lunedì 30 aprile 2012

Il punto debole del Movimento 5 Stelle

Negli ultimi giorni, complici alcuni sondaggi elettorali che ne certificano un discreto successo presso l’elettorato, sono aumentate le critiche nei confronti di Beppe Grillo. Sottovaluta la mafia, prende residenza a Lugano, fugge le interviste, litiga con gli altri protagonisti dell’antipolitica, non è trasparente sugli introiti del blog... Tutto vero, per carità. Ma a me questo fiume di critiche ricorda troppo un certo approccio che per anni abbiamo avuto nei confronti di Silvio Berlusconi: la mafia, le ville, il conflitto d’interessi, le videocassette ai telegiornali, il partito azienda... I risultati son sempre stati pari a zero, perché quello era il terreno di scontro preferito dal soggetto avversato. E secondo me spostando il terreno polemico verso Grillo sugli aspetti sopra citati si finirà per ottenere il medesimo risultato: “gli altri politici fanno anche di peggio”.
Sono convinto che bisognerebbe piuttosto puntare sui programmi del Movimento 5 Stelle smascherandone le tante incoerenze, così come la vacuità e le modalità di fuga dalle questioni più controverse o (se ci limitiamo alle elezioni amministrative) caratteristiche di un territorio: un buon 75% del programma del candidato sindaco di Como avrebbe potuto tranquillamente scriverlo un lucchese e, viceversa, un comasco avrebbe potuto scrivere il 75% del programma della candidata lucchese. Il punto debole del M5S non è il suo fondatore, con i suoi pregi e i suoi difetti. Il punto debole è il programma. Vogliono cambiare l’Italia, ma per adesso stanno cambiando solamente il modo di comunicare con gli elettori.

domenica 29 aprile 2012

La Monti review

L’azione del governo Monti fino ad oggi è stata quello che è stata. Poteva fare di più, poteva farlo meglio e con maggiore equità, ma con quell’eredità di malgoverno berlusconiano che si è ritrovato a gestire possiamo concedergli un bel po’ di attenuanti. Del resto, dire “bisogna tagliare la spesa pubblica” è troppo facile, soprattutto se si rimane sul generico e non si indicano quali e se non si considera che spesso anche uno spreco, o presunto tale, è fonte di ricchezza ed eliminarlo può anche voler dire penalizzare qualcuno che non ha colpa (penso al fornitore di un servizio inutile – non inutile in sé, inutile in quel contesto).
Però io ricordo che nel suo discorso di insediamento al Senato, Mario Monti citò più volte la questione della spending review, quella buona pratica che tanto piaceva al ministro Tommaso Padoa-Schioppa e che il suo successore Giulio Tremonti accantonò per passare alla disastrosa politica dei tagli lineari. In particolare, il presidente del Consiglio disse a novembre che “nel tempo, e via via che si manifesteranno gli effetti della spending review, sarà possibile programmare una graduale riduzione della pressione fiscale”.
Ora, io non sono un esperto, ma immagino che per fare una spending review decente qualche mese sia necessario. Ne sono passati sei. A questo punto le scusanti cominciano a essere scadute, è necessario passare dagli annunci ai fatti. Il ministro Piero Giarda domani dovrebbe presentare il suo rapporto in merito. Bene, io mi attendo molto da questo rapporto: il mio giudizio sul governo attuale dipenderà in discreta parte da quel che ne verrà fuori e, soprattutto, da come verrà attuato. 

sabato 28 aprile 2012

Facciamo così...

...da ora in poi i giornali evitano di riportare 
* le anticipazioni del programma di Klaus Davi;
* le dichiarazioni di Carlo Giovanardi su gay, aborto e famiglia;
* gli insulti di Beppe Grillo a qualche carica istituzionale;
* le frasi pronunciate da Daniela Santanché;
* le cose dette da Mario Borghezio;
* tutto quello che può dire, in qualsivoglia contesto, Vittorio Sgarbi;
* il gossip su Belen Rodriguez;
* l'ultima performance mediatica di Fabrizio Corona;
* quello che fa Lapo Elkann ogni volta che posteggia in centro a Milano;
* tutti i particolari più scabrosi legati all'assassinio di una donna.
E poi potremo dire di essere un Paese migliore.

venerdì 27 aprile 2012

Partito Democratico mi fai rabbia, però...

Partito Democratico mi fai incazzare.
Perché ti muovi con la leggerezza dell’elefante e la velocità del bradipo.
Perché arrivi tardi sulle questioni importanti che interessano ai cittadini e soltanto dopo che un’onda di militanti ti si è rivoltata contro.
Perché un giorno sì e l’altro pure offri argomenti ai Beppe Grillo e agli Antonio Di Pietro che argomenti non ne hanno (e non è che ti può sempre andare come con Nichi Vendola, che riceve un avviso di garanzia e deve abbassare la cresta).
Perché anche quando ne inventi una bella, come le primarie, trovi il modo di rovinarla.
Perché quando hai una proposta valida non riesci a valorizzarla.
Perché nove volte su dieci trovi più importante l’equilibrio tra la corrente di Tizio e la corrente di Caio anziché l’equilibrio con i tuoi elettori, a partire da quelli potenziali, quelli che ti voterebbero se soltanto tu facessi quel passettino che non fai.
Perché non riesci a mandare definitivamente a quel paese certi vecchi arnesi che ogni volta che aprono bocca son migliaia di voti che si spostano verso altri partiti.
Perché sei timoroso.
Perché se tu funzionassi il centrosinistra italiano sarebbe diverso e potrebbe permettersi di sfanculare un paio di intrusi che ho già citato.
Perché non se ne può più di andare sul tuo sito web e leggere quei comunicati e quelle dichiarazioni in politichese.
Perché quando la mattina leggo la rassegna stampa su internet mi chiedo sempre quale cavolo di polemica interna al PD ci riserva il menu.
Perché i rancori e i personalismi tra i tuoi dirigenti troppo spesso prevalgono sulla politica vera.

Però, accidenti, Partito Democratico: anche stavolta toccherà votarti e darti una mano a vincere.
Perché sei un partito e non un gruppo di sostegno a un leader carismatico o una lista pseudo-civica con dentro tutti i vizi dei vecchi partiti.
Perché, stringi stringi, se nel centrosinistra c’è qualche proposta valida realmente praticabile (e non soltanto da usare come slogan) è perché l’hai voluta tu.
Perché, nonostante tutti i tuoi difetti, sei ancora il meno peggio che ci sia in circolazione.
Perché anche se un candidato non è tuo, lo appoggi e non fai il capriccioso come son soliti fare in altri lidi.
Perché un PD debole serve soltanto a chi vuole che le cose in Italia restino come sono sempre state.

E comunque occhio, Partito Democratico: fino ad ora ti è andata di lusso perché le alternative han battuto la strada del consenso facile e immediato. Il giorno che qualcuno porterà avanti un progetto un po’ più di ampio respiro o ti darai una svegliata o saranno dolori.

Lo strano rapporto tra terza età e telefono cellulare

Stamani, ore 6.30.
Suona il telefono fisso.
Mia madre.
"Che è successo?"
"Non è successo niente, volevo soltanto dirti che oggi tuo padre va a fare una visita e bisognerebbe andarlo a riprendere verso l'una perché lui è meglio che non guidi l'auto. Oh, ma non ci sei mai in casa? Ieri sera ho provato a chiamarti tante volte, ma non rispondevi mai!"
"Ero alla partita di pallacanestro, c'erano le semifinali. E perché, se mi cercavi, non mi hai chiamato sul telefonino?"
"Non volevo spaventarti".
Già, perché invece ricevere telefonate sul fisso alle 6.30 del mattino non spaventa nessuno. Chi non riceve telefonate a quell'ora?
AGGIORNAMENTO DELLE 13.28
Ho provato a telefonare a mio padre sul cellulare a mezzogiorno e mezzo. Nessuna risposta.
Ho riprovato a mezzogiorno e tre quarti.
Nessuna risposta.
Ho riprovato all'una.
Nessuna risposta.
Ho riprovata all'una e un quarto.
Nessuna risposta.
Alla fine ho chiamato casa. Mi ha risposto lui.
Mi fa: "Il cellulare? Ah, perché avevi provato a chiamare lì? Eh, ma io il cellulare lo uso se devo telefonare, altrimenti mica lo tengo con me!"

giovedì 26 aprile 2012

La primavera della patria

Leggevo l’articolo di Maria Giovanna Maglie su Libero e quelli di FabrizioCicchitto e di Marcello Veneziani sul Giornale e riflettevo sui contorsionismi logici di chi non vuol accettare la storia e la butta in politica, in polemica spicciola per uno zero virgola in più alle elezioni successive o una strizzatina d’occhio a qualche nostalgico. Mi chiedo come possano essere dirigenti o anche soltanto sostenere un partito che si chiama “della libertà” e al tempo stesso fare certe arrampicate sugli specchi per sminuire le colpe e le gravi responsabilità di chi, prima di tutto il resto, negava proprio la libertà.
E poi però ho visto su un bel blog un servizio tratto da un vecchio numero del Corriere dei Ragazzi, settimanale edito negli anni Settanta da quel pericoloso covo di agit prop comunisti che era il Corriere della Sera. Mino Milani, grande scrittore per ragazzi e non solo, così presentava, nel trentennale della Liberazione, il 25 aprile: “Fu davvero la primavera della Patria. Venne dopo il grigiore dell’autunno, il gelo dell’inverno. Fu davvero il riscatto degli italiani, la pietra angolare sulla quale essi, pieni di speranze, avrebbero costruito l’Italia nuova. E non prestiamo ascolto a quanti dicono, amari e delusi, che in realtà nulla di nuovo e di nobile seguì a quella primavera. Se oggi pensiamo liberi, parliamo liberi, votiamo liberi, è per quegli uomini e per quello che essi hanno fatto. Certo, gli alleati angloamericani avrebbero spazzato via i tedeschi dall’Italia anche senza i partigiani, chi ne dubita? Ma (…) se fosse stato così, alla fine della guerra la libertà (se concessa) sarebbe stata proprio questo: una concessione, un dono, un dovere. I partigiani e i soldati – e il popolo che li sostenne – la resero invece una conquista, un guadagno, un diritto”.
Nient’altro da aggiungere a questa spiegazione tanto semplice eppure così esaustiva.

mercoledì 25 aprile 2012

Parla come mangi / Pier Luigi Bersani

Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani ha scritto una lettera agli iscritti e militanti del suo partito.
Ho sottoposto il testo – il cui integrale può essere letto a questo link – al software decriptatore in mio possesso, in modalità “lettura del pensiero” ed ecco cosa ne è uscito (in corsivo il testo pubblicato; in trebuchet blu quel che passava per la testa al segretario piddino mentre scriveva la lettera).

il 25 aprile noi italiani ricordiamo la liberazione dal nazifascismo e la resistenza di quanti lottarono anche a costo della vita per la libertà e la democrazia nel nostro paese. Se oggi noi viviamo in un mondo migliore lo dobbiamo anche a loro. Per queste ragioni, la celebrazione del 25 aprile per noi democratici non è un semplice rito, ma il momento in cui ciascuno rinnova l'impegno personale e collettivo per la difesa e lo sviluppo della democrazia in Italia e in Europa
Ragassi, siam mica qui a pulir le monetine a Paperon de’ Paperoni... una citassione del 25 aprile la devo fare, sennò a sinistra mi sbudellano!

A un passo da una crisi devastante abbiamo ottenuto l'uscita da palazzo Chigi di Silvio Berlusconi.Il Pd si è impegnato, per la salvezza dell'Italia, al sostegno del governo guidato da Mario Monti. Il compito di un grande partito popolare e nazionale è di pensare prima all'Italia e poi ai suoi interessi. L'eredità lasciata dal centrodestra è tuttavia pesante e il senatore Monti ha dovuto prendere provvedimenti impopolari. Non tutte le misure che sono state varate l'avremmo predisposte noi. Abbiamo avanzato le nostre proposte e ottenuto anche alcuni importanti miglioramenti (dal prelievo sugli esportatori di capitale che hanno sfruttato il condono di Tremonti alla lotta contro l'evasione, alla difesa dell'articolo 18, fino alla battaglia per il futuro degli esodati). Ma non dimentichiamo e non permettiamo che si dimentichi che Monti è venuto non dopo i partiti, ma dopo Berlusconi”.
Poi, se scrivo agli iscritti, mica posso parlare soltanto a quelli più a sinistra, ché già tutti gli altri mi accusano di esser troppo socialista. Devo parlare a tutti, a quelli che sostengono Monti sensa se e sensa ma, a quelli che sono iscritti ai sindacati, ai cattolici di sinistra, ai franzeschiniani, ai veltroniani, ai dalemiani...

Il Pd punta a una immediata e profonda riforma del finanziamento pubblico, perché i partiti, se devono assolvere al proprio compito democratico, non possono e non devono vivere prigionieri dell'interessato sostegno del o dei miliardari”.
Porco boia, ragassi... qua, con tutta ‘sta antipolitica, se non parlo della ridussione dei finansiamenti pubblici ai partiti finisce che rimediamo una scoppola epocale alle amministrative. Veh, bisogna che qualcosa dica anche a questo proposito. Pure Pisanu, che è Pisanu, ha detto che la prima emergensa è ridurre i finansiamenti: siam rimasti soltanto noi, ormai, a difenderli. Ma siam mica qua a guidar l’ambulansa delle gare di ciclismo, bisogna che, anche se arriviamo ultimi, qualcosa si dica e allora tutta la seconda parte della lettera la facciamo su ‘sta roba qua dei soldi ai partiti e poi vedrai come andiamo bene alle elessioni...

martedì 24 aprile 2012

Succede soltanto a me?

Non so se è una sensazione mia di questo periodo o se è oggettivamente così.
Sia nel lavoro, sia in altri ambiti mi pare di imbattermi sempre più frequentemente in persone che non chiedono, ma pretendono. Così facendo hanno comportamenti parecchio irrispettosi e maleducati.
Per esempio.
Sei lì alla scrivania impegnato in una conversazione di lavoro e quello ti entra in ufficio e, senza salutare e nemmeno dire “scusa, disturbo?”, ti abborda dicendo “te l’ha detto Maurizio che devi fare quell’attività?”. Variante: sei al telefono, quello ti vede che stai telefonando, ma non se ne preoccupa minimamente e ti dice a voce alta: “oh, ti ricordo che devi fare quella cosa”.
Poi c’è quello che sa di essere indispensabile perché è un buon cliente per l’azienda per cui lavori e pretende che tu faccia un servizio extra e, manco a dirlo, gratuitamente. Tu cerchi di spiegargli che è una roba pesante, che porta via del tempo o che costa soldi o che tecnicamente è quasi impossibile da realizzare, ma più la difficoltà è evidente e più la richiesta sarà urgente e guai a te se non la fai, e pure bene. Variante: il cliente spiega che “mi serve assolutamente per domani”; indi, ti richiama dopo una decina di giorni (anche quindici, a volte) spiegandoti che “ho appena visto il prodotto... non va mica bene, va cambiato. Fammelo per domani!”
Una categoria insopportabile è quella del tipo a cui fai un servizio gratuito. Lui si divertirà ad avanzare richieste assurde, a pretendere mari e monti (tanto è gratis!) e alla fine non soltanto non ti dirà grazie, ma avrà da ridire perché invece di farglielo in due ore, glielo hai fatto in due ore e cinque minuti. Variante: dopo che tu gli hai consegnato il servizio gratuito da lui richiesto, il tuo interlocutore si rivolge a un terzo per avere il medesimo servizio a pagamento e, pur ricevendo un servizio di qualità oggettivamente inferiore, ne sarà maggiormente soddisfatto.

lunedì 23 aprile 2012

Sul Giornale online di oggi Andrea Indini ha pubblicato un articolo provocatorio chiedendosi per quale motivo quando lo spread era a 400 con Berlusconi il PD chiedeva le dimissioni del presidente del Consiglio, mentre non fa lo stesso con Monti. “Cosa è cambiato?”, si domanda retoricamente.
Suvvia, proviamo a spiegarglielo sperando di non dover poi fare anche il disegnino.
E’ cambiato che prima lo spread era alto quasi esclusivamente per colpa nostra, mentre ora c’è un discreto concorso di colpa di qualcun altro.
E’ cambiato che prima il nostro spread era il più alto, mentre ora c’è per esempio la Spagna che sta messa peggio.
E’ cambiato che prima era soltanto lo spread italiano a impazzire, mentre oggi impazzisce più o meno in linea con altri Paesi come la Francia e il Belgio.
E’ cambiato che prima l’Italia era una nave alla deriva, mentre oggi è una nave che procede piano e con qualche difficoltà, ma seguendo comunque una rotta (giusta o sbagliata che sia).
E’ cambiato che prima c’era Berlusconi e non era credibile di fronte agli altri governanti, mentre oggi c’è Monti che – con tutti i limiti della sua azione di governo – ha un patrimonio di autorevolezza sconosciuto al suo predecessore.
Poi, per carità, brontoliamo pure e lamentiamoci delle cose che Monti aveva promesso di fare e non ha fatto o ha fatto male, delle sparate di taluni suoi ministri, di certe uscite estemporanee che i membri dell’esecutivo avrebbero potuto risparmiarsi, di una politica economica che non sta dando una mano alle famiglie più bisognose, del gap tra le nostre aspettative e la realtà a cui ci troviamo di fronte: ma credo che nessuna persona intellettualmente onesta sia in grado di negare le differenze tra sei mesi fa e oggi nell’azione di governo in Italia.

domenica 22 aprile 2012

La paura di ragionare fino in fondo

Ruzzando su YouTube mi sono imbattuto nel film "I Sette Fratelli Cervi", con Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla.
Soltanto mentre lo guardavo mi sono ricordato che fra tre giorni sarà il 25 aprile e, come ogni anno, ci dovremo sorbire la trita polemica sul sangue dei vinti e sui morti tutti uguali.
Per quanto mi riguarda, consiglio di guardare la rievocazione di questa vicenda e a ricordare un passo scritto da Claudio Pavone, in "Una guerra civile" (Universale Bollati Boringhieri, 2006, pag. 37): "la scelta per la RSI fu spesso la fuga da un momento della verità che avrebbe dovuto costringere a ragionare fino in fondo: prospettiva questa, per i fascisti, fra tutte la più paurosa. Prevalsero perciò negli optanti per la Repubblica Sociale il timore di perdere l'identità cui erano assuefatti e la spinta a ritrovarla come che fosse, sia nella sua versione di ordine rassicurante, sia in quella di tipo nihilistico, che erano poi le due anime storiche del fascismo, destinate a consumarsi in quella stretta finale, come inerziale opacità o come ferocia".

sabato 21 aprile 2012

Sufficiente per prendere i voti, insufficiente per governare

Una delle critiche che mi venivano fatte dai lettori grillini nei miei post precedenti dedicati alla demolizione del programma 5 Stelle è che trattandosi di liste civiche non si occupa di problemi nazionali e si concentra su quelli locali. Motivazione abbastanza curiosa, visto che la maggior parte delle politiche lì presenti devono essere messe in atto da un governo nazionale, ma ho voluto prenderla per buona.
Così, mi sono letto il programma della candidata locale del Movimento 5 Stelle.
E’ un documento facilmente leggibile, sviluppato per punti come quello generale nazionale. Bandito il politichese, bandite le formule che devono accontentare tutte le sensibilità di una coalizione eterogenea, bandita l’ipocrisia: il parlar semplice e diretto è comunque un merito non da poco.
Peccato che dei 52 punti trattati quelli realmente locali si contino sulle dita di una mano (e di quelle poche almeno una o due sono di difficile realizzazione). La maggior parte potrebbero far parte del candidato sindaco di Pescasseroli come di Rovereto, di Milano come di Palermo. Non che non siano punti condivisibili, intendiamoci (lotta all’evasione fiscale, smantellamento e smaltimento dell’amianto ancora presente negli edifici pubblici, promozione dei detersivi a basso livello di inquinamento, trasmissione in streaming delle sedute del consiglio comunale e delle commissioni...), è che tanti dei problemi caratteristici della mia città non sono affrontati. Regolamento urbanistico da modificare oppure no? Boh. Si fa una nuova circonvallazione oppure no? Boh. Il prestigioso teatro comunale che da un po’ di anni è in grave crisi come può essere rilanciato? Boh. E quel mercato che è in città e di cui da almeno dieci anni si discute tanto? Boh. La viabilità di accesso al nuovo ospedale? Boh.
C’è in compenso un’attenzione a una serie di questioni che possono sembrare piccole, ma che incidono nella qualità della vita quotidiana dei cittadini e di cui i partiti tradizionali un po’ tendono a dimenticarsi e a lasciare in secondo piano: incremento del numero delle fontanelle pubbliche, creazione di aree attrezzate per i cani, incentivazione di orti urbani... cose di questo genere. Non si dice con quali risorse far fronte, ma è una lacuna abbastanza tipica dei programmi elettorali. Infine, quando si trattano questioni un po’ più complesse si rimane nel generico: “potenziamento dell’assistenza domiciliare e dei servizi socio-assistenziali”. Giusto, ma come fare non si dice.
In definitiva, quel che trovo nel programma dei grillini – a livello nazionale come a livello locale – è una grande attenzione per certi problemi e certe questioni che potremmo definire “a rischio elettorale zero” e anche il gusto di dare enfasi a temi che i partiti tradizionali generalmente sottovalutano (ma i cittadini no). Il problema grosso è quando si tratta di entrare nello specifico di argomenti scottanti e complessi, che non possono essere risolti a colpi di slogan e di marketing politico: vale, a livello nazionale, per il fisco o l’immigrazione; vale, a livello locale, per una nuova strada di cui tutti sentono la necessità (basta non passi troppo vicino casa, però, altrimenti si organizza il comitato di quartiere) o un cavalcavia o un parcheggio. Di fronte a tali questioni il grillismo svicola e si nasconde.
Dire quello che la gente pensa e, soprattutto, quel che la gente vuol sentirsi dire è sufficiente per un movimento che si candida a stare all’opposizione. Insufficiente se l’obiettivo è governare e cambiare il Paese o anche soltanto il modo di fare politica.

venerdì 20 aprile 2012

La fronda di Pisanu

Poiché considero Beppe Pisanu uno dei personaggi più presentabili e stimabili del centrodestra italiano, mi sono letto il documento da lui promosso e firmato da altri ventotto eletti del Popolo delle Libertà.
Ho voluto analizzarlo senza pregiudizi e senza far troppo caso all’uso di congiuntivi e subordinate.
Non saprei come definirlo. Manifesto programmatico? No, è troppo vago per esserlo: il linguaggio è il tardodemocristiano post-moroteo nostalgico, ogni parola è centellinata, ogni frase pensata “in funzione di”.
Il documento inizia con la crisi della politica: ma va?, ma chi l’avrebbe mai detto. E subito specifica che “la misura più urgente è la revisione radicale del finanziamento pubblico, percepito ormai dai cittadini come una fonte di corruzione. Occorrono norme e sanzioni severe per proporzionare i fondi erogati ai costi reali della politica e per scoraggiare gli abusi”: la sensazione, mentre uno legge questa frase, è che se il documento fosse uscito sei mesi fa avrebbe messo al primo punto l’abolizione delle Province, se fosse uscito un anno fa avrebbe esordito con il ritorno alle preferenze sulla scheda elettorale e così via.
Altra frase da ricordare e che in questi giorni va parecchio di moda: “al governo Monti chiediamo più coraggio nel combinare rigore e crescita”. Bene, poiché stiamo parlando di gente che sta in Parlamento, comincino loro, opponendosi alle lobby dei tassisti, dei farmacisti e dei proprietari di network televisivi. Magari, così facendo, trasmetteranno un po’ di coraggio anche a Monti e ai suoi ministri.
A pagina 3 c’è una notizia, un vero e proprio scoop: “quanto alle riforme costituzionali, consideriamo prioritaria la calendarizzazione delle proposte elaborate dagli esperti del PdL, del PD e del terzo polo. Essi hanno raggiunto un compromesso alto e utile”. Oh, cavolo: addirittura “alto e utile”. Peccato, non me n’ero accorto e come me credo alcune decine di milioni di italiani.
Legge elettorale: si propende per un sistema tedesco con soglia di sbarramento piuttosto alta che salvaguardi la presenza di un terzo polo accanto ai due partiti maggiori. Anche qui, niente di nuovo e la formula sembra studiata per strizzar l’occhio a Casini.
Insomma, tutto il succo della faccenda sta nel punto 5, intitolato “Oltre il PdL”, nel quale – a proposito dell’evoluzione del bipolarismo italiano – si sottolinea che “il PdL può essere il motore principale di un tale processo, ma non può pretendere di guidarlo da solo. Siamo convinti che il meglio della sua esperienza politica si salva soltanto con la partecipazione, insieme ad altri e in condizioni di pari dignità, ad un nuovo movimento liberaldemocratico, laico e cattolico, nazionale ed europeista, egualmente contrario ad ogni forma di estremismo. Da solo il PdL non andrebbe lontano, anzi rischierebbe di arretrare ulteriormente”.
E poi?
E poi niente. Non una parola su cosa è stato il PdL in questi anni, non una parola sulle regole di trasparenza e democraticità all’interno di un partito, non una riflessione sugli anni del berlusconismo al governo, non uno spunto realmente programmatico.
Eppure, nella sua genericità e cautela, questo documento è, dopo il traumatico strappo di Fini, la cosa più dirompente in diciotto anni di vita di centrodestra così come lo conosciamo. Ci siamo concentrati tanto sui limiti e sulle pecche del centrosinistra. Forse sarebbe il caso di cominciare a fare qualcosa di analogo – ma sul serio – anche con quel che rimane dello schieramento opposto.

giovedì 19 aprile 2012

Vivo in Italia, ahimè

Piacerebbe tanto anche a me vivere in un Paese dove si pagano meno tasse e i servizi pubblici sono migliori. Dove c’è un welfare state equo. Dove si punta a una decrescita felice (ah, la sana vita semplice dei nostri nonni!), ma con stipendi di livello tedesco. Dove il massimo del liberalismo si coniuga agli aiuti alle piccole imprese e al divieto di delocalizzare la produzione. Dove hanno deciso di spostare il traffico pesante su rotaia senza fare viadotti e gallerie. Dove i pali della telefonia sono in campi lontani ventidue chilometri dai centri abitati. Dove si va in pensione a sessant’anni se fai un lavoro che non ti permette di star seduto davanti a una scrivania. E dove, una volta andati in pensione, la rendita è dignitosa. Dove le banche fanno gli interessi dei privati cittadini anziché i loro, i supermanager non vengono pagati in stock options e non ci sono scatole cinesi in Borsa. Dove nessuno evade le tasse e chi esporta i capitali su conti correnti svizzeri viene tassato come giusto che sia.
Invece vivo in Italia.
Vivo in un Paese in cui il debito pubblico è talmente alto che se abbassi le tasse rischi di mandare in tilt il sistema. Vivo in un Paese in cui i servizi pubblici, se mai c’è stato un periodo in cui sono stati decenti, se li sono goduti le generazioni che mi hanno preceduto. E anche quel poco di welfare state se l’è goduto chi oggi non è più tra noi. Vivo in un Paese in cui aumentare gli stipendi non è facile perché c’è pure la recessione economica, di piccole imprese che soffrono terribilmente la congiuntura negativa ce ne sono fin troppe e non possono avere tanti aiuti, un po’ perché non ci sono soldi e un po’ perché ci sono anche dei trattati internazionali da rispettare. Vivo in un Paese le cui infrastrutture risalgono a cent’anni fa e se vogliamo adeguarle ai tempi bisogna per forza metter su cantieri che in effetti non sono proprio il massimo per la salute di chi vive nei pressi. Vivo in un Paese che non è pianeggiante come la Danimarca o l’Olanda e quindi può capitare, ogni tanto, di dover costruire un viadotto o una galleria. Vivo in un Paese in cui spesso un centro abitato inizia dove ne finisce un altro e l’unico punto dove mettere il palo per la telefonia mobile (perché tutti vogliamo mandare sms e telefonare per avvertire che è ora di buttare la pasta) è in cima al campanile parrocchiale. Vivo in un Paese in cui per troppi anni c’è stata gente che è andata in pensione a quarant’anni e con una bella rendita e ora ne paghiamo un po’ tutti le conseguenze. Vivo in un Paese in cui tutti vogliono il riciclaggio dei rifiuti, basta che l’impianto di compostaggio non sia vicino casa che poi ci puzza. Vivo in un Paese che ha sperperato gli ultimi dieci anni inseguendo non si sa bene cosa e che una sera di novembre si è risvegliato sull’orlo del baratro, in mutande.
Mi piacerebbe vivere in un Paese che discuta di cose da fare avendo ben chiaro ciò che è possibile fare. Invece vivo in Italia, un Paese in cui si fanno chiacchiere pseudopolitiche partendo dall’ultimo slogan del demagogo di turno o dal titolone di prima pagina del grande quotidiano. Partendo da lì e, sempre più frequentemente, lì rimanendo.

mercoledì 18 aprile 2012

Il canto degregoriano

In questi giorni si è tornati a parlare di Sergio De Gregorio, il parlamentare che divenne celebre nel 2006 ai tempi dell’Unione.
Ecco una piccola e non esaustiva antologia per ricordare chi è (e anche per rinfrescarci la memoria sui motivi per cui il governo Prodi non fece alcune cose che avrebbe potuto o dovuto fare).

Né di qua, né di là... anzi, di là
La fedeltà è dei cani, io sono leale. Sto con l’Unione a patto che non mi facciano votare cose come i Pacs, le sperimentazioni sull’embrione e così via”.
(Quotidiano Nazionale, 15.08.2006, pag. 11)
Alle amministrative presenterò le liste del mio movimento in certi posti con l’Unione – per esempio in Liguria – e in altri con la Casa delle Libertà, per esempio a Reggio Calabria
(Il Messaggero, 30.11.2006, pag. 8)
Sono stato compulsato da più parti. Da me sono venuti tutti. Quando la fase è convulsa arriva ogni tipo di profferta
(Libero, 25.02.2007, pag. 11)
Io sto nel centrodestra a pieno titolo
(Libero, 29.08.2007, pag. 8)

Le priorità
Trovo a dir poco singolare che con le emergenze economiche che affliggono l’Italia il governo abbia scelto di individuare nella legge sul conflitto di interessi una priorità inderogabile
(Quotidiano Nazionale, 03.09.2006, pag. 12)
In un’Italia in cui le priorità sono la rinascita economica, la necessità di veder risorgere aree a sviluppo zero, la credibilità dell’Italia in politica estera, le piccole e medie imprese allo stremo, in un’Italia ridotta così il governo a cosa dà la priorità? Ai Dico. A normare in fretta e furia e con urgenza massima le convivenze di chi non vuole sposarsi
(Avvenire, 16.02.2007, pag. 9)

Amore mio, ti odio
Io da Forza Italia sono già stato ucciso politicamente. Non vedo perché dovrei morire due volte”.
(Il Messaggero, 08.09.2006, pag. 6)
Sono diventato presidente della Commissione Difesa solo perché il centrodestra decise di votare il mio nome. Devo dire che il centrodestra non mi chiese prezzi. Lo fece in maniera spontanea, perché Forza Italia era in debito con me avendo impedito la mia candidatura alla Regione Campania
(Libero, 25.02.2007, pag. 11)
Adesso che il peso politico del mio movimento Italiani nel mondo è cresciuto, beh, inutile negare che in Forza Italia più di uno mi guarda con circospezione
(Corriere della Sera, 08.12.2007, pag. 13)
Da Forza Italia abbiamo avuto 500mila euro di contributo elettorale per le amministrative in un accordo che prevede anche un’ipotesi per le politiche”.
(Il Manifesto, 13.12.2007, pag. 5)

Anno più, anno meno...
E’ un accordo federativo, firmato nel 2006. Dice che Forza Italia appoggerà la nostra campagna elettorale alle amministrative e alle europee
(Il Manifesto, 13.12.2007, pag. 5)
L’accordo stretto nel 2007 con Forza Italia ha eminente valore politico
(Panorama Economy, 05.03.2008, pag. 23)

I giorni dell’Iran
Sono in Iran. A titolo personale. Sto seguendo un’azione umanitaria come movimento degli Italiani nel mondo. Qui ho un delegato e sono considerato una persona con la quale si può dialogare
(La Stampa, 08.09.2006, pag. 5)
Il mio partito ha una sede anche qui in Iran
(Il Messaggero, 09.09.2006, pag. 6)
La mia televisione la guardano anche in Iran, dove la parabola è vietata, ma qualcuno che se la installa di nascosto c’è sempre. Qualche volta mi chiamano da Teheran per dirmi: ‘Sergio, ma lo sai che ti abbiamo appena visto sulla tua televisione?’
(Il Riformista, 06.08.2008, pag. 5)

Vedo e prevedo
Si va verso una grande coalizione. Non solo per mia determinazione, ma anche perché in maggioranza qualcuno si è reso conto che non si può andare avanti così
(La Padania, 20.09.2006, pag. 7)
Mi metto alla prova nel prossimo test politico-elettorale di Palermo, in cui mi presenterò come candidato sindaco
(Il Tempo, 09.01.2007, pag. 2)
Andiamo verso un governo istituzionale. Accetto scommesse
(Il Tempo, 25.02.2007, pag. 3)
Questo governo ci mette novanta giorni per tornare a casa
(La Discussione, 27.02.2007, pag. 3)

Non nominare il nome di Dio invano

"De Gregorio? Anche Gesù Cristo, che era il Padreterno, ogni dodici ne cannava uno: Giuda. Io che sono un povero cristo ho sbagliato"
(Antonio Di Pietro, Che tempo che fa, 04.04.2009)

"Anche Gesù ha sbagliato a scegliersi uno dei collaboratori, non pensiamo di essere impeccabili"
(Roberto Formigoni, Salone del mobile, 17.04.2012)

martedì 17 aprile 2012

Poi si lamentano se ce l'hanno con loro

Temevo che alla fine la storia sui rimborsi elettorali sarebbe andata a finire così.
Prendiamo la proposta elaborata da Alfano, Bersani e Casini.
Cosa prevede?
In sostanza tre cose(tte): obbligatorietà della certificazione dei bilanci dei partiti; decurtazione dei rimborsi elettorali per chi sgarra; abbassamento da 50mila a 5mila euro della soglia per la pubblicizzazione dei contributi privati ai partiti.
Manca tutto il resto.
Ossia, una sensibile diminuzione dei contributi pubblici ai partiti. O, quantomeno, l’aderenza dei rimborsi alle spese effettivamente sostenute. Anche i rapporti con le fondazioni – vere destinatarie di importanti contributi privati – dovrebbero essere disciplinati con maggiore incisività. In fondo, la trasparenza delegata a una certificazione di bilancio non è sufficiente: Gabriele Guidi su Prossima Italia ha dimostrato come anche un bilancio certificato possa lasciare ampi margini di oscurità.
Il compromesso è un bel passo indietro rispetto alla proposta presentata dallo stesso Bersani non più tardi di due mesi fa. In quel testo si introducevano misure di democrazia interna ai partiti – primarie, pari opportunità e così via – subordinando i rimborsi pure al rispetto di tali criteri. Realisticamente, chiedere che l’UdC e il PdL firmassero una proposta di legge in tal senso sarebbe stato pretendere troppo. Però mi chiedo allora che senso abbia inserire nel preambolo della proposta attuale la frase “è necessario sancire per legge regole di democraticità nella vita dei partiti”, se poi di questa benedetta democraticità non si trova traccia nell’articolato.
Un passo indietro anche rispetto alla proposta presentata a febbraio da Casini. Essa prevedeva esplicitamente che “la cessazione dell’attività del partito politico comporta la perdita del diritto ai rimborsi delle spese elettorali” e che “si considera cessata l’attività del partito politico che non presenta liste di candidati alle elezioni” politiche o europee: la precisazione scompare nell’articolato della triade.
Infine, capisco le esigenze dei singoli partiti, però – accidenti! – almeno subordinare (come era nelle proposte avanzate sia dal PD che dall’UdC) l’accesso ai rimborsi elettorali all’acquisizione della personalità giuridica o all’omologazione di uno statuto di partito mi sembra il minimo. Nemmeno questo è previsto dalla proposta AB&C.
Restiamo in fiduciosa attesa di ulteriori annacquamenti durante il dibattito in Aula.

lunedì 16 aprile 2012

Grillo e le ragioni di un successo

Ho iniziato ad affrontare la questione Grillo da diverso tempo, quando qualcuno ancora pensava che si trattasse solamente di quattro fulminati. Il successo del Movimento 5 Stelle non mi sorprende, perché in tempi difficili le persone vogliono risposte semplici a problemi complessi. E Grillo gliele dà. Basta leggere il suo blog e quel che posta: “l’Irap va cancellato. Gli stipendi devono essere allineati alla media europea. Lo Stato deve dare priorità assoluta alle PMI e impedire la loro delocalizzazione”. Non si dice come. Del resto, sarebbe impossibile spiegare come abolire un bel po’ di introiti fiscali senza diminuire anche la spesa sociale, come allineare gli stipendi alla media europea in tempi di profonda recessione, come impedire a un’azienda di delocalizzare nell’era dell’economia globale. Questo è soltanto un esempio, ma – come ho già avuto modo di scrivere altre volte – buona parte del programma del Movimento 5 Stelle è un’accozzaglia di slogan messi lì e di proposte demagogiche: non ha senso dire “i temi da lui proposti sono importanti” se poi la soluzione proposta è assolutamente inadeguata. E la cosa da fare sarebbe quella di sputtanare certi metodi avanzando alternative credibili.

Intendiamoci: tutto questo consenso per i grillini non sarebbe stato possibile se soltanto i partiti tradizionali non avessero, con i loro comportamenti, creato scandalo agli occhi degli italiani. L’aspetto preoccupante è che son le solite ragioni che portarono, diciotto anni fa, al grande successo elettorale di Forza Italia. Purtroppo, siamo un popolo di memoria corta e siamo già pronti a buttarci tra le braccia del nuovo demagogo e del suo comunicatore di fiducia: ieri Berlusconi oggi Grillo, ieri Pilo oggi Casaleggio, ieri la televisione oggi il web, ieri la gioiosa macchina da guerra oggi una coalizione che non c’è (né si sa se dovrà esserci), che non ha programma, che non ha leader e che non ha ancora trasmesso agli italiani la sua idea alternativa di Paese.

domenica 15 aprile 2012

Soddisfazioni


Non posso che ringraziare Massimo Gramellini, per questo megaspottone al mio blogghettino.

A partire dal minuto 1.18.

sabato 14 aprile 2012

Il dramma

Stamani ero dal barbiere e c'era la Gazzetta dello Sport che titolava in prima pagina: "Dramma Rossi". L'attaccante della nazionale si è rotto un crociato e dovrà saltare gli Europei.
Dramma.
Uhm.
Mumble mumble, come si scriverebbe nei fumetti.
Forse sarebbe il caso di gridare meno i titoli.

venerdì 13 aprile 2012

Idiotav

Stasera nella mia città c'era una manifestazione elettorale con Pier Luigi Bersani. Ha parlato il candidato sindaco del centrosinistra, ha parlato il segretario locale del partito e ha parlato Bersani. Al termine, giusto quando partiva la canzone di Neffa e il leader democratico scendeva dal palco del cinema, quattro ragazzotti hanno cominciato a sventolare due bandiere e a urlare "Bersaaaniiii, Bersaaaaniiii: rispondi sulla Taaaav!", "La Taaaav, Bersani, la Taaaav!" Non sono stati considerati, come era logico che fosse. A me, nonostante possa apprezzare che si siano sorbiti un'ora e mezza di comizio da tre persone alle quali probabilmente sputerebbero in faccia, hanno colpito soprattutto due cose.
La prima è che questi quattro ragazzotti hanno reclamato: "Bersani devi rispondere alla nostra domanda sulla Tav se sei un democratico!" Devi? No, nessun dovere. Perché altrimenti potrebbero alzarsi altri tre e pretendere una risposta sul signoraggio o sulle scie chimiche o sull'aborto o sull'eutanasia o su uno qualsiasi dei temi che non erano stati affrontati nel comizio: credo ci sia un malinteso senso di democrazia che fa confondere il rispetto per gli altri con le proprie aspirazioni e i propri desideri.
La seconda cosa che mi ha colpito è che questi quattro li ho incrociato subito dopo, mentre uscivano. Ridacchiavano complici e si davano cenni di intesa, pensando di essere stati dei ganzi. E ho capito che a questi ragazzotti della Tav interessa il giusto, forse niente. Quel che contava erano i trenta secondi di protagonismo. Credono di essere ganzi, sono soltanto degli idioti.

Breve corso di giornalismo fazioso

Considero Marcello Veneziani un “vorrei ma non posso” essere il Michele Serra di destra. Mentre le amache ti lasciano spesso uno spunto di riflessione, i Cucù sono, appunto, dei cucù e nella migliore delle ipotesi li ricordo solamente per come riescono a stravolgere la storia italiana degli ultimi decenni.
Prendiamo quello di oggi, un paragone tra il malaffare dei nostri giorni e quello dei decenni democristiani. Si può condividere o meno la conclusione di Veneziani, ma quel che colpisce è altro.
Parte citando Vendola e prosegue con Emiliano. Due politici di centrosinistra come esempi di malaffare, ma è sicuramente un caso (Emiliano nemmeno è indagato).
Poi si passa a Bossi e la Lega che “abusano del finanziamento pubblico per scopi familiari”. Si prosegue con le auto blu usate per scopi privati, le carte di credito, le mani sulla Rai, i viaggi: però senza fare nomi. Poi si ritorna ai nomi: Tedesco e Penati. Due del PD, ma è sicuramente un caso pure questo.
Excursus nel passato, ora: i socialisti prima di Craxi, la sinistra DC, i socialdemocratici. Moro e la sua area.
Ecco, strano che Veneziani non abbia citato altri personaggi non riconducibili alla sinistra, anche più annacquata. Auto blu usate per scopi privati: così a naso qualche nome, anche recente, di ministro mi verrebbe in mente (e non soltanto l’auto, anche altri mezzi di trasporto). Carte di credito aziendali: anche qui, almeno un direttore di telegiornale molto in voga in una parte politica mi verrebbe in mente. Le mani sulla Rai: eh, vabbè, qua ci si potrebbe sbizzarrire.
No, se vogliamo fare un “breve corso di storia del malaffare” raccontala tutta, Veneziani. E non dimenticare le ricettazioni di Rolex da parte di parlamentari, le case a propria insaputa, i legami con le organizzazioni criminali e altre quisquilie e pinzillacchere a cui chi ha governato per otto anni e mezzo l’Italia negli ultimi dodici ci aveva abituato. Tentare di sminuire le colpe di Bossi e della Lega dicendo che una volta andava peggio e che a sinistra ci sono esempi riprovevoli è un giochino al quale chi vorrebbe – ma non può – essere Michele Serra non dovrebbe mai abbassarsi.

giovedì 12 aprile 2012

Bene comune mezzo gaudio

Se le elezioni non fossero una cosa troppo importante, io sarei tentato di votare la lista che usa lo slogan meno accattivante e meno usurato.
Per dire: “uno di noi” l’avrò letto decine di volte, riferito a candidati di centro, di sinistra, di destra, riciclati, nuovi, con il culo incollato alla poltrona, calati dall’alto e a trecento chilometri dalla città di residenza. Ora è - per fortuna - un po' passato di moda come slogan. Ed è la volta, specialmente a sinistra, di “bene comune”. L’anno scorso andò alla grande per l’acqua e così il Partito Democratico ha pensato bene di riciclare il motto per la sua campagna nazionale. Peccato che qua e là per l’Italia, da Montesilvano a Pozzuoli, da Parma a Castiglion Fiorentino, da Salzano a Brindisi, sia tutto un fiorire di liste “nome-della-città bene comune”.
E che palle! Suvvia, un po’ di fantasia.
Bene comune. Come se il male dovesse essere privato. Ho deciso: ormai non siamo più in tempo, ma se alle prossime elezioni si presenta la lista “mal comune mezzo gaudio” la voto.

mercoledì 11 aprile 2012

I rimborsi elettorali? ...come l'abolizione delle province

Sbaglierò, ma secondo me questa storia dei rimborsi elettorali pubblici ai partiti andrà a finire come quella delle Province.
Ne stiamo parlando tanto, ne parleremo ancora per qualche settimana, i partiti più inclini ai toni declamatori ci si faranno grassi invocando misure draconiane e passando da un estremo all’altro, quelli più dediti al ragionamento faranno la parte di quelli che difendono la casta e poi il dibattito gradualmente scemerà. Alla fine, verrà trovata la soluzione peggiore e più pasticciata a una questione vera, che avrebbe meritato un trattamento migliore.
Dunque, cerchiamo di mettere qualche paletto.
Esiste in Italia un problema “finanziamenti pubblici ai partiti”?
Sì, esiste. Per almeno quattro motivi. Il primo è che c’è un referendum il cui esito è stato disatteso. Il secondo è che i partiti prendono oggettivamente troppi soldi dallo Stato e in una situazione di profonda recessione economica anche cento o duecento milioni di euro farebbero comodo ai cittadini. Il terzo è che – come ha denunciato il Consiglio d’Europa – il sistema dei controlli fa acqua da tutte le parti. Il quarto è che, per come i soldi vengono utilizzati dai partiti, questi non meriterebbero di prendere un centesimo dalle casse pubbliche.
Ciò premesso, la domanda diventa: se abolissimo i finanziamenti pubblici e se i partiti fossero costretti a vivere solamente di contributi privati avremmo risolto un problema?
La mia risposta è no.
Primo, perché potrebbe porsi un problema di democrazia. Ossia, “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 Cost.) ed è inutile girarci intorno. Per “concorrere” veramente servono i soldi. E chi vuol fare il duro e puro – e lo vuol fare realmente, ossia senza fondi pubblici, senza magnati che buttano soldi, senza personaggi che hanno acquisito notorietà in altri campi e decidono di investire nella politica tempo e denaro e consulenti d’immagine – va poco lontano.
Secondo, perché non è che senza finanziamenti pubblici i partiti sarebbero più sani o credibili. Mettiamo il caso – ipotetico – di un partito molto ben foraggiato dai contributi privati di un gruppo imprenditoriale del settore edile. Potremmo chiederci: che garanzie abbiamo che quel partito nel momento di votare per una infrastruttura porta avanti gli interessi del Paese e non quelli del suo finanziatore?
Terzo, perché comunque bisognerebbe disciplinare in modo rigido e dettagliato il finanziamento da parte dei privati, prevedendo una legge sulle lobbies, per esempio, o norme che impediscano pratiche di soft money, ossia di contribuzioni avulse dalla campagna elettorale, ma che in realtà servono proprio alla campagna elettorale facendone lievitare i costi oltre misura. O altri tipi di agevolazioni che nei Paesi dove i finanziamenti pubblici sono scarsi sono invece previste: edifici pubblici a disposizione per le riunioni e gli incontri di campagna elettorale, servizi postali gratuiti e così via. Mi chiedo quanti di coloro che invocano l’abrogazione dei finanziamenti pubblici siano a conoscenza di certe normative.
La realtà è che alla fine quella dei rimborsi elettorali è una prassi che vige un po’ ovunque. Pure negli Stati Uniti, pure in Gran Bretagna, benché in quei Paesi le cifre siano assolutamente marginali rispetto alla raccolta dai privati (e comunque bisogna considerare che i partiti americani non sono strutturati come quelli europei). Anche perché nel momento in cui prendono finanziamenti dallo Stato devono seguire regole ferree.
Concludendo, non sono contrario a priori a finanziamenti pubblici o rimborsi elettorali. Vanno però rispettate alcune condizioni. Per esempio, un tetto alle spese elettorali. Rimborsi effettivi sulla base di quel che è stato speso. Maggiore trasparenza su entrate e spese. Normativa chiara sui ontributi dei privati sopra una certa cifra (per esempio, sopra i cinquemila euro). Strade da percorrere ce ne sono tante. Io escluderei soltanto quella della demagogia, quella che ti fa guadagnare facili e rapidi consensi, destinati però a trasformarsi in problemi nuovi e di difficile soluzione nel mediolungo periodo.

martedì 10 aprile 2012

Un esempio concreto di vera antipolitica

La città in cui vivo ha ottantamila abitanti.
Fra un mese andremo a votare e avremo l’imbarazzo della scelta: undici candidati sindaco e ventiquattro liste.
Tra i candidati sindaci:
il sindaco uscente il cui primo mandato risale a quarant’anni fa (e quando dico quarant’anni fa mi riferisco proprio a quarant’anni fa, al 1972);
un assessore tuttora in carica (non si è dimesso, ma si candida contro il sindaco della giunta di cui fa parte);
l’ex king-maker del sindaco uscente alle elezioni di cinque anni fa (con cui poi ha litigato);
l’ex sindaco che ha preceduto quello attuale e in rotta con la coalizione che lo aveva all’epoca sostenuto;
l’ex assessore del sindaco uscente ed ex vicesindaco del di lui predecessore che però a questa tornata si presenta come nuovo che avanza;
la grillina che fino a un mese fa partecipava ai tavoli del candidato sindaco del centrosinistra e lo difendeva a spada tratta dagli attacchi delle nomenklature;
quello che tutte le volte si candida e mai una volta che sia stato eletto perché arriva sempre ultimo.
Tra i candidati consiglieri:
quello che ha provato a candidarsi sindaco, ma poi si è accorto che non lo filava nessuno e allora si è collegato a un altro e, nel nome del nuovo che vuol cambiare le cose contro la vecchia politica, questo “altro” è l’assessore tuttora in carica che si candida contro il sindaco uscente;
tre parrucchiere che pensavano di firmare per chissà cosa e si son ritrovate candidate a loro insaputa;
qualcuno che non si sa perché si è messo in lista – ed è pure convinto di prender voti –, si vede non aveva altro da fare;
un altro assessore tuttora in carica che però si presenta appoggiando non il sindaco uscente, ma un suo avversario (non il collega di giunta, un altro ancora);
una pletora di figli, nipoti, zii e cugini di candidati sindaci alla ricerca disperata di trentadue nomi da mettere in lista;
il piddino che siccome stavolta non l’hanno candidato allora corre con Rifondazione;
l’ex consigliere comunale dei DS che siccome l’altra volta non l’avevano candidato allora aveva corso con l’Italia dei Valori e oggi si ripresenta in una lista civica senza politici;
l’unica esponente locale dei repubblicani che, siccome devono esserci con il simbolo a sostegno della coalizione, tutte le volte presentano lei all’interno di una lista civica senza politici (e tutte le volte la tizia prende dai dieci ai quindici voti totali).

Sereno è

Ogni volta che un uomo politico viene indagato o finisce coinvolto in qualche maniera in una vicenda giudiziaria dice "sono sereno".
Sarà.
Beato lui.
Per quanto mi riguarda una volta che su questo blogghettino ho ricevuto minaccia di querela per un commento di un lettore mi son cagato sotto. Forse proprio perché ero sicuro di non aver fatto niente di male, ma mi son cagato sotto.
Si vede che non ho la stoffa del politico.

domenica 8 aprile 2012

Una domanda a Luigi Angeletti

Caro Luigi Angeletti,

dunque meglio Berlusconi di Monti. In effetti, lo avevo già immaginato che per voi sindacalisti si stava meglio quando si stava peggio.
Ma a me resta una domanda. Se per voi, all’epoca, “trattare era molto più facile”, perché – invece di aspettare questi qua – non avete fatto in modo di affrontare all’epoca la riforma del mercato del lavoro, partendo dalla lotta alla precarietà, dalla tutela delle finte partite Iva, dall’introduzione di misure che contrastassero la disoccupazione giovanile?

venerdì 6 aprile 2012

Ancora su Di Pietro, l'alleato

In questi giorni l’Italia dei Valori sta presentando due quesiti referendari e una proposta di legge popolare che hanno il medesimo obiettivo: l’abrogazione tout court dei rimborsi elettorali ai partiti.
L’iniziativa dell’IdV si limita ad abrogare tutte le disposizioni di legge sui rimborsi elettorali con la motivazione che “solo in questo modo si potranno avere istituzioni più forti ed efficienti e una rinnovata fiducia da parte dei cittadini”. Fermo restando che i rimborsi elettorali oggi sono scandalosamente troppi e sono mal gestiti da partiti che meriterebbero di non percepire un centesimo che sia uno, rimane da chiedersi come, una volta abrogati, le forze politiche possano fare le loro campagne elettorali e svolgere un’attività efficace senza diventare preda di gruppi di potere e lobbies. Infatti, la petizione non ha una parte costruttiva e quindi, per esempio, non pone vincoli per una maggiore trasparenza sui contributi di privati fino a 50mila euro. Di fatto, abrogando in modo così rozzo i finanziamenti pubblici, si avvantaggerebbero partiti piccoli, personali e poco o niente organizzati sul territorio, ma che magari chiedono quote importante di adesione ai propri eletti; oppure partiti in cui c’è uno che mette mano al portafogli e, avendo tantissimi soldi, finisce per avere un vantaggio competitivo rispetto ad altri concorrenti che non hanno tale possibilità.

Ma ora facciamo un passo indietro perché credo possa essere utile a inquadrare meglio non soltanto la vicenda, ma anche e soprattutto il “metodo Di Pietro”.
Dunque, nelle scorse settimane è iniziato in Commissione Affari Costituzionali l’iter per disciplinare l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, quello che riguarda i partiti politici. Parecchie le proposte sul tavolo: da quella dei radicali a quella della Lega Nord. Più o meno tutte riconoscono che c’è un problema enorme, che i rimborsi elettorali vanno regolamentati, che è necessario fare un’operazione trasparenza sull’attività politica.
Anche l’IdV aveva presentato la sua proposta, primo firmatario il capogruppo Massimo Donadi. Tale testo introduce una (giusta e condivisibile) stretta sull’accesso ai finanziamenti pubblici da parte delle forze politiche, ma non un’abrogazione. Anzi, all’articolo 3 si prevede una delega al Governo per coordinare le norme di legge in materia di rimborsi delle spese elettorali.
Uno dice: vabbè, cambiare idea è sempre possibile.
Già.
Peccato che la proposta sia del 14 febbraio 2012. Un mese e mezzo fa.
Cosa è successo nel frattempo per indurre il partito di Di Pietro a passare da una semplice regolamentazione a un’abrogazione dei finanziamenti pubblici?
E’ successo che il caso Lusi – che il giorno di San Valentino era ancora fresco – è montato parecchio, chiamando in causa tanta gente nota.
E’ successo che pure la Lega Nord è diventata protagonista di uno scandalo analogo.
E’ successo che, appunto, è iniziato un iter legislativo in Parlamento e qualcuno ha bisogno di marcare le differenze e apparire il più puro e duro di tutti.
Ma, soprattutto, è successo che è iniziata la campagna elettorale per le amministrative e c’è la necessità di alzare i toni per conquistare l’uno virgola o il due virgola in più (visto quel che sta succedendo in casa leghista...) da rivendicare al termine dello scrutinio.

E poi so che a pensar male si commette peccato e oggi è pure Venerdì Santo. Però, nel frattempo, anche il PD, primo firmatario Pier Luigi Bersani, ha avanzato la sua proposta. Che è anch’essa molto stringente nelle regole e, di fatto, obbligherebbe un po’ tutti i partiti – a partire da IdV – a modificare i propri statuti per assicurare procedure interne più democratiche e trasparenti. Sbaglierò, ma ho la vaga sensazione che la petizione sia non soltanto figlia della più bassa demagogia elettorale (di questi tempi, vai a dire ai cittadini di abrogare i finanziamenti pubblici ai partiti...), ma anche una contromossa di fronte a proposte che calerebbero come una mannaia su qualche partito che, vigenti certe regole, non avrebbe potuto nemmeno nascere e affermarsi.

giovedì 5 aprile 2012

Di Pietro è meglio perderlo che trovarlo

In campagna elettorale le urla dei leader politici sono inversamente proporzionali al bacino elettorale potenziale dei partiti che essi guidano. Ma, francamente, il comportamento di Antonio Di Pietro in questi ultimi tempi va confermando quanto più volte ho scritto su di lui in giorni meno recenti: è un politico interessato non a governare, non a mandare a casa un presidente del Consiglio incapace e uno stile di governo inadatto, non a fare il bene dell’Italia, ma semplicemente a curare il proprio orticello elettorale, quella rendita di posizione che gli garantisce qualche seggio in Parlamento e un po’ di visibilità sui media. Paradossalmente, quel che sta facendo Di Pietro è quanto di più vicino al core business della casta politicante che a parole lui combatte. Che poi lo faccia nel nome dei “valori” e dei problemi reali è soltanto segno di spregiudicatezza politica.
Proprio in questi giorni stiamo vedendo cosa può fare un sano riformismo. Di quello che magari non ecciterà le folle plaudenti, ma che qualche risultato in genere lo porta. Magari piccolo, di certo anche un po’ pasticciato, con tanti punti critici e qualche incoerenza, ma sempre meglio del niente che si otterrebbe soltanto a far la voce grossa per far bella figura di fronte ai propri elettori.
Chissà come sarebbe andata se anche l’Italia dei Valori avesse appoggiato il governo Monti, come aveva promesso di fare inizialmente, e si fosse mossa in sintonia con il Partito Democratico sulla battaglia per l’articolo 18: sicuri che il compromesso finale non sarebbe stato migliore o che, putacaso, i precari non sarebbero stati tutelati un po’ di più?
Sia ben chiara una cosa però. A questo punto, sarebbe ingeneroso accusare Bersani di inciuciare con Casini o Alfano. E’ Di Pietro che rinuncia a sviluppare la foto di Vasto.

mercoledì 4 aprile 2012

Storace ha detto

Da dieci anni siamo antifascisti? Non me ne ero accorto
L’Unità, 29.11.2003, pagina 6

Sul fascismo bisognerebbe sviluppare una riflessione più approfondita che in questo momento non abbiamo il tempo di fare. Lo faremo un’altra volta
Corriere della Sera, 06.03.2004, pagina 13

Va all’asta il più importante documento di storia economica fascista, atto fondativo dell’autarchia. Si tratta del piano regolatore della nuova economia italiana secondo il manoscritto autografo di Benito Mussolini
www.storace.it, post dell’11.12.2007

Perché bisogna parlare di fascismo col paraocchi? Certo, condanno le leggi razziali e la vocazione totalitaria
Il Tempo, 01.04.2008, pagina 9

Camerati, facciamo fare un bel pezzo di colore al giornalismo antifascista, cantiamo: Duce, duce, chi non saprà morir
Corriere della Sera, 05.04.2008, pagina 12

E’ finito il dopoguerra nella coscienza popolare. La campagna su antifascismo ed ebrei ha fatto sbadigliare la gente
La Repubblica, 29.04.2008, pagina 4

Non ho problemi a rispettare questa Costituzione. Tra l’altro non compare la parola Resistenza
La Repubblica, 11.09.2008, pagina 2

Se l’antifascismo è stato macchiato dal sangue, come si fa ad elevarlo a valore?
Il Tempo, 16.09.2008, pagina 10

In questo Paese è più facile cancellare l’ergastolo a delinquenti pluriomicidi che riconoscere tutela sociale a chi oltre sessant’anni fa ha combattuto dalla parte che a Gianfranco Fini non piace più da qualche tempo
www.storace.it, post del 27.04.2009

Mi basta negare che il fascismo sia stato il male assoluto. Una cretinata del genere la lascio volentieri a Gianfranco Fini
Panorama, 11.11.2010, pagina 45

Almirante meriterebbe di entrare nella galleria dei padri della patria
Il Riformista, 12.02.2011, pagina 4

Quando muore una persona un credente prega. Ma non è obbligatorio piangere se si tratta di un assassino. E per Bentivegna non verso neppure una lacrima
Facebook, 3 aprile 2012

martedì 3 aprile 2012

Un colloquio di lavoro nell'era della riforma (o: "della flessibilità in entrata")

A febbraio vado da un mio cliente per il mio lavoro. A un certo punto, lui mi interrompe e mi fa:
“Senti, siccome ci piace il modo in cui tu interpreti il ruolo commerciale, che ne diresti di venire a lavorare da noi? Sai, noi cerchiamo un senior, un commerciale già esperto che potrebbe entrare in azienda e dare un valore aggiunto. Troveresti un ambiente bla bla bla eccetera eccetera le cose che si dicono in questi casi”.
“Beh, bla bla bla eccetera eccetera le cose che si dicono in questi casi e fatemi una proposta, poi vediamo”

Ci rivediamo la settimana successiva.
“Dunque, tu ci hai detto che guadagni X. Noi proponiamo X + 200 euro mensili + i soliti premi che hai preso fino ad oggi in base al fatturato + 200 euro di rimborso spese a prescindere da quanti chilometri farai”.
“Ok, ci penso e vi faccio sapere”.

Ci rivediamo ieri.
“Beh, volevo capire meglio una cosa... ma 200 euro di rimborso mensili... devo utilizzare la mia automobile, dunque?”
“Certo!”
“Il telefono cellulare è aziendale, perlomeno?”
“A-ehm... in effetti, non era previsto... comunque, beh, ecco... se proprio deve essere... d’accordo, possiamo anche prevedere il telefono”.
“Considerate che 200 euro per uno che, come me, ha un’auto a GPL, sono nemmeno mille chilometri al mese sulla base delle tabelle ACI sui rimborsi chilometrici. Insomma, pensavo per il fatturato che mi richiedete di fare, di viaggiare un bel po’ di più. E considerato che per i primi sei o sette mesi non vedrò premi sul fatturato, insomma capite bene anche voi che non è molto conveniente: di fatto, il guadagno in più mensile me lo mangio in chilometri di viaggi di lavoro e spese autostradali e panini all’ora di pranzo se sarò fuori zona e dovrò fermarmi a mangiare in un bar”.
“Come non è conveniente? Guarda che qui 300mila euro si fanno in pochi mesi... La nostra azienda su 10 trattative ne porta a casa 9!”
“Sì, d’accordo, ma in base alla proposta che mi avete fatto intanto devo arrivare a quella cifra prima di prendere un euro di premi. Diciamo che, almeno per il 2012, considerato che fino a giugno con voi non batterei chiodo, dovreste venirmi incontro sui rimborsi spese; poi, il prossimo anno, ne riparliamo: nel 2013 conto di prendere un bel po’ di premi e il discorso del rimborso spese magari mi passa in secondo piano”.
“Uhm... vediamo... ah, dimenticavo: si fa un contratto a tempo determinato per sei mesi!”
“Capisco. Ricapitolando: io dovrei passare da un contratto a tempo indeterminato in cui prendo X e in cui giro con automobile aziendale a un contratto a tempo determinato in cui prendo X+200 euro+200 di rimborso spese girando però con la mia auto. Abbiate pazienza, ma non vedo una grande convenienza!”
“Eh, ma noi stiamo facendo una grande eccezione per te. Sai, qui sono tutti contratti a progetto rinnovati di volta in volta e al commerciale son tutti agenti a provvigione. Tu saresti l’unico a entrare qui con un contratto di assunzione, se poi dovessimo fartelo anche a tempo indeterminato capisci che per noi sarebbe davvero troppo. Ce li dai sei mesi di tempo per valutarti?”
“Certo. Ma siete stati voi a cercarmi, non io!”
“Noi stiamo scommettendo su di te, assumendoti”
“Anch’io scommetto su di voi licenziandomi da dove sono attualmente”
“Rimarrei molto deluso se tu dovessi dirci di no soltanto perché ti proponiamo un contratto a tempo determinato anziché indeterminato”.
“D’accordo, ci penso e vi faccio sapere”.

lunedì 2 aprile 2012

Figurine / 2

In questi giorni ho letto un po' di cose sulle recenti esternazioni di Massimo Calearo (magari poteva dirlo subito che pochi giorni fa gli è morta la moglie, avremmo fatto la tara a certe cazzate che ha detto) e sulla reazione di Walter Veltroni.
In tanti se la prendono con l'ex segretario pd per aver candidato l'imprenditore veneto. Dicono che doveva immaginarselo perché persona molto lontana dalla sinistra, che non è vero che sembrava diverso eccetera eccetera eccetera.
Io dico che Calearo rientrava in quella strategia delle figurine di cui parlavo giorni fa. Figurine diverse dall'immaginario tipico della sinistra, per certi aspetti anche segno di coraggio per chi ha optato per quelle anziché altre, ma sempre di figurine si tratta. E, per non smentirsi, anche in questo caso figurine che si sono tramutate in figuracce.
La politica, invece, ha bisogno di sostanza.

domenica 1 aprile 2012

So far, so close / 2

"A sollevare il velo ci ha pensato Paolo Cirino Pomicino che in fondo è il vero regista del prossimo sbarco di Monti a Palazzo Chigi: 'il professore? E' stato il mio principale collaboratore fra il 1989 e il 1992, quando ero ministro del bilancio del governo di Giulio Andreotti'. (Monti) stava in tre commissioni di rilievo, quella sul debito pubblico, quella sulla spesa pubblica e nel comitato scientifico della programmazione economica (...) Il debito pubblico al momento dell'insediamento di Cirino Pomicino e del professor Monti al ministero del bilancio ammontava a 553 miliardi, 140 milioni e 900 mila euro attualizzati ad oggi. Quando entrambi hanno finito il lavoro nel giugno del 1992 il debito pubblico italiano era salito alla cifra di 799 miliardi, 500 milioni e 700 mila euro".

"Di chi stiamo parlando? 'Il mio principale collaboratore fra il 1989 e il 1992, quando ero ministro del Bilancio del governo di Giulio Andreotti', parole di Cirino Pomicino. Miste X era presente nelle commissioni del debito pubblico, della spesa pubblica e nel comitato scientifico della programmazione economica. Nel 1989 il debito pubblico, prima di Pomicino e Mister X, era di circa 553 miliardi di euro attualizzati ad oggi. Nel 1992 era di 799 miliardi. Un incremento di 246 miliardi. Una crescita del 44,53%. Nel 1989 la spesa pubblica era circa 254 miliardi. Nel 1992 di 371 miliardi, in crescita di 116 miliardi, più 45,90%. Uno dei peggiori risultati economici di un governo della Repubblica Italiana. Poco dopo arrivò Amato che dichiarò che per non fallire era necessaria una manovra da 103.000 miliardi di lire con l'ICI e il prelievo dai conti correnti".

Individuare quale dei due brani sopra citati, uno pubblicato il 13 novembre 2011 e l'altro oggi, è stato scritto da Franco Bechis su Libero e quale da Beppe Grillo sul suo blog.