venerdì 29 giugno 2012

Nichi e gli altri

Nichi Vendola oggi ha detto alcune cose che possono essere riassumbili in tre punti. Uno: non è interessato a un’alleanza basata sull’asse tra PD e UdC. Due: Renzi non gli piace perché è iperliberista. Tre: o c’è Di Pietro o niente accordi con il PD e niente primarie che, da coalizione, diventerebbero di partito.
Bene, di seguito propono alcuni brevi estratti di interviste rilasciate dal leader di SEL negli ultimi due anni, da quando cioè un giorno sì e l’altro pure ha rivendicato di voler fare primarie nel centrosinistra. A me pare che, anche al netto di alcune metafore, certi concetti spiegati oggi siano abbastanza in contrasto con le dichiarazioni di ieri. E comunque sì, penso anch'io che, in effetti, se a candidarsi alle primarie dovessero essere solamente due iscritti al PD, c’è il rischio che esse si trasformino in un congresso del PD...

Le primarie si sono rivelate il metodo migliore per avvicinare il nostro popolo alla sinistra. Le abbiamo già fatte per Prodi. Ormai è impossibile non farle
Il Fatto Quotidiano 16.07.2010

Non replicherò mai alle intemperanze e agli smarrimenti psicologici di Di Pietro. Ulula alla luna contro il ritorno alla notte del regime senza vedere lo smarrimento in cui versa l’opposizione. Teme che io possa riportare nell’alveo del PD tutti i voti che lui ha drenato al centrosinistra cannibalizzando la sinistra radicale
Libero, 21.07.2010

Una coalizione immaginata come cucitura brandello dopo brandello dei pezzi del ceto politico di tutto il centrosinistra è abbastanza asfittica. Una coalizione è prima di tutto un patto di popolo che non può essere fatto sulla contesa del come eravamo
Il Manifesto, 01.08.2010

Le alleanze vanno costruite con sapienza, con curiosità culturale. Sapendo che se il filo con cui vengono cucite è il trasformismo esse vivranno di una precarietà di fondo. Se invece il filo di una grande alleanza è quello della responsabilità nazionale e di una visione euromediterranea, una maggioranza può tenere
La Repubblica, 25.08.2010

Non sono certo io l’uomo nemico delle coalizioni, sono contrario alla logica dei pregiudizi e dei veti. L’ho sempre detto: non si possono né subire, né esercitare sugli altri”.
Il Mattino, 11.09.2010

Le primarie sono il metodo che consente di allargare il recinto della coalizione e superare la logica identitaria dei veti incrociati: Casini che dice no a Di Pietro, Di Pietro che dice no a Casini. Io dico che entrambi sono importanti in una coalizione e le primarie sono il modo per tenerli insieme e coinvolgerli su questioni importanti, dai diritti del lavoro alla scuola pubblica
Gli Altri, 29.10.2010

Renzi è una persona che prova a ragionare fuori dai recinti del passato. Nella politica di oggi sembra di muoversi freneticamente, mentre in realtà si rimane impantanati nelle sabbie mobili, prigionieri dello stesso punto”.
Quotidiano Nazionale, 10.12.2010

Io non posso credere che noi di SEL e il PD non andremo insieme, spero che ci ritroveremo tutti quanti al taglio del nastro del cantiere dell’alternativa. Io voglio discutere con i moderati, ma voglio anche evitare che la sinistra si consegni a mani alzate, come una resa definitiva. Perché quella che ha indicato Bersani non è un’alleanza, ma assomiglia a un’annessione”.
Corriere della Sera, 18.12.2010

Se io per sortilegio sparissi, non ci sarebbe più alcuna discussione sulle primarie. Ma io penso di rappresentare un valore aggiunto di una contesa – le primarie – in cui i protagonisti non dovrebbero avere un ruolo pre-assegnato
Gli Altri, 14.01.2011

Sono contento se Renzi si candida
La Stampa, 03.09.2011

giovedì 28 giugno 2012

Santiago Bernabeu, trent'anni fa

Faccio fatica a rammentare chi calciò i tiri dal dischetto per l’Italia alla finale dei mondiali del 2006. Ma di un’altra finale ricordo anche le sostituzioni: quella giocata trent’anni fa al Santiago Bernabeu. Per me – e credo per molti della mia generazione – Italia Germania è quella lì, quella del 3-1.
Quella giornata è tutta qui dentro, nella mia testa. Come se fosse ieri, anzi: oggi.
Sono da certi miei parenti in montagna con i miei genitori. Un lontano cugino rivolta il fieno e canta “è un volo a planare” e sembra che abbia imparato soltanto quel verso perché non fa che ripeterlo.
Torniamo giù in città in tempo per la diretta.
Mio padre mette in tavola la grande novità (per me) dei mondiali: la birra rossa. Ho sempre creduto che la birra fosse soltanto quella bionda che Arbore pubblicizza in tv, ora mi si è aperto un mondo, anche perché mi è stato concesso di berla.
Televisore CGE in bianco e nero.
Nando Martellini.
Il cerimoniale non è complicato: inni in versione breve, non canta nessuno, né gli italiani né i tedeschi, e via.
Graziani si infortuna, ma tanto mi sta antipatico. Generoso, eh, ma mi sta antipatico lo stesso. Ho le antipatie e le simpatie. Tra gli azzurri mi stanno simpatici Paolo Rossi – che ho sostenuto pure le scorse settimane quando non riusciva a segnare nemmeno a porta vuota –, Cabrini, Tardelli e Oriali, che Bearzot ha fatto bene a preferire a quel legno di Marini. Antipatici Gentile e Graziani e Causio. Tra i tedeschi mi stanno simpatici Karlheinz Forster, lo stopper contro il quale nessun centravanti è riuscito a segnare (ci riuscirà il nostro?), Fisher, Dremmler, Kalz e il portiere Schumacher, nonostante tre giorni prima si sia reso protagonista di uno dei comportamenti più criminali e antisportivi (contro Battiston, un altro che mi sta simpatico benché sia francese) nella storia del calcio. Antipatici: l’insopportabile Stielike e Briegel.
Cabrini sbaglia il rigore.
Certo che Pertini è basso forte accanto a Juan Carlos.
La telecronaca è telecronaca in senso stretto, in futuro ci saranno ex calciatori a cui affidare il cosiddetto “commento tecnico” (perlopiù una serie di banalità e battutine sceme), ma noi non lo sappiamo ancora.
Rossi anticipa Cabrini e Karlheinz e segna.
Tardelli! No, dell’urlo saprò qualche giorno dopo. Chi l’ha visto? Sto gridando anch’io in giro per la casa.
Altobelli è uno che esulta pacato quando segna.
Mio padre dice che è fatta, ma notoriamente è un gufo, per cui non sto tranquillo.
Infatti segna Breitner.
Invece è fatta. Coelho prende il pallone in mano e Breitner si toglie la maglietta quando ancora l’arbitro non ha fatto il terzo fischio.
Nando Martellini.
Posso andare in centro a festeggiare? No, sei troppo piccolo. Che troppo piccolo, ho tredici anni! Ecco, appunto! Però domani allora mi compri la Gazzetta. Vado a letto con le immagini dal Bernabeu ben impresse negli occhi e tanta emozione dentro.
La Gazzetta non c’era, Pancrazio l’aveva già finita, ti ho preso il Corriere dello Sport, va bene uguale? No, non va bene, ma me lo tengo, vorrà dire che dopodomani mi dai i soldi per il Guerin Sportivo.
11 luglio 1982, Italia Germania è solo questa qui. E vorrei fermare il tempo a questa sera, al novantesimo, al triplice “campioni del mondo” di Martellini. Un attimo che dura una vita. Un salto indietro nel tempo. Ma forse è soltanto per rivivere la mia spensieratezza di quegli anni, così lontani dai problemi di oggi.

mercoledì 27 giugno 2012

Di cosa parliamo quando parliamo di diritto al lavoro

C’è stato un po’ di baccano oggi su una frase del ministro Fornero riguardante il diritto al lavoro: “we’re trying to protect individuals not their jobs. People’s attitudes have to change. Work isn’t a right, it has to be earned, including through sacrifice”, ha detto al Wall Street Journal. Tre affermazioni, due delle quali già sentite varie volte e, per quanto mi riguarda, condivisibili (proteggere le persone e non il loro posto di lavoro; le nostre abitudini devono cambiare); l’ultima (il posto di lavoro non è un diritto, ma va guadagnato anche attraverso il sacrificio), invece, sembrerebbe andare contro un principio fondamentale della nostra Costituzione e bene ha fatto il ministro a chiarirne il significato.
Forse può essere d’aiuto tornare al 1947, quando i padri costituenti, dopo il famoso articolo 1 che dichiarava la Repubblica fondata sul lavoro, decisero di scrivere un articolo costituzionale che recitava così:
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
C’è un primo comma che riconosce un diritto, perché – come spiegò il relatore Meuccio Ruini – “trattandosi di un diritto potenziale, la Costituzione può indicarlo, come avviene in altri casi, perché il legislatore ne promuova l’attuazione, secondo l’impegno che la Repubblica nella Costituzione stessa si assume”.
E poi c’è un secondo comma che prevede un dovere. Ancora Ruini: “come è nel grande motto di San Paolo, riprodotto anche nella costituzione russa: «chi non lavora non mangia»”. Questo aspetto – del dovere del lavoro – fu oggetto di grande dibattito in assemblea costituente. Inizialmente, infatti, l’articolo si concludeva con un comma: “l’adempimento di questo dovere è presupposto per l’esercizio dei diritti politici”.
Ancora Ruini il 12 marzo 1947 pose un problema: vi sono due opposizioni; una di forma, per il rinvio dell’affermazione al preambolo, ed un’altra che è contro il diritto al lavoro, perché ne ritiene impossibile la garanzia. Vorrei che anche la prima corrente chiarisse bene i suoi propositi, e se è favorevole al principio vedesse di sacrificare lo scrupolo alla sostanza. Si è obbiettato: se proclamate il diritto al lavoro, e non potrete mantenere subito l'impegno, verrà l'esasperazione, per la tradita promessa. Ma l’esasperazione non c’è anche adesso con tutte le dimostrazioni di disoccupati al Viminale? La Costituzione non poteva tacere del diritto al lavoro, e lo ha formulato nel modo più cauto e con grande equilibrio. Lo Stato riconosce il diritto e promuove le condizioni per attuarlo. Il principio è posto; e va realizzato nei termini concreti e graduali delle possibilità”.
Nelle settimane successive, Vittorio Foa e altri presentarono un’emendamento: “allo scopo di garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini, lo Stato interverrà per coordinare e dirigere l’attività produttiva, secondo un piano che dia il massimo rendimento per la collettività”. Tale proposta, che nient’altro era la riproposizione di una già avanzata (senza successo) mesi prima nella commissione per la Costituzione, scatenò parecchie polemiche anche sui giornali perché per molti avrebbe introdotto i princìpi dell’economia totalitaria. Giancarlo Pajetta spiegò: “noi abbiamo ieri insieme deciso che questa nuova Repubblica deve garantire il diritto al lavoro. Ebbene, abbiamo voluto che si precisasse, che si dicesse che c’era soltanto l’intenzione, ma che ci fosse una indicazione sul modo come può essere garantito il diritto al lavoro (…) Vogliamo specificare e sottolineare che su un problema essenziale come questo noi intendiamo andare più in là di una semplice affermazione e vogliamo dimostrare almeno la nostra decisa volontà che sia realizzato ciò che proponiamo”.
I costituenti avevano dunque chiaro che il lavoro non può essere assicurato a priori a tutti, tant’è che già in commissione qualcuno aveva proposto di scrivere l’assunto “non in modo tassativo, ma piuttosto in guisa da esprimere una tendenza” (Francesco Colitto, 9 settembre 1946). Però introdussero questo articolo che si rifaceva a un principio lavoristico che andava oltre il liberalismo classico e implicava non che il singolo cittadino senza lavoro potesse pretendere dallo Stato la creazione di un posto di lavoro (chissà perché mi viene in mente l’Alberto Sordi del “Vigile”), ma lo sforzo da parte delle istituzioni statali nell’elaborazione di politiche atte a favorire la piena occupazione. La Corte Costituzionale in più sentenze (la numero 45 del 1965, la 81 del 1969, la 1 del 1986, la 219 e la 419 del 1993, la 390 del 1999) ha confermato tale impostazione: “gli articoli 4 e 35 della Costituzione, se impongono di promuovere le condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro, non assicurano in ogni caso il conseguimento di una occupazione o la conservazione del posto di lavoro”.
Sono certo che non è nelle intenzioni di Elsa Fornero andare nella direzione contraria all’imposizione costituzionale. Non vorrei però che, a furia di affermazioni rettificate, di distinzioni tra “tutela del lavoratore nel mercato” e “singolo posto di lavoro”, venisse alla fine messo in discussione un concetto basilare della nostra Costituzione. C’è infatti quasi più ideologia oggi, con il comunismo morto e sepolto, che sessantacinque anni fa quando la nostra Carta venne scritta (all’epoca perlomeno c’era un motivo nell’essere anticomunisti) e il mio timore, spero infondato, è che alla fine pure l’assunto che le istituzioni debbano far di tutto per rendere effettivo il diritto al lavoro possa essere considerato alla stregua di un precetto marxista da rottamare.

martedì 26 giugno 2012

E se si iniziasse a parlare di programmi?

I miei ventiquattro lettori sanno che in passato sono stato piuttosto critico nei confronti di primarie con più concorrenti del PD. Quelle titubanze le ho ancora e l’indegno spettacolo offerto in questi giorni dalle tifoserie bersaniane e renziane me le conferma. Per adesso il confronto è tutto incentrato su slogan, vecchie canzoncine, numero di partecipanti a consessi vari, polemiche da quattro soldi sull’ultimo editoriale di Repubblica o sulla sortita di qualche dirigente o amministratore locale: insomma, per farla breve, sulle cazzate.
Spero sempre, però, che ci sia un salto di qualità. Può essere solamente di un tipo: il programma.
Questo vale sia che il PD ambisca a rappresentare tutti, moderati e riformisti (qualunque cosa oggi vogliano dire queste due definizioni), sia che punti a un’alleanza da Vendola a Casini. Un programma chiaro, definito, che non si sottragga a trattare in maniera inequivocabile questioni anche spinose come le missioni internazionali di pace, i diritti civili e la riforma del mercato del lavoro.
In fondo, è stato deciso che saranno primarie aperte, no? Bene, tornare indietro non si può. Primarie aperte siano. Senza sotterfugi, senza liste o albi di elettori: più sono aperte e più legittimato e credibile sarà il vincitore, anche nel far digerire ad eventuali alleati posizioni inizialmente non condivise su diritti civili, missioni internazionali e mercato del lavoro.

lunedì 25 giugno 2012

Lo scranno e la deroga

La miopia politica della dirigenza nazionale del Partito Democratico è tale che non sono bastati cinque anni di citazioni continue del libro “La Casta”, non è bastato il successo elettorale del Movimento 5 Stelle, non è bastato il calo dei consensi mentre il Popolo delle Libertà si sfracella, non è nemmeno bastato che per avere un po’ di seguito elettorale dentro quello stesso partito è sufficiente che qualcuno non proprio sconosciuto dica “a casa Veltroni D’Alema e compagnia”.
Niente.
Continuano imperterriti.
La notizia di questi giorni è in realtà una non-notizia. Ossia, pare proprio che verrà rispettata quella regola statutaria che prevede una deroga al vincolo dei tre mandati parlamentari per il 10% degli eletti totali. In pratica, 30 di loro su 86.
Tempo fa ne parlai con un’esponente della segreteria nazionale che conosco. Lei mi rispose che questi onorevoli di antica elezione sono bravissime persone, fanno un lavoro importantissimo, “sono tra quelli che risolvono dubbi e casi incerti e riescono a sbrogliare matasse complesse”. Giusto per fare due nomi: Mimmo Lucà? “Uno dei massimi esperti di terzo settore e di politiche sociali, ha fatto un gran lavoro, tra cui l’unico rapporto sulle politiche sociali in Italia che ancora oggi è un’utile mappa”; Sesa Amici? “ancora oggi una delle poche donne che lavora sul tema rappresentanza, legge elettorale ecc.”.
Per carità, io non discuto che si tratti di brave persone. Sono pure consapevole che la maggior parte di coloro che se la prendono con chi ha messo le radici in Parlamento ha in testa D’Alema Veltroni e Bindi e non sconosciuti peones di lungo corso e di consolidati rapporti con il proprio territorio. Ma è il concetto, è il principio della non-inamovibilità che va salvaguardato. Senza estremismi, come ho già avuto modo di chiarire in passato: non mi piace il limite, magari fissato per legge (novità che potrebbe far sorgere pure un problema di profilo costituzionale), dei due mandati inderogabili e poi stop, perché, come in tutte le cose, ci vuole un po’ di buonsenso. Quando però la deroga l’hai fatta per il segretario, il suo vice, il presidente, i capigruppo e, nel caso (oggi non attuale, ma un domani chissà), qualche ministro in carica, io direi che è sufficiente. Vorrà dire che si troveranno altri uomini e altre donne a occuparsi di rapporti sulle politiche sociali e di rappresentanza.

Concludo con una considerazione forse impopolare. Si critica il PD perché fa le deroghe. Però è l’unico che fa le deroghe perché, tra i partiti attualmente presenti in Parlamento, è anche l’unico che si pone certi problemi.

sabato 23 giugno 2012

Una commissione d'inchiesta non si nega a nessuno

Confesso che della questione Napolitano – Mancino – trattativa Stato Mafia non ho capito granché. Mi sfuggono alcuni passaggi, ma il fatto che costituzionalisti del livello di Valerio Onida, Carlo Federico Grosso e Michele Ainis siano concordi nel ritenere corretto l’operato del Capo dello Stato, il fatto che un pm come Ingroia abbia detto che non necessariamente una trattativa del genere costituirebbe di per sé un reato, il fatto che nessuno dei magistrati chiamati in causa abbia confermato di aver subito pressioni, ebbene: questi tre fatti mi inducono a pensare che forse la vicenda svaporerà abbastanza presto.
Leggo che l’Italia dei Valori ha richiesto una commissione d’indagine parlamentare sui fatti del 1992-93. Già, in Italia quando ci sono – e ce ne sono tantissimi – fatti un po’ oscuri, il Parlamento istituisce una commissione. Poi succede che si sentono un po’ di testimoni, qualcuno dice delle cose che contrastano con quelle dette da qualcun altro, si fanno due relazioni, una di maggioranza e l’altra di minoranza, qualcuno ne approfitta per fare un po’ di lotta politica inserendoci questioni che c’entrano niente (do you remember Mitrokhin?) e avanti che c’è la campagna elettorale in corso e quel paragrafo della relazione di maggioranza o di minoranza può sempre servire a due settimane dalle elezioni.
Mi chiedo dunque da un lato se la commissione d'inchiesta sia lo strumento opportuno; dall'altro che senso abbia costituire una commissione d’inchiesta proprio ora. A fine legislatura. Con il Parlamento più che mai diviso, anche trasversalmente. Beh, sì, per chi ha avanzato la richiesta ha senso: non costa niente e ci fa la figura di chi vuole accertare la verità (magari vale lo zero virgola al prossimo sondaggio di Ballarò), mentre gli altri – ah, la Casta! – vorrebbero nasconderla. Ma non è questo il motivo per cui i padri costituenti previdero la possibilità di commissioni d’inchiesta parlamentari.

venerdì 22 giugno 2012

So far, so close / 3

Avete notato la convergenza antiNapolitano da parte dei direttori di due tra le testate più estremiste che ci siano oggi in Italia, Il Fatto Quotidiano e Il Giornale? E’ stupefacente come, partendo da basi completamente opposte e con obiettivi editoriali del tutto diversi, arrivino entrambi alle medesime conclusioni.

Alessandro Sallusti
Il presidente Napolitano ha paura. Paura che la sua immagine, costruita cristallina e super partes, venga infangata da una storiaccia tutta italiana fatta di veleni, sospetti, intercettazioni telefoniche probabilmente illegali, finite sui giornali (...) Le reazioni dei vertici politici, da Casini a Fini, sono di unanime solidarietà. Improvvisamente sparisce quella libertà di stampa, di intercettazione e di sputtanamento invocata negli anni scorsi per far fuori Berlusconi. Tutto d’un tratto le alte cariche dello Stato non devono più affidarsi alla magistratura e difendersi nei processi, come i cittadini comuni, ma sottrarsi per diritto divino ai processi stessi

Antonio Padellaro
Mai, in sessant’anni di democrazia, un Capo dello Stato aveva goduto di una così totale, assoluta, cieca, muta e sorda immunità come Giorgio Napolitano. Da sei anni sul Colle siede una sorta di totem intoccabile, inviolabile e irascibile a cui rivolgere non diciamo un appunto, ma perfino la più blanda osservazione equivale a un diritto di lesa maestà. A poco serve ricordare che nella Germania della Merkel due capi di Stato (l’uno per una gaffe diplomatica, l’altro per un prestito agevolato) sono andati a casa anzitempo”.

Alessandro Sallusti
L’uomo più amato dagli italiani è nella palta. E per uscirne, invece di spiegare, si aggrappa alle leggi salva presidente, invoca il silenzio dei giornali, ipotizza complotti. Che se ci sono non sono diversi da quelli usati, con il suo silente consenso e a volte plauso, per fare fuori il governo di centrodestra”.

Antonio Padellaro
Chi mai potrebbe impedire oggi, all’ambaradam quirinalesco, l’indecente negazione dell’evidenza telefonica e l’interferenza continuata nell’indagine dei pm di Palermo sulla oscena trattativa Stato-mafia? Il governo Monti, che a Napolitano deve la propria esistenza in vita?

Forse sarebbe da ricordare a Sallusti l’articolo 90 della Costituzione, ma l’aspetto più intrigante, a mio avviso, è questa convergenza contro Napolitano da parte di giornalisti politicamente collocati a grande distanza l’uno dall’altro.
Nel calcio i loro editoriali odierni verrebbero definiti sotto la voce “fallo di frustrazione”: il giocatore non ci sta a perdere, se la deve prendere con qualcuno e alla prima occasione di contatto con quell’avversario più forte che li ha dribblati a ripetizione per un’ora, gli rifila un pestone immotivato.

giovedì 21 giugno 2012

Beppe, l'incazzato da bar

C’è un vecchio racconto di Stefano Benni che descrive l’incazzato da bar e, soprattutto, la dinamica dei suoi ragionamenti. Il discorso tipico di questo personaggio, in linea di massima, segue la seguente logica: “i controllori di volo guadagnano dieci volte me, ma io devo pagare la tassa sui rifiuti anche per la spazzatura che fanno i marocchini, e per avere un idraulico o la Tac devo far domanda su carta bollata e le auto blu, alla fine, chi le paga?
Ecco, la stessa dinamica la ritrovo spesso nei post di Beppe Grillo: quellodi oggi, per esempio (che ha qualche somiglianza pure con quella vecchia e celebre barzelletta del carabiniere che scopre l’esistenza dei sillogismi).
Si parte dall’autorizzazione all’arresto di Lusi (boccone piuttosto indigesto per chi aveva puntato sul salvataggio del senatore).
Si fa tappa dalle parti di Craxi e Mario Chiesa, che c’entrano una cippa.
Si sfiorano Gaspare Pisciotta, Michele Sindona e don Verzè, che non soltanto c’entrano una cippa, ma presuppongono un’illazione pesantissima (sugli ex Margherita) che va ben oltre la ruberia e la corruttela.
Si conclude tirando in ballo – a capocchia – Corte costituzionale e presidente della Repubblica (a capocchia, sì: perché si ignorano competenze e modalità di coinvolgimento di queste istituzioni).
Il tutto serve soltanto per far aumentare l’indignazione del lettore-adepto nei confronti di “quelli là”: politici, istituzioni e tutto quel che non è ricompreso nel piccolo universo autoreferenziale del grillismo.

Dimenticavo. Il racconto di Benni si conclude con un ingorgo sulla strada causato da una Panda rossa posteggiata in modo tale da bloccare il passaggio dell’autobus: è l’automobile dell’incazzato da bar.

mercoledì 20 giugno 2012

Una selva di giornalisti pronti a scattare

Nel (vano) tentativo di capire qualcosa di più su quanto avvenuto in Senato riguardo alla discussione sulla riduzione del numero dei parlamentari, mi sono imbattuto in questa frase di Pancho Pardi:
Tra l’altro, osservo che si pone un problema di comunicazione pubblica, perché appena rinvieremo l’esame dell’articolo 1, senza votare la riduzione del numero dei deputati, ci sarà una selva di giornalisti pronti a scattare, anche se noi non lavoriamo sotto ricatto”.
La cito perché mi pare rivelatrice di un metodo di lavoro che trovo sbagliato, assurdo. Insomma, questi parlamentari votano un provvedimento perché lo ritengono giusto o perché sennò l’opinione pubblica, sobillata da qualche giornale e dalla lettura di un libro di Gian Antonio Stella acquistato al supermercato con lo sconto del 15%, si ribella?
Su questo blog ho più volte segnalato lo scadimento di un dibattito politico che si limita al titolo. E’ successo con l’abolizione delle Province, con il semipresidenzialismo, con la stessa riduzione del numero dei parlamentari. Bisognerebbe capire bene cosa sta dietro a certe innovazioni, consapevoli che abolire le Province per diminuire i costi della politica è inutile (o addirittura controproducente) se contestualmente non se ne ridefiniscono le funzioni o introdurre il semipresidenzialismo limitandosi all’elezione diretta è assurdo se non si ridisegnano tutti i rapporti tra poteri dello Stato. Lo stesso vale per il numero di deputati e senatori, il cui numero deve essere in funzione delle cose che vogliamo fargli fare: se vogliamo un Senato federale tipo Bundesrat centocinquanta senatori sono anche troppi (ma allora dobbiamo anche riscrivere un bel po’ di articoli della Costituzione), se vogliamo lasciargli le funzioni attuali sono pochi.
Ma questo passa in secondo piano. Quel che conta è la reazione della “selva di giornalisti pronti a scattare”. E forse è questa una possibile spiegazione anche alla considerazione di Marco Campione sul rapporto tra coscienza personale e voto segreto relativo all’arresto di Lusi.

martedì 19 giugno 2012

Quasi come ai tempi di Andreotti

Stavo leggendo il discorso del ministro Fornero al Senato sulla questione degli esodati.
Non dico che sia una supercazzola, ci mancherebbe. Però il modo con il quale ha giustificato la discrepanza tra le cifre prodotte dall’Inps e quelle sulle quali è stato basata la riforma, seguito poi dalla frase
la non imminenza del problema (che riguarda pensionamenti a partire dal 2014) e l’assenza di risorse finanziarie immediatamente reperibili in un bilancio pubblico già messo a dura prova da vincoli interni e internazionali hanno indotto a ritenere che lo si sarebbe potuto affrontare nei mesi successivi
lascia a dir poco perplessi.
E’ un governo tecnico che affronta i problemi o un governo Andreotti che li rinvia in attesa di tempi migliori?
La senatrice rutelliana Cristina De Luca ha commentato l’intervento del ministro in aula spiegando che “l’informativa puntuale che ha voluto darci ci rasserena rispetto al clima di questi giorni”.
Ci rasserena?
Rasserenerà lei. Dal successore di Maurizio Sacconi io mi attendo molto di più. 

Ma quanto si divertiranno con le primarie...

Oh, intendiamoci. Io son contento che ci siano le primarie, che siano organizzate dal Partito Democratico e che siano aperte (qualunque cosa voglia dire “aperte”).
Però al momento mi pare siano più un giochino tra dirigenti (e dintorni) del PD – o, al massimo, del centrosinistra (qualunque cosa voglia dire “centrosinistra”) – che non uno strumento legato alla partecipazione democratica.
Lo so che l’osservatorio è limitato e limitante, però vedo su Facebook alcuni amici impallinati per la politica che già postano commenti tanto salaci quanto basati sul niente. Per dirne una: alla notizia dei cento amministratori che sostengono il segretario, un mio amico bersaniano ha subito commentato strafelice “siam mica qui a pettinare le bambole”, mentre un renziano ha linkato il monologo di Gaber sul pelo. O ancora: quello che polemizza sugli sms inviati la domenica mattina alle otto e mezzo, quell’altro che ironizza sui giovani che fingono di prepararsi a queste primarie, ma in realtà pensano al 2016 o al 2018 o a chissà quando. Mi pare che si divertano così: lasciamoli divertire, nell’attesa di capire come si possa sostenere tizio o caio senza sapere quale sarà il suo programma – ché per adesso si sa soltanto per sommi capi che uno è tendenzialmente neoliberista e l’altro più o meno neokeynesiano –, tra una battuta infelice sugli zulù e un documento illeggibile sui diritti civili. Onestamente: come si fa a dichiarare "non so se tizio si candida, ma se si candida lo voto"?
Io son qua, aspetto di leggere i programmi dei vari concorrenti, poi deciderò.

lunedì 18 giugno 2012

Il travaglismo spiegato da Travaglio

Marco Travaglio ha risposto ieri sul Fatto Quotidiano a coloro che hanno osato criticarlo per l’intervista genuflessa a Beppe Grillo: “è ovvio che la cattiveria di un’intervista è direttamente proporzionale alla negatività del personaggio intervistato. Se e quando Grillo sarà coinvolto in qualche scandalo o vicenda tangentizia o mafiosa, ne daremo e gliene chiederemo conto”.
Trentasei parole più che sufficienti per illustrare il travaglismo
Esso si basa su due pilastri.
Il primo è l’oggettivazione del soggettivo. Io penso che Tizio sia un personaggio negativo, ergo Tizio è un personaggio negativo. E con ciò meritevole del trattamento più duro, dei sarcasmi più perfidi, dello sputtanamento più cinico. Se, al contrario, io penso che Tizio sia un personaggio positivo, allora Tizio è un personaggio positivo ed è giusto considerarlo di conseguenza. 
Il secondo pilastro è l’adozione della fedina penale come unità di misura, del casellario giudiziale come criterio unico di valutazione e giudizio di negatività di qualcuno o qualcosa. Una logica distorta sempre e la politica non fa eccezione. Perché se è vero che un politico disonesto è sicuramente un cattivo politico e un buon politico deve essere un politico onesto, non è vero il contrario: ossia, non necessariamente un politico onesto sarà anche un buon politico. L’esempio è proprio Beppe Grillo: la maggior parte di coloro che lo criticano – io tra questi – non si appoggiano a eventuali pendenze giudiziarie, magari vecchie di decenni, ma contestano il suo programma politico, il modo in cui ha organizzato il suo movimento, i metodi che segue per creare consenso. Ma è evidente che valutare il merito delle questioni a prescindere dalla percezione che si ha di un fenomeno o dalla frequentazione – da imputato – di aule giudiziarie non è ipotesi contemplata nell’universo manicheista del travaglismo.

domenica 17 giugno 2012

When Paul is seventy

Poiché una delle chiavi di ricerca più digitate per arrivare a questo blog rimane legata ai Beatles e poiché domani uno dei due superstiti del noto quartetto taglierà il traguardo dei settant’anni – "71 if" (questa, se non l’avete capita, ha a che fare con un vecchio Maggiolone posteggiato in Abbey Road) – vorrei qui celebrarlo elencando dieci canzoni sue che a me piacciono particolarmente. Prendo in considerazione soltanto il periodo in cui non aveva questo aspetto da zitella che non si arrende all'età e, di tale periodo, quello con i Fab Four, benché anche nei decenni successivi abbia prodotto robine memorabili (dalla stupefacente Maybe I’m Amazed a Jet, da Let’em In a Listen to What the Man Said). Ne lascio fuori parecchie che avrebbero meritato un posto, ma il guaio è che ne ha scritte talmente tante che la scelta non è facile: mi spiace per I Saw Her Standing There (1963), I’m Down (1965), Michelle (1965), Eleanor Rigby (1966), Penny Lane (1967), When I’m Sisxty-Four (1967), Helter Skelter (1968), Blackbird (1968), Get Back (1969) e Let it Be (1970) che, dopo qualche ripensamento, ho scartato.

C’è stato un periodo in cui i ragazzi di vent’anni partivano militari e per un po’ di tempo non potevano rivedere le fidanzate. Queste si consolavano con le belle promesse di fedeltà e amore e lettere dei morosi in partenza. E c’è stato un periodo in cui i Beatles ideavano le loro canzoni in pullman, tra un concerto e l’altro e poi, una volta in studio, davano il meglio di sé stessi, anche soltanto per un assolo di chitarra. Infine, c’è stato un periodo in cui la band di Liverpool si permetteva il lusso – impensabile per chiunque altro, all’epoca – di far uscire un LP senza trarre da esso dei singoli e, una settimana dopo, un 45 giri con due brani che non stavano nell’LP. Ecco, questa è All My Loving: canzone che stava nell’LP e non nel 45 e tanti si chiesero perché.

Ai Beatles piaceva realizzare canzoni che partivano con il ritornello anziché dalla strofa. Questo è uno di quei casi, il primo cantato interamente dal suo autore che sviluppò l’idea durante una tournée. Non parla di prostituzione e può essere cantata da un uomo o da una donna senza cambiare una parola, visto che c’è soltanto un generico riferimento a “my friend”. Harrison scatenato nell’assolo di chitarra.

Yesterday (1965)
Una mattina McCartney si sveglia e gli viene una melodia. Bella, pensa. “Ma è di qualcun altro o è proprio mia?”, chiede in giro, ma nessuno sa rispondergli. Rimane lì un bel po’ di mesi, nell’attesa di sapere di chi sia per non essere accusati di plagio. Intanto i Beatles pubblicano un album – robetta commerciale, a dire il vero – e fanno un film e la melodia resta lì. Poi capiscono che forse non è di altri che di McCartney. Il quale, in onore all’ispirazione mattutina e alla prima colazione, gli dà il titolo provvisorio di Scrambled Eggs con il seguente romanticissimo testo: “Scrambled eggs (bum bum bum – bum bum bum è la musica) / How I love to eat the scrambled eggs”. Vabbè, poi viene corretta e arriva fino a noi nella forma che tutti conosciamo, con il solo Paul a registrarla in compagnia di violinisti e violencellisti, dopo che il cantante Chris Farlowe ha rifiutato di inciderla perché troppo romantica (lungimirante, il tipo).
E’ una delle canzoni con il maggior numero di cover: tra gli altri, Pat Boone, Nat King Cole, Otis Redding, Frank Sinatra, Ray Charles, Joan Baez, Bob Dylan...

Non è famosa come altre dei Beatles, ma merita di stare nella top ten perché ben rappresenta il suo autore. E’ allegra, è leggera (“ho appena visto un volto, non posso dimenticare il momento o il luogo in cui ci siamo incontrati, è giusto la ragazza per me e voglio che tutto il mondo sappia che ci siamo incontrati”), ha un che di country e insomma la si può ascoltare cinque volte di fila senza che venga troppo a noia. Forse è per questo che Paul la inserì nella scaletta dei suoi concerti americani degli anni Settanta con i Wings.

For No One (1966)
E’ una canzone molto diversa da quelle composte fino a questo momento da McCartney. Innanzitutto, il testo: un’asciutta osservazione sulla fine di un amore, un amore che “avrebbe dovuto durare anni” e che invece, una mattina ti alzi e “scopri che tutte le sue parole gentili esitano quando non ha più bisogno di te”. Scompare quella sdolcinatezza tipica dell’autore e a tutto vantaggio di versi maturi e per niente casuali o buttati lì (cfr. infra, Hello Goodbye).E pensare che l’idea venne a Paul, in vacanza in Svizzera con la fidanzata Jane Asher, mentre era seduto sul cesso e aspettava l’ispirazione per espletare il suo bisogno fisiologico. Sotto il profilo musicale credo sia il primo brano pop in cui c’è un assolo di corno francese (bellissimo, opera di uno dei più bravi solisti disponibili, Alan Civil, che però non apprezzò l’intonazione e dopo una sola seduta prese i soldi e se ne andò). McCartney suona in questa canzone pure il clavicordo, strumento in voga qualche secolo fa.

Vi siete mai chiesti perché spesso i testi delle canzoni di Paul erano al limite della stupidità?
Leggenda narra che uno dello staff dei Beatles, Alistair Taylor, chiese a McCartney come faceva a scrivere tutte quelle musiche così orecchiabili. Paul, che aveva tanti difetti, ma anche una incredibile capacità di comporre melodie, gli disse di premere un tasto a caso dell’armonium che aveva in casa. Taylor lo fece. McCartney pure lui suonò un tasto a caso e da lì nacque la melodia. Quanto alle parole, chiese all’amico di dirne una a caso e lui avrebbe detto il contrario: “White”, “Black”, “Hello”, “Goodbye”.
Hello Goodbye è una canzoncina scema e mi piace proprio perché è scema.

Lady Madonna (1968)
A me piace. Non tutti la pensano così, ma a me piace. Mette allegria, anche se il testo è tutto fuorché allegro (“mi chiedo come fai a sbarcare il lunario”). Però è una canzone che ha ritmo, un bel riff, dei coretti simpaticissimi e una memorabile sessione di fiati (due sax tenori e due sax baritoni che dovettero scriversi la parte in sala d’incisione), è trascinante. Commerciale, sì. E allora?
Quando uscì, il suo autore era con gli altri a Rishikesh, in India, a meditare. Il loro guru Maharishi Mahesh Yogi pure lui meditava, ma – secondo John Lennon – meditava soprattutto sul modo migliore per provarci con Mia Farrow che era pure lei in ritiro e su come fare un po’ di soldi..
Ultimo brano dei Beatles con etichetta Parlophone.

Hey Jude (1968)
Storia nota: John impallinato da Yoko si separa da Cinthya; il figlio Julian è a giro in macchina con Paul che, vedendolo triste, gli fa: “Hey Jules, don’t make it bad”. E da lì vien fuori tutto il resto.
A differenza di altre canzoni del bassista, questa piacque anche a Lennon: “sta parlando di me” “no, no... sta parlando di me”. I Beatles registrarono la canzone tra il 29 luglio e il 1° agosto del 1968 e la eseguirono live il 4 settembre (ma andò in onda l’8) al David Frost on Sunday con il pubblico a stretto (molto stretto) contatto con i fab four al na na na na finale: il giorno che inventeranno la macchina del tempo, potrei farci un pensierino per mettermi lì tra Paul e John e cantare insieme a loro.
Prima canzone pubblicata con marchio Apple.

A sentire certe canzoni di McCartney può venire il diabete, tanto sono zuccherose. Questa è il contrario: il testo è la ripetizione del verso che dà il titolo al brano intervallato dalla frase che motiva il tutto: “nessuno ci starà a guardare”. Un pezzaccio soul.
Paul oltre a cantare e suonare il basso, suonò anche la chitarra acustica, quella elettrica, il pianoforte e aiutò Ringo alle percussioni. George e John non parteciparono alla registrazione e quest’ultimo ci rimase male per essere stato escluso, non la digerì mai.

Il lato B di Abbey Road è una delle sequenze più belle nella discografia non soltanto dei Beatles, ma della musica pop e rock. Nell’indecisione di prendere uno di quei frammenti musicali che lo compongono, ho scelto questo medley. Il primo brano trae le parole da una ninna-nanna del XVII secolo, scoperta per caso da uno spartito che Paul aveva visto – ma non letto, perché il Nostro non sapeva leggere il pentagramma – a casa di suo padre. Carry That Weight musicalmente si innesta alla perfezione su Golden Slumbers (e si completa alla grande con You Never Give Me Your Money, altro brano del lato B), anche se parla di tutt’altro. Di cosa? Eh, saperlo. La carriera da solisti che i quattro avvieranno a breve? Un bel peso, in effetti. Come un bel peso è quello di causare lo scioglimento del gruppo (e non addossiamo sempre tutte le colpe alla nippona che il gruppo scompiglia). 

sabato 16 giugno 2012

Racconto di fantapolitica

Tutto cominciò il giorno in cui le elezioni amministrative della città di Ciucca si conclusero, a sorpresa, con l’elezione a sindaco di Michela Violettini, esponente del MovimenTo Società Civile, che si ispirava alle idee del noto blogger Pino Civetta. Molti parlarono di grande vittoria dell’antipolitica, ma la realtà era che il MovimenTo aveva dato voce a esigenze a cui i partiti tradizionali erano sordi.
Appena insediatasi, la neosindaca si trovò a gestire tre patate bollenti. La prima riguardava la viabilità di accesso (ancora inesistente) al nuovo ospedale cittadino in costruzione; la seconda era il ripianamento del deficit dell’azienda di trasporto pubblico locale (due le ipotesi sul campo: si fa un consorzio unico con le vicine città di Vainpeggio, Passa, Risa e Citorno oppure si ricapitalizza investendo qualche milioncino?); la terza riguardava l’aliquota dell’odiata tassa sulla casa decisa dal governo centrale (applicare quella minima o aumentarla un po’ per dare linfa alle anemiche casse comunali?).
Il programma del MovimenTo era molto dettagliato riguardo le fontanelle dell’acqua pubblica, la creazione di aree attrezzate per i cani, l’incentivazione di orti urbani e l’istituzione della Banca del Tempo Comunale, ma non diceva assolutamente niente riguardo alle tre questioni.
Il guru Pino Civetta, però, sul suo blog era stato abbastanza chiaro, proprio in quei giorni: “Il cittadino al potere!”, aveva scritto, “insieme ai nostri sindaci e ai nostri consiglieri sono stati eletti i cittadini. Le persone che li hanno votati, con questa decisione, sono diventate corresponsabili della gestione della loro città. Il voto al MovimenTo è un atto di partecipazione, di cittadinanza attiva. E’ finito il tempo della delega! Una domanda che mi è rivolta è: cosa deciderete sui temi più importanti non presenti nel vostro programma? Nulla! Ogni decisione sarà frutto di referendum
Così, la neosindaca indisse tre referendum sulle questioni di cui sopra. Si sarebbero svolti dopo due mesi, perché comunque c’era da fare la campagna elettorale sui quesiti proposti e poi c’erano le ferie di mezzo. No, lei e la giunta avrebbero continuato a lavorare anche a ferragosto, ma i cittadini magari andavano in vacanza e le tipografie pure e c’era bisogno di partecipazione e di organizzare bene il tutto.
Furono due mesi bellissimi, i cittadini discutevano e si appassionavano. Intanto, la ditta che aveva vinto l’appalto per l’ospedale si stava chiedendo se per caso non l’avrebbe presa nel baugigi e chiese precise garanzie in Regione aprendo una bega pure lì; l’azienda di trasporti, in mancanza di liquidità fresca e di certezze sul futuro, aveva messo in cassa integrazione quattro dipendenti (loro non votavano al referendum, perché residenti in un altro Comune); e l’aliquota della tassa sulla casa per il momento era quella minima.
Alla fine si votò. La necessità di non cementificare ulteriormente e di salvaguardare due campi di pomodori fece sì che per arrivare al nuovo ospedale non sarebbero state costruite nuove strade: la neosindaca, del resto, aveva assicurato che con il piano di car sharing e piste ciclabili che avrebbero realizzato da lì a qualche mese anche il traffico sarebbe diminuito sensibilmente. Quanto all’azienda di trasporti, prevalse l’esigenza di salvaguardare l’identità cittadina e di non fonderla con i consorzi di Risa, Passa, Citorno e Vainpeggio (“che poi tanto si sa come va a finire...”) e di procedere alla ricapitalizzazione: non si sapeva con quali soldi, in effetti, ma qualcosa il Comune si sarebbe alla fine inventato. In ultimo, la tassa sulla casa: come era prevedibile, vinse il fronte dell’aliquota minima con il 99% dei voti.
Il resto è storia nota, di cui tutti state leggendo sui giornali in questi giorni. L’azienda di trasporti pubblici è fallita e venti persone hanno perso il posto di lavoro (e, come dice Civetta, “i sindacati sono morti!”), un ferito grave è deceduto nell’ambulanza ferma al passaggio a livello chiuso scatenando una infinità di polemiche (che vanno ad aggiungersi a quelle dei residenti nel quartiere dell’ospedale, esasperati dal continuo viavai di automobili di amici e parenti dei ricoverati) e il Comune è stato commissariato dopo soli due anni di un’esperienza amministrativa comunque rivoluzionaria e partecipata: in soli ventiquattro mesi sono stati indetti diciotto referendum consultivi su questioni riguardanti, tra l’altro, la gestione del teatro comunale, il rilancio del mercato ortofrutticolo, l’ubicazione dello scalo merci, la realizzazione di tre parcheggi e il progetto di sviluppo del centro congressi. A quanto pare, si tornerà alla vecchia politica perché l’ondata anti-antipolitica sta montando sempre più in città.

venerdì 15 giugno 2012

Magistrati, il brutto aut aut del PdL

Si torna a parlare di responsabilità civile dei magistrati.
Nel codice di procedura civile del 1940 si prevedeva la responsabilità per dolo, frode, concussione e quando il giudice “senza giusto motivo” rifiutava, ometteva o ritardava di provvedere.
La normativa del 1940 fu abrogata nel 1987 per referendum. La Corte costituzionale, nell’ammettere il quesito, specificò che “la peculiarità delle funzioni giudiziarie e la natura dei relativi provvedimenti suggeriscono condizioni e limiti alla responsabilità dei magistrati a tutela della loro indipendenza”.
Così, fu approvata la legge 117 del 1988 che tutt’oggi disciplina la responsabilità civile dei giudici e che non rispecchia, se non in piccola parte, l’esito referendario (è curioso che chi oggi difende altri esiti referendari difenda anche una legge che tradisce lo spirito di un esito referendario: sarebbe una bella riflessione sull’istituto dei referendum e sulla democrazia diretta).
La legge dice (art. 2) che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni”. Dolo è abbastanza chiaro cosa sia. Colpa grave, specifica il comma 3, si ha quando, per negligenza inescusabile, c’è grave violazione di legge oppure affermazione o negazione di un fatto che risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento; e si ha quando c’è un provvedimento che riguarda la libertà di una persona fuori dai casi consentiti dalla legge o senza motivazione. Non si ha invece responsabilità quando si tratta di interpretare una norma o un singolo fatto.
In sostanza, c’è poca differenza rispetto al dettato normativo del 1940.
La legge prevede che l’azione risarcitoria venga fatta contro il presidente del Consiglio e non contro il singolo magistrato. Sarà poi il presidente del Consiglio a rivalersi sul magistrato, se lo vuole (se lo vuole!).

C’è un ma. Il diritto comunitario.
In più circostanze (l’ultima, il 24 novembre 2011), la Corte di Giustizia della Comunità Europea ha sentenziato che la Repubblica italiana, limitando la responsabilità ai soli casi di dolo e colpa grave ed escludendola per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione, “qualora tale violazione risulti da interpretazione di norme di diritto o da valutazione di fatti e prove”, è venuta meno agli obblighi comunitari.
Ne deriva un ripensamento della disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati per evitare che l’Italia venga continuamente condannata.

L’art. 25 della legge comunitaria (in discussione al Senato), così come modificato dopo l’approvazione di un emendamento del leghista Pini, prevede che la responsabilità ci sia “in violazione manifesta del diritto” sempre per dolo, colpa grave e diniego di giustizia, ma considerando “se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia”, abolendo inoltre la parte che afferma l’irresponsabilità sull’interpretazione di una norma o di un fatto. Infine, è possibile agire “contro lo Stato e contro il soggetto ritenuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali”. Quindi, non soltanto un’azione indiretta (contro lo Stato), ma pure diretta contro il magistrato. E qui sorge un problema. Perché un conto è il magistrato che agisce per dolo o colpa grave. Altro, un magistrato che potrebbe essere chiamato a rispondere personalmente perché magari ha dato una interpretazione di una norma di legge o di un fatto non conforme ai precedenti: come potrebbe lavorare in modo sereno sapendo che potrebbe risponderne direttamente?
La Corte di Giustizia – che, si badi bene, si riferisce soltanto alle decisioni di ultimo grado – non chiede che il risarcimento investa direttamente il giudice: per il diritto comunitario, la responsabilità indiretta dello Stato è più che sufficiente. Così è, peraltro, in Germania, in Francia, nei Paesi Bassi, in Belgio dove si può agire soltanto nei confronti dello Stato (al limite, può esserci rivalsa, ma con taluni limiti) oppure contro il magistrato, ma solamente in caso di dolo o frode. In Regno Unito, invece, c’è immunità assoluta per danni causati nell’esercizio delle funzioni. L’Onu vorrebbe che l’immunità personale dei giudici per danni civili derivanti da azioni nell’esercizio delle funzioni come nei Paesi di common law fosse estesa ovunque (art. 16 dello United Nations Basic Principles on the Indipendence of the Judiciary, 1985).
Per rimediare, il ministro Severino ha proposto un emendamento secondo il quale chi ha subito un danno ingiusto per dolo, colpa grave, diniego di giustizia e “violazione manifesta della legge e del diritto comunitario” può “agire contro lo Stato” il quale, entro due anni, dovrà (quindi: un dovere e non più una facoltà) esercitare l’azione di rivalsa contro il magistrato per una cifra che non può superare la metà dello stipendio netto annuale. Un compromesso che da un lato migliora il testo in discussione al Senato (e già approvato alla Camera) perché limita parecchio la responsabilità derivante da un’interpretazione del magistrato; dall’altro, però, lascia aperta la porta alla responsabilità diretta del giudice.
Con l’approvazione del testo sulla corruzione, Fabrizio Cicchitto ha rimesso in discussione anche l’eventuale mediazione del ministro Severino e vorrebbe che la norma fosse approvata così com’è ora, ossia con la responsabilità diretta del giudice per tutti i casi.

Il mio pensiero è che già l’opzione Severino andrebbe oltre gli standard europei (poiché in caso di condanna lo Stato avrebbe il dovere di rivalersi sul giudice); figuriamoci se dovesse essere approvata la normativa voluta dal PdL e dalla Lega.

giovedì 14 giugno 2012

La foto del nonno

Gentile onorevole Lussana,
ieri lei ha avuto la bella idea di andare dalla sua collega Alessandra Mussolini e chiederle un autografo sulla foto del celebre nonno. Per fare una cortesia a un suo conoscente, dice.
Io forse sarò un moralista all’antica, un nostalgico del comunismo, quel che vuole. Ma credo che lei, onorevole Lussana, avrebbe fatto una cortesia al suo conoscente se, anziché accettare senza problemi la richiesta, l’avesse rifiutata.
Non credo che le motivazioni le sarebbero mancate, anche partendo dalla sua attività parlamentare.
Per esempio, lei che il 1° luglio 2009 intervenne in Aula per lamentare che
parlare di diritti delle donne vuol dire anche discutere e riflettere non solo di discriminazioni che oggi, come è stato ricordato, le donne ancora subiscono, purtroppo, nelle varie parti del mondo. Ci sono ancora discriminazioni nella vita privata, nella vita pubblica, nel deficit di rappresentanza nei vari livelli istituzionali”,
avrebbe potuto ricordare a quel suo conoscente quanto venivano discriminate le donne, qual era il loro ruolo nella vita privata e pubblica, qual era il deficit di rappresentanza nei vari livelli istituzionali durante il ventennio fascista.
Lei che il 13 dicembre 2010 intervenne alla Camera per ricordare che in questi anni è stato
degradato il profilo dello Stato sociale a Stato assistenziale, barattando come solidarietà quello che in realtà è rendita, clientela politica, illegalità”,
avrebbe potuto spiegare a quel suo conoscente come, durante il fascismo, la clientela politica, la rendita e l’illegalità fossero diffuse proprio a scapito di chi aveva realmente bisogno (e che dalle sue parti era costretto a mangiare polenta dal lunedì al sabato perché non c’era altro a disposizione) e a vantaggio di un gruppetto di gerarchi e dei soliti noti.
Lei che il 19 gennaio 2011 tuonò, sempre a Montecitorio, contro i giudici politicizzati e a favore di quei
magistrati seri che svolgono egregiamente, quotidianamente il loro lavoro, nel nome della legalità e del rispetto dei cittadini”,
avrebbe potuto chiarire a quel suo conoscente come era organizzata e quanto fosse politicizzata e corrotta la magistratura negli anni Trenta (essendo lei laureata in giurisprudenza saprà certamente dell’esistenza del Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato) e quanto venissero rispettati cittadini e legalità.
Lei che più volte – per esempio il 22 giugno 2011 – ha evocato la necessità di uno Stato federale, avrebbe potuto dire al suo conoscente che se in Italia c’è stato uno contrario al federalismo questi fu proprio il tizio sulla cui foto veniva chiesto autografo e dedica della di lui nipote.
Ma, soprattutto, lei dovrebbe sapere che ai tempi in cui c’era il tizio della foto una che, come lei, legittimamente si oppone al governo, non avrebbe potuto girare tanto tranquilla per le strade.
Gentile Lussana, io credo che un rappresentante dei cittadini abbia il dovere, in certi casi, di dire dei no ai cittadini che rappresenta. Questo era uno di quei casi. Veda un po’ lei.

mercoledì 13 giugno 2012

Grillo - Travaglio: analisi di un'intervista

Sul Fatto Quotidiano di oggi c’è un’interessantissima intervista di Marco Travaglio a Beppe Grillo.
Vogliamo analizzarla insieme?

Il presupposto
Una settimana fa, Luca Telese ha comunicato le proprie dimissioni dal giornale diretto da Antonio Padellaro in aperta polemica con lo stesso Travaglio perché, tra l’altro, troppo vicino al Movimento 5 Stelle. In redazione l’hanno presa bene, prima dedicando all’ex collega una sorta di necrologio e poi – per autoironia o spregio non è dato sapere – producendo due paginate di intervista all’ex comico genovese, affidata proprio al vicedirettore.

Le domande
Per motivi inspiegabili e misteriosi, nel corso della lunga conversazione Travaglio non ricorre ai suoi soliti calembour e non deforma il nome di Grillo e di nessuno del suo entourage. Le domande, però, sono in linea con lo stile aggressivo e incalzante del giornalista schiena dritta per antonomasia, quello che fa le pulci a tutto e non si fa gabbare da interlocutori che svicolano alle domande più cattive.
Come te lo immagini il prossimo Parlamento?”, “ci vorrà anche un programma”, “i candidati come li sceglierete?”, “non temi qualche polpetta avvelenata? Nei cambi di regime, chi rompe lo status quo rischia”, fino all’imbarazzante questione per la quale Travaglio ha rischiato un sonoro vaffa da Grillo: “il rischio (e qui già immaginiamo i brividi di paura e delusione lungo la schiena dell’intervistatore alla sola prospettiva che un’ipotesi del genere possa avverarsi, ndb) è che fra qualche mese scavalchiate pure il PD”.
Non siamo arrivati in fondo all’intervista perché sconvolti da tanta aggressività e quindi non abbiamo letto le numerose domande riguardanti i discorsi sulla mafia, il rapporto con il fisco italiano, le palline per i detersivi, le contestazioni dei vari fuorusciti dal M5S, gli immigrati e il diritto di cittadinanza, le sortite di qualche iscritto al movimento sui matrimoni tra gay e altre cosucce secondarie di cui pure i maligni hanno ingenerosamente parlato in queste ultime settimane.

Le risposte
A tali corpose domande seguono risposte non meno efficaci. Grillo è sempre esauriente ed esaustivo, per esempio quando parla della scelta delle candidature al Parlamento: “abbiamo otto mesi per decidere. Su 200mila iscritti troveremo i nomi giusti”. Idee chiare su tutto, a partire dalle procedure per gli eventuali ministri in caso di vittoria alle elezioni: “ci vuole una selezione molto più stringente: vedremo”. Pane al pane e vino al vino, non certo come Bersani e i politici vecchio stampo: “le alleanze, certo, se necessario le faremo, ma solo sulle cose da fare”. Pure sull’euro, il cui abbandono è stato ripetutamente evocato dalle pagine del blog: “ci mettiamo a tavolino con gli altri e facciamo i conti dei pro e dei contro, dei costi e dei benefici. Non ho soluzioni in tasca bell’e pronte, ma voglio che i cittadini ne discutano”. E anche il rapporto con Casaleggio viene sviscerato in maniera franca e trasparente, senza sottrarsi alle accuse che negli ultimi tempi pure sono fioccate: “ahaha Casaleggio viene dipinto come una figura luciferina, misteriosa, oscura. Sarà, ma sono anni che lo rivoltano come un calzino e non gli han trovato un belino di niente fuori posto. Mai vista una vita più normale, ripetitiva e noiosa della sua. Va in ufficio la mattina, lavora tutto il giorno, la sera torna a casa dalla moglie e dal bambino. Un persuasore talmente occulto che non riesce nemmeno a convincere la moglie a seguirlo nella casa di campagna. Ogni tanto mi chiama dall’orto e mi chiede di andare a fargli compagnia(la domanda in stile grillotravagliesco sorge spontanea: braccia rubate all’agricoltura? ndb).

E insomma, morale della favola, una pagina – anzi, due – di grande e imparziale giornalismo da parte dell’erede di Biagi e Montanelli.

martedì 12 giugno 2012

Mozione Fioroni

Caro Beppe Fioroni,
si candidi alle primarie aperte indette dal PD, avrà il mio sostegno.
Intendiamoci: ho detto “sostegno”, non ho detto “voto”.
Il sostegno si esplicherà nella maniera seguente: raccoglierò le firme per la sua candidatura; cercherò finanziamenti senza rivolgermi a ex guide scout; le farò da autista e giuro solennemente sui sigari di Bersani che rispetterò il codice stradale e non prenderò multe; la porterò a rifocillarsi nei migliori ristoranti perché, a occhio, lei mi pare un buongustaio; le fisserò appuntamenti presso parrocchie e monasteri di modo che l’elettorato cattolico non si senta sofferente; arruolerò tra i testimonial anche Antonio Cassano, che con la profondità filosofica che gli è propria spiegherà le ragioni antropologiche e giuridiche del no al matrimonio gay.
Poi il giorno delle primarie voterò qualcun altro (se voterò) perché io sono un eretico e un peccatore. Però darò una mano a lei, Fioroni, perché lei ha l’occasione di fare – per la prima volta da quattro anni a questa parte – qualcosa di utile per il partito in cui milita: aiutarlo a fare chiarezza su una questione che sì, è vero!, alla maggioranza degli italiani interessa il giusto (ossia, poco o niente), ma che una forza politica come il PD non può ignorare come ha fatto finora, defilandosi e inseguendo un improbabile e artificiale unanimismo. Mica vorremo aspettare la campagna elettorale per le politiche per affrontare un tema del genere? Perché tanto si sa come potrebbe andare a finire: che a due o tre settimane dalle elezioni, qualcuno – vuoi perché sinceramente interessato, vuoi perché intende dividere lo schieramento – tirerà fuori la questione e a quel punto tutto il centrosinistra (non soltanto il PD) farà la sua consueta figura di palta. Invece, se lei si candiderà, chiariremo la questione una volta per tutte e la primavera prossima non ci saranno problemi.
Ho sempre un po’ paura che le primarie siano uno scontro tra figurine anziché un confronto di programmi. Lei, Fioroni, ha l’occasione di far svanire la mia paura. Non mi vorrà deludere, spero. Io lo so che lei smentirà quei maligni che in queste ore hanno ironizzato su di lei scrivendo che tanto non si candiderà. Io lo so, perché a lei questa cosa del testamento biologico e delle nozze omosessuali veramente sta a cuore, non ci dorme la notte, si arrovella. Così come ci sono migliaia – ma che dico migliaia? Centinaia di migliaia, milioni, decine di milioni – di cattolici piddini desiderosi di salvaguardare la famiglia tradizionale e pronti a stracciare la tessera e a votare l’UdC o l’ApI pur di non introdurre certe robe che pensavano potessero fare solamente nella Spagna di Zapatero.
Già, perché io sono convinto che lei Fioroni vincerà questa battaglia. Suvvia, si candidi, cosa aspetta?

L'Italia è un Paese per vecchi. Anche nel calcio.

Vorrei proporre una statistica a mio avviso interessante sulle squadre che partecipano agli Europei di calcio.


Età media

Media presenze giocatori
Germania
24,52
Repubblica Ceca
20,3
Polonia
25,13
Polonia
20,91
Inghilterra
26,04
Francia
21
Danimarca
26,57
Italia
24,7
Francia
26,65
Danimarca
25,7
Spagna
26,78
Portogallo
26,65
Portogallo
27,08
Inghilterra
26,87
Croazia
27,09
Grecia
31,09
Olanda
27,13
Russia
32,65
Grecia
27,17
Croazia
32,74
Repubblica Ceca
27,26
Germania
33,17
Ucraina
27,3
Ucraina
33,78
Italia
27,91
Irlanda
38,57
Svezia
28,3
Svezia
40,43
Russia
28,34
Olanda
42,22
Irlanda
28,35
Spagna
43,48

Se ne deduce che la Polonia è una delle squadre meno esperte, sia per l’età dei giocatori, sia per il numero di presenze che i suoi ventitré convocati hanno collezionato con la maglia della nazionale. Più o meno lo stesso si può dire della Francia (quinta per età media e terza per numero di presenze) e della Danimarca (quarta e quinta). La Svezia, l’Irlanda e l’Ucraina sono tra le compagini più esperte: infatti, si collocano agli ultimi posti sia per età media, sia per numero di presenze dei convocati.
Poi ci sono i casi particolari. Ad esempio, la Germania ha un’età media bassa, è la più giovane anagraficamente; ma i suoi giocatori hanno parecchie presenze, sono tra i più esperti a livello internazionale. La Spagna campione uscente e campione del mondo è anagraficamente ancora piuttosto giovane o comunque nella media, ma calcisticamente è la più esperta di tutte.
E l’Italia?
L’Italia è il caso inverso di Spagna e Germania (e, in parte, dell’Olanda). La sua rosa è tra le più vecchie anagraficamente, soltanto tre nazionali la superano (Svezia, Russia, Irlanda). Ma calcisticamente è giovane, i suoi rappresentanti sono tra quelli che hanno meno gettoni di presenza in campo internazionale.
Che significa questo?
Potrebbe significare che gioca molte meno partite rispetto alle altre nazionali.
Oppure, che gli azzurri arrivano tardi a vestire la maglia dell’Italia.
Io direi che è la seconda.
E infatti è quasi soltanto da noi che un calciatore di ventisei anni viene considerato “giovane promessa”. All’estero – basti pensare alla Germania – è considerato per quello che è: un professionista nel pieno della maturità atletica.
Da noi i giovani calciatori rimangono nel limbo fino alla soglia dei ventisette-ventotto anni, perché “il giocatore esperto offre più garanzie”. Magari ci sono ventenni che vengono esaltati dopo aver disputato una bella prova in campionato, ma alla prima prestazione negativa saranno subito bocciati e, a fine stagione, mandati a farsi le ossa in serie B o in C, da dove non ne usciranno più o quasi. Mentre intanto i loro colleghi più anziani continueranno a calcare i campi della serie A e, forse, con un rendimento non all’altezza e collezionando brutte figure, ma la loro fama li salverà e se l’allenatore proverà a lasciarli in panchina la tifoseria si ribellerà.
L’Italia è un Paese per vecchi. Anche nel calcio.

(la statistica sull'età media è tratta da qui; la statistica sulle presenze è rielaborata da Wikipedia; si ringrazia Giovanni Fontana per avermi indirettamente e involontariamente ispirato il post durante un aperitivo  - "oh, io 'un servo ar tavolo": cos' altro attendersi da un barista pisano? - in quel di Pisa)