giovedì 31 maggio 2012

Berlusconi preso sul serio (di nuovo, sì!)

Credo sia giusto tornare per un attimo alla questione del semipresidenzialismo. E a Berlusconi preso sul serio.
Sul Corriere della Sera di ieri Angelino Alfano interviene con un lungo articolo per ribadire le sue ragioni. Peccato che esse siano basate su false rappresentazioni della realtà.
Vediamole.

Vi sono democrazie della decisione, come la Francia, dove la sera delle elezioni presidenziali i cittadini sanno chi guiderà il Paese nel successivo quinquennio”.
Potremmo ribattere che la sera del 14 aprile 2008 anche i cittadini italiani sapevano chi avrebbe guidato il Paese; nel 2006 ci volle qualche ora di più, ma nel 2001 la sera stessa della chiusura delle urne sapevamo chi aveva vinto e chi aveva perso e così pure nel 1996. Se poi chi ha vinto non dura cinque anni perché la coalizione è litigiosa o perché fa più pasticci che buone azioni, non è colpa della forma di governo. Al limite, della legge elettorale: e quella attualmente in vigore è stata votata, tra gli altri, dallo stesso Alfano.

Se si guarda all’esempio francese, si comprende come solo l’abbinamento al doppio turno dell’elezione diretta del presidente della Repubblica garantisca un esito certamente bipolare e insieme la certezza di non produrre, in nessun caso, il blocco delle istituzioni”.
E perché mai? Al limite, potrà forse – e ripeto: “forse” – essere il contrario. Ossia, è il semipresidenzialismo che si abbina perfettamente a una legge maggioritaria a doppio turno: la Francia ha avuto il suo periodo proporzionale, quando il presidente Mitterrand pensava di scampare a una sconfitta elettorale (e pensava male), e ogni tanto il dibattito torna in auge, ma in linea di massima il sistema regge meglio con un maggioritario. La conferma la avremo fra un paio di settimane, per le elezioni politiche: vedere il risultato che otterrà il Front National per credere. Ma un esito simile i francesi potrebbero ottenerlo con un proporzionale con collegi uninominali alla spagnola e soglia di sbarramento.
Il maggioritario, a turno unico o con ballottaggio, va bene in qualsiasi forma di governo: Regno Unito insegna.
Inoltre, la certezza di non produrre blocco delle istituzioni non si ha grazie a una legge elettorale (che, se incide, incide in negativo e non in positivo), ma casomai in virtù di un’adeguata descrizione di chi fa cosa e perché, con tutti i pesi e contrappesi necessari. Parte che non è prevista nel progetto del PdL.

Le proposte ci sono, i tempi anche. Se fossimo d’accordo e approvassimo, in prima lettura, la riforma al Senato e alla Camera entro i primi di agosto, potremmo giungere entro ottobre al varo definitivo. Resterebbero tre mesi per mettere a punto la legge elettorale e le norme attuative di dettaglio. Con una disposizione transitoria (come è sempre accaduto per i più significativi interventi sulla Costituzione) si potrebbero svolgere le prime elezioni presidenziali dirette della Repubblica italiana entro marzo e le successive elezioni politiche nel mese di aprile”.
Questo scenario, intanto, prevede di concentrarsi solo ed esclusivamente sull’elezione del presidente, senza tener conto dei contrappesi, delle competenze e dei rapporti con il potere legislativo, con il governo e con la magistratura, aspetti invece fondamentali. E sarei curioso di vederlo il nuovo presidente alla prima seduta del CSM a invocare la propria legittimazione popolare, tanto per dirne una.
Comunque, andiamo avanti e facciamo finta che tutto va ben. Come ha dimostrato Marco Bertoncini su un giornale certo non ostile al centrodestra come Italia Oggi, affinché il percorso a tappe forzate illustrato da Alfano venga rispettato bisognerebbe che in questo momento gli sherpa della maggioranza – di tutta la maggioranza, perché sennò col cavolo che approvi la riforma nei tempi giusti e senza andare a referendum confermativo – fossero già al lavoro e pure a buon punto del lavoro. Cosa che non è.

Insomma, chi invoca di vedere le carte stavolta è particolarmente ingenuo. O forse lo chiede pensando ad altro.

Salutiamo con affetto i cronisti giudiziari italiani

Claudio Cerasa, blogger fogliante, ironizza sulla magistratura dopo alcune assoluzioni celebri.
Io dico che invece questo è un segno del buon funzionamento di questo potere in Italia e del garantismo presente nel nostro ordinamento. I giudici non sono lì né per confermare le ipotesi di lavoro dei pubblici ministeri, né per soddisfare i desideri di giustizia - talvolta sommaria - dei parenti delle vittime o di una opinione pubblica assetata di scandali. I giudici sono lì per fare giustizia. E il fatto che le loro sentenze talvolta vadano contro le richieste dei procuratori conferma che non c'è quella collusione nei tribunali che qualcuno vorrebbe farci credere. Insomma, sarebbe ora di finirla con questa storia per cui - a dar retta a certi politici e a certi giornali - se un tizio famoso viene condannato è la prova che pm e giudici se la intendono e se un tizio famoso viene assolto allora la magistratura italiana è malata. 
Io rovescerei il discorso di Cerasa e direi: salutiamo con affetto la cronaca giudiziaria dei giornali italiani. Che in tanti, troppi, casi famosi ha dato pessima prova di sé. Pronta a pubblicare stralci di intercettazioni che non c'entrano una beata cippa con i reati contestati, pronta a scavare nel privato di uomini e - soprattutto - donne alla ricerca del particolare pruriginoso che fa vendere qualche copia in più, pronta ad abbandonare il garantismo e a colpevolizzare qualcuno se la vicenda "tira" o se fa comodo a una parte politica e sempre indietro nel riferire quali sono i veri problemi con cui si confrontano tribunali e procure d'Italia ogni giorno.

mercoledì 30 maggio 2012

Parate arcaiche e sparate demagogiche

Le uniche parate sobrie che abbia mai visto sono state quelle di Dino Zoff”: battuta di Antonio Barbato, ripresa da Sandro Gilioli, che condivido.
Le parate militari non mi piacciono, sono un rito di un’altra epoca, di quando l’esibizione delle armi – “otto milioni di baionette!” – misurava la potenza di una nazione o di quando il blocco occidentale e il blocco orientale dovevano far vedere chi ce l’aveva più lungo e duro: visti i tempi, forse sarebbe più adeguato sfilassero gli operatori di borsa.
Del resto, il nostro è, per Costituzione, un Paese che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e il ruolo dell’esercito è completamente diverso da quello che potevano immaginare nel 1948, quando si svolse la prima di queste parate. E poco importa se alla sfilata partecipano anche i vigili del fuoco, la polizia municipale e la Croce rossa: ci sono altri modi con cui si può celebrare l’impegno di questi corpi, armati o non armati, e istituzioni.
Ciò premesso, tre brevi considerazioni a margine.
Il primo è che il dibattito è nato perché c’è stato il terremoto e, in modo demagogico e parecchio superficiale, si vorrebbe che venissero dirottati in Emilia i denari, in realtà già quasi tutti spesi, destinati al corteo: se la parata è giusto farla, è giusto farla a prescindere da un terremoto avvenuto pochi giorni prima (se fosse stato due settimane o un mese prima sarebbe cambiato qualcosa?); se non è giusto, non va fatta anche se non ci sono terremoti. A meno di non essere organizzati ancora come nel 1976, quando Forlani rinunciò alla vetrina dei carri armati per mandare i soldati tra le macerie del Friuli.
Il secondo aspetto è che quando si fanno queste proposte ci sono poi i malati di ideologismo che approfittano per rilanciare su altre feste: e allora niente 25 aprile (o niente Primo Maggio), dicono. Come se il 2 giugno fosse la festa non della Repubblica, ma delle forze armate e di chi veste una divisa con i gradi. Quando leggo certe controproposte, mi chiedo se in Italia sia ancora possibile ragionare in modo sereno sulle ricorrenze laiche che stanno alla base del nostro stare insieme.
Terzo e ultimo aspetto. Non vorrei che, con tutta questa discussione, poi ci fossero i soliti cretini che sabato prossimo troveranno modo di far cagnara sul corteo, magari contestando il Capo dello Stato. Cretini, sì, perché non soltanto farebbero pessimo servizio alla loro causa, ma, così facendo, contesterebbero non tanto la parata, quanto la Repubblica che dovrebbe essere festeggiata.

martedì 29 maggio 2012

Civati e la premiership

Oggi avrebbe dovuto esserci la direzionale nazionale del Partito Democratico, poi rinviata (opportunamente) a causa del terremoto.
Pippo Civati avrebbe presentato un ordine del giorno in tre punti. Mentre condivido i primi due, ho parecchie perplessità sul terzo.
Sono d’accordo, dunque, sulla richiesta di primarie per i candidati al Parlamento: soprattutto se si andrà a votare con il porcellum (è a liste bloccate) o con il doppio turno (è un sistema maggioritario).
E sono d’accordo anche sul limite dei tre mandati pieni stabilito per tutti senza deroghe: si salverebbero Bersani, Letta e Franceschini, ma andrebbero a casa (tra gli altri) Livia Turco, Rosy Bindi, Pierluigi Castagnetti, Furio Colombo, Massimo D’Alema, Giuseppe Fioroni, Giovanna Melandri, Arturo Parisi, Antonello Soro, Ugo Sposetti, Walter Veltroni, Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Marco Follini, Mariapia Garavaglia e Tiziano Treu. Aria nuova. Sempre che agli originali non si sostituiscano i cloni, ma le primarie si spera ci siano anche per questo.
Infine, il punto 3. Il più controverso perché chiede primarie aperte per la premiership (che premiership non è, soltanto un candidato presidente del Consiglio, ma tant'è). E qui sarebbe da fare una bella riflessione. Bersani è stato eletto tre anni fa, il suo mandato dura quattro anni, si sapeva già nel 2009 che nel 2013 ci sarebbero state le elezioni e lo statuto del PD dice chiaro e tondo che il candidato premier in primarie di coalizione è il segretario nazionale. Per cui, chiamiamo le cose con il loro nome: ciò che si vuole con quest’ultimo punto non sono le primarie per la premiership, ma le primarie per il segretario del partito. Legittimo, per carità, e se fossi in Bersani accetterei tranquillamente la sfida perché ho la sensazione che i competitors siano più rumorosi che numerosi (Renzi) o più attenti a talune questioni concrete che a fare i candidati premier (Civati). Ma possibile che da quelle parti non si riesca mai a puntare su una leadership senza sentirsi in dovere di metterla in discussione a prescindere non appena essa deve essere esercitata? 

lunedì 28 maggio 2012

Tra Vendola e Casini

In questo blog mi sono reso conto che ho dedicato parecchi post al Partito Democratico, al Movimento 5 Stelle, alla Lega Nord, al Popolo della Libertà, all’Italia dei Valori.
Ho sempre scritto poco di UdC e SEL.
Ecco, anche ora: gli altri partiti mi viene da chiamarli per nome esteso, questi due soltanto con la sigla.
E’ che si tratta di forze politiche che, nella loro diversità, mi dicono poco o niente.
D’accordo, dell’UdC posso apprezzare un certo senso di responsabilità che, talvolta, è stato addirittura fondamentale in questi mesi di governo tecnico. E di SEL come potrei non riconoscere la capacità di avere quei colpi d’ala che ogni tanto gli fanno tirar fuori un candidato sindaco interessante?
Ma, diciamolo, di cosa sanno questi partiti?
Chi parlerebbe di SEL se Vendola non fosse presidente di Regione e narrasse alla sua maniera? Chi si occuperebbe dell’UdC se non ci fosse Casini così bravo a tesaurizzare la visibilità conquistata ai tempi in cui stava con Berlusconi?
Almeno la metà degli articoli di giornale che parlano di loro muove attorno all’intervista (e alle successive reazioni) a questo o quell’esponente piddino che chiede un’alleanza con gli uni o con gli altri.
SEL è all’opposizione, ma sembra starci quasi più per marcare il territorio che non per convinzione. Vuole l’acqua pubblica e tante belle cose di sinistra-sinistra classica, ma poi lo sappiamo che se un domani dovesse andare al governo con il PD non farebbe casino come lo farebbero i cugini rifondaroli, duri e puri: al limite parteciperebbe alle manifestazioni antigovernative il sabato per poi votare a favore il lunedì. E i vendoliani nemmeno sarebbero rigidi come i dipietristi sulle questioni che tanto piacciono ai teorici della Casta. Oppure come quando chiedono una patrimoniale da duecento miliardi di euro: lo percepisci che sì, la chiedono, ma più per non perdere voti a sinistra che non per convinzione intima, forse nemmeno loro ci credono. Come quei cagnolini che abbaiano, ma senza avere il fisico per andare oltre.
E l’UdC? L’UdC per certi aspetti è speculare. E’ al governo, ma sembra starci quasi più per curare la sua poltronite cronica – cinque anni e mezzo stando all’opposizione per questi qua sono francamente troppi – che altro. La sua identità è definita soprattutto sul cemento e sulla fedeltà ai valori vaticani (non ho scritto cristiani, ho scritto vaticani). Sul resto, sappiamo che nel nome di un accordo di maggioranza è disposta ad accettare quasi tutto e a rinunciare a quasi tutto. Ma se Montezemolo domani si presentasse alle elezioni con un suo partito, gli porterebbe via l’80% dei voti arrivando dove Casini se lo sogna di arrivare: e un motivo ci sarà.
Entrambi i partiti hanno avuto il loro momento di gloria, ma ora cosa sono, dove vanno, cosa vogliono? Io faccio fatica a capirlo, ma è sicuramente colpa mia.

domenica 27 maggio 2012

Sul semipresidenzialismo e su altri modelli costituzionali

Non sono contrario a prescindere al semipresidenzialismo alla francese. Nemmeno sono favorevole ad esso a prescindere. Diciamo che sono laico su quel modello, come sugli altri, e spiego perché.
Non esiste la forma di governo perfetta, così come non esiste la legge elettorale perfetta. La Germania ha una forma di governo parlamentare e una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento, la Francia ha una forma di governo a metà tra il parlamentare e il presidenziale e una legge elettorale maggioritaria a doppio turno, il Regno Unito ha una forma di governo parlamentare e un maggioritario puro e gli Stati Uniti una forma di governo presidenziale e un maggioritario puro. Quattro Paesi, tre forme di governo differenti, tre sistemi elettorali diversi. Eppure sono quattro Paesi che spesso indichiamo tutti come buoni esempi, in cui chi vince le elezioni può governare per un’intera legislatura e c’è stabilità istituzionale. Questo significa che forma di governo e sistema elettorale incidono sì, ma fino a un certo punto. La vera differenza la fanno altri dispositivi costituzionali o una certa prassi nei rapporti politici.
In Italia spesso il dibattito si concentra sul modello – il tedesco, il francese, lo spagnolo, l’ungherese – e, quel che è peggio, sulla superficie di quel modello.
In linea teorica, se il problema italiano è quello della governabilità e della stabilità basterebbe poco per risolverlo.
Faccio un esempio prendendo a pretesto una delle legislature più controverse, quella del 2006-2008.
Mettiamo il caso che in quel periodo fosse stato vigente l’istituto della sfiducia costruttiva. Ossia, quel meccanismo in base al quale per sfiduciare il governo il Parlamento deve contemporaneamente formare un’altra maggioranza o indicare un altro esecutivo. Per introdurlo sarebbe stato sufficiente modificare tre commi all’articolo 94 della Costituzione. Molto probabilmente – pure con il porcellum, anzi: soprattutto con il porcellum, visto che in Italia il Governo deve avere la fiducia di due Camere – la storia della legislatura 2006-2008 sarebbe stata parecchio diversa. Perché l’ultimo dei senatori eletti in capo al mondo non avrebbe avuto il potere di ricatto, perché non avremmo vissuto uno psicodramma governativo ogni volta che Turigliatto annunciava voto contrario al rifinanziamento delle missioni all’estero, perché Willer Bordon e Lamberto Dini ci avrebbero pensato dieci volte prima di cambiare schieramento. E’ possibile che ora non staremmo a leggere editoriali in cui Travaglio rinfaccia al PD di non aver legiferato sul conflitto d’interessi (e se li scrivesse, lo farebbe a ragione) e forse con la spending review saremmo partiti due o tre anni prima.
Ma, anche senza sfiducia costruttiva, quella legislatura avrebbe potuto essere diversa semplicemente con una legge maggioritaria a doppio turno (senza scorpori, senza coalizioni forzate e senza meccanismi che annacquano tale sistema elettorale), ossia evitando di toccare anche un solo comma della Costituzione. In quel caso, infatti, difficilmente uno come Turigliatto sarebbe entrato in Parlamento, mentre chi cambiò schieramento in corso d’opera forse ci avrebbe pensato non dieci, ma cento volte prima di attuarlo sapendo che poi – per essere rieletto – avrebbe dovuto sottoporsi al giudizio degli elettori.
Tuttavia, in entrambi i casi – doppio turno e sfiducia costruttiva – ho usato il condizionale. Perché poi vai a sapere te come si evolve il quadro politico, la contrapposizione in Parlamento, l’evoluzione di uno o più partiti.
Quel che è bene sapere è che non soltanto non esiste il modello perfetto (altrimenti, lo avrebbero adottato tutti), ma il segreto del funzionamento di un sistema istituzionale spesso si nasconde nei dettagli, nelle modalità di attuazione di un sistema: ossia, proprio quello che nel dibattito politico-giornalistico italiano viene spesso ignorato. Il tanto decantato sistema francese è stato modificato dopo cinquant’anni perché c’era qualcosa che non tornava e ancora oggi da quelle parti si chiedono se non sia il caso di modificarlo ulteriormente.

sabato 26 maggio 2012

Piccolo è bello

Piccolo è bello? Ma neanche per idea! Le maggior parte delle piccole aziende italiane è come se fossero rimaste ferme ai tempi dei televisori a tubo catodico in bianco e nero e non vogliono mettersi in testa che se non passano al maxischermo piatto LED 3D chiudono in una settimana. Ogni azienda dovrebbe avere almeno una persona che, a tempo pieno, segue i processi di innovazione e di ricerca e sviluppo: me lo dici come può una ditta di dieci o dodici dipendenti permettersi una cosa del genere? Non può. Per questo dico che piccolo non è affatto bello!

E’ il sunto di un lungo pippone che mi ha fatto ieri un mio cliente (come siamo entrati nel discorso? Ah sì, era tornato da un convegno a Napoli). Niente di nuovo, per carità. Ma lo scrivo perché rinfrescare la memoria fa sempre bene, soprattutto in tempi in cui movimenti politici e correnti di pensiero emergenti chiedono decrescita felice, uscita dall’euro e altre amenità.

venerdì 25 maggio 2012

Si fa presto a dire "presidenzialismo alla francese"

No, dico: vogliamo provare a prendere sul serio Berlusconi quando chiede il sistema semipresidenziale alla francese?
Se sì, bisogna rispondere innanzitutto ad alcune domande:
  • sistema elettorale per l’elezione del Presidente: turno unico o doppio turno con ballottaggio? Elezione diretta come in Francia o elezione di grandi elettori come negli Stati Uniti?
  • durata del mandato: quattro anni, cinque, sette?
  • attribuzioni del Presidente della Repubblica relativamente ai rapporti con il Parlamento: iniziativa di legge, promulgazione delle leggi, potere di rinvio al Parlamento, proposta di referendum su disegni di legge ritenuti particolarmente importanti, scioglimento del Parlamento e così via.
  • attribuzioni del Presidente della Repubblica relativamente al consiglio dei ministri: poteri di nomina delle varie cariche non ministeriali, poteri del presidente del Consiglio dei ministri e così via.
  • rapporti tra Governo e Parlamento: se si passa al sistema presidenziale, la separazione dei poteri deve essere più marcata e quindi i ministri possono essere membri del Parlamento oppure no? Se no, quali sono le incompatibilità una volta terminato il mandato governativo? Viene introdotta, come in Francia, la riserva di legge?
  • rapporti tra Presidente della Repubblica e Magistratura.
Così, a naso, devono essere abrogati e riscritti completamente – come minimo e mi tengo molto basso – ventisei articoli della Costituzione (l’art. 64 co. 3, gli artt. 70-81, 83-90, 92-96), e modificati altri cinque (il 99, il 100, il 104, il 134 e il 135).
Poiché:
  • ogni legge di revisione costituzionale ha bisogno di due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi e a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione;
  • oltre alle norme costituzionali dovranno essere emanate anche tutta una serie di norme di attuazione (per esempio, per l’elezione stessa del presidente: sistema elettorale, suddivisione dei collegi, regolamentazione...);
la domanda sorge spontanea: se Berlusconi quando ha avanzato la sua proposta era davvero convinto di quel che stava dicendo, qualcuno l’ha avvertito che tutto ‘sto lavoro andrebbe fatto entro i dieci mesi (conteggiando pure agosto) che mancano alla scadenza della legislatura e del mandato dell’attuale Capo dello Stato?


EDIT: ringrazio Philip Michael Santore per aver linkato la proposta berlusconiana, che conferma quanto le domande che io ho posto non sono state affrontate se non in minima parte: quel che ne verrebbe fuori non sarebbe il semipresidenzialismo alla francese, ma soltanto l'elezione diretta di un presidente della Repubblica che andrebbe a presiedere le riunioni del Consiglio dei ministri. Un pasticcio epocale, di quelli che si potrebbe provare nostalgia per gli altri pasticci epocali combinati fino ad oggi dalla premiata ditta Berlusconi & c.

La solita genialata piddina

Me ne aveva parlato entusiasta l’altra sera un amico con precedenti nel Partito Democratico locale, ma pensavo fosse una boutade delle sue (ogni tanto ne ha). Poi ho letto Ciwati e pure lui ne parla come di ipotesi di lavoro, avanzata da quello che aveva detto che andava in Africa, mentre ieri nel retroscena su Repubblica verrebbe (il condizionale è d’obbligo, quando si ha a che fare con i retroscena giornalistici) benedetta addirittura da Bersani e su Affari Italiani si ribadisce il concetto attribuendone però la regia a quello che va in barca, l’avversario di quello che voleva andare in Africa.
Insomma, l’idea per le prossime elezioni politiche sarebbe quella di affiancare al PD una lista civica nazionale che possa attrarre voti moderati e delusi puntando sull'etica e su personaggi provenienti dalla società civile.
Una genialata degna di chi insegue più le mode passeggere o i tatticismi che il rapporto con gli italiani.
Io la trovo sbagliata per almeno tre motivi: uno di tipo ideologico / politico; uno di tipo concettuale; uno di tipo strategico-elettorale.
E’ un errore di tipo ideologico / politico perché affiancare una lista civica di quel genere al PD significherebbe annientare l’idea originaria del PD stesso, sarebbe come certificare la sua morte. Alcuni giorni fa io stesso ho scritto che il PD sta fallendo la missione per cui era nato, quella di unire i riformismi, di essere punto di riferimento per tutta quella parte di elettorato che si riconosce in un’idea di Paese e in una concezione di politica e di partecipazione democratica. Se la mia analisi è giusta, la conseguenza non è quella di continuare a vivacchiare delegando ad altri il raggiungimento degli obiettivi propri: o ti sciogli o cambi te stesso. Che poi: l'etica pubblica non dovrebbe essere un pilastro del PD? Dare spazio a volti della società civile anziché ai soliti nomi della politica non dovrebbe essere una strategia perseguita dal PD?
La genialata è poi un errore di tipo concettuale perché non puoi formare una lista del genere prima ancora di sapere che legge elettorale ci sarà.
Infine, è un errore di tipo strategico-elettorale perché le liste civiche nascono con altri obiettivi. Nell’ultima tornata delle amministrative esse hanno attratto molti voti di protesta verso i partiti, ma il segreto della loro affermazione sta nel candidare persone conosciute sul territorio. Il giochino funziona a livello comunale e provinciale perché si presentano tante liste e tanti cittadini, ognuno di loro si muove per raccogliere preferenze e, in una consultazione locale che spesso va oltre le ideologie e permette anche il voto disgiunto, può succedere che Tizio, che pure non voterebbe mai una coalizione o una lista, stavolta la vota perché c’è il vicino di casa e siccome Tizio stesso non vuole che quella strada nuova che vogliono costruire passi proprio dove ha fatto l’orto, allora...

Personalmente, non vedo grande differenza tra chi chiede di allearsi con l’UdC, chi chiede più sinistra e chi chiede liste civiche in appoggio al PD. Sono tutti e tre modi di scansare il problema reale. Che non ha a che fare con le alleanze, né con le alchimie elettorali, ma con un certo modo di fare e intendere la politica.
Se il PD vuole vincere le prossime elezioni politiche non deve inventare chissà che cosa. E’ sufficiente che inizi a rinnovare il proprio gruppo dirigente (e ha uno strumento potente a disposizione: le primarie), che chiarisca meglio agli italiani le proprie proposte (leha, le ha...) e che sia più attento a certe questioni che hanno a che fare con l’etica pubblica e la trasparenza. Se questo è considerato troppo, se questo è ritenuto impossibile, è inutile anche inventarsi liste civiche e c’è una ragione in più per andare a far del bene in Africa o farsi il giro del mondo in barca a vela (e rimanendo in pieno Oceano il più tempo possibile).

giovedì 24 maggio 2012

Fenomenologia della scorta al politico

1
“...e pertanto, visti i motivi sopra indicati, con la presente si richiede con urgenza la messa a mia disposizione di una scorta. Cordiali saluti, onorevole Vattelapesca. Dottore, questa è la cinquantatreesima missiva che l’onorevole Vattelapesca ci invia per farci la solita richiesta di avere delle guardie del corpo! Che dobbiamo fare?”
“Ma gli estremi per concedere la scorta ci sono, sì o no?”
“Ni. Diciamo che potrebbe farne a meno, ma che insomma per la posizione che ha alla Camera...”
“E va bene, concediamogliela! Che palle, questi parlamentari!”

“Uè, Vattelapé... ci hai la scorta pure te, eh?”
“Già. Ma io mica l’ho richiesta, sai? Me l’hanno data per i miei alti incarichi! Io mica la volevo, me pareva ‘na cosa, sai? Io so’ abbituato a stare a contatto co’ la ggente e avere quest’impiccio nun me piace gnente. Però ce l’ho, e me la tengo... eh, che vòi fa? A proposito, a proposito: Ciccio, viè qua...”
“Onorevole, non mi chiamo Ciccio. Sono il tenente Rossi”
“Eeeh, guagliò... a me piace stare in confidenza! Senti, vammi a comprare il pane! Nu filoncino da mezzo chilo, di quello integrale che piace tanto alla mia signora”
“Er... Va bene, onorevole. Ma noi avremmo il dovere di stare al suo fianco per proteggerla... potrebbe succedere qualcosa proprio mentre siamo in negozio”.
“Eeeeh, che vuoi che succeda?”
“D’accordo... Ehm, i soldi?”
“I soldi, i soldi... poi li mettiamo in rimborso spese, eh?”

“Ehi, hai visto? L’onorevole Vattelapesca... come tratta gli uomini della scorta. Pensa, quello è addirittura un graduato e lui gli fa fare la spesa!”
“Ma cosa dici mai?”
“Sì, è venuto da me e ha comprato mezzo chilo di pane. E poi l’ho visto quando usciva e saliva in auto, dava il sacchetto all’onorevole”.
“Che schifo!”
“Sì, un vero schifo!”

2
“Onorevole Pinco Pallo, l’abbiamo convocata perché a seguito di intercettazioni ambientali e indagini svolte sul territorio ci siamo resi conto che lei è un obiettivo sensibile”
“Un ...che?”
“Un obiettivo sensibile. Vede, non vorrei spaventarla, ma lei potrebbe essere oggetto non dico di un attentato, ma di azioni che potrebbero avere ripercussioni sulla sua incolumità fisica. Per il ruolo che ricopre nelle istituzioni, non per altro. E’ un provvedimento di cautela che adopereremo anche nei confronti di alcuni suoi colleghi, meglio prevenire”
“Ma... la mia vita potrebbe essere stravolta... io di andare in giro con la gente dintorno... la mia privacy...”
“Sì, capiamo benissimo. Ma è necessario far così”
“D’accordo, se proprio non possiamo farne a meno...”

“Tenente Bianchi, ma lo sa che quello è il forno dove andavo sempre a comprare il pane per mia moglie?”
“Andava?”
“Beh, sì... da quando sono in Parlamento ho sempre meno tempo per queste attività quotidiane. Però lì facevano un pane speciale, buonissimo”
“Se mi aspetta qui in auto, scendo e le compro un filoncino”
“Ma no, Bianchi... scendo io”
“Meglio se vado io, onorevole”
“Dice? Non vorrei che succedesse qualcosa proprio mentre... in fondo il vostro compito...”
“Non si preoccupi, un attimo e sono di nuovo da lei”
“La ringrazio. Ah, prenda i soldi!”

“Ehi, hai visto? L’onorevole Pinco Pallo... come tratta gli uomini della scorta. Pensa, quello è addirittura un graduato e lui gli fa fare la spesa!”
“Ma cosa dici mai?”
“Sì, è venuto da me e ha comprato mezzo chilo di pane. E poi l’ho visto quando usciva e saliva in auto, dava il sacchetto all’onorevole”.
“Che schifo!”
“Sì, un vero schifo!”

3
“E così abbiamo la scorta, eh?, caro onorevole Sempronio!”
“Già! Anch’io come i magistrati antimafia. Del resto, si sa, la mia attività contro la criminalità organizzata è notoria e quindi...”

“Ehi, guarda agente Verdi. Quello è il forno dove va mia moglie a comprare il pane. Quasi quasi scendo e le compro un filoncino!”
“Se vuole vado io, onorevole!”
“Oh, grazie caro... sei molto gentile. Allora, mi prendi mezzo chilo, io ti aspetto in macchina”

“Che è successo?”
“C’è stato un attentato, hanno gambizzato l’onorevole Sempronio!”
“Ma non aveva la scorta?”
“Sì, ma l’agente era entrato in negozio a comprare il pane!”
“Ma come? Invece di fare il suo dovere e rimanere accanto al suo assistito...”

4
“E così abbiamo la scorta, eh?, caro onorevole Tizio!”
“Già! Eh, sa... la mia posizione in Parlamento mi concede questo privilegio. Ma poi non è che sia ‘sto granché, non posso fare un passo senza i miei angeli custodi. Eh, la privacy non esiste più per me!”

“Ehi, guarda agente Neri. Quello è il forno dove va mia moglie a comprare il pane. Perché non scende e mi compra un filoncino?”
“Veramente, il mio dovere sarebbe quello di stare al suo fianco per proteggerla, onorevole...”
“Ma cosa vuoi che succeda? Ma figurati! Vai, vai...”
“Ma non è questione se succede qualcosa oppure no... il mio dovere”
“Uff... mi hai stufato! Vai a comprare ‘sto filone?”
“Agli ordini, onorevole”

“Che è successo?”
“C’è stato un attentato, hanno gambizzato l’onorevole Tizio!”
“Ma non aveva la scorta?”
“Sì, ma l’agente era entrato in negozio a comprare il pane!”
“Ma come? Invece di fare il suo dovere e rimanere accanto al suo assistito...”

5
“Caro onorevole Caio, anche lei con la scorta, eh?”
“Sì, ma sia io che la mia guardia del corpo ci saremmo stufati di star qui a fare la figura dei pirla per i post di un blogger da strapazzo che non abbiam capito bene cosa voglia dimostrare con le sue storielle cretine!”

mercoledì 23 maggio 2012

Brava Bindi! Ora, alle parole, fai seguire i fatti...

Il Mattino di oggi, a pagina 7, pubblica un’intervista. Alla domanda “il PD va bene così com’è?” la risposta è la seguente:
Serve un rinnovamento della classe dirigente, che deve essere politico, non semplicemente generazionale”.
A dirlo è Rosy Bindi, 61 anni, eurodeputato DC dal 1989 al 1994, deputato PPI, Ulivo, Margherita e PD dal 1994 al 2012, ministro della sanità dal 1996 al 2000, ministro della famiglia dal 2006 al 2008, segretario regionale veneto della DC prima e del PPI poi dal 1992 al 1994, presidente dell’assemblea nazionale del PD dal 2009 al 2012.
Concordo con lei e le chiedo di far seguire i fatti alle parole. Potrebbe, ad esempio, non usufruire della deroga ai due mandati da parlamentare previsti dallo statuto del suo partito. Per favorire il rinnovamento, anche politico, della classe dirigente.

I paradossi di una legge elettorale

Premessa: nelle righe che seguono non intendo affatto sminuire il successo e i meriti di chicchesia. Astenersi, dunque, commentatori che vedono rosicate piddine contro le meravigliose sorti e progressive che scaturiranno dai nuovi attori politici comparsi sulla scena politica italiana. Quanto segue è soltanto un modo per evidenziare quanto possa essere talvolta anomala l’applicazione di una legge elettorale.

A Parma sono residenti 186.690 persone. Di esse, 142.609 hanno diritto di voto.
Alle ultime comunali sono andati a votare 91.785 cittadini, ossia il 64.55% degli aventi diritto.
Il consiglio comunale è composto di 32 seggi: 20 di essi – ossia, il 62.5% del totale – andranno al Movimento 5 Stelle, che ha avuto 13.817 voti, ossia il 19.89% dei voti validi.
Tra i 20 consiglieri di maggioranza ci saranno: Alfonso Feci (22 preferenze), Andrea De Lorenzi e Olimpia Adardi (32 preferenze), Andrea Medioli e Alessandro Mallozzi (35 preferenze), Chiara Gianferrari e Mirco Zioni (39 preferenze).
Si può dire che la composizione del nuovo consiglio comunale è rappresentativo del voto della città?
Per certi aspetti bisogna riconoscere che è parecchio anomalo che una lista che non arriva al 20% dei voti validi abbia oltre il 60% dei seggi in consiglio, alcuni dei quali occupati da gente sconosciuta ai propri concittadini, che infatti hanno casomai espresso preferenze per altri candidati (tanto per fare un paragone, nel PD la meno votata ha ricevuto comunque 88 preferenze).
Però, al tempo stesso, si può dire che è rappresentativo e, soprattutto, democratico. Perché c’è una legge elettorale, giusta o sbagliata che sia, e i seggi sono stati attribuiti rispettando le regole del gioco predeterminate.
E’ curioso che ad avvantaggiarsi di questa paradossale situazione sia il Movimento 5 Stelle, ossia la formazione politica che più di tutte ha lamentato la non rappresentatività del porcellum calderoliano e auspicato il ritorno al voto di preferenza.

martedì 22 maggio 2012

La vera sconfitta del PD

Se andiamo a leggere i nomi e cognomi dei neosindaci eletti e la loro appartenenza politica, in effetti il Partito Democratico ha di che sorridere. Città governate dalla destra come Alessandria, Asti, Como, Lucca, Monza saranno oggi guidate da persone iscritte al PD e sostenute dal PD.
Ma se andiamo più in profondità, credo che invece Bersani e i suoi abbiano ben poco da esultare. Perché – se allarghiamo anche il campo alle comunali dell’anno scorso – il dato evidente è che sempre più il PD è incapace di parlare a un elettorato che non sia il proprio zoccolo duro, quello di sempre, per intendersi.
Il PD dovrebbe essere la forza trainante di tutta un’area di elettorato, era la sua missione alla nascita: “questa grande forza popolare, intorno alla quale si stanno raccogliendo le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese, si pone il compito di mobilitare le energie e i valori del nostro popolo per rimettere questo Paese in cammino”, si legge nel Manifesto dei Valori del PD. E ancora, direi addirittura più importante, un passaggio successivo del solito documento: “elaborare una visione condivisa del mondo, costruendo su questa base il progetto di una nuova Italia”.
E’ evidente che il PD sta fallendo – o ha già fallito – la sua missione originaria.
Altrimenti, vincerebbe a mani basse le primarie di coalizione dove le fa. O sarebbero i suoi candidati, non quelli di Grillo come a Parma o di liste civiche ribelli come a Belluno, a intercettare il voto dei delusi del centrodestra o dei senza schieramento.
Altrimenti, potremmo aggiungere, i candidati del PD non dovrebbero nascondere la loro appartenenza partitica, quasi vergognandosi talora di avere incarichi, e non si avrebbero un po’ ovunque liste civiche in appoggio al candidato piddino a raccogliere tantissimi consensi assorbendoli dal PD stesso.

Quel che dà da pensare è che da domani ripartirà la litania più amata dal gruppo dirigente piddino. Quello della corrente X leggerà i risultati in funzione di un’alleanza con l’UdC, quello della corrente Y interpreterà i dati chiedendo più sinistra, quello della sottocorrente Z auspicherà le primarie per il nuovo segretario (senza dire che sono per il nuovo segretario, però). Insomma, la solita politica bassa destinata a generare i sentimenti di antipolitica.
In fondo i cittadini altro non chiedono che gente trasparente prima ancora che onesta, possibilmente diversa dai nomi che corrono e ricorrono da quindici anni, e un partito che abbia un progetto chiaro per l’Italia e che sia un po’ più attento alle esigenze della quotidianità degli italiani anziché ai propri giochetti di potere. 

lunedì 21 maggio 2012

Cosa è successo a Parma?

A Parma, al primo turno, Vincenzo Bernazzoli ha preso 34.433 voti; Federico Pizzarotti 17.103.
Al secondo turno, Bernazzoli ha preso 33.837 voti; Federico Pizzarotti ne ha presi 51.235.

Al primo turno, gli altri candidati sindaci (Elvio Ubaldi dell’UdC, Roberto Ghiretti di una lista civica di centrodestra, Roberta Roberti di Rifondazione, Paolo Buzzi del PdL, Andrea Zorandi della Lega, Priamo Bocchi della Destra) hanno preso in totale 36.291 voti.
La differenza di voti tra il primo e il secondo turno per Pizzarotti è di 34.132 preferenze in più, mentre per Bernazzoli è di 596 voti in meno.

Conclusioni.
Per quanto riguarda Bernazzoli, è abbastanza evidente che lo hanno votato quelli che lo avevano scelto già al primo turno.
Per quanto riguarda Pizzarotti, i casi sono due:
  • o lo ha votato il 94% (ripeto: 94%) di coloro che al primo turno avevano indicato altri candidati;
  • o lo hanno votato tantissimi elettori che al primo turno si erano astenuti, mentre son rimasti a casa quelli che due settimane fa si erano recati alle urne optando per altri che non fossero Bernazzoli e Pizzarotti.
Nel primo caso, sarà bene che il Movimento 5 Stelle ci pensi due volte da oggi in poi a parlare di PdL e PdmenoElle.
Nel secondo caso, si avrebbe una situazione davvero inedita per l’Italia, con migliaia e migliaia di elettori che rimangono a casa al primo turno e si mobilitano soltanto per il ballottaggio.

Poi se la prendono con Grillo

Grillo o non Grillo, fintanto che il Partito Democratico avrà sindaci costretti alle dimissioni appena un anno dopo l’elezione perché il loro stesso partito si divide sulle nomine nelle banche, non sarà credibile agli occhi degli elettori.
Grillo sarà demagogico quanto vogliamo, prenderà per il culo gli elettori avanzando proposte irrealizzabili e stupide, ma è credibile perché – almeno per ora che non è dentro le istituzioni – pone al centro dei suoi discorsi esigenze reali di tanti cittadini.
Non so chi abbia ragione a Siena. So però che c’è stata una nomina contestata e che a quel punto una corrente di partito, guarda te le coincidenze, si è accorta che il bilancio consuntivo del Comune non andava bene e il primo cittadino è stato costretto a farsi da parte.
Nomine. Banche. Bilanci comunali. Correnti di partito. Dimissioni anticipate.
Erano questi i motivi per cui il PD era nato?

Leggo nel Manifesto dei valori piddino: “la nascita del Partito Democratico ha creato le condizioni per una svolta, non soltanto politica, ma anche culturale e morale, nella vicenda italiana. E’ in campo una forza che si propone di dare al Paese, finalmente, una nuova guida”. Complimenti per la coerenza.

domenica 20 maggio 2012

Quando avviene un fattaccio

Di tanto in tanto la nostra attenzione viene colpita da vicende orribili che conquistano le prime pagine dei giornali e i servizi speciali dei notiziari televisivi.
La reazione mia (e non mi piaccio per niente) e di tante altre persone – anche importanti, anche politici o giornalisti di grido – è quella di pencolare tra le seguenti categorie o di entrare come membri di diritto in una di esse.

Quelli che “cui prodest?”. Magistrati e poliziotti sono sempre lì che brancolano nel buio nell’attesa di capire movente e mandanti del fatto tremendo che ha scosso l’opinione pubblica, ma loro hanno già la risposta. Basata non su prove, fatti ed evidenze, ma su trame oscure, complotti e supposizioni. La loro risposta, oltre ad andare – guarda caso – proprio nella direzione che loro sostengono da mesi o da anni, da molto prima che avvenisse l’episodio incriminato che loro avevano ovviamente già profetizzato, è più che assertiva, non ammette repliche, è equiparabile talvolta a un mistero di fede. Così è, amen. Dalla loro ricostruzione scaturirà spesso un articolo nel giornale sul quale scrivono, un istant book per l’editore specializzato in dietrologia o un comizio rivolto allo zoccolo duro dei militanti del proprio partito o movimento.

Quelli che “ci vorrebbe la pena di morte”. Qualunque sia l’episodio che ha conquistato la ribalta mediatica, puntuale ti arriva quello che, immediatamente dopo aver premesso di essere contrario alla pena di morte, la invoca (talora unitamente a leggi speciali) per quel fatto. Perché quella vicenda specifica – di volta in volta uno stupro, una storia di pedofilia, l’assassinio immotivato di una donna o di un minorenne, una strage mafiosa, un attentato terroristico, un raid di fondamentalisti islamici – è particolarmente odiosa, la più odiosa di tutte.

Quelli che “io c’ero”. Sentono il bisogno di scrivere che erano stati in quel luogo giusto un mese fa, oppure inquadrano la vicenda alla luce di quel fenomeno che loro studiano da sempre e, in fondo, loro l’avevano previsto che avrebbe potuto avvenire una roba del genere. Non aggiungono niente alla comprensione del fatto accaduto, non trasmettono niente a chi li legge. In compenso, il loro ego ne uscirà notevolmente appagato.

Quelli che “la catena di sant’antonio sul social forum”. Vanno su facebook e postano e ripostano compulsivamente frasi e immagini ideate non si sa bene da chi, sposando in maniera irresponsabile e superficiale anche più tesi in contrasto tra loro. La loro bacheca si trasforma per alcune ore nella fiera delle banalità: ciò che hanno postato non serve nemmeno come spunto di riflessione e alla fine, a causa del numero troppo elevato di eteropensieri pubblicati, finisce nel marasma degli aggiornamenti di giornata.


p.s.: quanto sopra vale anche per eventi e calamità naturali.

sabato 19 maggio 2012

Schiantarsi

Oggi, mentre tornavo a casa dopo essere stato a mangiare da mia madre, la mia attenzione è stata catturata dalla locandina fuori da un'edicola di un quotidiano locale. 
Sarà che avevo negli occhi le immagini tremende di Brindisi viste al telegiornale e probabilmente ero ipersensibile, ma mi ha dato fastidio quel che stavo leggendo.
Si schianta
con la moto 
a 32 anni
Schiantarsi è un verbo che non mi è mai piaciuto quando si riferisce a un umano.
Sì, lo so. Si usa. Ma non mi piace. 
Ho provato a immaginare il sentimento degli amici, dei genitori, dei parenti di quel giovane che è morto. 
E ho visto il contrasto con l'immagine figurata dello schianto usata per vendere (legittimamente, intendiamoci bene) qualche copia in più del quotidiano.
Era davvero necessario usare quel verbo?


p.s.: può sembrare superficiale parlare di qualcosa che non ha a che fare con Brindisi, oggi. Però avrei scritto qualcosa che aveva a che fare o con la polemica spicciola o con la retorica. E non mi pareva il caso.

venerdì 18 maggio 2012

La caduta di Bossi

Sto leggendo sul web gli articoli su Umberto Bossi.
Sul piano politico il mio giudizio è quello di sempre. Ha contribuito come pochi altri al decadimento istituzionale italiano, è stato una vergogna avere uno come lui al governo. Razzista, sessista, egoista. Forse a un certo punto ha creduto pure lui alle cazzate che raccontava, altrimenti non avrebbe chiamato Eridano uno dei suoi figli.
Sul piano umano, non so se questi anni in cui tanta gente ha infierito sulle sue condizioni di salute lo abbiano fatto riflettere su quando era lui a insultare chi soffriva i postumi della poliomelite (un giudice che aveva osato indagarlo).
Ma noi non siamo come Bossi, vero? Non siamo come Borghezio, non siamo come Calderoli, come Castelli, come Gentilini, come tutta questa gente che sarebbe stata nessuno se non ci fosse stata la creatura politica di Bossi a sdoganarne le pessime idee. La legge del taglione non ci appartiene.
Se ha commesso reati, è giusto che paghi.
Politicamente, è giusto (e auspicabile) che non sia rieletto e che la Lega Nord esca per sempre dalle aule parlamentari.
Umanamente, però, è una persona anziana e malata e sola e che, come se non bastasse, improvvisamente si è accorta di quanto i figli e i famigli si siano rovinati con le loro stesse mani.
Per questo non riesco a provare gioia di fronte alla solitudine di quest’uomo che, a settantuno anni, si trova a fare un bilancio della propria vita ed è un bilancio in cui gli anni di governo e di potere contano quanto il due di picche quando briscola è cuori. 

giovedì 17 maggio 2012

Tre passi semplici semplici per cavalcare l'onda antiCasta

Come si fa a cavalcare l’onda antiCasta e antiPolitici?
E’ molto semplice, se dirigi un giornale.

Prendiamo un ente locale di cui i cittadini hanno sempre capito poco come funziona, la Provincia.
E prendiamo qualcosa che i cittadini non sopportano, le tasse.
Poi, per contorno, aggiungiamo una realtà imprenditoriale invisa alla stragrande maggioranza degli italiani, le assicurazioni.
Mescoliamo insieme e facciamoci un bel titolo. Per esempio: “il balzello delle Province sulla Rc Auto: tassa al massimo in due casi su tre”.
Quindi, affinché il concetto sia ben chiaro, si fa un sommario un po’ vispo. Per esempio: “Sono gli enti considerati inutili e da tagliare. Ma hanno il potere di mettere mano al prelievo fiscale sui premi pagati dagli automobilisti. Risultato: 77 su 110 hanno alzato al 16% la tassa. Le associazioni dei consumatori: ‘nell’ultimo biennio aumenti del 30%’. E al sud gli importi aumentano”.
Sono enti inutili.
Sono enti da tagliare.
Ma – accidenti a loro! – mettono mani al nostro portafogli e aumentano le tasse.
E al sud, invece di essere più vicini ai cittadini, infieriscono pure, quelle teste di c.!

A questo punto il lettore è bello carico. Così bello carico che, leggendo l’articolo, non fa attenzione a quel passaggio in cui si riconosce che il problema è che lo Stato centrale non trasferisce più fondi agli enti locali e costoro per vivere e rispettare il patto di stabilità sono praticamente costretti ad aumentare le entrate.
Anche perché nell’articolo non vengono date due informazioni essenziali.
La prima è che di strade, edilizia scolastica, argini di fiumi e trasporti qualche ente locale dovrà pur occuparsene e, ad oggi, competenti sono ancora indovinate chi.
La seconda è che le Province hanno poche voci di entrata e la più consistente è proprio l’imposta sulla RcAuto (da sola, il 40% del totale): se vogliono pagare gli stipendi agli impiegati e coprire i costi di tutti i lavori nei settori che ho citato sono praticamente obbligate a incrementare proprio quella voce, senza grandi alternative.
Ma vallo a far capire al lettore quando è bello carico. Soprattutto se costui legge un giornale proprio perché gli racconta quel che desidera farsi raccontare.

(per chi non avesse capito a quale testata mi riferisco, questo è il link)

La foto giusta

Ecco, mettiamo che Iain McMillan avesse deciso di pubblicare questa foto, anziché l’altra, quella divenuta celeberrima.

In questa istantanea Paul McCartney è al passo con gli altri tre e quindi nessuna anomalia.
Non è scalzo e si sa che quando si è dentro una bara non ci si va con i sandali.
Non si vede la sigaretta nella mano destra anziché in quella sinistra come sarebbe logico per un mancino (che in realtà è mancino soltanto quando suona).
Sulla destra della foto non c’è nessun furgone della polizia mortuaria “il solito che era in servizio quella volta dell’incidente”.

Dunque?
Dunque, ci saremmo persi quarantatré anni di chiacchiere sulla morte di Paul McCartney.
Ci saremmo persi libri, inchieste giornalistiche, intere puntate di programmi televisivi sui misteri dell’universo.
Qualcuno avrebbe dovuto trovare altre maniere per fare soldi.
I Red Hot Chili Peppers avrebbero dovuto inventarsi un’altra posa per mettere in mostra i loro calzini.
Io stesso quella volta che ero a Londra non mi sarei tolto le scarpe per attraversare scalzo (e con in mano una sigaretta presa da uno sconosciuto) su quelle benedette strisce pedonali e la coppia di miei amici non mi avrebbe portato dall’Inghilterra il poster parodia dei Simpson che attraversano anch’essi Abbey Road.

Oh, sarebbe stato un disastro – e non soltanto per Roberto Giacobbo. Ma per fortuna di tutti noi Iain McMillan scelse proprio quella foto e non le altre. Genio assoluto.

mercoledì 16 maggio 2012

Democrazia ed economia

Da un po’ di tempo mi capita di leggere con una frequenza sempre maggiore interventi che si sviluppano secondo il seguente canovaccio (più o meno).
C’è la crisi.
C’è lo spread con i bund tedeschi.
Non c’è più democrazia, comandano l’economia e l’alta finanza.
Sono la BCE e tutti i banchieri a muovere i fili per noi.
Colpa dell’euro (corollario: perché dovremmo impiccarci al dio euro?).

Ora, io penso innanzitutto che prendersela con l’euro e con chi l’ha voluto perché c’è la recessione è come incolpare il motore a scoppio (e Barsanti e Matteucci che lo inventarono) perché ci sono tanti incidenti stradali: non è colpa della moneta unica se Lehman Brothers ha fatto casino sui mutui subprime e se la Grecia ha truccato i conti e speso un pandemonio per organizzare le Olimpiadi e se la Merkel...
Ma non è nemmeno questo il punto.
Immaginiamo per un momento che non esista la BCE. Nemmeno l’euro. Immaginiamo che esistano ancora la lira italiana, il franco francese, la dracma greca e il marco tedesco.
Probabilmente ora saremmo in mezzo a una svalutazione competitiva o chissà cos’altro, ma politicamente saremmo allo stesso punto in cui siamo: le decisioni dei governi dipenderebbero ugualmente da un differenziale con i bund (a proposito, lo spread esisteva anche ai tempi della lira, tant’è che proprio la sua riduzione fu uno dei capisaldi della politica di Carlo Azeglio Ciampi ministro del Tesoro), dalla liquidità delle banche, dalle decisioni dei tedeschi, dalla forza del dollaro e così via. E tali decisioni condizionerebbero la vita di milioni di persone per i prossimi decenni esattamente come oggi stiamo scontando decisioni di politica economica assunte venti o trent’anni fa.
Sono decenni che le scelte dei governi – di tutti i governi – sono dettate dall’economia e che se questo significa essere privi di un governo democratico, allora sono decenni che in Italia, in Germania, in Francia, negli Stati Uniti e un po’ ovunque siamo privi di un governo democratico.
Chi lo scopre oggi è perché per anni si è tappato gli occhi per vedere e le orecchie per sentire. Probabilmente gli ha fatto pure comodo tapparsi occhi e orecchie, perché soltanto così è stato possibile accettare politiche che nel lungo periodo si sono rivelate perniciose, ma che nel breve gli hanno fatto tanto, tanto, tanto comodo.

martedì 15 maggio 2012

Una ben strana classe

Sono stato in visita alla 2° F del liceo “M. Citorio” della mia città.
E’ una classe di ragazzini interessanti.
C’è Beppe, per esempio. E’ arrivato da poco, prima studiava in un altro istituto, ma è subito diventato un punto di riferimento per i compagni, grazie alle sue concioni contro i professori e il preside (uh, il preside!). Anche all’ultima assemblea d’istituto, quando ha preso la parola e ha tirato fuori il problema dei gabinetti sporchi e dei professori troppo avari nel dare i voti, tutti lo stavano ad ascoltare ammirati. Pure i bidelli, che quando parlava dei cessi si erano sentiti chiamati in causa, alla fine lo hanno applaudito perché han capito che ce l’aveva con l’assessore e con il provveditore agli studi e non con loro.
Poi c’è Tonino. Pur non avendo grandi risultati nelle varie materie (diciamo che vivacchia e qualche problema a italiano ce l’ha), è sempre stato un leader. Fino all’arrivo di Beppe, che ne ha oscurato parzialmente la stella. C’è rimasto un po’ male, ma fa buon viso a cattivo gioco e ora ha cominciato anche lui ad alzare il tiro contro i professori, il preside e i gabinetti sporchi.
C’è Angelino. Ragazzo di buonissima famiglia, ha fatto le medie in una privata. Sarebbe un ragazzo educato e perbene, ma dicono che senta un po’ troppo la pressione di Silvio, uno di quinta che fa il bullo. E poi ha amici non particolarmente simpatici, anzi proprio cretini e arrogantelli.
C’è l’Umberto. E’ un ripetente, ha pochissima voglia di studiare e si è applicato solamente quando a geografia il prof spiegava i fiumi dell’Italia settentrionale. Lui è uno che ha sempre partecipato poco alla vita di classe e anche a quella d’istituto. A ricreazione fino a qualche giorno fa se ne stava tutto il tempo a chiacchierare con Bobo, uno di 2° P, ma ora i due hanno litigato. I compagni di classe dicono che alla fine si riappacificheranno. Boh, staremo a vedere.
C’è Nichi. Quando viene interrogato sbalordisce tutti. Per dire: l’altro giorno, la prof gli ha chiesto di una poesia di Ungaretti e lui ha risposto così: “sia pure calibrando ogni verso, ogni suono, ogni stilema, ogni mitologema con la maestria dei vecchi orologiai (e qui la poesia è tutto un danzare insieme al dio del tempo), in questa densa e rapida silloge, il maestro ci offre un lavoro persino sorprendente”. La prof è rimasta a bocca aperta e dai banchi è scattato l’applauso, anche se nessuno era riuscito in realtà a capire cosa avesse detto.
C’è il Pier Luigi. Ah, il Pier Luigi potrebbe essere il primo della classe, ma non lo sa. E’ uno di quegli adolescenti un po’ insicuri che ha delle buone idee, ma pensa che quelle dei compagni siano sempre migliori. In particolare, sembra si faccia un po’ influenzare da Pierferdinando, uno seduto in prima fila, al centro, proprio davanti la cattedra. Forse il Pier Luigi vuole sedere a quel banchino, non si è capito bene. In realtà, non si è capito bene proprio cosa voglia fare da grande ed è un peccato, perché se desse retta al suo istinto farebbe un figurone altro che Beppe.
E poi c’è Matteo. E’ il più giovane della classe perché è un anno avanti e sta sui coglioni a tanti che non sopportano la sua boria e il suo far pesare di essere tanto bravo pur essendo più piccolo di loro. In particolare chi non lo sopporta è Pier Luigi, perché Matteo ogni volta che prende un bel voto al compito in classe si ferma davanti a lui e gli fa: “ehi, hai visto? Ho preso sette e mezzo! Scommetto che tu non arriverai neanche al sette!”. E giù risate da altri compagni. Poi finisce che Pier Luigi magari prende otto, però intanto ha avuto un attacco di bile e un ulteriore incentivo alla sua insicurezza.
A dire il vero in quella classe ci sono poche ragazze. Una si chiama Emma: è brava e preparata, ha la media del sette a tutte le materie e flirta con uno di ventisette anni che è stato bocciato otto volte ed è ancora in quinta. Poi c’è la Rosy, anche lei brava e preparata (a volte un po’ prolissa alle interrogazioni), ma – ahilei – non è che sia proprio una bellezza e così, soprattutto da parte degli amici di Angelino, viene spesso presa in giro. Ecco, forse in questa classe ci vorrebbero più femmine...
In ogni caso, è vero: i gabinetti sono sporchi e nessuno, nemmeno i ragazzi della 2° F, fa qualcosa per tenerli puliti.

lunedì 14 maggio 2012

Programmi

Di seguito, alcuni passaggi a caso estratti dai programmi presentati dai partiti politici italiani dal 2008 ad oggi. Così, tanto per vedere la coerenza tra quel che dicono oggi, quel che dicevano ieri, quel che fanno oggi, quel che facevano – o non facevano – ieri. O anche per misurare come è cambiato il termometro delle sensibilità su alcune questioni.

Ma non volevano abolirli?
Dimezzare il finanziamento pubblico ai partiti e renderlo proporzionale all’effettiva durata della legislatura
Italia dei Valori, 2011

Pensa se non gli avessero promesso l’aumento
Commisurazione degli aumenti retributivi a criteri meritocratici con riconoscimenti agli insegnanti più preparati e impegnati
Popolo delle Libertà, 2008

Uomo avvisato...
La Lega Nord è assolutamente contraria alla concessione di atti di clemenza (indulto, indultino, grazia e amnistia) e a qualunque forma di indulgenza nei confronti di chi si è macchiato di un reato
Lega Nord, 2008

C’eravamo tanto amati
Noi vogliamo creare un nuovo polo democratico, liberale, popolare, riformatore. Il nuovo Polo può rivoluzionare il panorama declinante del Paese
Alleanza per l’Italia, 2011

Chi s’accontenta (della riforma) gode
Introduzione di un reddito minimo di inserimento sul modello del ‘Reddito di solidarietà attiva’ per combattere la povertà e l’esclusione sociale, in particolare la povertà estrema e minorile
Partito Democratico, 2010

Quella sciocchezzuola del debito pubblico
Riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari
Movimento 5 Stelle, 2009

Basta con l’opacità del potere
Non è vero che le debolezze della democrazia dipendono da una insufficiente concentrazione del potere, da un’impotenza del decisore. Esattamente al contrario, le debolezze della democrazia dipendono dalla opacità e dalla separazione del potere, dalla sua insufficiente diffusione e distribuzione”.
Sinistra Ecologia Libertà, 2010

Una riforma chiara e semplice
Occorre considerare il contesto di articolazione estrema dell’offerta politica in Italia per apprezzare come tale fattore unificante sia particolarmente utile, laddove esso è assicurato in altri contesti, come quello tedesco, dalla stessa condotta dei partiti e degli elettori, anche nella possibilità di scelte difformi, che però in quella esperienza restano di fatto limitate in dimensioni marginali. Ma soprattutto il testo contiene gli elementi di uno sviluppo, coerente e significativo, verso un equilibrio capace di raccogliere un più ampio consenso. In tale ottica, il sistema elettorale delineato risulta essere fondato sulla suddivisione per metà tra i seggi attribuiti in collegi uninominali, con formula maggioritaria, e quelli attribuiti nelle liste circoscrizionali, senza voto di preferenza orientata al criterio proporzionale con la previsione di una soglia di accesso – mediante clausola di sbarramento – fissata al 5% su base nazionale ”.
Unione di Centro, 2011

Volo basso
Riformare l’Onu, liberandone l’azione da condizionamenti e veti
Italia dei Valori, 2011

Io, quando faccio una promessa...
Costruzione di nuove carceri e ristrutturazione di quelle esistenti
Popolo delle Libertà, 2008

Violante chi?
La proposta che si avanza presenta di conseguenza un mix per l’assegnazione dei seggi mediante tre diversi canali: collegi uninominali maggioritari con doppio turno, quota proporzionale distribuita su base circoscrizionale, quota nazionale di compensazione”.
Partito Democratico, 2011

Come in Germania, preciso identico
Abolizione dei pedaggi autostradali in Padania
Lega Nord, 2008