sabato 31 marzo 2012

Ciao, Rodolfo!

Stamani è morto, a 84 anni, Rodolfo Cimino.

E’ stato un grande autore Disney. Quand’ero bambino, negli anni Settanta, su Topolino non comparivano all’inizio delle storie i nomi dello sceneggiatore e del disegnatore e quindi il suo nome è rimasto per tanto tempo sconosciuto ai non addetti ai lavori.

Cimino aveva alcune caratteristiche che lo rendevano unico nel suo genere. Le sue storie seguivano quasi sempre un canovaccio: tutto fila tranquillo a Paperopoli, finché a Paperon de’ Paperoni non viene in mente di andare a cacciare un tesoro o trovare il modo di arricchirsi ulteriormente. Servendosi di un mezzo di trasporto stranissimo, recluta i nipoti, parte e va in una terra lontana e fantastica, abitata da gente con strane abitudini. L’avventura raramente finisce nella maniera voluta dal magnate che però, alla fine, ne trae giovamento in termini etici (e spesso anche economici, ma soltanto se questi sono compatibili alla morale della storia).
Sotto il profilo grafico ogni sua trama iniziava con uno splash panel, ossia una vignettona iniziale che riassume quel che avverrà nelle pagine seguenti. Sotto il profilo linguistico, i suoi dialoghi non erano mai banali e talvolta facevano ricorso a frasi non di uso comune (“ecco un papero beone, eccellenza!” “Vedo! Ha lo sguardo dell’ubriacone inveterato! Sia gettato tra i ribaldi pari suoi!”), parole non di immediata comprensione (“autoctono”) ed esclamazioni elaborate (“per le corna della reale alce!”): si badi bene, senza nulla togliere alla comprensione da parte di un ragazzino che frequenta la scuola elementare o all’effetto comico, tutt’altro.

Quando ero bambino non sapevo che ci fosse un Rodolfo Cimino che scriveva i fumetti su Topolino. L’ho scoperto da grande, grazie al web, e questo post è il mio modo per ringraziarlo di tutte quelle storie che, quando ero piccolo, mi hanno fatto passare momenti lieti.
Lo voglio ringraziare per il cilindro di Mandracchio, i guanti di Cagliostro, la Cintura delle Amazzoni, il Tapiro volante, l’Occhio di Zampirone, il Piffero Variabile (frase clou: “l’avventura del piffero è in pieno svolgimento!”), le Scarpe integrate, i Cucumbalioni di Carlotta la Racchia, il Condizionatore decumbalionico, la Bilancia di Brenno, il Casco respingente, le Anfore di Tampirio, il Muschio del Moloch, le Montagne Trasparenti...

venerdì 30 marzo 2012

So far, so close

I risultati dopo quattro mesi di governo parlano da soli: i lavoratori si danno fuoco, il Paese è in recessione e il ministro Passera fa sapere che non ne uscirà presto. Tutto quello che il governo ha saputo fare è stato spremere i cittadini come limoni e imporre alle fasce sociali più deboli sacrifici insostenibili. Sono professori sì, ma delle chiacchiere”.

Lo spread risale, la Borsa riscende e purtroppo cresce la preoccupazione di molta gente. Ieri un altro rogo umano, il secondo in due giorni. Riforme subito e meno tasse. Corrado Passera ieri ha messo le mani avanti: sarà recessione tutto l’anno”.

Individuare ora quale dei due brani sopra citati, entrambi pubblicati oggi, è stato scritto da Antonio Di Pietro, leader di “noidellitaliadeivalori”, e quale da Alessandro Sallusti, direttore del Giornale.

giovedì 29 marzo 2012

Figurine

Leggevo l’intervista a Gian Carlo Caselli sulla Stampa a proposito delle contestazioni che egli subisce sul TAV e, per associazione di idee, ho pensato a un sondaggio di un paio di giorni fa promosso dal Fatto Quotidiano riguardante il successore di Giorgio Napolitano al Quirinale.
I lettori di quel giornale hanno lo stesso Caselli, Emma Bonino e Gino Strada come opzioni preferite. Bravissime persone, stimabili, in gamba. Niente da obiettare a livello personale. Ma anche tre personaggi per certi aspetti assai distanti tra loro e, per dirne una, temo che le idee di Bonino sulla riforma della giustizia o sulla politica estera non siano proprio le stesse del procuratore torinese o del fondatore di Emergency.
Ma i tre hanno un punto in comune ed è quello che ha prevalso nel sondaggio: sono delle icone. E’ l’unico reale motivo per cui sono state indicate: i lettori non si sono chiesti “lavorerebbero bene al Quirinale?” o “hanno quelle doti richieste per essere Capo dello Stato”? Si sono fermati al primo livello, all’immagine pubblica, all’icona corrispondente alle proprie passioni.
Icone non per tutti i cittadini, sia chiaro. Ma per una parte di opinione pubblica. Quella parte di opinione pubblica che ce l’ha a morte con i politici di professione, ma poi è pronta a sostenere una che già sedeva a Montecitorio quando Casini ancora non era consigliere comunale a Bologna. Quella parte di opinione pubblica che si riempie la bocca di democrazia e partecipazione, salvo poi sposare il primo demagogo che fa politica sulla base delle indicazioni dell’esperto di marketing. Quella parte di opinione pubblica che dice di amare le idee, ma poi si fa attrarre dai personalismi a prescindere dalle idee.
La realtà è che in Italia, a destra come a sinistra, abbiamo bisogno di icone. Anzi, di figurine: peccato che la storia recente ci insegni che le figurine di alcuni talvolta possono declinare in figuracce per tutti.

mercoledì 28 marzo 2012

Un programma partecipato e condiviso

Come nasce il programma di un candidato sindaco?
Per brevità e necessità di sintesi facciamo un singolo esempio su un argomento specifico. Non so, le persone gravemente malate.

Il programma del candidato di centrodestra, scritto da un ghostwriter dell’agenzia di marketing e comunicazione politica che gestisce la campagna elettorale, riporta la seguente proposta: “Potenzieremo l’assistenza alle famiglie dei malati del morbo di pincopallo”.
Accanto alla frasetta, in una elegante brochure di color azzurro serenità, la foto di una bella donna giovane che sorride prendendo per mano una vecchina ben vestita, vispa e sorridente.

Ecco come viene sviluppato il punto da un ipotetico candidato di centrosinistra.
Il coordinatore del tavolo programmatico convocato per elaborare l’importante documento legge al gruppo di lavoro:
potenzieremo l’assistenza alle famiglie dei malati del morbo di pincopallo”.
Interviene la rappresentante dell’associazione a difesa del malato che nota come il cittadino-paziente non sia al centro della proposta sotto il profilo sintattico-grammaticale e alla fine essa è così riscritta:
il malato del morbo di pincopallo ha necessità di cure più incisive e continuative nell’arco della giornata: l’amministrazione comunale potenzierà l’assistenza alle famiglie di questi soggetti particolarmente deboli”.
Un esponente della società civile che di professione fa il revisore dei conti fa notare che è pericoloso esporsi se prima non verrà effettuata una due diligence sui conti del Comune e la frase è riscritta nella maniera seguente:
il malato del morbo di pincopallo necessita di cure più incisive e continuative nell’arco della giornata: l’amministrazione comunale si impegna a ricercare soluzioni economiche e finanziarie, anche tramite la compartecipazione degli altri enti locali, affinché le famiglie non siano lasciate da sole”.
Prende la parola il responsabile sanità di uno dei partiti della coalizione di centrosinistra, il quale precisa che ci sono questioni di competenza della ASL. La proposta diventa:
il malato del morbo di pincopallo necessita di cure più incisive e continuative nell’arco della giornata: l’amministrazione comunale si impegna a ricercare soluzioni economiche e finanziarie, anche tramite la compartecipazione degli altri enti locali e della Azienda Sanitaria Locale, affinché le famiglie non siano lasciate da sole”.
Un medico che fa parte del tavolo di elaborazione del programma sottolinea però che non si fa menzione dei corsi di formazione e consulenza per i familiari dei malati e quindi si corregge di nuovo il testo:
il malato del morbo di pincopallo ha bisogno di cure più incisive e continuative nell’arco della giornata: l’amministrazione comunale si impegna a ricercare soluzioni, anche tramite la compartecipazione degli altri enti locali e della Azienda Sanitaria Locale, affinché le famiglie non siano lasciate da sole, non soltanto economicamente, ma pure con servizi che le mettano in condizione di affrontare con competenza la situazione di disagio del loro caro e del carico di assistenza di cui egli necessita”.
Il rappresentante del partito più di sinistra rileva che parlare solamente di malati del morbo di pincopallo può essere discriminante rispetto ad altre malattie incurabili:
nella nostra città vivono molte persone colpite dal morbo di pincopallo e da altre malattie degenerative e invalidanti. Tali soggetti hanno bisogno di cure più incisive e continuative nell’arco della giornata: l’amministrazione comunale si impegna a ricercare soluzioni, anche tramite la compartecipazione degli altri enti locali e della Azienda Sanitaria Locale, affinché le famiglie non siano lasciate da sole, non soltanto economicamente, ma pure con servizi che le mettano in condizione di affrontare con competenza la situazione di disagio del loro caro e del carico di assistenza di cui egli necessita”.
Qualcuno nota come invece di parlare di persone sarebbe il caso di parlare di “cittadini” e che la formula “tali soggetti” è brutta e burocratica. Inoltre, parlando di città molti potrebbero pensare solamente al centro storico e non alla periferia, senza contare che “cittadini” ormai è termine usurato e sarebbe meglio parlare di uomini e donne; anzi – suggerisce la vicesegretaria di un partito – donne e uomini:
in tutto il nostro territorio comunale vivono molte donne e molti uomini, di tutte le età, colpite e colpiti dal morbo di pincopallo e da altre malattie degenerative e invalidanti. Hanno bisogno di cure più incisive e continuative nell’arco della giornata: l’amministrazione comunale si impegna a ricercare soluzioni, anche tramite la compartecipazione degli altri enti locali e della Azienda Sanitaria Locale, affinché le famiglie non siano lasciate da sole, non soltanto economicamente, ma pure con servizi che le mettano in condizione di affrontare con competenza la situazione di disagio del loro caro e del carico di assistenza di cui egli necessita”.
Uno di un movimento politico molto critico con la giunta comunale uscente rileva che sarebbe il caso di inserire una frasetta, anche breve, che soffermi l’attenzione dell’elettore sul malgoverno del sindaco uscente:
in tutto il nostro territorio comunale vivono molte donne e molti uomini, di tutte le età, colpite e colpiti dal morbo di pincopallo e da altre malattie degenerative e invalidanti. Hanno bisogno di cure più incisive e continuative nell’arco della giornata, rispetto a quanto non è stato fatto in questi ultimi cinque anni in cui il centrodestra si è disinteressato dell’assistenza socio-sanitaria per concentrarsi sulla cementificazione del territorio: la nuova amministrazione comunale si impegnerà a ricercare soluzioni, anche tramite la compartecipazione degli altri enti locali e della Azienda Sanitaria Locale, affinché le famiglie non siano lasciate da sole, non soltanto economicamente, ma pure con servizi che le mettano in condizione di affrontare con competenza la situazione di disagio del loro caro e del carico di assistenza di cui egli necessita”.
Tuttavia, interviene il coordinatore provinciale dell’associazione diritti civili che...
(qui mi fermo perché la riunione è bruscamente e violentemente interrotta dal gruppo di parenti di un malato del morbo di pincopallo, avvertiti in segreto dal coordinatore del tavolo di lavoro).

martedì 27 marzo 2012

Rimpiangeremo il porcellum?

E’ ancora presto per esprimersi sull’intesa PdL-PD-UdC riguardante la nuova legge elettorale. I punti di accordo che sono stati comunicati alla stampa significano tutto e niente.
Sarà un sistema tutto proporzionale? Calma, non è ancora detto.
La formula “restituzione ai cittadini del potere di scelta dei parlamentari” può essere tradotta in un uninominale? Può darsi, ma non ci scommetterei.
Ci sarà ancora il premio di maggioranza? Sembrerebbe di no, ma chi può dirlo?
Così, a naso, direi che ci sono parecchi aspetti contraddittori, frutto più delle rispettive esigenze di partito (quello ha le primarie, quell’altro la politica dei due forni, quell’altro ancora personaggi impresentabili da portare in Parlamento...) che non di un obiettivo chiaro che si vuole raggiungere con la legge elettorale (la governabilità? Il pluralismo ideologico? Far governare Monti anche dopo il 2013 senza dirlo esplicitamente agli elettori?).
Temo che lo scandalo delle liste bloccate ci abbia troppo condizionato facendoci dimenticare che questo è soltanto uno dei difetti – e neanche il peggiore – del porcellum.
Attenzione, ho scritto in tempi non sospetti che un inciucio è necessario, ma temo che A. B. & C. stiano un po’ esagerando. Per dire: che senso ha mettere una soglia di sbarramento se poi si prevede il diritto di tribuna? E indicare il nome del candidato premier sulla scheda elettorale oltre che essere costituzionalmente dubbio ha poco senso, ma indicarlo senza obbligo di coalizione è istituzionalmente stupido (benché casinianamente e democristianamente molto furbo).
Staremo a vedere. Non vorrei rimpiangere il porcellum.

Uno che ha gli occhi bene aperti sulla realtà

Mi considero assolutamente realista e con gli occhi bene aperti sulla realtà. Sembra proprio che questo Paese, dopo la parentesi rivoluzionaria e liberale di Berlusconi, si sia nuovamente adagiato in un apatico conservatorismo

Sandro Bondi, Il Tempo, 27.03.2012, pagina 35
(nemmeno il direttore del Tempo, dopo aver letto quella frase, se l'è sentita di piazzare l'ex ministro in prima pagina e l'ha confinato all'interno)

lunedì 26 marzo 2012

L'angolo del vittimismo

Racconto la vicenda capitata oggi a un mio amico, perché è curiosa.
Dunque, è successo che nei giorni scorsi e stamani c’è stata una grande fibrillazione nell’azienda in cui lavora. Un cliente al quale – per motivi indipendenti dalla sua volontà, per rispettare una normativa vigente – egli non poteva che praticare certe condizioni predefinite e quelle soltanto, si è lamentato assai. Ma non con lui. Direttamente con la proprietà. Che, non seguendo la vita aziendale negli aspetti operativi, “sa una sega”, come si suol dire dalle mie parti. E siccome il cliente è di quelli strategici, ne sono derivate richieste di chiarimenti, nervosismi, telefonate trasversali e il mio amico nella parte del cretino che non sa fare il proprio lavoro.
Finché a metà pomeriggio il colpo di scena: tutto è nato perché il cliente non aveva aperto i due allegati alla e-mail in cui venivano spiegati tutti i perché e i percome e si facevano pure degli esempi affinché tutto fosse chiaro. Non sappiamo perché il cliente non abbia aperto gli allegati, ma il sospetto è che sia il solito motivo per cui aveva scritto al mio amico di fare lui i conti del totale a pagare perché “io non ho voglia di prendere la calcolatrice e star lì a sommare”.
Peccato che l’arcano sia stato sciolto proprio quando il cda che avrebbe dovuto decidere di dare un po’ di soldi in più al mio amico era appena terminato...
Vabbè, torniamo a parlare di articolo 18 e di licenziamenti disciplinari ed economici, ché tanto se le cose vanno male c’è qualcuno che cade sempre in piedi e qualcuno che ci rimette di défault.

domenica 25 marzo 2012

Un'obiezione da tener presente

Oggi due esponenti del Partito Democratico, Dario Franceschini e Pietro Ichino, pur partendo da posizioni non proprio esattamente uguali hanno sostenuto, con motivazioni diverse, la medesima critica al disegno di legge sul mercato del lavoro nella parte in cui affronta la nuova disciplina dei licenziamenti individuali.
Dice il capogruppo: "Il 17 novembre del 2011 in Senato, Monti disse a proposito del mercato del lavoro: 'in ogni caso, il nuovo ordinamento che andrà disegnato verrà applicato ai nuovi rapporti di lavoro per offrire loro una disciplina veramente universale, mentre non verranno modificati i rapporti di lavoro regolari e stabili in essere'. E' la nuova norma sull'articolo 18 ora a differenziarsi da quella linea, non noi. Non è vietato discostarsi, ma solo con l'accordo delle forze politiche che hanno fatto nascere il Governo".
Commenta il giuslavorista: "sarebbe meglio limitare l'applicazione della nuova disciplina ai nuovi rapporti di lavoro. Innanzitutto per consentire il necessario riassestamento degli assetti contrattuali (poiché la nuova norma altera, sia pure marginalmente, il contenuto assicurativo del rapporto, è necessario consentire che anche il premio assicurativo implicito si ridetermini corrispondente). In secondo luogo questo è necessario per evitare che l'ansia da recessione indebolisca politicamente la riforma".
Uno porta motivazioni più di tipo politico, l'altro ne fa una questione soprattutto economico-giuridica. Né Franceschini né Ichino mi sembra siano fans della Fiom.
Fermo restando che - repetita juvant - se si fosse proceduto lungo la via del contratto unico di inserimento certi problemi nemmeno si sarebbero posti, credo che si tratti di obiezioni da tenere in considerazione. Chi, a prescindere, non accetta ripensamenti in questa materia (magari dopo averli sollecitati sulle liberalizzazioni) non sta dando una mano al governo. E non mi riferisco soltanto al PdL, ma pure a certuni che amano travestirsi da pompieri.

sabato 24 marzo 2012

L'arroganza del sindaco ragazzino

Leggevo questa intervista a Matteo Renzi.
Ci sono cose condivisibili, altre un po' meno, qualche banalità, qualche considerazione un po' più acuta. Insomma, quello che ti aspetti da una intervista a un politico.
C'è però un passaggio che mi ha fatto riflettere. Il sindaco di Firenze cita Boeri e Ichino e l'intervistatore gli chiede di Stefano Fassina. Risposta: "Io veramente pensavo a gente che seguo con qualche interesse, con tutto il rispetto per Fassina e il ruolo che si è attribuito".
Ora, non è che Fassina sia proprio il mio politico preferito e in più di una circostanza ha avuto delle uscite abbastanza sconsiderate, politicamente parlando. Però devo dire che la risposta di Renzi è parecchio cafona. In fondo sta parlando del responsabile economia e lavoro del partito in cui il sindaco milita ed è un ruolo che - volenti o nolenti - ricopre ufficialmente e non per autoattribuzione.
Io capisco il gioco delle correnti, la dialettica interna a un partito, il bisogno di visibilità personale di un politico emergente come Renzi. Capisco tutto. Però a volte ho come la sensazione che certe sortite siano figlie soprattutto della maleducazione. E di quella che un collega di Renzi, Michele Emiliano, ha definito "l'arroganza di un ragazzino nel gestire il ruolo del sindaco".

venerdì 23 marzo 2012

Ricetta con pochi ingredienti per fare opposizione

L’esperienza del governo Monti, con le sue riforme difficili, ci sta insegnando che fare opposizione al netto di Berlusconi non è poi così complesso. Forse ancor meno rispetto a quando c’era Lui. Perché a quei tempi in fondo arrivava (abbastanza presto, a dire il vero) un momento in cui tutto si riduceva a una questione personale. Non ti opponevi, chessò, alla legge sulla scuola perché eri contro il maestro unico. Ti opponevi alla legge sulla scuola perché eri prevenuto nei confronti di Lui, perché avevi in odio Lui e le sue televisioni, perché lo volevi a marcire in galera. Alla fine partiva il solito rosario: e l’inchiesta giudiziaria e lo stalliere di Arcore e Dell’Utri e la P2 e il conflitto di interessi e Craxi e il bunga bunga; e il complotto dei giudici e la Rai invasa dai comunisti, e i professori son tutti maoisti leninisti e i dipendenti pubblici tutti fannulloni con la tessera Cgil in tasca.
Oggi è diverso.
Oggi per fare opposizione al governo hai bisogno di due ingredienti da insaporire un po’ per conquistare il target elettorale di riferimento.
Il primo ingrediente è la crisi economica: se ne prende in dose abbondante, senza usare filtri e quindi ignorando che la maggior parte dei problemi di oggi (la disoccupazione alle stelle, la recessione, lo spread...) è figlia delle politiche di ieri.
Il secondo ingrediente è la serie di scelte necessariamente impopolari adottate dal governo Monti: anche in questo caso, nessun filtro e disinteresse assoluto verso parti di provvedimenti che magari sono anche positive.
Una volta mischiati ben bene questi due ingredienti (esempio: “ci sono i poveri che sono diventati poverissimi e molti che dal ceto medio sono precipitati nella povertà; le tasse alla povera gente han già dato la mazzata ai consumi e non c’è crescita, quindi nemmeno occupazione e ora il governo dei professori introduce i licenziamenti facili e non muove un dito per migliorare la situazione dei precari e dei giovani” eccetera eccetera), è sufficiente una rifinitura per attrarre l’elettorato a cui ci si rivolge. Per esempio, se quest’ultimo è di sinistra l’essenza scelta sarà quella dei “banchieri e tecnocrati consulenti di lobby finanziarie”; se di sinistra filomagistratura, non sarà male ricordare che ventisei anni fa il sottosegretario Tizio era nel PSI di Craxi e il viceministro è figlio di un giudice chiacchierato; se di centrodestra, si punterà l’accento sullo spread che comunque non è calato e sull’Europa di quella culona della Merkel; se di destra padana, infine, che l’obiettivo, ispirato dagli euroburocrati, è cinesizzare il nord produttivo, mentre il popolo dovrà stringere la cinghia per colpa delle tasse mai così alte che strozzano il Veneto e la Lombardia.
Insomma, tutto sommato fare opposizione oggi è abbastanza semplice.

giovedì 22 marzo 2012

Leoluca Orlando o: "della coerenza"

Dunque, immaginiamo un politico del PD (attenzione: del PD!) che è stato sindaco della propria città per tre mandati e un totale di quindici anni, è stato europarlamentare per cinque anni, ha militato in quattro partiti diversi, è stato deputato alla Camera per tre legislature e dodici anni totali e ora si ricandida per la quinta volta a primo cittadino (dopo essere stato sconfitto alla puntata precedente e pure a un’altra per presidente di Regione), rompendo il patto sottoscritto alle primarie che hanno sancito la vittoria di un candidato da lui non appoggiato.
No, veramente, immaginiamo una situazione del genere: quel che potrebbe accadere dentro il PD, le reazioni degli alleati, la campagna di stampa che accompagnerebbe la notizia, le critiche del famigerato “popolo del web” che mai più e mai poi voterebbe per...
Ma il politico in questione non è del PD. E allora va tutto bene e il partito di cui, a livello nazionale, è esponente di primissimo piano potrà continuare la sua sacrosanta battaglia contro la Casta, contro quei politici di professione che non vogliono mollare la poltrona e contro quei partiti e quegli organi istituzionali che non rispettano la volontà dei cittadini-elettori.

Riforma del lavoro: un caso realistico

Il segretario comunale del PD della mia città è un piccolo imprenditore meccanico. Quando ho scritto il post pubblicato ieri pensavo a una cosa che raccontava tempo fa. Lui ha un paio di dipendenti un po' anziani, brave persone che però - a causa dell'età - non reggono più i ritmi richiesti dall'officina e che a volte accusano anche qualche ritardo (chiamiamolo così) di competenze.
Ci pensavo e ho provato a mettermi non tanto nei suoi panni, quanto in quelli di un imprenditore un po' più spregiudicato. E ho pensato: fossi in lui, troverei un motivo disciplinare (non è difficile e al limite lo si provoca, basta volerlo - e anche su questo ho esperienze dirette) per mandarlo a casa.
Casualmente, ieri sera ho incrociato questo mio conoscente al supermercato e abbiamo cominciato a parlare della riforma. Mi ha detto che se volesse potrebbe tranquillamente invocare la motivazione economica per allontanare il suo operaio e farebbe anche prima, senza passare da una sentenza del giudice che magari potrebbe costringerlo a un reintegro.
Bah. Aumentano le perplessità sulla riforma.

mercoledì 21 marzo 2012

La riforma secondo me

Si può essere completamente d’accordo o completamente contrari a una riforma, soprattutto quando è complessa? Difficile. Sempre che sia una vera riforma e non una serie di tagli finanziari travestiti da riforma, come spesso succedeva quando c’era Lui.
Beh, ieri sera seguivo la conferenza stampa di Elsa Fornero cercando di non farmi condizionare dal fatto che questa è una che se ti inchiappetta lo fa con tale eleganza e tali argomentazioni che rischi di farti inchiappettare senza quasi protestare. Come disse quello, “vedi cosa significa aver studiato?”
Sul piano del metodo, non riesco a condannare questo atteggiamento in base al quale se non c’è l’accordo di tutti non si fa niente: la democrazia non è unanimismo. Trovo invece anomalo che il governo lasci il cerino in mano al partito che più di tutti aveva rotto meno le scatole finora anche accollandosi l’onere di sostenere davanti al proprio elettorato una riforma impopolare come quella delle pensioni. Certo, il governo non cadrà: se PdL e terzo polo sosterranno la riforma compatti, poi una quarantina (anche di più) di deputati PD pronti ad accodarsi li troveranno. Però, ecco, mi pare un modo per complicarsi la vita inutilmente.
In ogni caso, e venendo al merito, sono soltanto due, però importanti, gli aspetti che mi lasciano perplesso.
Il primo è che per talune questioni si arriva a novantanove e non si fa cento. Si scoraggia il ricorso a certe forme contrattuali, ma si mantengono. Si aumentano le tasse per il lavoro precario, ma non si garantisce che a farne le spese non sia poi il lavoratore (in termini di minore stipendio). La mia paura è che alla fin fine per scardinare alcuni punti comunque interessanti che questa riforma mette sul tappeto peggiorando la situazione rispetto ad oggi possa bastare davvero poco. Ma poco poco. Probabilmente nemmeno una legge, potrebbe bastare qualche omissione di controllo da parte di un ministero.
Il secondo aspetto che mi lascia perplesso è la disciplina dell’articolo 18 sul licenziamento per motivi disciplinari. Non capisco l’indennizzo monetario. Meglio: non capisco perché tipizzare le ipotesi di licenziamento sanzionabili con il reintegro e quelle in cui si ha solo indennizzo. In questo contesto io vedo solamente due ipotesi: l’allontanamento giustificato (e allora niente da eccepire sul non reintegro) e allontanamento ingiustificato. In quest’ultimo caso, il lavoratore deve essere comunque reintegrato: gli puoi anche dare ventisette mensilità, ma intanto il tizio deve trovarsi un altro lavoro e magari ha 55 o 60 anni e a quell’età non è così semplice. E si parla di un tizio che non ha fatto niente che giustificasse la fine del rapporto di lavoro.

Resto dell’idea che se il governo si fosse limitato nella riforma a introdurre il famoso Contratto Unico di Inserimento certe perplessità non sarebbero nate e si sarebbe comunque innovato il mercato del lavoro: si sarebbe fatto piazza pulita di tante forme contrattuali atipiche, si sarebbe bypassato il problema dell’articolo 18 (conservandolo, ma anche tutelando un’azienda che ha tre anni di tempo per capire con chi ha a che fare), si sarebbe data una maggiore garanzia ai lavoratori. Ma io non sono un tecnico e magari sto pensando male.

martedì 20 marzo 2012

La notizia che non lo era. O forse sì?

Mi ha colpito assai il servizio che l’edizione online del Corriere della Sera ha dedicato a questo video.
E’ uno di quei filmati curiosi postati su youtube da qualche amatore buontempone. Questo, secondo un redattore di una testata fondamentale nel panorama editoriale italiano, merita non la colonnina di destra o il taglio basso dove si relegano le cazzate del giorno, ma un’evidenza superiore al richiamo di Obama all’Iran e alla sorte dei marò in India.
Ma non è della scelta editoriale, discutibile quanto vogliamo (tutto è comunque opinabile), che voglio parlare. L’aspetto che mi ha incuriosito è il finale del servizio: “...anche se c’è chi avanza il dubbio che possa trattarsi di una messa in scena”.
Ecco, appunto.
Se quel che è avvenuto nel video merita il rango di notizia, il giornalista non dovrebbe essere in grado di verificare che non si tratta di una messa in scena?
Che differenza c’è (meglio: dovrebbe esserci) tra me che discuto al bar con un amico o scrivo quel che mi passa per la testa su un blogghetto del kaiser e il Corriere della Sera, se poi un servizio di quest’ultimo giornale si conclude con la chiosa (che ognuno di noi potrebbe fare e, anzi, ha sicuramente fatto nel momento stesso in cui ha visto il video) che in fondo potrebbe essere tutta una messa in scena?

lunedì 19 marzo 2012

Ricolfi e le tasse

Il celebre editorialista super partes Luca Ricolfi torna, sulla Stampa, a chiedere la riduzione delle tasse.
Giusto e legittimo, vista la situazione delle famiglie italiane.
Così come è giusto e legittimo ricordare l’enorme pressione fiscale alla quale siamo sottoposti, una delle più alte in Europa.
Però.
Però tutti questi soloni che chiedono di diminuire le tasse dimenticano sempre di parlare del lato B. Ossia, di quali spese tagliare per far sì che a una riduzione delle entrate non corrisponda un aumento del disavanzo pubblico o del debito. Al massimo parlano genericamente di “tagliare le spese”. Il che è corretto. Ma non basta. O forse il “non basta” deve essere applicato solamente alle richieste che provengono da (alcuni) sindacati e (alcuni) partiti politici, invitati sempre a dettagliare al centesimo le loro proposte?
Noi abbiamo avuto nel 2011 circa 415 miliardi di euro di entrate tributarie. Le spese correnti sono state 363 miliardi circa e ad esse vanno aggiunti 84 miliardi di spese per interessi e 40 miliardi di spese in conto capitale. Quindi, già oggi – al netto degli interessi passivi – le spese sono inferiori alle entrate. E le entrate, come si è visto, pur essendo altissime non bastano a coprire tutto.
Dunque, quali spese da tagliare?
E non mi si venga a intonare la litania province-auto blu-sprechi. Perché siam tutti d’accordo, ma a esser larghi si possono tagliare pochi miliardi e la pressione rimarrebbe comunque alta. E non mi si venga nemmeno a intonare la litania del recupero dell’evasione, perché è giusta anche questa, ma in genere i soloni del tagliare le tasse poi sono anche quelli che si lamentano dei blitz a Cortina.
Dunque, mi piacerebbe che quando si scrivono editoriali favorevoli alla riduzione delle tasse si dicesse pure quali sono le spese da tagliare.
L’edilizia scolastica? Le mense, gli scuolabus e i libri scolastici? I treni e i pullman per i pendolari? I sussidi di disoccupazione? La cassa integrazione? Le pensioni? L’edilizia ospedaliera? Gli investimenti per la sanità? La protezione civile? Le strade?
Sarei curioso di saperlo. Per capire dove andremmo a cadere per avere quell’1% di tasse in meno da pagare, mica per altro.

sabato 17 marzo 2012

E meno male che le liste civiche e i movimenti...

In una città che dirvi non so, il candidato sindaco del centrosinistra fu individuato con un certo anticipo. Era uno del Partito Democratico, persona onesta e molto a conoscenza dei problemi comunali. Un giorno ebbe la brillante idea di organizzare dei tavoli di lavoro per la scrittura del programma. A uno di questi partecipava una tizia. La quale, sui blog d'informazione cittadina, si scaldava anche a difendere il suo candidato quando - per una di quelle situazioni che la politica di tanto in tanto ci regala - ci fu un momento in cui la candidatura sembrava essere a rischio.
Così, ci fu grande sorpresa quando i giornali locali dettero la notizia che la signora in questione era stata designata candidata sindaco del Movimento 5 Stelle, contro anche l'altro candidato per il quale si scaldava tanto.
Eh, davvero: se non ci fossero i movimenti e le liste civiche che rappresentano la società civile!

venerdì 16 marzo 2012

Non sono soltanto le ostriche

Ho avuto l’arroganza di un ragazzino nel gestire il ruolo del sindaco di Bari, però sono una persona per bene”.
Beh, io vorrei spezzare una lancia nei confronti di Michele Emiliano, che ha pronunciato queste parole.
Perché, in realtà, il suo è l’atteggiamento della stragrande maggioranza dei sindaci in Italia. Di Comuni grandi e piccoli. E’ il voto diretto che li rende così. Hanno un’investitura popolare, magari vengono pure rieletti oppure fanno quelle due o tre cose che la città attendeva da anni, così acquistano una popolarità enorme e subito credono di essere dei camillobensocontedicavour.
Sono convinto che ognuno dei miei ventiquattro lettori conosce un sindaco o un presidente di provincia nel proprio territorio – se non è quello del Comune in cui abita, sarà quello del Comune limitrofo o, al massimo, due Comuni più in là: non occorrono grandi spostamenti – che ha questo atteggiamento. Che poi trasmette anche al proprio entourage, allo staff. Depositari unici della verità, Robin Hood in lotta contro il mondo cattivo che li accerchia e vorrebbe impedir loro di portare in fondo la missione a cui sono chiamati. Se poi sono di centrosinistra, la loro visione politica non è nemmeno paragonabile alla stoltezza del gruppo dirigente nazionale, vecchiume da buttar via, vecchi arnesi della politica slegati da quella società civile che invece essi così bene rappresentano.
Se qualcuno cerca di far loro notare che, insomma, quel provvedimento o quella nomina (l’assessore, il dirigente, il presidente della partecipata) o quella autocandidatura è una pisciata fuori dal vaso apriti cielo.
Però sì, in genere sono persone per bene e magari pure bravi amministratori. Soltanto che dopo quella volta in cui hanno vinto le elezioni – magari smentendo i pronostici della vigilia –, oh mamma mia!, come sono diventati arroganti.

giovedì 15 marzo 2012

La mia testa e la mia pancia dicono che...

E’ da un po’ di tempo, ormai, che anch’io pencolo tra l’alleanza a sinistra classica e l’apertura all’UdC.
La mia pancia dice che in fondo certe rivendicazioni di Vendola e Di Pietro sono giuste, che Vendola se lo prendi e ci parli in fondo in fondo è più ragionevole e meno estremista di quel che sembra, che invece Casini e Rutelli e certi loro compagni di partito mi fanno venire l’aonco (lemma onomatopeico in uso dalle mie parti: chi non riuscisse a interpretarne il significato, provi a pronunciarlo in modo un po’ gutturale e capirà) e insomma ci siamo intesi.
La mia testa, invece, dice che Di Pietro è inaffidabile, che è uno pronto a mandare tutto a carte quarantotto se non si fa ciò è per lui più conveniente; e che Vendola si caga sotto nel momento in cui teme di perdere uno zero virgola nel suo zoccolo duro di sinistra.
La mia pancia dice che non ci sono coppie gay e coppie etero, che lo Stato è laico, che il riconoscimento dei diritti civili è stragiusto e stradoveroso.
La mia testa dice che non possiamo – soprattutto in un periodo storico come questo – esporci al vento populista e demagogico, né alle sirene dell’ultimo sondaggio d’opinione che ci invitano a battere strade facili, ma alla lunga controproducenti.
La mia pancia dice che di qua ci sono valori e ideali in cui mi riconosco più facilmente.
La mia testa dice che di là c’è la possibilità di costruire una coalizione di governo che almeno sui temi economici e di politica estera forse, probabilmente, chi lo sa, magari è un pochino più solida.

Poi c’è una cosa che mi dicono insieme la mia pancia e la mia testa: ma non è che certi dubbi li ha pure Bersani? No, perché finché ce li ho io, che tanto non sono nessuno, è mal di poco; ma se li coltivasse anche il segretario del principale partito di centrosinistra...

mercoledì 14 marzo 2012

Davvero, è andata così

Per motivi sui quali non mi dilungherò, ho avuto il privilegio di assistere a una prima riunione di candidati al consiglio comunale di una lista politica della mia città.
Ci sono quelli che vorrebbero una brochure elettorale piegata in due anziché in tre e su carta opaca anziché lucida: i costi della tipografia sono più o meno gli stessi (si parla di una differenza di dodici euro e mezzo a candidato), ma così – dicono – si trasmette alle masse un messaggio di sobrietà. Però: “oh, magari facciamone mille in più di questi pieghevoli!” (deve essere una strategia per avere i cestini della spazzatura e le vie del centro sommerse dalla sobrietà).
Ci sono quelli che “se vieni eletto, anche se il nostro candidato perde, però tu hai vinto lo stesso: vai in consiglio comunale!”
Ci sono quelli che nella brochure di presentazione di cui sopra vorrebbero scrivere anziché un breve profilo di dieci righe, un’autobiografia in quattro tomi con il summa del proprio Pensiero Politico.
Ci sono quelli che “per esempio, si potrebbe usare questo spazio bianco a pagina cinque del pieghevole per metterci alcuni dati aggiuntivi su chi siamo noi singoli candidati”.
Ci sono quelli che “su di lui hai scritto quattro righe, su di me solamente tre e mezzo”.
Ci sono quelli che “non capisco perché dobbiamo mettere una foto del candidato sindaco sulla brochure: la mia non basta?”
Ci sono quelli che “se sapevo che dovevo contribuire economicamente alla mia campagna elettorale mica mi presentavo”.
Ci sono quelli che “in quella foto sono spettinato: possiamo utilizzare questa?” e ti mostrano un’immagine a metà tra lo spaventato e l’irritato.
Ci sono quelli che “conosco una tipografia a Trento che mi ci son servita due anni fa e ha dei prezzi buoni” (Trento è a ducentocinquantadue chilometri in linea d’aria).
Ci sono quelli che “bisogna fare la foto di gruppo”. Va bene, quando? Sabato? No, sabato non posso. Domenica, allora. Io domenica sono via. Lunedì? Meglio domenica. Domenica? Meglio lunedì. Martedì? Lavoro. Decido io: domenica alle 11.30. Okay, domenica alle 11.30. No, io non posso, facciamo sabato? (ad lib)
Ci sono quelli che “la foto sulla pagina interna della brochure, quella con le bandiere di partito in piazza in una splendida giornata di sole scattata quando venne il segretario nazionale, non va bene perché il luogo è in centro storico e forse è meglio metterci un’immagine della frazione di Poppe su Mariano, dove abito”.
Ci sono quelli che prendono il bloc notes e segnano tutte le spese messe a budget dal partito: “vorrei conoscerle per una questione di trasparenza” e poi vanno a riferire al loro capocorrente, non prima però di aver inventato un algoritmo che dimostra come l’investimento pro capite da parte del partito stesso in rapporto all’impegno economico richiesto ai singoli candidati non sia proporzionato.
E infine ci sono quelli che pensano che se avessero voluto inventare un post sul loro blog non avrebbero avuto fantasia a sufficienza perché la realtà talvolta la supera e di gran lunga.

martedì 13 marzo 2012

Il segreto della visibilità (vale soltanto per il PD)

Ho completato un trasloco già da una quindicina di giorni, ma sono ancora senza connessione telefonica e Adsl (eh, ci sarebbe da scrivere un post su come lavorano certi operatori...) e così son costretto a guardarmi un po’ più di televisione, soprattutto la mattina quando faccio colazione.
Dunque, io ho sempre lamentato che il partito che voto – il PD – manda sempre le solite vecchie cariatidi ai dibattiti e nei talk show. Bersani Letta Bindi D’Alema Veltroni Finocchiaro Franceschini, Franceschini Finocchiaro Veltroni D’Alema Bindi Letta Bersani e via mescolando. Mi son sempre chiesto perché non cominciavano a mandare anche un po’ di volti nuovi. Tipo quei quarantenni che stanno in segreteria nazionale, per esempio.
E però ora mi devo ricredere.
Sì, perché in questi ultimi tempi ho preso familiarità con i Fassina e gli Orfini, i cui volti e le cui inflessioni dialettali mi erano sconosciute o quasi fino a pochi mesi fa.
E sono giunto a una conclusione.
Fossi un esponente nazionale del PD, misconosciuto nonostante un incarico di prestigio, e volessi un po’ di visibilità, farei così.
Una bella dichiarazione eterodossa, di quelle che sui giornali ci finisci per forza perché fa incazzare una corrente del PD e però ottiene consensi da un’altra.
Segue qualche giorno di silenzio e poi giù un’altra bella polemica che fa infuriare alcuni compagni di partito (sempre i soliti, ovviamente, altrimenti non vale e il giochino ti si ritorce contro).
E poi, tempo due settimane, lo vedresti come fioccherebbero gli inviti in televisione.
Ovviamente, una strategia del genere può funzionare soltanto nel PD. In qualsiasi altro partito verrei ignorato oppure espulso dal lider maximo senza che nessuno, all’interno o all’esterno, ne facesse una questione di democrazia e pluralismo.

lunedì 12 marzo 2012

Un tema di scottante attualità

Era appena iniziata la campagna elettorale.
Un segretario di partito, per arringare la folla e sollecitarla sugli istinti primordiali e cogliendo l'occasione per fare l'occhiolino a un ex (ex?) alleato, tirò fuori una cazzata del tipo "se vincono quegli altri faranno sposare i gay". Usò la parola gay perché era uno che aveva studiato e aveva un suo stile, democristianamente imparato sin da quando era un infante laggiù nell'isola, ma il concetto che la folla capì era un po' più forte.

Era appena iniziata la campagna elettorale.
La presidente del partito avversario rispose che mai e poi mai ci sarebbe stato il matrimonio tra omosessuali. E in effetti aveva anche lei da parlare all'ala moderata della sua fazione, quella che - si presumeva - si spaventava di fronte all'affermazione di un diritto civile, ma non di fronte all'abolizione di una norma che impediva i licenziamenti discriminatori.

Era appena iniziata la campagna elettorale.
Il vicepresidente del partito della tizia di cui sopra polemizzò con essa spiegando che in realtà, in una prospettiva di lungo periodo, il matrimonio tra gay era l'unica strada percorribile. Del resto, pure lui aveva da parlare a un'ala del suo partito, quella un po' più riformista, ma - se vogliamo usare un termine caro ai detrattori - al tempo stesso pure un po' fighetta.

Era appena iniziata la campagna elettorale.
E alla gran parte degli elettori dell'uno e dell'altro schieramento, alle prese con le bollette della luce e del gas, del matrimonio tra gay interessava il giusto. Ossia poco o niente.

P.S.: l'autore del blog ritiene che se il problema è quello di dare pari opportunità a ogni cittadino, non ci sono coppie etero o gay, ci sono coppie e basta. Detto questo, che un partito polemizzi al proprio interno su un tema del genere in campagna elettorale mi pare soltanto sintomo di evidente autolesionismo. Questo il concetto che desideravo trasmettere con il post che ho scritto.

venerdì 9 marzo 2012

Il cattolico democratico

Nella rassegna stampa di oggi ho visto un titolo che ha attirato la mia attenzione. E’ un editoriale di Paolo Guzzanti (quello che affermava che le stragi per Falcone e Borsellino furono ordite dal KGB e insabbiate del PCI) sul Giornale. Sostiene che “i cattolici democratici” sono “permalosi e vendicativi”. E con poco senso dell’umorismo.
Ora, si dà il caso che io sia cattolico e pure democratico. Per cui mi son sentito tirato in ballo, benché consapevole di essere in buona compagnia, visto che il pippone guzzantiano è stato a sua volta ispirato dall’uscita del ministro Andrea Riccardi che se l’era presa con certi politici che portano avanti giochini strani. E, scrivendolo, il buon Guzzanti ha dimostrato di esser pure lui un po’ permalosetto e vendicativo.
Comunque, lo ammetto: più leggevo l’articolo e più m’impermalosivo. Perché il giornalista parlava soltanto degli ex democristiani: da Rosy Bindi a Giuseppe Dossetti a Ernesto La Pira a Romano Prodi. E che cavolo, ha ignorato i cattolici che militavano in altre formazioni di sinistra: Franco Rodano, Antonio Tatò, Carlo Azeglio Ciampi e chissà quanti altri che dimentico.
Poco senso dell’umorismo, poi. E in effetti, l’articolo – che probabilmente è guzzantianamente sarcastico – non mi ha fatto ridere. Per dire: la frase di chiusura, figlia di un’ironia fuori dal comune (“proporrò personalmente una leggina per dotare il ministro di un sacchettino di vomito di quelli da aereo – "di quelli da aereo cosa": il vomito o il sacchettino?, ndb –, da usare obbligatoriamente quando metterà piede in Parlamento”) l’ho trovata soltanto un po’ rozza.
E infine è innegabile che non scriverei questo post sull’articolo di Guzzanti se non fossi anche un pochino vendicativo, da buon cattolico democratico (per quanto non ex democristiano).
Non resta che rassegnarsi a un presente e a un futuro da permaloso e vendicativo. In quanto tale, continuerò a pensare, ahimè, che l’aereo sopra Ustica non cadde a causa di una bomba a bordo, che Prodi non era una sorta di spia del KGB e che Falcone e Borsellino li abbia uccisi Cosa Nostra. Avessi avuto più senso dell’umorismo, infine, avrei sicuramente apprezzato certe performances di Berlusconi all’epoca in cui era presidente del Consiglio.
Vedi cosa succede a essere cattolici di sinistra?

giovedì 8 marzo 2012

Son tempi duri per chi lavora al Giornale...

Torniamo a occuparci di un mito – anzi, di un eroe – di questo blog: Paolo Granzotto, del Giornale. Ho parlato di mito e di eroe perché, ancora una volta, il Nostro sembra avere le idee confuse sull’Iliade. E in particolare su Ettore, che già in passato aveva mostrato di avere in antipatia, probabilmente perché – a suo dire – sarebbe stato di sinistra (!).
Scrive, dunque, Granzotto: “Ettore non partecipa a uno solo degli scontri tra troiani e achei narrati nell’Iliade. Quando nella piana dello Scamandro si combatte e si muore egli è sempre occupato in altre faccende”.
Suggerisco al notista del Giornale di rileggersi, per esempio, il libro V del poema (“Ettore saltò dal cocchio in tutto punto e l’asta scotendo ad animar corse veloce d’ogni parte i troiani alla battaglia e destò mischia dolorosa”; “e quivi Ettorre a morte mise due guerrier, nell’armi assai valenti e in un sol cocchio ascesi, Anchialo e Meneste”), o il libro VII (nel quale Ettore lancia l’idea di un duello di lui con un campione acheo, poi individuato in Aiace), o il libro VIII (“ecco veloci fra la calca e il ferir de’ combattenti sopraggiungere d’Ettore i destrieri, superbi di portar sì grande auriga”), per tacer del libro XI (“d’altra parte i troiani in su l’altezza si schierano del poggio. In mezzo a loro s’affaccendano i duci: il grande Ettorre...”; “or nelle prime file, or nell’estreme, Ettore comparìa dando per tutto Provvidenza e comandi, e tutta d’arme rilucea la persona e folgorava come il baleno dell’egìoco Giove”), dell’attacco alle navi narrato nel libro XII o dell’inseguimento verso lo Scamandro (libro XVIII).
Insomma, meno male che Ettore quando nella piana si combatteva e si moriva era in tutt’altre faccende affaccendato, sennò chissà come sarebbe andata a finire la guerra di Troia.

mercoledì 7 marzo 2012

Sì, lo so che l'8 marzo è domani...


...ma questo spezzone di film lo trovo ancora, a distanza di quasi trentacinque anni, una bella metafora della festa della donna per come la concepiamo noi. Anche noi di sinistra, intendo.

martedì 6 marzo 2012

Sì, questo è un Presidente

Le argomentazioni critiche più utilizzate nei confronti di Giorgio Napolitano sono fondamentalmente due.
La prima è qualcosa che risale a ben cinquantasei anni fa. Sì, cinquantasei anni fa: nel frattempo, John Lennon ha incontrato Paul McCartney e insieme hanno scritto qualche pezzo tuttora in voga(*), l’uomo è andato sulla Luna, è stato costruito e abbattuto un muro a Berlino, il comunismo è morto e pure la religione non sta tanto bene, i grattacieli simbolo di New York non ci sono più e insomma son cambiate un po’ di cosette. Tuttavia, c’è ancora qualcuno lì, pronto a riesumare i fatti d’Ungheria e la presa di posizione dell’attuale presidente della Repubblica. Ma non è questo il punto, quanto il fatto che l’episodio viene citato il più delle volte per questioni che c’entrano come i cavoli a merenda. Che si tratti di sottosegretari da nominare o di Padania da rivendicare, anziché di governi Berlusconi in caduta libera o chissà cos’altro, se uno vuole criticare l’attuale Presidente riesuma il precedente degli anni Cinquanta e con questo può fare la sua porca figura da bravo polemista.
La seconda argomentazione antiNapolitano è “Pertini invece...”. E si cita a capocchia l’ex Presidente partigiano: eh, Pertini questa legge non l’avrebbe firmata; eh, Pertini avrebbe fatto così; eh, Pertini avrebbe fatto cosà (mi piacerebbe entrare in un loop spazio-temporale e leggere un editoriale di qualcuno che so io su Pertini che firma il decreto Craxi salva Berlusconi, ma per stavolta lasciamo perdere).

Bene, oggi Beppe Grillo ha utilizzato entrambe queste argomentazioni per prendersela con Napolitano, reo di non aver accettato l’invito a incontrare, in occasione di una visita istituzionale a Torino, alcuni amministratori della Val di Susa. Cosa c’entri il Tav con i fatti d’Ungheria non si sa. Né si sa come si sarebbe comportato Pertini in una circostanza del genere. E’ un po’ come se qualcuno criticasse le posizioni di Grillo contro i treni ad alta velocità tirando in ballo un incidente mortale con un fuoristrada che lui guidava trent’anni fa. O dicesse che se fosse ancora in vita Charlie Chaplin col cavolo che avrebbe manifestato con i No-Tav.
Certo, criticare nel merito non è di moda e forse nemmeno produttivo: meglio ricorrere ad argomentazioni propagandistiche e a slogan, ché quel che conta è avere voti e applausi, non ragionare e approfondire.

(*) si tratta di una citazione da una vecchia - e sottovalutata - canzone di un cantautore italiano, che però si riferiva a un altro celebre (e italico) duo...

lunedì 5 marzo 2012

Prontuario di frasi fatte sul PD e le primarie

Non voglio produrmi in banali e mediocri imitazioni del grande e inarrivabile Alessandro Capriccioli: quanto segue è molto più semplicemente un piccolo prontuario per non farsi trovare impreparati in occasione di primarie del centrosinistra per la scelta di un candidato sindaco.
A ogni situazione, la dichiarazione più opportuna.

Vince alla grande il candidato appoggiato dall’apparato del PD
Primarie farlocche, ci si chiede il senso di farle se il risultato deve essere tanto scontato. Percentuali bulgare, indegne di una consultazione davvero democratica. Al seggio 12, addirittura, nove elettori su dieci si sono espressi a suo favore: ditemi voi se è mai possibile...”.

Vince con un modesto scarto di voti il candidato appoggiato dall’apparato del PD
E’ un’anatra zoppa, avrà i suoi problemi a governare la città con un risultato alle primarie così modesto. Bersani avrà di che riflettere”.

Vince un outsider non appoggiato dall’apparato del PD
Ennesima sconfitta per Bersani”.

Vince un outsider non appoggiato dall’apparato del PD e nemmeno dall’apparato di SEL e dell’IdV
Ennesima sconfitta per Bersani

Vince un candidato di Sinistra e Libertà
Vittoria della società civile che esprime così la sua richiesta di cambiamento”.

Vince un candidato di Sinistra e Libertà: ha novantacinque anni ed è in Parlamento dai tempi dell’Assemblea costituente
Vittoria della società civile che esprime così la sua richiesta di cambiamento”.

Il candidato di Matteo Renzi ottiene una percentuale superiore al 10%
La foto di Vasto è superata”.

Il candidato appoggiato dall’apparato del PD ottiene meno del 60%
La foto di Vasto è superata”.

Il PD non fa le primarie
E’ un partito senza democrazia interna, preferisce nominare dall’alto un candidato per paura di perdere nel confronto con i cittadini”.

Il PD fa le primarie
E’ un partito che non sa scegliere, perciò delega ai cittadini”.

Il candidato dell’apparato PD perde le primarie: commento dell’apparato PD
Si è trattato di una grande festa della partecipazione popolare, un bel giorno per la democrazia con tanta gente che è andata a votare. E comunque ad Abbiategrasso e a Popiglio di Piteglio abbiamo ottenuto un risultato storico

Il candidato dell’apparato PD vince le primarie: commento dell’apparato PD
Si è trattato di una grande festa della partecipazione popolare, un bel giorno per la democrazia con tanta gente che è andata a votare. Il nostro popolo sa come utilizzare lo strumento delle primarie

venerdì 2 marzo 2012

Due cose sulla TAV

Sulla TAV Torino-Lione non ho le idee molto chiare. E’ un’opera talmente complessa che non può avere soltanto aspetti positivi o soltanto aspetti negativi; e poi le parti che sostengono l’una o l’altra ipotesi rivendicano le proprie ragioni spesso in modo così fazioso che farsi un’idea obiettiva diventa un lavorone.
Due cosucce però mi sento di scriverle.
La prima è che il 22 ottobre del 2002 il Parlamento italiano ha ratificato un accordo tra Italia e Francia “per la realizzazione di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione”. Esso prevede, all’articolo 1, di “costruire o far costruire le opere della parte comune italo-francese necessarie alla realizzazione di un nuovo collegamento ferroviario misto merci-viaggiatori tra Torino e Lione”; e l’articolo 3 precisa che tale parte comune è costituita “da un tunnel ferroviario a due canne di circa 52 km, scavato sotto le Alpi in territorio italiano e francese (…), dalle opere di raccordo di detto tunnel di base alla linea storica ed alla futura nuova linea in prossimità di Bussoleno/Bruzolo”. Il 30 gennaio 2012, poi, è stata siglata un’intesa (ancora da ratificare) a livello governativo tra Italia e Francia che però riguarda non la fattibilità, ma soltanto “il tracciato definitivo dell’opera, la ripartizione dei costi tra i due Paesi con il contributo della Ue nonché il modello di governance che porterà alla realizzazione della Tav”. Perché ricordo questi atti? Perché la democrazia non significa rimettere in discussione all’infinito decisioni già prese, rinviando sine die il momento dell’operatività. Democrazia implica ascolto, confronto, negoziato; poi arriva l’ora in cui a tutto questo si mette un punto, si delibera – in un senso o nell’altro – e si va avanti. Questo momento, nella vicenda della linea ferroviaria tra Torino e Lione risale a dieci anni fa.
La seconda cosa che mi sento di scrivere – e, ripeto, non entro nel merito “sì / no alla Tav” perché non ho le conoscenze adeguate – è che non sopporto uno degli argomenti retorici tirati in ballo da chi si oppone. Ossia, dire che con quei soldi si potevano costruire tot ospedali e tot scuole o finanziare tot ammortizzatori sociali. Se questo argomento è fondato, allora portiamolo fino in fondo. Sospendiamo il campionato di calcio, per esempio, e con i soldi risparmiati per garantire la sicurezza della gente che va allo stadio (avete presente il numero di poliziotti in servizio alle partite?) ci costruiamo qualche asilo nido. Chissà a quanti tra coloro che sventolano certi argomenti piacerebbe un’alternativa del genere...

giovedì 1 marzo 2012

Il fastidio di ascoltare Matteo Salvini

Stamani mi è capitato di vedere un po’ di Omnibus su La7. C’era Matteo Salvini, della Lega. Per descrivere la durezza della manovra varata da Monti ha tirato fuori il problema dei padri separati: ce ne sono quelli che ora devono pagare un pezzo di mutuo della casa lasciata alla ex moglie, ce ne sono quelli che dormono in macchina, ce ne sono quelli che vanno alla mensa della Caritas.
Oh, l’intensità con cui il tizio perorava la causa dei padri separati non poteva lasciare, sul momento, indifferenti. Nonostante questo avvertivo un fastidio e non era dovuto a quel che gli ha rinfacciato un interlocutore, ossia che la manovra di Monti è stata resa necessaria dalle scelleratezze del governo di cui la Lega Nord faceva parte. Il fastidio nasceva dal contesto. Prendere una categoria – anzi, una sottocategoria, perché non tutti i padri separati versano in condizioni economiche difficili – e difenderla a spada tratta, mentre nel presente e nel passato (e con ogni probabilità anche nel futuro) ci si è disinteressati totalmente alla situazione di altre categorie, magari di gran lunga più numerose: i meridionali per esempio; o gli immigrati. Anzi, si è quasi goduto delle loro difficoltà dopo averle scientemente provocate.
Ho capito cosa mi disturbava. C’è una serie di politici, che vanno pure in televisione, per i quali non tutti gli uomini sono uguali. E sì, mi dà fastidio che a questi politici venga data tanta visibilità. Sproporzionata all’intelligenza delle cose che dicono.