora di vecchia politica, anche se l’abito è nuovo e pure da fighetto sempre alla moda.
In particolare, ci sono tre passaggi che non mi convincono.
Il primo è quello sulle scelte dell’attuale esecutivo. Il sindaco di Firenze su alcuni punti rivendica continuità con le sue idee (“qualcuno mi ha detto che il 41% delle proposte che abbiamo presentato sono nel programma del governo di Monti”). Ora, sarebbe fin troppo facile obiettare che una buona parte di quelle proposte sono assolutamente di buon senso e magari già avanzate ufficialmente dal PD, mentre quelle più eterodosse (servizio civile obbligatorio, maggiore età a sedici anni, quoziente familiare...) sembra non interessino granché, almeno per ora. Ma quello che mi lascia perplesso è l’atteggiamento di fondo: una rivendicazione che non è poi tanto diversa da quella di Bersani quando dice che Berlusconi è caduto per merito del PD.
Secondo passaggio sgradevole è quello sulle primarie (non per i candidati a Camera e Senato, ché su quelle siamo tutti d’accordo). Intendiamoci: Renzi ha perfettamente ragione quando dice che il governo tecnico nasce dall’inadeguatezza della proposta offerta dal centrosinistra, che in Italia avevamo un’opposizione che per troppo tempo si è preoccupata di Ruby e bunga bunga dimenticandosi di offrire un vero progetto per il Paese, che il governo Monti offrirà al centrodestra l’opportunità di rifarsi una sua verginità. Ma quando poi arriva, in contrasto con l’articolo 20 comma 5 dello statuto del PD, a chiedere primarie in autunno aperte a tutti, non posso fare a meno di attualizzare la vecchia frase di Clausewiz: viene da pensare che per qualcuno le primarie non siano che la continuazione di un congresso di partito con altri mezzi.
Infine, terzo passaggio è quello sulla legge elettorale. Spiega Renzi: “c’è chi sogna di poter ristrutturare il sistema politico in chiave tedesca. Beh: bisogna dirlo senza ipocrisie. Quel modello verrebbe fatto per dare la possibilità al centro di diventare un grande centro e per far diventare il Pd una specie di Pse, un nuovo Pds, una sorta di vecchio Spd e insomma un ex Pd. Francamente, non capisco cosa ci voglia a capire che se il Pd vuole restare il Pd deve difendere fino allo stremo il bipolarismo. Altrimenti, e il modello tedesco secondo me indica questa strada, potremmo prepararci a celebrare i funerali del Pd”. Beh, anch’io lo dico senza ipocrisie: o Renzi sostiene ciò per motivi di lotte interne al partito, oppure non sa di aver detto una bischerata. Il modello elettorale tedesco, infatti, un po’ per la soglia di sbarramento piuttosto alta, un po’ perché metà dei collegi sono uninominali, tende a rafforzare i due partiti maggiori, anche se di regola essi devono allearsi con qualcuno: quindi, il bipolarismo è salvo e non c’è spazio per un grande centro terzopolista nel senso renziano (o casiniano, a seconda dei punti di vista) del termine. Ma soprattutto, come ho già scritto altre volte, a fare davvero la differenza non è tanto il sistema elettorale, quanto il cervello dei partiti: quelli tedeschi danno per scontato di dichiarare anticipatamente candidato cancelliere e possibili alleanze; ma se quelli italiani ragionano, come hanno sempre fatto, in termini “proporzionalisti” e non bipolaristi, possiamo avere anche un maggioritario secco di tipo inglese, ma non se uscirà mai.
Ecco, ora mi è chiaro: il motivo per cui l’intervista di Renzi non mi è piaciuta è che odora di vecchia politica, anche se l’abito è nuovo e pure da fighetto sempre alla moda.
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