Poiché
una delle chiavi di ricerca più digitate per arrivare a questo blog
rimane legata ai Beatles e poiché domani uno dei due superstiti del
noto quartetto taglierà il traguardo dei settant’anni – "71 if" (questa, se non l’avete capita, ha a che fare con un vecchio
Maggiolone posteggiato in Abbey Road) – vorrei qui celebrarlo
elencando dieci canzoni sue che a me piacciono particolarmente.
Prendo in considerazione soltanto il periodo in cui non aveva questo
aspetto da zitella che non si arrende all'età e, di tale periodo, quello con
i Fab Four, benché anche nei decenni successivi abbia prodotto robine memorabili (dalla stupefacente Maybe I’m Amazed a Jet, da
Let’em In a Listen to What the Man Said). Ne lascio fuori parecchie
che avrebbero meritato un posto, ma il guaio è che ne ha scritte
talmente tante che la scelta non è facile: mi spiace per I Saw Her
Standing There (1963), I’m Down (1965), Michelle (1965), Eleanor
Rigby (1966), Penny Lane (1967), When I’m Sisxty-Four (1967),
Helter Skelter (1968), Blackbird (1968), Get Back (1969) e Let it Be
(1970) che, dopo qualche ripensamento, ho scartato.
C’è
stato un periodo in cui i ragazzi di vent’anni partivano militari e
per un po’ di tempo non potevano rivedere le fidanzate. Queste si
consolavano con le belle promesse di fedeltà e amore e lettere dei
morosi in partenza. E c’è stato un periodo in cui i Beatles
ideavano le loro canzoni in pullman, tra un concerto e l’altro e
poi, una volta in studio, davano il meglio di sé stessi, anche
soltanto per un assolo di chitarra. Infine, c’è stato un periodo
in cui la band di Liverpool si permetteva il lusso – impensabile
per chiunque altro, all’epoca – di far uscire un LP senza trarre
da esso dei singoli e, una settimana dopo, un 45 giri con due brani
che non stavano nell’LP. Ecco, questa è All My Loving: canzone che
stava nell’LP e non nel 45 e tanti si chiesero perché.
Ai
Beatles piaceva realizzare canzoni che partivano con il ritornello
anziché dalla strofa. Questo è uno di quei casi, il primo cantato
interamente dal suo autore che sviluppò l’idea durante una
tournée. Non parla di prostituzione e può essere cantata da un uomo
o da una donna senza cambiare una parola, visto che c’è soltanto
un generico riferimento a “my friend”. Harrison scatenato
nell’assolo di chitarra.
Una
mattina McCartney si sveglia e gli viene una melodia. Bella, pensa.
“Ma è di qualcun altro o è proprio mia?”, chiede in giro, ma
nessuno sa rispondergli. Rimane lì un bel po’ di mesi, nell’attesa
di sapere di chi sia per non essere accusati di plagio. Intanto i
Beatles pubblicano un album – robetta commerciale, a dire il vero –
e fanno un film e la melodia resta lì. Poi capiscono che forse non è
di altri che di McCartney. Il quale, in onore all’ispirazione
mattutina e alla prima colazione, gli dà il titolo provvisorio di
Scrambled Eggs con il seguente romanticissimo testo: “Scrambled
eggs (bum bum bum – bum bum bum è la musica) / How I love to eat
the scrambled eggs”. Vabbè, poi viene corretta e arriva fino a noi
nella forma che tutti conosciamo, con il solo Paul a registrarla in
compagnia di violinisti e violencellisti, dopo che il cantante Chris
Farlowe ha rifiutato di inciderla perché troppo romantica
(lungimirante, il tipo).
E’
una delle canzoni con il maggior numero di cover: tra gli altri, Pat
Boone, Nat King Cole, Otis Redding, Frank Sinatra, Ray Charles, Joan
Baez, Bob Dylan...
Non
è famosa come altre dei Beatles, ma merita di stare nella top ten
perché ben rappresenta il suo autore. E’ allegra, è leggera (“ho
appena visto un volto, non posso dimenticare il momento o il luogo in
cui ci siamo incontrati, è giusto la ragazza per me e voglio che
tutto il mondo sappia che ci siamo incontrati”), ha un che di
country e insomma la si può ascoltare cinque volte di fila senza che
venga troppo a noia. Forse è per questo che Paul la inserì nella
scaletta dei suoi concerti americani degli anni Settanta con i Wings.
E’
una canzone molto diversa da quelle composte fino a questo momento da
McCartney. Innanzitutto, il testo: un’asciutta osservazione sulla
fine di un amore, un amore che “avrebbe dovuto durare anni”
e che invece, una mattina ti alzi e “scopri che tutte le sue
parole gentili esitano quando non ha più bisogno di te”.
Scompare quella sdolcinatezza tipica dell’autore e a tutto
vantaggio di versi maturi e per niente casuali o buttati lì (cfr.
infra, Hello Goodbye).E pensare che l’idea venne a Paul, in vacanza
in Svizzera con la fidanzata Jane Asher, mentre era seduto sul cesso
e aspettava l’ispirazione per espletare il suo bisogno fisiologico.
Sotto il profilo musicale credo sia il primo brano pop in cui c’è
un assolo di corno francese (bellissimo, opera di uno dei più bravi
solisti disponibili, Alan Civil, che però non apprezzò
l’intonazione e dopo una sola seduta prese i soldi e se ne andò).
McCartney suona in questa canzone pure il clavicordo, strumento in
voga qualche secolo fa.
Vi
siete mai chiesti perché spesso i testi delle canzoni di Paul erano
al limite della stupidità?
Leggenda
narra che uno dello staff dei Beatles, Alistair Taylor, chiese a
McCartney come faceva a scrivere tutte quelle musiche così
orecchiabili. Paul, che aveva tanti difetti, ma anche una incredibile
capacità di comporre melodie, gli disse di premere un tasto a caso
dell’armonium che aveva in casa. Taylor lo fece. McCartney pure lui
suonò un tasto a caso e da lì nacque la melodia. Quanto alle
parole, chiese all’amico di dirne una a caso e lui avrebbe detto il
contrario: “White”, “Black”, “Hello”, “Goodbye”.
Hello
Goodbye è una canzoncina scema e mi piace proprio perché è scema.
A
me piace. Non tutti la pensano così, ma a me piace. Mette allegria,
anche se il testo è tutto fuorché allegro (“mi chiedo come fai
a sbarcare il lunario”). Però è una canzone che ha ritmo, un
bel riff, dei coretti simpaticissimi e una memorabile sessione di
fiati (due sax tenori e due sax baritoni che dovettero scriversi la
parte in sala d’incisione), è trascinante. Commerciale, sì. E
allora?
Quando
uscì, il suo autore era con gli altri a Rishikesh, in India, a
meditare. Il loro guru Maharishi Mahesh Yogi pure lui meditava, ma –
secondo John Lennon – meditava soprattutto sul modo migliore per
provarci con Mia Farrow che era pure lei in ritiro e su come fare un
po’ di soldi..
Ultimo
brano dei Beatles con etichetta Parlophone.
Storia
nota: John impallinato da Yoko si separa da Cinthya; il figlio Julian
è a giro in macchina con Paul che, vedendolo triste, gli fa: “Hey
Jules, don’t make it bad”. E da lì vien fuori tutto il resto.
A
differenza di altre canzoni del bassista, questa piacque anche a
Lennon: “sta parlando di me” “no, no... sta parlando di me”.
I Beatles registrarono la canzone tra il 29 luglio e il 1° agosto
del 1968 e la eseguirono live il 4 settembre (ma andò in onda l’8)
al David Frost on Sunday con il pubblico a stretto (molto stretto)
contatto con i fab four al na na na na finale: il giorno che
inventeranno la macchina del tempo, potrei farci un pensierino per
mettermi lì tra Paul e John e cantare insieme a loro.
Prima
canzone pubblicata con marchio Apple.
A
sentire certe canzoni di McCartney può venire il diabete, tanto sono
zuccherose. Questa è il contrario: il testo è la ripetizione del
verso che dà il titolo al brano intervallato dalla frase che motiva
il tutto: “nessuno ci starà a guardare”. Un pezzaccio
soul.
Paul
oltre a cantare e suonare il basso, suonò anche la chitarra
acustica, quella elettrica, il pianoforte e aiutò Ringo alle
percussioni. George e John non parteciparono alla registrazione e
quest’ultimo ci rimase male per essere stato escluso, non la digerì
mai.
Il
lato B di Abbey Road è una delle sequenze più belle nella
discografia non soltanto dei Beatles, ma della musica pop e rock.
Nell’indecisione di prendere uno di quei frammenti musicali che lo
compongono, ho scelto questo medley. Il primo brano trae le parole da
una ninna-nanna del XVII secolo, scoperta per caso da uno spartito
che Paul aveva visto – ma non letto, perché il Nostro non sapeva
leggere il pentagramma – a casa di suo padre. Carry That Weight
musicalmente si innesta alla perfezione su Golden Slumbers (e si
completa alla grande con You Never Give Me Your Money, altro brano
del lato B), anche se parla di tutt’altro. Di cosa? Eh, saperlo. La
carriera da solisti che i quattro avvieranno a breve? Un bel peso, in
effetti. Come un bel peso è quello di causare lo scioglimento del
gruppo (e non addossiamo sempre tutte le colpe alla nippona che il
gruppo scompiglia).